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	<title>nuova letteratura italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lettera a scrittori, aspiranti scrittori e presunti critici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Apr 2019 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[nuova letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lettore Anonimo (Un giovane lettore, 19 anni, che vuole restare anonimo, ha inviato questa lettera chiedendone la pubblicazione su Nazione Indiana. Anche il titolo è dell’autore. La pubblico aggiungendo due righe di considerazione alla fine. d.o.) Gentili Signori e Signore, l’anonimato che mi garantisce la qualifica di Lettore Anonimo mi permette di parlare a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lettore Anonimo</strong></p>
<p><em>(Un giovane lettore, 19 anni, che vuole restare anonimo, ha inviato questa lettera chiedendone la pubblicazione su Nazione Indiana. Anche il titolo è dell’autore. La pubblico aggiungendo due righe di considerazione alla fine. d.o.)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-78772 size-medium alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina-300x181.jpg" alt="" width="300" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina-250x151.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina-200x121.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina-160x97.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/cartolina.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Gentili Signori e Signore,</p>
<p>l’anonimato che mi garantisce la qualifica di Lettore Anonimo mi permette di parlare a nome di un intero esercito di lettori, e di farlo con schiettezza. Farò in questa sede quanto voi ambite a fare nelle vostre opere: parlare a nome di tutti. Rinuncerò al mio nome per amore della verità &#8211; che è sempre qualcosa di più grande di noi, del nostro misero nome &#8211; e rinuncerò così a qualsiasi forma di narcisismo. D’altronde, perché vi affannate tanto a sognare il vostro nome pubblicato in grandi lettere su una qualche copertina? Cosa sono i nomi, se non squallidi sudari, soprattutto quando il corpo che ricoprono è cadaverico e senza vita? Potrete persino ricoprire i libri che scrivete con i vostri nomi, ma se nessuno li legge, chi potrà perpetuarvi nella memoria dell’umanità?</p>
<p>La verità è questa, cari autori: noi, esercito di lettori senza guida e senza comandante, vogliamo un re da incensare, un uomo di cui tramandare il ricordo e le gesta. Ma mi duole deludervi; non mi riferisco a voi, al vostro nome, bensì a un libro. Noi vogliamo che siano i libri a guidarci. Le pagine, la carta, vogliamo che ci indichino una strada, che ci dicano “Là, umanità, è dove siete diretti”. Vogliamo delle nuove tavole della Legge, smarriti come il popolo ebraico nel deserto. Mai come ora percepiamo l’assoluta necessità di comprendere l’anima del mondo, e chiediamo che sia un libro, un vero libro, a mostrarcela, a mostrare cioè la nostra immagine riflessa nello specchio.</p>
<p>Nel retro di copertina, cari scrittori, non vogliamo le vostre facce, le vostre barbe da intellettuali, o le vostre chiome sensuali. Non sappiamo che farcene. Noi vogliamo la nostra faccia rappresentata nel libro, la nostra anima, chi siamo e chi saremo. Vogliamo che ci rappresentiate. Se volete, è una sorta di voto di scambio: noi compriamo la possibilità di essere rappresentati in un grande parlamento. Ogni lettore avrà le sue esigenze, e avrà diversi interessi, e chiederà a voi autori, ad alcuni di voi, di rappresentarli in questo parlamento che sono le librerie. Così fra voi vi saranno giallisti, vi saranno poeti, e autori di romanzi rosa, di formazione e storici. E noi, cari scrittori, noi esigiamo che siate all’altezza delle nostre aspettative, perché voi siete al nostro servizio.</p>
<p>E voi, uomini e donne dalla dura cervice, vi chiederete cosa vogliamo di preciso in un libro, poiché probabilmente non l’avete ancora compreso. Non abbiatene vergogna, noi lettori siamo pazienti, altrimenti ci saremmo già fermati agli incipit dei vostri romanzi, e non saremmo stati in grado di leggere oltre la prima pagina. Cosa vogliamo allora? La vita. Niente di più che la vita. Questa cosa un po’ tragica, contraddittoria, questa materia che brucia e che non riuscite a toccare senza mettervi i guanti, questo istinto insaziabile che non si lascia governare dalle redini della vostra scrittura. Questa cosa che vi fa paura, e di cui non c’è traccia nelle vostre opere. Perché siete pavidi, o non siete all’altezza del nostro più intimo desiderio.</p>
<p>Scrivete con la stessa lemma boriosa e annoiata di un notaio o di uno scribacchino, come se fosse un lavoro fra tanti. Vi rifugiate in questo ruolo professionale, e a volte accademico, perché in fin dei conti avete paura. Di noi, della tragedia, della vita. Soltanto quando avrete paura di quello che state scrivendo, e ciononostante proseguirete nella scrittura, soltanto allora saremo certi che state scrivendo un buon libro. E noi vogliamo buoni libri.</p>
<p>Vedete, voi ricercate l’originalità, cercate a tutti i costi di essere originali. Ma questa vostra ossessione è l’ennesima conferma del vostro narcisismo, perché così facendo volete solo dimostrare di essere stravaganti, unici. Della qual cosa, in tutta franchezza, non ce ne può fregar di meno. Per una volta abbandonate voi stessi, la vostra identità, diventate folli! Lasciate che sia la vita a dettarvi le parole, la trama, e non la vostra storia personale, la vostra infanzia, vostra suocera. Per questi problemi hanno inventato gli psicanalisti, tormentate loro e lasciate in pace noi.</p>
<p>Dimenticatevi di voi, ricordatevi di noi! Di noi che siamo qua smarriti, senza guida e perseguitati. Perseguitati dai costi astronomici dei vostri tomi, dalle pubblicità asfissianti e menzognere, dalle recensioni mercenarie. Perseguitati dalle classifiche, da una babele di titoli e nomi, da premi campagnoli, perseguitati dall’attesa trepidante di un’opera vera, autentica, vitale!</p>
<p>Ma noi siamo pazienti, e attenderemo.</p>
<p style="text-align: center;">****</p>
<p align="justify"><em>(Lascio ad altri commentare la lettera, se vorranno. Da parte mia segnalo solo alcune figure &#8211; “re da incensare”, “voto di scambio” &#8211; che, soprattutto in questa stagione politica infelice, mi paiono un filo eccessive. Aggiungo poi, da lettore, che la letteratura autobiografica mi è sempre piaciuta. Senza lo </em>Zibaldone <em>di Leopardi o i </em>Diari <em>di Gombrowicz o la </em>Lettera al padre di Kafka<em> non saremmo tutti più poveri di spirito? Ma mi rendo conto che forse mi sto rifugiando in dettagli rispetto alla Critica mossa dal Lettore Anonimo. d.o.)</em></p>
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		<title>A casa della rana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[nuova letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02-300x265.png" alt="" title="wunderkammer-02" width="300" height="265" class="alignnone size-medium wp-image-40664" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02-300x265.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png 497w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione. Le crepe  sulle pareti  della casa di mia nonna mostravano a me quell&#8217;abitazione con un altro aspetto: me le immaginavo come  ferite di una bestia marina con alle spalle anni e anni di vita. Il colore della vernice era passato dal bianco ad un giallo stantio che mi ricordava la carne dei pesci malati che muoiono arsi sotto il sole d&#8217;estate.La bestia però era ben sorvegliata da occhi ammalati ma sempre vigili: erano gli occhi della vecchia rana.<span id="more-40655"></span> “La nonna ti vuole bene, fai sempre quello che ti dice lei e non lasciarla mai sola, vedrai che lei non ti abbandonerà mai” – diceva mio padre, prima di allontanarsi per andare a trascorrere del tempo al circolo dei cacciatori. Non si sbagliava: la rana, mia nonna, cercava di controllarmi a vista quando trascorrevo le mie ore nel suo regno. Forse temeva che  scoprissi i suoi segreti o che la  derubassi dei suoi tesori. C’era, nella sua stanza da letto, un armadio di legno tenuto chiuso sottochiave. Era pieno di documenti, pietre preziose, denaro e – a volte- alcuni insaccati che la vecchia riceveva in dono dagli allevatori agricoli della zona. L’armadio era facilmente visibile, perché la stanza da letto, come ogni porta interna di cucina, bagno e soggiorno, non aveva alcuna chiave. L&#8217; unica chiave che la vecchia utilizzava era quella con cui chiudeva l&#8217;armadio segreto. Quella chiave era custodita dentro un fagotto di pezza tutto sudato che portava sempre addosso, legato ad una bretella del reggiseno. Dentro tintinnavano i soldi in moneta e  marcivano le banconote che mappava per  nascondere meglio la chiave dell’armadio. Fuori proveniva un odore cattivo che andava via solo quando le sue figlie, e mie ziee, decidevano di aiutarla per i suoi lavaggi corporei.  In quel mobile-forziere finivano per lo più: cibo (la nonna soffriva di diabete e i dolciumi li nascondeva, per poi mangiarli di notte quando nessuno poteva vederla) e  ricevute di cambiali pagate da vicini e parenti. Custodiva quei documenti fino a quando non passava un parente o un amico di famiglia per dirle che ormai erano scaduti. Non leggeva gli importi economici di quei documenti, ma li custodiva gelosamente dando loro una certa importanza forse distinguendoli  dal colore dell’inchiostro o dalla qualità della carta. L’avevo scoperto da come guardava in controluce quelle carte prima di nasconderle nella custodia di plastica che riponeva nell’armadio. Spesso  la vecchia si lamentava, diceva di non potersi affaticare neanche per le pulizie del proprio corpo ma io l’avevo vista alzare con estrema facilità interi prosciutti di maiale che contadini amici di famiglia le mandavano a mezzo ambasciata di figli e nipoti. Apriva quell’armadio in totale solitudine; per poterla osservare ero costretto a nascondermi sotto il lettone della sua camera. Dal mio nascondiglio potevo osservare diverse volte la rana che posava o prendeva soldi, cibo, documenti e altri oggetti che lei reputava preziosi. Fra i molti oggetti che la rana teneva fra quelle mensole di legno puzzolente, vi erano alcuni pezzi che ricordavano la vita di persone morte e altri che parevano annunciarmi la  morte futura di persone ancora in vita. Quell’armadietto puzzava di morte e custodiva gli oggetti di persone ancora in vita.  In uno dei tanti appostamenti vidi della carne fresca da cui gocciolava sangue: come un ventricolo di un cuore metà di quell’armadio perdeva sangue che scendeva lungo le pareti di legno e andava a impregnarle di un odore che avevo sentito solo quando per gioco, nella macelleria del padre di un mio amico, avevo infilato la testa nel secchio degli scarti di carne. La rana era brava a sottrarre quello che desiderava dalle case dei malati terminali con la scusa delle visite di cortesia.  Rubava oggetti dalle piccole dimensioni perché più facili da nascondere nel palmo di una mano. Non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva contare  i soldi ed era in grado di riconoscere i numeri telefonici che componeva sul vecchio telefono a disco ancora marcato sip. “Commare Delia, posso venire a trovare quel vostro parente malato?” domandava al telefono e poi partiva per andare a trovare le sue vittime. La rana era bassa, grassa e dalla pelle viscida e scura. Aveva mani tozze e capaci di avvinghiarsi ad ogni superficie in caso di pericolo: si muoveva a vista fra le case del vicinato ed il mercato rionale, con la sua grande pancia ovale e quel colore scuro della carnagione che le dava un aspetto ancora più animalesco. La nonna-rana si spostava in modo lento e goffo e quando non ce la faceva si fermava all’ombra di un albero o sulle sedie che i vicini lasciavano davanti i portoni delle case in attesa della compagnia degli altri abitanti del quartiere.<br />
Un giorno il postino si era fermato davanti al portone più del solito, perché fra la corrispondenza aveva confuso lettere indirizzate a persone con lo stesso cognome ma residenti presso un numero civico diverso. La rana era apparsa davanti al postino e dopo averlo guardato in faccia aveva gridato ad alta voce “Vattene, tu mi vuoi derubare. Vattene e fammi portare la posta da altri. Se torni ancora qui a via fiume ti cavo gli occhi e li do ai gatti del quartiere”.<br />
L’aveva fatto senza motivo, forse solo perché non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Di queste cattiverie legate alle facce delle persone la rana ne combinava tante e nei luoghi più diversi.  Era accaduto che accompagnando uno dei miei cugini da un dentista, dopo ore di attesa, solo guardando in faccia il medico  aveva detto ad alta voce: “Non mi piace la faccia che tiene questo cavadenti, questo a te ti fa morire, nipote mio. Andiamo da un’altra parte”. Così aveva convinto  zia a cambiare il dentista di mio cugino. Quando toccava a lei andare dal dentista, cosa che accadeva di rado, ovvero solo in occasione di ascessi dolorosi che la tenevano sveglia tutta la notte, diceva sempre: “ Dottò pure stavolta mi avete tolto un dente e portato via un pezzo di salute, voi mi farete morire povera a me. Tanti denti nel mio armadio e pochi soldi in tasca”. Poi, con la scusa di raccogliere  il dente estratto, dava le spalle al medico e ne approfittava per  allungare la mano sulla vaschetta dei ferri del dentista e  rubare una piccola pinza o uno scovolino. La vecchia teneva a mente il proprietario di ogni oggetto e  se questo moriva, o se accadeva qualche disgrazia ad un suo familiare, lei si liberava di quell’oggetto per paura che la colpisse il malocchio. L’unico oggetto rubato ad una persona ormai defunta, ma che seconda lei non portava sfortuna, era una zuccheriera che non nascondeva più nell’armadietto. L’aveva rubata a Maria, una mia vicina di casa, nei giorni in cui faceva la chemioterapia.<br />
“Maria mi voleva bene a me, per questo mi tengo la sua zuccheriera in cucina. Penso a lei ogni volta che mi faccio il caffè”- diceva la rana. E se le dicevo: “Nonna ma tu soffri il diabete, non puoi mangiare lo zucchero.”, lei rispondeva: “Maria mi voleva bene a me, questo zucchero non mi può fare male se lo conservo dentro la sua zuccheriera”. Se l’armadio era il cuore pulsante di quella creatura in cui trascorrevo le mie ore, gli occhi erano i due televisori sempre accesi in casa: uno in camera da letto e uno in cucina. La rana, quando era a casa, trascorreva gran parte del suo tempo guardando  quiz-show dei canali nazionali o qualche sconosciuta soap opera passata dalle reti regionali. Odiavo quelle trasmissioni e passavo gran parte del mio tempo leggendo fumetti e romanzi d’avventura. Qualche volta mi toccava rimanere a cena dalla rana; imparai presto a diffidare della qualità del cibo con cui voleva crescermi: la pasta che comprava era di un giallo spento e sui pacchetti in cui era contenuta compariva la scritta: Aiuto cee, genere alimentare non destinato alla vendita. Per cucinare usava due tipi di pentolame: un set che faceva lavare alle sue figlie e che teneva sempre riposto in un mobile che apriva solo nei giorni di festa o in caso di visite di amici e parenti e un set unto e lercio per l’uso quotidiano. In una padella da uso quotidiano, mai sgrassata ma solo pulita in fretta e furia con una leggera passata di spugna umida, cuoceva della carne di suino livida e violacea.  Nemmeno l’acqua che bevevo mi appariva sana: le bottiglie che comprava dall’alimentari di quartiere non le condivideva con me ma le usava solo, come diceva lei giustificandosi “ quando prendo le medicine e quando viene a trovarci qualcuno”.<br />
Le bottiglie vuote si andavano ad accumulare vicino la cassettina che conteneva legna per la stufa, quando non venivano utilizzate per accendere il fuoco venivano riutilizzate come contenitori di acqua di serino che la vecchia rana raccoglieva da una fontana del cortile. Non era tanto il rubinetto(dalla bocca colore verde muschio)  del cortile a preoccuparmi, quanto le voci che giravano in paese sulla qualità dell’acqua delle condutture.  Diversi vicini dicevano che in quella rete idrica  qualcuno scaricava liquami tossici. Le voci andavano e venivano e a seconda dei mesi dell’anno, mentre il prezzo dell’acqua in bottiglia acquistata presso il negozio di generi alimentari del quartiere saliva o scendeva a seconda delle buone o delle cattive voci. Nel frattempo avevo costruito un minidepuratore utilizzando i consigli trovati in una rivista per boy scout che avevo preso in chiesa durante il corso di catechismo. Quando rimanevo da lei per tutto il fine settimana depuravo di notte l’acqua che mia nonna mi faceva imbottigliare di giorno e prima di berla dicevo sempre qualche preghiera. Col tempo cominciarono gli incubi notturni. Nel più brutto che feci vidi la vecchia che raccoglieva animali morti dal ciglio dell’autostrada. Gatti e cani randagi finivano in cucina, scuoiati e fatti a pezzi. La vecchia, dopo aver preparato quei pasti orridi, invitava tutto il quartiere a pranzo. Gli abitanti del quartiere fra grida di festa e versi mi spingevano per farmi sedere proprio a capotavola, poco dopo mi legavano e uno di loro prendeva un cucchiaio per imboccarmi.  Quando tornavo a casa, dopo un pomeriggio trascorso con il mio amico Lampadina e gli  altri,  se c’era un piatto pronto ad aspettarmi fingevo di mangiare con fame mentre la rana era assorta davanti al televisore. Non appena andava a letto, riempivo interi sacchetti con  quel cibo: buste di plastica che parevano delle vere e proprie molotov a base di sughi per la pasta e di poltiglie fatte con carne di maiale. Mi sbarazzavo di quelle bombe “alimentari” solo quando andavo a gettare la spazzatura in piena notte. Stavo bene attento a chiudere il secchio, in modo da impedire che cani e gatti randagi si nutrissero di quegli scarti. Una notte, a causa della fretta, dimenticai di chiudere il coperchio del secchio di quartiere. Il gatto della vicina, Nerino, riuscì a intrufolarsi nel secchione. Lo vidi uscire dal secchio con un lembo di carne marcia che gli pendeva dalla bocca tremolante come la coda di una lucertola appena presa. Il fine settimana successivo  Nerino venne a morire nel forno in cui la rana faceva  il pane con le mie zie. Lo trovammo raggomitolato su sé stesso, come se stesse dormendo. La vecchia lo sfiorò due volte con la scopa poi lo raccolse con la pala del forno e lo tirò via dal forno come una pagnotta di pane, solo che Nerino era duro e freddo. Il gatto portava legato al  collo un collarino con un campanello. La vecchia rana non ci pensò due volte: chiamò una delle sue figlie per farsi aiutare e tolse dal collo del gatto il collarino. Prima di riporlo nell’armadio si fece il segno della croce, sussurrando parole a bassa voce.   Probabilmente la vecchia rana sbagliò uno dei suoi scongiuri contro il malocchio perchè qualche mese dopo il ritrovamento di Nerino morì d&#8217;infarto, nel sonno, e finì al cimitero di fianco alla tomba del marito, mio nonno.  Quando le figlie delle rana, sorelle di mio padre, si ritrovarono per sistemare gli oggetti della vecchia a momenti si afferravano per i capelli. Tutte e cinque non vedevano l&#8217;ora di aprire l&#8217;armadio della rana nella speranza di trovare chissà quale quantità di denaro nascosta. Finì che trovarono diversi pezzi di carne insaccata e avvolta in stracci e divorata dai vermi, un nido di topi ( avevano fatto il loro ingresso attraverso un buco sul retro dell&#8217;armadietto) e tanti inutili cimeli che aveva rubato in giro: attrezzi del dentista, spugnette colorate, bottoni di grandezza smisurata, il collare di Nerino e altri oggetti di poco valore. In cima alla ricevute delle cambiali c’era la distinta  di un orafo: nel conteggio riportava il pagamento di diversi bracciali, orecchini e altri monili in oro che aveva acquistato dalla rana. Il tesoro della rana era finito nel cassetto di un orafo, i soldi probabilmente spesi prima in dolciumi per rendere quieta l’anima, poi in medicine per curare il sangue. Una delle figlie della rana, mia zia Lina, disse: &#8221; La vecchia ci ha derubate pure da morta&#8221; e le altre zie annuirono con la testa senza dire neanche una parola. </p>
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