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	<title>Oligo Editore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cézanne il solitario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Cézanne]]></category>
		<category><![CDATA[Charles-Ferdinand Ramuz]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Oligo Editore]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
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		<category><![CDATA[Sandro Ricaldone]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Charles-Ferdinand Ramuz </strong>  <br /> Abbiamo visto che la sola disciplina possibile, nelle epoche di grande dissipazione, è quella che ognuno si dà da solo, è uno sforzo, è una tensione costante, è soprattutto il bisogno di non essere distratti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Charles-Ferdinand Ramuz</strong></p>
<p><em>il testo che segue costituisce la prima parte dello scritto &#8220;Cézanne il precursore&#8221;, contenuto nella raccolta di scritti sull&#8217;artista di Charles-Ferdinand Ramuz &#8220;<a href="https://www.ibs.it/indagine-su-cezanne-libro-charles-ferdinand-ramuz/e/9791281000650?srsltid=AfmBOoo3QMZbavMIsTW48zkmR9QYQPh-s2mAlcieaWEV5itHnRYsMkUR">Indagine su Cézanne</a>&#8221; recentemente pubblicata da <a href="https://www.oligoeditore.it/">Oligo Editore</a>, che ringraziamo</em></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117806 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne.jpg" alt="" width="380" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne-272x420.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Copertina-Cezanne-300x463.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Il vero precursore deve essere il più umile, il più impacciato, il più irregolare, il più ostacolato – il più in disparte anche, ecco, <em>in disparte</em>, ma non <em>al di fuori</em>, anzi proprio dentro il suo secolo, e tuttavia, senza dubbio, sostanzialmente in disparte; il cammino della sua vita sarà difficile e oscuro – Signore e signori, ecco a voi Cézanne.<br />
Paul Cézanne nato nel 1838 – morto nel 1906. Un solitario. Un solitario senza averlo voluto, un solitario suo malgrado. Si deve insistere su questa solitudine: non orgogliosa, non meditata, una solitudine subita, e per questo già così particolarmente significativa. Come potrebbe colui che anticipa il suo tempo non esserne al di fuori? Come potrebbe colui che, in mezzo al peggior disordine, tenta appassionatamente (e con quella strana miscela di consapevolezza e incoscienza, di apparizioni improvvise che si alternano alla completa oscurità) di ristabilire l’ordine dentro sé, spendendosi completamente, sfinendosi, e non riprende le forze se non per consumarle di nuovo – come potrebbe costui ancora <em>comunicare</em> liberamente – allorquando tutto ciò che lo circonda si rifiuta di riconoscerlo e pure lui stesso non vi si riconosce?<br />
Abbiamo visto che la sola disciplina possibile, nelle epoche di grande dissipazione, è quella che ognuno si dà da solo – è uno sforzo, è una tensione costante – è di volta in volta la speranza di farcela, la disperazione di avere fallito – è soprattutto il bisogno di <em>non essere distratti.</em><br />
Signore e signori, la vita di Cézanne è quella di un uomo che non può essere distratto – definizione molto semplice, ma che mi pare calzante. Nel momento in cui prende coscienza di sé stesso, e assai tardi, verso i quarant’anni, durante la piena fioritura dell’impressionismo – nel momento in cui l’insoddisfazione per le produzioni di quella scuola gli fa capire di aver sbagliato ad aderirvi, avendo dato almeno l’impressione di avervi aderito, giacché lui non vi ha mai aderito se non esteriormente – che cosa fa? Scompare. Non si sa più niente di lui. Ritorna nella sua città di Aix, dove è nato, dove morirà, nel pieno cuore di questa Provenza rocciosa da cui cui trarrà, ormai esclusivamente, le sue <em>fonti</em> di ispirazione. Trent’anni, in completa solitudine, morale ancor più che materiale, ridicolizzato dai suoi conterranei, incompreso anche dalla sua gente, otto ore ogni giorno, in piedi all’alba, a letto la notte, con la regolarità di un impiegato, si dedicherà alla <em>realizzazione</em> della sua opera (la parola realizzazione è proprio quella che usava lui), cioè a fissare sulla tela e sulla carta gli elementi essenziali di un modo di sentire. Ed è a Aix che molto tardivamente la gloria va a cercarlo – non la celebrità – lui non è mai stato celebre – forse non lo sarà mai: intendo l’ammirazione riconoscente di una piccola élite a cui ha illuminato il cammino – ma forse è questa la vera gloria. Gli arriva proprio all’ultimo momento, qualche anno prima della sua morte. Quasi non ne prende atto, perché essa riguarda malgrado tutto ciò che per lui è il passato, l’opera compiuta, e lui è rivolto completamente verso l’opera che gli resta da fare, i nuovi progressi da realizzare, fino al giorno in cui cade, con il pennello in mano.<br />
L’annullamento davanti alla sua opera, il dono totale della sua persona, l’abnegazione più completa, la rinuncia più assoluta a ogni altra soddisfazione se non quella che gli deriva <strong>–</strong> e così raramente! <strong>–</strong> da quella stessa opera, ecco l’uomo Cézanne. Una vita di una grandezza impressionante, seppur così modesta, e apparentemente così insignificante – mi rimprovererei se non l’avessi ribadito. Ma il caso di Cézanne non ci interessa solo per questo, e senza misconoscerne l’importanza eccezionale del <em>carattere</em>, lui è altro e più di questo: dobbiamo ben arrivare al pittore. Com’è difficile parlare di ciò che si ama, di ciò che si vuole, di ciò che si crede almeno di percepire! Difficile parlarne con parole precise, con frasi esplicative, difficile veramente far arrivare alla sfera intellettuale ciò che attiene alla sfera del sentimento! Sono, per questo pittore, le cose più umili (ma non scelte perché sono umili, semplicemente perché sono quelle che il caso gli mette più frequentemente davanti), le cose quindi più quotidiane, spesso cose inanimate, delle mele su una panca, un teschio su una tovaglia, dei bicchieri, un coltello, un pezzo di pane – o una donna che cuce su una vecchia poltrona, dei contadini che giocano a carte, un bambino con il grembiule nero, un foulard bianco intorno al collo – o ancora il paesaggio che intravede dalla sua finestra – sono per questo pittore le prime cose che gli capitano a tiro, e subito si piazza davanti a esse. E subito egli sembra svuotarsi di tutto ciò che poteva <em>sapere</em>, di tutte le ricette apprese, di tutte le modalità impiegate prima di lui: più che il confronto, il faccia a faccia, tra un povero uomo spogliato di ogni prestigio, di ogni credito – e l’oggetto esterno. Ma realmente l’<em>oggetto</em>. Non l’oggetto visto attraverso un modello, l’oggetto già recepito grazie ai ricordi di trasposizioni analoghe, ma un oggetto tutto nuovo, un oggetto visto come per la prima volta. E tutto avviene, allora, tra la percezione che ne ricaviamo e i modi di renderla che <em>all’occorrenza ci inventiamo da soli</em>.</p>
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		<title>Abbagli tra le rovine del mondo caduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Dec 2024 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Oligo Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Ronzinante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu </strong>  <br /> Intrigato dalla vita nascosta nella materia morta, da ciò che è ormai privo di senso, Voltolini genera visioni nel gioco di accumuli utile a sostanziare una dimensione estranea al noto. La tensione alla vertigine esorta chi legge a concepire una cifra di inconoscibilità e al contempo di familiarità in luoghi infestati dalla solitudine: analogie con l’ignoto che ogni individuo sperimenta se osserva il proprio vuoto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p><em>quella che segue è l&#8217;introduzione di Alice Pisu al racconto di Dario Voltolini &#8220;Acqua chiusa&#8221;, edito recentemente da Oligo Editore, nella nuova collana &#8220;Ronzinante&#8221;, diretta da Marino Magliani; i disegni contenuti nel volume, particolarità comune alla nascente collana, sono dell&#8217;autore del testo;</em><br />
<em>per gentile concessione della casa editrice mantovana</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-110791" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/cover-voltolini-bordo-grigio-684x1024.jpg" alt="" width="350" height="524" /></p>
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<p>Quando il fuggiasco de <em>L’invenzione di Morel</em> entra nel salone rotondo di un museo che pare disabitato come il resto dell’isola in cui è appena approdato, nota con disgusto che i suoi piedi calpestano un pavimento-acquario in cui galleggiano pesci putrefatti. Quella sensazione di abbandono è pura apparenza, generata da uno spazio e un tempo allucinati, strutturati come pura forma. Schernirsi del vero equivale per Adolfo Bioy Casares a generare uno straniamento rinnovato, reso nel muoversi entro una concezione alterata di realtà e apparenza: un elogio dell’irrealtà utile a indagare, tra proiezioni e invenzioni, uno smarrimento più profondo, esistenziale, destinato a permanere irrisolto.</p>
<p>Da una sospensione affine, connessa al presagio dell’inesorabile, si origina <em>Acqua chiusa</em>. Una storia di gorghi e detriti, di desertificazione, retta su materiali di scarto, simbolo della coesistenza della morte nella vita, dell’impossibilità di un vigore autentico in ciò che ormai è logorato dal tempo, dalla storia, dall’ineluttabile.</p>
<p>L’irrequietezza ammanta l’inerzia apparente del quartiere di Torino al centro del racconto, sostentato in passato dalla fervente attività della grande fabbrica Michelin di cui ormai non resta che un cratere. Attesta la deriva di una contaminazione che ha corroso ogni cosa, deformato i connotati delle abitazioni, le palazzine dall’estetica beffarda, il flusso tossico e purificatore delle sue acque. Le rovine industriali, le stratificazioni urbane, le finte piazze, i tetti a cresta di drago, i campanili al posto delle ciminiere si legano a un tempo irraggiungibile. L’assenza di precisi riferimenti temporali e spaziali e l’anonimato di personaggi che finiscono per annientarsi nel loro ruolo celano il passo favolistico del racconto: sfilano sulla pagina figure che lambiscono quotidianamente la catastrofe, accomunate da una coscienza anteriore alla loro esistenza. Lo sguardo del narratore rende tangibile la privazione, incapace di immaginare una forma di grazia in un passato proletario verso cui stride ogni nostalgia.</p>
<p>In costante equilibrio tra la perlustrazione e il racconto interiore, Voltolini indaga il corpo, scandaglia la dimensione fisica di un luogo prosciugato, in bilico tra realtà e mito, per coglierne lo spirito e comporre una personale geografia dell’immaginario. Le macerie di edifici divenuti assurdi nella loro tenace insistenza attestano un annichilimento nel calco del non tempo. Aleggiano interrogativi sottili sul cadere e lasciarsi cadere, sull’insensatezza del vivere scorta nell’evocare quel che accade a coppie segnate da ristrettezze, a figli miracolosamente scampati alla morte, a nuove generazioni inconsapevoli e sarcastiche. Si staglia sul resto la figura di un viandante perennemente di spalle, all’ombra dell’esistenza, immagine che rimanda a un’erranza manganelliana senza rimedio.</p>
<p>Intrigato dalla vita nascosta nella materia morta, da ciò che è ormai privo di senso, Voltolini genera visioni nel gioco di accumuli utile a sostanziare una dimensione estranea al noto. La tensione alla vertigine esorta chi legge a concepire una cifra di inconoscibilità e al contempo di familiarità in luoghi infestati dalla solitudine: analogie con l’ignoto che ogni individuo sperimenta se osserva il proprio vuoto. La levità sui drammi con scorci teneri e crudeli, caratteristica della prosa di Voltolini, trova nella forma breve la misura per sondare un dolore mai esplicitato nei suoi toni vividi, con una prosa retta sul dialogo tra gli oggetti, gli spazi fisici e quelli interiori. L’elogio del frammento, la cura estrema per la parola esatta, il sapiente tratteggio lirico, le insistenze descrittive sulla metamorfosi, l’inganno delle insorgenze della memoria, la costruzione dell’immaginario tra rifiuti e carcasse, concorrono a definire una desolazione senza rimedio, segnata dal fluire sfuggente dell’acqua e del tempo che annulla l’idea del futuro.</p>
<p>Emergono due distinte dimensioni nel racconto: il tempo verticale della costruzione e del crollo e quello orizzontale del fluire della natura che si riappropria degli spazi, ripulisce e annulla il preesistente. L’incedere per contrappunti – l’immobilità di un’atmosfera post-industriale e lo scorrere inesorabile dell’acqua – si inserisce idealmente nella concezione della natura liquida del linguaggio associata all’inafferrabilità dell’elemento naturale studiata da Anne Carson. Voltolini gioca con i vuoti, i pieni, i dislivelli, studia la cifra imperscrutabile di spazi perennemente esposti attraverso un allestimento urbano che solo in parte coincide col tangibile, per soffermarsi sugli esiti delle quotidiane disgrazie operaie, radicate e ineludibili, che concorrono a definire il tempo svuotato da ogni prospettiva del mondo caduto. Ogni elemento è definito nello squilibrio perenne, in una spirale di disgregazione e creazione che attesta una falsificazione perpetua, un’inutile resistenza all’abbattimento.</p>
<p>L’autore narra una decadenza anzitutto interiore, la trasfigurazione di un contesto in dismissione ormai falso, inservibile, che rimanda alle fantasie di Sebald su catastrofi future tra le rovine della civiltà estinta. Lontano da nostalgie per un passato guasto, con <em>Acqua chiusa</em> Voltolini concepisce nel disegno di fallimento la naturale conseguenza dell’inafferrabilità del reale, dell’abbaglio del visibile. Indugia sulle sovrapposizioni di storie per scorgere grovigli senza via d’uscita nel posare fugacemente lo sguardo sugli esiti individuali dei suoi soggetti.</p>
<p>Il racconto è un invito a rintracciare una personale geometria del tempo nel bilico tra memoria e perdita, a fare propria la curiosità immaginativa del narratore sulla vita anteriore per riconoscere nella fragilità di un ambiente in dissoluzione una configurazione interiore nell’enigma tra salvezza e oblio, e riflettere sull’incapacità moderna di relazionarsi al paesaggio e di lasciarsi interrompere da esso.</p>
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		<title>Quattro libri &#8211; anzi sei &#8211; nel bagaglietto a mano (Bravi, Voltolini, Innocenti, Trevisan &#8230;)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/09/quattro-libri-nel-bagaglio-a-mano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2022 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adrian Bravi]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Bregola]]></category>
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		<category><![CDATA[Judith Schalansky]]></category>
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		<category><![CDATA[Oligo Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Innocenti]]></category>
		<category><![CDATA[Vitaliano Trevisan]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani</strong> <br /> Quattro cinque libri per viaggio, insomma, è una storia che si ripete.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/COP3D_Verde_Eldorado.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-98877" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/COP3D_Verde_Eldorado-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/COP3D_Verde_Eldorado-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/COP3D_Verde_Eldorado-150x193.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/COP3D_Verde_Eldorado.jpg 300w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" /></a>Ormai sui voli low cost il bagaglio consentito è quello di un piccolo trolly o di uno zainetto. Significa il necessario indispensabile, per me un cambio di biancheria e camicia e pantaloni corti d&#8217;estate, se non arrivo subito a casa, e la possibilità di poterci infilare qualche libro. Questo se torno in Olanda, mentre se torno (dovrei dire rientro?) in Italia di libri non me ne porto, leggo pochissimo in nederlandese, giusto notizie di calcio e di calciomercato, una scienza che mi appassiona fin da ragazzino, quando al posto del gelato investivo nel giornale rosa che arrivava in paese due o tre volte la settimana. Generalmente si trattava di puro calciomercato nazionale, perché gli stranieri non potevano ancora giocare da noi. Sono cose archeologiche, direte, ma di questo vorrei parlare. Di archeologia e cioè del piacere, e di certi libri che leggevo che mi davano in effetti un gran piacere, segreto, quando avevo undici, dodici, quattordici anni. Se ben ci penso succedeva qualcosa di molto simile a ciò che succede ora che a un certo punto dell&#8217;anno, prima di tornare in Olanda infilo nello zainetto i famosi tre o o quattro libri al massimo. Allora li mettevo nella valigia di nascosto, perché mia madre non accettava che  portassi in collegio dei libri a scapito di una maglia pesante (un magliani, via) e un pantalone ecc. Allora aspettavo che lei preparasse la valigia (era di un ottimo cartone, o cartone di alta qualità) e poi all&#8217;ultimo infilavo a fatica i tre libri &#8211; me li dava un amico che ne aveva una casa piena. Prima di entrare in camerata in collegio, dove non importa, li ho girati tutti i collegi, su per le scalinate, riuscivo &#8211; ognuno varcava il cancello col proprio catalogo di debolezze &#8211; a nascondere in un angolo buio i libri, perché i frati sapevano che qualcuno faceva il furbino e aveva con sé dolciumi, sigarette i più grandi, giornaletti “sporchi” i più svegli. I frati facevano, anche a distanza di giorni, una specie di “dogana” improvvisa, e prima o poi ci cascavamo tutti, tranne quelli dei dolciumi che li avevano già consumati. Per la letteratura valeva una specie di censura e le maglie, se così si può dire, erano piuttosto strette, erano ammessi più che altro i classici, ma mica tutti. Mica tutti.<br />
Quattro cinque libri per viaggio, insomma, è una storia che si ripete. Quest&#8217;anno, il giorno 11 luglio, dall&#8217;aeroporto di Cagliari (invitato tre giorni nella favolosa Cabras) ho dichiarato alla dogana olandese cinque libri.<br />
In ordine sparso:<br />
Adrian Bravi, <em>Eldorado verde </em>(Nutrimenti);<br />
Dario Voltolini, <em>Il giardino degli aranci </em>(La Nave di Teseo);<br />
Simone Innocenti, <em>Il mondo capovolto </em>(Atlantide Blu);<br />
Julien Gracq, <em>Libertà grande</em> (L&#8217;Orma).<br />
Del quarto, quinto e sesto libro dirò giusto due cose alla fine.<br />
Cos&#8217;hanno in comune questi tre libri? Il fatto di essere romanzi (in realtà <em>Il mondo capovolto</em> ha la struttura perfetta di un contenitore di 20 romanzi brevi, tanti sono i personaggi) e mi pare nient&#8217;altro.<br />
Bravi è argentino, un argentino-tano, argentino italiano prestato alla letteratura italiana. Tranne il suo primo, <em>Río Sauce</em>, scritto in <em>castellano</em>, il resto dei romanzi, parecchi ormai, sono usciti in italiano. È secondo me uno dei maggiori autori anfibi italiani, nel senso che le sue trame, le sue prose, i suoi paesaggi, fanno i conti con il fiume, il lacustre, il mare, l&#8217;inondazione. E anche da qui non si “esonda”. Il fiume è il viaggio di Ugolino attraverso il mondo sconosciuto. Ugolino, ragazzo ustionato e sfigurato da un incendio nella stanza del suo palazzo veneziano, sedicesimo secolo, affronta la scoperta del Nuovo Mondo e l&#8217;avventura per rifarsi una vita, trova il fiume e l&#8217;amore, la storia, la vita e la morte di una civiltà depredata e distrutta dal nuovo arrivato: l&#8217;uomo europeo. Detto così manca il vero elemento braviano: la felicità della scrittura e l&#8217;invenzione lungo la risalita del fiume. La destinazione naturalmente è la caccia al tesoro tra colori, pesci, anse, comparse di indio e nascondigli nella foresta, navi, scialuppe, metalli, animali, donne bellissime e nude, e spade, lance, frecce, archi, capanne, giunchi, amicizia e spavento.<br />
<em>Il giardino degli aranci</em>, di Dario Voltolini, è il viaggio sott&#8217;acqua di un essere umano (per restare in acqua) che a un certo scopre di avere nelle mani una fiocina e la usa. I pesci pescati sono i ricordi degli amori di un ragazzo a scuola, di un ragazzo con gli amici, di un ragazzo alla spiaggia. Non ci saranno prede, se non quella di un tempo restituito allo schermo liquido delle malinconie del pescatore, Nino Nino, che l&#8217;io narrante tratta con un affetto che ci emoziona, che ci fa tenere per lui, che ce lo fa proteggere dalle brutalità del mondo, della vita e del tempo stesso (o ce lo fa consegnare a tutto questo?), e questa voce nostra e questa fiocina che fa rumore, devono produrre davvero fischi assordanti e rimbombi e echi, che alla fine della storia vengono percepiti anche da altre anime del romanzo e della realtà e mettono Nino Nino davanti a una specie di dolce resa dei conti.<br />
<em>Il mondo capovolto</em> di Simone Innocenti tratta anch&#8217;esso il tempo, concentrandolo in una sola notte, quella dell&#8217;ultimo dell&#8217;anno. Venti personaggi che si guardano attorno e vivono quel frammento che più di tutti riesce a mettere a nudo le nostre vite mostrandocene l&#8217;assurdità, come si sta lì a un certo punto di quella notte a guardare immagini di una fine dell&#8217;anno australiana già trascorsa e ad attendere la nostra dall&#8217;esterno. Devo dire che se conoscevo la scrittura di Bravi da ormai una quindicina d&#8217;anni e quella di Voltolini da almeno una ventina, è la prima opera che leggo di Innocenti e mi ha impressionato la sua capacità.<br />
Il quarto libro è di Julien Gracq, <em>Libertà grande</em>,  l&#8217;autore immenso di cui avevo letto <em>Acque strette</em>, entrambi autografati da Lorenzo Flabbi, il mio editore.<br />
Il quinto libro (alla dogana olandese ne ho dichiarato solo quattro, mi piace giocare al  ragazzino che nasconde i libri prima di entrare nelle camerate dei collegi) è un atlante anche nel titolo. <em>Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò.</em> di Judith Schalansky (Bompiani, 2014). Me l&#8217;ha regalato Marco Federici Solari, e in cambio gli ho promesso un libro sulle isole liguri.<br />
Il sesto libro è <em>Billy Budd, Billy Budd</em>. <em>An inside reading</em> (Oligo Editore, 2022) di Vitaliano Trevisan, con la postfazione di Davide Bregola. Ero stato a Mantova, nella casa di Nuvolari, ora sede della Oligo, la bella casa editrice con la quale uscirà un saggio e una traduzione di Riccardo Ferrazzi e miei racconti.<br />
Vitaliano, a cavallo della sua moto, lungo i canali di Amsterdam.<br />
Hi man.</p>
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