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	<title>olanda &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Romanzo olandese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Aug 2025 05:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Guido Festinese</strong>  <br /> I suoi libri in questo senso assomigliano alle superfici apparentemente statiche degli stagni sparsi tra le chiuse nordiche: una situazione apparente di immobilità che nasconde invece, appena sotto la patina superficiale, un tumulto emotivo di vita insanabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Guido Festinese</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-115080" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-731x1024.jpg" alt="" width="380" height="532" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-768x1076.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-300x420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-696x975.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover-1068x1496.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/olandese_cover.jpg 1071w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>“Che ci faccio io qui? Che ci fa uno come me davanti al Mare del Nord? Forse si sceglie l’Olanda per una sorta di compensazione, per un desiderio di vertigine di pianura. Altrimenti non ci si arriva per caso in cima a un molo”: così si trova scritto a pagina duecentoventiquattro di <em>Romanzo olandese/ Una trilogia</em>, il nuovo sorprendente libro di Marino Magliani (<a href="https://www.scritturapura.it/index.php#galleryc4a7599c86-2">Scritturapura, 2025</a>), un nome che è spesso tornato su queste pagine. Magliani, da quattro decenni residente in Olanda, in una terra che guarda il male gelido fatta di dune sabbiose, di chiuse, di canali infiniti e simmetrici che non fanno capire se lì inizia il mare o lì finisce nel matrimonio forzato con le acque dolce, per le terre di Rembrandt ha un&#8217;ossessione che è diventata, spesso, letteratura.<br />
Lì s’è fermato, dopo aver girato per il mondo tra i continenti facendo molti mestieri: marinaio, contadino, operaio, per diventare poi traduttore e scrittore a tempo pieno. Quando non scrive romanzi storici di cruda efficacia con una scrittura avvolgente, ultimo fra questi <a href="https://www.lormaeditore.it/libro/9788831312677"><em>Il cannocchiale del tenente</em> <em>Dumont </em></a>(L&#8217;Orma Editore, 2021), ambientato nel suo Ponente ligure in età napoleonica, Magliani ripercorre, con acribia descrittiva, un punto interrogativo che resta sempre lì, a chiudere il conto finale: la propria cartografia interiore che si dilata, esonda, incorpora inevitabilmente la cartografia reale dei luoghi, trovando sempre misteriose corrispondenze tra la Liguria della sua infanzia e la linea dell&#8217;orizzonte olandese affacciata sul Nord d’Europa.<br />
I suoi libri in questo senso assomigliano alle superfici apparentemente statiche degli stagni sparsi tra le chiuse nordiche: una situazione apparente di immobilità che nasconde invece, appena sotto la patina superficiale, un tumulto emotivo di vita insanabile. Una sorta di pendolarismo dell’anima guidato da due forze complementari, la ferita della separazione dalla propria terra d’origine scabra, umida, assestata su una faticosa verticalità, una vallata chiusa e ostica alle spalle di Imperia, e l&#8217;aver scovato una sorta di freddo ma ospitale secondo luogo dell&#8217;anima nella cruda orizzontalità olandese. Con il contrappasso continuo della nostalgia attizzata da entrambi i luoghi, all&#8217;infinito: uno lo specchio dell&#8217;altro. Un cerchio emotivo che non può che perpetuare la propria corsa all&#8217;infinito attorno a un centro che non c’è.<br />
<em>Romanzo olandese</em> è uno strano libro, va detto, e proprio per questo affascinante, tanto da richiedere una lettura, per così dire, in una sorta di souplesse, lasciandosi cullare dalle continue divagazioni che dilatano e rimpolpano un’ossatura, una travatura di base che è quella appena descritta, maturata in un quarantennio di riflessioni annotate, lasciate maturare, sviluppate in altri racconti brevi, intercettate e trascritte da nuovi punti d’osservazione. In questo senso lo scrittore e traduttore, per riprendere recenti calzanti parole usate in altro contesto da Massimo Raffaeli “Ha la necessaria monotonia degli scrittori veri, i quali insistono sulla propria materia senza illudersi di poterla mai esaurire”.<br />
E dunque qui si legge un primo tratto di romanzo, <em>La talpa</em>, che è una sorta di metafisico thriller, un viaggio quasi iniziatico faticoso e scomodo nelle immense viscere ipogee di Amsterdam, per ricavarne, poi, una necessitata fuga nelle valli ligure, dopo aver diviso il proprio tempo sotterraneo con figure sfuggenti che nascondono segreti.<br />
Poi arriva un secondo romanzo nel romanzo, <em>Le vetrate di Rembrandt</em>, e qui la geografia fisica delle case abbarbicate alla sabbia e affacciate sul Mare del Nord, distrutte e ricostruite ogni quarant’anni, diventa geografia umana: quello svelarsi senza pudori degli olandesi, in nome di una trasparenza interiore ed esteriore figlia ed erede del calvinismo puro e duro.<br />
Infine <em>Biografia</em> <em>di un paesaggio anfibio</em>, ricognizione nella ragnatela dei canali che è, poi, una ricerca di vita pulsante in tutto quanto appare come anonimo, ripetitivo e immoto.</p>
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		<title>Sabbia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/29/sabbia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Amos edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carlos Paz e altre mitologie private]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Da casa sua il mare non si vedeva, bisognava attraversare un ponte romanico, poi risalire la mulattiera fin su dove non cresceva nulla, giusto l’erba tra le pietre. Sui libri che raccontavano certi posti fatti di terrazze, scogliere e chiese sconsacrate, c’era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/02/29/sabbia/carlos-paz-copertina/" rel="attachment wp-att-60156"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-60156" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/carlos-paz-copertina-189x300.jpg" alt="carlos paz copertina" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/carlos-paz-copertina-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/carlos-paz-copertina-646x1024.jpg 646w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/carlos-paz-copertina.jpg 661w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></a></p>
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<p>Da casa sua il mare non si vedeva, bisognava attraversare un ponte romanico, poi risalire la mulattiera fin su dove non cresceva nulla, giusto l’erba tra le pietre.<span id="more-60077"></span><br />
Sui libri che raccontavano certi posti fatti di terrazze, scogliere e chiese sconsacrate, c’era scritto che il mare si intuiva attraverso la luce. Ma lui attraverso la luce un mare non era mai riuscito a coglierlo. Ci aveva provato a lungo, da ogni quota, angolatura, e ad ogni momento del giorno. Un mare era una collina tagliata di netto, senza alberi e case, giusto per dire che al fondo c’era dell’altro. Qualcosa che si ripeteva, l’erba dei pascoli che i pastori in primavera bruciavano perché si rinnovasse. E lui ogni tanto sentiva il dovere, più che il piacere, di entrare con le caviglie in quel mare, e poi fino alle ginocchia e su, farsi accarezzare la gola e guardarlo sotto la pelle.<br />
Allora scendeva dalle colline, camminava sulla sabbia e aspettava le onde e la sera, le mani sui fianchi, come si stava in Liguria. Ma erano le onde e le sere che avevano aspettato lui, e l’emozione diventava subito una specie di inquietudine, poi non proveniva mai dal largo, ma sempre dai libri, era insomma tutto ciò che millantavano gli autori. La fissazione romantica che nella vita bisogna intuire le cose nella luce. Come se bastasse un colpo di cielo sulle foglie di una palma, per capire se quel giorno l’acqua è mansueta, sognante o infuriata.<br />
Così, ogni volta che rivedeva la collina dov’era nato, egli si andava convincendo che un mare bisognava cercarlo lontano, un mare come un luogo da conquistare, mare-deserto, su cui lasciare le proprie impronte, come facevano gli scrittori. Ma quando un giorno giunse sulle dune di IJmuiden, quelle punteggiate di bunker serviti agli eserciti per scrutare l’orizzonte, egli scoprì che stavolta avevano ragione i libri, non si andava via neanche così, e alla fine l’unica cosa su cui contare, forse, era che si poteva tornare: questo sì, era consentito, sembrava addirittura una cosa che si cominciava a fare dal momento in cui si partiva. E ancora una volta, per tutto questo, egli poteva incolpare i libri, non ciò che aveva davanti e alle spalle sulla nuova riva, fredda e grigia, non dirsi che un presente lontano non bastava, ma le parole vecchie, le parole di un Sud da usare ora per le cose del Nord. La sabbia che si chiamava sabbia anche lontano e il resto, le cose grigie e graffiate dal vento. E allora pensò che finalmente dipendeva da lui, dalle nuove parole che aspettavano di essere pronunciate.<br />
Ricordava, per averlo letto, che tanto tempo prima un pittore pieno di angosce era scappato da quella nebbia, e solo dopo aver conosciuto la luce della Provenza era riuscito a sognare le forme e i colori e le onde del Nord.<br />
Le sue onde da bambino erano state erbose, verdi fino a giugno, poi gialle, poi ci passava una lama. Onde di prati da sfalcio, a ridosso delle scogliere lichenose, dove si raccoglieva il miglior fieno della valle. Lui si sedeva all’ombra del pruno selvatico e guardava la riva di uomini piegati in avanti, sempre leggermente piegati in avanti, con i loro gesti muti.<br />
Se stringeva gli occhi – anche adesso che aspetta le onde sul Mare del Nord – riconosceva i respiri degli uomini quando rialzavano la schiena, sputavano sulla lama e l’affilavano con la pietra cote.<br />
A mezzogiorno lo raggiungevano per dividere con lui pane e pomodoro. Poi lui accompagnava un ragazzo più grande alla fonte e riempivano i bottiglioni di un’acqua freddissima. Quando tornava, i falciatori stavano seduti all’ombra, gli occhi socchiusi. Il sudore sceso dalla fronte s’era fermato sul fazzoletto attorno al collo.<br />
Passavano il dorso della mano sulle labbra e bevevano dal bottiglione.<br />
Volavano alcuni corvi in cielo, ma troppo in cielo e i falciatori li vedevano un solo istante quando le mani alzavano il bottiglione alle labbra.<br />
Neanche quel mare di diamanti al fondo, di un colore e di una luce inutili e nello stesso tempo pericolosi, importava a qualcuno. Giusto all’alba o la sera, per vedere se c’era la Corsica.<br />
Un mare è il posto dei cittadini e dei turisti, gli aveva detto un giorno un vecchio che dopo poco tempo era morto. Bisognava meritarlo. Ma non era vero niente, in quell’ora pomeridiana il mare si confondeva col cielo, ed era solo quel vecchio che parlava di pericoli e di sogni, di meriti e destinazioni d’uso dei turisti; gli altri falciatori consumavano la pausa in silenzio e forse avrebbero voluto chiedere a quel vecchio di tacere.<br />
Se ascolti lui diventi come lui, gli aveva detto un giorno uno facendo ridere gli altri, impari a cercare il giro delle cose come fanno i grilli quassù, che martellano da mattina a sera.<br />
E a cercare il giro delle cose si faceva fatica come a falciare. E cos’altro c’era ancora da cercare, si poteva guardare il cielo e parlarne, o era come affilare le cose con una pietra cote? Per ultimo la pietra e le cose si consumano.</p>
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<p>Ora che aveva davanti il Mare del Nord, pure lui – anche se non parlava quasi mai con nessuno – diceva troppe cose come quel vecchio.<br />
Al fondo passavano le navi in rotta verso l’Atlantico. Il trucco era stare in attesa senza pensare. Senza consumare altre parole. Un tempo i falciatori ci riuscivano. I loro desideri li governava l’onda della sete. La sera, nel brusio tremante dei tramonti, gli animali dei prati tagliavano il silenzio con la lama della luna. Lui si addormentava, non calmo, come spaventato da una specie di rantolo. E c’erano grilli, rane, usignoli fin dentro la notte.</p>
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<p>Sulla riva del Mare del Nord si allungava la cittadina di Zandvoort, e prima delle case un molo di cubi di cemento e scogli verdi di muschio svuotava l’aria e l’allagava di risciacqui e di echi.<br />
Gli sarebbe piaciuto sapere cos’era un molo se non era né terra né mare. Al solito aspettò le parole, ma la cantilena delle onde consumò la pazienza.<br />
Un giorno si accorse che neanche alle spalle del molo c’era più terra. C’è solo la duna scavata dal vento, scrisse, tutta la sabbia di questo mondo catturata dall’erba grassa e ricomposta in un’altra duna.<br />
Sugli arbusti dalle foglie lucide si posavano stormi di stornelli, e gabbiani sulle pozzanghere, e l’erba non ingialliva come in Liguria. Poteva guardare e scrivere cosa vedeva o poteva inventare?<br />
Le acacie la sera ospitavano i corvi, a una cert’ora le pozzanghere si popolavano di voli.<br />
E giorno dopo giorno era come se fosse la sabbia a regalare un’idea del Nord a quel mare e alle pagine. Forse si poteva inventare tutto tranne la sabbia. Gli tornava viva un’immagine. Ragazzo, intorno ai quindici anni, ogni tanto in Liguria aiutava i muratori, porgeva loro le pietre, le tavole, i ferri, preparava la malta. Il furgone cassonato lasciava sul posto montagne di sabbia, e la mattina, lui e un altro manovale accendevano la betoniera, vi gettavano due secchi d’acqua, mezzo sacco di cemento, e diciotto palate di sabbia. Un giorno aveva chiesto all’autista del furgone da dove proveniva tutta quella sabbia, e gli era stato detto che era sabbia di cava.<br />
Perché il padrone pagava la sabbia, quando il mare ne regalava immensità?<br />
Il manovale gli aveva spiegato che la sabbia del mare non serviva perché conteneva il salino e, col tempo, il salino avrebbe corroso le putrelle, il cemento armato, sgretolato la sostanza. Era un ricordo lontanissimo.</p>
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<p>L’ultimo giorno di una bella stagione, dal quartiere olandese dove viveva, si diresse tra le dune e poi verso la risacca. Si tolse le scarpe e le calze. Camminò fino a sentire la sabbia rugosa come la fronte di un vecchio. I granchi inseguivano l’umidità, e c’erano piccole carcasse asciugate dal sole. Il fruscio della marea spolpava ogni sorta di vita. C’erano meduse ormai solidificate e azzurre, e le stelle marine ridotte a brandelli. I gabbiani si abbassavano sulla sabbia solcata dai rivoli, gettavano un grido e affondavano il becco nel cibo. Del mare ligure ricordava che le onde non mostravano da dove provenivano, nascevano a una quota segreta, oltre un muraglione spartivento, e giungevano esauste alla risacca, mentre quassù morivano prima, in un punto dove l’alta marea aveva alzato la barriera di sabbia e conchiglie, e ciò che giungeva ai suoi piedi ora era l’eco della loro morte. E ciò che aveva appena bagnato il suo piede era un’onda alla quale era mancato il respiro per essere un’onda.<br />
Come gli era successo da ragazzo al cantiere, si ripropose la questione della sabbia. Ma non c’era da capire nulla, era solo un esercizio, serviva solo a trovare nuove parole, tutto lì, forse bisognava sostituire l’essere che viveva ora sulla sabbia con l’essere dei giorni giovani, lui sì, avrebbe indovinato le cose, lui era persino riuscito a immaginare a cosa serviva la sabbia del mare, se non era utilizzabile per costruire case, chiese, galere, ponti. Era servita a portarlo sul Mare del Nord.<br />
E lui, serviva a qualcosa, lui?<br />
Qualcosa che non serve, era questo che pensava di se stesso? Non di inutile. Egli era capace, ma di fare una cosa che, pare, non servisse molto. Egli era l’essere che aspettava le parole e per averne la prova le annotava. Le parole che ti dici ora sono libere, sono questa pioggia, questi gatti olandesi e grassi dietro le vetrate, quest’erba&#8230; Il segreto, il mistero negli occhi dei falciatori.</p>
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<p>Passò il tempo e le parole che restavano, e valevano appena l’acquavite per conservarle, odoravano come i crostacei spolpati dai gabbiani e contaminati dal sole. A parte questo, non succedeva più nulla, e di giorno, se non scriveva, andava al mare a guardare le onde che facevano finta di arrivare. Poi raccoglieva le scarpe e le calze, e penetrava le dune erbose.<br />
Ora sentiva giusto un soffio, lo sputo salato nell’aria, e dopo un po’, spalle alla riva, poteva tendere l’orecchio, come gli era successo di fare la prima volta, quando il rumore del mare aveva smesso di essere il mare.<br />
Con la Liguria non funzionava. Lei non faceva rumore, il suo ricordo produceva solo immagini. Immagini?<br />
Un giorno, lasciata la spiaggia per il sentiero cosparso di conchiglie rotte, ai cui lati i cespugli e i graffi del vento portavano tra le case, egli capì che era tardi. Ma tardi per cosa?<br />
Tuttavia, vedere le piante del bosco sradicate dal vento e tutte quelle fosse, come le gengive nude nel palato di un vecchio, e scoprire che le fondamenta delle case poggiano direttamente sulla sabbia, i fiori e la verdura e i bambini che giocano e crescono nella sabbia, e tutto ciò che rotola al mare era perché era sabbia, tutto questo non lo preoccupava più. Non riusciva più a scriverlo, ma neanche questa cosa lo preoccupava più. Forse – restava forse altro? – si poteva sempre scrivere che non si poteva scrivere. Farlo e rifarlo e ascoltarlo da altri, da Walser e da Melville, come faceva la sabbia che ascoltava sempre un altro mare. Come si comincia a tornare a una valle fin da quando si parte, aveva imparato il giorno in cui se n’era andato.<br />
Anche se non era la stagione, riandava spesso su quel vuoto, perché tutto portava davanti a quel muro, pensava, alla prima sabbia bagnata che aveva visto, a quel molo che non era né terra né mare.<br />
Una sera tornò a casa, e quasi in dirittura dei palazzi vide le ruspe. Avevano rimosso un pavimento di mattoni e dissepolto un tratto di tubi arrugginiti. Appariva la sabbia compatta, gialla. Radici filiformi si nutrivano nell’umidità, forse alberi lontani o futuri. Animaletti con antenne, dotati di meccanismi bussolari astronomici che permettevano loro di tornare al mare.<br />
I bambini avevano accampato la sabbia sul marciapiede.<br />
Nell’atrio del palazzo sentì i granelli scricchiolare sotto le suole, e nell’ascensore i granelli unti riempivano i solchetti del pavimento metallico. Prima di entrare si pulì energicamente le scarpe sullo zerbino, in casa se le tolse e si toccò le calze. Le scrollò nel secchio della spazzatura.<br />
Entrò nella doccia. Il pavimento del bagno diventò subito granuloso, l’acqua scorreva e si portava via il sapone e il resto che non apparteneva a lui. Si lavò bene tra le dita. Si asciugò davanti alla vetrata che dava sulle dune. Il mare da lì non si vedeva, nascosto com’era dai palazzi e dagli alberi, dalle dune. A tratti però ne avvertiva il respiro in una raffica di sputi contro la vetrata. Poi tutto taceva di nuovo qualche istante.<br />
Senza entusiasmo, ma come per liberarsi dell’idea di una cosa che bisognava ricordare per forza, si avvicinò alla libreria e cercò gli esercizi di uno scrittore ligure che aveva lavorato a lungo sulla luce. Poi toccò a un altro, <em>Archeologo dei miei giorni</em>, ma sapeva bene che i libri scherzavano.<br />
Si vestì e aprì la vetrata. Uscì sul terrazzo.<br />
Dal porto, il fascio di luce del faro investiva alzo zero le dune. Era scesa la nebbia e le navi entravano segnalandosi con suoni animali, lontani, come di animali al pascolo. Non faceva freddo. Tutto lì. Non faceva ancora freddo quella notte.</p>
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<p><em>(questo è il primo testo della raccolta di racconti &#8220;Carlos Paz e altre mitologie private&#8221;  di Marino Magliani, pubblicato da Amos Edizioni in questi giorni)</em></p>
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		<title>l&#8217;uomo che forse faceva finta di dormire (1/2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 06:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Il 29 dicembre scorso ho fatto una piccola vacanza nella regione della Gheldria, che si trova al centro dell&#8217;Olanda, ai confini con la Germania. L&#8217;albergo dove ho alloggiato si chiama Ehzerwold, è situato ai margini del villaggio di Almen, ed è immerso nei boschi e nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/11/luomo-che-faceva-finta-di-dormire/marino_mannenafdeling-jaren-20-of-30/" rel="attachment wp-att-59120"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-59120" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-300x181.jpg" alt="Marino_Mannenafdeling, jaren '20 of '30" width="300" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-1024x617.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30.jpg 1067w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Il 29 dicembre scorso ho fatto una piccola vacanza nella regione della Gheldria, che si trova al centro dell&#8217;Olanda, ai confini con la Germania. L&#8217;albergo dove ho alloggiato si chiama Ehzerwold, è situato ai margini del<span id="more-59078"></span> villaggio di Almen, ed è immerso nei boschi e nei campi. Alla signorina che mi ha accolto ho chiesto qualche informazione. Lei mi ha invitato a uscire e mi ha mostrato la vecchia scritta di ceramica sulla facciata di mattoni, sopra il portone centrale. <em>Ziekenhuis</em> <em>P.W. Janssen</em>. Ziekenhuis naturalmente significa ospedale. La signorina mi ha fatto notare alcuni foretti e chiodini. Ai tempi in cui era un sanatorio, sopra la scritta Ziekenhuis c&#8217;erano appesi vasi di fiori, piccoli rampicanti, per nascondere che si trattava di un ospedale. Il luogo doveva sembrare piuttosto una casa di convalescenza e riposo, e in effetti lo era, anche se contava su una sala raggi, l&#8217;infermeria specializzata, e i malati soffrivano tutti quanti di tubercolosi. Dentro il salone, su un paio di muri, ci sono parecchie foto che ricordano ciò che è stato il luogo. Una mostra il porticato dove mi trovo, ora ci sono file di tavoli fino all&#8217;ultima arcata, mentre una volta era una riga di lettini con i pazienti. Con me, davanti alla foto, si è fermata la signorina che mi sta accompagnando alle camere. Che ora sarà stata, chiedo. È l&#8217;ora dell&#8217;aria buona, dice la signorina, i pazienti se ne stavano qui distesi a respirare, come predisponeva la cura del dottor P.W. Janssen. Ho capito, signorina, ma che ora sarà, dopopranzo, mattina? La signorina non ne ha proprio idea.</p>
<p>Riprendiamo a camminare sotto le arcate, poi usciamo nel parco e imbocchiamo un sentiero che da solo mi sarei perso. Poso la borsa sulla sedia, tiro fuori le poche cose e i quattro libri che mi sono portato e ho già iniziato a leggere sul treno. Faccio le cose che si fanno quando si entra in camera in albergo. In ordine: provo il letto, guardo il bagno, la tv funziona, mi accerto che nell&#8217;armadio ci sia il cuscino extra, tiro la tendina e guardo fuori. Fa presto buio e io devo ancora camminare almeno un&#8217;ora nel bosco per non sprecare la giornata. Ho tutto, la torcia elettrica, la giacca col cappuccio, doppio berretto, guanti. Il sentiero costeggia un campo di patate, poi ne attraversa uno appena arato, poi un antico ponticello di ferro e legno passa sopra un canale, e in quel mentre il campetto appresso si popola di anatre che planano tra me e i residui del tramonto. Oltre la radura ci sono un paio di pagliai e si entra nel bosco. Ogni tanto incrocio qualche camminatore e ci restituiamo un saluto muto, la specie di mezzo inchino pattuito tra chi ha deciso che nel bosco non si debba parlare. Ma io, che provengo da mesi di silenzio, qualcosa, qualsiasi cosa, anche se in nederlandese, la scambierei volentieri. C&#8217;è un piccolo cimitero, mi fermo di qua del recinto, e mi segno. Le lapidi sono tutte del secolo scorso minimo, alcune fasciate dal muschio. Fa buio.</p>
<p><em>Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe.</em></p>
<p>Non lo vedo scritto da nessuna parte, ma mi viene in mente perché da qualche parte ho letto che i Romani sono stati qui, e gli anni scorsi un archeologo ha trovato delle tombe. Cocci. Muri. Cosa c&#8217;entrano tuttavia i cimiteri del Nord con le acqueforti galiziane di Roberto Arlt? Forse i boschi associano rovine. E poi c&#8217;è quella fotografia, i lettini e la morte dei pazienti. Nell&#8217;ottobre del &#8217;35 Arlt visita i sepolcri pagani e cattolici di Compostela. Sulla tomba di un militare romano ha letto: Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe<em>. </em>Il giorno stesso Arlt scrive l&#8217;acquaforte per El Mundo. Si chiede chi è Cayo? Un giovane ufficiale, un patrizio? Anche la foto coi pazienti è datata 1935.</p>
<p>Al rientro le papere si svegliano e mi insultano, fanno finta di alzarsi e appena passo tornano a planare sull&#8217;erba. Dal canale sale un freddo di vapori, acque separate da scie di argento, alle cui estremità lontane vanno un paio di gallinelle disturbate. Si alzano in un volo a mezz&#8217;aria verso il punto in cui poco fa moriva il sole.</p>
<p>La doccia è calda, e l&#8217;abitacolo non chiuso da una tenda o da una vetrata, se non per i tre lati, mi mette a disagio, perché ho sempre paura di bagnare il pavimento. Su un cartello accanto allo specchio c&#8217;è scritto che se il cliente non cambia gli asciugamani ogni giorno contribuisce alla cura dell&#8217;ambiente e riceve un caffè gratis. Occorre ritirare il gettone alla Receptie. Anche se non ci si fa rifare la camera ogni giorno c&#8217;è un doppio buono per il caffè. Il caffè olandese mi piace. Ho prenotato col <em>Vakantie Veilingen, </em>l&#8217;asta delle vacanze, immagino esista anche in Italia, vendono mini-pacchetti a prezzi stracciati, io per i due giorni ho pagato 36 euro, colazione compresa.</p>
<p>Mi infilo sotto il piumone. Occhiali, libri sul comodino. Taccuino per appuntare qualche parola e la biro sul letto.</p>
<p><em>Neve, cane, piede.</em> L&#8217;autore è Claudio Morandini. L&#8217;editore Exorma. In effetti è un libro di orme lasciate da un vecchio sulla neve. Sono belli i libri di personaggi anziani che abitano luoghi sperduti e selvaggi: montagne, gole, boschi. Questi uomini col tempo diventano saggi, ti raccontano le cose senza forzare, senza spiegarti la vita, ti parlano di albe ancora buie fuori del loro rifugio, di tempi morti in attesa della luce, e della vita che passa e delle domande e anche delle consolazioni. Anche di quelle. Nella vita è successo loro di tutto, come al vecchio Tönle di Rigoni Stern, o ai vecchi mineralizzati e soli di Biamonti. Anche al vecchio Adelmo Farandola di Morandini è successo di tutto, i cavi elettrici da scorrere da bambini perché è il gioco del coraggio e poi le scariche dei cavi elettrici che devastano popolazioni, e poi la solitudine. Ma Adelmo Farandola non assomiglia ai vecchi saggi montanari, coraggiosi e malinconici, della nostra letteratura. E questo non è perché Adelmo Farandola si possa dire speciale, ma solo per un fatto: Adelmo Farandola è impazzito.</p>
<p>Adelmo è un vecchio puzzolente che non sa neanche più che la settimana scorsa è sceso in paese per provviste e quando ci torna, in negozio, tengono le porte aperte. Adelmo Farandola picchia le bestie e le uccide, parla con un cane e gli dà la parola perché non ha neanche un cane cui parlare. Ogni tanto gli tira un calcio nel costato. Adelmo potrebbe essere diventato un assassino. Vive monitorato da un guardiaboschi. Morandini non ci racconta la luce delle montagne, non ci mostra la montagna di Cezanne, ma quella che esplode dall&#8217;interno, quella che si vedrebbe da dentro, e allora da dentro scopriamo cose inedite, o impensabili, la sorpresa è lo stupendo giallo del muretto della veduta di Delft di Vermeer, davanti al quale Bergotte di Proust è riuscito a morire. Adelmo ci racconta l&#8217;interno della sua baracca, la lingua muta della montagna, il catalogo degli scricchiolii, il mondo di fuori guardato dal dentro, davanti al quale Adelmo non è riuscito a morire, ma è impazzito per sempre.</p>
<p>L&#8217;altro libro è <em>Humus</em>, ma dovrei alzarmi, andare a chiedere a che ora si cena. Sottotitolo <em>Diario di terra</em>. L&#8217;autrice si chiama Bianca Bonavita. Non so altro di lei. L&#8217;editore è Pentagora, una piccola casa ligure che progetta libri sulla terra, sostanzialmente di terra. Ha pubblicato i racconti splendidi di Zena Roncada sui margini e gli argini del Po, le montagne e i lupi di Giacomo Revelli, e narratori di vernici e motocarri come Alessandro Marenco e Renato Bergonzi. E ora <em>Humus</em>. Storia di una terra divisa in sei blocchi. Terra, autunno, inverno, primavera, estate e di nuovo terra. La protagonista racconta la vita nei campi, le pianure e le colline emiliane, le semine, le raccolte. &lt;&lt;Un diario di terra è ciò scrivo. Null&#8217;altro&#8230;&gt;&gt; .</p>
<p>Ho telefonato per chiedere gli orari del ristorante. C&#8217;è un servizio buffet aperto fino alle dieci e trenta. Costa 27 euro. Non me lo posso permettere. O sì? Forse riesco ancora a rimediare un panino o una zuppa. Ma non mi alzo. Dopo Morandini, <em>Humus</em> ti consola, è come passeggiare con Walser ma essere minuscoli, non superare l&#8217;altezza delle piante di patate e vivere là sotto con l&#8217;io narrante e farsi raccontare che si può sparire sulla terra, prima di sparirci. Ma la consolazione dura poco, fin quando non entra in scena il Grande Pescatore, anche <em>Humus </em><em>a quel punto </em>finisce per raccontare la follia umana, la desolazione.</p>
<p><em>Confini senza frontiere</em>, è di Giacomo Revelli, l&#8217;editore si chiama Ultima spiaggia, pubblica cose che riguardano l&#8217;isoletta di Ventotene. Lo sto leggendo perché seguo Revelli da tempo. Quando sento parlare di confine e frontiera mi viene in mente il povero Giorgio Bertone (la parola povero tradisce la data di trascrizione di queste righe: primi giorni di gennaio del 2016): il dentro o fuori o la zona pulsante e vasta che prende una terra di qua e di là. Anche Revelli ci racconta un mondo, in questo caso la Ventotene isola-carcere ai tempi del Ventennio, vista da dentro. A un giornalista, Amedeo Dalmasso, viene chiesto di scrivere un reportage. Viene traghettato in mezzo ai confinati, senza sapere che anch&#8217;egli è uno di loro, e quando terminato il suo lavoro si appresta a riprendere il traghetto gli viene impedito di allontanarsi dall&#8217;isola. Diventa così, a tutti gli effetti, un confinato, e da quel dentro guarda il dentro e il fuori. Il mare e il cibo, le passeggiate proibite e i soprusi, le categorie, anarchici, comunisti, i manciuriani, che sono quelli privi di fede politica ma che possono essere lì per una singola frase contro il fascio. E lui? Lui è K. e passerà tutto il periodo della guerra a cercare la sua colpa. In realtà qualcosa ha commesso, ma non ha mai subìto un processo, e la beffa alla fine sarà di scoprire che neppure quello è il vero motivo per cui egli è rimasto là dentro tutto quel tempo. Mi fermo. Mi alzo, guardo in direzione del bosco. Il cimitero. Ma non si vede. Non si vede niente. Neanche il buio, ciò che ho davanti assomiglia a un muro d&#8217;edera. Non ritorno a letto.</p>
<p>Fuori non fa freddo. Ci sono le luci delle fattorie al fondo dei campi, non dalla parte del bosco.</p>
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		<title>Il canale bracco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2015 06:00:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Fusta Editore]]></category>
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		<category><![CDATA[il canale bracco]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Marino Magliani (mi è sempre molto difficile scegliere un passo da postare in un testo di Magliani, perché vorrei poterne poi aggiungere anche un altro, e poi un altro ancora &#8230; e insomma mettere tutto; e con questo &#8220;Il canale bracco&#8221; più che mai; sempre i suoi ingredienti minimi, di disarmante pedissequità, e qui [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/05/09/il-canale-bracco/magliani_bracco/" rel="attachment wp-att-53908"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-53908" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/magliani_bracco.jpg" alt="magliani_bracco" width="179" height="281" /></a></p>
<p><em>(mi è sempre molto difficile scegliere un passo da postare in un testo di Magliani, perché vorrei poterne poi aggiungere anche un altro, e poi un altro ancora &#8230; e insomma mettere tutto; e con questo &#8220;Il canale bracco&#8221; più che mai; sempre i suoi ingredienti minimi, di disarmante pedissequità, e qui forse ancora più titubanti, quasi sfiancati, e più autoironici, ma poi i soliti improvvisi e abissali corti circuiti, gli usuali affondi poetici, quasi dolorosi di bellezza, i suoi distillati di saggezza, quasi messi lì per caso, quasi essi stessi a disagio, desiderosi di farsi dimenticare; perché certo la sua è magnifica scrittura, ma c&#8217;è dietro il suo mondo, o insomma un mondo, che spinge e pulsa e alita, misterioso e struggente nella sua maschera di semplicità, che a momenti quasi ci fa dimenticare la scrittura; dove siete seriosi critici militanti, sapete leggere un testo, capite qualcosa, sapete riconoscere la musica di un pensiero, il bisbiglio perentorio e toccante ma anche manigoldo &#8211; niente di meno naif &#8211; di un&#8217;anima?; e voi grandi e medi editori, con le vostre certezze su cosa può piacere ai lettori (li conoscete?), le vostre altezzose e pavide certezze, i vostri colpevoli conformismi?; ma mi scuso per la mia tracotanza, certo fuori luogo, certo ridicola, patetica, trattandosi in sovrappiù di un amico, e ringrazio l&#8217;editore per la disponibilità; GS)</em></p>
<p>Man mano che proseguo sul molo lungo, vado notando due pilastri di ferro e una grata. Si direbbe un cancello. La sabbia che il vento sputava fin sull’asfalto ha lasciato il posto a una schiuma di onde, ma il palmo d’acqua dimenticato dall’alta marea non è ancora mare. Una frontiera segnata da un ostacolo della dimensione di un gradino, il mare vero sta oltre quel dorso.</p>
<p>Il molo si allunga nel vuoto come un dito disteso; s’intravede meglio il cancello pieno di carie, e sul bordo di cemento che delimita il catrame, ogni duecento metri hanno fissato il solito cippo delle quote, come se ne trovano sulla Via Appia.</p>
<p>Oltre la metà (il cippo riporta 2100 m) il molo compie la sua brusca sterzata verso nord. Fin qui, a sfidare gli scrolli, i pescatori non salgono: vento e basta, aria che odora di alga e di isole, che raschia gli scogli, sposta i gabbiani.</p>
<p>Un classico faro bianco con le strisce orizzontali rosse segna una delle due estremità avanzate, l’altra sta di fronte, a circa trecento metri. L’acqua all’interno degli spartivento appare meno selvaggia che in mare aperto. Qui, dove il Mare del Nord fa le sue “prove di sonno”, nasce e muore il Noordzeekanaal.</p>
<p>Ho contato un centinaio di imbarcazioni, ma non saprei dire se ne sono entrate o uscite di più: scafi di ogni dimensione e forma, potenza e eleganza; e poi chiatte, petroliere, mercantili, pescherecci, persino barche a vela, gozzi. Solitarie o accompagnate dai rimorchiatori. Prima entravano nel porto di Amsterdam attraverso lo Zuiderzee, poi è stato utilizzato il canale di Den Helder, ma il progetto di scavare un corridoio che collegasse direttamente Amsterdam al mare aperto era nell’aria da tempo. La sfida venne raccolta da un inglese, un certo signor Lee, che appaltò il lavoro per la buona somma di 27 milioni di fiorini e nel 1876 consegnò l’opera.</p>
<p>L’accesso alla scaletta che dà sul piazzale del faro è sbarrato da una rete. Salto sugli scogli e aggiro il recinto. Mi siedo sul muretto, la schiena appoggiata al faro. L’altezza del sedile è di poco superiore a quella della panchetta ligure, il luogo del carruggio dove a quest’ora, probabilmente, me ne starei seduto a guardare le macchine che passano. Questa strana sensazione di appartenere anche da lontano a qualcosa mi ha sempre impedito di chiedermi What Am I Doing Here? Che ci faccio qui e non in Dancalia? Che ci fa in cima alle dune inzuppate uno come me, per dire, che dalla sua valle, per guardare qualcosa ha sempre alzato gli occhi? O a parlare di mari aperti, io che ho sempre considerato il mare un posto per turisti. Forse si sceglie l’Olanda per una sorta di compensazione, ho detto una volta a Piet. Non ci si arriva per caso in cima a un molo. Stavolta non è una questione di sovrapposizioni&#8230; Qui c’è nulla, Piet. E se c’è nulla ti accorgi che non c’è angoscia; un posto che non è un mucchio e non è un vuoto; un molo che non è terra né mare. Questo molo sta al quartiere di Zeewijk come Zeewijk sta alla Liguria. Si parte da una valle dove sei più famoso della Coca-Cola e tutti ti salutano, per giungere dove l’unica cosa che sanno di te è che non hai un cane. È un lavoro di sottrazione, si sparisce piano piano, mica di colpo. Tu ci riesci bene, Piet. Il desiderio di non lasciare nulla è un progetto che io, raccontandoti, potevo solo rovinare&#8230; Dovevo venire fin quassù per capire?</p>
<p>Mettila come vuoi, in Olanda la sera finisci per girarti il collo di sciarpe, schiacci berretti sulle orecchie ed esci a conoscere spiagge, stagni, canali, le mani in tasca. In un alternarsi di paludi e pinete, vai per sentieri modellati dalle conchiglie, e forse non ci fai neanche più caso che sparisci.</p>
<p>Nidi di gabbiani e gufi, chiarori a mezz’aria, le prime volte certi colpi d’ala mi spaventavano. E i conigli che scappano, i cervi che saltano il filo spinato, e gli arbusti dai quali all’imbrunire escono le volpi, e i bunker dal cemento granoso spesso due metri, tutti collegati lungo la costa, fino a Hoek van Holland, l’Angolo dell’Olanda. Ma la storia raggiunge anche gli angoli. E Dio mio, quanti partigiani delle dune mandati al massacro&#8230;</p>
<p>Dirimpetto al molo c’è Beverwijk. Bever significa castoro. Quartiere del castoro. Pare che qualche secolo fa ci fossero davvero molti castori da queste parti, poi hanno costruito il canale e sono arrivate le acciaierie. Passato Beverwijk c’è Wijk aan Zee, la piccola Svizzera la chiamano, ma è difficile intuirlo.</p>
<p>Mi trovo a sud ovest, spalle al canale, guardo Zandvoort mezzo nascosto nelle nebbie. Dune, vapori, e dietro le dune IJmuiden, Bloemendaal, Zandvoort, Scheveningen e lontanissimo Hoek van Holland. Tutte a rappresentare una scala di valori che parte dal “basso”: acciaierie e pesca a IJmuiden, borghesia a Bloemendaal, turismo a Zandvoort, magia a Scheveningen. I giocatori di scacchi la conoscono anche come una variante della “difesa siciliana”, un’apertura giocata per la prima volta a Scheveningen: il nero imposta la struttura pedonale al centro, come una diga. Sccccchefeningheen. Ma come si pronuncia? I romantici partigiani-fotografi di Hoek van Holland usavano un metodo infallibile per identificare le spie tedesche: far dire loro Scheveningen come parola d’ordine.</p>
<p>Scheveningen è in realtà una spiaggia, la città è Den Haag, la capitale politica dei Paesi Bassi. Poco più di un paesone, formato da due strade e dai quartieri Belgisch Park e Duindorp, Scheveningen è molto più antico di Den Haag. I suoi abitanti dovevano essere vichinghi provenienti dalla penisola danese. Terra da sempre di tempeste e di gente che ha ricostruito ogni volta sul fango, fin quando Constantijn Huijgens non ha inventato la Scheveningseweg, il tratto che ha unito il villaggio a Den Haag. Il vero mutamento, tuttavia, l’ha conosciuto il secolo scorso con la costruzione degli stabilimenti balneari e del pier, il molo passeggiata, luogo di culto per gli olandesi.</p>
<p>Qualche anno fa, in occasione del Vlaggetjesdag, il giorno delle bandiere, sono andato a vedere le SprookjesBeldeen aan Zee, le statue del mare che popolano Scheveningen dal 9 giugno 2004. Si può dire che da quel giorno Scheveningen abbia ventitrè abitanti in più. Ventitrè statue in mezzo alle piazze e al boulevard, ventitre glorie figlie dello scultore Tom Ottorness, artista americano di Wichita, Kansas. Il materiale usato è il bronzo, il tema la lotta tra gli umani e il mondo. Gulliver, alto più di undici metri, Moby Dick, Geppetto e Pinocchio, Tin Soldier Boat, Ballerina, Oh, Lars, My Son, Il Leone e il Topo, Il Pesce e il Soldato.</p>
<p>Quanto buio in cima al molo. I primi tempi venivo qui a tradurre le parole per viverle. Solitudine è eenzaamheid. La pronunciavo male, diventava eindzaamheid. Una parola che qui non esiste. Tradotta alla lettera sarebbe “fine dell’essere”, che in italiano un senso ce l’ha.</p>
<p>Scendendo, rifaccio la conta dei cippi, alcuni mancano, cancellati dalle mareggiate.</p>
<p>Il cancello si trova a quota 1200 metri.</p>
<p>Oltre le sbarre, tra risciacqui e grida rotte e aeree, sento qualcosa. Una musica. Una musica? Una radiolina forse. Qualche pescatore notturno; c’è una bicicletta sul cavalletto, tre canne da pesca. Ma lui dov’è? Sarà nascosto, mi ha sentito arrivare e s’è nascosto tra gli scogli per non restituirmi il saluto. Piet dice che quassù ci vengono i selvatici. Non mi fermo, è notte e fa freddo, l’ora in cui girano solo le luci dei fari e i gabbiani, su questo molo sbilenco e tagliato in due. E poi sono stanco. Non sembra, ma hai camminato più di tre ore, mi dico. E tutto quel sale in faccia, seduto lassù in cima, mi ha dato sui nervi. C’è un odore di alghe grasse tra le dune, e i miei passi sorprendono gli animali, sciami di stornelli, i saltelli di un coniglio. La luce del faro scolpisce il profilo di un bunker. Mi ritorna alla mente Eindzaamheid, la parola nata dal caso e dall’errore: la fine dell’essere&#8230; la fine di un luogo.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/05/09/il-canale-bracco/magliani_foto/" rel="attachment wp-att-53909"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-53909" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/magliani_foto.jpg" alt="magliani_foto" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/magliani_foto.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/magliani_foto-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/05/09/il-canale-bracco/magliani_foto/" rel="attachment wp-att-53909"> </a></p>
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		<title>Soggiorno a Zeewijk</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2014 06:30:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amos edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani (un capitoletto dell&#8217;ultimo libro di M. M., &#8220;Soggiorno a Zeewijik&#8221;, appunto sulla sua cosmica Zeewijik, Amos Editore, ora in uscita) Cosa fanno gli abitanti di Zeewijk quando non riescono più a essere indipendenti, come succederà tra non molto a Piet? Il luogo si chiama bejaarden huis. Ce ne sono almeno tre. Sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>(un capitoletto dell&#8217;ultimo libro di M. M., &#8220;Soggiorno a Zeewijik&#8221;, appunto sulla sua cosmica Zeewijik, Amos Editore, ora in uscita)</p>
<p>Cosa fanno gli abitanti di Zeewijk quando non riescono più a essere indipendenti, come succederà tra non molto a Piet?</p>
<p>Il luogo si chiama <i>bejaarden huis</i>. Ce ne sono almeno tre. Sono a rotazione, anch’essi, come ogni cosa di Zeewijk: ora costruiscono il ricovero in un posto e fra vent’anni in un altro. In questo modo, l’abitante di Zeewijk non riesce mai a identificarsi con un luogo, ma solo con l’idea di un ricovero. Questa destinazione vagamente ignota mette addosso una certa apprensione, si passeggia tra le costellazioni e si indaga, sarà qui sulla piazzetta dell’Acquarius, sarà in cima alla Pegasus?</p>
<p>Di solito questi ricoveri sono molto ben curati, un giardino minuscolo di modo che l’anziano non fatichi, giusto l’angolino di verde “privato”, un premio alla carriera, e la vetrata dalla quale guardare il passaggio della vita. I vecchi dei <i>bejaarden huis</i> sono sereni, possiedono il loro monolocale e là dentro hanno tutto: l’infermiera che passa a sorvegliare, la cucina, il bagno con le maniglie alle quali appoggiarsi, e persino la vista sui ciliegi in fiore.</p>
<p>Li trovo a giugno, seduti sulla sedia di plastica, fuori, alla brezza nordica. Sembra che controllino le ciliegie verdi e raggrinzite, in attesa che maturino, ma non maturano mai perché siamo in Olanda e i vecchi lo sanno. Chissà cosa pensano questi vecchi.</p>
<p>Forse, ci ha ragionato Piet, è come da voi in Liguria, là, in quel posto dove sei nato, che era un ospedale e dove ora la gente anziana seduta sulle sedie bianche guarda con un po’ di desiderio i grappoloni di datteri che non maturano mai.</p>
<p>Non lo so, ho detto a Piet. Non gli parlo mai troppo volentieri o a lungo dell’idea di un ricovero. Non sono la persona adatta, lo confesso, discorrere di un inizio e della fine mi confonde. Vorrei vedere voi se foste nati in un posto che ora ospita il tramonto.</p>
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		<title>LA SPIAGGIA DEI CANI ROMANTICI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/20/la-spiaggia-dei-cani-romantici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 09:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-37861" title="magliani_cop_Cani Romantici bassa_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid2.jpg" alt="" width="100" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me era semplicemente negrita e la cominciai a chiamare così prima ancora di impalmarla. Questa parola che sentirete parecchio da qui in avanti non significa mica sposarla, da noi si impalma quando a una donna le si conosce il cuoio, e si scende al presepe.</p>
<p>Non credo che la negra se la prendesse per come la chiamavano, forse perché a Lincoln, come dappertutto, non c’è niente di peggio che incazzarsi se ti danno un nome. E quando lo capisci è tardi.<span id="more-37830"></span></p>
<p>Quell’anno avevo deciso che sarei andato in Europa. Tolti i dieci mesi trascorsi tra caserma, guerra e ospedale militare, il resto della mia vita era marcato pampa, aveva l’odore delle sgommate e della benzina bruciata sul Falcon del vecchio, per le strade larghe di avenida Rivadavia, a dar di retromarcia contro i pali della luce per vedere se se ne muoveva uno, o quello di borotalco delle carte, le sere passate al club a farmi spellare, e l’odore della negra, quando ho smesso di andare a manuela.</p>
<p>Ventidue anni così, e ogni estate, durante il periodo della raccolta, una settimana di vacanza all’estancia, a centoventi chilometri da casa, tra Lincoln e Chacabuco, dove abbiamo i campi; così il vecchio poteva tenere d’occhio gli asalariados che non ci rubassero il raccolto. Eppure siamo una delle migliori famiglie di Lincoln e la gente come noi d’estate se ne va un mese a Mar del Plata. Ma noi siamo i Dronero, siamo dei pidocchiosi. E lo sanno tutti. Dietro casa il nonno piantava la verdura e papà ha mantenuto l’usanza. A Lincoln non glielo perdonano, per la gente se pianti i pomodori sei un tirchione che non vuol dar vita al verdurero…</p>
<p>E questa è Lincoln.</p>
<p>Dicevo che la negra non si è mai incazzata ma il nome non gliel’hanno tolto lo stesso. Come a me che da bambino mi chiamavano Almeja, ostrica, perché avevo poco collo, poi il collo m’è cresciuto e mi hanno continuato a chiamare Almeja.</p>
<p>In Europa mi chiameranno matado o colgado, che significano entrambi morto di fame, ma ora in Europa devo ancora andarci.</p>
<p>Impalmerò un mucchio di donne in Europa, ucciderò militari inglesi, venderò dragoni ai soldati americani, e molto altro. Così dicono. Sarà vero?</p>
<p>Non ho cominciato dalla soledad di Lincoln per parlarvi di questa storia e della fine dell’estate, ma solo perché quando muore l’estate in Sudamerica ne comincia una in Europa. E poi anche da voi, certamente, i posti più tristi non sono mica quelli turistici, i litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare.</p>
<p>Eppure a Lincoln, credete a me che non ci torno da mille anni, e non so neanche più se ci sia ancora qualcosa che si chiama così, avvengono lo stesso delle cose speciali che fanno dire addio all’estate. Non parlo dei bambini che un giorno rivanno a scuola, o del primo vento tra gli alberi del parque o della chiusura della piscina pubblica, ma dei chicos piola, la banda di perdigiorno nata e cresciuta in queste strade che alla fine di febbraio, regolarmente, ogni anno, riattraversa la pozzanghera ed emigra in Europa.</p>
<p>Un giorno questo me l’ha detto anche mio padre, con quel tono severo e misurato che usa quando crede d’inventare qualcosa di importante per l’economia argentina: «L’estate, Almeja» mi chiama così anche lui, «a Lincoln termina quando spariscono dalle strade i chicos piola».</p>
<p>Dovete sapere che questa dei chicos piola (significa «i ragazzi all’occhio» e sono una decina in tutto) è una cosa nata solo qualche anno fa: e da allora, quando i chicos piola tolgono le tende, la gente vive la loro partenza come un cambio climatico.</p>
<p>Rumbo Europa. Fanno Baires-Madrid-Las Palmas. Si fermano marzo e aprile a Playa del Inglés, Gran Canaria, o a Tenerife, o a Lanzarote, e a maggio si trasferiscono a Lloret de Mar, sulla Costa Brava.</p>
<p>Vivono praticamente di notte e d’estate, pare, e si mantengono lavorando nelle discoteche.</p>
<p>Cosa facciano in realtà lo scoprirò fra poco.</p>
<p>Una cosa è certa: ce li ritroviamo ciclicamente a Lincoln a novembre, con il primo caldo australe, e allora siamo tutti lì che ci facciamo dire com’è andata, quante ne hanno impalmate, gli scoli che hanno preso.</p>
<p>E chiediamo loro di farci registrare la musica nuova e mostrarci come si balla quest’anno in Europa.</p>
<p><em>[l&#8217;incipit del nuovo romanzo di Marino Magliani, pubblicato da Instar Libri]</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Intervista a Marina Warners</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2007 19:43:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libreria bonardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani (Di seguito un&#8217;intervista dello scrittore ligure residente in Olanda Marino Magliani a Marina Warners, proprietaria della ormai leggendaria Libreria Bonardi di Amsterdam, che molti lettori e autori di Nazione Indiana conoscono, e che compie in questo mese trent&#8217;anni di gloriosa attività a favore della cultura italiana fuori dal nostro paese. Per questo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/interno.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/interno.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><em>(Di seguito un&#8217;intervista dello scrittore ligure residente in Olanda Marino Magliani a Marina Warners, proprietaria della ormai leggendaria Libreria Bonardi di Amsterdam, che molti lettori e autori di Nazione Indiana conoscono, e che compie in questo mese trent&#8217;anni di gloriosa attività a favore della cultura italiana fuori dal nostro paese. Per questo, un augurio e un sincero grazie a Marina. FK)</em></p>
<p><strong>Qualche notizia sulla leggendaria Bonardi, Marina, come é iniziata trent&#8217;anni fa, in quanti ci lavorate, i progetti realizzati e quelli in via di realizzazione. E le difficoltà naturalmente.</strong></p>
<p>Negli anni Settanta Paolo Lombardi e io abbiamo avuto l’idea di creare uno spazio culturale per gli emigrati italiani. In Olanda non si trovavano facilmente libri italiani e così abbiamo pensato di aprire una libreria con l’aiuto di Giovanni Carnevali, un nostro amico libraio di Foligno. Il 10 ottobre 1977 aprimmo in Van Oldenbarneveldtstraat 51, Amsterdam West, la prima libreria italiana dei Paesi Bassi. Cominciammo con mobili e mensole di seconda mano, un telefono e duecento libri nuovi dall’Italia. Eravamo aperti solo il pomeriggio, la mattina si doveva lavorare “sul serio” per poter mantenere noi e la libreria.<span id="more-4620"></span> Non avevamo un capitale di partenza e quindi nemmeno i soldi per la pubblicità. I primi tempi furono veramente duri ma non ci siamo scoraggiati e i risultati si possono vedere: oggi abbiamo infatti una bella collezione di narrativa italiana moderna e classica, libri per l’apprendimento dell’italiano, guide turistiche, libri di cucina, un discreto assortimento di non fiction, letteratura per l’infanzia (di autori italiani s’intende). Inoltre vendiamo libri olandesi che parlano dell’Italia e traduzioni di letteratura italiana in olandese (e viceversa). Paolo è tornato in Italia da ormai più 25 anni, ma negli anni ho ricevuto il sostegno di tante altre persone. Il negozio adesso è situato in una zona più centrale di Amsterdam e ho due collaboratrici fisse, Dafna Fiano e Pinuccia Drago. La cosa che mi sta più a cuore è che la libreria non è soltanto un negozio di libri ma è diventato un punto di riferimento ma per tutti quelli che amano la cultura italiana: incontri con scrittori e attori, presentazioni, gare di traduzione. La nostra clientela è prevalentemente olandese (almeno due terzi). Inoltre possiamo vantarci di aver pubblicato due libri in proprio: cinque anni fa per il 25esimo compleanno della libreria abbiamo pubblicato una piccola antologia bilingue di sonetti italiani attraverso i secoli e il 20 ottobre prossimo, in occasione del nostro trentesimo anniversario, uscirà una nuova raccolta di racconti. È un’antologia bilingue intitolata La mia Olanda – Denkend aan Holland (www.bonardi.nl/attivita.html). Quindici scrittori italiani, che sono stati nostri ospiti in libreria nel corso di questi trent’anni, ci hanno regalato ognuno un pezzo dedicato all’Olanda o ad Amsterdam. La maggior parte di questi contributi è stata scritta espressamente per l’antologia, e la cosa ci riempie di soddisfazione e di gioia.<!--more--></p>
<p><strong>Quanto viene seguita in Olanda la narrativa e in generale la letteratura italiana?</strong></p>
<p>La narrativa italiana in Olanda viene seguita quasi esclusivamente sulla base delle traduzioni dei romanzi italiani, spesso bestseller, e le loro recensioni.</p>
<p><strong>In un&#8217;intervista che hai rilasciato da qualche parte, oltre che di pasta al tartufo, in fatto di gusti, hai parlato della Coscienza di Zeno. E&#8217; davvero per te uno dei libri italiani più importanti ? Non ti chiedo il nome di un contemporaneo perché non credo ti piacciono i giochi della torre, allora consigliaci un autore olandese, che non sia il solito o la solita già stradotti in Italia.</strong></p>
<p>È vero, la Coscienza di Zeno è per me il più bel libro del primo Novecento anche perché è stato il primo romanzo italiano che mi ha fatto ridere. Dei miei tre autori olandesi preferiti è stato tradotto solo un romanzo a testa: Gerrit Krol (La testa millimetrata), Gerard Reve (Il linguaggio dell’amore) e Jeroen Brouwers (Rosso decantato).</p>
<p><strong>Quest&#8217;anno ad Amsterdam avete organizzato un laboratorio di scrittura creativa, in lingua italiana, docenti Giulio Mozzi e Giorgio Vasta, gli olandesi ne fanno di cose del genere, che esperienza é stata. </strong></p>
<p>Anche in Olanda ci sono corsi di scrittura creativa, ma a mio parere sono meno frequenti che in Italia. La grossa differenza con l’Italia poi è che tra i docenti non figurano scrittori noti. Qui non esistono equivalenti delle scuole Holden e Omero. L’esperienza con Mozzi e Vasta è stata decisamente positiva ed è stata accolta con grande entusiasmo dai partecipanti che hanno già espresso il desiderio di ripetere l’incontro.</p>
<p><strong>Se una piccola casa editrice ti propone i suoi libri da esporre e vendere&#8230;</strong></p>
<p>In genere accettiamo volentieri i libri in deposito, anche da piccole case editrici, ma avvertiamo sempre che venderli sarà un’impresa difficile, perché i nostri clienti vogliono nomi noti. Sono pochi infatti i clienti che si avventurano tra autori sconosciuti.</p>
<p><strong>Un posto a cui sei legata in Italia.</strong></p>
<p>Umbria: Spoleto e Foligno sono la mia seconda casa. Lì ho imparato a conoscere l’Italia e da lì sono arrivati i primi libri per la libreria: i primi anni li trasportavamo in treno con lo zaino e poi sul mio Maggiolino scassato.</p>
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