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	<title>oèdipus &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Poeti e democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2018 10:34:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Polesía, il nuovo numero di Trivio, il quarto dalla nascita della rivista, patrocinata dalla casa editrice Oèdipus di Francesco Forte e curata dal poeta Ferdinando Tricarico, si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia&#8221;, volume che coinvolge un ampio numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico Antonio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre<br />
</strong><br />
<em>Polesía</em>, il nuovo numero di <em>Trivio</em>, il quarto dalla nascita della rivista, patrocinata dalla casa editrice Oèdipus di <strong>Francesco Forte</strong> e curata dal poeta <strong>Ferdinando Tricarico</strong>, si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia&#8221;, volume che coinvolge un ampio numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico <strong>Antonio Pietropaoli</strong> (si veda la sua breve <em>Premessa</em> al volume, a p. 5), secondo cui se una rivista culturale deve &#8220;da un lato godere della più ampia libertà di movimento&#8221; deve anche, &#8220;dall’altro, &#8230; lasciarsi incalzare dagli eventi della realtà esterna&#8221;: una realtà di profondo degrado politico, nella quale &#8220;non solo il sistema democratico mostra evidenti crepe, ma il concetto stesso di democrazia viene revocato in dubbio, è entrato in crisi &#8230; ultimo effetto perverso della globalizzazione, che ha inoculato in tanti, in troppi, la convinzione che la democrazia fosse solo quella degli integrati, degli inclusi, degli (ad) agiati, e si fosse dunque trasformata in odiosa oligarchia&#8221;.</p>
<p>In relazione oppositiva a questa realtà, &#8220;nell’epoca della perdita dell’utopia&#8221;, per riprendere le parole di <strong>Francesco Muzzioli</strong> (nella sua introduzione <em>Per una poesia democratica</em> a p. 9), la paralisi dell&#8217;immaginazione politica attua un vero e proprio rovesciamento del principio speranza di blochiana memoria in un fine della disperazione, di contemplazione della catastrofe, il che &#8220;chiama in causa proprio quelle facoltà tradizionalmente connesse alla letteratura&#8221;, come sede elettiva della contemplazione di futuri possibili, o quanto meno di demistificazione dei fondamenti assurdi, deteriori e deterioranti, dell&#8217;impossibile presente. Tale è lo scopo ultimo di questa antologia tematica, con cui, al di là delle differenze di poetica e di orientamento, si cerca di lanciare, come <em>apertis verbis</em> dichiara il curatore Ferdinando Tricarico &#8220;il sasso nello stagno della disillusione politica&#8221;, attuando, pur fra mille incertezze e ripensamenti, questa crasi fra <em>Polis</em> e Poesia -e si tratta, ovviamente, di una crasi paradossale, visto che al presente si realizza, forse per la prima volta nella storia, il caso di una forma di organizzazione del potere che non ha bisogno di sanzione estetica o culturale.</p>
<p>Le esperienze poetiche raccolte in <em>Polesía,</em> alla quale anche chi scrive è stato chiamato a fornire il suo modesto (e per quanto possibile onesto) contributo, sono assai eterogenee, potendovisi riconoscere un panorama abbastanza ampio e sfaccettato, benché per forza di cose non completo, dei vari linguaggi della poesia italiana attuale. Nella visione di insieme fornita da Francesco Muzzioli, si possono ravvisare qui in vario modo tre elementi tradizionalmente specifici di quei testi che si concepiscono, e si percepiscono, come politicamente orientati, o fortemente impegnati verso la comunità: 1) l&#8217;invettiva, come <em>vis</em> polemica d&#8217;attacco; 2) la satira, come prassi dissacratoria; 3) l&#8217;ironia, come <em>habitus</em> mentale e stilistico di entrambe. Più che di tipologie atte a classificare il materiale antologizzato, questa terna di connotati tipici fornisce un quadro generale della sua ἰαμβικὴ ἰδέα, vale a dire, del suo tono di fondo, che è aggressione linguistica, stilistica, immaginativa, cognitiva ed etica al problema, oltre che agli obbiettivi comuni dei testi raccolti: la globalizzazione selvaggia, il modello di <em>governance</em> tecnocratica senza controllo della finanza, la sindrome cinese dell&#8217;ingegneria sociale neo-liberista estrema, che coniuga dittatura militar-burocratica e <em>far west</em> economico, ma anche il contraltare glocalistico, xenofobo, neo-conservatore, populista, francamente neofascista, rappresentato da forze ademocratiche solo in apparenza ribelli al sistema, ma in realtà perfettamente organiche alle sue reti di comando liquide, o spesso semplicemente liquefatte.</p>
<p>Così, in una carrellata cursoria, ma si spera non troppo superficiale, si susseguono in ordine di apparizione: lo stile franto, misto fra allusione storica e intimismo, dei versi liberi di <strong>Luca Ariano</strong>; la riflessione lucida di <strong>Mariano Bàino</strong>, articolata in due tempi pentastici, che sembrano riecheggiare una sorta di <em>trompe-l&#8217;oreille</em> esametroide e decostruiscono con ironia sottile e corrosiva le parole chiave del gergo dei tecnocrati, e la loro filosofia da platonismo aziendale raffazzonato, fra i week-end plebiscitari dei politicanti della domenica, i fludi talk-show delle narrazione liquide, entrambi indifferenti al black out definitivo della biosfera e dei suoi abitanti; la tecnica versolibera di <strong>Domenico Brancale</strong>, per cui prende invece vita una sorta di spontaneismo dell&#8217;etica del viandante, del diverso, dell&#8217;altro; il linguaggio compassato e nitido, da<em> university wit</em>, di <strong>Franco Buffoni</strong>, che consegna al lettore un finissimo e stringato scavo poetico dell&#8217;<em>archaiología</em> della costituzione come base della democrazia in quanto spazio in cui tendere, nelle parole del diritto, all&#8217;utopia possibile; il messaggio di <strong>Enzo Campi</strong>,che si dipana invece in una estrema frammentazione dei nessi tonali elementari dei sintagmi, arrivando all&#8217;<em>enjambement</em> in piena elisione, all&#8217;episinalefe, e trasformando in balbettio disintegrato la rottamazione dell&#8217;umano derivante dalla disgregazione neoliberista dell&#8217;istituzione democratica; la lunga catena di lasse atonali tratte dall&#8217;inedito di <em>Purgatorius</em>, di <strong>Guido Caserza</strong>, che è portatore di un forte messaggio di demistificazione dei tic politici comuni al tempo attuale e riesuma in un nuovo contesto elementi e tratti stilistici propri dei novissimi, che a volte sembrano riprendere, ora in <em>oppositione</em> ora in consonanza, i toni di <em>Laborintus,</em> o dei passaggi apertamente politici della produzione di Pagliarani; seguono i lunghissimi stichi di prosa di <strong>Nadia Cavalera</strong>, che attutiscono il classico impatto che ci si aspetterebbe dall&#8217;esercizio della funzione poetica, diluendolo in una catena discorsiva semi-colloquiale; con spazi ritmico visuali più compatti si dipana il discorso poetico, pur esso fondato sul verso atonale, di <strong>Domenico Cipriano</strong>, nel cui testo si riflette l&#8217;implosione dell&#8217;individuo a pulsioni sociali e affettive primarie, di fronte al crollo dell&#8217;ideologia come progetto e orizzonte condiviso; la parodia della democratura come fiaba dell&#8217;orrore, fra parole magiche di tono anglizzante, ambiguità e volgarismo televisivo ironizzato, connotano la monostrofa monologica di <strong>Floriana Coppola</strong>; il blocco di prosa, <em>degré zéro</em> della forma di fronte alla deformazione e all&#8217;informe del mondo pubblico, caratterizzano il testo, anch&#8217;esso parodico, di <strong>Vera d&#8217;Atri</strong>, che (de-)costruisce un discorso politico, frantumando il senso delle sillabe nella gragnuola dei tecnicismi politologici affastellati; da prima decisamente virato sul <em>nonsensical,</em> sul <em>gingle,</em> poi sulla <em>Betrachtung</em> prosastica con giochi fonetici immersi in una sintassi frammentata, l&#8217;irruzione linguistica di <strong>Chiara Daino</strong> nel càosmo della democrazia in delirio di impotenza; sempre sul piano del <em>ludus</em> verbale, organizzato però in una sorta di psico-dramma a soggetto (de-soggettivato), il testo di <strong>Carmine De Falco</strong>, orchestrato sulla mimica del silenzio e del basso profilo in tempi di controlli totalizzanti e onnipervasivi; estremamente concentrata la tempra stilistica di <strong>Francesco Filia</strong>, il cui dettato, con la sua assoluta immediatezza, richiama l&#8217;idea di una dimensione politica in cui l&#8217;uomo sia presente nella sua pienezza, al di là di ogni finzionismo e di ogni costruzione artificiale del nemico di turno; altrettanto immediato, ma di tono contestativo, con andamento da filastrocca e da slogan, da corteo, il breve sistema di quattro strofe di <strong>Claudio Finelli</strong>, il cui tono da marcia traccia il perimetro del diritto ad esercitare il dissenso dalle fila di una minoranza, che si trasforma a questo punto in una sorta di anti-élite; una complessa alternanza fra prosa ritmica e verso atonale nel testo di <strong>Giovanna Frene</strong>, determina una sorta di dialettica fra <em>discours</em> razionalizzato, storicizzato, e un <em>recit</em> versale dal tono gnomico, universalizzato; una riflessione sul potere politico che si struttura come forma della divisione/distinzione/discriminazione, e di una antropologia dell&#8217;opposizione amici-nemici, si definisce nelle quattro strofe versolibere di <strong>Vincenzo Frungillo</strong>; la parodia e l&#8217;altergiunzione dominano la prosa ritmica intervallata di stichi atonali di <strong>Francesca Genti</strong>, che con il suo poemetto-novella surreale/iperreale in prosa/verso delinea la società attuale, avviata a diventare postdemocratica, come un collage di tribù insulari e isolate più o meno conformiste al loro interno; toni quasi neo-oracolari, al limite del messianico, si rinvengono nelle due brevi lasse versolibere di <strong>Federica Giordano</strong>; una raffinata ironizzazione dei tradizionali simboli della modernità (uno fra tutti, l&#8217;albero della libertà, di giovanil-hegeliana memoria) si legge nel <em>demo</em> di <strong>Marco Giovenale</strong>, che già nel titolo allude alla forma di una struttura tecnicamente ancora in prova, imperfetta, inconclusa, <em>sub iudice</em>, da esperimento ancora da consegnarsi al pubblico, e che demistifica, con la sua sintassi franta, tramata di omissioni, rimandi intratestuali sbozzati, pseudo-reticenze e pseudo-preterizioni i toni e il linguaggio ordinario, da imbonitore propagandistico, dell&#8217;opinionista maggioritario tipo, e della sua orchestrazione di insignificanze condivise e tic sintattici da pubblicità-regresso; un linguaggio molto più tradizionale, tramato dall&#8217;evocazione dell&#8217;albero d&#8217;ulivo come proto-albero della libertà (e di fatto totem della democrazia attica, incunabolo improprio di tutte le democrazie) si rinviene nei versi di <strong>Mimmo Grasso</strong>; la prosa in prosa di <strong>Andrea Inglese</strong> fa da integrazione antifonale e risposta a distanza al testo di Giovenale, in una distesa e tecnicizzante ironizzazione della trama comunicativa e mediale delle democrazie, che decostruiscono dall&#8217;interno il loro pluralismo attraverso un discorso ridotto a sloganistico &#8220;messaggio&#8221;, di fatto unilaterale, che genera malinteso più che intesa e non-sensi più che razionali dissensi e consensi argomentati, finendo in sostanza per essere, in modo strisciante, totalitario, e sfuggente rispetto ai suoi stessi destinatari annidati in una post-ideologica massa parcellizzata; diverso ancora il senso allusivo dei versi di <strong>Maria Grazia Insigna</strong>, connotati, nell&#8217;esordio, da una sorta di contemplazione delle macerie, e dell&#8217;assenza degli uomini, in uno spazio (tanto esistenziale, quanto politico) nullificato e annebbiato da una chenosi non mistica; tutt&#8217;altra forma assume la lassa di prosa ritmica di <strong>Costanzo Ioni</strong>, che come da sua cifra stilistica inconfondibile, crea uno spazio nuovo, intrecciato di dialetto, latino, anglismi deformi e difformi, facendo aderire al cafarnao sociale generalizzato delle comunità disgregate su un pianeta abbandonato alla deriva economica e climatica, il suo personale cafarnao linguistico, <em>sermo </em>impossibile che si configura come l&#8217;unico possibile codice di decifrazione del caos; i versi lunghi, quasi versi neo-narrativi, di <strong>Carmine Lubrano</strong> tessono il referto autoptico di una non-narrazione, centrata sui giochi allitterativi e paronomasici che fanno della democrazia degratata la figlia impropria della demenza e del demerito; centrati <em>lato sensu</em> sulla forma della <em>Pace</em>, gli endecasillabi sciolti, neo-leopardiani in più di un&#8217;accezione, di <strong>Eugenio Lucrezi</strong>, per converso tramano con il loro andamento discorsivo, quotidiano, una sorta di giambo attutito, in cui i richiami a una certa tradizione lirica si dissimulano e si fondono con la colloquialità spontanea che descrive il <em>business as usual no matter what</em> nel tempo della crisi definitiva; per converso, estremamente concentrati appaiono i versi di <strong>Franca Mancinelli</strong>, a evocare <em>per speculum et enigmate</em>, in modo decisamente neo-ermetico, una trama della memoria come fondazione (ossimorica) di una ucronia concreta della società civile; il tono sloganistico, quasi da refrain contestativo, da striscione, ritorna a gola spiegata nei versi liberi a cadenza più o meno ternaria, anapestica, tramata di rime facili, di <strong>Anna Marchitelli</strong>; di altra natura il tono contestativo di <strong>Giovanna Marmo</strong>, che impronta alla negazione il suo discorso poetico sulla <em>polis</em> degradata a piccola patria particolaristica, dominata dalla massificazione e dalla disintegrazione in automatico, tramite una medialità inquinata e degenere, della parola e della voce ragionante; lucido e feroce, nella sua revulsione dei sintagmi, il messaggio di <strong>Renata Morresi</strong>, in cui i <em>topoi</em> e i cliché del pensiero progressista-democratico andati a male dopo la fallita fine della storia, franano progessivamente verso la singolarità di una adesione esitante; una nicchia a sé occupa, in questo ambiente variegato, <em>Lamassu,</em> la prosa di <strong>Paola Nasti</strong>, surreale dialogo lucianeo con un totem mesopotamico, quasi una operetta morale, o un <em>conte philosophique</em> drammatizzato, sull&#8217;intraducibilità (e sulla necessità di tradursi) della democrazia nell&#8217;umano, essendo questa effettivamente realizzabile, come da rousseauiana citazione, solo in un utopico popolo di dèi; nei versi di <strong>Lucio Pacifico</strong> si presenta invece all&#8217;occhio, in apparente focalizzazione esterna, un paesaggio deragliato di esperienze standardizzate dall&#8217;ingranaggio produzione-consumo, in cui di fatto nessuna parola ideologicamente marcabile e nessun concetto specificamente politico trovano più luogo e cittadinanza; la maniera breve, neolirica, di <strong>Melania Panico</strong> si articola in due momenti ritmici, fra il prima e il dopo l&#8217;instaurazione della democrazia, con riduzione degli individui a elementi mansueti di un gregge, come a suggerire per allusione la natura intimamente gregaristica, non partecipativa, delle democrazie industriali; nei suoi versi serpeggianti nel vuoto dello spazio bianco come spago da ricucire cicatrici, <strong>Marisa Papa Ruggiero</strong> definisce lo stato di nomadismo esistenziale dell&#8217;uomo contemporaneo, lanciato verso una <em>quest </em>non eroica<em>, </em>una cerca, senza definizione dell&#8217;oggetto; più personale e intimistica la riflessione di <strong>Maria Concetta Petrollo</strong>, che evoca la dimensione incerta della democrazia come dinamica di organizzazione sociopolitica debole, perché non radicata nella<em> longue durée</em> (nell&#8217;urna elettorale,&#8221;prima di me/ passò/ solo mia madre&#8221;); una struttura narrativa, da virulento e spietato racconto allegorico, ha invece il poemetto di cronaca nera di <strong>Antonio Pietropaoli</strong>, i cui versi liberi cadenzati, quasi pavesiani, fra l&#8217;endecasillabo dattilico e l&#8217;esametroide, fanno da colonna sonora in sordina alla brutale dinamica di uno stupro con delitto in due tempi, in un testo che può essere letto a più livelli come immagine del disordine costituito; la forma poematica, stavolta per lasse di endecasillabi e settenari, a volte regolari, a volte segnati da anacrusi che li rendono ipermetri o ipometri, connota con altre dinamiche anche la scelta stilistica ed espressiva di <strong>Ugo Piscopo</strong>, che riprende, ironizzandola, la forma del contrasto e della cobla di canzone; richiami evidenti, ricontestualizzati e risemantizzati, ai novissimi, in particolare a stilemi sanguinetiani (&#8220;&#8230;le grandi idee &#8230;saranno messe/ in prigione&#8230;&#8221;), nel trittico di lasse di versi atonali il <em>selfie è uguale per tutti</em>, di <strong>Gilda Policastro</strong>, che delinea lo scenario disgregato di una medio-crazia dell&#8217;autoscatto, dominio del narcisismo mediale dei mediocri nel tempo della banalità del mare; centrato sull&#8217;immagine incipitaria del &#8220;fiero pasto universale&#8221; che costituisce il mutuo sbranamento assicurato della lavorazione della storia è invece il tessuto ritmico implicito delle lasse in cui si articola il discorso poetico di <strong>Lidia Riviello</strong>, nel cui verso/prosa ritorna, insistito, il tema harrisiano (da cannibali e re) della sicurezza/insicurezza alimentare come trama pulsionale profonda della politica; la forma della democrazia neo-imperiale, in transizione verso forme più o meno ambigue di principatus e dominatio, o democratura, si accampa nei versi di <strong>Gianluca Rizzo</strong>, il cui trilinguismo (latino, italiano, inglese) è finalizzato a ricreare le tensioni del campo semantico dell&#8217;egemonia nei suoi slittamenti epocali; una sorta di teologia negativa della democrazia (&#8220;demo&#8230; che?&#8221;) si ritrova nelle strofe tristiche versolibere di <strong>Anna Santoro, </strong>il cui tono graffiante si stende sul quadro desolato di un mondo &#8220;bastonato da dittature amiche&#8221;; decomposizione e ricomposizione del linguaggio politico mediale della dittatura tecnocratica cinese, modello improprio del capitalismo occidentale in cerca di nuovi erramenti ed orrori, nei lunghi stichi atonali di<strong> Ivan Schiavone</strong>, il cui tema centrale è la possibilità di una guerra commerciale che è per definizione senza vincitori né vinti, così che le parole di XI JinPing, il capo di tale dittatura, finisce per offrire una sorta di lezione storica indiretta al capo della più grande democrazia occidentale, il Trump creatore di barriere doganali e sbarramenti; quasi eracliteo il correlativo oggettivo costituito dall&#8217;immagine del cercatore d&#8217;oro nei versi di <strong>Giulia Scuro, </strong>nei cui versi la ricerca dell&#8217;<em>Eldorado</em> dell&#8217;utopia, nascosta dietro la forma astratta della democrazia, viene adombrata in un tessuto iconico che è al limite dell&#8217;orfismo; nei versi a prevalente cadenza anapestico-ternaria (decasillabi, novenari, settenari con battuta di terza, trisillabi, quaternari), l&#8217;acquaforte di <strong>Ada Sirente </strong>procede a tratti con il <em>ductus</em> ritmico di un <em>embaterion</em>, mimando nell&#8217;inceppamento del ritmo finale, l&#8217;inceppamento dell&#8217;ideale; nella poesia di <strong>Rossella Tempesta</strong> si tratteggia il deragliamento del rapporto fra istituzione e bisogni, nel luogo dove maggiormente esso si avverte, su quella frontiera del palazzo che l&#8217;ente locale rappresenta, quella membrana permeabile e invalicabile fuori dalla cui <em>immunitas</em> sono respinte le aspirazioni comuni degli individui comuni; peculiare, e fondata su una riflessione metapoetica che incrocia potere (guerra) e poesia, è invece il breve <em>esquisse</em> di <strong>Christian Tito</strong>, in cui l&#8217;onnipervasività della<em> potestas</em> devota al <em>bellum, </em>trova un muro nel poeta devoto in qualche modo al &#8220;bello&#8221;, e travestito da dipendente della <em>potestas, </em>in un duello verbale ed esistenziale esplicito in cui è il poeta, in definitiva, a fornire il suggello (&#8220;non importa se non leggete le poesie/ sarà la poesia a leggervi tutti&#8221;); sul filo della memoria storica e della mancata fine della storia (come la storia è finita, per i personaggi che la subiscono, e non è mai, fukuyamamente parlando, finita), è la <em>qinah</em> in morte e in vita di Falcone e Borsellino, di <strong>Anna Toscano</strong>; una struttura da monologo tucidideo di Pericle satanicamente rovesciato, l&#8217;immaginario discorso di Trump sullo stato dell&#8217;Unione, nelle lasse di stichi atonali di <strong>Ferdinando Tricarico</strong>, che si presenta come <em>ghost writer</em> dipendente ribelle del sistema e destinato al <em>firing</em> (termine che può indicare tanto il licenziamento quanto l&#8217;eliminazione fisica a cura di un plotone di esecuzione), e si configura come l&#8217;autore di un <em>logos </em>votato a disvelare e demistificare, dall&#8217;interno, lo stesso inganno semantico latente nel termine <em>democrazia</em>; per blocchi semantici ripetuti all&#8217;interno di nodi paralogici, o paraetimologici, o demistificatori di pseudo-logiche, procede, come suo uso, la lunga sezione<em>/session</em> poematica di <strong>Silvia Tripodi</strong>, che illustra l&#8217;insensatezza di una macchina perfettamente oliata per alimentare in modo automatico la propria autoreferenziale gestione e <em>governance</em>, così che di fatto la dimensione della democrazia in senso moderno viene essenzialmente esclusa, messa in parentesi; struttura poematica ha anche la lassa di versi lunghi (di un endecasillabo e un settenario accostati, à la Bernardino Baldi) che il sottoscritto, <strong>Daniele</strong> <strong>Ventre</strong>, penultimo tra cotanto senno (così sono costretto, con riluttanza estrema, ad autonominarmi e autoclassificarmi, come da completo referto), ha incentrato sull&#8217;immagine della Statua della Libertà, parodiando in negativo (piaccia o meno) Emma Lazarus e il suo <em>New colossus</em>, con i suoi proclami politici svuotati di credibilità da decenni di occidentale, euro-americana e democratica non accoglienza classista e razzista del viandante; rapido ed essenziale, epigrammatico, il <em>madrigale muto</em> di <strong>Lello Voce</strong>, il quale, nella sua <em>brevitas</em>, condensa il nodo della crisi della democrazia nell&#8217;insensatezza del suo linguaggio quotidiano, balbettio di politici sgrammaticati, di pubblicità e di vuoti d&#8217;anima, sprigionati come sminuzzamenti del senso dal tritacarne del pensiero unico, che riversa sul mondo frammenti di suono, voci chiocce, suole usurate, mani vuote, cielo senza stelle, a restituire all&#8217;uomo tardo-moderno l&#8217;immagine dell&#8217;assemblea pluralistica dominata dalle armi e dal mercato alla fine della decadenza.</p>
<p>Un panorama così apparentemente variegato ed eterogeneo permette, di primo acchito, di delineare, sia pur con qualche approssimazione, un quadro generale di questo spaccato, per forza provvisorio, di una nuova poesia politica possibile. Alcune esperienze e dinamiche sembrano, in tale orizzonte, più centrali (nel senso linguistico, chomskyano, del termine), centrate come sono sul nodo della vita associata in una società complessa, vale a dire il linguaggio come nucleo primario della medialità. In tal senso si muovono, a vario titolo e da differenti approcci e poetiche (ma sono indicazioni di massima, ampiamente rivedibili e gravide forse di eccesso di semplificazione), sia forme espressive, tipiche ad esempio di Marco Giovenale, di Andrea Inglese, Renata Morresi o di Silvia Tripodi, in apparenza lontane dalla forma tradizionale del plurilinguismo comico-realistico dissacratorio, sia la lingua artificiale di Costanzo Ioni, che questo plurilinguismo conduce alle estreme conseguenze. Altri esperimenti, altrettanto centrali, conducono verso la destrutturazione delle dinamiche effettive della comunicazione frontale/mediatica del politico (come individuo storico e come categoria) rispetto alla massa interlocutrice passiva: è il caso, ad esempio, del monologo di Pericle rovesciato di Ferdinando Tricarico, e in responsione inversa, del discorso di Xi JinPing reinventato da Ivan Schiavone, o per altri aspetti del <em>Purgatorius</em> di Guido Caserza; un tono peculiare hanno quei poeti che hanno in varia maniera impresso ai loro versi uno stile contestativo, da corteo apparente, da Claudio Finelli, ad Anna Marchitelli, a Giovanna Marmo; uno statuto particolare va riconosciuto a testi, come quelli di Franco Buffoni, Francesco Filia, Antonio Pietropaoli, Lidia Riviello, Rossella Tempesta o Lello Voce, che aggrediscono da vari punti di vista le metacondizioni sociali e le soluzioni al contorno del discorso della democrazia, tematica di fondo a cui si accostano anche le prese di posizione dei due testi espressamente neometrici presenti nella raccolta, quello di Eugenio Lucrezi e il mio modesto contributo. Una linea a parte è rappresentata dai testi di tempra apertamente neo-lirica, come accade in ordine sparso per Melania Panico, Ada Sirente e Giulia Scuro, le quali affrontano il problema con il loro codice espressivo volutamente decentrato, battendo una via che stigmatizza il degrado del linguaggio della comunità annegandolo nel silenzio, nella non nominazione, più che riecheggiandone la vuota stereotipia. Come si può notare, si tratta di classificazioni che prescindono del tutto dalle diverse poetiche e dalle appartenenze dei vari autori, puntando più che altro a mettere in evidenza gli effetti concreti delle diverse soluzioni espressive adottate.</p>
<p>Ne risulta, fra quelli involti nel caos dell&#8217;agorà e quelli che si sono consegnati al romitaggio, una sorta di anti-epos collettivo del declino della <em>communitas</em> ad opera degli <em>immunes,</em> in cui le varie forme in campo definiscono non tanto soluzioni -impossibili e incredibili da parte di chi non detiene alcun potere concreto- quanto ipotesi di lotta per un popolo che manca, sia al momento di aggregazione politica e difesa dei propri diritti, sia al momento di costruzione estetica della propria narrazione come identità dialogante.</p>
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		<title>Da &#8220;Sedute in piedi&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/11/24/da-sedute-in-piedi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giulia scuro]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sedute in piedi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulia Scuro . Ventottesima ora di lavoro Dottoressa, come le ho già più volte detto, pur con le molte divagazioni del caso io sono preoccupata per il mio naso. Ho paura che la sua sporgenza sia uno sfoggio di esistenza e che al vederlo chi è di fronte pensi a lui come ad un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-70975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/cover-sedute-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/cover-sedute-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/cover-sedute-768x1159.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/cover-sedute-679x1024.jpg 679w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/cover-sedute.jpg 1000w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></p>
<p>di<strong> Giulia Scuro</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p class="x_MsoNormal"><b>Ventottesima ora di lavoro</b></p>
<p class="x_MsoNormal">Dottoressa, come le ho già più volte<br />
detto, pur con le molte<br />
divagazioni del caso<br />
io sono preoccupata per il mio naso.<br />
Ho paura che la sua sporgenza<br />
sia uno sfoggio di esistenza<br />
e che al vederlo chi è di fronte<br />
pensi a lui come ad un ponte<br />
nella mia direzione,<br />
fatto di binari olfattivi,<br />
alla portata dei suoi incisivi.<br />
Dottoressa, è un delirio<br />
o solo fervida immaginazione?<br />
Mi rassicuri, mi comprenda,<br />
alle prese con l’ammenda<br />
mi sprofondo nelle suole.</p>
<p><span id="more-70969"></span></p>
<p style="padding-left: 240px;"><em>Allora, andiamo con ordine</em><br />
<em>tu mi vuoi dire che il tuo naso</em><br />
<em>è una proiezione del fallo reciso</em><br />
<em>che tua madre conserva in un vaso?<br />
</em><em> </em></p>
<p style="text-align: left;">Esatto dottoressa, quanto ha ragione!<br />
Conosce Lisabetta da Messina,<br />
sventurata figlia del Decamerone,<br />
i cui fratelli assassinarono l’amante in sordina?<br />
Del suo amato la testa riposa<br />
in un vaso sul quale ella piange<br />
la condizione di mancata sposa.<br />
La castrazione decapitata del suo amato<br />
l’ha indotta ad una partenogenesi di basilico<br />
per cui le lacrime hanno irrorato<br />
una verdura che sul suo capo<br />
ha attecchito da più di un lato.<br />
Dottoressa, io sono convinta<br />
che al suo naso la radice s’è avvinta<br />
e questo pensiero mi ossessiona talmente<br />
che immagino il naso come una gobba<br />
vulnerabile ed esposta alla gente.<br />
Il naso, ci pensi, è una bandiera<br />
svetta sul muso con la punta altera<br />
e con le narici ci apre la strada,<br />
perlustrando, come una spada.<br />
C’è chi dice “non vedervi oltre”<br />
a significare che l’escrescenza facciale<br />
sia dell’uomo il limite oppure una coltre.<br />
La protuberanza tridimensionale<br />
è anche la maniglia a cui si afferra<br />
colui che ci mente o di noi si fa beffe.<br />
Ma la mia espressione preferita<br />
è sempre stata “naso di velluto”,<br />
mi fa pensare a una stoffa brunita<br />
sulla ferita che ingombra il ritratto<br />
altrimenti piatto della nostra partita.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="padding-left: 240px;"><em>Perché la consideri una ferita?</em><br />
<em>Non potrebbe darsi</em><br />
<em>che piuttosto la vita</em><br />
<em>mostri nel naso il suo rafforzarsi?<br />
</em></p>
<p>Ci penserò dottoressa, ora che l’ora è finita<br />
e il ritorno una strada in salita.</p>
<p>*</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Trentunesima ora di lavoro</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Salve dottoressa, come sta?<br />
Sono contenta che sia sempre qua.<br />
Porto sicuro in cui porto me stessa<br />
e al monologo alterno una vana scommessa.<br />
Dottoressa, le sono mancata?<br />
Cosa ne pensa, mi trova assennata?<br />
L’amara ironia che con lei argomento<br />
ogni ora si rapprende al mio tegumento,<br />
come una patina di porcellana<br />
mi rende più fragile ma anche più umana.<br />
Perché non parliamo della sua parcella?<br />
Crede di meritare che sia sempre quella?<br />
Anche quando la seduta è un tormento<br />
e ad ogni silenzio sospira un momento?<br />
O quando le descrivo i miei onirici stenti<br />
e lei, fattucchiera, ne svela i cimenti?<br />
Non saprei dirle, potremmo variare,<br />
un giorno un diamante e l’altro del sale.<br />
Cosa ne pensa della mia proposta?<br />
Renderebbe la sfida non mia ma nostra.<br />
D’accordo, la smetto di tergiversare<br />
e vado al sodo senza farmi cacciare.<br />
Dottoressa, parliamo del niente<br />
quel niente che tormenta l’intero occidente<br />
un niente che è tutto e gli avari consola,<br />
ecco, quel niente, alcun tempo ristora.<br />
Come si affronta il niente da sola?<br />
Io sono con lei soltanto quest’ora.</p>
<p style="padding-left: 240px;"><em>Vorresti risolvere il tuo delirio</em><br />
<em>o quello dell’intero mondo in martirio?</em><br />
<em> </em></p>
<p>Dottoressa, non poniamoci limiti,<br />
cosa possiamo noi contro il creato?<br />
Non dico di essere Napoleone<br />
ma ciò non mi frena dall’emularlo,<br />
sempre meglio che Garibaldi<br />
anche se aveva nervi assai saldi.<br />
*</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quarantesima ora di lavoro</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 240px;"><em>Bentrovata Giulia, come si sente,</em><br />
<em>oggi crede nel passato o nel presente?</em><br />
<em> </em></p>
<p>Dottoressa, la ringrazio per la domanda,<br />
quanti giochi di luce nella sua veranda.<br />
Lo vede, il giorno è più lungo e la sera<br />
abbrevia la notte per chi è mattiniera.<br />
Proprio oggi pensavo:<br />
dovrà pur condurmi da qualche parte questa corsa<br />
o il delirio gira in tondo dalla settimana scorsa?<br />
Dottoressa, oggi la sento stanca,<br />
la luce stasera la invita ad uscire<br />
e certo non alla mia voce bianca,<br />
pallida e ingenua come il mese di aprile.<br />
Il passato e il presente sono oltre la stanza<br />
eppure abbisognano della sua presenza.<br />
Dottoressa, ascolti attentamente,<br />
restiamo ancora un attimo con le luci spente,<br />
come quel Cyrano che al buio, solo al buio,<br />
svelò l’intima debolezza del coraggio,<br />
giacché la bruttezza era stata l’oltraggio<br />
al genio amante rendendolo spurio.</p>
<p style="padding-left: 240px;"><em>Cosa nello scuro ti fa sentire al sicuro?</em><br />
<em> </em></p>
<p>La notte allevia l’evidenza,<br />
ci restituisce all’incoscienza.<br />
Grazie allo Scuro, Giulia può essere vaga<br />
ma Giulia allo Scuro consente una paga.</p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 240px;"><em>Lo Scuro e la Giulia sono sciocchi ad illudersi:</em><br />
<em>la loro scissione è illusoria.</em><br />
<em>Tutti gli attimi sono attimi persi</em><br />
<em>se il rifiuto diventa la scoria.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Laura Liberale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/20/poeti-appartati-laura-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Aug 2017 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giulia scuro]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Liberale]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
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					<description><![CDATA[Singolare coincidenza ha fatto che nel giro di pochi giorni mi arrivassero due libri della stessa casa editrice.  Pur conoscendo i percorsi delle due autrici ho potuto per la prima volta &#8220;sentire&#8221; davvero le loro voci attraverso queste due opere singolari: Sedute in piedi di Giulia Scuro e La disponibilità della nostra carne di Laura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69377" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/laura-300x163.jpg" alt="" width="300" height="163" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/laura-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/laura-768x418.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/laura-1024x557.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/laura.jpg 1721w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>Singolare coincidenza ha fatto che nel giro di pochi giorni mi arrivassero due libri della stessa casa editrice.  Pur conoscendo i percorsi delle due autrici ho potuto per la prima volta &#8220;sentire&#8221; davvero le loro voci attraverso queste due opere singolari: <a href="https://www.ibs.it/sedute-in-piedi-libro-giulia-scuro/e/9788873412694">Sedute in piedi di Giulia Scuro</a> e <a href="https://www.ibs.it/disponibilita-della-nostra-carne-libro-laura-liberale/e/9788873412878">La disponibilità della nostra carne</a> di Laura Liberale, entrambe pubblicate, in due diverse collane, dalle Edizioni <a href="http://www.oedipus.it/about.html">Oèdipus</a>. Ad accomunarle è sicuramente la perfezione geometrica di una narrazione in versi che, poesia dopo poesia, declina un&#8217;esperienza specifica, fondamentale come può esserlo la morte, la nascita, l&#8217;essere al mondo, ricostruendo un &#8220;tutto&#8221; da cui risulta difficile- ci scusiamo per avere osato tanto- estrapolare un passaggio, una singola poesia senza offendere il disegno originale dell&#8217;intero. Nei versi di Giulia Scuro la vena ironica sembra irrorare molti passaggi dal fare al disfare dell&#8217;io, protagonista qui di un&#8217;analisi &#8211; le sedute dall&#8217;analista vengono perciò numerate &#8211;  che riesce a conservare lo spirito dell&#8217;incantamento perfino di fronte al dolore; la voce di Laura Liberale è più simile a quella di un Mantra, di una preghiera laica da recitare al mondo più che agli dei. </em><em>Non mi dilungo oltre. Lascio ai lettori la bellissima nota critica di Fosca Massucco preceduta da alcuni estratti del libro di Laura Liberale. Su quello di Giulia Scuro spero di poter ritornare con la prossima puntata dei poeti appartati</em>. effeffe</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre poesie  da<strong> <em>La disponibilità della nostra carne</em></strong></p>
<p><em>di </em><strong><em>Laura Liberale</em><em><br />
</em></strong><em>(Edizioni  Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)</em></p>
<p>Dalla secca frizione dei corpi</p>
<p>dal ritmo inesatto dell’attrito</p>
<p>dalla fallacia del vostro legno</p>
<p>generaste un ardore primitivo</p>
<p>un fuoco di rovina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bruciò, l’esca di carne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La colpa, inestinguibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Sono d’oro i due pezzi di legno con cui gli Aśvin generano il fuoco.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bṛhadāraṇyaka-upaniṣad, VI, 4, 22 </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Ricostituiscimi</em></p>
<p>ripete chi fu fatto a pezzi</p>
<p>al fuoco volto a mezzogiorno</p>
<p>che diede al sangue un battito marziale.</p>
<p><em>A me restituiscimi.</em></p>
<p>E il sangue si abbandona al proprio sperpero</p>
<p>si dissipa, impotente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certe donne credono che solidificandosi</p>
<p>il sangue possa generare un figlio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando smembrarono Puruṣa, in quante parti lo divisero? </em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Ṛgveda, X, 90, 11 </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Non avendoti fermata allora</p>
<p>nel suo male paventava adesso</p>
<p>una retribuzione elementare.</p>
<p>Ti s’incupiva il battito nei passi</p>
<p>e piano ti staccavi dal suo braccio.</p>
<p>Nel limo metafisico del padre</p>
<p>qualcosa di te cedeva. Sconfitto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Gli disse: “E me, padre, a chi mi darai?”, e lo ripeté una seconda,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> una terza volta. Il padre allora gli rispose: “Ti darò alla morte”</em><strong>. </strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Kaṭha-upaniṣad, I, 1, 4</strong></p>
<p><strong>Nota di lettura</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Fosca Massucco</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Aggiogare le parole è quel che resta”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il carattere cinese che indica la <em>poesia</em>, 䀽 (<em>shī</em>), è composto dall&#8217;ideogramma <em>parola</em> affiancato da quello di <em>tempio</em>: adorazione attraverso le parole. Laura Liberale fa sua questa saggezza in miniatura proponendo un personale (e molto occidentale, nonostante i rimandi all’Oriente) percorso di distacco dal quotidiano nel suo “La disponibilità della nostra carne”.</p>
<p>Intendiamoci subito: capovolgere i sistemi di riferimento, rivoltare la cognizione mondana porta l’uomo a crescere interiormente oppure, senza scampo, a buttare radici interne. Solo questo rimane, “<em>succhiare la durevole cheratina dei morti</em>”, imparare ad abbandonare (fisicamente o meno, poco importa alla fine) la realtà del quotidiano per un lento e costante apprendimento; l’approccio quadridimensionale fatto di tempo transiente e carne mescolati, “<em>avvinghiati […] come a un nemico</em>” con enorme difficoltà ci porta all’assoluto, all’essenza delle cose pura come ossa.</p>
<p>È un viaggio di ritorno quello di Liberale, verso un antro o un cratere, verso un’accoglienza assoluta, a tratti cosmica, ma sempre oscura nell’accezione più positiva del termine; il suo buio, in cui il pensiero si sospende e rimane immobile, è pieno di miele e di api.</p>
<p>Dimenticando per un attimo il <em>topos</em> dell’ape laboriosa – completamente fuori luogo qui – scartiamo di lato e pensiamo l’insetto come elemento fondamentale della purificazione; non a caso il suo miele conserva immuni da putrefazione le sostanze e tempo addietro manteneva pulite le piaghe. La tensione dei testi cresce insieme al lavoro purificatore delle api, arrivando a trasformarle da simbolo incorruttibile della volontà nelle madri produttrici del “<em>miele di un nuovo coito</em>”, alla ricerca della disponibilità della carne, ed infine nelle creatrici di un nuovo ventre, di “<em>una giara di miele</em>”.</p>
<p>Nel libro si susseguono scene come rapidi thangka di cui siamo spettatori: “<em>scegli</em>!” sembra dirci l’autrice, “<em>decidi cosa vuoi essere!</em>” mentre ci troviamo a scorrere nei versi e tra le dita una <em>mala</em> di ossa con il piglio occidentale del rosario; e lei? Ci scatena addosso Kālī, “<em>la Nera</em>” con la sua collana di sapienza, pronta ad unirsi nella lotta per recidere le nostre teste o, perlomeno, il nostro ego.</p>
<p>Come già in un suo libro precedente (“<em>Ballabile terreo</em>”, D’If 2011), il percorso verso la liberazione dal sé passa attraverso l’accettazione della catastrofe e della sofferenza come naturali e necessarie; lì Liberale scriveva “<em>è alla carne che dovevo annodare i miei bambini | per portarne la crescita ogni giorno | come un serto difeso alla madre</em>”.</p>
<p>Ora il suo percorso si è spinto oltre, le memorie della sofferenza paterna sono ancora presenti, ma a corredo di una visione complessiva più ampia: “<em>Sale dai piedi il freddo, ma è già stato. | Fuori, le crepe e un cranio spoglio</em>”. L’autrice ci accompagna dentro la morte, percepita come scioglimento dai vincoli del sé, senza per forza essere terra di comprensione; ma, d’altro canto, “<em>sapere è bucare la luce | aprire varchi d’ombra</em>”, passare dal regno della (supposta) conoscenza sensoriale a quello della (sicura) ignoranza spirituale, sia esso alla moda occidentale di inferni e paradisi o filosofeggiando di karma non meglio strutturati. Dunque il sapere è ombra? Per Liberale è rientrare nella caverna, in cui tutto è roccioso e umido, in cui le api la accolgono, come nell’antro di Itaca, e il cosmo si rivela nella sua essenza primordiale di “rumoroso” silenzio.</p>
<p>La carne impara, ha memoria più dell’acqua traditrice e porta dentro di sé la rinascita, ma deve imparare a trasfigurarsi nell’accoglienza: non a caso gli ultimi versi con cui il libro si chiude, ci insegnano che accettare è la prima delle liberazioni. Solo così “<em>si fanno chiari i volti delle madri</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Laura Liberale</strong>,<em> La disponibilità della nostra carne</em>, Edizioni Oèdipus 2017, pagg. 48 €11,50</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Giuseppe Acconcia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/28/poeti-appartati-giuseppe-acconcia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2016 12:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Rimolo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Liberi tutti]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61339</guid>

					<description><![CDATA[Cercando un altro Egitto di Francesco Forlani Ho conosciuto Giuseppe Acconcia grazie a un incontro che si è svolto a Torino durante la presentazione del suo libro, Egitto Democrazia Militare  pubblicato dall&#8217;eccellente editore Exorma. Conosciuto di persona perché in realtà eravamo entrati in contatto qualche tempo prima per cominciare una proficua collaborazione con Nazione Indiana [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-61340" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Copia-di-ACCONCIA-COP.-5.9-300x152.jpg" alt="Copia di ACCONCIA COP. 5.9" width="521" height="264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Copia-di-ACCONCIA-COP.-5.9-300x152.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Copia-di-ACCONCIA-COP.-5.9-768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Copia-di-ACCONCIA-COP.-5.9-1024x520.jpg 1024w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cercando un altro Egitto</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Giuseppe Acconcia grazie a un incontro che si è svolto a Torino durante la presentazione del suo libro, <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/egitto-democrazia-militare/">Egitto Democrazia Militare  </a>pubblicato dall&#8217;eccellente editore Exorma. Conosciuto di persona perché in realtà eravamo entrati in contatto qualche tempo prima per cominciare una proficua collaborazione con <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+acconcia">Nazione Indiana</a> in merito a quanto succedeva in Medio Oriente. Giuseppe  è infatti corrispondente per il Manifesto e da anni porta avanti un discorso poco <em>prudente</em> in merito ai più recenti avvenimenti, rompendo l&#8217;onda delle opinioni correnti piuttosto che cavalcarle, come nella sua presa di posizione a dir poco critica nei confronti dell&#8217;autunno abbattutosi in medio oriente dopo le primavere ricche di democrazia e speranza per i popoli del Mediterraneo. Tali posizioni sono state anche attaccate, polemicamente, salvo poi rivelarsi mesi dopo, alla luce di terribili fatti come l&#8217;assassinio di Giulio Regeni in Egitto, a dir poco realiste  rispetto a quanto sta accadendo in questa nostra parte del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Introdurre una raccolta di poesie con una nota sulla produzione letteraria e giornalistica del suo autore  mi è sembrato giusto per due ragioni almeno. La prima è che in Italia abbiamo soprattutto in questi ultimi anni  dei poeti che da anni lavorano in campo politico e sociale con estremo rigore e con eccellenti risultati dal punto di vista teorico e militante. La seconda è che non v&#8217;è affatto anomalia nel rilevare tale esperienza della poesia in ambiti che sembrano troppo prosastici e realistici per lasciare spazio alla forma poetica, perfino al credere ancora in essa come azione letteraria sul mondo. Delle poesie di Giuseppe Acconcia sono allora lieto di condividerne con voi una breve selezione tratta dal libro e soprattutto l&#8217;approfondita analisi che ne ha fatta Eleonora Rimolo.</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.ibs.it/code/9788873412144/acconcia-giuseppe/liberi-tutti.html">Liberi Tutti</a> (Oedipus)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poesie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto è alto Nero Wolfe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’unghia che entrava nella carne del mio dito<br />
veniva curata ogni giorno con acqua e sale,<br />
filamenti bianchi lunghi sguazzavano nella piccola<br />
[conca blu,<br />
la pelle bagnata era libera da un peso, il dito respirava,<br />
ma il liquido giallo fluorescente crostoso<br />
di un intenso odore di cicatrice perenne<br />
ricompariva pochi minuti dopo,</p>
<p style="text-align: justify;">fu in una di quelle notti che avvistammo<br />
il cadavere di un uomo alto, coperto da foglie,<br />
[sulla salita vicino casa,<br />
sospeso sulla terra con un cappello,<br />
nessun segno di colluttazione,<br />
ma le ferite della pelle, come di Marina de Van,<br />
squarciavano le sue gambe.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco prima era stato visto in un bar<br />
senza gabinetto dietro alla stazione di Bologna,<br />
buio, frequentato soprattutto da chi spazza,<br />
[banconi pieni di pane,<br />
sul fondo il rumore di una diligenza formata<br />
[da carrozze sconnesse,<br />
aperte e con due passeggeri, insospettabili:<br />
bread, cantante dalla faccia sfigurata<br />
[come fette di pane,<br />
e una donna trafitta da frecce che ne attraversavano<br />
[la carne senza ucciderla,<br />
entrambi avevano appena assistito alla salita<br />
di una cosca di uomini malfattori alla tavola<br />
[alta della Mafia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare che l’uomo sia entrato nel bar per pochi minuti<br />
e per due battute azzeccate abbia ottenuto in regalo<br />
una bottiglia di vino della Valpolicella,<br />
[ancora intatta nelle sue tasche.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco prima era stato visto in un retrobottega<br />
mentre amava una donna ninfomane<br />
e veniva travolto dal suo ardore<br />
con il suono di una chitarra<br />
ed una voce impaurita e stentata a vibrare sulle corde,<br />
immersi in un’estasi profonda<br />
sfondarono le doghe del letto<br />
mentre la donna moriva di febbre gialla a trent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella stessa sera fu visto su uno schermo<br />
tra le vie di Ocklahoma City mentre interpretava<br />
[Rusty James.</p>
<p style="text-align: justify;">I ponti della città diventavano templi.<br />
Padre e figli giocavano su un letto,<br />
coinvolti in un’orgia sublime,<br />
piccoli specchi riflettevano la scena.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel pomeriggio fu visto mentre chiedeva lavoro<br />
a vecchi signori che lo scoraggiavano a vivere<br />
mentre lui si sforzava di mostrare perfetto<br />
[piglio anglosassone,<br />
tradito da vaghi tentennamenti<br />
e dal dubbio che nessun ufficio fosse fatto per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei vecchi raccontò che quel ragazzo,<br />
le visiteur du soir lo chiamò,<br />
aveva il volto di chi strappa le foglie per strada,<br />
che di per sé non vuol dire niente,<br />
ma che lui associava a chi vuole giocare non lavorare,<br />
a chi vuole vivere senza tempo,<br />
persino la quotidianità precisa dei giornali era forse<br />
[per lui un’oppressione,<br />
a chi vorrebbe essere espansivo, ma si ferma<br />
[per reticenza altrui,<br />
a chi sarebbe morto solo se lo avesse deciso lui stesso.<br />
Evidentemente il vecchio non aveva capito granché<br />
vista la morte improvvisa dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attorno a noi la folla cominciava ad arrivare<br />
e le storie più assurde percorrevano le labbra:<br />
una finestra lasciata aperta per trent’anni<br />
avrebbe provocato la morte del giovane<br />
oppure il pugnale amichevole<br />
del fratello di infanzia avrebbe colpito alle spalle.<br />
Da quel giorno, cresceva un bambino<br />
nel mio petto destro. Sentivo formarsi<br />
le prime radici dei suoi nervi duri e la pelle liscia<br />
[del suo volto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le luci di <em>Belgrado</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quel colore di sole<br />
che ricorda la terra, ma<br />
non quella coltivata,<br />
penso piuttosto alla mai<br />
toccata da piede di uomo,<br />
sabbia indurita, suolo di <em>Marte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La luce di <em>Belgrado</em><br />
è di polvere gialla,<br />
stesa sulle strade, lungo i tranvai,<br />
tra negozi, baracche e alberi verdi<br />
conformi ai suoi raggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La luce di <em>Belgrado</em><br />
è negli occhi segnati<br />
di uomini e donne per strada,<br />
sono sguardi di altro pianeta<br />
sembrano fissi, immobili, spenti<br />
senza riflessi o bagliori improvvisi,<br />
sono di terra mai coltivata e<br />
di polvere lasciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Le luci di <em>Belgrado</em><br />
sono ad <em>Ada Ciganljia</em><br />
la Sava incontra il <em>Danubio</em>,<br />
gialla-verde-marrone,<br />
macchiata di terra, di polvere, di luce del sole,<br />
a lungo guardata da occhi immobili tanto da<br />
darle un nuovo colore,<br />
formaggio di <em>burek</em> o zuppa di pesce,<br />
barconi sul fiume,<br />
pelle gitana come <em>jelen pivo</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non inciampare nei giornali</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono un mucchio<br />
lì accatastati<br />
tra riviste e giornali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono centinaia di migliaia<br />
formano grattacieli altissimi<br />
raccontano, come si dice, notizie.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono carta coperta di inchiostro<br />
distribuita nei piccoli<br />
chioschi aperti all’alba.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono pieni di discorsi di nominati giornalisti<br />
i più brillanti, i migliori dei migliori<br />
accozzaglie di parole imprecise.<br />
Sono <em>comunicatori</em> come altri<br />
ma veramente artefatti,<br />
per lo più capaci di parlare<br />
di ogni argomento<br />
senza alcuna conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’intervista campata in aria,<br />
un fatto nuovo,<br />
un collegamento magistrale<br />
entra in scena il <em>comunicatore</em><br />
per distorcere quella piccola storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi come me voleva raccontare,<br />
era affascinato dalle notizie,<br />
metodo infallibile per entusiasmarsi<br />
a qualsiasi cosa,<br />
ma adesso non può far finta di niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è stato difficile,<br />
è bastato guardare le facce dei chiamati giornalisti,<br />
nessuna serenità, nessuna verità,<br />
ingabbiati loro stessi in cumuli<br />
di parole inutili ed inventate,<br />
ripetute all’infinito, intuizioni errate,<br />
racconti distorti, fatti senza fondamenti<br />
che acquistano ogni giorno potere essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardateli i contabili della scrittura<br />
affaticarsi nei resoconti, nei prospetti, negli schemi,<br />
negli stati patrimoniali,<br />
nelle strutture linguistiche efficaci di comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non farti incantare dall’aria oscura,<br />
dalle cartine ingiallite, dal volto del guru indonesiano<br />
della <em>libreria Odradek,</em> dai vecchi mobili<br />
[di una cantina, da redazioni postpseudocomuniste,<br />
neppure quelle sono eccezioni,<br />
è la velocità che rovina, la tecnica<br />
[che ha colpito definitivamente,<br />
senza alcun segnale di ripresa possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pensare che gli <em>esteri</em> siano meglio,<br />
se distingui l’uniformità del discorso politico<br />
[bipolare del tuo paese,<br />
allontanandoti da questioni politiche<br />
tendenti monotonamente verso un infinito<br />
[limite destro,<br />
perché dovresti descrivere altri paesi<br />
solo parlando dei loro altrettanto oligarchici<br />
[affari politici?<br />
Non pensare che i critici siano meglio,<br />
se hai ben chiaro il vuoto della lettura<br />
tra le righe o tra le immagini<br />
senza vedere le righe e le immagini,<br />
come puoi occuparti di raccontare trame o giudicare?<br />
Non pensare che le cronache locali siano migliori,<br />
gli affannati cronisti del mercato bovario<br />
o dei funerali assassini che<br />
facce toste devono avere per fare domande?</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio denigrarvi,<br />
ma non è necessario sapere le cose che raccontate,<br />
anzi, quasi sempre, le poche verità necessarie<br />
[sono altrove,<br />
non serve recarsi a quel chiosco<br />
né accendere lo schermo,<br />
consiglio di mille professori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non perdiamo altre forze,<br />
per favore, scavalchiamo quei mucchi di giornali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota di lettura</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eleonora Rimolo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per ricostruire il volto caleidoscopico di <em>Liberi tutti</em> vorrei partire da alcuni versi polemici rivolti da Giuseppe Acconcia nei confronti dei giornalisti, suoi colleghi, definiti <em>i contabili della scrittura</em>˗quasi questi fossero degli attenti burocrati interessati a tutto tranne che alla scrittura, che è l’opposto della burocrazia e della contabilità˗ e nei confronti dei critici letterari. I critici che <em>giudicano e raccontano</em>, (o meglio pretenderebbero di farlo) <em>il vuoto</em> della lettura tra le righe di un testo poetico. Mi sento per tale ragione chiamata in causa, dovendo intervenire criticamente sulle poesie dell’autore. Sappiamo, tuttavia, che la poesia parla soprattutto con i silenzi: le sue pause sono fondamentali, il ritmo non è scandito da ardite narrazioni da ordinare logicamente ma da sussurrate intuizioni inspiegabili, indomabili, afferenti ad una dimensione parallela a quella del naturale vivere comune, ma non udibile, non visibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio proposito, dunque, non sarà quello di giudicare e/o raccontare i versi di Giuseppe Acconcia ma di ripercorrere, sulle tracce poetiche dell’autore, i suoi chiari e semplici (<em>cerca di essere chiaro e semplice</em>) sentieri del vuoto tra un verso e l’altro, considerando, come punti cardinali della sua opera, che la poesia è silenzio e menzogna (<em>le bugie della poesia</em>) e il poeta è <em>un ragazzo alla sua lotta costante contro la dittatura della nascita</em>, come se il nascere, leopardianamente, fosse per l’uomo la prima vera, incontestabile ed incontrovertibile imposizione nefasta della Natura maligna.</p>
<p style="text-align: justify;">Considero, fin dalla prima lettura integrale di <em>Liberi tutti</em>, questo titolo, e di conseguenza globalmente questa raccolta, un grido di anarchica istigazione al Desiderio, dove per Desiderio intendo, alla maniera di Lacan, un’esperienza indistruttibile di apertura verso l’alterità che rigetta ogni solipsismo della psiche. Il Desiderio invoca dunque l’Altro, che è radice ultima dell’esperienza del nostro inconscio. E Giuseppe Acconcia cerca disperatamente l’Altro in diversi modi e sotto diverse forme. Cercherò, dunque, di esaminare quelle più persistenti, più rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta riferisce apertamente, fin dalla sua primapoesia, di essere un apolide, poiché non riesce a trovare la propria collocazione nel mondo: mentre gli altri si affannano in mille inutili occupazioni (<em>alcuni ragazzi entravano nella metropolitana puntuale […] altri vivevano in comune, segregati tra le montagne […] alcuni si affannavano alla ricerca/di un lavoro qualsiasi […] altri si immergevano in un lavoro lento,/perenne, immutabile, felicità […]alcuni trentenni si agitavano/e sospiravano nell’attesa del bambino […] altri, più vecchi, raggiungevano cerchi/per passare il loro tempo coccolati […]</em>) il poeta è pronto a rimanere solo, come è giusto che sia per coltivare il silenzio precedentementeinvocato. Nonostante ciò, però, per quanto si ci sforzi di rimanere soli e in silenzio, qualche rumore giunge ancora alle orecchie come elemento disturbante che denuncia una realtà sbilanciata, inadeguata: <em>anche se solo, in assenza di ogni rumore,/sento sempre il sibilo assordante di un acufene</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Acconcia considera la scrittura un accessorio del mondo, e le sue parole sono fatte della stessa materia del suo lardo (<em>come se il mio lardo/fosse fatto di parole</em>): la poesia ha dunque un peso, una corporeità, una materialità che non si può ignorare, poiché non galleggia nella leggera vaghezza di un mondo ultraterreno, ma si àncora alla terra e mette le sue radici via via nel corpo di chi la compone. La corporeità è un elemento essenziale della sua poesia, ed è il primo nucleo tematico: ne è un lampante esempio il grido d’invocazione della poesia<em>Aggrappati al tuo corpo!.</em> Sentire la propria corporeità è necessario per preservare la sopravvivenza, per gettarsi nel mondo e nello stesso tempo restare ancorati alle proprie radici, che si rivelano, però,prima o poi, sempre fragili e fittizie, perché si sta come <em>su un balcone abitato senza parapetto</em>, precari e illusi dell’invincibilità del nostro corpo mortale. Ma a cosa serve questa massa grassa di parole? E a cosa non serve?Sicuramente serve ad invocare ascolto: <em>Ora parlami per favore</em> è, ad esempio, una preghiera perentoria, poiché tutti i rapporti sociali e familiari sembrano, per la peculiare struttura interna del poeta, essere logorati da insopportabili tensioni interne (<em>la tensione/del nucleo familiare/è incontrollabile</em>). Di certo però la poesia non serve come sfoggio di un’erudizione che Giuseppe Acconcia non ha e non vuole avere: <em>mi mancano troppe letture per essere pronto,/troppi film, troppo teatro./I libri sono lì,/sono pronto per leggerli. </em>Perché è inutile <em>affannarsi/dietro vivi che in un batter d’occhio/sono morti</em>? Probabilmente il sospetto della finitudine, che man mano con l’esperienza del tempo assume sempre più i contorni netti della certezza, genera nel poeta un’angoscia che annichilisce, annientando ogni slancio vitale.Certo è che l’esigenza dello scrivere prescinde per Giuseppe Acconcia dalla dimostrazione e dallo sfoggio sterile di una conoscenza presunta, tutta nozionistica e teorica, perché spesso, quando ci si impegna troppo ad apparire, si ci dimentica di essere, e gli elementi che si pensa di conoscere in realtà non vengono interiorizzati e compresi appieno, ma solo accumulati ossessivamente e sterilmente. In questo splendido discorso metapoetico, Giuseppe Acconcia profetizza che prima o poi arriverà un uomo a cui basterà un rigo (<em>Arriverà un uomo a cui basterà un rigo. Quello non farò fatica a leggerlo.</em>), un rigo per spiegare ogni cosa. E se fosse già accaduto? Penso immediatamentead un unico, breve, apparentemente banale verso di Edoardo Sanguineti:<em>E, lo vedi: è la vita</em>. Niente da aggiungereal di fuori di quel che la vita ci mostra a chi è in grado di vedere e di accettare quel che è, nella sua infinita miseria e nel suo profondo mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Acconcia rivela in più punti della raccolta di essere un genuino poeta flâneur, il viandante che attraversa le città, cogliendone gli aspetti più torbidi, più lerci, più interessanti, e osserva con lo spirito critico acuto che lo contraddistingue per deformazione professionale, gli accadimenti e i personaggi che animano le città che visita. Così in <em>Gente 06</em>Roma è animata in modo inquietante da una <em>festa</em> dove le <em>folle confluiscono nelle piazze più grandi</em>finché non arriva l’alba che <em>spegne tutto</em>. Le ambientazioni ricordano con prepotenza mnestica il <em>tumulto delle città colossali</em> descritte dal poeta flâneur per eccellenza, Dino Campana.</p>
<p style="text-align: justify;">Atmosfere cupe su sfondo cittadino sono presenti anche in <em>Quanto è alto Nero Wolfe</em>, dove <em>i ponti diventano templi</em> in una città quasi trasfigurata da un delitto, un vero e proprio <em>inferno cittadino</em>˗sempre citando Campana˗.Un analogo inferno cittadino è anche descritto ne<em>Gli assassini di Limerick</em>, poesia ricca di presenze demoniache e colpevoli, mentre in <em>Non ti perdere</em>il poeta raccomanda al lettore di non perdere la via alla festa di Locri, o per i vicoli di Toledo, perché la città è, e lo dico di nuovo attraverso un verso di Dino Campana,<em> una perfida Babele</em> e se ci si perde poi si rischia di non sapere più se si ci è persi nel posto giusto o in quello sbagliato (<em>Quali sono i due persi/e quali i due nel posto giusto?/chi può mai dirlo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora descrizioni cittadine le troviamo in <em>Le luci di Belgrado</em>, in <em>La metropolitana di Mosca</em> e in <em>Le sponde del fiume</em>, in cui il poeta sdoppia le città del mondo e le dispone su due diverse sponde: in una regna l’anarchia e nell’altra una democrazia, che poi si rivelerà una democrazia fantoccio.Queste due sponde sono dunque opposte e non complementari; sono due possibilità che contemplano in sostanza il contrario di ciò che il loro nome dichiara, che rivelano il gioco del rovescio implicito nell’esistenza umana, e anche, e soprattutto, nella Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">La città è protagonista anche della poesia senza titolo (<em>Dicono…</em>), insieme alla donna, personaggio cardine dei versi di Giuseppe Acconcia.Troviamo in questa sede un dialogo fittizio tra un Io e un Loro: esso svela un parallelo tra la città e la donna, non di certo estraneo alla storia della lirica˗basti pensare a <em>Trieste e una donna</em> di Umberto Saba, ad esempio, raccolta poetica in cui la città e la donna sono associate e amate per quello che hanno di proprio e d’inconfondibile˗. Tuttavia, per Giuseppe Acconcia, la città, da buon apolide quale ha dichiarato di essere, e di conseguenza da buon migrante, non può essere una sola: lui è affamato di visioni, di terre nuove, di volti diversi, tutti da possedere, da penetrare con il cuore, con l’anima, con tutti e quattro i sensi. Vagare da una città all’altra, nutrirsi di questo poliamore che si chiama cosmopolitismo, non può essere paragonata come esperienza all’esclusività che l’amore erotico per una donna porta con sé: quando si ama –in modo sano˗ una donna si vuole attingere a quella sola fonte. Ma per la città è diverso: è necessario <em>scoparle tutte</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte la donna è una presenza forte nella poesia di Giuseppe Acconcia ed è bene osservare che la sua descrizione procede sempre per vie spiazzanti, connotandosi di negatività, di minaccia occulta. I volti delle donne del poeta sono sfigurati, sfumati, intrisi di morte, febbre gialla, grasso nerastro, esoteriche abilità profetiche, mostruosità di varia natura, autoritarismi. La poesia più esplicativa di tutto questo discorso è <em>Gli assassini di Limerick</em>: <em>volto di donna orribile,/baffi e sorrisi di denti nerastri,/morta o mai nata, assassina/incallita.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La città, la donna, la materia. A questa triade argomentativa associo un’ultima, grande presenza della poesia di Giuseppe Acconcia, che insieme riassume, ingloba e completa le precedenti: il mostruoso. Molti sono i personaggi e le situazioni mostruose che il poeta inserisce nei suoi versi, e il mostro si fa presenza del Perturbante in letteratura di freudiana memoria. L’inconscio del poeta rielabora gli accadimenti, e alla spietata ricerca di una logica che non c’è, partorisce mostruosità deformi con le quali categorizza il reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mostro più terrificante di tutti, il padre di tutte le altre mostruosità, è sicuramente il micrantropo, ossia il piccolo uomo, che dà titolo e voce ad una significativa poesia della silloge. Il micrantropo è un uomo piccolo, non naturalmente in senso fisico, ma in senso del tutto traslato: è colui che non si interessa di niente, non è capace di prendere una posizione, parla con le parole di altri, dipende con le idee dalla massa, o da chi lo sovrasta; è insomma quello che Lacan definisce<em>un uomo senza inconscio</em>: ossia un soggettoin grado solamente di rispondere ciecamente alle sue pulsioni alimentando così un desiderio egoico che non si apre all&#8217;Altro ma ripiega solo su se stesso. PerGiuseppe Acconcia questo non può che essere un mostro, il mostro dei mostri, quello che li racchiude tutti e di tutti gli altri è creatore: dei mostri deformi (<em>ti hanno visto/circondato da mostri deformi</em>), de<em>I mostri della notte</em>, e dei mostri descritti ne <em>La spiaggia delle deformità</em> (<em>due nani dalle teste quadrate […] la vecchia violastra […] cinque donne sfigurate in volto […] donne pelate con/occhi e labbra ricurve […] bambini malfermi/legati agli ombrelloni/da fili di orrore</em>). La descrizione di questa spiaggia terrifica, in particolare, ricorda un racconto di Hoffman, ed è quindi un esempio limite di quello che il Perturbante riesce ad evocare in un’opera letteraria attraverso l&#8217;attività inconscia del poeta. È un delirio onirico, una suggestione che tenta di dare una collocazione circoscritta a tutto ciò che del reale è avvertito come incongruo. Elementi onirici perturbanti emergono con prepotenza anche nella lirica <em>Il sogno del cieco</em>, in cui la reversibilità inquietante della Storia e della realtà viene denunciata da questi <em>esaedri che si confondono in triangoli/fluorescenti e intermittenti</em>, e lo sforzo interpretativo (esplicito negli ultimi versi) si risolve da parte del poeta in un nulla di fatto, in un&#8217;oscurità totale, in un&#8217;<em>intempestanocte</em>(richiamata anche ne<em>I mostri della notte</em>, in apertura:<em>in principio l&#8217;oscurità trasformava ogni cosa </em>[…] <em>in un lampo la notte</em>. Assenza di senso e spiazzanti presente inferiche(<em>corvi, gufi, civette, megere, lupi</em>) sono presagi terribili della legge del rovescio, che tutte le cose del mondo sono costrette ad osservare per natura, con i loro volti molteplici, multi prospettici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta questi volti vorrebbe conoscerli tutti, sia perché la conoscenza è l&#8217;unica cosa che riesce ad eliminare totalmente ogni residuo di paura e di sospetto, sia per una congenita spinta al sapere, per quella <em>curiositas</em>implicita e quasi ovvia che muove la professione di Giuseppe Acconcia. <em>Ho fame di nuovo</em>, invoca il poeta, e la sua fame di vivere aderisce a quella Legge del Desiderio che non è <em>iperattivismo/mania di avventura,/ossessione esotica, erotomania</em>, ma semplicemente <em>capire il mondo, studiarlo/[…] scoprendo cose nascoste senza pensare/di traversare l’oceano in un giorno</em>. Tutte attività che richiedono tempo, riflessione, ripiegamento su se stessi, attitudine alla lentezza, alla pazienza, alla consapevolezza e all&#8217;ammissione dei limiti umani. Ma da un uomo senza inconscio come quello da cui siamo circondati, da un micrantropo insomma, non ci si può attendere tutto questo. D&#8217;altronde<em>se non esiste l&#8217;uomo vero/a che serve la psicologia</em>?: se, dunque, non c&#8217;è attività inconscia, come potrebbero intervenire sul vuoto la psicologia o la psicoterapia? È con questi versi che Giuseppe Acconcia chiude la sua raccolta: prosegue poi, nell’ultima poesia, affermando con estrema limpidezza e incontrovertibilità che ci vuole autocoscienza. Perché, e qui viene citatoHegel,<em>la ragione è la certezza di essere ogni realtà</em>, ma il micrantropo non ha Ragione, e nemmeno potrebbe rendersi conto, cosa che invece sistematicamente tenta di fare il poeta con i suoi versi, che ogni realtà è materia plasmabile, malleabile, camaleontica, possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la stanchezza è in agguato, e la solitudine ne aggrava i sintomi: <em>i dolori che sento in tutto il corpo/mi ricordano che ho corso per mille chilometri/in una stanza silenziosa senza muovermi di un passo</em>. È quello che, con altre parole, o meglio, con quello che potremmo definire tranquillamente come un solo verso, quell&#8217;unico <em>rigo</em>auspicato dal poeta in precedenza, Pessoa afferma inflessibile: <em>Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto. </em>E Giuseppe Acconcia è certamente uno che ha vissuto tanto. E noi con lui, leggendone i versi. Cosa rimane quando il suo libricino si richiude? Anche questa risposta è da ricercare nel testo: posizionati circa nella metà del testo leggiamo, infatti, lapidarie, queste poche parole: <em>dopo aver letto/tutto, sentivo freddo.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Gli Orfani&#8221; di Davide Nota: 2 estratti, una conversazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/06/60235/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2016 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Nota]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Di Vito]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Nota Le prime chatroom del Novantanove, ricordi? Quando sperimentammo la verità di esistere come puro pensiero. La scuola persisteva. Ritornavamo all’interfaccia spaziotemporale come da un viaggio segreto nelle regioni della simultaneità. Tutti erano pazzi e parlavano indossando antiche maschere di pixel e rovi. Quando tutti fingono, quando tutti sono sinceri. Ma è finito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: right;">di <strong>Davide Nota</strong></p>
<p>Le prime chatroom del Novantanove, ricordi?<br />
Quando sperimentammo la verità di esistere come puro pensiero. La scuola persisteva. Ritornavamo all’interfaccia spaziotemporale come da un viaggio segreto nelle regioni della simultaneità. Tutti erano pazzi e parlavano indossando antiche maschere di pixel e rovi. Quando tutti fingono, quando tutti sono sinceri. Ma è finito anche quel tempo.<br />
L’epoca impone riconoscibilità e socievolezza. Nessuna tragica confessione, nessuna ricerca del carnefice ululando tra gli alberi infiammati, velo dopo velo: APERICENA E REALTÀ. Il presente ha vinto. Il commissario tecnico dell’infelicità.<br />
Questa città barocca non mi convince. A Roma avevo trovato una liturgia più chiara. Dalla casa al supermercato; alla palestra. Ascoltando Eminem in MP3. Via Pisana, Bravetta e infine Corviale, Corviale, muto enigma, Gautama, enorme OM di moto costeggianti il serpentone.<br />
Oggi turisti sgambettanti festeggiano la grande Restaurazione. Un’allegria si espande tra i coriandoli esplosi da un vetusto marchingegno di scena. Ragazze scintillanti mi chiedono: “E tu, ti senti SPECIAL?”. Ma è tutto già accaduto.<br />
La banda allegrotta suona musica popolare.<br />
Solo si erge nella sua onestà un McDonald, a consolarmi da tanto ottimismo. Mi avvicino a leggere il menù ed è quello di sempre. Ragazzi privi di aspettative mordono timidamente panini. Hanno sorrisi più miti. Dunque parlano ancora di zii o di quel viaggio a Costanza nel duemilatre? Oh, cari&#8230;<br />
Tifo declino come preludio al grande avvento degli spiriti del Sud. Gli alberi ondeggiano a uno stesso vento inoltrandosi messaggi di alleanza. I larghi boschi attendono il passaggio ed io sono con loro.<br />
Nel fiume di gente mi sciolgo e il mio corpo è una voce che dice: Euridice&#8230;<br />
[&#8230;]</p>
<p>*</p>
<p>[&#8230;]<br />
Questo lembo di quaderno fu composto in condizioni diseguali, negli anni in cui l’autore simulò il suicidio e la continua perdita lo scaraventò dentro alla storia cinico come un ente provinciale. Ma c’era ancora l’antico ragazzo in lui che gli permise di cadere, finalmente diseredato dai proconsoli cittadini a cui doveva apparire ormai come il fantasma di un potenziale demenzialmente sciupato.<br />
Lui che l’indomani sarebbe stato infibulato come una promessa politica, ora ubriaco e sulla soglia dei trent’anni si masturbava con una foga insensata nel pieno centro della Piazza del Popolo, alle sette della sera.<br />
Oh tutto questo è follia, si disse, ma lui credette veramente di far ridere un amico che passeggiava al suo fianco, quanto bastava per tornarsene a casa spensierato. Ma se la punizione cadde su di lui come una condanna inesorabile, fu per la crudeltà delle organizzazioni pubbliche. L’azione non si svolse entro gli spazi adibiti alla sborra. Una tipologia di errore che si sconta con l’esilio. Ora il mio amico percorre i sentieri delle pecore sulle montagne spelate dove camminano tossici e preti, e un giorno verrà ucciso e si farà cardo.<br />
Io ho speso tredici anni in tragiche fantasie d’amore ed ora l’incanto è finito. Ci ameremo masturbandoci, sognando astratte fisionomie siderali. Ci sbirceremo il timbro della pelle tra le maglie scortecciate dei pixel, forse talvolta ci parrà che un fiato caldo ci accarezzi il collo. Se vuoi parlarmi, se vuoi rispondere a questa mail, ti aspetto. Tuo.<br />
Una specie di febbre mi aveva avvolto per tant’anni di selvagge metamorfosi, che solamente ora ci inizio a pensare veramente. Il cardo fu colto e se ne fece un segnalibro per le pagine secche di un diario.<br />
Era il 4 novembre del 1986, io me ne stavo disteso su un lettino apribile, cigolante. La rete sfondata, la stanza disadorna. Fuori della finestra il buio di Cassina de’ Pecchi disegnava attorno ai lampioni delle macchie inzuppate di luce. Oggi sono venute delle persone a casa ma io non ho sentito niente. C’è questa muffa sopra all’angolo della cucina che è venuta su dalla condensa e ogni giorno pare che si allarghi. Dovrai imparare ad aprire le ante, o le persiane dopo la doccia e la pasta. Ma fa freddo, fuori si muore. La muffa è turchina come un affresco del Trecento. Il vetro s’è velato del vapore della pentola in ebollizione, ci tracci con il dito il segno di una svastica; per riderne con gli altri, quando lo vedranno apparire. Erano venuti tutti qui a studiare, negli anni passati. Ma tutto questo buio e solitudine, il ronzio del lampadario, il cavo annodato e incrostato di calce; non poteva andare diversamente.<br />
Ieri dubitavi persino del sesso. La mano sotto il maglione infeltrito di Nadia ad afferrarne le mammelle lunghe e larghe. È la ricerca dell’adiacenza completa pensavi; il palmo della mano e quel gonfiore di ghiandole. Il ruvido fruscio dei peli al movimento ciclico dei polpastrelli, sotto l’elastico degli slip, ad aprire gradualmente un varco, una voragine d’argilla sotto il cavallo dei jeans. Pensare ad altro poi, fissare le tubature del termosifone o mordersi una mano.<br />
Ora ti tocchi mentre pensi ad altri che la possiedano, con le mani impastate di bava e di lava; come un’alcova racchiusa a nocciolo, in preda alle penetrazioni. Ti sei pulito con un fazzoletto che hai trovato sopra al tavolo della cucina, imbevuto di sugo. L’hai buttato dentro alla busta della spazzatura appesa alla maniglia. Una spina nel fianco, dentro alle buste dell’immondizia; a soffriggere l’aglio in padelle annerite dall’uso. Guardi il disegno appeso al muro e che fu il dono di una ragazza che si chiamava Silvia tanti anni fa, quando il mondo era ancora intatto. Un ragazzino a torso nudo, sul davanzale interno di una finestra, a guardare le galassie lontane.<br />
Io ti sentivo vicina, come un’amica vera ai tempi delle medie, una sorella dei sogni sinceri e delle prime scoperte: Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, Edward mani di forbice…<br />
Oh così fragile è l’arrivo della gioia ed impossibile da trattenere. Ci sfiora come un alito improvviso, un odore imprevisto che non riesci a definire e perdi.<br />
Anch’io a sette anni feci la valigia, ero convinto di venire dallo spazio. Dovevo andare a ritrovare l’UFO con il quale ero venuto sulla Terra e mi sforzai di ricordare il luogo dove era stato sepolto. Era il giardino di mia nonna Maria, che ora è crollato e fatto a pezzi. Era un giardino dolce, pieno di violacciocche e quadrifogli.<br />
Tu certo non puoi esserne colpevole perché hai raccolto la saggezza dell’obbedienza, la natura dei fiori che altro dovere non hanno se non quello di esistere e sbocciare.<br />
Io invece mi risveglio da una guerra civile, la casa è divelta e chi conoscevo non si ritrova. E solo adesso mi ricordo di questa patria, dell’albero di nespole che mi alzava come un trofeo esibito al cielo.<br />
Se quei fumetti li hai veramente disegnati a tredici anni sono bellissimi ed è un vero peccato che tu non riesca a trovare il tempo per continuare. Devi trovarlo il tempo ad ogni costo, scavare più rifugi possibile. Altrimenti poi ci si perde, ci si dimentica. E gli abitanti di questo luogo non cercheranno certo di aiutarti.<br />
Ogni libro è un incontro e un paese che amo, che volevo abitare e non ho ritrovato. E quando il Nazzareno mi ha chiamato, io l’ho preferito crocefisso.</p>
<p>*</p>
<p>Estratti da <strong>Davide Nota, <em>Gli orfani</em> (Oèdipus 2016)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><em>La verità si manifesta giocando. Conversazione con Davide Nota.</em></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mario Di Vito</strong></p>
<p>Quella che segue era nata come unʼintervista, poi però ci siamo persi in chiacchiere. Mi succede sempre quando ho a che fare con Davide Nota: parto con un progetto più o meno preciso e finisco da tuttʼaltra parte, non saprei nemmeno spiegare precisamente perché. La stessa cosa, dʼaltra parte, mi era accaduta anche la prima volta che ho incontrato Davide. Sono passati diversi anni ormai: ai tempi ero un giovanissimo cronista che si occupava per lo più di morti ammazzati e processi (mi occupo ancora delle stesse cose, solo sono un poʼ meno giovanissimo) e la mia capa di allora mi disse che avrei dovuto intervistare questo poeta locale a suo dire molto interessante. Ci incontrammo nel retro di un bar ascolano che ora non esiste più e ricordo che tornai in redazione piuttosto brillo e con un pacco di appunti disordinati e sostanzialmente privi di continuità. Non ricordo cosa scrissi di preciso però nel pezzo definii Davide un «agitatore culturale», temo che non me l&#8217;abbia ancora perdonato.<br />
Questa intervista – chiamiamola così – è lʼennesimo atto di una chiacchierata che va avanti da anni. Almeno però stavolta siamo partiti da un punto preciso: il suo primo libro di prose, <em>Gli orfani</em>, uscito poche settimane fa per i tipi di Oèdipus.</p>
<p><em>Allora, cominciamo con una domanda semplice: dopo tanti anni a scrivere poesia sei passato alla prosa. Non dire che si tratta della stessa cosa e che sono comunque due mezzi e non un fine, è un passaggio abbastanza epocale in una vita artistica. Da cosa è nata questa esigenza (se si tratta di un&#8217;esigenza)? E cosa trovi di diverso tra il Davide Nota che scrive poesie e il Davide Nota che scrive prose?</em></p>
<p>Al di là del fatto che la mia prosa nasconde un numero considerevole di versi, la risposta è abbastanza semplice. Questo libro nasce come un flusso di coscienza involontario, un fiume emerso per esigenze private e direi fisiologiche, su alcuni quaderni che mi portavo dietro, in zaino, durante una massacrante stagione lavorativa in un caseificio laziale dove ho passato alcuni mesi di prigionia nel 2012. Lavoravo dalle sei della mattina alle venti di sera, a volte sette giorni su sette, e la scrittura era il solo modo che conoscevo per sfogare le energie in esubero determinate da tale condizione di surrealtà, che poi è la norma attraverso cui la mia generazione talvolta ha un salario. I miei momenti compositivi erano dunque limitati alle pause pranzo, che passavo seduto su un marciapiede di fronte a un piccolo bar, tra la campagna e via di Bufalotta, e ai ritorni in autobus, a sera, che duravano allʼincirca unʼora e mezza. Le scenografie dei racconti di fantasia, allora, erano composte da elementi reali del paesaggio che poi andavo animando di presenze e voci, di alter-ego e fantasmi, di significazioni post-apocalittiche o fantastiche, come in un gioco autistico di bambino. Altre erano invece ricordi, memorie involontarie. Altre sogni o visioni, altre realtà quotidiana vissuta altrove. Questa fonte che emergeva da sé, me nonostante, come scrivo nel racconto “Il ritorno”, che è un ritorno a casa da lavoro ma è anche un ritorno allʼesperienza interiore, chiedeva di emergere in prosa. E se anche sgorgavano endecasillabi o settenari, questi diventavano poi frasi, le pagine si allagavano e io semplicemente ho assecondato questo allagamento, senza alcun progetto che non fosse quello di assistere in prima persona ad un evento estetico di cui non avevo padronanza alcuna. E il libro così si è scritto, in uno stato febbrile e diciamo di trance reale, da stanchezza fisica, nelle forme di una prosa musicale piena di fraseggi metrici, rime e assonanze.<br />
Dʼaltro canto è pure vero che lʼambiente poetico italiano mi pareva così accademico e a me distante che non vedevo da tempo lʼora di “cambiare lingua, cambiare linguaggio”, come scrivo a un certo punto del racconto “Dana”, dove si rivela il mio alter-ego. “Uscire! Uscire!”. Ma non potevo deciderlo, dunque ho aspettato che accadesse.</p>
<p><em>La figura degli Orfani ricorre spesso, comunque, nella tua produzione. Perché?</em></p>
<p>Il concetto di orfanità è tragico e complesso e la sua profondità da sempre mi coinvolge e commuove. Può essere proiettato su più piani, dallʼindividuale allo storico, dallʼesistenziale al politico, dal filosofico al teologico. Io mi sento orfano di molte cose. Abolita la realtà, è svanito anche il sogno. Siamo tutti orfani, tanto di Apollo che di Dioniso.</p>
<p><em>Si è evoluto il tuo concetto di «fantasy no gender», già espresso su Nazione Indiana tempo fa?</em></p>
<p>La definizione di “no gender” è stata purtroppo degradata dai tradizionalisti del “Family day” che ne hanno fatto il loro slogan orrendo. Io quando lo significavo su “Nazione Indiana”, nel 2013, parlavo di rifiuto della generialità, di onni-generialità. Questo si riferiva ai canoni del maschile e del femminile, che riguardano lʼeros e non di certo la sessualità, come studiare Bataille potrebbe aiutare forse a comprendere, ma anche ai canoni letterari, nel rifiuto della separazione tra prosa e poesia innanzitutto, o tra scrittura colta, autoriale, e quella di genere. Per questo quando scrivevo i miei primi racconti di fantasia, che riusavano alcuni standard della narrativa pop così come nel jazz si riusa uno standard da cui affacciarsi per lʼimprovvisazione, per il guizzo, avevo elaborato questa definizione. Poi il libro si è sviluppato e la realtà è tornata ad essere il corso centrale della storia, le digressioni fantastiche sono divenute così i sogni di Jan, questo alter-ego che al posto dei libri di poesia ha i fumetti.</p>
<p><em>In più momenti della narrazione affronti temi, per così dire, «di genere»: menage a trois, «io sono lesbica» e così via. Credi che sia possibile azzardare una lettura politica della questione o è solo fiction?</em></p>
<p>Non è solo fiction, è realtà. E la realtà è sempre politica essendo in conflitto con le istituzioni deputate a normarla. Lo Stato è il conscio, che rimuove e reprime, o maschera nelle forme canoniche del compromesso e dellʼipocrisia. La poesia è un inconscio che insorge musicalmente e dice: “Eppure esisto”. Non solo. La poesia, se non vuole essere sostitutiva della vita, è un invito al viaggio fisico, un diario di bordo dellʼesperienza che chiama ad essere provata. Che questo avvenga in maniera allegorica o realistica, calda o fredda, non è il punto. Né il punto è essere aggiornati alle estetiche delle capitali del Capitale, come Baudelaire dimostra. Il punto è lʼoggetto scoperto che il testo vela. Quello sessuale è lʼoggetto sacro per eccellenza, connesso allʼordine delle civiltà e mai quanto oggi è lʼoggetto politico di un contendere globale. In questo prendo parte e milito, come nella scena dellʼamplesso fraterno sopra lʼaltare di una Chiesa crollata.</p>
<p><em>Nei racconti &#8211; che bisognerà poi stabilire se sono separati oppure se hanno un senso anche se messi in relazione tra loro, in modo da formare una specie di stralunato romanzo &#8211; si mischiano pezzi di vita passata, il presente e qualche idea di futuro, insieme a situazioni di fantasia, sogni, incubi e &#8221;svarioni&#8221;: sei in grado di dire dove vuoi arrivare?</em></p>
<p>Scrivendo, perlomeno per quanto riguarda la mia esperienza personale di scrittura, ché ognuno ha la sua e lʼuniverso è grande abbastanza per contenerci tutti, non si vuole arrivare ma si arriva, come in un sogno. Le cose accadono. Ora che lʼopera è conclusa e la guardo come un oggetto esterno posso dire dove sono arrivato. Sono arrivato a Jan, a questo ritratto schizofrenico di un inconscio generazionale composto da molti strati, da infiniti veli, come ponendo una radiografia sopra la pagina di un Dylan Dog, sopra la lettera di un ragazzino in fuga, sul finestrino di un autobus che riflette il tuo volto e incornicia, anche, un frammento orfico di città e di crisi. Siamo complessi e composti da molti livelli. Gran parte del nostro immaginario è determinato, tanto dai fumetti dellʼadolescenza, quanto dalle letture della maturità, o dai ricordi dellʼinfanzia, dallʼeducazione familiare o dal sistema di comunicazione. Sopra questo fondale, che è come un filtro ottico sovrapposto alla realtà in atto, cʼè la coscienza che risuona, il pensiero fonico ed il dubbio filosofico che brucano la scenografia storica e la rivelano infondata. Sono arrivato a questo labirinto, a questo mosaico che chiamo auto-ritratto anche se lʼio narrante non coincide sempre con lʼio biografico, cioè l&#8217;autore implicito è un impasto di realtà e fiction. Ma la volontà comunque non cʼentra. Sono arrivato qui casualmente, cadendo.</p>
<p><em>C&#8217;è, in tutta la tua poetica, un filo che non si interrompe. Mi spiego: tu raramente parli per immagini e raramente ti abbandoni al lirismo. Più spesso parli di sensazioni, di umori, odori, sapori. Cioè, se dovessi parlare di una botta in testa non la racconteresti, cercheresti letteralmente di infliggerla al tuo lettore. Alla fine de </em>Gli orfani<em>, in effetti, sembra di aver preso una botta in testa e si va a rileggere alcuni passi (almeno a me è successo così) per cercare di capire quand&#8217;è arrivata, questa botta. Non è una domanda, è una mia impressione. Sei d&#8217;accordo? Stavi cercando di darmi una botta in testa?</em></p>
<p>No, infatti, stavo cadendo e per sbaglio ti ho colpito. Scusa.</p>
<p><em>Sul linguaggio: fai un gran minestrone di termini aulici, slang moderni, linguaggio discorsivo, inverti l&#8217;aggettivo con il sostantivo. Quanto conta il lavoro di limatura in un processo del genere? In altre parole: ti esce direttamente così o ci devi lavorare come un artigiano?</em></p>
<p>Il magma musicale esce direttamente in stato di trance, il lavoro artigianale invece consiste nella selezione e nel montaggio degli elementi. A volte di una prosa resta solo un frammento che viene incastonato in un testo nuovo. Come la Quercia del fauno che divora il masso e lo trasforma in altro. Era un masso, adesso è diventato una soglia.</p>
<p><em>Politicamente, comunque, ne esci come un anarco-insurrezionalista. In altri anni qualcuno avrebbe invocato la censura.</em></p>
<p>Non credo che oggi ce ne sia un gran bisogno dal momento che nasciamo silenziati. Possiamo ambire, però, a insorgere in noi stessi. A rifiutare lʼirrealtà del cosiddetto reale, lʼabitudine al pensiero che secerne ripugnanze, come definisco nel libro il tradizionalismo. O come dice il mio fratello e amico Stefano Sanchini, poeta di Pesaro: “Aspiro ad essere / lʼanello malato della catena di montaggio, / aspiro alla solitudine e allʼingiuria&#8230;”.<br />
Ad ogni modo, politicamente sono un libertario comunardo, dal 1848 parigino al 2001 di Genova, per la confederazione leopardiana delle solitudini e contro la massa socializzata e morale. Odio il moralismo più dellʼindifferenza.</p>
<p><em>Come credi si inserisca </em>Gli orfani<em> nell&#8217;attuale narrativa italiana? Non nel senso di mercato letterario o di «filoni», ma proprio in quella che possiamo chiamare «storia pubblica dell&#8217;Italia contemporanea». Mi spiego meglio e in maniera più semplice: come vivi la contemporaneità?</em></p>
<p>Mi sento molto solo.</p>
<p><em>Se qualcuno dovesse portare </em>Gli orfani<em> al teatro dovrebbe riesumare il mai troppo celebrato genere della farsa. Hai pensato a un&#8217;eventualità del genere?</em></p>
<p>No, però mi piace il riferimento. Il tragicomico e il grottesco sono cifre estetiche in cui mi riconosco. Questo continuo sgambetto del sentimentale che si rende ridicolo esasperando la posa, del filosofico che gioca tra il sublime e lʼosceno, perché la verità si manifesta giocando. Fingendo di mentire.</p>
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		<title>da &#8220;mimetiche&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2013 06:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Lucrezi]]></category>
		<category><![CDATA[Mimetiche]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Eugenio Lucrezi &#160; l’amica di kafka / dal castello &#160; Un saluto da Brescia &#160; Tu non  sai cosa dico, ti avvicini in maniera sbagliata: hai corso troppo, avanzi troppo il passo, la fatica che fai l’ha resa vana il passare del tempo, che surclassa generazioni pestandone i cadaveri, e pure le mie lacrime [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-UNO-LUMINOSITA-19-CONTRASTO-ZERO-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-46422" alt="Eugenio Lucrezi Kafka UNO - LUMINOSITA' 19 CONTRASTO ZERO-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-UNO-LUMINOSITA-19-CONTRASTO-ZERO-1-172x300.jpg" width="172" height="300" style="float:left; margin:0 10px 0 0;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-UNO-LUMINOSITA-19-CONTRASTO-ZERO-1-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-UNO-LUMINOSITA-19-CONTRASTO-ZERO-1-587x1024.jpg 587w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-UNO-LUMINOSITA-19-CONTRASTO-ZERO-1.jpg 1111w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" /></a> di <strong>Eugenio Lucrezi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>l’amica di kafka / dal castello</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un saluto da Brescia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tu non  sai cosa dico, ti avvicini</p>
<p>in maniera sbagliata: hai corso troppo,</p>
<p>avanzi troppo il passo, la fatica</p>
<p>che fai l’ha resa vana<span id="more-46406"></span></p>
<p>il passare del tempo, che surclassa</p>
<p>generazioni pestandone i cadaveri,</p>
<p>e pure le mie lacrime di gioia</p>
<p>quel giorno a Brescia, quando stavo insieme</p>
<p>ad una folla in ghingheri col naso</p>
<p>tutti quanti all’insù, e pure insieme</p>
<p>a Puccini e a D’Annunzio, due impossibili</p>
<p>fonti di meraviglia anche per me,</p>
<p>venuto in treno a vedere gli aeroplani.</p>
<p>Figùrati</p>
<p>che puoi capire tu, da un altro secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Amicizia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vuoi, faccio amicizia</p>
<p>con te, se non ti sposti</p>
<p>senza preavviso, se</p>
<p>giuri che te ne vai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora che siamo amici</p>
<p>possiamo salutarci</p>
<p>come si deve, e parte</p>
<p>una furtiva lacrima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordare un’amica</p>
<p>può riscaldare il cuore.</p>
<p>Cuore che si raffredda</p>
<p>se tu non te ne vai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La vera vita</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Veri morti che palpitano, arrivano</p>
<p>Frank e Milena dal prato del racconto</p>
<p>di Greta Buber Neumann che s’intitola</p>
<p>all’amica di Kafka. Te li trovi,</p>
<p>fiori netti di cardo, vanitosi</p>
<p>nel mezzo delle viole e dei papaveri,</p>
<p>nell’erba sconfinata e nel ricovero</p>
<p>del secolo sicuro, affezionato</p>
<p>alle misure di cura e di confino</p>
<p>che tutelano i vivi dalle mine</p>
<p>dell’esistenza fuori ed insicura.</p>
<p>Frank si stupisce, Milena si dispera.</p>
<p>Stimmate le figure, tra il coagulo</p>
<p>ed il flusso di sangue l’incertezza</p>
<p>è l’inceppo reologico, è l’ampolla,</p>
<p>stemma di vita vera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Milena</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ragazza alta, ma capace di</p>
<p>toccare il prato come fosse siero</p>
<p>di polpaccio scuoiato, esposizione</p>
<p>che non si accinge ai vanti del fiorire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovane il giusto, per potere dire</p>
<p>il proprio amore, come fosse vero,</p>
<p>a chi si intana, prima di morire,</p>
<p>dove non c’è ricovero e finzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma l’asilo di lui svolge all’aperto,</p>
<p>senz’ausilio di muri, o di lenzuoli,</p>
<p>o di bambù fioriti a paravento,</p>
<p>la pia ostensione di fronte allo spavento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così ti pieghi e non arrivi al prato,</p>
<p>il tuo bacio si sporge sul malato</p>
<p>che non arriva all’abito che indossa,</p>
<p>nudo come non vuoi, seme di fossa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sorpresa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Staremo nella casa, se ti piace.</p>
<p>Quando ti va, passeggeremo in villa.</p>
<p>Senza occupare spazio, abiteremo</p>
<p>stanze incommensurate ed inestese</p>
<p>(vedi? ogni posto d’amore è una sorpresa… )</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La passeggiata</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si arrampicano ai muri le parole,</p>
<p>Samsa è fuori a passeggio,</p>
<p>luce al posto del buio invece,</p>
<p>non si capisce più niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gocciola una vocale dal soffitto,</p>
<p>Gregor torna è tardi,</p>
<p>fa buio nel magnifico giorno,</p>
<p>soltanto amore intende.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scoperta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciabattava nel bosco</p>
<p>con la coda all’insù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Disse: non ti conosco.</p>
<p>Non lasciarmi mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Art</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se pure guarda intrepido</p>
<p>(non c’è paura, definitivamente</p>
<p>ha vinto la vittoria inapparente)</p>
<p>l’occhio non vede i necessari perni,</p>
<p>le commessure salde del meccano.</p>
<p>L’occhio si chiude piano, si riapre</p>
<p>di scatto sull’articolo</p>
<p>da ravvivare con olio minerale.</p>
<p>Non c’è scatto più umano:</p>
<p>nei cieli e negli spazi nebulosi</p>
<p>c’è un eccesso di soffi ingovernati,</p>
<p>un molle piegamento di animosi</p>
<p>corpi all’indisciplina delle nascite,</p>
<p>delle lotte e dei lasciti.</p>
<p>Più di uno sguardo! Perfetto monitore,</p>
<p>moltiplica faccette, dona al netto</p>
<p>dividendi per dare</p>
<p>ossatura al reale.</p>
<p>Vede così, sublime naturale,</p>
<p>alto nel cielo il reticolo perfetto,</p>
<p>tramatura all’ingrosso, colossale,</p>
<p>di gomiti d’insetto.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Frieda</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove la tieni,</p>
<p>se non se ne parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché fa tanto freddo,</p>
<p>nella bruma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ai piedi della fiamma</p>
<p>s’inginocchia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sotto al muro le tocca</p>
<p>trascorrere l’inverno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gesto breve s’imbozzola,</p>
<p>riposa nella neve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Serata a casa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La cena è altrove,</p>
<p>la notte è confortevole,</p>
<p>non ti mangio per gioco,</p>
<p>mi addormento</p>
<p>tra benevoli spilli.</p>
<p>Tu pungi e sei soave,</p>
<p>sogni come la spiga<br />
che non si tiene il sole, e lo lascia</p>
<p>nel giro sterminato. Nuvole</p>
<p>vanno e vengono, i punti</p>
<p>non stanno fermi in alto.</p>
<p>Nel buio della stanza ritorna</p>
<p>il mulinello della vertigine,</p>
<p>i polsi presi in una stretta antica.</p>
<p>Tu non mi mangi affatto,</p>
<p>rosicchi la cavezza, mi dai</p>
<p>colpetti su colpetti, picchettando.</p>
<p>Innocente e benevola ― dice</p>
<p>chi legge la sentenza.</p>
<p>Se vuoi ci ritiriamo, andiamo a ridere</p>
<p>della cena squisita, se ti piace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>OOOMISSIS VISTO SISSIMOOO</strong></p>
<p><i>                                                           a Marzio Pieri</i></p>
<p><i> </i></p>
<p>Si fa avanti per primo il Landvermesser,</p>
<p>l’ordinatore di vita della terra,</p>
<p>colui ch’entro confini la conduce,</p>
<p>K, l’agrimensore del Castello</p>
<p>che sbaglia la misura. Proprio lui!</p>
<p>A capo del capitolo secondo</p>
<p>si fanno avanti Artur e Jeremias,</p>
<p>i due aiutanti che K aveva atteso</p>
<p>nella locanda. Perché non li conosce</p>
<p>neppure quando loro si presentano?</p>
<p>Eppure sono i suoi VECCHI aiutanti!</p>
<p>In questo punto nevoso del romanzo</p>
<p>Kafka omette l’agnizione, il punto</p>
<p>di congiungimento che dovrebbe</p>
<p>innescare la trama. Invece no.</p>
<p>Vistosissimomissis che non toglie,</p>
<p>aggiunge anzi l’irreale al reale.</p>
<p>(E’ più capace di soffrire il sogno.</p>
<p>E tanto più il reale ― l’irreale)</p>
<p>«Va bene» dice K. Come: bene?</p>
<p>Non riconosci i tuoi e dici: bene?</p>
<p>E il déjà vu? La recita a soggetto ?</p>
<p>Ma forse, K, non ti senti bene?</p>
<p>Vistostosissimomissis di novant’anni fa,</p>
<p>a luna già caduta in mezzo al prato</p>
<p>…</p>
<p>(omissis)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Strada nel bosco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La strada nel bosco non può finire,</p>
<p>il lichene la infiora.</p>
<p>Così l’inoltro non si smarrisce,</p>
<p>trova mani più ruvide.</p>
<p>Abitatatore dell’inabitabile, porti</p>
<p>il tuo lino bianco allo sconfino.</p>
<p>Formiche e aghi di pino</p>
<p>intorno al fresco sonno, ti raggiunge</p>
<p>lo scopritore, prende posto, distingue</p>
<p>appena tra il giaciglio e chi giace.</p>
<p>Non so da quanto, la strada si fa rivo</p>
<p>rallentato di resina cui piace</p>
<p>la direzione immobile, amberizzando</p>
<p>l’altruismo delle ginocchia</p>
<p>quando appena si toccano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>[da <i>mimetiche</i>, Oèdipus edizioni, Salerno Milano 2013]</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-DUE-LUMINOSITA-32-CONTRASTO-ZERO.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-46424" alt="Eugenio Lucrezi Kafka DUE - LUMINOSITA' 32 CONTRASTO ZERO" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-DUE-LUMINOSITA-32-CONTRASTO-ZERO-172x300.jpg" width="172" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-DUE-LUMINOSITA-32-CONTRASTO-ZERO-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-DUE-LUMINOSITA-32-CONTRASTO-ZERO-587x1024.jpg 587w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Eugenio-Lucrezi-Kafka-DUE-LUMINOSITA-32-CONTRASTO-ZERO.jpg 1111w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quattro poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Feb 2013 07:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[delvaux]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura di ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Giovenale Da Delvaux (raccolta di prossima pubblicazione per Oèdipus) &#160; Porgere l’incostanza – suggerisce. Quasi cade. Soltanto variare vale – sogna nel doppio sogno, la domenica è lunedì, è l’inizio, del respiro. Per il resto – chiodatura, talco, tarma, il contrario dell’acqua, orma al contrario nell’acqua, e il dondolio (mite) dell’asse (onesto) certo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-44778" alt="immagine di Pietro D'Agostino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-225x300.jpg" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-72x96.jpg 72w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-28x38.jpg 28w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-161x215.jpg 161w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino-96x128.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/immagine-di-Pietro-DAgostino.jpg 409w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Marco Giovenale</strong></p>
<p><strong>Da <em>Delvaux</em></strong><br />
(raccolta di prossima pubblicazione per Oèdipus)</p>
<p>&nbsp;</p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">
<i>Porgere l’incostanza
</i>– suggerisce. Quasi cade.

<i>Soltanto variare vale
</i>– sogna nel doppio
sogno, la
domenica è lunedì, è
l’inizio, del respiro.


Per il resto – chiodatura, talco, tarma,
il contrario dell’acqua,
orma al contrario nell’acqua, e il dondolio
(mite) dell’asse (onesto)
certo dell’impiccatino



*



La casa è di un
altro adesso: l’architetto
ha consigliato come
girare murare
stanze finestre – aprirne
di migliori.

Datteri, damasco, ossi ribruciati. Vede.
Per ogni vuoto che la lingua avverte in bocca
stanno medie fami che incoccano
altro
– segno di mancanza. Proiettato.

Nel costo irreale (irrealizzabile)
delle parole i propri
conti piccoli reali alzati
sollevati, musi chiusi fuori



*



             mentre aspettano,
già che sono lì sono
fucilati. Quelli fuori
vivi vanno avanti ad aspettare



*



Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro



[Immagine di Pietro D'Agostino]
</span></pre>
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		<title>intra moenia &#8211; inglese / raos</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/intra-moenia-inglese-raos/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 04:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele frasca]]></category>
		<category><![CDATA[giancarlo alfano]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
		<category><![CDATA[oèdipus]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[caffè letterario intra moenia piazza bellini 70 – 80138 napoli mercoledì 16 aprile, ore 19:00 &#160; giancarlo alfano e gabriele frasca presentano &#160; le api migratori di andrea raos (oèdipus, 2007) e prati / pelouses di andrea inglese (la camera verde, 2007) info: 081290720 &#8211; 0815571190 – 3392732509]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">caffè letterario <a href="http://www.intramoenia.it">intra moenia</a><br />
piazza bellini 70 – 80138 napoli<br />
mercoledì 16 aprile, ore 19:00
</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">giancarlo alfano<br />
e<br />
gabriele frasca
</p>
<p align="center">presentano</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">le api migratori<br />
di andrea raos<br />
(oèdipus, 2007)
</p>
<p align="center">e</p>
<p align="center">prati / pelouses<br />
di andrea inglese<br />
(la camera verde, 2007)
</p>
<p align="center">info: 081290720 &#8211; 0815571190 – 3392732509</p>
]]></content:encoded>
					
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