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	<title>odissea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Odissea &#8211; Libro XIX &#8211;  Il colloquio di Odísseo con Penelope – il riconoscimento fra Euriclea e Odísseo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 05:55:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre (da Omero, Odissea, ed. Mesogea, Messina, 2014) Dentro la sala, frattanto, lo splendido Odísseo rimase, e per i proci tramava insieme ad Atena l’eccidio: Dunque a Telemaco in fretta parlò con alate parole: «Dentro, Telemaco, è bene che tu le armi d’Ares deponga, sì, tutte quante; ed ai proci, invece, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong> (da Omero, <em>Odissea</em>, ed. Mesogea, Messina, 2014)</p>
<p>Dentro la sala, frattanto, lo splendido Odísseo rimase,<br />
e per i proci tramava insieme ad Atena l’eccidio:<br />
Dunque a Telemaco in fretta parlò con alate parole:<br />
«Dentro, Telemaco, è bene che tu le armi d’Ares deponga,<br />
sì, tutte quante; ed ai proci, invece, con dolci parole<br />
parla, se mai ne cercassero e ne domandassero conto:<br />
«Le ho allontanate dal fumo, ché più non sembravano quelle<br />
che nel partire per Troia Odísseo ci aveva lasciate,<br />
sono annerite, fin dove è giunta la vampa del fuoco.<br />
Ansia più grande mi pose un nume nel cuore, per giunta,<br />
che suscitiate discordia fra voi nell’ebbrezza del vino,<br />
che vi feriate l’un l’altro e poi funestiate il banchetto<br />
e il corteggiare; da solo è stimolo agli uomini il ferro!»<br />
Sì, così disse, e a suo padre Telemaco allora obbediva;<br />
dunque chiamandola fuori, parlò alla nutrice Euriclea:<br />
«Nonna, suvvia, nelle stanze per me tu trattieni le donne,<br />
fino a che l’armi del padre al chiuso io non abbia riposte,<br />
belle, che dentro la sala il fumo consuma d’incuria,<br />
ora che il padre è lontano; io prima ero ancora un fanciullo;<br />
voglio riporle, ora, dove il fumo del fuoco non giunga».<br />
E di rimando gli disse la cara nutrice Euriclea:<br />
«Figlio, se infine volessi avere una volta attenzione,<br />
sì da curare la casa e guardare tutti i tuoi beni!<br />
Ora però chi, venendo al tuo fianco, ti farà luce?<br />
Serve, che luce t’avrebbero offerta, non vuoi far uscire».<br />
Ed a lei dunque l’accorto Telemaco disse, per contro:<br />
«L’ospite: non lascerò che rimanga inerte, colui<br />
che del mio pane si ciba, benché da lontano sia giunto!»<br />
Egli così le parlò: le restò senz’ali la voce:<br />
chiuse la vecchia le porte alle ben tenute dimore.<br />
Dunque balzarono in piedi Odísseo e il suo splendido figlio,<br />
dentro portarono gli elmi e gli scudi adorni d’umboni<br />
e acuminate le lance; ed innanzi Pallade Atena<br />
con una lampada d’oro spandeva bellissima luce.<br />
Ecco che allora si volse Telemaco in fretta a suo padre:<br />
«Padre, che grande prodigio è questo che vedo con gli occhi!<br />
Ecco, le mura di casa e insieme le belle campate,<br />
come le travi d’abete e i pilastri in alto levati,<br />
sono visibili agli occhi, nemmeno avvampasse una fiamma.<br />
Sì, nella casa c’è un dio che abita il cielo spazioso!»<br />
E gli diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Resta in silenzio, il pensiero racchiudi e non fare domande:<br />
tale è l’usanza dei numi che hanno dimora in Olimpo.<br />
Ora tu va’ a riposare, ché qui rimarrò solo io,<br />
provocherò nuovamente le ancelle e con esse tua madre;<br />
addolorata com’è, mi domanderà d’ogni cosa».<br />
Sì, così disse; andò via, Telemaco, lungo la sala,<br />
sotto il brillio delle lampe, a dormire nelle sue stanze,<br />
là dove sempre giaceva, raggiunto da sonno soave;<br />
lì si distese anche allora e attese la splendida Aurora.<br />
Dentro la sala, frattanto, lo splendido Odísseo rimase,<br />
e per i proci tramava insieme ad Atena l’eccidio:<br />
E dal suo talamo uscì Penelope ricca di senno,<br />
ed in figura eguagliava Artemide o l&#8217;aurea Afrodite.<br />
Presso il camino le misero un trono–e su quello s’assise–,<br />
ch’era intarsiato d’avorio e d’argento e dal carpentiere<br />
fu fabbricato, da Icmalio, ed uno sgabello da piedi<br />
ebbe adattato vicino, su cui un gran vello era steso.<br />
Sì, su quel trono sedé, Penelope ricca di senno.<br />
Bianche di braccia le ancelle le vennero intanto di sala.<br />
Ed abbondanza di pane portarono via, con le mense<br />
e con le coppe da cui bevevan potenti signori;<br />
via dai bracieri gettarono i tizzi, poi molta altra legna<br />
su vi disposero, sì che recasse luce e calore.<br />
Ma nuovamente Melanto a Odísseo rivolse rampogna:<br />
«Ospite, ancora sèi qui, per infastidirci di notte,<br />
mentre t’aggiri per casa, magari a spiare le donne?<br />
Vattene fuori, meschino, e contèntati del banchetto;<br />
o te n’andrai fuori presto, colpito da qualche tizzone».<br />
La guardò bieco e rispose Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Trista, perché mi tormenti così, con la collera in cuore?<br />
Forse perché sono logoro, indosso ho ben misere vesti,<br />
mèndico in mezzo alla gente? La necessità mi costringe!<br />
Già, sono fatti così i girovaghi e i mendicanti.<br />
Ed anche io abitavo fra gli uomini un tempo una casa<br />
prospera, ricca di beni e molto donavo a un mendico,<br />
quale che fosse, qualunque bisogno l’avesse a me spinto;<br />
e servitori infiniti avevo, e tant’altra ricchezza,<br />
quanta ne hanno coloro che han fama d’agiati e di ricchi.<br />
Pure, ogni bene distrusse Zeus Cronide –già, l’ha voluto–.<br />
Donna, per questo ora bada anche tu a non perdere tutta<br />
la vanagloria che adesso inalberi in mezzo alle ancelle,<br />
se la padrona alla fine dovesse colpirti, adirata,<br />
o ritornasse qui Odísseo (la sorte ha con sé la speranza)!<br />
Anche se fosse perito e non più vedesse il ritorno,<br />
pure, Telemaco ormai per grazia d’Apollo è cresciuto,<br />
il figlio suo: fra le donne, nessuna a palazzo gli sfugge,<br />
che sia sleale, poiché non ha più l’età d’un fanciullo!»<br />
Sì, così disse e l’udì, Penelope ricca di senno,<br />
mosse rampogna all’ancella, parlò, le rivolse parola:<br />
«Certo che no, non mi sfuggi, tu, cagna impudente, sfrontata,<br />
tale misfatto hai commesso, che lo laverai col tuo capo!<br />
E ben sapevi ogni cosa, poiché da me stessa tu udisti<br />
ch’io avrei fatto domande all’ospite nelle mie stanze,<br />
quanto al mio sposo, poiché per lui ho crudele tormento!»<br />
Disse, e rivolse parola a Eurinome, la dispensiera:<br />
«Porta tu dunque un sedile, Eurinome, e sopra anche un vello,<br />
sì che si possa sedere e parlare e udire parola,<br />
l’ospite, presso di me: desidero fargli domande».<br />
Sì, così disse e la donna in fretta si mosse a portare<br />
un levigato sedile ed un vello sopra vi stese;<br />
là si sedette a sua volta lo splendido Odísseo costante;<br />
prima fra loro parlò Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite, questo da prima ti domanderò io in persona:<br />
chi sèi al mondo, e di dove? E dove hai città, genitori?»<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Donna, di te fra i mortali nessuno su terra infinita<br />
mai sparlerà: la tua gloria si leva nel cielo spazioso,<br />
fama d&#8217;un sire impeccabile e incline a temere gli dèi,<br />
d&#8217;uno che regni sovrano su eroi numerosi e valenti,<br />
ben ministrando giustizia; e la nera terra produce<br />
orzo e non meno frumento, son gli alberi colmi di frutti,<br />
sana progenie han le greggi, e procura pesci anche il mare,<br />
grazie al suo saggio governo, per lui la sua gente fiorisce.<br />
Ora, però, tutto quanto domandami, nella tua casa,<br />
ma della stirpe non chiedermi e non della terra dei padri,<br />
per non riempire più oltre il mio cuore di sofferenze<br />
a ricordarle; son troppo afflitto ed a me non bisogna<br />
in una casa di genti straniere fra gemiti e pianti<br />
starmene, no, poiché è male aver sempre pena infinita;<br />
che non s’adiri con me un’ancella o forse tu stessa,<br />
che non si dica che piango dal cuore oberato di vino!»<br />
Gli rispondeva a sua volta Penelope ricca di senno:<br />
«Il mio valore e il mio aspetto, o straniero, ed anche il mio corpo<br />
han gli immortali disfatto, da quando per Ilio gli Argivi<br />
sono partiti e partì Odísseo con loro, il mio sposo.<br />
S’egli, una volta tornato, mi risollevasse alla vita,<br />
anche più grande e più bella sarebbe così la mia fama!<br />
Ora m’angoscio, poiché troppi mali un dio m’ha scagliato.<br />
Tutti i più nobili, quanti sull’isole hanno potere,<br />
tanto a Dulichio che a Same e a Zacinto verde di selve,<br />
tutti coloro che sono i signori d’Itaca impervia,<br />
a mio dispetto mi fanno la corte e distruggon la casa.<br />
Ecco perché non mi curo dei supplici e degli stranieri,<br />
né degli araldi, di quanti del popolo sono al servizio.<br />
Dentro il mio cuore mi struggo e l’amato Odísseo rimpiango.<br />
Gli altri m’affrettan le nozze; io frattanto inganni dipano.<br />
Prima l’inganno del manto un dio m’ispirò nella mente,<br />
prendere a ordire a palazzo una grande tela e imbastirla,<br />
tela sottile ed immensa; ed in mezzo ai proci poi dissi:<br />
«Giovani proci, poiché Odísseo splendido è morto<br />
pur impazienti di nozze, attendete, fino a che un manto<br />
non compirò –che le fila non vadano perse nel vento–,<br />
funebre manto a Laerte eroe, per il giorno che a lui<br />
venga la Moira funesta di morte diuturna di pene,<br />
che fra le schiere d’Achee con me non si sdegni nessuna,<br />
se giacerà senza veste chi già possedé tanti beni».<br />
Sì, così dissi ed in loro persuaso fu l’animo altero.<br />
Ecco che allora di giorno tessevo la grande mia tela,<br />
e la sfacevo di notte, avendo le fiaccole accanto.<br />
Dunque occultai per tre anni l’inganno e persuasi gli Achei;<br />
ma, come fu il quarto anno, tornarono indietro stagioni,<br />
al declinare dei mesi, e lunghi passarono i giorni,<br />
ecco che allora per colpa di ancelle, di cagne impudenti,<br />
vennero a cogliermi in fallo, e poi mi gridaron minacce.<br />
E così io la compii, benché non volessi, di forza;<br />
ora alle nozze non posso sfuggire, né più nessun altro<br />
piano riesco a trovare; e mi pressano i genitori<br />
a maritarmi, s’infuria mio figlio –gli ingoiano i beni–<br />
ché ne ha coscienza; oramai è un uomo che più d’ogni cosa<br />
è della casa sollecito, e Zeus gli concede fortuna.<br />
Ora, però, la tua stirpe rivelami, donde tu venga;<br />
certo non già dalla quercia primeva, non già dalla roccia!»<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«O venerabile sposa di Odísseo nato a Laerte,<br />
dunque non recederai dal chiedermi della mia stirpe?<br />
Ecco che a te la dirò; mi consegnerai a un dolore<br />
grande più d’altro che soffro; ed è giunsto, se dalla patria<br />
sua manca un uomo per tutto il tempo ch’io ora ne manco,<br />
fra le città dei mortali errando e soffrendo dolori.<br />
E tuttavia ti dirò ciò che tu mi chiedi e domandi.<br />
Creta, una terra, si leva nel mare colore del vino,<br />
bella e opulenta, dall’onde accerchiata; e d’uomini accoglie<br />
gran moltitudine, stuolo immenso, e città ne ha novanta<br />
–ha la sua lingua ogni popolo, è un misto; e vi sono gli Achei,<br />
gli Eteocretesi dal cuore magnanimo, e anche i Cidoni,<br />
e le tre stirpi dei Dori e splendide genti, i Pelasgi–,<br />
Cnosso è fra quelle, la grande città di cui re fu Minosse<br />
che s’incontrava con Zeus il grande, ogni nove stagioni,<br />
e di mio padre era padre, di Deucalïone animoso.<br />
Me generò Deucalione, e insieme Idomèneo sovrano;<br />
questi però verso Ilio a bordo di navi ricurve<br />
se ne partì con gli Atridi; Etone è il glorioso mio nome,<br />
sono minore per nascita; il primo è Idomèneo e il più forte.<br />
Là vidi Odísseo io in persona e gli diedi doni ospitali.<br />
Già, ché l’aveva sospinto a Creta la forza del vento,<br />
mentre puntava su Troia, dal capo Malea lo distolse;<br />
egli in Amniso approdò, dove è l’antro sacro a Ilizia,<br />
dentro non facili cale, a stento evitò le procelle.<br />
Ci domandò d’Idomèneo, appena fu giunto alla rocca;<br />
si proclamava suo amico ed ospite suo riverito.<br />
Era oramai alla decima o forse all’undecima aurora,<br />
dalla partenza per Ilio a bordo di navi ricurve.<br />
Io lo condussi alla mia dimora e un buon ospite fui,<br />
con ogni cura l’accolsi, poiché c’era molto a palazzo;<br />
doni anche agli altri compagni che s’erano mossi al suo fianco<br />
feci, prendendo farina dal popolo e limpido vino<br />
ed immolando giovenchi, perché si saziassero in cuore.<br />
Dodici giorni laggiù restaron gli splendidi Achei;<br />
li tratteneva gran vento di Bòrea, e non ci lasciava<br />
sorgere in piedi, anche a terra: un avverso iddio lo destava;<br />
nel tredicesimo il vento cessò, se ne andarono tutti».<br />
Molte menzogne fingeva, dicendone simili al vero;<br />
ella, ascoltandole, ruppe in pianto e si sciolse il suo volto.<br />
Come la neve si scioglie sui monti dagli alti crinali,<br />
quella su cui soffia l’Euro, da poi che l’ha Zefiro sparsa,<br />
e della neve disciolta si riempiono i corsi dei fiumi:<br />
tali si sciolsero a lei, profusasi in pianto, le guance,<br />
mentre piangeva il suo sposo a lei prossimo. Odísseo frattanto<br />
s’impietosiva di cuore, al piangere della sua donna,<br />
ma come corno i suoi occhi restavano, o simili a ferro,<br />
sotto le palpebre immoti: celava le lacrime ad arte.<br />
Ma non appena fu sazia del suo lacrimevole pianto,<br />
ella di nuovo rispose con queste parole e gli disse:<br />
«Ospite, adesso però di te voglio fare la prova,<br />
se veramente laggiù coi compagni pari agli dèi<br />
hai ospitato il mio sposo a palazzo, come tu dici.<br />
Dimmi che foggia di vesti indossava sulle sue membra,<br />
e quale aspetto egli avesse e i compagni giunti al suo fianco».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Donna, è difficile prova, poiché tanto tempo è trascorso<br />
da quel momento; oramai il ventesimo anno è venuto<br />
da che laggiù se n’è andato, è partito dalla mia patria;<br />
e tuttavia ti dirò come sembra fosse al mio cuore.<br />
Folto, purpureo mantello lo splendido Odísseo portava,<br />
doppio; ed inoltre una fibbia a duplice scanalatura,<br />
aurea, v’era attaccata; e un bel fregio aveva davanti:<br />
fra le sue zampe anteriori un cane stringeva e guardava<br />
uno screziato cerbiatto guizzare; ammiravano tutti<br />
come quel cane, pur d’oro, stringesse e guardasse il cerbiatto<br />
come, proteso alla fuga, guizzasse il cerbiatto coi piedi.<br />
Vidi all’eroe sulle membra un chitone tutto sgargiante<br />
ed era morbido al punto da rassomigliare alla buccia<br />
d’una cipolla essiccata, e splendente, simile a un sole.<br />
E lo guardarono in molte, davvero, ammirate, le donne.<br />
E un’altra cosa ti dico, tu ponila dentro il tuo cuore;<br />
io non lo so, se già a casa Odísseo li avesse sul corpo,<br />
se da un compagno egli li ebbe, salendo sull’agile nave,<br />
se da un suo ospite, già, poiché a molti Odísseo era stato<br />
caro; ed in mezzo agli Achei in pochi eran simili a lui!<br />
Ed anche io gli donai una spada bronzea e un chitone<br />
tutto di porpora, doppio, e leggiadro e adorno di frange,<br />
lo accompagnai con onore alla nave salda di banchi.<br />
Ed al suo fianco un araldo di poco più avanti negli anni<br />
era; e non meno di lui dirò quale fosse l’aspetto:<br />
curvo di spalle, di scuro incarnato, chioma ricciuta,<br />
ed il suo nome era Euribate; Odísseo pregiava più lui<br />
di tutti gli altri compagni, ché avevano in cuore concordia».<br />
Disse ed in lei ben più grande destò desiderio di pianto:<br />
ben riconobbe quei segni sicuri che Odísseo svelava;<br />
ma non appena fu sazia del suo lacrimevole pianto,<br />
ecco che allora rispose con queste parole e gli disse:<br />
«Ospite adesso davvero, se prima apparivi pietoso,<br />
nelle mie case sarai ben accetto nonché riverito:<br />
già, ché io stessa gli diedi le vesti di cui tu mi dici,<br />
le dispiegai dalle stanze, appuntai il lucente sperone<br />
sì che gli fosse ornamento… Ma non lo potrò riabbracciare,<br />
ché non ritornerà a casa, alla cara terra dei padri.<br />
Certo per triste destino Odísseo su concava nave<br />
se ne partì per vedere Ilio infausta, l’innominanda».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco di ingegno:<br />
«O venerabile sposa di Odísseo nato a Laerte,<br />
non consumare il carnato gentile piangendo il tuo uomo,<br />
non macerarti nell’animo. Oh, io non ti biasimo certo,<br />
no, ché ogni donna s’affligge, se perde il legittimo sposo,<br />
quello a cui diede dei figli, congiuntasi a lui nell’amore,<br />
sia pur da meno di Odísseo, che dicono eguale agli dèi!<br />
Smetti di piangere, dunque, e le mie parole comprendi:<br />
ti parlerò con parola sincera e non celerò nulla<br />
di quanto io del ritorno di Odisseo ho già appreso da tempo,<br />
che non lontano, sul suolo opimo di genti Tesprote,<br />
egli, ancor vivo, assai doni trasporta alla propria dimora,<br />
chiestili in quella contrada. Sul mare colore del vino<br />
perse i diletti compagni e insieme la nave leggera,<br />
dalla Trinachia partendo, da un’isola; l’ebbero in odio<br />
Zeus ed il Sole: i compagni uccisero i bovi del Sole.<br />
Essi morirono tutti sul mare agitato dall’onde:<br />
lui su una chiglia di nave i flutti han gettato a una costa,<br />
terra di genti feaci, che sono congiunte agli dèi;<br />
queste accordarono a lui di cuore gli onori d’un dio,<br />
molto gli offrirono in dono, e volevano anche scortarlo<br />
senz’altro danno qui in patria. E da tempo Odísseo sarebbe<br />
qui: ma diverso disegno al suo cuore parve più saggio,<br />
di radunare ricchezze scorrendo ampio tratto di terra:<br />
già, poiché Odísseo più d&#8217;altri, in mezzo alle genti mortali,<br />
vie di guadagno conosce, mortale con lui non gareggia!<br />
Proprio così mi narrò il re dei Tesproti, Fidone:<br />
egli giurò al mio cospetto, ed intanto in sala libava,<br />
ch’era già in mare la nave ed erano pronti i compagni,<br />
quelli che qui scorteranno Odísseo, alla terra dei padri.<br />
Ma rimandò prima me; andava per caso una nave<br />
di marinai dei Tesproti a Dulichio ricca di grano.<br />
e mi mostrò tutti quanti i beni che Odísseo raccolse.<br />
D’altri potrebbe allevare la decima generazione,<br />
tanti tesori a palazzo del sire giacevan riposti!<br />
Disse che s’era recato a Dodona, inteso a carpire<br />
piani di Zeus dalla quercia divina dall’alto fogliame,<br />
come potrà ritornare ad Itaca, terra opulenta,<br />
–n’era lontano da tempo–, se incognito oppure palese.<br />
Egli così s’è salvato, perciò, ti sarà ben vicino<br />
presto, ed ancora lontano dai cari, da terra di padri,<br />
non rimarrà lungo tempo: suvvia, ne farò giuramento.<br />
Sappia per primo ora Zeus, lui, ottimo e sommo fra i numi,<br />
e il focolare di Odísseo impeccabile, a cui son giunto:<br />
si compirà senza dubbio ogni evento come t’annuncio.<br />
Ora che muta è la luna Odísseo verrà a questi luoghi,<br />
al declinare del mese, o al nascere del successivo».<br />
E di rimando gli disse Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite, questa parola potesse adempirsi davvero:<br />
conosceresti da me ben presto amicizia, con molti<br />
doni, così che ti chiami beato chiunque t’incontri!<br />
Altro s’attende il mio cuore, per come s’annuncia il futuro:<br />
no, non ritornerà a casa Odísseo, e da lui tu congedo<br />
non otterrai, poiché più non esiste in casa un padrone<br />
simile a ciò che fu Odísseo fra gli uomini, se lo fu mai,<br />
nel dare asilo e congedo agli ospiti suoi riveriti.<br />
Ora lavacro fornitegli, ancelle, apprestategli il letto,<br />
coltri e non meno lenzuola e anche coperte sgargianti,<br />
giunga fra quieti tepori all’aurora trono-tutt’oro!<br />
E l’indomani lavatelo e ungetelo presto, all’aurora,<br />
che nella casa il banchetto vicino a Telemaco goda,<br />
dentro la sala sedendo. E male per quello fra i proci<br />
che roso in cuore gli dia fastidio, ché più nessun frutto<br />
qui fra di noi coglierà, per molto che s’incollerisca!<br />
Ospite, come di me capiresti che fra le donne<br />
su tutte l’altre io eccello per mente e saviezza d’ingegno,<br />
se mal vestito e dimesso dovessi sederti a banchetto<br />
dentro la sala? Destino degli uomini è un vivere breve.<br />
Uno che appaia crudele e crudeli azioni conosca,<br />
ha per augurio dolori da tutti i mortali in futuro<br />
mentre è ancor vivo, e da morto lo coprono tutti d’infamia;<br />
Uno che candido appaia e candide azioni conosca,<br />
vede fra gli uomini tutti diffondersi l’ampia sua gloria<br />
grazie ai suoi ospiti, e sono in molti a chiamarlo valente».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«O venerabile sposa di Odísseo nato a Laerte,<br />
no, le lenzuola, per me, nonché le coperte sgargianti<br />
sono aborrite, da quando i monti innevati di Creta<br />
abbandonai, e salii sulle navi dai lunghi remi;<br />
io dormirò come ho sempre dormito le insonni mie notti.<br />
Già, ché su turpe giaciglio di notti oramai ne ho trascorse<br />
molte ed ho atteso la bella sul trono, la splendida Aurora.<br />
Né tantomeno al mio cuore il lavacro per i miei piedi<br />
giunge gradito; i miei piedi non li toccherà, no, una donna<br />
fra tutte quante le serve che vivono nella dimora:<br />
solo un’anziana, una vecchia che probi pensieri conosca,<br />
una che avesse sofferto le pene ch’io pure ho sofferte:<br />
ad un’anziana non io vieterei toccare i miei piedi».<br />
E di rimando gli disse Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite mio, mai, finora, un uomo di tanta accortezza,<br />
fra gli stranieri lontani, o più caro, in casa mi giunse,<br />
con tale senno tu trovi per tutto un’accorta parola!<br />
Vecchia un’ancella, sì, l’ho, chiude in cuore saggi pensieri,<br />
quella che ben accudì l’afflitto, colei che lo crebbe,<br />
presolo fra le sue braccia, appena lo fece la madre;<br />
ella ti laverà i piedi, sebbene sia ormai senza forze.<br />
Lèvati, adesso, suvvia, Euriclea, tu, ricca d’ingegno,<br />
lava un coetaneo del tuo signore; anche Odísseo, magari,<br />
è diventato così, nei piedi, e così, nelle mani:<br />
nella sciagura i mortali raggiungono presto vecchiaia».<br />
Sì, così disse, e l’anziana celò fra le mani il suo volto,<br />
lacrime calde versò, e parlò parola di pianto:<br />
«Ah, per te, figlio, rimango sgomenta! Te Zeus più degli altri<br />
uomini ha preso ad odiare; e hai mente che teme gli dèi.<br />
Mai un mortale bruciò per Zeus il signore del lampo<br />
in tale numero cosci opulenti e scelte ecatombi,<br />
quante ne offristi tu a lui, pregandolo, per arrivare<br />
alla felice vecchiaia, e allevare il fulgido figlio;<br />
ora a te solo del tutto fu tolta ogni luce al ritorno!<br />
Forse lui stesso così ricopron d’infamie le donne<br />
degli stranieri lontani, se è giunto a gloriose dimore,<br />
come anche te queste cagne ricoprono tutte d’infamia,<br />
e per fuggire le loro offese e le troppe insolenze,<br />
tu non ti lasci lavare; oh, non m’ha forzata nolente,<br />
no, non la figlia d’Icario, Penelope ricca di senno!<br />
Sia per Penelope stessa io dunque ti laverò i piedi,<br />
sia per pietà verso te, ché dentro hai commosso il mio cuore<br />
con le tue pene. Ma via, ascolta parola ch’io dico:<br />
qui sono giunti stranieri e miseri supplici, in molti;<br />
mai prima d’ora, lo affermo, altri tanto simili ho visto,<br />
quanto somigli tu Odísseo d’aspetto e di voce e di piede».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Vecchia, hanno detto lo stesso coloro che han visto con gli occhi<br />
noi, tutt’e due, che davvero assai simili l’uno all’altro<br />
siamo, così come tu, che hai mente assennata, confermi».<br />
Disse; la vecchia prendeva intanto un bacile lucente,<br />
dove soleva lavare i piedi ed in esso molta acqua<br />
fredda versò, poi v’infuse acqua calda. E Odísseo, frattanto<br />
presso il camino sedeva, ma svelto si volse nel buio:<br />
all’improvviso temé nell’animo che ravvisasse<br />
la cicatrice, prendendolo, e fosse palese il suo piano.<br />
S’appressò ella, a lavare il suo re; all’istante conobbe<br />
la cicatrice già inferta da un verro col candido dente,<br />
quando al Parnaso l’eroe andò presso Autòlico e i figli,<br />
da quel buon nonno materno che in mezzo alle genti brillava<br />
per latrocinio e spergiuro; e questo fu dono d’un dio,<br />
Hermes: infatti per lui i cosci d’agnelli e capretti<br />
egli bruciò, ben graditi; e il dio gli era amico e compagno.<br />
Come fu Autòlico giunto ad Itaca, terra opulenta,<br />
vi ritrovò quel fanciullo che appena era nato a sua figlia;<br />
ecco che allora Euriclea glielo mise sulle ginocchia,<br />
mentre finiva la cena, parlò, gli rivolse parola:<br />
«Trovalo dunque tu stesso, Autòlico, il nome che al figlio<br />
d’una tua figlia imporrai: atteso da tempo a te viene».<br />
E dispiegò la sua voce, Autòlico, e disse in risposta:<br />
«Genero mio, figlia mia, imponete il nome che dico:<br />
io sono giunto fin qui maturando l’odio per molti<br />
uomini e donne su tutta la terra nutrice di genti:<br />
dunque sia Odísseo il suo nome veridico. Ed io, per mio conto,<br />
quando egli giunga nel fiore e la grande casa materna<br />
abbia raggiunta, in Parnaso, nel luogo in cui sono i miei beni,<br />
gliene darò parte in dono e poi lo rimanderò lieto».<br />
E venne Odísseo da lui, perché desse doni stupendi.<br />
E con abbracci e parole di miele accoglienza all’eroe<br />
diedero subito Autòlico e i figli d’Autòlico insieme;<br />
strinse a sé Odísseo anche Anfìtea, che fu di sua madre la madre,<br />
e lo baciò sulla testa, e su tutt’e due gli occhi belli.<br />
Ed ai suoi figli gloriosi Autòlico allora ordinava<br />
di preparare un banchetto: ne udirono tutti l’invito.<br />
Ed all’istante condussero un bove, un giovenco cinquenne;<br />
trassero il cuoio, l’approntarono e tutto lo fecero a pezzi,<br />
lo sminuzzarono accorti, l’infissero sugli schidioni,<br />
con attenzione lo cossero e fecero infine le parti.<br />
Quindi, per tutto quel giorno e fino al calare del sole,<br />
si banchettò, nulla al cuore mancò d’un banchetto abbondante.<br />
Ma, come fu tramontato il sole e la tenebra scesa,<br />
tutti al riposo pensarono ed ebbero il dono del sonno.<br />
Quando apparì mattutina l’aurora che ha dita di rosa,<br />
mossero, andarono a caccia i figli d’Autòlico stessi<br />
con i levrieri, e lo splendido Odísseo vicino ai levrieri<br />
li accompagnò: del Parnaso raggiunsero l’erta montagna,<br />
cinta di selve, arrivarono in fretta alle balze ventose.<br />
E da non molto già il Sole veniva irradiando le terre<br />
dall’instancabile fiume Oceano gorghi-d’abisso,<br />
che i cacciatori alla valle pervennero, prima di loro<br />
erano i cani, cercando le tracce, e frattanto a seguirli<br />
c’erano i figli di Autolico; Odisseo splendido a questi<br />
si accompagnava, squassando una lancia d’ombra allungata.<br />
Là, nella fitta boscaglia un gran verro s’era annidato:<br />
mai vi spirava la furia di vènti dall’umido soffio,<br />
mai una volta coi raggi il sole fulgente passava,<br />
mai vi scorreva la pioggia attraverso, tanto intricati,<br />
erano, e vi s’ammassava un enorme mucchio di foglie.<br />
Strepito d’uomini e cani e di passi giunse al cinghiale,<br />
quando avanzarono in caccia; e la bestia incontro dal bosco<br />
venne, rizzando le setole e fuoco le ardeva negli occhi;<br />
prossimo a loro ristette. Ecco Odísseo prima degli altri<br />
correre: alzò con la grave sua mano la lunga sua lancia,<br />
già di colpire impaziente; però lo ferì prima il verro<br />
sopra il ginocchio, e lambì molta carne con la sua zanna<br />
–era balzato di fianco–, ma non sfiorò l’osso dell’uomo.<br />
Colpo anche Odísseo vibrò, colse il verro all’òmero destro,<br />
da parte a parte passò la punta dell’asta lucente;<br />
cadde alla polvere il verro gemendo, e volò via la vita.<br />
I cari figli d’Autolico allora gli furono intorno,<br />
ed alla piaga di Odísseo impeccabile, pari a un dio,<br />
posero accorto rimedio e col canto il livido sangue<br />
gli tamponarono, e giunsero in fretta alle case del padre.<br />
Cure giovevoli a lui prestarono e doni stupendi<br />
diedero subito, Autòlico e i figli d’Autòlico insieme,<br />
lo rimandarono lieto ad Itaca, in lieta amicizia,<br />
rapidamente. E per lui il padre e la nobile madre,<br />
quando tornò, s’allegrarono e gli domandarono tutto,<br />
la cicatrice, e che fosse accaduto; egli appieno narrava<br />
come, cacciando, fu còlto da un verro col candido dente,<br />
quando era andato coi figli d’Autolico, là, sul Parnaso.<br />
Su quella piaga la vecchia passò con aperte le mani,<br />
e la tastò, la conobbe, e lasciò cadere il suo piede:<br />
dentro il bacile piombò la gamba, echeggiò così il bronzo,<br />
si reclinò da una parte e l’acqua si sparse per terra.<br />
Gioia e dolore le avvinsero a un tempo i pensieri, i suoi occhi<br />
furono pieni di pianto, la florida voce si spense.<br />
Accarezzandogli il mento, a Odísseo così si rivolse:<br />
«Figlio, davvero tu sèi Odísseo! Eppure non io<br />
t’ho ravvisato, non prima d’aver ben tastato il mio sire…»<br />
Ella gli disse e a Penelope intanto si volse con gli occhi,<br />
tesa com’era a svelarle che in casa era giunto il suo sposo.<br />
Ma non poteva, Penelope, in viso guardarla o vederla,<br />
no, poiché Atena annebbiò la sua mente. Odísseo, frattanto,<br />
con la sua destra sfiorò la gola alla donna e la strinse<br />
l’accostò a sé con la mano sinistra e spiegò la sua voce:<br />
«Balia, perché mi vuoi perdere? E ben m’hai nutrito tu stessa<br />
alla mammella; ecco, adesso, pur molti dolori sofferti,<br />
dopo vent’anni, son giunto alla cara terra dei padri.<br />
Dunque poiché l’hai compreso –nell’animo un dio te l’ispira–,<br />
taci, perché nessun altro qui dentro il palazzo lo sappia.<br />
Sì, poiché questo ti dico e sarà già evento compiuto:<br />
se per mia mano un dio faccia sterminio dei proci superbi,<br />
anche se sèi mia nutrice, non te salverò, quando l’altre<br />
donne mie ancelle dovrò uccidere dentro il palazzo!»<br />
E di rimando gli disse Euriclea la ricca d’ingegno:<br />
«Ah, figlio mio, che parola t’è uscita dal chiuso dei denti!<br />
E tuttavia lo sai bene che è saldo il mio cuore e non cede:<br />
io come duro macigno me ne rimarrò, come ferro.<br />
E un’altra cosa ti dico, tu ponila dentro il tuo cuore;<br />
se per tua mano dio faccia sterminio dei proci superbi,<br />
t’indicherò una ad una qui dentro il palazzo le donne,<br />
quelle che ti disonorano e quelle che sono innocenti».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Balia, perché tu dovresti svelarmele? A te non compete:<br />
bene le ravviserò io stesso e conoscerò tutte;<br />
serba il segreto in silenzio, piuttosto, e confida nei numi!»<br />
Sì, così disse e l’anziana si mosse attraverso la sala,<br />
acqua al lavacro portando, ché l’altra era tutta versata.<br />
Poi, come l’ebbe lavato ed unto con olio lucente,<br />
trasse di nuovo vicino al camino Odísseo il suo seggio,<br />
per asciugarsi e celò sotto i cenci la cicatrice.<br />
Prima fra loro parlò Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite, ti parlerò ancora per brevi momenti:<br />
presto difatti vedrà il tempo del dolce riposo,<br />
chi sarà colto da sonno soave, sia pur nell’angoscia.<br />
Senza misura a me invece un nume ha donato il dolore:<br />
già, poiché tutti i miei giorni di pianto e afflizione mi sazio,<br />
alle mie opere bado e anche alle ancelle per casa;<br />
quando però si fa notte e per tutti viene il riposo,<br />
dentro il mio letto mi giaccio e fitte nel cuore oberato<br />
e lancinanti mi pungono a darmi afflizione le cure.<br />
Come la figlia che nacque a Pandàreo, il verde usignolo,<br />
quando diffonde il bel canto, se ormai primavera s’appressa,<br />
e tra le foglie addensate degli alberi sta appollaiata,<br />
e di continuo volando effonde la voce echeggiante,<br />
a lamentare il suo Itilo, il figlio che un tempo col bronzo<br />
ella stroncò per follia, il seme di Zeto sovrano;<br />
tale il mio cuore, di dubbio in dubbio, è indeciso fra due,<br />
se rimanere col figlio e serbare tutto al sicuro,<br />
tanto i miei beni che i servi e la grande, eccelsa dimora,<br />
ed onorare il mio letto nuziale e la pubblica voce,<br />
o accompagnarmi oramai al migliore che fra Achei<br />
me nel palazzo corteggia e mi porge doni infiniti.<br />
E il figlio mio, fino a quando era ancora ingenuo, un fanciullo,<br />
non mi voleva sposata e via dalla casa nuziale;<br />
ora che invece è cresciuto e giunto nel fiore degli anni,<br />
quasi piuttosto mi prega di andarmene via dal palazzo,<br />
per la ricchezza s’adira che stanno ingoiando gli Achei.<br />
Ora, però, dammi ascolto e interpreta questo mio sogno.<br />
Nel mio cortile ci sono venti oche che mangiano grano<br />
fuori dall’acqua, e di loro io m’allieto, solo a mirarle;<br />
ma calò enorme dal monte un’aquila adunca di becco,<br />
tutte nel collo ferì e le uccise; a terra per casa<br />
giacquero in massa, ma l’aquila all’etere splendido ascese.<br />
Ecco che allora gemei e in pianto scoppiai, anche in sogno,<br />
mi si raccolsero intorno le Achee dalle trecce gentili,<br />
pietosamente piangevo per le oche dall’aquila uccise.<br />
L’aquila s’appollaiò, tornata, sul bordo del tetto,<br />
e mi calmò con parole umane e spiegò la sua voce:<br />
«Abbi coraggio, tu, figlia d’Icario l’illustre di glorie:<br />
vero presagio è, non sogno, e sarà già evento compiuto.<br />
Erano i proci, quelle oche, ed io, ch’ero prima un uccello,<br />
l’aquila, sono a mia volta il tuo sposo, io, che ora ritorno,<br />
e getterò sopra tutti i proci un ignobile fato».<br />
Disse così; mi lasciò il sonno soave di miele;<br />
io nel palazzo osservai le mie oche, allora, e le vidi<br />
che becchettavano il grano al trogolo, come da sempre».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«Donna, davvero non è possibile intendere il sogno<br />
se lo si spiega altrimenti, da poi che a te Odísseo in persona<br />
svela che deve compirsi: palese è il destino dei proci<br />
tutti, non uno potrà sfuggire alla morte, alle chere!»<br />
E di rimando gli disse Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite, duri a spiegarsi, difficili a intendersi i sogni<br />
sono, e per gli uomini certo non giungono a compiersi tutti.<br />
Duplici s’aprono infatti le porte dei diafani sogni:<br />
una ha battenti di corno e l’altra ha battenti d’avorio.<br />
Quelli fra i sogni che vanno fra porte d’avorio tagliato,<br />
solo producono inganno, recando parole incompiute;<br />
quelli che vengono fuori passando fra il corno polito,<br />
compiono schietti presagi, se appaiono ad uomo mortale.<br />
Temo però che da qui non passasse, quel prodigioso<br />
sogno: davvero una gioia sarebbe per me, per mio figlio!<br />
E un’altra cosa ti dico, tu ponila dentro il tuo cuore;<br />
questa sarà la funesta aurora, che condurrà via<br />
me dal palazzo di Odísseo: voglio oggi proporre una gara,<br />
sì, quelle scuri che Odísseo, qui dentro il palazzo ch’è suo,<br />
come taccate ordinava in linea, dodici in tutto;<br />
poi vi lanciava attraverso, da molto lontano, una freccia.<br />
E sarà questa la gara che stabilirò per i proci;<br />
l’uomo che tenda quell’arco con più faciltà fra le mani<br />
e fra le scuri, fra tutte e dodici, lanci una freccia,<br />
io seguirò e non altri, abbandonerò la dimora<br />
delle mie nozze, assai bella, ricolma com’è di ricchezze,<br />
quella di cui serberò il ricordo, io credo, anche in sogno».<br />
E le diceva in risposta Odísseo ricco d&#8217;ingegno:<br />
«O venerabile sposa di Odísseo nato a Laerte,<br />
non rimandarla oramai questa gara nelle tue case,<br />
già, che da te tornerà Odísseo ricco d&#8217;ingegno,<br />
prima che abbiano i proci toccato quell’arco polito,<br />
prima che tendano il nervo e col dardo passino il ferro!»<br />
E di rimando gli disse Penelope ricca di senno:<br />
«Ospite, presso di me volessi sedere a palazzo<br />
per confortarmi, mai il sonno mi si verserebbe sul ciglio.<br />
Non è concesso però che sempre rimangano insonni<br />
gli uomini, no, che per tutti i bisogni han posto misura<br />
numi immortali ai mortali, su terra nutrice di biade.<br />
Ed è perciò che oramai me ne salirò al piano alto,<br />
mi giacerò dentro il letto ch’è fonte per me di lamento,<br />
madido sempre di pianto si fa, da che Odísseo s’è volto<br />
alla partenza, a vedere Ilio infausta, l’innominanda!<br />
Lì cercherò il mio riposo; tu qui nella sala riposa,<br />
o che ti stenda per terra o che ti preparino coltri».<br />
Come ebbe detto, salì al piano più alto, sgargiante,<br />
ma non da sola: con lei andavano l’altre, le ancelle.<br />
Al piano alto salì, insieme alle donne sue ancelle,<br />
e rimpiangeva il suo sposo, Odísseo, finché sulle ciglia<br />
sonno soave le infuse, Atena dagli occhi di strige.</p>
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		<title>Ulisse tecnologico #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/26/ulisse-tecnologico-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2019 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Martella]]></category>
		<category><![CDATA[intreccio]]></category>
		<category><![CDATA[logos]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[oralità]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<category><![CDATA[ulisse]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Martella 5. Simulazioni e rivendicazioni In effetti tale è Ulisse, ultimo degli eroi mitici, primo degli eroi letterari, frutto egli stesso di una selezione culturale e della sopravvivenza del più adatto. Nell’Iliade, primo modello letterario, gli eroi greci e troiani sono ancora impregnati di sostanza mitica, escono dalle nebbie della tradizione orale, impastati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Martella</strong></p>
<p><em>5. Simulazioni e rivendicazioni</em></p>
<p>In effetti tale è Ulisse, ultimo degli eroi mitici, primo degli eroi letterari, frutto egli stesso di una selezione culturale e della sopravvivenza del più adatto. Nell’Iliade, primo modello letterario, gli eroi greci e troiani sono ancora impregnati di sostanza mitica, escono dalle nebbie della tradizione orale, impastati di divinità, in continuo commercio con gli dei, figure della loro stessa statura, semidei. <span id="more-80015"></span>Il piano umano e quello divino continuamente si scambiano in quel primo poema e le figure che ne sortiscono sono figure di transizione. Le loro azioni e reazioni avvengono come in sogno e nella stasi tipica del sogno, sotto la tutela dei numi, in una situazione di stallo psichico, da cui solo Achille alla fine si scuote, sotto lo shock della morte di Patroclo, con la decisione di tornare a combattere pur sapendo di dover egli stesso soccombere. Achille, coscienza incipiente, sceglie il proprio essere per la morte, scuotendo lo stallo esistenziale della tutela divina: nel suo scudo è contenuta la visione di un mondo arcaico che egli stesso sta per mandare in frantumi. (Ferrucci 1991: 39) La scelta di Achille però diviene operativa solo attraverso il trucco di Ulisse: la nascita della coscienza moderna che rompe l’assedio del mito si compie solo con lo stratagemma dell’eroe-cantore del ritorno. La scelta esistenziale ha effetto solo nella dimensione della tecnica, in virtù dell’artificio e della mimesi poetica che ne è la quintessenza e lo incarna. L’efficacia della scelta esistenziale si misura infine solo con il metro della finzione tecnologica. La volontà e la ragione risultano insomma in sé e per sé strumentali fin dai loro albori. L’eroe della coscienza incipiente, Achille, deve necessariamente passare la mano a quello del raggiro. L’ira di Achille, che tende l’arco di azione dell’Iliade, primo modello, deve far luogo all’astuzia curva di Ulisse, ira trattenuta e differita, per il tempo più opportuno. Il tempo della vendetta o meglio della rivendicazione (o legittimazione) razionale e pratica, ossia tecno-logica e narrato-logica, del proprio esserci e della propria funzione sociale.</p>
<p>Di vendetta oltre che di raggiri è infatti maestro Ulisse. E alla vendetta egli non smette di allenarsi nei lunghi anni dell’assedio di Troia. Lo testimonia il caso di Palamede cui egli portava antico rancore per averlo quegli sbugiardato allorché, prima della guerra, Ulisse si fingeva pazzo e andava seminando sale nei solchi della terra a Itaca, per sfuggire alla coscrizione. Ma Palamede, dalla mente sottile anch’egli, subodorò il trucco e gettò nel solco Telemaco bambino inducendo il ‘pazzo’ a tradirsi e a gettare la maschera. Ulisse serbò il ricordo di quello scacco per lunghi anni, finché sotto le mura di Troia venne il giorno della resa dei conti. Palamede, si dice, era anch’egli maestro di trucchi e marchingegni (<em>méchanai</em>) ma spesso fini a se stessi, ludici piuttosto che pratici, come i giochi dei dadi e della dama che pare insegnasse agli achei per far passare loro il tempo nei lunghi mesi dell’assedio. Ma Ulisse, un giorno, gli fece recapitare da un prigioniero troiano una falsa lettera di Priamo in cui si diceva di un accordo tra loro, e poi fece nascondere un mucchio d’oro sotto il suo letto. Palamede fu scoperto in fragrante tradimento e lapidato. Prima di morire disse solo che “prendeva il lutto per la verità”. (Calasso 1993: 395) La simulazione aveva avuto la meglio sulla ‘realtà’. Di essa si sa che Ulisse è maestro. Da allora egli non smise più di fingere: la maestria della fiction che era solo una delle note caratteristiche del personaggio nell’Iliade, divenne la nota dominante nell’eroe dell’Odissea, scandendone le tappe del ritorno, dalla reggia dei Feaci allo sbarco a Itaca in incognito, fino all’ultimo incontro col vecchio padre Laerte. L’esercizio ripetuto di una tecnica, come sempre accade, divenne in lui una seconda natura, quella che presiede poi al deuterocosmo dell’arte.</p>
<p>Ulisse dovette essere molto soddisfatto della conclusione della vicenda di Palamede, perché essa costituiva un vero e proprio trionfo della fiction, e di quella letteraria in particolare. L’inganno che aveva ordito si basava sulla finta lettera di Priamo, era una “finzione epistolare” come ne seguiranno tante in età moderna, comprese quelle che inaugurano il romanzo borghese, da Rousseau a Laclos, da Richardson a Sade. D&#8217;altro canto, la vicenda di Palamede venne espunta dall’Odissea dall’ingegnoso redattore Omero, rimase cioè nel limbo dei miti orali su Ulisse e gli eroi della guerra di Troia, perché la selezione degli eventi da rappresentare è il primo compito della invenzione letteraria che per ciò si distacca dalla cronaca e attinge alla più alta coerenza dell’arte. Perché l’intreccio dell’Odissea, per quanto debole e vario, doveva pur rispondere a quell’imperativo di unità che solo la dimensione della scrittura può comportare. L’unità e la coerenza del verosimile, della simulazione che sorvola dall’alto quella messe inestricabile e fluida di gesti e racconti vissuti (<em>Erlebnisse</em>) che rappresentava il patrimonio mitico e, separando il grano dalla pula, riesce a fissare una esperienza (<em>Erfahrung</em>) unitaria e coerente, sia nella storiografia che nella finzione letteraria. La più efficace delle menzogne è infatti la verità parziale, la selezione dei fatti rilevanti per la definizione di intreccio e carattere, e in essa eccellevano sia la mente dell’ingegnoso redattore che quella dell’astuto eroe dell’Odissea.</p>
<p>Quando Ulisse, alla reggia dei Feaci, prende in mano la cetra e si smaschera da solo narrando, sta tuttavia ancora affilando le armi dell’ingegno e della vendetta insieme. Saggezza pratica e spirito di vendetta sono infatti in lui intimamente connessi come il mezzo e il fine, come la peripezia e il riconoscimento, come la freccia e il bersaglio. La figura della cetra reca già ora in palinsesto quella dell’arco. E quando nel canto XXI, Ulisse prenderà in mano il grande arco di legno, l’uomo di azione e d’intelletto, di gesto e di parola, l’eroe e il cantastorie, davvero faranno tutt’uno.</p>
<p>Prima dell’ecatombe finale, Ulisse, sotto spoglie di mendico, fa le prove d’orchestra: misura quell’arco, rivoltandolo e tastandolo, soppesandolo parte a parte con la mano, accarezzandolo con lo sguardo, “qual perito cantor, che, le ben torte/ minuge avvinte d’una sua novella/ cetera ad ambo i lati, agevolmente/ Tira, volgendo il bischero, la corda” (Omero, <em>Odissea</em>: XXI, vv. 487-90). E l’arco emette un suono acuto, come canto di rondine, cui dall’alto fa eco il tuono di Zeus che infonde sgomento nell’animo dei Proci. In questo pizzicar di corde, che apparenta l’arco alla cetra, in questo canto d’uccello simulato che desta l’eco del cielo, <em>natura e tecnica si incontrano</em>. E la natura cede all’artificio, alla perizia dell’arciere citaredo che crea una svolta nello stato delle cose. La catastrofe del poema è vicina: ancora una volta, come nel caso di Palamede, la realtà provvisoria, la verità di fatto, sta per cedere alla maestria della simulazione. In fondo, col compimento della vendetta, si giustificano anche i dolori patiti da tutti gli eroi, greci e troiani, e gli apparentemente insensati decreti del fato: ma solo nella finzione artistica davvero si riscattano, perché, come dice Elena a Ettore e poi ancora a Menelao, “tutti questi dolori ci sono stati inflitti, perché potessimo diventare materia di canto”. Con questa consapevolezza, il distacco dell’epos dal mito si è già interamente consumato e la <em>coscienza letteraria</em>, col suo corredo di figure e di intrecci, è già nata.</p>
<p>Di tale coscienza letteraria <em>Odisseus</em> <em>polytropos</em> è l’eroe archetipo. Eroe della saggezza pratica (<em>sophrosyne</em>) o ragione strumentale, in grado di attendere il momento propizio (<em>tyche</em>) e di scoccare con perizia il dardo che coglie nel segno. In questo gesto finale, molte volte ripetuto nella strage dei Proci, c’è tutta la quintessenza dell’arte che compie e oltrepassa la sfera della tecnica, impadronendosi dei propri fini, fornendo, nello spazio della fiction e nel media disponibile, un senso provvisorio all’esistenza umana e un modello del mondo. Quel modello, quel genere misto, narrativo-drammatico, attraverso mille trasformazioni, è giunto fino a noi oggi, lasciando in sé trasparire la stessa forza produttiva del mito e mantenendo in Ulisse un eroe ancora riconoscibile e attuale. Egli ora è chiamato alla prova di un’altra grande transizione: dall’ordine letterario, fondato sulla traccia durevole e la ripartizione estetico-disciplinare del sapere, a quello digitale, caratterizzato da ricombinabilità, intermedialità e sinestesia. Quali forme assumeranno il mito e il carattere di Ulisse non è ancora prevedibile, anche se nel delinearsi di un nuovo orizzonte degli eventi, già si lasciano intravvedere nuovi ibridi e archetipi: Case, il cowboy del ciberspazio di <em>Neuromancer </em>di William Gibson; Abelard Lindsay, il diplomatico, girovago “cane solare”  dello <em>Schismatrix</em> di Bruce Sterling; o il protagonista trans-temporale del <em>Calcutta Cromosome</em> di Amitav Ghosh, tanto per fare qualche esempio: nuovi eroi curiosi e inquieti che, sulle orme  dell’Ulisse già ibridato da Joyce (Bleephen, Stoom; Jewgreek, Greekjew: Martella1997) esplorano uno spazio culturale che non è più di carta. Ma Ulisse, discendente dal furfante Autolico e pertanto dalla genia di Ermes, maestro di tiri mancini e protettore di ladri e di interpreti, Ulisse che si è temprato nell’arte della metamorfosi attraverso una lunga lotta con Proteo, ed è s/oggetto della tecnica prima ancora che della prudenza e del pensiero illuminato, ha le carte in regola per sopravvivere a questo nuovo sommovimento epocale.</p>
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<p>Bibliografia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Blumenberg H., <em>Elaborazione del mito</em>, Bologna, Il Mulino, 1991.</p>
<p>Calasso R., <em>Le nozze di Cadmo e Armonia</em>, Milano, Adelphi, 1993.</p>
<p>Eschilo, <em>Prometeo incatenato</em>, Milano, Garzanti, 1988.</p>
<p>Farinelli F., <em>Geografia. Un&#8217;introduzione ai modelli del mondo</em>, Torino, Einaudi, 2003.</p>
<p>Ferrucci F., <em>L’assedio e il ritorno</em>, Milano, Mondadori, 1991.</p>
<p>Frasca G., <em>La lettera che muore</em>, Roma, Meltemi, 2005.</p>
<p>Horkheimer M. e Adorno T.W., <em>Dialettica dell’illuminismo</em> (1947), Torino, Einaudi, 1980.</p>
<p>Kafka F., “Il silenzio delle sirene” (1917), in <em>Tutti i racconti</em>, Milano, Mondadori, 1992.</p>
<p>Kant E., <em>Critica del giudizio</em>, Bari, Laterza, 1984.</p>
<p>Martella G., <em>Ulisse. Parallelo biblico e modernità</em>, Bologna, CLUEB, 1997.</p>
<p>Omero, <em>Odissea</em>, traduzione di Ippolito Pindemonte, Milano, Rizzoli, 1993.</p>
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		<title>Ulisse tecnologico #4</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/21/ulisse-tecnologico-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Aug 2019 05:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Martella 4. Prove e messe in scena Nel libro VIII dell’Odissea il re Alcinoo appresta il banchetto e i giochi in onore di Ulisse, chiamando Demodoco, rapsodo cieco, a cantare le gesta del ritorno degli eroi greci. In un rituale meticoloso, in cui si alternano danze, canti, libagioni e gare di destrezza, Odisseo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Martella</strong></p>
<p><em>4. Prove e messe in scena </em></p>
<p>Nel libro VIII dell’Odissea il re Alcinoo appresta il banchetto e i giochi in onore di Ulisse, chiamando Demodoco, rapsodo cieco, a cantare le gesta del ritorno degli eroi greci. In un rituale meticoloso, in cui si alternano danze, canti, libagioni e gare di destrezza, Odisseo viene pian piano irretito e sedotto, circuito egli stesso dalla potenza del culto, convinto a rivelare la propria identità narrando le proprie gesta. In questo seguito dettagliato di ripetizioni, sospensioni e riprese di gesti consueti, in questa esibizione cerimoniale, si vede bene come tecnica, rito e poesia siano intimamente connessi in quanto motori culturali. <span id="more-80012"></span>Si vede anche come la stessa magia poetica faccia in fondo tutt’uno con la ragione strumentale: cioè come l’ispirazione non prescinda mai da una tecnologia in uso ma sia essa stessa tecnica assimilata a tal punto da apparire naturale come il respiro. Presi infatti nella routine cultuale, prima Demodoco si sente pieno del dio e inizia a cantare, poi Ulisse, per empatia, si commuove anch’egli, si sveste come un serpente delle sue mentite spoglie e si rivela infine, prendendo la parola. Nell’alternanza di canto e silenzio, sgorga improvviso il pianto di Ulisse nel mentre ascolta della sua tenzone con Achille, eroe della forza votato al fato quest’ultimo, eroe dell’astuzia e artefice del proprio destino, Ulisse, protagonisti rispettivi dei due primi grandi poemi, l’Iliade e l’Odissea. (Ferrucci 1991: 55-61) La tensione fra questi due <em>modelli</em> di comportamento e di narrazione si scioglie ora nel pianto di Ulisse che prelude alla sua presa di parola. Ma prima c’è stato un intermezzo ludico-sportivo, dove l’eroe fu chiamato a dar prova di destrezza e lanciò il disco più lontano di tutti, riempiendoli di stupore e anticipando così l&#8217;esito della prova finale che farà a Itaca, dimostrando la sua maestria nell’uso dell’Arco.</p>
<p>Si svolge infatti alla reggia dei Feaci tutto un parallelo, un miraggio e un presagio, del ritorno e della rivendicazione conclusiva di Ulisse, personaggio e narratore. E si svolge qui l’Odissea parallela dell’aedo cieco Demodoco-Omero che di buon grado cede la parola a Ulisse: essa riecheggia il canto di un altro aedo, Femio (che all’inizio del poema narra a Itaca le gesta del ritorno degli eroi di Troia), che verrà infine risparmiato dalla vendetta di Ulisse proprio in virtù della immunità eccezionale riservata ai poeti, che è poi anche segno della funzione speciale della prestazione rapsodica nell’economia sociale arcaica. E&#8217; in queste corrispondenze interne all’Odissea, in questo gioco di specchi per cui l’identità e la patria appaiono davvero come miraggi e simulacri, e non per questo meno efficaci, che si frantuma  quel modello narrativo monolitico dell’assedio, dello stallo esistenziale, che era l’Iliade; esso trovava il suo specchio interno nelle raffigurazioni dello scudo di Achille, approntato da Efesto, in cui appare tutto il mondo arcaico greco coi suoi ordinamenti, le ripartizioni precise e fisse, tra cielo, terra e mare, città e campagna, pace  e guerra, nell’alternanza delle stagioni e dei riti. Un mondo regolato, chiuso e intangibile che gravita verso il suo centro, la immagine del cielo immutabile nei suoi cicli, come lo stesso poema in un’ineludibile succedersi di scontri e di accordi, di feste e di agguati, di amori e di morti, nell’anello gravitazionale  dell’assedio che non potrà  essere spezzato se non attraverso l’artificio tecnologico, il marchingegno del cavallo, partorito dalla mente di Ulisse: sta qui la svolta epocale da un regime culturale-narrativo e da una dimensione esistenziale all’altra, il passaggio dall’assedio al viaggio.</p>
<p>E all’artefatto del cavallo, che mette in moto l’Odissea, corrisponde quello dell’arco che la conclude. Questi due strumenti formano la <em>cornice tecno-logica</em> entro cui poi si dipanano tutte le peripezie di Odisseo e in cui trovano posto anche i residui di una sapienza mitico-magica anteriore, le profezie e gli amuleti che ninfe e divinità offrono a Ulisse per spianargli la via del ritorno. Come il velo di Ino Leucotea (che salva l’eroe dal naufragio e lo depone incolume sull’isola dei Feaci) dalla trama oramai consunta e trasparente, come il tessuto liso dei miti arcaici, la efflorescenza di schiuma dei più antichi ricordi, l’inconscio della comunità ellenica; o il moli, donato da Ermes all’eroe, antidoto magico contro gli incanti di Circe, erba che solo mani divine possono svellere dal suolo: simbolo della antica resistenza della natura alla tecnica, della prepotenza naturale che prevale sull’arcano potere del filtro di Circe che imbestia l’umano. Il potere magico degli amuleti, ancora persistente nella cultura del tempo, viene allora circoscritto e neutralizzato dai due grandi artifici tecnici che delimitano lo spazio dell’Odissea: il <em>cavallo </em>e l’<em>arco</em>. In mezzo ad essi, e tra essi mediatore, la <em>cetra</em>, lo strumento del canto e della finzione identitaria, la più potente fra le tecnologie, perché riguarda l’ordine del simbolico oltre che quello dell’azione, non solo i fatti dunque ma anche le interpretazioni, investendo l’intero ambito della trasmissione culturale.</p>
<p>A proposito della cetra, non bisogna dunque sottovalutare, nel canto VIII, la vicenda di Demodoco, il cantore cieco di Alcinoo, che echeggia il canto di Femio a Itaca e quello di Omero. Essa è la parallela <em>odissea del cantore</em> (Demodoco-Femio-Omero) che corrisponde a quella dell’eroe e con essa si intreccia proprio in questo canto, quando Ulisse si appropria della parola e diviene il soggetto teoretico-pratico del proprio destino – allorché il suono della cetra già anticipa quello dell’arco e i due strumenti quasi si fondono in dissolvenza, rimandandoci al canto XXII, quello della vendetta. La cetra, l’arte, appare dunque come strumento di mediazione tra teoria e prassi, e tra natura e tecnica. La cetra opera essa stessa nello spazio della <em>téchne</em> ma in una certa misura ne presiede gli ordinamenti procedurali che pure la mettono in gioco, rendendo efficaci le sue prestazioni: essa è lo strumento della poesia, <em>praxis téleias</em>, quel tipo di azione che tende a comprendere i propri fini nell’ambito le forme consentite da un certo media, creando perciò un mondo fittizio in grado di elaborare e alleviare il peso insopportabile del dato di fatto. Attraverso la tecnica della memoria, del canto, della poesia o declamazione (<em>Dichtung</em>), l’azione trapassa così insensibilmente nella rappresentazione. E tuttavia la potenza dell’arte cade pur sempre all’interno di quella della tecnica.</p>
<p>La cornice dell’Odissea è segnata dai due grandi stratagemmi del cavallo e dell’arco. Al loro interno si dispongono non solo i filtri e gli amuleti dell’ordine magico ma anche tutti gli altri <em>raggiri tecnologici </em>apprestati da Ulisse, dall’affilamento accurato del tronco d’ulivo con cui acceca Polifemo, al mezzo giro che poi compie aggrappandosi al ventre del montone per sfuggire alla sua ira, ai tappi di cera che mette alle orecchie dei rematori schiavi perché si sottraggano all’incanto ancestrale delle Sirene, alle corde  con cui si fa legare all’albero della nave, affinché lui, il signore, possa godere di quell’incanto della natura inconscia e fluida, senza tuttavia soccombere all’indistinto, perdendo identità umana e coscienza civile. Senza lasciarsi cioè sommergere dal canto delle onde cui risponde quello del sangue e liquefarsi nel mare immemore che non soffre né trattiene le figure della mente e su cui la <em>polytropia</em> nulla può. E’ un trucco da cantastorie, quello di trattenere nella sfera dell’arte, nei limiti della tecnica, l’incanto emotivo che tocca il <em>fondo del bios </em>e della coscienza, di frenare insomma l’abbandono dionisiaco coi nodi musicali apollinei, sublimando l’impulso erotico-mortifero e trasformandolo in esperienza estetica. Anche questo stratagemma è consono alla funzione dell’arte e della narrazione, anche se qualcuno (Kafka 1992: 428-29) afferma che a questo le sirene sono ammutolite da tempo, disdegnano di cantare per l’eroe illuminista, ossia tecnologico, che sta per portare a termine la stagione dei miti.</p>
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		<title>Ulisse tecnologico #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/12/ulisse-tecnologico-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Aug 2019 05:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Martella 3. Raggiri e rendiconti Nell’Odissea, i canti dal VI allo VIII, sono il cuore pulsante del poema. Alla fine del V, Ulisse è scampato all’annegamento grazie al velo della ninfa Ino Leucotea (velo semitrasparente della tradizione orale, in cui le figure si leggono in palinsesto). A questo velo, o drappo misterico, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Martella</strong></p>
<p><em>3. Raggiri e rendiconti </em></p>
<p>Nell’Odissea, i canti dal VI allo VIII, sono il cuore pulsante del poema. Alla fine del V, Ulisse è scampato all’annegamento grazie al velo della ninfa Ino Leucotea (velo semitrasparente della tradizione orale, in cui le figure si leggono in palinsesto). A questo velo, o drappo misterico, che segna il limite di ciò che può essere tramandato, spuma dell’onda del divenire, aura dell’identità individuale, si aggrappa Ulisse per non annegare nell’indistinta fluidità primordiale. <span id="more-80009"></span>Poi giace stremato dalla tempesta sulla spiaggia dell’isola, mentre la mano compiacente di Atena gli sparge il dolce sonno sugli occhi. A questo sonno ristoratore del naufrago corrisponde il sogno della vergine Nausicaa, sempre ispirato dalla dea, presagio di nozze imminenti, di un cambiamento di stato che le turba il cuore. Allora ella in fretta prepara carro e cavalli e scende al mare, dove incontra Ulisse.</p>
<p>Dal VI all’VIII, tra la spiaggia e la reggia dell’isola, è poi tutto un susseguirsi di rivelazioni, giochi e canti, alla cui fine l&#8217;eroe prende finalmente la parola.</p>
<p>Ulisse narra ad Alcinoo dei sette anni di oblio nell&#8217;isola di Ogigia, presso la Ninfa Calipso, della fuga sulla zattera e del naufragio, e gli manifesta infine il proprio desiderio di tornare a Itaca. Il re gli promette il suo aiuto e perciò scendono a riva per scegliere una nave, ed è lì che si appresta un banchetto, si chiama l’aedo Demodoco e così inizia il rituale del canto che condurrà, tra un interludio di gare e l’altro, alla presa di parola di Ulisse, cioè allo scambio delle parti dell’eroe e del narratore, che è fulcro del poema. Tale scambio rituale non è di natura sostanzialmente diversa dagli altri marchingegni di Ulisse e, per quanto speciale, esso rimane tuttavia in carattere con l’occasione cerimoniale e col multiforme ingegno dell’eroe. Per quanto decisiva, cioè, questa svolta nel poema è nelle corde dell’eroe, fa parte della sua capacità di imprimere svolte all’azione e al discorso (<em>polytropia</em>). Noi l’abbiamo intesa in modo forse riduttivo come “multiforme ingegno” o addirittura astuzia.</p>
<p>Ma la curvatura della sua mente è anche la <em>curvatura</em> dello spazio culturale pre-euclideo dell’epoca sua: nessuna trasmissione univoca del sapere ma un reticolo di storie, narrate qua e là, che si intrecciano a rizoma, si curvano sotto il peso delle potenze di turno, delle egemonie locali, del prestigio dei singoli, uomini di azione e di parola, capitani e menestrelli. Re, sacerdoti e cantastorie. E’ curvo e dedaleo, questo spazio, come la geografia culturale cretese-micenea che trova appunto nel <em>labirinto</em> il suo simbolo centrale. E al suo centro il mostro dell’inconscio si fa incontro all’eroe fondatore di città (Teseo, Perseo, Cadmo). Il filo di Arianna che salva Teseo, concedendogli la vittoria e il ritorno, è anch’esso un marchingegno che preannuncia il filo del racconto che tiene la rotta e cuce l’identità di Ulisse, tra mille peripezie e trasformazioni. E’ lo stesso filo con cui è tessuta la tela di Penelope, ascoltatrice attenta, paziente e fedele, mente pari a quella dell’eroe-cantore, che s/cuce giorno per giorno, seleziona, taglia e incolla, pezzi del folklore greco arcaico, come fa Odisseo-Omero, e li fissa in un ordito scritto, in un intreccio debole e multiplo, e tuttavia uno: le vicende degli eroi di Troia, le avventure di Ulisse a spasso nel mediterraneo, la geografia fisico-politica greca, l’insieme di storie circolanti, la ghirlanda dei miti narrati da mille cantastorie. La curvatura della mente-memoria di Ulisse, la sua <em>topologia</em>, coi suoi spazi e soglie di catastrofe, è l’orizzonte di senso, la matrice, entro cui si delinea il nuovo regime di trasmissione culturale, la mappa geo-politica della Grecia classica &#8211; nell’orizzonte di transizione tra parola e scrittura.</p>
<p>La <em>polytropia</em> di Odisseo, ovvero la capacità di porre in essere o subire le svolte del caso, non è semplice astuzia del personaggio, “l’organo con cui il Sé sostiene le avventure, e fa getto di sé per conservarsi”. (Horkheimer e Adorno 1980: 56) Ma è anche la perizia del narratore in grado di prefigurare lo spazio di quella nuova “finzione” che sarà la coscienza letteraria greca e occidentale. E’ una piega che apparenta la inveterata inclinazione alla menzogna di Ulisse alla funzione sociale della fiction, a partire dalla omerica capacità di reinvenzione e trasposizione letteraria del retaggio mitico orale.</p>
<p>Per caratterizzare l’eroe è dunque preferibile il termine ‘raggiro’ che racchiude quelli di astuzia, inganno e rivolgimento (<em>tropé</em>), come istanza della coscienza rammemorante-narrante che prende forma nel carattere di Odisseo: il cui riverbero si avvertirà in tutti gli stratagemmi narrativo-speculativi della moderna coscienza letteraria borghese fin dai suoi albori. Nel senso preciso del raggiro che coinvolge uomo e dio, vittima e sacerdote, nel sacrificio fondatore di una identità individuale e collettiva, è vero allora che l’astuzia ha origine dal culto e ne costituisce la quintessenza, proprio come finzione-tramite tra la coscienza del servo e quella del signore, raggiro che coinvolge vittima e artefice, personaggio e regista del <em>sacrificio</em>. Ma tale raggiro è anche la circolazione rituale delle parti nella fiction, effetto di trasposizione del più fondamentale dei meccanismi, quello dello scambio dei funtivi nel rito sacrificale che consente la legittimazione “sacerdotale dell’assassinio mercé l’apoteosi dell’eletto”. Qui sta il nesso intrinseco tra sacrificio e teofania, immolazione della vittima e manifestazione del dio. Il raggiro va dunque anzitutto inteso come stratagemma tecno-logico per la delimitazione del <em>sacro</em>, per la istituzione della norma nella comunità e del senso nella storia, cioè per la fondazione dell’intero ordine del rito-mito-racconto. La sua traccia si continua a scorgere ancora nel gesto imperioso, nello sguardo incantatore, nella voce suadente dell’Antico Marinaio di Coleridge e di ogni cantastorie nato, che delimita la cerchia dell’ascolto e in cui si perpetua la primitiva vocazione al sacrificio di sé (in quanto eroe cultuale e culturale) in vista della purificazione e immunizzazione della propria comunità dall’antagonismo delle passioni in eccesso. In questo scambio di parti l’irrazionalità del sacrificio e l’astuzia della ragione in fondo coincidono nella funzione comune di mantenere una coesione salvifica, per quanto illusoria e provvisoria, della comunità arcaica. E&#8217; questo il raggiro fondatore che è il motore del rito/mito.</p>
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		<title>Ulisse tecnologico #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2019 05:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Martella (Qui la prima puntata.) 2. Il gioco delle parti   E’ solo la costanza delle versioni dell’intreccio a garantire l’identità dell’autore-eroe. Odisseo e Omero che si scambiano le parti del narratore nel mezzo del poema, in quella splendida scena cerimoniale alla reggia dei Feaci, non sono Nessuno senza la fissazione della polytropia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Martella</strong></p>
<p>(<a href="https://www.nazioneindiana.com/2019/07/29/ulisse-tecnologico-1/">Qui la prima puntata.</a>)</p>
<p><em>2. Il gioco delle parti  </em></p>
<p>E’ solo la costanza delle versioni dell’intreccio a garantire l’identità dell’autore-eroe. Odisseo e Omero che si scambiano le parti del narratore nel mezzo del poema, in quella splendida scena cerimoniale alla reggia dei Feaci, non sono Nessuno senza la fissazione della <em>polytropia</em>, della figuralità vagante del linguaggio orale, nel medium della scrittura incipiente. Essi rimangono dei funtivi narrativi vuoti e liberamente appropriabili ad ogni nuova <em>performance</em> dal rapsodo di turno che, invasato dal Dio, pieno di é<em>nthousiasmos</em> e in possesso della mnemo-tecnica formulare, dà loro “a local habitation and a name” (Shakespeare), per un uditorio occasionale. <span id="more-80005"></span>Odisseo e Omero sono degli indicatori, dei deittici, degli <em>oudeis</em>, la cui signific/azione è legata al qui e ora del gesto imperioso, della voce suadente e del corpo appassionato dell’interprete: vuoti funtivi di una performance in cui la mimesi tocca la mimica. E’ questo il retroterra mitico orale dell’epos omerico: fluido mediterraneo di storie, magma di varianti che sono ‘il sangue del mito’. (Calasso 1993) Con l’avvento della scrittura si aprì una nuova dimensione per il linguaggio e la cultura, per la significazione dell’identità e della differenza psicosociale. Si inaugurò l’odissea del nome proprio, che si stacca dalle altre parti del discorso per assumere il suo ruolo sovrano di indice di una identità stabile per cui i diritti acquisiti e le eredità trasmesse potranno da ora in poi essere protetti da norme grammaticali e giuridiche.</p>
<p>Eccedenza ed emergenza, quella del nome proprio, che funge da cardine di un nuovo sistema di permutazioni e generalizzazioni, di un nuovo ordinamento della realtà, del <em>logos</em> che si innesta sul retaggio del mito. L’<em>epos</em> costituisce questo stadio di transizione, questo primo processo alla parola, che segna il passaggio da un’epoca della civiltà all’altra. E l’Odissea è anzitutto odissea del nome proprio, che con la sua designazione singolare costituisce l’eccezione attorno a cui ruota tutto il nuovo regime normativo del discorso. Qui in particolare si tratta del nome dell&#8217;<em>eroe-narratore</em>, quello che fa da tramite fra lo spazio-tempo dell’enunciato e quello dell’enunciazione. Nel nome di Odisseo, e nello spazio di transizione tra parola e scrittura che quel nome designa, si attua infatti la coincidenza, impensabile nell’orizzonte mitico orale, fra la persona (o maschera) dell’eroe e quella del narratore, e con ciò si apre il genere epico come compimento-superamento del mito, e come primo stadio di quel passaggio al <em>logos </em>la cui tappa successiva sarà quella della tragedia attica antica. Che cosa c’è infatti in un nome? C’è il nocciolo di ogni rappresentazione: nell’atto del battesimo c’è l’inizio stesso del linguaggio e del racconto, cioè dei primi ordinamenti procedurali della realtà. Gli dei e gli eroi avevano ovviamente già nomi nella tradizione orale, dai primi balbettii dell’umanità, ma è col battesimo dell’eroe narratore Odisseo-Omero, in quanto <em>oudeis polytrops</em>  (uno dai molti raggiri), e con l’acquisizione dei suoi diritti di autore, che la tradizione fa un salto e l’identità psico-culturale si fissa e configura in modi nuovi, attraverso tutto il ventaglio di generi letterari  che ora già si profila all’orizzonte: dal dialogo dei tragici a quello platonico, alla retorica sofistica, alla logica aristotelica, alla storiografia e alla biografia classiche, al romanzo ellenistico, e via dicendo fino ai nostri giorni. Con Odisseo, eroe-narratore, si schiude allora un nuovo ordine del discorso e una nuova epoca della civiltà.</p>
<p>Nello spazio luminoso e sonoro della reggia di Alcinoo e Nausicaa, luogo di giochi e di canti, specchio della patria immaginaria cui Ulisse vuol fare ritorno, l’eroe mitico prende la parola e diviene narratore-rapsodo delle proprie gesta, mentre il narratore impersonale, il rapsodo di turno,  Demodoco, passa la mano. L’eroe diviene narratore e il narratore diviene eroe culturale. Col gesto decisivo del cedere la parola al proprio personaggio, Omero acquista il diritto di autore, l’autorità e l’aura, il prestigio del poeta, quali oggi li conosciamo. Nell’Odissea, in quel passo, dunque d’un sol colpo nascono l’autore, l’eroe e l’opera in senso moderno; si affermano cioè il diritto d’autore, il nome dell’eroe e l’aura dell’opera. E’ un passaggio epocale: in questo gesto di ‘intercessione’ le parole trasecolano. Si apre l’orizzonte della reincarnazione del verbo in vista di un nuovo <em>télos</em>, di quella allora inedita finalità senza scopo (Kant 1984) che avrebbe caratterizzato l’esperienza estetica come provincia autonoma della cultura moderna. L’occasionale performance rapsodica che pure era il tutto della tradizione orale, comincia allora a specializzarsi, la poesia comincia a divenire <em>praxis téleias</em> e il suo effetto tende a racchiudersi nella sfera estetica, dove la mimesi viene destituita della sua funzione universale di motore culturale e inizia a inclinare verso quella più specifica del rimedio omeopatico dall’eccesso di passioni, cioè verso quella funzione catartica che si realizzerà in pieno solo coll’avvento della tragedia e diverrà il fulcro della poetica di Aristotele e di tutte le estetiche avvenire, regioni circoscritte nel nuovo spazio disciplinare filosofico. Sicché la funzione di purificazione dalle passioni (o attraverso le passioni) sarà ingenerata proprio dal seguito di peripezie e riconoscimenti dell’intreccio (che diverrà ben più unitario e logico nella tragedia), che sono comunque eredi di quelle circonvoluzioni e capovolgimenti del discorso in azione, del corpo narrante di Odisseo, l’eroe-narratore archetipo, che è come la matrice del pensiero occidentale intero, sia scientifico che letterario.</p>
<p>La presa di parola dell’eroe è il passaggio epocale, la trasecolazione del soggetto nella maschera e viceversa. Smorfia d’autore e smorfiatura del futuro nella fiction che fondano le funzioni predittiva e profetica oltre che consolatoria dell’arte. Alla reggia dei Feaci si ridefinisce insomma l’intera valenza della dizione poetica (<em>Dichtung</em>) come mezzo di riproduzione tecnico-culturale, nella nascente civiltà della scrittura. Da ora in poi tale funzione si compirà in modo indiretto, nel laboratorio circoscritto della fiction, dell’esperimento artistico autonomo, nello spazio disciplinare dell’estetica. Commosso e convinto dai canti di Demodoco che è pronto a cedergli la parola, Ulisse, gli occhi colmi di lacrime, inizia infine a narrare le proprie peregrinazioni. Il primo nucleo del soggetto moderno, riflessivo e commosso, che troverà nei secoli altre illustri incarnazioni, da Amleto agli eroi romantici, si coagula così in quel luogo del canto, in quel miraggio di armonia, in quella patria immaginaria, l’isola dei Feaci che è e non è Itaca, specchio interno e cassa di risonanza dell’Odissea e dell’intera civiltà letteraria occidentale. Un&#8217;altra grande opera le farà eco a distanza di secoli, l’<em>Ulisse</em> di Joyce dove la scena omerica verrà scissa in due distinti episodi, quelli delle Sirene e di Nausicaa, reggia e spiaggia del miraggio di una patria, dove si sdoppiano le dimensioni dell’ascolto e della visione, segnando una nuova tappa nella lunga storia della passione del verbo che si fa carne.</p>
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		<title>Ulisse tecnologico #1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/29/ulisse-tecnologico-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 05:00:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ulisse]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Martella Marchingegni Ulisse, ingegnoso e mendace, è uno dei più noti eroi culturali di ogni tempo. Le sue astuzie proverbiali rimangono impresse nei nostri ricordi e tra esse spicca quella da lui messa in atto nella grotta di Polifemo, dove secondo alcuni si svolge “lo scontro tra chi si muove e chi sta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Martella</strong></p>
<ol>
<li><em>Marchingegni </em></li>
</ol>
<p>Ulisse, ingegnoso e mendace, è uno dei più noti eroi culturali di ogni tempo. Le sue astuzie proverbiali rimangono impresse nei nostri ricordi e tra esse spicca quella da lui messa in atto nella grotta di Polifemo, dove secondo alcuni si svolge “lo scontro tra chi si muove e chi sta fermo: l’opposizione originaria, il cui esito, favorevole alla mobilità, ha fatto di quest’ultima la condizione fondamentale per tutto quello che chiamiamo cultura.” <span id="more-79973"></span>(Farinelli 2003: 94) Ulisse è certo un soggetto nomade, sia in senso letterale che figurato. Egli è l’eroe viaggiatore ma anche la mente saggia e inquieta, attenta e curiosa che lo accompagna e guida, talora prendendo le sembianze della dea Atena, protettrice della più illustre capitale culturale d’Occidente e quant&#8217;essa attrezzata sin dalla nascita alle lotte per la vita.</p>
<p>Per alcuni (Ferrucci 1991: 54) è il più moderno tra gli eroi omerici e per altri (Horkheimer e Adorno 1980: 51) addirittura il prototipo del soggetto borghese-illuminista, ma Ulisse è soprattutto un <em>eroe della tecnica</em>: il che viene spesso dimenticato. L’epiteto di <em>polytropos</em> è stato per lo più assimilato a quello di <em>polymetis</em> e così tradotto come “uomo dal multiforme ingegno”.  Ma <em>tropé</em> in greco significa anzitutto “svolta, curvatura, trasposizione”. Ulisse possiede infatti una mente tortuosa pari a quella del suo antenato Crono, incarnazione del tempo, principio generativo del racconto. Le molte circonvoluzioni di questa mente, le sfaccettature del suo carattere, le risorse e le astuzie, le maschere e le menzogne, i trucchi e gli stratagemmi che adotta, spesso si concretizzano con l’uso di amuleti o strumenti: nello spazio incerto tra magia e tecnica.  Ed è proprio il passaggio dalla concezione mitico-magica più arcaica a quella tecno-logica più recente, al pari di quello dal rito sacro allo spettacolo profano (gare e canti alla reggia dei Feaci, carneficina teatrale a quella di Itaca), vale a dire l’intera operazione del disincanto del mondo, quella che si compie nell’epos omerico come elaborazione del mito (Blumenberg 1991) e si concretizza nei tratti del carattere dell’eroe e nelle sue astuzie, a partire da quella del cavallo di legno che sblocca la situazione di stallo nell’assedio di Troia e ci conduce dal mondo più arcaico dell’Iliade a quello più moderno dell’Odissea, producendo anche la transizione dal primo al secondo grande modello della narrativa occidentale: dall’assedio al ritorno (Ferrucci 1991). Il fulcro di questo secondo modello è poi un altro stratagemma, che riguarda stavolta direttamente l’ordine del discorso: l’adozione del <em>personaggio-narratore</em>, Odisseo, che sottende il sorgere di un intero nuovo tipo di memoria e di identità culturale. Ulisse, non appena può, sempre anela infatti a rinarrare le proprie gesta per poter così nutrire il ricordo della patria e il desiderio di ritornarvi, evitando di farsi sviare da lusinghe occasionali o sommergere da forze naturali avverse. Mantenendo insomma, nel corso dei cambiamenti, un nucleo intatto di identità, una costanza iconica riposta nel più profondo inconscio psichico e culturale. La sua narrazione costituisce dunque nel contempo il centro di trasmissione, l’orizzonte d’ascolto e la mappa della cultura mediterranea del tempo. Per questo, le astute svolte del suo pensiero, le figure e gli accorgimenti del suo discorso, gli itinerari intrecciati del suo viaggio, fanno tutt’uno col termine <em>polytropos</em> e si risolvono in esso: Odisseo-Nessuno (<em>Odeis</em>) è il funtivo, il soggetto mobile, di tutti questi raggiri, svolte e capovolgimenti che si caratterizzano tutti come esperimenti tecno-logici atti a mettere progressivamente a distanza l’orizzonte magico già all’interno di quello mitico e poi di quello epico. Non per nulla Ulisse è il prediletto della più razionale tra le dee, Atena, e tutte le teofanie dell’Odissea si collocano comunque tra l’inganno del cavallo e la prova dell’arco: controlli severi ed esperimenti cruciali condotti sulla tenuta del sapere-potere della civiltà greca arcaica.</p>
<p>Se Prometeo ha donato le tecniche e il linguaggio agli uomini, Ulisse è colui che poi li ha messi a frutto. Entrambi pagano un prezzo salato per il disincantamento del mondo e il dominio sulle potenze primordiali della natura. Fra i Titani infatti Prometeo è il tipo più moderno (così come lo è Ulisse tra gli eroi omerici) e conosce perfino il segreto della caduta di Zeus, (Eschilo 1988) quanto a dire della fine della religione Olimpica e della nascita della filosofia naturale presocratica. Ma Prometeo è tragicamente legato a quell’unico inaudito gesto del furto del fuoco agli dei e deve indefinitamente espiare: egli è soggetto al pathos della tecnica in quanto destino dell’uomo. Mentre Ulisse è uomo di azione, che usa la tecnica all’occasione e l’ha introiettata come principio di variazione delle sue scelte pratiche e di costituzione di un <em>ethos</em> attraverso una serie di nessi mnemonico-narrativi (<em>proairesis</em>). Prometeo è l’eroe della tecnica quale appare in sé, ossia per noi, Ulisse è invece l’eroe della tecnica quale appare per se stessa, nella sua messa in opera. L’Odissea rappresenta infatti la dialettica tra la prepotenza della natura e il rimedio-veleno (<em>pharmakon</em>) della tecnica, quanto a dire che predelinea l’arco di sviluppo della “ragione strumentale” che ha retto la civiltà occidentale-planetaria nel suo complesso e fino ad oggi. Una civiltà la cui base materiale è di ordine tecnologico prima che economico-politico, poiché l’economia e la politica, così come l’arte e il linguaggio, sono comunque delle tecniche, sicché le forme di riproduzione, scambio, associazione e rappresentazione, dipendono dagli strumenti tecnologici disponibili in una data epoca. Siano essi di ordine fisico o concettuale: la clava o il martello, lo stilo o il coltello, il seme o la lenza, l’aratro o la vela; la parola, la scrittura, i numeri: siano cioè essi di ordine materiale o simbolico.</p>
<p>Sicché l’<em>Odissea</em>, ancor prima di testimoniare nel suo complesso la “dialettica dell’Illuminismo”, cioè le complicazioni di natura e pensiero, riguarda quelle di natura e tecnica che segnano l’evoluzione culturale. O meglio, l’evoluzione della tecno-logia, in quanto dominante culturale: a partire dalla tecnica della scrittura che ha segnato il passaggio dal mito all’epos, e poi (attraverso la tragedia attica) al logos. Quella di Omero è infatti anzitutto <em>odissea della parola</em> nel nuovo medium della scrittura: Ulisse ne è l’eroe. Si può ben convenire allora, ma solo in questo senso, che l’Odissea “è già una stilizzazione nostalgica di ciò che non si può più cantare” (Horckheimer e Adorno 1980: 51) o declamare formularmente ma solo scrivere. Perché, prima che borghese-illuministico, Ulisse è eroe tecnologico-letterario. Eroe del passaggio dalla civiltà della parola detta a quella della parola scritta, dal mito alla tradizione letteraria.</p>
<p>In questa prospettiva tecnologica, dunque, si può anche asserire che l’Odissea “forma l’intreccio di storia e preistoria”, (<em>ibid</em>.: 54) ma solo in quanto segna la sintesi di oralità e scrittura. Poiché “l’unità imposta alle leggende diffuse” che si attua nei poemi omerici è anzitutto dell&#8217;ordine della trascrizione. E se le avventure di Ulisse rappresentano certo un processo di individuazione culturale, la produzione di un’identità psico-sociale sempre minacciata di regresso e dissoluzione sia ad opera della prepotenza naturale che per l’eterna lotta tra servo e signore, e se l’intreccio dell’Odissea è ancora debole e non unitario (sia rispetto a quello della tragedia attica antica che a quello del romanzo borghese moderno), come molti hanno sostenuto, ciò accade proprio perché esso scaturisce da una costellazione di varianti orali. Tale episodicità di questo intreccio dipende dunque proprio dal passaggio tra due media diversi e può ben cogliersi nelle <em>s-cuciture </em>che sono altrettante cifre di una transizione epocale e che si traducono poi tematicamente nel taglia e cuci della tela di Penelope, che corrisponde sul polo della ricezione alle peripezie cantate da Demodoco e riprese da Ulisse alla reggia dei Feaci: luogo simbolico della transizione fra canto e scrittura nel poema. Esso avrà a distanza di secoli un esatto equivalente nell’episodio dell’Ormond Bar (o delle <em>Sirene</em>) dell’<em>Ulisse</em> di Joyce, dove alla performance dei cantastorie dublinesi farà riscontro la stesura della lettera di Ulisse-Bloom alla sua corrispondente sentimentale, la dattilografa Marta Clifford. Al di là di ogni minuta allusione, Joyce intende infatti ricreare qui quella tensione fra musica, parola e scrittura che reggeva l’impianto dell&#8217;<em>Odissea</em>.</p>
<p>E&#8217; nell’orizzonte di una filologia dei media (Frasca 2005) che va anzitutto valutato perciò il rapporto fra il capolavoro di Joyce e il suo antecedente omerico. Così come nel medesimo orizzonte vanno rilette anche le astuzie di Ulisse, le inclinazioni del suo cuore e le circonvoluzioni della sua mente, cioè la capacità di imporre o sopportare svolte e capovolgimenti di fortuna, che attraverso il tempo e l’abitudine diventano cifre del suo carattere astuto e sfaccettato, del suo discorso accorto e persuasivo: insomma, del suo essere <em>polytropos</em>. Ulisse dai molti giri e raggiri, erramenti ed errori, si trova tutto racchiuso in questo aggettivo senza il quale egli rimarrebbe sospeso nello spazio tra ognuno (<em>Oudeis</em>) e neppure uno (<em>Oudeis</em>): Odisseo infatti non è neppure un nome, solo un pronome personale indefinito, un Nessuno, una non entità che fluttua nello spazio pronominale come un’anima in attesa della prossima reincarnazione. Odisseo e la sua vicenda non sono nulla di definito senza l’epiteto di <em>polytropos</em>, quello delle molte svolte e raggiri che qualificano sia il carattere dell’eroe che la natura dell’intreccio del poema. L’Odissea era infatti in origine solo la rapsodia orale capace di richiamare alla memoria e di trasmettere i contenuti di una cultura comune, le forme di un ethos condiviso. Essa poi man mano divenne una <em>polytropia</em>, una molteplicità di figure del discorso e dell’azione, raccolte in un unico per quanto sfilacciato intreccio e trasmesse dal nuovo media della scrittura in virtù del quale soltanto le ghirlande dei miti, l’innumerevole messe di varianti e di formule, di toni e di timbri, di registri e dialetti, poterono essere ‘logicamente’ raccolti (<em>léghein </em>da cui <em>logos</em>) e fissati infine in una unica versione canonica, attribuita all’ultimo rapsodo-redattore: Omero.</p>
<p>*</p>
<p>Nota.</p>
<p>Quando, a diverse riprese, mi sono occupato della figura e della storia di Ulisse, ho sempre fatto riferimento alle traduzioni classiche in versi del Monti (Iliade) e del Pindemonte (Odissea), che avevo nella mente e nel cuore fin da ragazzo. Mi sembrava che fossero sufficienti al mio approccio non affatto filologico, ma decisamente eclettico e semmai attento alle tipologie della cultura e dei media. Ora che ho rimesso mano ai miei vecchi appunti per il presente saggio, ho voluto fare anche una ricognizione delle traduzioni più recenti, e fra esse mi hanno colpito quelle di Daniele Ventre (<em>Iliade</em>, Messina, Mesogea, 2010; <em>Odissea</em>, Messina, Mesogea, 2014,) che non è solo un classicista ma anche un narratore e poeta a sua volta, e che pertanto riesce a rendere in modo mirabile sia le svolte dell’intreccio che le cadenze dell’esametro greco. Solo per caso ho scoperto infine che egli fa parte della redazione di Nazione Indiana e pertanto mi auguro che questo mio lavoro da dilettante possa incontrare il suo interesse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ἰθάκα (παίγνιον γ&#8217;)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2014 20:07:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[musica leggera che fa bene]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Ἰθάκα Ὄμμασι δερκόμενος μόρον εὐκλέα, ὄρχαμε λαῶν, ναυτάων ἐπιδευομένων οἴνω καὶ ἐδωδᾶς μῶν αλεγεῖς, ἐσορᾷς τ&#8217;ἐρετὰν ὃν ἄκοιτις oΐει τεθνακέναι, κώρας βασιλήων πᾶσιν ἐν ὄρμοις εὐρόμενός γ&#8217;; Ἰθάκα, τύ δ&#8217;ἐμεῦ μόνος οἶκος ἔοισα. Ὦ Ἰθάκα, θέλον οἴκαδ&#8217;ἴμεν, φύγεμεν δὲ θαλάσσας. Ὅσσα γάρ ἅμβροτες, ἄμμες ἐτείσαμες, ὄρχαμε λαῶν, αὐτὰρ ἐμοὶ γελάοντι θεοὶ, ὧν [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Ἰθάκα</p>
<p>Ὄμμασι δερκόμενος μόρον εὐκλέα, ὄρχαμε λαῶν,<br />
ναυτάων ἐπιδευομένων οἴνω καὶ ἐδωδᾶς<br />
μῶν αλεγεῖς, ἐσορᾷς τ&#8217;ἐρετὰν ὃν ἄκοιτις oΐει<br />
τεθνακέναι, κώρας βασιλήων πᾶσιν ἐν ὄρμοις<br />
εὐρόμενός γ&#8217;; Ἰθάκα, τύ δ&#8217;ἐμεῦ μόνος οἶκος ἔοισα.</p>
<p>Ὦ Ἰθάκα, θέλον οἴκαδ&#8217;ἴμεν, φύγεμεν δὲ θαλάσσας.</p>
<p>Ὅσσα γάρ ἅμβροτες, ἄμμες ἐτείσαμες, ὄρχαμε λαῶν,<br />
αὐτὰρ ἐμοὶ γελάοντι θεοὶ, ὧν αἴτιος ἠμί·<br />
τεθναὼς βασιλεὺς ἔθανες θ&#8217;υἱός τ&#8217;ἔνι οἴκοις·<br />
οὐκ ἀπιόντος ἐμεῦ πεινᾷ πολυδίψιος οἷκος.<br />
Ὦ Ἰθάκα, Ἰθάκα, τύ δ&#8217;ἐμεῦ μόνος οἶκος ἔοισα.</p>
<p>Ὦ Ἰθάκα, θέλον οἴκαδ&#8217;ἴμεν, φύγεμεν δὲ θαλάσσας.</p>
<p>Μήτι δ&#8217;αὖ περίεσσι δόλοισί τε, ὄρχαμε λαῶν·<br />
ἀνδρὸς δ&#8217;οὐ μνάσθης πεφοβημένω ἥματα πάντα;<br />
ἀλλὰ καὶ ὥς γε φόβω τερψέω γεύσεως ἀτόποιο·<br />
πᾷ δ&#8217;ἑτέρα χθὼν ἔστιν ἅμ&#8217;ἔψομαι ἀιὲν ἔτοιμος,<br />
ἱέμενός γ’Ἰθάκαν ἐμέθεν μόνον οἶκος ἔοισαν.</p>
<p>Ὦ Ἰθάκα, Ἰθάκα, τύ δ&#8217;ἐμεῦ μόνος οἶκος ἔοισα.<br />
Ὦ Ἰθάκα, θέλον οἴκαδ&#8217;ἴμεν, φύγεμεν δὲ θαλάσσας.</p>
<p>[<strong>Pseudotraduzione</strong><em></p>
<p>Mentre alzi gli occhi a un destino glorioso, o signore di genti,<br />
forse per noi marinai cui bisogna vino e vivanda<br />
soffri, lo vedi chi sta sui remi -e la moglie lo crede<br />
morto oramai -mentre tu sai trovarne a tutti gli approdi<br />
figlie di re? Ah, tu sola, mia Itaca, l&#8217;unica patria!</p>
<p>Itaca, a casa io volevo tornare e fuggire dal mare.</p>
<p>Noi ogni volta che sbagli paghiamo, o signore di genti,<br />
ridono invece gli dèi per me, per le colpe che ho io;<br />
quando tu muori, a morire è un re, nelle case hai tuo figlio,<br />
ma la mia casa assetata avrà fame, se non ci torno.<br />
Itaca, Itaca, tu che sèi la mia unica patria!</p>
<p>Itaca, a casa io volevo tornare e fuggire dal mare.</p>
<p>Per la saggezza e gli inganni tu vinci, o signore di genti,<br />
ma non ricordi il soldato che tutti i suoi giorni ha paura;<br />
E tuttavia la paura la gusto, uno strano sapore;<br />
dove che sia nuovo mondo, io ti seguirò sempre allerta<br />
io che pur Itaca cerco, che è la mia unica patria!</p>
<p>Itaca, Itaca, tu che sèi la mia unica patria,<br />
Itaca, a casa io volevo tornare e fuggire dal mare.]</p>
<p><strong>Testo originale</strong></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Xxk-j8YugkA&amp;feature=kp"></a><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ὀδυσσεύς (Παίγνιον)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2014 14:14:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[musica leggera]]></category>
		<category><![CDATA[musica leggera che fa bene]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Χρή με φάναι μὲν ταῦτα, καὶ ἀτρεκέως καταλέξαι, οὐ κεχρημένος ἦα θαλάσσης, εἶπερ ἔμοιγε ἄλλο ἐπεκλώσαντο θεοὶ οἳ Ὄλυμπον ἔχουσι θνητοί τ&#8217;ἄνθρωποι, καὶ ποντοπορεῖν μ&#8217;ἐκέλευσαν. Ἀυτὰρ ἐγὼ νῆσον μὲν ὀρῶν κραναήν περ ἔουσαν καί γουνοῖσ&#8217;ἐπὶ πᾶσιν ἐλαίας μῆλά τ&#8217;ἔχουσαν, τὴν δὲ μάλιστα ἐγᾦδα φιλεῖν ἐν ἀγήνορι θυμῷ, τὴν φρένεσιν δ&#8217;ἐν ἐμοῖς ἀγραύλων [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Χρή με φάναι μὲν ταῦτα, καὶ ἀτρεκέως καταλέξαι,<br />
οὐ κεχρημένος ἦα θαλάσσης, εἶπερ ἔμοιγε<br />
ἄλλο ἐπεκλώσαντο θεοὶ οἳ Ὄλυμπον ἔχουσι<br />
θνητοί τ&#8217;ἄνθρωποι, καὶ ποντοπορεῖν μ&#8217;ἐκέλευσαν.<br />
Ἀυτὰρ ἐγὼ νῆσον μὲν ὀρῶν κραναήν περ ἔουσαν<br />
καί γουνοῖσ&#8217;ἐπὶ πᾶσιν ἐλαίας μῆλά τ&#8217;ἔχουσαν,<br />
τὴν δὲ μάλιστα ἐγᾦδα φιλεῖν ἐν ἀγήνορι θυμῷ,<br />
τὴν φρένεσιν δ&#8217;ἐν ἐμοῖς ἀγραύλων ἔργα φιλοῦσι,<br />
νῆσον ἀρώτροισίν τ&#8217;αγαθήν γε καὶ ἄλφισι λευκοῖς,<br />
-οὐ γὰρ ἔχουσ&#8217;ἀλιεῖς αὐτὴν οὐδ&#8217;ἴστια νηῶν-<br />
τῇ μὴν ἀργυριᾶ τ&#8217;ἵδρως καὶ δῶρον ἀρουράς,<br />
τῇ δ&#8217;ἐμοί ὧσπερ χρυσὸς ἔην οἶνος καὶ ἔλαιον.</p>
<p>Ἀλλ&#8217;ὅτε μὴν ἐς ὄρη ποτιδέρκεαι ἀντιόωντα,<br />
δὴ τότε καὶ τόδε γ&#8217;οἶσθ&#8217;ὅτι ἔλκεαι οὖρος ἐς ἄλλο,<br />
νήσου ἀπ&#8217;ἀμφιρυτῆς προυκλήθης νῆσον ἐπ&#8217;ἄλλην.<br />
Εἰδώλοις μορφὴν τότ&#8217;ἐγὼ καὶ ὀνείρασι δῶκα,<br />
καὶ νῆας ποίησα ἐυσσέλμους εὐπήκτους<br />
εἰν ἁλὶ δ&#8217;αὖ κοιλῇς μέλαν&#8217;ἴστια νηυσὶ πέτασσα,<br />
αὔτικ&#8217;ἀμειψάμενος βίοτον φίλον, αἶψά μ&#8217;ἔμαρψε<br />
ἅλς ἀμελής, ᾔδειν δ&#8217;ὅτι εἰν ἁλὶ πότμον ἔνισπον,<br />
ὡς τετελεσμένος ἔσται, ἀεὶ φρεσὶ μερμηρίζων<br />
εἴ μοι ποντοποροῦντι ἅ ἔλπισα πάντα τελέσσει.</p>
<p>Αὐτὰρ δὴ πρὸ τ’ἔοισι καὶ ἐσσομένοισιν ἔοντα<br />
συμμίχθη καὶ ὔδωρ τε καὶ ἅλμυρα θυμὸν ἔκαυσε<br />
καὶ πάντεσσιν ὄδοισι νέα τοι ὔφανται ἀοίδα<br />
καὶ μόρφαν ἐν ἀοίδᾳ ἀμείβετο πέρρατα γαίας<br />
καὶ γεύσας τὰ μὴ εἶεν ἐοίκοτα ἆδύ γ’ὄλεθρος</p>
<p>Λευκοῖσιν δὲ πόρευσα ἐπ&#8217;ἤμασι μύδρῳ ὁμοίοις<br />
ἡελίου, ἄνεμός τε χέρες τ&#8217;ἐρετῶν ἐκυβέρνων,<br />
χεὶρ ἐπὶ πηδαλίου, αἰεὶ ἔχον ὄμμ&#8217;ἐπὶ πρώρην<br />
νύκτα δι&#8217;ὀρφναίην ἐλθὼν καὶ ἐπ&#8217;ὄμμασι λεύσσων<br />
ἄστρα τε λαμπετόωντ΄ἀργήν τε Λυκάονος Ἄρκτον,<br />
ᾔειν ἐς πόλεμόν τε τύχην καὶ πότμον ἐπίσπον,<br />
θυμὸν ἀτάρβητον μὲν ἔχων, ἴνα οἴκαδ&#8217;ἴκοιμι<br />
οὐ κατὰ μαντοσύνας καὶ ἀθανάτων ἀέκητι.</p>
<p>Ἤλυθον ἠγαθέας τ’ἐπὶ νήσους ἠδ’ἐπ’ἔρωτας<br />
ἄλλους θαυμασίους τε πόνους, ἐτάρους τ’ἀπέβαλλον,<br />
νῆας ῥηγνυμένας τε -καὶ ἥματα πολλὰ μετῆλθεν<br />
μηνῶν φθινόντων τε περιπλομένων τ’ἐνιαυτῶν.<br />
Μνημοσύνη μίχθη καὶ λησμοσύνην παρέδωκεν.<br />
Ποῦ δὴ Ναυσικάα, ποῦ Σειρῆνες λιγύφωνοι,<br />
Κίρκη, τὴν ἀπέλειψα, Καλυψώ τ’; Αὖ δέ μοι αἰὲν<br />
οὔασι φώνεε Ὄσσα μεμιγμένη ἐκλελαθόντι.<br />
Οὐδὲ γὰρ οὐδὲ ἔειδον ἅμα πρόσσω καὶ ὀπίσσω,<br />
ἀλλά με ἔκλαθε πηδάλιον τ’ἴστον καὶ ἐρετμόν,<br />
ποῦ τε βόα Πολύφημος ὃν ὀφθάλμου ἀλάωσα,<br />
οὗ ἄπο ποντοπορῶν ὑπερέκφυγα κῆρ’ ἀλεείνων.</p>
<p>Οὐ δ’αὖ κῆρα μέλαιναν ὑπέκφυγα κῆρ’ἀλεείνων<br />
ἀλλ’αἰ πάντα σίγᾳ πέλεται, θάνατον μὲν ἐσέρπει<br />
ἐκ πόντω, καὶ ἄρα γε τύχα, οὔ πῃ ἔστι δὲ λῆξις<br />
-οἴος γάρ τοι ἔγων, τὸ πρὶν οὔ γε δὲ χεὶρ τρομέοιτο<br />
καί τοι ἶσα θέοισι θέλον, πτέρυγές μοι ἔρετμα.</p>
<p>Ψευδεῖς μέν τοι ὁδοί τε θαλάσσιοι ἠδὲ κέλευθοι,<br />
ψεύδουσιν πόντου γε πορεύματα, αὐτὰρ ἀοιδαὶ<br />
νύκτα δι’ἀμβροσίην ὑπερέκφυγον, ὅστις ἄειδε<br />
ἆθλα ἐμοῦ ἔπεσιν, δῶκεν κλέος ἄφθιτον αἰεί<br />
ῤυθμοῖσιν φωναῖς τε, ἀοιδαῖς κῦδος ἕδωκε<br />
ἀγνωτούς ὀρμοὺς τε θιγεῖν κοὐ γνωτὰ ἰδέσθαι.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[<em><strong>Pseudotraduzione</strong></em>:</p>
<p>Questo bisogna lo dica e lo affermi in tutta chiarezza:<br />
io non sentivo mancanza del mare, anche se per me poi<br />
hanno filato ben altro gli dèi che posseggono Olimpo<br />
come le genti mortali, e vollero che navigassi.<br />
Ecco che io rimirando quell&#8217;isola che era petrosa<br />
e che ne aveva di olivi e di greggi sopra ogni colle,<br />
sì, più di tutte ero conscio di amarla in quest&#8217;animo fiero<br />
dentro il mio cuore che è amante delle opere dei contadini,<br />
l&#8217;isola buona agli aratri, nonché alla bianca farina<br />
(non la posseggono, no, pescatori o vele di navi):<br />
erano là come argento il sudore e il dono del campo,<br />
erano simili all&#8217;oro per me tanto il vino che l&#8217;olio.</p>
<p>Quando però con lo sguardo ti volgi a una vetta che è avanti,<br />
ecco che allora lo sai che a una nuova vetta ti spinge,<br />
d&#8217;isola cinta dal mare chiamato ad un&#8217;isola nuova.<br />
Ecco che allora io donai una forma a sogni e illusioni,<br />
e costruii quelle navi dai solidi banchi, ben fatte,<br />
quindi alle concave navi spiegai vele nere sul mare,<br />
subito la trasformai la mia vita, a un tratto l&#8217;incuro<br />
mare mi prese, e sapevo che in mare inseguivo il destino,<br />
come doveva compirsi, ma in cuore ero sempre nel dubbio,<br />
se compirà nel mio viaggio ogni cosa come speravo.</p>
<p>Ma il passato si mescola insieme al futuro e al presente<br />
l&#8217;acqua e i flutti salati nell&#8217;anima m&#8217;hanno bruciato<br />
e per tutti i cammini si tesse una nuova canzone,<br />
e cambiavano forma nel canto i confini alla terra,<br />
e gustando di cose non debite dolce è la morte.</p>
<p>E per giornate abbaglianti e pari alla vampa del sole<br />
quindi viaggiai, vento e braccia dei miei rematori a guidare,<br />
mano al timone, ma sempre tenevo i miei occhi alla prua,<br />
lungo la notte nerigna passando, e con gli occhi miravo<br />
gli astri che splendono e sacra a Licàone l&#8217;Orsa lucente,<br />
verso la guerra e la sorte andavo e seguivo il destino:<br />
animo senza paura forgiai per raggiungere casa,<br />
contro malie di indovini, a dispetto degli immortali.<br />
Si mescolò la memoria e ci ha tramandato l&#8217;oblio.<br />
Isole chiare di dèi io raggiunsi allora ed amori<br />
nuovi, e mirabili imprese, e quei miei compagni li persi<br />
e le mie navi spezzate -fuggirono via molti giorni<br />
e declinarono i mesi, si volsero gli anni correndo.</p>
<p>Dove Nausicaa, dove il bel canto delle Sirene,<br />
Circe e Calipso che indietro ho lasciate? E intanto a me sempre<br />
pur nell&#8217;oblio, ritornava alle orecchie incerta la Voce.<br />
E non lo vidi non più quel che unisce il prima col poi,<br />
ma mi sfuggirono allora il timone il remo e la vela,<br />
come gridò Polifemo che io ho privato dell&#8217;occhio,<br />
lui, da cui io navigando fuggii, per sfuggire alla chera.</p>
<p>Né la nera mia chera fugii, nel fuggire la chera,<br />
se ormai tutto in silenzio riposa e la morte serpeggia<br />
dal mare, è maleficio la sorte e non c&#8217;è mai respiro<br />
-solo infatti io rimango -né prima tremava la mano:<br />
gesta degne dei numi cercai, ebbi i remi per ali.</p>
<p>Sono menzogne le vie del mare e così le sue strade,<br />
mentono certo i cammini dell&#8217;onda -e così le canzoni<br />
lungo la notte immortale fuggirono, chiunque cantasse<br />
opere mie coi suoi versi, mi offrì gloria eterna per sempre<br />
con i suoi ritmi e le voci, e mi diede il trionfo nei canti<br />
sì da concedermi approdi ignoti e un ignoto mirare.]</p>
<p><strong><em>Testo originale</em></strong></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=kuwj1S2d0Yo">http://www.youtube.com/watch?v=kuwj1S2d0Yo</a></p>
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		<title>Telemachia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/05/01/telemachia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 10:57:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
		<category><![CDATA[poesia lirica]]></category>
		<category><![CDATA[Telemaco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Sull’orizzonte non c’è che un bagliore rosso di sangue a ricordare la guerra che è stata e gli incendi lontani e le città rovesciate e le grida: il sogno di pochi sulle macerie di troppi. I corvi hanno ricco banchetto: certo perfino gli dèi sono sazi fino a morire, delle volute di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Sull’orizzonte non c’è che un bagliore rosso di sangue<br />
a ricordare la guerra che è stata e gli incendi lontani<br />
e le città rovesciate e le grida: il sogno di pochi<br />
sulle macerie di troppi. I corvi hanno ricco banchetto:<br />
certo perfino gli dèi sono sazi fino a morire,<br />
delle volute di fumo dai roghi. Ogni tanto c’è un rogo:<br />
fuochi per lutto o magari per vittime, che i sacerdoti<br />
sgozzano lungo la riva del mare o su un picco di monte.<span id="more-45522"></span><br />
Sperano forse che il mare risponda o che il fulmine parli:<br />
sembrano ormai più ragazzi di me, ma ragazzi invecchiati<br />
persi in un sogno di vuote parole e di troppe rinunce,<br />
fra ninnenanne usurate a cui mai, mai niente risponde:<br />
Itaca è bassa sul mare e l’aquila non la conosce<br />
e non si scomoda certo per noi dal suo picco di monte:<br />
l’isola è arida, adatta alle capre, il sole la succhia<br />
e non la bagna la pioggia: il cielo è lo stesso di sempre<br />
con il suo azzurro feroce, che abbaglia e però non è luce.<br />
Dentro la piazza ha parlato anche ieri il vecchio indovino,<br />
quel sacerdote: ripete d’aver ascoltato gli uccelli:<br />
l’hanno annunciato (diceva) che ritorneranno i soldati<br />
e torneranno anche i padri. Mia madre ha ingoiato il suo lutto,<br />
e i pretendenti, anche loro parlavano: dicono sempre<br />
che non si trova un futuro a seguire fiabe di voli,<br />
padri non servono più: noi vedremo il nostro futuro.<br />
Ci crederesti davvero che abbia anche a loro parlato<br />
non si sa più quale dio, se ne sono tanto sicuri.<br />
Ma nel frattempo nessuno ritorna e del resto sul mare<br />
anche le navi per noia non tornano, restano a riva:<br />
sull’orizzonte lontano a volte una nave ci passa<br />
e la guardiamo passare e però è la nave d’un altro:<br />
solo di rado si ferma fra noi, ma non porta che fiabe,<br />
quelle che ascolta mia madre incredula, pronta a fidarsi,<br />
quando non guarda anche lei verso il mare, sull’orizzonte,<br />
dove i fantasmi dei padri si perdono senza ricordo.<br />
Solo una volta fra noi è arrivato un vecchio, un amico<br />
che ricordava mio padre, e so che a sentirlo parlare<br />
non mi sarei mai stancato e l’avrei davvero voluto<br />
che rimanesse fra noi e mi ripetesse ogni giorno<br />
quella leggenda del padre, e le sue avventure infinite<br />
e la canzone dell’onda e il tuono e le scie delle navi.<br />
Dopo quel giorno anche io per me l’ho richiesta, una nave,<br />
nell’assemblea, laggiù in piazza, e volevo andare e cercare<br />
e ricordare mio padre e trovare ancora la forza:<br />
i pretendenti, cortesi, sorrisero: certo non era<br />
tempo di navi e avventure, non più. Giurerei che non sono<br />
meno ragazzi di me, per l’età: ragazzi invecchiati<br />
senza più sogni e con false parole e fin troppa certezza,<br />
quella che fra i privilegi si accumula. Quanto alla nave,<br />
molte ne ho viste passare, da allora, al lontano orizzonte<br />
dove fantasmi e promesse si perdono senza ricordo.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Odissea &#8211; Canto VI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/23/odissea-canto-vi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 15:54:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[iliade]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
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					<description><![CDATA[L’arrivo di Odísseo tra i Feaci &#160; Là riposava così, lo splendido Odísseo costante, vinto com’era da sonno e fatica; ed ecco che Atena venne fra il popolo e nella città delle genti feaci, che dimoravano un tempo a Iperea dalle ampie contrade, troppo vicini ai Ciclopi, accanto a quegli esseri alteri che ne facevano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong>L’arrivo di Odísseo tra i Feaci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p>Là riposava così, lo splendido Odísseo costante,</p>
<p>vinto com’era da sonno e fatica; ed ecco che Atena</p>
<p>venne fra il popolo e nella città delle genti feaci,<span id="more-42032"></span></p>
<p>che dimoravano un tempo a Iperea dalle ampie contrade,</p>
<p>troppo vicini ai Ciclopi, accanto a quegli esseri alteri</p>
<p>che ne facevano preda, ed erano primi in potenza.</p>
<p>Via li portò, li guidò Nausitoo forma divina,</p>
<p>li insediò in Scheria, lontani dagli uomini seme del grano,</p>
<p>quindi recinse di mura la rocca ed eresse le case,</p>
<p>templi innalzò per gli dèi, e infine divise le terre.</p>
<p>Egli però, dalla Chera travolto, era sceso nell’Ade;</p>
<p>li governava già Alcinoo, che seppe dai numi saggezza:</p>
<p>nelle sue case passò la dea Atena, occhi-di-strige,</p>
<p>a preparare il ritorno di Odísseo magnanimo cuore.</p>
<p>E penetrò nella stanza dedàlea dove dormiva</p>
<p>una fanciulla, in aspetto e figura eguale alle eterne,</p>
<p>quella Nausicaa figlia d’Alcinoo magnanimo cuore,</p>
<p>ed al suo fianco due ancelle che avevan beltà dalle Grazie,</p>
<p>presso gli stipiti, ai lati; le fulgide porte eran chiuse.</p>
<p>Venne in un soffio di vento alle coltri della fanciulla,</p>
<p>sopra il suo capo ristette, la dea, le rivolse parola,</p>
<p>parve la figlia che nacque a Dimante illustre nocchiero</p>
<p>–una fanciulla coetanea che le era nell’animo cara.</p>
<p>Preso l’aspetto di lei, disse Atena, occhi-di-strige:</p>
<p>“Come? Così trascurata, Nausicaa, t’ha fatta tua madre?</p>
<p>Abbandonati all’incuria ti restano i teli smaglianti,</p>
<p>ma il matrimonio è vicino, il tempo in cui devi indossarne</p>
<p>tu di graziosi ed offrirne a quelli che ti condurranno.</p>
<p>Anche per questi tesori fra gli uomini degna la fama</p>
<p>cresce e ne sono felici il padre e la nobile madre.</p>
<p>Ma ce n’andremo a lavarle, appena sia sorta l’aurora;</p>
<p>per aiutarti con te sarò anch’io, così che al più presto</p>
<p>tu le prepari, poiché non sarai più vergine a lungo:</p>
<p>già ti domandano in moglie fra il popolo adesso i migliori</p>
<p>fra tutti quanti i Feaci, di cui condividi la stirpe.</p>
<p>Ora, suvvia, tu sollecita il padre glorioso, all’aurora,</p>
<p>che ti prepari le mule e un carro che possa condurti</p>
<p>con le cinture e coi pepli nonché con le vesti smaglianti.</p>
<p>E per te stessa così è senz’altro meglio che a piedi</p>
<p>giungervi: dalla città troppo distano i lavatoi”.</p>
<p>Come ebbe detto andò via, Atena dagli occhi di strige,</p>
<p>verso l’Olimpo, ove è fama che abbiano sempre sicura</p>
<p>sede gli dèi: né dai vènti è squassato, né dalla pioggia</p>
<p>mai è bagnato e mai neve vi fiocca, anzi l’etere sempre</p>
<p>privo di nubi si schiude e vi splende chiaro fulgore;</p>
<p>là si rallegrano i numi, i beati, giorno per giorno;</p>
<p>Occhi-di-strige vi andò, dopoché ispirò la fanciulla.</p>
<p>Subito Aurora apparì, bella in trono, e fece destare,</p>
<p>bella di pepli, Nausicaa, ed ella stupì del suo sogno,</p>
<p>e s’avviò per la casa, a parlarne ai suoi genitori,</p>
<p>al caro padre e alla madre e li ritrovò nelle stanze:</p>
<p>presso il camino sedeva la madre con donne sue ancelle,</p>
<p>ed avvolgeva il suo fuso di porpora; al padre andò incontro</p>
<p>mentre incedeva alla porta insieme ai gloriosi sovrani,</p>
<p>verso il consiglio, a cui il re chiamavano i chiari Feaci.</p>
<p>E vicinissima venne al caro suo padre e gli disse:</p>
<p>“Ah, papà mio, non faresti per me preparare il mio carro,</p>
<p>alto, di solide ruote, che al fiume le vesti gloriose</p>
<p>io me le porti, a lavarle, che restano piene di sporco?</p>
<p>Ed a te stesso incedendo fra i principi certo conviene</p>
<p>deliberare consigli con vesti pulite sul corpo.</p>
<p>Vivono qui nel palazzo i tuoi cari figli, altri cinque,</p>
<p>due già sposati, ma tre sono ancora giovani in fiore:</p>
<p>vogliono sempre indossare le vesti lavate di fresco,</p>
<p>quando alle danze si muovono; ed io d’ogni cosa mi curo!”</p>
<p>Disse, poiché del parlare di floride nozze a suo padre</p>
<p>ebbe pudore: ma egli capì, le rispose parola:</p>
<p>“Figlia, non voglio negarti le mule e nessun’altra cosa.</p>
<p>Va’: i servitori per te faranno che pronto sia il carro</p>
<p>alto, di solide ruote e sicuro d’una ringhiera”.</p>
<p>Come ebbe detto, chiamò gli schiavi e ne venne obbedito.</p>
<p>Ecco che allora il carretto da mule, dall’agile ruota,</p>
<p>trassero fuori, poi spinsero e strinsero al carro le mule,</p>
<p>e la fanciulla portò dal talamo splendida veste</p>
<p>e la depose così su quel carro ben levigato;</p>
<p>mise la madre in un cesto del cibo che al cuore è gradito</p>
<p>poi d’ogni specie vi pose vivande e trasfuse del vino</p>
<p>in una pelle di capra; salì la fanciulla sul carro.</p>
<p>Anche le diede, in un’aurea ampollina, limpido l’olio,</p>
<p>che se ne ungesse la figlia insieme alle donne sue ancelle.</p>
<p>Strinse Nausicaa la frusta, le redini tese, smaglianti,</p>
<p>diede di sferza e partì; s’udì allora un trotto di mule,</p>
<p>che s’avanzavan sicure, portavano lei e le vesti,</p>
<p>ma non lei sola, al suo fianco andavano insieme le ancelle.</p>
<p>Come del fiume raggiunsero infine il bellissimo corso</p>
<p>(erano lì lavatoi perenni e sgorgava profusa,</p>
<p>limpida l’acqua, così da mondare i panni più sporchi),</p>
<p>ecco che allora le mule lasciarono sciolte dal carro.</p>
<p>E le sospinsero lungo quel fiume agitato di gorghi,</p>
<p>fra la soave gramigna, a brucare; quindi dal carro</p>
<p>presero in mano le vesti e le intinsero in acqua cupa,</p>
<p>e le pestarono svelte nei botri, incitandosi a gara.</p>
<p>Ma, non appena lavato e mondato tutto lo sporco,</p>
<p>lungo la riva del mare le stesero in fila, ove il mare</p>
<p>lungo la sponda lavava la ghiaia più spesso che altrove.</p>
<p>Quindi, lavatesi anch’esse ed untesi d’olio lucente,</p>
<p>ecco che presero il pranzo vicino alle sponde del fiume,</p>
<p>ed aspettavan che i panni asciugasse il raggio del sole.</p>
<p>Ma, come furono sazie di cibo le ancelle e lei stessa,</p>
<p>ecco che allora giocarono a palla e gettarono i veli;</p>
<p>prima danzava fra loro Nausicaa la bianca di braccia.</p>
<p>Come fra i monti si muove Artemide saettatrice,</p>
<p>quando per lo smisurato Taígeto, per l’Erimanto</p>
<p>gode nel dare la caccia ai verri, alle rapide cerve;</p>
<p>e con lei ninfe, le figlie di Zeus che dell’egida è cinto,</p>
<p>giocano, agresti deità; nel suo cuore Leto è felice;</p>
<p>tutte sovrasta la dea col suo capo, con la sua fronte,</p>
<p>e fra di loro a conoscersi è facile, e tutte son belle:</p>
<p>sì, fra le ancelle così splendeva la vergine intatta.</p>
<p>Quando però venne il tempo per lei di tornarsene a casa,</p>
<p>ch’ebbe aggiogate le mule, piegate le belle sue vesti,</p>
<p>altro al momento pensò la dea Atena, occhi-di-strige,</p>
<p>scuotere Odísseo, vedesse la giovane d’occhi lucenti,</p>
<p>che alla città delle genti feaci l’avrebbe condotto.</p>
<p>La principessa già aveva gettata la palla a un’ancella;</p>
<p>ma non raggiunse l’ancella, tirò nel profondo d’un gorgo,</p>
<p>tutte gridarono forte. Lo splendido Odísseo si scosse,</p>
<p>sorse a sedere e nel cuore, nell’animo, allora si chiese:</p>
<p>“Misero me, quale terra di genti mortali ho raggiunta?</p>
<p>Sono così tracotanti e selvaggi e ignari del giusto,</p>
<p>o sono amici degli ospiti e han cuore che teme gli dèi?</p>
<p>Un femminile vocio, di giovani donne, mi giunge:</p>
<p>forse di ninfe, che han case su impervi crinali di monti,</p>
<p>presso le fonti dei fiumi, su prati ammantatisi d’erba?</p>
<p>O sono giunto fra esseri umani e dotati di voce?</p>
<p>Ora, suvvia, voglio farne io stesso la prova e vedere”.</p>
<p>Come ebbe detto, dai cespi lo splendido Odísseo uscì fuori,</p>
<p>ed una fronda di foglie dal fitto del bosco con mano</p>
<p>grave strappò, per coprire e corpo e natura virile.</p>
<p>Mosse, avanzò, da leone montano fidente di forza,</p>
<p>che s’incammina sferzato da piogge e da vènti e i suoi occhi</p>
<p>ardono; in caccia di bovi, di pecore parte la belva,</p>
<p>o alla ricerca di cerve selvatiche; il ventre lo spinge</p>
<p>verso gli armenti, a far prova, a entrare in un fitto recinto:</p>
<p>sì, così Odísseo doveva fra giovani belle di trecce,</p>
<p>nudo com’era, mischiarsi, poiché lo premeva il bisogno.</p>
<p>Alle fanciulle apparì terribile, laido di sale,</p>
<p>lungo le lingue di sabbia si persero in fughe contrarie;</p>
<p>sola rimase la figlia d’Alcinoo, già, poiché Atena</p>
<p>pose a lei in cuore il coraggio, scacciò dalle membra il timore.</p>
<p>Ella gli stette di fronte in attesa e Odísseo fu in dubbio:</p>
<p>per le ginocchia pregare la giovane d’occhi lucenti,</p>
<p>o supplicarla lontano, così, con parole di miele,</p>
<p>fermo, se mai la città gli mostrasse e vesti gli desse?</p>
<p>Egli così dubitava, e gli parve fosse più saggio</p>
<p>il supplicarla lontano, così, con parole di miele,</p>
<p>non s’adirasse la giovane in cuore, a toccarle i ginocchi.</p>
<p>Subito dunque le disse accorta parola di miele:</p>
<p>“Ah, mia signora, ti prego. Sèi forse una dea? Sèi mortale?</p>
<p>Se veramente sèi dea, che abiti il cielo spazioso,</p>
<p>dunque ad Artemide, a lei, la figlia d’un grande, di Zeus,</p>
<p>io per bellezza e statura e figura eguale ti vedo;</p>
<p>ma se mortale tu sèi, se abiti qui sulla terra,</p>
<p>sono tre volte beati tuo padre e la nobile madre,</p>
<p>sono tre volte beati i fratelli; l’animo loro</p>
<p>sempre è ricolmo per te del fiorire d’ogni letizia,</p>
<p>quando contemplano un tale bocciolo che muove alla danza.</p>
<p>Ma più degli altri, di tutti, beato di cuore colui</p>
<p>che trionfando coi doni te nella sua casa conduca.</p>
<p>Mai fino ad oggi un prodigio così l’ho veduto con gli occhi,</p>
<p>mai, non un uomo o una donna, stupore a mirarti mi vince.</p>
<p>Simile in Delo una volta, vicino all’altare d’Apollo,</p>
<p>io ho veduto levarsi un giovane stelo di palma;</p>
<p>già, me n’andai fino a lì, veniva con me vasta armata,</p>
<p>lungo la via che doveva arrecarmi tristi sciagure.</p>
<p>Come a una simile vista rimase incantato gran tempo</p>
<p>l’animo mio, poiché mai tale fusto crebbe da terra,</p>
<p>sì, così, donna, t’ammiro e m’incanto e ho troppo timore</p>
<p>per abbracciarti i ginocchi; ma un aspro dolore mi coglie.</p>
<p>Ieri finii venti giorni sul mare colore del vino,</p>
<p>m’ebbero sempre in balía le ondate e le svelte procelle,</p>
<p>fino dall’isola Ogigia; ora un nume qui m’ha gettato,</p>
<p>forse a soffrire anche qui nuovo male: certo non credo</p>
<p>che finirà, molti ancora gli dèi prima avranno a compirne!</p>
<p>Tu sii pietosa, signora: a te io, che ho molto sofferto,</p>
<p>sono comparso, a te prima, nessuno conosco degli altri</p>
<p>uomini, quanti han possesso di questa città, della terra.</p>
<p>Indicami la città, dammi un panno, sì da coprirmi,</p>
<p>se nel venire fin qui ne avevi da stringere i teli.</p>
<p>Compiano i numi ogni bene che attende impaziente il tuo cuore,</p>
<p>una dimora, un marito, nonché la felice concordia</p>
<p>essi ti donino: bene non c’è più prezioso e più grande,</p>
<p>della concordia d’intenti, se insieme governano casa</p>
<p>l’uomo e la donna: non poca afflizione ai loro nemici,</p>
<p>gioia però per gli amici; hanno chiara fama gli sposi”.</p>
<p>E gli diceva di contro Nausicaa la bianca di braccia:</p>
<p>“Ospite, certo non sembri né vile, né privo di senno;</p>
<p>Zeus in persona, l’Olimpio, agli uomini dona fortuna,</p>
<p>ai valorosi e ai vigliacchi, a ciascuno come gli piace;</p>
<p>queste sventure t’ha dato, tu devi comunque soffrirle!</p>
<p>Ora, poiché questa nostra città, questa terra hai raggiunta,</p>
<p>non sentirai la mancanza di vesti, né d’altro conforto,</p>
<p>di tutto ciò che conviene un misero supplice ottenga.</p>
<p>T’indicherò la città e il nome dirò delle genti.</p>
<p>Hanno dimora i Feaci in questa città, nella terra,</p>
<p>e quanto a me, sono figlia d’Alcinoo magnanimo cuore,</p>
<p>sì, di colui che ha potere e dominio in mezzo ai Feaci”.</p>
<p>Disse e così comandò alle ancelle belle di trecce:</p>
<p>“Ferme, mie ancelle! Su, dove fuggite alla vista d’un uomo?</p>
<p>Forse credete che sia venuto da genti nemiche?</p>
<p>Ma non esiste, né mai vi sarà alcun uomo vivente,</p>
<p>che possa giungere qui, in terra di genti Feaci,</p>
<p>a suscitare conflitto, ché ci amano assai gli immortali.</p>
<p>E dimoriamo discosti, sul mare agitato di flutti,</p>
<p>gli ultimi, né dei mortali a noi viene mai nessun altro.</p>
<p>Questi che giunge fin qui vagando non è che un afflitto:</p>
<p>ora bisogna accudirlo; già, vengono tutti da Zeus</p>
<p>gli ospiti e i poveri e un dono, per quanto sia piccolo, è caro.</p>
<p>Ora su, ancelle, porgete all’ospite cibo e bevanda,</p>
<p>quindi lavatelo al fiume, dove abbia riparo dal vento”.</p>
<p>Disse e ristettero tutte, chiamandosi l’una con l’altra,</p>
<p>quindi condussero Odísseo al riparo, come imponeva</p>
<p>quella Nausicaa figlia d’Alcinoo magnanimo cuore,</p>
<p>e gli deposero accanto mantello e vestiti e chitone.</p>
<p>Anche in un’aurea ampollina gli diedero limpido l’olio,</p>
<p>e l’esortarono a farsi lavare nelle onde del fiume.</p>
<p>Ma si rivolse così lo splendido Odísseo alle ancelle:</p>
<p>“Fatevi indietro, più in là, voi ancelle; intanto da solo</p>
<p>mi laverò dalle spalle il sale e le membra con olio</p>
<p>poi m’ungerò: troppo tempo l’unguento è mancato al mio corpo.</p>
<p>Ma non intendo lavarmi al vostro cospetto: ho vergogna</p>
<p>di ritrovarmi svestito fra giovani belle di trecce!”</p>
<p>Disse e arretrarono e poi riferirono alla fanciulla.</p>
<p>Ma le sue membra lavava lo splendido Odísseo nel fiume,</p>
<p>da tutto il sale che il dorso copriva e le larghe sue spalle.</p>
<p>E si raschiava dal capo lo sporco del limpido mare.</p>
<p>Come si fu per intero lavato e poi unto con olio</p>
<p>e rivestito di vesti che diede la vergine intatta,</p>
<p>ecco che allora lo rese Atena, la figlia di Zeus,</p>
<p>tanto più grande e robusto a vedersi e sopra la fronte</p>
<p>folte le chiome versò e simili a un fiore, al giacinto.</p>
<p>E come quando riversa sull’oro l’argento un artiere</p>
<p>abile, che sia istruito da Efesto e da Pallade Atena</p>
<p>d’ogni segreto dell’arte e compia lavori graziosi,</p>
<p>simile grazia la dea gli versò sul capo e le spalle.</p>
<p>Egli alla riva del mare, in disparte, venne a sedersi,</p>
<p>e di bellezza e di grazia splendeva; e stupì la fanciulla.</p>
<p>Ecco che allora si volse alle ancelle belle di trecce:</p>
<p>“Datemi ascolto, ch’io parli, ancelle, voi bianche di braccia.</p>
<p>Non a dispetto di tutti gli dèi che han dimora in Olimpo,</p>
<p>s’è presentato quest’uomo ai Feaci pari agli dèi;</p>
<p>già, poiché prima mi parve che fosse imbruttito davvero,</p>
<p>ora somiglia agli dèi che stanno nel cielo spazioso.</p>
<p>Se un uomo simile, un giorno, potesse chiamarsi mio sposo,</p>
<p>ed abitasse con noi, se qui gli piascesse restare!</p>
<p>Su, dunque, ancelle, porgete all’ospite cibo e bevanda!”</p>
<p>Sì, così disse, e le diedero ascolto, obbedirono pronte.</p>
<p>Quindi deposero innanzi a Odísseo cibo e bevanda.</p>
<p>Bevve e al contempo mangiò, lo splendido Odísseo costante,</p>
<p>avidamente, poiché non toccava cibo da tempo.</p>
<p>Altro pensò nel frattempo Nausicaa, la bianca di braccia;</p>
<p>e ripiegate le vesti, le pose sul carro ben fatto,</p>
<p>quindi le mule aggiogò, solidunghe, poi salì anch’ella.</p>
<p>Prese a invitare anche Odìsseo, parlò, gli rivolse parola:</p>
<p>“Ospite, lèvati, andiamo in città, che adesso io ti scorti</p>
<p>alla dimora del padre longanime, dove t’annuncio</p>
<p>che fra i Feaci, fra tutti, vedrai tutti quanti i migliori.</p>
<p>Ora però fa’ così –non mi sembri certo uno sciocco–;</p>
<p>mentre fra i campi e i lavori degli uomini procederemo,</p>
<p>tu sempre insieme alle ancelle seguendo le mule e il mio carro</p>
<p>rapidamente cammina; io sarò tua guida per via.</p>
<p>Quando però giungeremo in città&#8230; La cingono torri</p>
<p>alte ed ha porti stupendi da un lato e dall’altro la rocca,</p>
<p>pure n’è stretta l’entrata, e per via le navi ricurve</p>
<p>giacciono in secca e ciascuno ha un riparo per la sua nave;</p>
<p>là si dischiude la piazza, attorno ad un bel Posideio,</p>
<p>e il pavimento ha ben saldo di lucidi massi scavati;</p>
<p>là degli arnesi di neri vascelli si prendono cura,</p>
<p>tanto di funi che d’àncore, e passano i remi alla pialla.</p>
<p>Già, ché non hanno pensiero, i Feaci, d’arco o faretra,</p>
<p>d’alberi e remi di navi sì, invece, e di navi librate,</p>
<p>quelle su cui con orgoglio traversano l’onda canuta…</p>
<p>Fuggo dai loro sussurri malevoli, che nel futuro</p>
<p>altri non sparlino: molti fra il popolo sono superbi:</p>
<p>Forse qualcuno, maligno, dirà, dopo avermi incontrata:</p>
<p>“Chi sarà l’ospite bello e possente, questi che viene</p>
<p>dietro Nausicaa? E dove l’ha preso? Oh, sarà suo marito!</p>
<p>Un peregrino che forse è caduto dalla sua nave,</p>
<p>uno di genti lontane, ché a noi, no, nessuno è vicino;</p>
<p>forse, in risposta a preghiere, invocato un dio l’ha raggiunta,</p>
<p>uno disceso dal cielo, e l’avrà per tutti i suoi giorni.</p>
<p>Meglio se anche da sola, vagando, ha trovato marito</p>
<p>in altri lidi; ché questi del popolo no, non li pregia,</p>
<p>questi Feaci che molti e nobili ambiscono a lei”.</p>
<p>Sì, lo direbbero e allora su me scenderebbe vergogna.</p>
<p>Mi sdegnerei con un’altra che simili gesti commetta,</p>
<p>una che contro suo padre e sua madre, a loro dispetto,</p>
<p>vada con uomini prima di giungere a pubbliche nozze!</p>
<p>Ospite, intendi la mia parola, e così tu al più presto</p>
<p>scorta e ritorno potrai ottenere dal padre mio.</p>
<p>Presso la via scorgerai un bosco stupendo d’Atena,</p>
<p>tutto di pioppi; una fonte vi scorre ed intorno c’è un prato.</p>
<p>Là il padre mio un terreno possiede e un fiorente vigneto,</p>
<p>dalla città son lontani non più dell’udirsi d’un grido;</p>
<p>là dunque siedi ed aspetta del tempo, fin tanto che noi</p>
<p>non giungeremo in città, non verremo in casa del padre.</p>
<p>Quando però penserai che siamo ormai giunte alle case,</p>
<p>ecco che allora potrai andare in città, domandare</p>
<p>della dimora del padre, d’Alcinoo magnanimo cuore.</p>
<p>A riconoscersi è facile, un bimbo potrebbe condurti,</p>
<p>che non parlasse; di certo non altre dimore feaci</p>
<p>sorgono simili, tanto la casa d’Alcinoo eroe</p>
<p>sorge imponente. Ma quando t’accolgano case e cortile,</p>
<p>subito passa attraverso la sala, finché da mia madre</p>
<p>non giungerai; siede accanto al camino, al chiaro del fuoco,</p>
<p>ed il suo fuso di porpora avvolge, un prodigio a vedersi,</p>
<p>a una colonna s’appoggia; le siedono dietro le schiave.</p>
<p>Là sta poggiato, vicino a lei, anche il trono del padre,</p>
<p>dove egli siede, che pare immortale, a bere del vino.</p>
<p>Passagli innanzi, piuttosto protendi le braccia ai ginocchi</p>
<p>di nostra madre, e così la luce vedrai del ritorno,</p>
<p>rapidamente e con gioia, per quanto lontano tu viva.</p>
<p>Già, se dovesse per te provare nel cuore amicizia,</p>
<p>nutro speranza che allora tu veda i tuoi cari e raggiunga</p>
<p>e la tua salda dimora e la cara terra dei padri”.</p>
<p>Quindi, com’ebbe parlato, le mule frustò con la sferza</p>
<p>lucida: quelle veloci lasciarono il corso del fiume.</p>
<p>E procedevano svelte, andavano a passo spedito.</p>
<p>Ella tirava le briglie, perché la seguissero a piedi</p>
<p>tanto le ancelle che Odísseo; con senno dosava la frusta.</p>
<p>Ecco che il sole calò e giunsero al bosco glorioso,</p>
<p>sacro ad Atena; sedé lo splendido Odìsseo in quel luogo.</p>
<p>Subito allora pregò la figlia di Zeus, di quel grande:</p>
<p>“Odi, Indomabile, figlia di Zeus che dell’egida è cinto;</p>
<p>ora esaudiscimi, almeno, se non m’esaudisti in passato,</p>
<p>quando soffrii, ché m’afflisse il glorioso iddio scuoti-terra.</p>
<p>Dammi ch’io giunga gradito ai Feaci e appaia pietoso”.</p>
<p>Disse così, nel pregarla, e l’udiva, Pallade Atena;</p>
<p>né tuttavia gli apparì visibile; n’ebbe vergogna,</p>
<p>per il fratello del padre: a Odísseo simile a un dio,</p>
<p>ira spietata serbava, finch’egli toccò la sua terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Trad. di <strong>Daniele Ventre</strong>)</p>
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