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	<title>OHR &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non aprite quella porta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 14:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Mostro della Porta Accanto di Azra Nuhefendic Se questo è un uomo Primo Levi Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, Milan Josipovic, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai responsabili “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg" alt="" title="elle-pelle-placcaf" width="300" height="446" class="alignnone size-full wp-image-6421" /></a></p>
<p><strong>Il Mostro della Porta Accanto</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p><em>Se questo è un uomo</em><br />
Primo Levi</p>
<p>Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, <strong>Milan Josipovic</strong>, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai <em>responsabili </em> “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il fiume perché bloccavano le turbine della diga”.</p>
<p>Ai due, principali <em>responsabili</em>, di quella “seccatura”, i serbi bosniaci <strong>Milan Lukic</strong> e suo cugino e complice <strong>Sredoje Lukic</strong>, proprio in  questi giorni è cominciato il processo davanti al Tribunale dell’Aja. <span id="more-6420"></span></p>
<p>Višegrad è una bella cittadina della Bosnia Occidentale, che sorge a circa 100 Km ad est della capitale Sarajevo, nella regione della Republika Srpska. Celebrata nel romanzo d’esordio dello scrittore Ivo Andrić, <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_ponte_sulla_Drina">Il ponte sulla Drina</a></em>. </p>
<p>Ha la triste reputazione di essere al secondo posto, dopo <strong>Srebrenica</strong>, per la massiccia opera di pulizia etnica  e le atrocità compiute contro i musulmani. </p>
<p>Dei 21 000 abitanti di Visegrad, prima della guerra, due terzi erano  bosniaci. In soli due mesi del 1992 più di 13500 musulmani-bosniaci furono costretti, a lasciare le proprie case. Circa tremila sono morti o dispersi.</p>
<p>A causa della sua posizione strategica, che la colloca tra il fiume e il confine con la Serbia, Visegrad è attaccata, nell&#8217; aprile del 1992, e conquistata dalla JNA (Armata Popolare Iugoslava) che prima di lasciare la cittadina ne affida ai serbi del luogo il governo.</p>
<p>E&#8217; a  questo punto che entrano in scena i due cugini Sredoje e Milan Lukice,  allora comandante del gruppo paramilitare ”Le aquile bianche”.</p>
<p>In Bosnia circa 17 000 serbi bosniaci  sono <em>sospettati</em> di aver commesso o partecipato a crimini di guerra (secondo l&#8217; Ufficio dell’Alto Rappresentante <a href="http://www.ohr.int">(OHR)</a>  della comunità internazionale in Bosnia). Milan Lukic  lo si considera tra i più atroci, e tra i più grossi criminali.<br />
Al fascicolo che lo riguarda presso il Tribunale “fu  appropriatamente assegnato il nome in codice di “Lucifero”. (<strong>Carla Del Ponte</strong>, <em>La Caccia</em>, pg. 338).</p>
<p>Quello che distingue il caso di Milan e Sredoje Lukic dagli altri è la brutalità dei crimini commessi,e il fatto che li abbiano, nella maggioranza dei casi, eseguiti con le proprie mani. </p>
<p>Milan Lukic fu catturato in Argentina, nel 2005, dopo sette anni di latitanza. Al momento della cattura ha protestato, dicendo “che si trattava di un errore e che non vedeva l’ora di dimostrarlo”.<br />
Suo cugino e complice, Sredoje Lukic, fu arrestato due mesi dopo, tornando dalla Russia dove si era rifugiato.<br />
Visegrad è, come sottolinea <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ed_Vulliamy">Ed Vulliamy</a>, autore del libro <em>Stagioni all&#8217; inferno </em>(Seasons in Hell), &#8220;una delle centinaia di piccole Srebrenice, che accaddero in Bosnia”. </p>
<p>A lungo la terribile storia di Visegrad è rimasta nel dimenticatoio, per tutti, tranne che per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. </p>
<p>Il caso fu “scoperto” dal giornale britannico “The Guardian”, nel 1996.<br />
Parlando con i profughi bosniaci, il corrispondente ha chiesto a Jasmin R. cosa facesse durante la guerra. L’uomo ha spiegato che, essendo troppo piccolo, non combatteva, ma aveva il compito di raccogliere i corpi che galleggiavano lungo fiume Drina. </p>
<p>“Quali corpi?”</p>
<p>L&#8217;inchiesta prese il via da quella domanda.<br />
Prima fu localizzato Milan Lukic: abitava in Serbia da uomo libero. Poi, sono stati rintracciati i testimoni, e i sopravvissuti sparsi in tutta Europa e in Bosnia. Il racconto di tutti è quasi identico. </p>
<p>Milan Lukic e i suoi uomini prendevano i musulmani dalle loro case, li portavano sul ponte di Drina, alcuni li sgozzavano, altri li gettavano nel fiume sparandogli prima che cadessero in acqua. </p>
<p>“<em>Odio il ponte. Odio gli spari nella notte perché non si sente l’acqua quando ci cade il corpo…odio i miei occhi perche non vedono bene chi sono gli uomini che stavano uccidendo e gli sparano mentre cadevano nella Drina…. Altri li uccidono subito sul ponte e il giorno dopo le donne inginocchiate puliscono il sangue”.</em></p>
<p>Questo sono  parole tratte dal libro &#8220;<em>Come il soldato ripara il grammofono</em>” (<a href="http://www.timeout.com/newyork/articles/books/29799/how-the-soldier-repairs-the-gramophone">How the Soldier Repairs the Gramophone</a>). L&#8217;autore è un giovane bosniaco, <strong>Sasa Stanisic</strong>, (papà Serbo, mamma musulmana), che, a 14 anni, nel 1992, ha lasciato Visegrad. Il romanzo, un vero caso letterario, lo ha scritto in Germania.</p>
<p>A 35 chilometri di distanza da Visegrad, un gruppo dei bosniaci del villaggio Slap na Zepi, raccoglieva i corpi. Il lavoro si faceva durante la notte, per evitare che i cecchini serbi gli sparassero dalle colline circostanti.<br />
Hanno raccolto e sepolto i resti di circa 200 persone. In seguito l’inchiesta ha stabilito che così facendo, potevano raccogliere più o meno un corpo su venti.   </p>
<p>Bosniaco, Mesud Cokalic, faceva  parte del quel gruppo. Si ricorda che ”<em>i corpi spesso avevano la gola tagliata, segni di tortura, le donne erano nude e avvolte in lenzuola. C’erano anche i corpi dei bambini, un uomo fu trovato crocefisso su una porta di legno e una volta abbiamo trovato una borsa con dentro 12 teschi. Ma il momento  più difficile fu quando uno di noi, un ragazzo, ha trovato il corpo di sua madre sgozzata”.</em></p>
<p>“<em>Non mi pento di niente di quello che ho fatto</em>”, ha confessato Milan Lukic in una intervista al settimanale di Belgrado “Duga”, nel 1992. In quella occasione ha precisato che il suo gruppo si era staccato dalla polizia regolare “<em>perche erano totalmente inefficaci</em>”.</p>
<p> Il giudice dell’Aja, Dermot Groome ha definito l’efficacia “stile Lukic”, un olocausto. </p>
<p>Il 14 giugno 1992 Lukic e i suoi paramilitari hanno chiuso un gruppo di musulmani, in gran parte donne, bambini e anziani in una casa, a Visegrad. Hanno sbarrato porte e finestre ed hanno appiccato il fuoco. In quella occasione 66 persone sono morte bruciate vive: la più anziana aveva 75 anni, e la più giovane, una bimba di due giorni. Per quelli, che tentavano di scappare, ad aspettarli fuori, armati di fucili automatici, c&#8217;erano Lukic e i suoi uomini.</p>
<p>Pare che neanche questo fosse abbastanza <em>efficace</em> per i Lukic. </p>
<p>Due settimane dopo, il 27 giugno, hanno ripetuto il crimine. In una casa a Bikavac hanno imprigionato e bruciati vivi, altri 70 musulmani. </p>
<p>Zehra T. con la faccia sfigurata dalle fiamme si e salvata buttandosi dalla finestra, ma dentro casa era rimasta sua sorella di nove anni. </p>
<p>Milan Lukic e le sue “Aquile Bianche” sono accusati anche per due sequestri e l&#8217;assassinio di 36 civili musulmani e un croato. Nel 1993 avevamo infatti bloccato il treno diretto da Belgrado in Monte Negro. Dal treno hanno prelevato 18 civili musulmani e un croato, e li hanno uccisi.<br />
L’operazione fu ripetuta in un altro villaggio, Mioce; da un autobus hanno fatto scendere 17 musulmani, li hanno portati a Visegrad, torturati e uccisi.</p>
<p><em>&#8220;Quello che hanno fatto Milan e Sredoje Lukic non è l&#8217;atto di una banda dei criminali…I delitti che hanno compiuto fa parte di una impresa criminale e premeditata il cui lo scopo  era quello di distruggere una parte dei musulmani bosniaci come gruppo&#8221;</em>, ha precisato il giudice D. Groome.</p>
<p>Il Tribunale ha respinto la richiesta dell&#8217; accusa di includere nell’incriminazione contro i due Lukic, anche i reati  di violenza sessuale.</p>
<p>La decisione ha mandato su tutte le furie  <strong>Bakira Hasecic</strong>, una delle donne ripetutamente violentate e torturate da Milan Lukic  e dai suoi uomini. </p>
<p>I cugini Lukic, infatti, dopo aver prelevato e ucciso gli uomini tornavano nelle case delle vittime, prendevano le loro mogli, le figlie e le portavano all&#8217; albergo “Vilina Vlas”</p>
<p>”<em>Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani  erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci&#8221;</em>, ricorda Bakira Hasecic.</p>
<p>In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che a “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte furono uccise o sono scomparse. La signora Hasecic ha visto una giovane donna, Jasna Ahmedpasic, gettarsi dalla finestra dopo aver subito quattro giorni di abusi.</p>
<p>Una madre ha testimoniato che è stata violentata dallo stesso Milan Lukic nella propria casa. &#8220;<em>Davanti ai due figli minorenni, di nove e dodici anni, Lukic l’avesse stuprata, poi portata in  cucina ordinandole di scegliere un coltello affilato; quindi, sotto i suoi occhi, Lukic lo abbia usato per sgozzare i suoi due bambini </em>(Carla  Del Ponte: “La Caccia”, p. 338).</p>
<p>Bakira Hasecic, qualche anno dopo la guerra, ha fondato l’associazione &#8220;<strong><a href="http://www.bbc.co.uk/worldservice/documentaries/2008/01/071227_only_one_bakira.shtml">Donne-vittime di guerra</a></strong>&#8220;.<br />
In marzo, quest&#8217;anno, hanno tentato di mettere sul ponte di Drina una targa che ricorda 3000 musulmani bosniaci uccisi o scomparsi. Ma la placca è stata strappata la stessa notte stessa.</p>
<p>I serbi di Visegard hanno annunciato che vogliono mettere un&#8217;altra placca che possa commemorare i serbi uccisi.</p>
<p>E <a href="http://www.cinemasereno.it/Archivio/Francesco%20Gusmeri/1/ponte%20sec%20xv%20Visegrad.jpg">il ponte</a>? </p>
<p>Quel gioiello architettonico in pietra bianca costruito per volere del Gran Visir Mehmed Pasca Sokolovic nel 1571, quest&#8217;anno è stato dichiarato dall&#8217; UNESCO, patrimonio dell&#8217; umanità. </p>
<p>Tuttavia, in Bosnia, nessuno lo ama, quel ponte: i bosniaci, perchè due volte, in un secolo (anche durante la Seconda guerra mondiale) li uccidevano sul ponte e buttavano i corpi nella Drina; i serbi perchè è stato costruito da un turco; i croati perchè non riescono a &#8220;digerire&#8221; neanche quello di Mostar, che avevano distrutto una volta.</p>
<p>Ma il ponte, come ha scritto Ivo Andric è &#8220;<em>forte, bello e perenne, è al di là di tutti i cambiamenti</em>&#8220;. </p>
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