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	<title>omicidio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un calcio alle menzogne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 May 2013 06:30:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Non sarà necessario riaprire il rosario pasoliniano dell’«io so». Quel misto di acume intellettuale e buonsenso popolare che spinse lo scrittore di Casarsa alla sua preveggente scomunica: «io so […] ma non ho le prove». Noi sapevamo, abbiamo sempre saputo che Denis Bergamini non si era gettato sotto a un tir. Lo abbiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Denis-Bergamini.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45651" alt="Denis-Bergamini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Denis-Bergamini.jpg" width="324" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Denis-Bergamini.jpg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Denis-Bergamini-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Non sarà necessario riaprire il rosario pasoliniano dell’«io so». Quel misto di acume intellettuale e buonsenso popolare che spinse lo scrittore di Casarsa alla sua preveggente scomunica: «io so […] ma non ho le prove». Noi sapevamo, abbiamo sempre saputo che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Donato_Bergamini">Denis Bergamini</a> non si era gettato sotto a un tir.</p>
<p>Lo abbiamo sempre sentito in una parte di noi più intima, che non mente mai, che non può mentire. Sappiamo decifrare gli scricchiolii troppo stridenti. Quando ci raccontano una bugia, ci accorgiamo che i conti non tornano. E i conti, nella fine di Bergamini, non tornavano già da quella sera di novembre, tragica e nera, quando ci riempirono gli occhi e la testa di frottole. Dentro di noi qualcosa protestava. Il nostro cuore urlava «NO», e non era solo un fatto di cuore. Non c’era bisogno d’essere un ultrà per rifiutare quella verità confezionata, vile, accomodata. Non c’era bisogno di essere un acuto pensatore per affermare con la massima certezza: «non ci sto, le cose non sono andate così».</p>
<p>Ci dissero che Bergamini era passato a prendere la fidanzata un sabato pomeriggio di novembre del 1989, abbandonando di soppiatto il ritiro della sua squadra, il Cosenza. Che in un preda a uno stato febbrile di parossismo e panico, si avviò insieme a lei in macchina verso Taranto, per poi fermarsi sulla SS 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico, scendere dall’auto e gettarsi sotto a un TIR in corsa.</p>
<p>Sapevamo, abbiamo sempre saputo, che tutto questo non è mai avvenuto, non così; però non abbiamo mai avuto prove.</p>
<p>Oggi sappiamo che anche gli esami obiettivi, all’epoca rilevati e relazionati, sono stati, diciamo, imprecisi. Un’opera di depistaggio è stata messa in atto. Oggi, che al dispiacere e alla rabbia fanno seguito il disgusto e l’incredulità, ci chiediamo: quale può mai essere stato un interesse così rilevante, così prevalente, da mettere in secondo piano la vita di un ragazzo di 27 anni morto ammazzato? Quale tutela era più importante? Cosa poteva esserci di tanto inconfessabile da giustificare l’impunità dell’assassino, o degli assassini, di Bergamini?</p>
<p>Mettiamo su due piatti di una bilancia i due pesi: da una parte c’è l’esistenza giovane di Denis Bergamini straziata e interrotta, inopinatamente. Aveva davanti a sé tanta vita. Gli è stato impedito di viverla con violenza barbara. Sull’altro piatto c’è il piano cinico di qualcuno disposto a un delitto tanto efferato. E anche vigliacco, perché, alla morte della vittima, ha voluto abbinare l’infamia, come se quella vita perduta valesse così poco da non meritare punizione per alcuno. Tanto si è ammazzato da solo, chissà cos’aveva combinato.</p>
<p>È importante come verrà ricordato chi non c’è più: il tempo per cui non ci saremo è molto più lungo di quello in cui siamo stati sul mondo. Il modo in cui moriamo, in cui si racconta che siamo morti, soprattutto se non assomiglia a come abbiamo vissuto, condiziona e marchia tutta la nostra vita precedente. Ebbene, il racconto della morte di Donato Bergamini è stato falsato, artefatto, stravolto a piacimento dai suoi aguzzini. Un po’ come era accaduto, una decina di anni prima, per Peppino Impastato.</p>
<p>La sua memoria, la loro memoria, inchiodata a una menzogna.</p>
<p>Possibile che sia stato considerato più socialmente considerevole, più “pesante”, l’istanza di chi ha voluto architettare e insabbiare, fuorviare e mentire, anziché il diritto di Denis a vivere, o comunque a lasciare di sé un ricordo veritiero sulla propria fine, per i suoi famigliari, per le tante persone che lo hanno conosciuto? È possibile, quando a imporre la versione dei fatti sono la prepotenza, la prevaricazione, la falsità.</p>
<p>Adesso, dopo quasi venticinque anni, anni di vita sottratti a Denis Bergamini e anni di disprezzo per la sua famiglia, adesso basta. Adesso per favore diteci chi lo ha ammazzato. Adesso esigiamo che si vada fino in fondo, che le indagini siano fatte come si deve, con meticolosa serietà, senza guardare in faccia a nessuno. Che non vi siano zone grigie. E che paghino finalmente la giusta pena coloro che si sono macchiati di questo delitto. Che in questi anni senza Denis hanno continuato a dormire la notte, a vivere la propria vita: ma come avete fatto? Come avete potuto?</p>
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		<title>Rompere la cornice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 17:20:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[omicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Leggo i giornali tutte le mattine, mentre faccio colazione, al bar di Gianni. Che è cinese e chissà qual è il suo vero nome, ma tutti lo chiamano così, quando al bancone gli ordinano un caffè. Elena invece è il nome della proprietaria del ristorante cinese sotto casa mia. Poi ci sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/0LXDMJHN-180x140.jpg" alt="" title="Duplice omicidio padre e figlia cinesi foto proto" width="180" height="140" class="alignleft size-full wp-image-41254" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Leggo i giornali tutte le mattine, mentre faccio colazione, al bar di Gianni. Che è cinese e chissà qual è il suo vero nome, ma tutti lo chiamano così, quando al bancone gli ordinano un caffè. Elena invece è il nome della proprietaria del ristorante cinese sotto casa mia. Poi ci sono Lia, Marco, e tutti gli altri cinesi che ho conosciuto nel quartiere multietnico dove vivo, pieno di Ahmed, Carlos, Arben, Yuri. I cinesi sono gli unici che prendono in prestito i nomi del paese che li ospitano. L’ho notato anche a Berlino o New York. Quando sento dire che sono una comunità chiusa, impenetrabile, trovo che questa sia l’ennesima scusa per giustificare i nostri mai sopiti sospetti. <span id="more-41253"></span><br />
È leggendo i quotidiani da Gianni che ho saputo della tragedia di Tor Pignattara. Leggevo e guardavo lui, indaffarato alla macchina dei caffè, e la sua giovane moglie che serviva ai tavoli. Potevano essere loro, ho pensato: Il barista che ogni mattina mi disegna un cuore sulla schiuma del cappuccino e la moglie che mi porge le brioche appena sfornate. Non so come si facevano chiamare a Roma le vittime della tragedia. So che la foto apparsa sul web della loro bambina, con quella espressione dolce e buffa, mi ha straziato. “Se i rapinatori fossero stati due cinesi, se avessero ucciso una famiglia di lavoratori italiani, cosa sarebbe accaduto nelle strade di Roma?” Questa è stata l’altra cosa che ho pensato. Ho poi immaginato scenari di violenza, pogrom, intolleranza. E mi sono vergognato. Non dei miei connazionali. Mi sono vergognato di me stesso. Di come vent’anni di politica urlata, di istanze securitarie sventolate ad ogni elezione amministrativa, di fuochi di fanatismo razzista fomentati per il proprio personale tornaconto carrieristico abbiano creato una cornice culturale così forte, così radicata, così opprimente, che ha pervaso il nostro modo di pensare e, conseguentemente, di agire.<br />
Usciamo da questa cornice perversa, che etnicizza tutto, che ci fa credere, semplificando in modo gretto e disonesto, che tutti i mali vengano dal cambiamento epocale che ha investito la nostra società.  Noi non sappiamo nulla. Non sappiamo ancora se, così come sembra dalle prime indagini, gli assassini siano italiani o meno. Ma perché, allora, doverci fare attenzione? Le vittime sono vittime, gli assassini assassini, a prescindere dai loro rispettivi passaporti. Molti commentatori in questi giorni hanno detto che Roma sembra ormai quella degli anni ’70, quella della banda della Magliana, quando, cioè, di stranieri non ce n’era neppure l’ombra.<br />
Alemanno, ai tempi del delitto Reggiani, ha fatto la sua fortuna politica proclamando ai quattro venti l’inefficacia della “buonista” giunta Veltroni. Lui, l’uomo forte, che avrebbe saputo come mettere a posto la Capitale. Le bugia hanno le gambe corte, lo sappiamo. I delitti a Roma non sono diminuiti e ora il Sindaco, lo stesso che accusava di inefficienza il suo predecessore, si dimostra altrettanto inefficiente e scarica il barile delle responsabilità a qualcun altro, più in alto, più in là.<br />
Rompiamo questa cornice che ammalia e ammala il nostro modo di vedere la realtà. Da quel poco che ho compreso leggendo i giornali non penso che ci sia necessariamente, nella tragedia di Tor Pignattara, una aggravante razzista. Non è detto che chi ha premuto il grilletto abbia pensato che un cinese morto valesse meno di un italiano morto. Credo invece che chi ha sparato sia convinto della sua impunità. Che sia cioè il frutto di una criminalità che si sente sempre più libera di agire senza limiti. Che siano balordi italiani o stranieri non fa differenza per me. Sono criminali senza scrupoli e devono essere arrestati. “Mica siamo animali” ha detto un negoziante romano che conosceva le vittime. Noi, lavoratori, persone. Non romani, italiani, cinesi. Noi, tutti noi, non siamo animali. A Tor Pignattara lo sanno. Gli abitanti del quartiere, le persone, i cittadini, lo sanno. La politica del petto in fuori, dei proclami televisivi smetta di urlare e dia le risposte che un quartiere popolare, in lacrime per la morte di un barista di 31 anni e di una bambina bellissima e innocente, merita per davvero.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>oggi</em>]</p>
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		<title>Sakineh?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 16:50:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg" alt="" title="PIETRE" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-36707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di Napoli. <strong>Teresa Buonocore</strong> aveva 41 anni e 3 figli. È stata uccisa mentre guidava la sua Hyundai grigia per andare al lavoro, con quattro colpi di pistola calibro 9, la mattina del 20 settembre, a Napoli, sotto il ponte dei Francesi, lungo una via di accesso che da Portici, dove la donna abitava, conduce direttamente all’interno del porto di Napoli.  Le piaceva Will Smith, il sito Amalficoast.net, Radio Kiss Kiss, la nutella, i Simpson, il dj David Morales, la cappella Sansevero, Richard Gere. Aveva scaricato su Facebook un’applicazione chiamata “Come sarai tra dieci anni (solo per donne)”. L’ultimo link che aveva condiviso sul social network era dedicato a <strong>Sakineh</strong>. Si intitola: “Dite a tutto il mondo che ho paura di morire”. Il penultimo – con la foto in primo piano di un cucciolo di cane – si chiama “A chi condivide, domani accadrà qualcosa di bello”.<br />
<span id="more-36706"></span></p>
<p>Nel 2008 Teresa Buonocore aveva testimoniato nel processo per le molestie subite da sua figlia da un vicino di casa, <strong>Enrico Perillo</strong>, un geometra – o, anche, stando a quanto poco chiaramente raccontano i giornali, un “imprenditore di Torre Annunziata”- di 57 anni. Il 9 giugno 2010 l’uomo è stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione per violenza sessuale, ed è tuttora detenuto nel carcere di Modena. Secondo l’accusa, aveva abusato di due minori &#8211; una delle quali era appunto la bambina di Teresa Buonocore &#8211; che frequentavano la sua abitazione perché amiche delle sue figlie gemelle. In precedenza, Perillo era stato condannato – patteggiando la pena – a 3 anni di carcere per detenzione di armi e materiale esplosivo. Durante le indagini, la polizia aveva ritrovato in un garage una pistola calibro 9 con matricola cancellata; una Colt 45; un fucile calibro 12; due coltelli da lancio con lame di circa 25 centimetri, due coltelli a serramanico della lunghezza rispettivamente di circa 10 e 30 centimetri; una pistola d’epoca artigianale; 400 proiettili di vario calibro, 38 &#8211; 45 magnum &#8211; 7,65; 3.000 bossoli, inneschi e ogive di vario calibro; in più, varie attrezzature necessarie al confezionamento dei bossoli.<br />
Stando a quello che riportano le ultime notizie, in Questura sarebbero sotto interrogatorio in queste ore tre persone: il fratello e la moglie di Enrico Perillo, assieme al presunto esecutore materiale dell’omicidio.<br />
In un’intervista a Repubblica, <strong>Elena Coccia</strong>, l’avvocato che aveva assistito Teresa Buonocore durante le denunce e il processo, e che in passato aveva difeso <strong>Matilde Sorrentino</strong>, 49 anni, la donna di Torre Annunziata che aveva denunciato, e fatto arrestare, un giro di pedofili che avevano violentato anche suo figlio, e che per questo nel 2004 era stata sparata in pieno volto e uccisa da un killer che aveva bussato alla porta di casa, ha detto: “<em>Teresa era una madre che nella sua vita aveva sofferto e lottato tanto. Che differenza c’è, mi chiedo, fra la lapidazione e quello che accade qui da noi? Davanti a un omicidio come questo, davvero, si perde davvero ogni speranza per il futuro di questa città</em>”.</p>
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		<title>Il male che ci somiglia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 07:30:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo La notizia lascia senza fiato. Alberto Arrighi, dopo aver ucciso a colpi di pistola Giacomo Brambilla, lo ha decapitato e ha dato fuoco alla testa della vittima in un forno a legna. Come si può parlare di un omicidio di tale inaudita violenza senza scadere nel già detto, evitando lo scandalismo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/artemisia-gentileschi-GO.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/artemisia-gentileschi-GO.jpg" alt="" title="artemisia gentileschi-G&amp;O" width="454" height="331" class="alignnone size-full wp-image-29833" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/artemisia-gentileschi-GO.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/artemisia-gentileschi-GO-300x218.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La notizia lascia senza fiato. Alberto Arrighi, dopo aver ucciso a colpi di pistola Giacomo Brambilla, lo ha decapitato e ha dato fuoco alla testa della vittima in un forno a legna. Come si può parlare di un omicidio di tale inaudita violenza senza scadere nel già detto, evitando lo scandalismo di maniera? Innanzitutto, forse, ammettendo che non è affatto inaudita tale violenza. L&#8217;abbiamo vista, letta, udita, tante e tante altre volte. I moventi? Spesso diversissimi. Dalle questioni più futili &#8211; un insulto, un vicino di casa rumoroso, un rifiuto sentimentale &#8211; a quelle apparentemente più logico-razionali: un debito, un furto, una eredità.<br />
<span id="more-29832"></span><br />
Lo scrittore che è in me ammutolisce. La realtà pare imitare la finzione, superarla per aggressività, follia, perversione. Potremmo tentare una ipotesi da narratore: l&#8217;amputazione degli arti, vedi l&#8217;omicidio Roveraro nel 2006, o in questo caso della testa della vittima, si può spiegare (se possiamo permetterci di “spiegare” la brutalità) come parte di un piano criminale atto a confondere le indagini, eliminando le impronte digitali, deturpando a tal punto l&#8217;identità della vittima da non poterla più riconoscere, e quindi non farla risalire, in qualche modo, all&#8217;omicida.</p>
<p>Ma se fosse un giallo, e purtroppo non lo è, sarebbe un pessimo giallo. Gli autori di tali violenze piuttosto che geniali killer seriali sembrano, al più, passivi spettatori di fiction televisive poco fantasiose. Infatti le forze dell&#8217;ordine, sistematicamente, non devono fare molta strada prima di trovare gli artefici di questi crimini. Thomas de Quincey, il sarcastico autore de <em>L&#8217;assassinio come una delle belle arti</em>, inorridirebbe per il dilettantismo così poco estetico. Ma la morte è la morte e non bastano gli anticorpi di una interpretazione letteraria a fermare lo sgomento.</p>
<p>Forse un sociologo si soffermerebbe sulla curiosa successione di tali omicidi in terra padana. Da Novi Ligure, giù giù, fino a Erba, Pavia, Brescia, Fornovo di Taro, Bassano. Nell&#8217;Italia operosa, industriale, avanzata, moderna. Ma quanto pregiudizio c&#8217;è in questa analisi? Alcuni omicidi mafiosi, di tutte le mafie del meridione d&#8217;Italia, spaventano allo stesso modo per crudeltà, violenza, efferatezza. Forse che lì uccidere è socialmente più accettabile? Suvvia. La verità è che i crimini padani, della civile “Padania”, ci spaventano perché non vogliamo accettarli; perché quelle vittime, quegli assassini, ci assomigliano, in quelle storie ci riconosciamo. Non vogliamo accettare che il nostro vicino di casa -cioè noi stessi-, così a modo, così ben educato, così urbano, possa essere l&#8217;incarnazione del male. “Efferato” per il dizionario significa “feroce, crudele, inumano”. Ma se noi, guardando nel baratro del nostro stesso io, vediamo il buio dell&#8217;orrore, ci tocca poi ammettere che l&#8217;umanità che diamo tanto per scontata è in verità un processo culturale, non naturale, conquistato in secoli di civiltà, ed è perciò  labile, un sussurro flebile pronto a soccombere al primo colpo di vento. </p>
<p>Insomma, forse ci vorrebbe un antropologo per spiegare cosa passa nella mente di un criminale. Nella nostra mente. Perché ci racconterebbe che noi, in modo preculturale, precivile, siamo ancora quelli di decine di migliaia di anni fa. In una società che si fregia essere virtuale, interconnessa, digitale, è ancora lo scandalo della irriducibilità dei corpi che ci terrorizza e, inutile negarlo, affascina. Decapitare un cadavere sembra come l&#8217;atavico tentativo di uccidere di più, meglio, uccidere per davvero, fugando la possibilità che l&#8217;anima della vittima possa tornare a farci visita nei nostri incubi notturni. Questo ci spaventa e, insisto, affascina: scoprire di essere ancora così maledettamente primordiali, così simili ai nostri antenati. Questo è il nostro vero inconfessato incubo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Corriere della Sera <em>del 03.02.2010</em>]</p>
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		<title>Brenda, R.I.P.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/23/brenda-r-i-p/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 14:46:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alle battute ho pensato. Appena ho saputo della tua morte, Brenda, della tua morte crudele, della tua fine meschina, ho pensato con vergogna alle mille e mille battute fatte su di te in queste settimane. Al darsi di gomito sull&#8217;autobus, agli ammiccamenti al bar, all&#8217;invasione truce delle email ironiche, alla grevità sguaiata, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/021.JPG"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/021.JPG" alt="MARRAZZO" title="MARRAZZO" width="283" height="279" class="alignleft size-full wp-image-26635" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Alle battute ho pensato. Appena ho saputo della tua morte, Brenda, della tua morte crudele, della tua fine meschina, ho pensato con vergogna alle mille e mille battute fatte su di te in queste settimane. Al darsi di gomito sull&#8217;autobus, agli ammiccamenti al bar, all&#8217;invasione truce delle email ironiche, alla grevità sguaiata, al sarcasmo feroce. Un personaggio farsesco, stilizzato, banalizzato, capro ideale delle nostre ansie benpensanti. Non sei mai stata una persona, Brenda, solo un pupazzo dove infilare gli aghi della nostra macumba autoassolutoria. E mi vergogno, oggi, a pensarci. Alle trivialità, ai sottintesi, alla satira becera. Disonesti. Perché la tua morte è una morte nuda. È la morte che trionfa, che fa schifo. È la morte della solitudine assoluta. Si muore soli, lo abbiamo sempre saputo, ma morire scippati pure della propria dignità è disumano. E oggi sei il centro dell&#8217;attenzione morbosa dei nostri sguardi al sicuro, nel chiuso delle nostre case climatizzate. Tu, vaso di coccio, paghi la tua sconfitta sul tuo corpo diverso. Diverso. Perché fuori dalla norma, fuori dalle regole, corpo fantastico, mostruoso, meraviglioso. Esistevi, autentica, proprio nel tuo prostituirti. Perché eri senza scampo qui, in questo tardo impero allo sfacelo, in questo regno bizantino, non potevi essere quello che volevi fuori dal ghetto dove il nostro ciglioso sguardo sessita, misogino, omofobo, transfobico, ti ha cacciata. <span id="more-26628"></span><br />
E subito, bugiardi, abbiamo raccontato che eri stanca, che volevi farla finita. Ma sapevamo che la catena degli inganni, che la maglia sfilacciata, non reggeva. Non si abbandona la vita così. Nuda, col tuo sesso incomprensibile e vero esposto al fango della nostra falsa pietà.<br />
Viene facile oggi costruire la trama del dolore. Finzionare la tua vita, la tua morte. Facile e perciò ancora più ignobile. Ché l&#8217;abitudine a narrare le esistenze ormai ci impone di trovare sempre i legami, gli intrecci, i nodi nel pettine. Sembra già fatta, la storia, già pronta la trama. La politica che gioca sporco nelle stanze da letto del potere, i  ricattatori nei secoli fedeli, la morte del protettore cocainomane, il tuo computer immerso nell&#8217;acqua per distruggere le prove, i filmati compromettenti, da tracciare, inseguire, occultare, come in un thriller, i nomi, i nomi che non posso essere resi noti, nomi che pesano, che farebbero tremare il Palazzo, la tua morte proprio oggi, nel <em>Transgender day of remembrance</em>&#8230; Quanti bagneranno il biscotto nella melma di questo intreccio, quanti, colmi di pietà pelosa, gonfieranno il petto come pavoni, come tacchini allevati in batteria? Non lo sto, forse, anche adesso, facendo io?<br />
Perché della tua morte non ce ne frega niente, ecco la verità. Ci interessa la trama oscura, la narrazione, la <em>fiction</em>. Lo spettacolo, che deve continuare. Abbiamo bisogno di queste favole dell&#8217;orrore, prima di addormentarci, per placare le nostre vite normali. Normalizzate, banali, ovvie. E tu, eri fuori dalla norma, eri il mistero.<br />
Non è morta una persona, un petto che respirava la stessa aria che respiriamo noi, un universo di speranze, di errori, di sogni, di umori, non è morto un mondo, non s&#8217;è spento, intossicato, un cuore pulsante. No, non ci interessa. È avvenuta una svolta repentina nella sceneggiatura, questo percepiamo, non la morte schifosa e sola, disperata e ignobile. Meschina. Non ci interessano le tue speranze infrante. Sei sotto il nostro sguardo indagatore perché ti sei trovata in un gioco più grande di te. Siamo morbosi, ne vogliamo ancora di storie così. Sesso, potere, politica, denaro. Piccolo borghesi, no, neppure, massa informe di utenti senza futuro, adolescenti in un eterno presente, schiacciati dalle narrazioni che ci piovono dall&#8217;alto, sudditi di un mondo iperuraneo, che gioca con le nostre anime, le disumanizza.<br />
Perché Brenda tu sei morta tante altre volte. Sei morta stuprata da tuo marito, sei morta annegata nel mare di Sicilia, sei morta abusata da tuo padre, sei morta caduta da un ponteggio in un cantiere, sei morta picchiata a sangue in una caserma, sei morta suicida in un carcere. Ma lì eri solo un numero, eri statistica, non ti meritavi alcun riflettore, nessun necrologio. La tua fine tragica ci interessa non per te, che non sei nulla &#8211; sei una perversione dei nostri desideri reconditi, sei puro sesso, sei una bambola di gomma,  di te non vogliamo sapere niente -, la tua morte ci interessa perché sei un vaso di coccio tra i vasi di ferro, sei l&#8217;anomalia fragile, il giocattolo rotto in un mondo di impuniti, sei la vittima designata, il capro espiatorio, sei la nostra indignazione a portata di mano, sei il lavacro della nostra falsa coscienza.<br />
Non è morta una persona, per noi. È solo accaduto un colpo di scena, chissà quanti, e quali, saranno gli altri, ci prepariamo giudiziosi a non perdere nessuna puntata della <em>fiction </em>a venire. Le parole degli esperti, dei criminologi, dei giallisti, la commozione delle veline, i ricordi dei tronisti, le analisi puntute degli opinionisti.<br />
La vita che si fa letteratura, la realtà che si adegua alla fantasia, così ci giustifichiamo, ma sappiamo che anche questa è una bugia. Perché la vita non è coerente. Ci consoliamo a scriverla, a raccontarcela, sentiamo il bisogno di trovarci un senso, un fine, una fine. La soluzione del mistero, il colpevole catturato, la giustizia che trionfa. Ma la vita è scombinata, caotica, noiosa, illogica. Ed è vera. Come eri vera tu. Un&#8217;anima con le valigie, pronta alla fuga, soffocata nel tuo letto, intossicata nel buio della notte &#8211; ora la tua notte infinita-, uccisa da un assassino nel caos squallido dei dieci metri quadrati del tuo appartamento, il tuo mondo domestico sbriciolato, come la tua esistenza.<br />
Non so nulla di te. Non so se eri simpatica, cinica, calcolatrice, pura. So che per me eri innocente, come lo sono tutte le vittime del mondo. So che sono vivo, e mi sento colpevole.</p>
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		<title>Per Neda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 17:48:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[elezioni politiche]]></category>
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		<title>Abdul, diciannove anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 06:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[abdul salam guibre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/abdul.jpg" alt="" title="abdul" width="454" height="254" class="alignnone size-full wp-image-8701" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su tutti noi, ho paura a concepire cosa siamo diventati.<br />
<span id="more-8702"></span><br />
Perché quello che ha fatto Abdul, quella sera, è la classica ragazzata che tutti noi alla sua età abbiamo fatto, ma a morire sotto i colpi della spranga &#8211; parola che di suo mi ricorda l&#8217;odio scatenato fra i giovani trent&#8217;anni fa &#8211; c&#8217;era lui. Non so neppure dire se è stato, in senso stretto, un omicidio a sfondo razzista. I giudici, con la fredda tassonomia della legge, dovranno sbrogliare la matassa. Di primo acchito sembra il classico omicidio d&#8217;impulso, anche se, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/variazioni-su-un-omicidio/">come è stato fatto notare</a>, laddove il colore della pelle di Abdul fosse stato differente, siamo sicuri che la reazione dei due baristi avrebbe avuto la stessa ferina violenza? </p>
<p>Perché è questo il vero non detto. Il razzismo è come una punta di sale che si scioglie lentamente nel bicchiere della società. Ogni giorno i giornali, la televisione, la politica, l&#8217;economia, ne aggiunge un pizzico. Non ce ne accorgiamo ma stiamo sempre più creando l&#8217;<em>humus</em> affinché attecchisca del tutto, affinché tutti noi si beva acqua inquinata come fosse di fonte, intossicandoci definitivamente. La Storia non insegna nulla: quello che sta accadendo in Italia è già accaduto in altre parti del mondo, ma noi non abbiamo saputo farne esperienza. Il corpo vivo della nazione ha bisogno di queste ferite, sempre più crudeli, per trovare il modo, la maniera di cauterizzarle. Ha bisogno del veleno per immunizzarsi. Ma attenzione a non esagerare: superata la soglia non c&#8217;è ritorno, c&#8217;è solo la barbarie. Lo dico con profonda tristezza, ma so già che dovremo aspettarne altre di notizie così. Sarà terribile, sarà ingiusto, sarà crudele. Oggi, forse un po&#8217; pelosamente, ancora ci si indigna. Ho timore di quando queste notizie passeranno in seconda categoria, di quando ci lasceranno indifferenti, quando diverranno trafiletti in fondo alla pagina. </p>
<p>Con Abdul il solito cinismo dei media non ha perso tempo: dopo tutti quegli extracomunitari assassini, che in fondo non sono una novità, la morte di un nero per mano di due italiani, quasi per <em>par condicio</em>, sembrava come quella dell&#8217;uomo che morde il cane. Una notizia. E quanto m&#8217;ha disturbato l&#8217;insistere sul fatto che Abdul fosse cittadino italiano, come a dire che che fosse stato straniero era, in fondo, meno grave. Ma il suo assassino non gli ha chiesto la carta d&#8217;identità mentre lo inseguiva, non l&#8217;ha riconosciuto come suo simile. E così avremmo fatto tutti noi: non vogliamo riconoscerli i nostri nuovi concittadini, non li vogliamo legittimare come tali. Preferiamo quasi accettare l&#8217;enormità di un omicidio per futili motivi &#8211; ché il furto in sé lo è, non solo quello di una merendina &#8211; quasi giustificandolo: i proprietari del bar credevano fosse stato rubato l&#8217;intero incasso, è stato detto. Come se questo potesse motivare la violenza cieca. </p>
<p>Ho pietà per i due uomini in carcere, vittime dell&#8217;odio inoculato, giorno dopo giorno sotto la pelle di tutti noi, là dove l&#8217;epidermide non ha colore e il sangue è rosso per tutti. Mi auguro che paghino, come è giusto. Ma non crediate che pagheranno anche per noi, non crediamoci immunizzati. Di Abdul, invece, non riesco neppure a parlare, ammutolisco di fronte alla sua gioventù perduta. “Mi sono sentita negra per la prima volta nella mia vita”, ha detto la sorella, in lacrime. Io, a leggere di Abdul, mi sono sentito bianco per la prima volta. Ed ho avuto paura.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Grazia <em> n. 39 del 29.09.2008</em>]</p>
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