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	<title>omofobia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Notarella sullo sgonfiamento della mazza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/14/notarella-sullo-sgonfiamento-della-mazza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2022 11:12:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> Buone notizie dal mondo del pene, il cazzo si sta sgonfiando. E quando si parla di cazzo, non siamo mai in un regime puramente fisiologico, letterale, ma si naviga nella caverna platonica del simbolico e delle sue ombre.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Buone notizie dal mondo del pene, il cazzo si sta sgonfiando. E quando si parla di cazzo, non siamo mai in un regime puramente fisiologico, letterale, ma si naviga nella caverna platonica del simbolico e delle sue ombre. Se tutto ciò è vero non posso che felicitarmi con le nuove generazioni, poco importa come si considerino dal punto di vista del genere. D’altra parte, il problema del cazzo riguarda innanzitutto chi ce lo ha, fisiologicamente parlando. Questo lo sapevamo anche noi, giunti alla pubertà nei remoti anni ottanta. Non so per quale vie collettive, esplicite o implicite, ce lo fu incalcato, ma ogni adolescente finiva poi col capirlo chiaramente che, per essere un “maschio”, un “uomo”, mica bastava averlo un sesso maschile. Con il sesso floscio eri un uomo in potenza, un’ipotesi di uomo, una vaga e umbratile possibilità. Con il cazzo in tiro, diventavi uomo in atto, degno di un più alto, ultimativo, destino. Quale? E qui sorge l’enigma. A cosa diavolo serviva il cazzo in tiro? Credo che non ce lo siamo, allora, chiesto abbastanza. Siamo stati un po’ creduloni. Ci siamo accontentati delle indicazioni molto generali, senza preoccuparci di scendere nei dettagli.</p>
<p>D’altra parte, dal 1962, anno di pubblicazione del <em>Maestro di Vigevano </em>di Mastronardi, ai post-moderni anni Ottanta, lo slogan del giovane maschietto era praticamente rimasto intatto: “Funziona la mazza? E quando funziona stai a posto!” A farne uno dei tormentoni del romanzo, è il maestro Filippi, collega del protagonista nel romanzo di Mastronardi. Ma in fondo era pure la nostra preoccupazione di adolescenti: avere dapprima abbastanza peli, poi averlo abbastanza lungo (o illudersi di), poi riuscire a drizzarlo, poi a mantenerlo dritto nelle torbide e losche circostanze del primo rapporto amoroso con penetrazione inclusa. La fase che va dalle prime forme di autoerotismo o di omoerotismo (quest’ultime passate sotto un prudente silenzio) alle forme di un compiuto e ormai banale rapporto eterosessuale era densa di leggende, che si concentravano ovviamente tutte intorno al funzionamento della “mazza”. Non va, con ciò, sottovalutato, sempre per i giovani maschi, il fiabesco, ma anche un po’ horror, mondo del sesso femminile. Che poi sia venuta per tutti, appunto, la fase <em>diurna</em> della sessualità genitale, non toglie che intorno al sesso maschile siano rimaste appiccicate ombre più o meno lunghe.</p>
<p>In soldoni, si potrebbe dire che, a tredici anni, tra i miei coetanei dello stesso sesso, vigeva un’indiscussa miscela di omofobia &amp; sessismo. Era l’aria ideologica che respiravamo. Naturalmente avranno fatto eccezione figli e figlie di cerchie avanguardistiche in politica e nei costumi, ma per la grande massa la faccenda era così. Poi le solite controculture giovanili (nel mio caso il punk anarchico) rimisero le cose <em>abbastanza</em> a posto, stabilirono legami con le esperienze degli anni Settanta, ecc. Però l’imperativo della mazza si era nel frattempo infiltrato negli ingranaggi della personalità.</p>
<p>Oggi pare che, anche quando il più insospettabile degli eterosessuali è coinvolto in un’inchiesta sui costumi erotici delle gioventù, e si trova al riparo da occhi indiscreti davanti a un’intervistratrice magari di solo dieci anni più vecchia di lui, ebbene l’insospettabile etero svuota subito il sacco. Non attende neppure di essere lavorato un po’ per via subdola e psicologica. Lo dice senza tentennamenti che a lui la faccenda della mazza gli sta sul cazzo, che la sopporta male, gli produce angosce, ansie, ripugnanze. E siccome l’equazione funziona ormai da lunga data, ci si vuole liberare della mazza e di tutto quello che essa rappresenta: mascolinità o semplice appartenenza al genere maschile e alle sue prerogative. Certo, qualcuno si alzerà per dire: “Non vorrete buttare via con il cazzo in tiro, anche l’uomo che sta al suo seguito!” Ma ormai il bambino è già finito per lo scarico con l’acqua sporca. D’altra parte si capisce. Avete identificato per un’eternità bambino e acqua sporca, e ora volete che ci mettiamo lì a fare i pignoli?</p>
<p>Tutti questi figli nostri che già giovanissimi sbandierano identità non-binarie, bi, pansessuali o asessuali forse ci preoccupano un po’. (Sono escluse dalla lista le cerchie avanguardistiche dei costumi, che non conosco preoccupazioni <em>mai</em>.) O forse ci sembra <em>tutta una moda</em>. In ogni caso, ci incitano a capire, studiare, leggere, decifrare questo nuovo mondo che viene, che viene con la faccetta amabile dei nostri figli, fino a ieri balbettanti e camminanti su gambette insicure. Ora, questo aggiornamento sui costumi erotico-identitari può anche farsi per semplice <em>anamnesi</em>, come ho cercato di mostrare. Tutti i genitori di oggi, che non sono stati educati in ambienti strettamente progressisti, possono ricordarsi ad esempio &#8211; se uomini &#8211; del fardello della mazza, fardello con cui ognuno ha patteggiato a suo modo nel corso dell&#8217;esistenza adulta. In ogni caso, non mi stupisce troppo che a un certo punto, passata acqua sotto i ponti del nuovo millennio, quel fardello non sia più di così universale gradimento.</p>
<p>Che cose ne verrà poi fuori da tutta questa riconsiderazione e reinvenzione delle identità sessuali? Su questo noi non siamo più, in termini generazionali, i timonieri della vicenda. Possiamo metterci in ascolto con empatia, cosa che in genere il buon genitore cerca di fare. Possiamo anche mantenere un occhio un po’ ironico e distaccato, perché anche la rivoluzione delle identità sessuali, come tutte le rivoluzioni, è disseminata di trappole e vicoli ciechi. Di certo, se anche una minima anamnesi l’abbiamo fatta sulla nostra prima gioventù, non avremo allora gli occhi intorbidati di orrore e spavento, come accade a coloro che vedono in tutto ciò uno dei turpi effetti del moloch liberal-capitalistico, e hanno nostalgie di colleghi che nel corridoio ti domandano: “Funziona la mazza?”</p>
<p><strong>Glossa 1</strong></p>
<p>L’imperativo (e l’assolutismo) dell’erezione (per gli etero) ha comunque qualcosa di enigmatico, come se si trattasse di un’antica strategia diversiva. Questo imperativo acquista senso fintantoché siamo in una logica puramente riproduttiva: niente inseminazione senza efficace penetrazione. Ma poiché il vero terreno su cui si giocherebbe la partita della mazza (in società a natalità controllata) è quello della soddisfazione femminile, perché mai si è rimasti fissati al primato della penetrazione? Si è trattato, nel migliore dei casi, di una rottura di scatole per entrambi. C’erano così tante altre cose che si potevano fare o <em>non </em>fare per essere felici e stare bene assieme. (Con ciò non ho nessunissima intenzione di sputare sulla penetrazione e sui magici mondi del piacere che essa apre, quando questo accade. D’altra parte, l’esistenza di orgasmi &amp; piaceri affini, fanno parte dei più alti principi che si possono opporre alle teorie schopenhaueriane dell’auto-annichilimento come traguardo massimo.)</p>
<p><strong>Glossa 2</strong></p>
<p>Il non binarismo una moda? Si potrebbe avvicinare tutta questa faccenda delle ridefinizioni dell’identità sessuale, che funziona secondo una velocità epidemica, alle riflessioni condotte dal filosofo della scienza Ian Hacking, a proposito della “costruzione sociale della personalità”. In un magnifico libro, tradotto anche in Italia, <em>La riscoperta dell&#8217;anima. Personalità multipla e scienze della memoria </em>(Feltrinelli, 1996), l’autore canadese s’interrogava sull’avvento di una nuovo disturbo psichiatrico, la sindrome della personalità multipla, e notava come essa fosse stata diagnosticata in rarissimi casi negli anni Settanta, per diventare poi una malattia estremamente diffusa a partire dagli anni Ottanta. La sua ricerca sulla psichiatria ottocentesca e novecentesca, che prendeva le mosse da Foucault, gli ha permesso di formulare la tesi del “nominalismo dinamico”, per caratterizzare i fenomeni che avvengono nell’ambito delle scienze umane. In parole semplici, le persone sono “trasformate” dalle descrizioni che sono loro offerte dalle istituzioni e più in generale dal contesto sociale. Questa trasformazione non è da concepire in senso lineare, come un’imposizione o una manipolazione. Sono le persone stesse che decidono di “entrare” in certe categorie comportamentali, e che finiscono per appropriarsene, per organizzare in funzione di esse la loro personalità o – nel caso di un disturbo psichiatrico – la loro sofferenza psichica. Questo discorso ovviamente ha senso anche al di fuori del terreno di esplorazione scelto da Hacking, ossia la sfera dei disturbi mentali e la tipologie di malattie che l’istituzione riconosce in relazione ad essi. Per cui bisognerebbe cominciare a pensare le nostre identità sessuali nei termini “storici” del “nominalismo dinamico”, e considerare che esse si declinano secondo descrizioni, categorie, “forme” più o meno disponibili all’interno di una certa epoca e società. Queste descrizioni, poi, possono incontrare un particolare successo, ma questo dipende dalla scelta e dalla capacità dei singoli soggetti di farle proprie, di adattarsele.</p>
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		<title>Audre Lorde, l&#8217;outsider</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/16/audre-lorde/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2015 06:00:57 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Audre-Lorde.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-50932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Audre-Lorde.jpg" alt="Audre-Lorde" width="620" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Audre-Lorde.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Audre-Lorde-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>A pochi mesi di distanza nel 2014, sono usciti due libri di Audre Lorde, poeta americana di origine caraibica, impegnata fin dagli anni 50 su vari fronti di attivismo politico. In Italia era possibile leggerla solo in vecchie pubblicazioni underground degli anni 80 del movimento lesbico femminista, tradotta da Rosanna Fiocchetto e poche altre. Sui numeri dell’allora Bollettino del CLI (Collegamento lesbiche italiane) o delle sue edizioni si può rintracciare la genesi dell’accidentato percorso degli scritti di Lorde nel nostro paese. Oggi ci vengono offerti <em>Sorella outsider</em> e <em>Zam</em>i<em> &#8211; Così riscrivo il mio nome</em>, di cui si consiglia la lettura a chiunque si occupi di razzismo, femminismo e omofobia, se non altro perché entrambi i libri chiariscono come ogni discriminazione rafforzi l’altra. Audre Lorde, lontana da fughe di comodo e da facili certezze, ha scandagliato a fondo le dinamiche che quasi sempre impediscono di vedere la totalità dell’oppressione e le sue diramazioni e quindi di conoscerne il peso.</p>
<p>Nata a New York nel 1934 da genitori immigrati da Grenada, trascorrerà in questa città quasi tutta la sua vita, a lungo, oltre che con i due figli, insieme a Frances Clayton incontrata nel 1968 e sua compagna per due decenni, a cui scriverà nel 1970: “Siamo parte dell’avanguardia rivoluzionaria”. (<em>Zami</em>, 295)  Gli ultimi anni la vedranno invece nell’isola di St. Croix dove si rifugiò con il suo ultimo amore Gloria I. Joseph.</p>
<p><em>Zami</em> (una parola che a Carriacou, piccola isola caraibica, indica le donne che “lavorano insieme come amiche e amanti”, 9) è un diario, un racconto, un monologo che tocca un arco di tempo che va dalla sua infanzia, negli anni della lunga depressione, alla fine degli anni 50. Liana Borghi scrive nella sua introduzione che Lorde ne declina “lo statuto di verità” definendo la sua narrazione una “auto-bio-mito-grafia” (<em>Zami</em>, 9). Tuttavia, l’espediente narrativo non cela niente della durezza di quanto Audre Lorde racconta e <em>Zami</em> ci ricorda come, nelle pieghe del razzismo e del sessismo, si celi una sofferenza quasi impossibile da dire interamente.</p>
<p>Razzismo e sessismo pervadono in modo totale la vita di chi li subisce, devastando psiche e affetti famigliari, su cui si sarebbe tentati di non dire niente e così fanno in tante/i, per concentrarsi solo sull’aspetto della discriminazione pubblica. Se i diritti umani sono qualcosa e dovrebbero esserlo ancora, è nel campo degli affetti che vanno rivendicati, perché il dolore di essere definiti in modo spregiativo e definiti comunque sempre da altri, rende l’esistere non solo difficile ma traumatico. <em>Zami</em> indaga, nei più piccoli dettagli, quel trauma e i modi in cui colpisce la vita intima di ognuno, indurendo le persone, confondendole e spogliandole della capacità di tenerezza, di confronto e quasi sempre anche di conforto. La dimensione pubblica di un’oppressione prende corpo con il disprezzo verbale e gestuale, con il rendere difficile trovare lavoro e casa, con impedimenti e divieti scritti e non scritti e da lì raggiunge la personalità, che ne è profondamente segnata e ferita. Quasi per tutti la difesa consiste nel negare questa umiliazione, o nel minimizzarla, così è per i genitori dell’autrice che non possono permettersi quest’ammissione e lo stesso per le compagne gay della giovinezza, che non sanno ricomporre la mappa del loro dolore nemmeno quando esplode con la malattia mentale, la povertà, la droga e il suicidio. Di conseguenza tutto concorre a nascondere la vera realtà della violenza ai subordinati, la sua portata e i suoi effetti a medio e a lungo termine. Uno dei suoi aspetti più atroci è la possibilità, per chi detiene i privilegi, di definire gli altri/le altre e di non vedere quali interessi particolari cela il proprio agire e parlare da una posizione di vantaggio.</p>
<p>Essere sopravvissute, ci ricorda Lorde, nell’America razzista, misogina e omofobica (ma vale per ogni luogo ostile), quando “non era previsto noi sopravvivessimo”, se pure rende forti, non lascia però indenni né i corpi né le menti di chi subisce questo oltraggio. Le ragazze che incontriamo in <em>Zami</em> sono persone molto lontane da quelle descritte da Mary McCarthy nel suo noto romanzo, <em>Il gruppo</em>, ma notiamo come la misoginia uccida in un caso come nell’altro.</p>
<p>Audre Lorde pondera e analizza le molte componenti del sé e i modi in cui si declinano, così che il suo non acconsentire ad essere definita “a senso unico” la rende un’outsider; posizione sempre difficile, ma quasi insostenibile negli anni 50 e 60, tempi in cui l’appartenere a un gruppo identitario era garanzia di protezione e sopravvivenza. Dalla sua analisi delle dinamiche di gruppo vediamo come il meccanismo dell’inclusione/esclusione in base alle somiglianze e all’aderenza a certe maniere, idee e abbigliamento, funzioni in maniera oppressiva e limitante e non renda immuni dall’odio di sé.</p>
<p>Le pagine del viaggio in Messico dell’autrice compiuto nel 1954, si focalizzano sulla doppia realtà dei rifugiati nord americani, espatriati per sfuggire alla caccia alle streghe cominciata con la crociata anticomunista di Joseph McCarthy. Un anno prima i coniugi Rosenberg erano stati giustiziati sulla sedia elettrica come spie sovietiche e molti intellettuali e dissidenti avevano lasciato gli Stati Uniti per paura di incorrere in sanzioni e carcere per attività anti-americane; ovvero essere membri del partito comunista o simpatizzanti di idee progressiste. Tra loro molti furono gli scrittori e gli sceneggiatori di Hollywood e i giornalisti noti o meno che avevano scritto verità scomode. Eudora Garrett apparteneva al secondo gruppo, ma era in Messico da molto prima e dopo l’incontro con Lorde e durante la breve relazione che seguì, la aiutò a giungere a una migliore accettazione di sé e le aprì le porte di un sapere non accademico sulle culture indigene. Audre Lorde trarrà molto dall’esperienza messicana, sia per come vedrà da allora in poi gli altri americani, sia per un primo raffronto su come, persino tra i progressisti, l’omofobia interiorizzata, impediva ogni discorso e ogni presa di coscienza politica riguardo la sessualità. Toccherà con mano i pregiudizi del partito al ritorno negli USA.</p>
<p><em>Sorella outsider</em> raccoglie gli scritti politici di Audre Lorde e si apre con un lungo estratto da “I diari del cancro”, lucido resoconto dell’esperienza della malattia che la colpì al seno, del conseguente intervento e della medicalizzazione con le sue imposizioni. La vecchia e nuova misoginia traspare dalla narrazione di Lorde per come si appropria dei corpi offesi in maniera subdola, quasi dolce all’apparenza nel porsi come aiuto, salvezza, autostima rinnovata, ma in verità sempre fagocitante nei modi, nel sentire e far sentire nulla la vera esperienza di chi è malato ed ha altro da dire:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Avevo ormai visto la morte in faccia, che lo riconoscessi o no, e ora avevo bisogno di sviluppare la forza datami dalla sopravvivenza. La protesi offre un vuoto conforto: “Nessuno noterà la differenza”. Ma è proprio questa differenza che io, voglio affermare, perché l’ho vissuta, e sono sopravvissuta, desidero condividere questa forza con altre donne. Se dobbiamo trasformare il silenzio che circola il cancro al seno in linguaggio e azione contro questo flagello, allora il primo passo è far diventare visibili le une alle altre le donne che hanno subito la mastectomia. Perché silenzio e invisibilità vanno a braccetto con l’impotenza. Nell’accettare il mascheramento della protesi, noi donne con un seno solo proclamiamo di essere creature insufficienti, che dipendono da una finzione. (<em>Sorella outsider</em>, 71-2)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Audre Lorde dopo l’intervento rifiuta di nascondere il suo corpo “solo per mettere a suo agio un mondo che soffre di fobia verso le donne” (<em>Sorella outsider</em>, 72); una opposizione che fa pensare e pesare su ognuna la fobia e mania che copre o scopre, in una strano e solo apparentemente contrapposto gioco di potere, i corpi femminili, senza mai dare loro valore in sé e per sé.</p>
<p>Gli incontri con altre intellettuali importanti nell’ambito del pensiero femminista sono ben documentati nel libro e va segnalata l’intervista-conversazione con l’amica Adrienne Rich in cui tra l’altro Lorde parla del suo rapporto con la scrittura e in particolare con la poesia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Quando qualcuno mi diceva: “Come ti senti?” oppure “Cosa pensi?” o mi faceva un’altra domanda diretta, io recitavo una poesia, e da qualche parte in quella poesia c’era il senso, l’informazione vitale. Magari un verso, o un’immagine. La poesia era la mia risposta. (<em>Sorella outsider</em>, 156)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lorde ripercorre il rapporto con le parole e con il linguaggio, specialmente quello usato dalla madre da cui prende le distanze. Nello stesso tempo riconosce l’importanza della comunicazione non verbale per decifrare ciò che le persone dicono davvero.</p>
<p>I vari saggi introducono al pensiero di Lorde sui temi più brucianti degli ultimi decenni: razza e sesso, differenza e diversità, ma anche classe, età, malattia, morte, pratiche S&amp;M, sessismo dei compagni, razzismo delle compagne, lotte per l’indipendenza di altri paesi.</p>
<p>Angela Davis in quegli stessi anni combatteva le stesse battaglie; se tardò nel coming out, che avvenne ufficialmente nel 1997, si era però scontrata con il maschilismo del movimento antirazzista. In <em>Autobiografia di una rivoluzionaria</em>, tra gli stralci di una lettera a George Jackson, leggiamo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>È sintomatico che Le Roi Jones e Ron Karenga e tutta la schiera dei vigliacchi nazionalisti culturali chiedano la totale sottomissione della femmina Nera come ‘riparazione ai torti secolari che ha fatto al Maschio Nero’. Come tu dicevi, George, ci sono alcuni ovvi criteri per stabilire in che misura coloro che si definiscono nostri compagni di lotta alimentano in realtà la controrivoluzione. Un criterio è il loro atteggiamento verso i bianchi. Un altro, il loro atteggiamento verso le donne. (400)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lotta contro il sessismo all’interno della compagine antirazzista vide Audre Lorde non cedere posizioni, ma fu altrettanto incisiva nel non fare confusione nell’indicare chi traeva beneficio da un’oppressione specifica, qualunque essa fosse:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Ogni volta che sorge il bisogno di una finzione di comunicazione, quelli che traggono beneficio dalla nostra oppressione fanno appello a noi perché condividiamo con loro la nostra conoscenza. In altre parole all’oppresso viene affidata la responsabilità di insegnare all’oppressore i suoi errori. È mia responsabilità educare gli insegnanti che a scuola tralasciano la cultura dei mie figli. Ci si aspetta che noi Neri e quelli del terzo Mondo educhiamo i bianchi circa la nostra umanità. Che le donne educhino gli uomini. Che le lesbiche e i gay educhino il mondo eterosessuale. Gli oppressori mantengono le loro posizioni ed eludono la responsabilità delle proprie azioni. C’è un costante prosciugamento di energia che potrebbe meglio essere usata nel ridefinire noi stessi e costruire il futuro. (<em>Sorella Outsider</em>, 191-2)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La parte finale del libro torna al tema della malattia, del cancro. Una ulteriore immersione dovuta al ripresentarsi del tumore, in forma più grave avendola colpita al fegato, ed è una limpida e straziante testimonianza del costo umano di una resistenza che ha coinvolto ogni aspetto della vita dell’autrice.</p>
<p>Gli oppressi hanno un lungo cammino davanti, ancora più lungo da che le religioni tornano a dettare legge con la loro mescolanza di brutalità e ontologia. Nessun rifugio ci è dato dalla storia, usata come strumento di dominio da chi detiene sapere e potere, e non c’è al momento una narrazione che possa coinvolgerci profondamente, restituendo pensiero e fiducia. Questo non deve intorpidire, né portarci a una mera difesa identitaria. Dagli anni degli scritti di Lorde ciò che è mutato è proprio il senso di appartenenza. Più libere/i e più soli/e oggi; per cui ogni lettura è anche misurare il nostro altrove. E ogni lettura non è mai, non può essere volta al solo uso militante. È la vita, nel discorso di Lorde, quello che conta; e mentre chiediamo più giustizia non rinunciamo alla certezza che se auto-definirsi crea autostima, è dall’essere indefiniti che comincia la libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.edizioniets.it/scheda.asp?N=9788846738653" target="_blank">Audre Lorde,<em> Zami &#8211; Così riscrivo il mio nome. </em></a> </strong>Edizioni Ets, 2014. Collana àltera di intercultura di genere, a cura di Liana Borghi. Traduzione di Grazia Dicanio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://sorellaoutsider.wix.com/sorellaoutsider#!casaeditrice/c251e" target="_blank">Audre Lorde, <em>Sorella outsider.  Gli scritti politici di Audre Lorde</em>.</a> </strong>Edizioni Il Dito e la Luna, 2014. Traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Simone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2013 14:14:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale. &#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale.</p>
<p>&#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di diventare un bravo infermiere per aiutare gli altri…”: sono le parole con cui Don Lorenzo, che lo conosceva bene, inizia l&#8217;omelia nella chiesa di San Giustino di viale Alessandrino, accanto alla sua bara insieme a Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni. Anche Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni conoscevano bene Simone e i suoi famigliari, molto assidui in parrocchia.<span id="more-46836"></span></p>
<p>&#8220;Pur con l&#8217;amore della sua famiglia” – ha continuato Don Lorenzo &#8211; Simone non è riuscito a superare le fatiche e le difficoltà della vita quotidiana, nonostante i suoi valori forti e i suoi principi. Pensiamo a quanto potesse stare male, a quanto forte fosse il suo disagio che nessuno è riuscito ad ascoltare e comprendere&#8221;.</p>
<p>Leggendo la parola “disagio” lo scenario mi si è illuminato. Disagio &#8211; per chi sa di catechismo e di chiesa cattolica &#8211; è un termine-spia. Gli omosessuali devono vivere la propria condizione con disagio; gli omosessuali devono essere accolti con delicatezza.</p>
<p>E se fossero stati proprio i valori forti e i principi di cui parla Don Lorenzo a soffocare Simone?</p>
<p>Un interrogativo avvalorato dalle parole della sorella di Simone, Ilaria; parole lette in chiesa dal padre di Simone, Fabio: “Sentirsi diversi non è bello per nessuno, ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà”.</p>
<p>La sorella con cui Simone si confidava, oltre all’accoglienza e al conforto, menziona subito il “diverso”. Da qui inevitabilmente il disagio.</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che forse un ragazzo di 21 anni non ne potesse più del disagio e dell’accoglienza, della castità e della tolleranza? E che &#8211; se invece della parrocchia di San Giustino di viale Alessandrino &#8211; avesse frequentato la sede Uaar di via Ostiense o il vicino Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, magari avrebbe imparato che altri valori forti, altri principi, erano in grado di indirizzarlo verso la realizzazione dei suoi sogni e delle sue aspirazioni?</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che a uccidere Simone non sia stata l’omosessualità ma il cattolicesimo?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Supereroi da paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 17:50:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Anders Brevik]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di genere]]></category>
		<category><![CDATA[difesa identitaria]]></category>
		<category><![CDATA[estremismo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di civilità]]></category>
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		<category><![CDATA[misoginia]]></category>
		<category><![CDATA[Mohammed Merah]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Questo testo l&#8217;ho scritto in primavera e l&#8217;ho consegnato a Alfabeta con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno.hj La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Questo testo l&#8217;ho scritto in primavera e l&#8217;ho consegnato a <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta</a> con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di</em> Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno<em>.hj</em></p>
<p>La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è un sistema i cui poli opposti si sostengono a vicenda. La strage di Tolosa l’ha reso visibilissimo. Si era capito subito che l’assassino della scuola ebraica aveva già ucciso, ma restava incerto se fosse un neonazista intento a fermare la contaminazione dell’Occidente o un fondamentalista in guerra contro la corruttela occidentale.<span id="more-43473"></span> Non appena è emerso il profilo di Mohamed Merah, la controparte ha cercato di trarne vantaggio: Marine le Pen per la campagna elettorale, il resto del populismo xenofobo europeo per rilanciare le consuete ostilità e paure. La destra al governo in Israele ha potuto cavalcare il sentimento persecutorio che il massacro d’innocenti ha rafforzato nei propri cittadini ebrei come negli ebrei della diaspora. Se tutti gli ebrei sono il Nemico, possono diventarlo specularmente, a partire dai palestinesi, tutti musulmani. Questo accrescersi della paranoia anti-islamica è, a sua volta, funzionale al rafforzarsi del fondamentalismo – in Occidente, ma anche in qualsiasi paese arabo dov’è in corso uno scontro tra chi vorrebbe più libertà e chi vorrebbe far rifluire i moti rivoluzionari in un ordine teocratico.<br />
.<br />
Lo “scontro di civilità” è un gioco di ruolo, una messa in scena sanguinaria prodotta da registi, attori e promotori che offrono la sicurezza di un’identità blindata. Per questo cela un conflitto i cui confini non corrono tra Occidente e Oriente, o Israele e Palestina.<br />
I veri nemici di ogni reazione identitaria sono tutti coloro che credono nei diritti dei singoli e dei popoli, concedono uno statuto universale ai principi della Rivoluzione e faticano a riconoscere l’Europa come fondata su pacifiche “radici giudeo-cristiane”. Persone che si fidanzano, si sposano e fanno figli con qualcuno di origine ebrea, cristiana o musulmana, refrattarie a pregiudizi e discriminazioni &#8211; anche contro le donne o gli omosessuali. I nemici irriducibili di ogni Guerra Santa sono tutti coloro che, con qualsiasi forma di militanza pacifica o semplice prassi quotidiana, si mettono di traverso alla collaborazione degli opposti. Lo dimostrano i ragazzi socialdemocratici trucidati da Anders Breivik, i parà avvicinati da Merah come fratelli e trucidati come uccisori di fratelli, o il tentativo di motivare l’esecuzione di Vittorio Arrigoni come la punizione di un “corruttore dei costumi”. </p>
<p>La guerra paranoica è guerra di propaganda che si fa spettacolo. Ne fa parte l’assedio di Mohamed Merah diventato scontro mediatico con il presidente della Repubblica in persona. Il primo ha filmato le uccisioni per farle circolare in rete, il secondo disponeva della tv mondiale per ricavarne un ritorno d’immagine.<br />
Sarkozy ha cercato di negare a Merah la fine del martire, ma la lunga resistenza trasmessa in mondovisione sarebbe bastata a qualificare l’attentatore come idolo di qualcuno. Generare orrore o ammirazione, figurare come mostri o come eroi: è questo che gli sterminatori solitari &#8211; Mohamed Merah, Anders Breivik, Gianluca Casseri a Firenze – sanno di ottenere con le loro stragi da prima pagina. La violenza-spettacolo non può sottrarsi a questa ambivalenza che rappresenta un rischio ineliminabile per chi, dall’alto del potere politico, cerca di trarre forza dal ricompattamento dell’opinione pubblica. Presumibilmente è per questo che le immagini del corpo morto di Bin Laden, il Nemico dell’Occidente per eccellenza, rappresentano l’unico caso di censura esplicita, senza poter evitare che quell’assenza parli, eccome.<br />
Il Sistema Paranoia si nutre di dialettica tra visibilità e invisibilità: dell’attenzione spostata soprattutto su una parte (la minaccia neonazista sottovalutata nei paesi occidentali); di zone oscure o oscurate che alimentano spiegazioni complottistiche; dell’odio verso chi commette violenza senza che questa appaia universalmente vista e condannata; dell’irrilevanza di tutte le vittime che non rientrano nei <em>frame</em> dominanti e non attivano ampi meccanismi di identificazione: il morti per gli attentati nei paesi islamici il cui numero supera di gran lunga tutte le vittime “occidentali” o gli stranieri uccisi in Occidente senza che diventi palese la matrice razzista del crimine, come è avvenuto in Germania con la cellula neonazista le cui vittime erano state ascritte per anni a regolamenti di conti tra gruppi criminali immigrati.<br />
Nell’ombra resta inoltre, per definizione, la zona grigia – aiuti, coperture, simpatizzanti rispettabili.</p>
<p>Crociati e jihadisti si somigliano. Si muovono per la rete, posseggono spesso gli stessi cimeli con le svastiche o <em>I Protocolli dei Savi di Sion</em>. Ma non è solo la convergenza sul nemico ebreo che, pur nell’odio reciproco, li accomuna. Si somigliano ancor più profondamente nel desiderio di avere un nemico attraverso il quale definirsi, scrollandosi di dosso un senso di marginalità o di insignificanza.<br />
Somigliano pure ai troppi uomini che uccidono le donne, benché la violenza femminicida non si ponga al riparo di un’ideologia. La “guerra di civiltà” copre un conflitto di genere che, a sua volta, nasconde spesso uno scontro di classe.<br />
La vetta della piramide sociale è ancora dominata dagli uomini e la crisi non fa che peggiorare la condizione femminile. Ma alla base le cose si complicano, perché diminuiscono maggiormente i lavori non qualificati e, fra di essi, principalmente quelli maschili. Intere nazioni si reggono sulle rimesse delle immigrate nei paesi sviluppati, dove soprattutto la richiesta di lavoro di cura favorisce le donne. Per quanto malpagate e pesanti, le mansioni femminili godono di un maggior riconoscimento della loro utilità sociale. Se si guarda alla seconda generazione, i figli di immigrati hanno prospettive assai peggiori dei loro padri, mentre le figlie possono inserirsi nel mondo del lavoro quasi sempre precluso alle madri. La carriera più agevole dei giovani proletari d’Occidente, di qualunque origine e religione, è quella criminale. I sogni di gloria forniti dalle ideologie identitarie possono divenirne copertura integrativa o rappresentare un’alternativa “onesta” di cui andare fieri.<br />
Nella variante “bianca”, l’idea del ripristino di una società ordinata si appella al rancore del uomo-padrone spodestato dalle donne e dagli stranieri, mentre l’islamismo radicale si presenta ugualmente come difesa di un antico ordine patriarcal-religioso. Le donne musulmane finiscono al centro del fuoco incrociato: se una parte ostenta l’alterità attraverso il loro corpo velato, l’altra identifica il nemico in chi indossa il “burqa”. Shaima Alawadi, trucidata a San Diego come “terrorista” perché portava il velo, è l’esempio estremo che, senza più l’alibi di voler liberare il genere sottomesso dall’oppressione islamica, appalesa l’unione dell’odio verso le donne e gli stranieri. Ma maschilismo e misoginia sono costanti più diffuse: tutte le sottoculture emerse dai ghetti o dalle periferie esibiscono l’immagine speculare della donna-oggetto sculettante e seminuda. L’esaltazione di gang, tifoserie e ogni surrogato “guerriero” neotribale, andrebbero messe a confronto con le fratellanze ideologiche, cercando di capire sino a che punto il problema cruciale non siano l’islamismo e tanto meno l’islam, bensì la perdita di ruolo e dignità sociale che si abbatte sugli uomini, in primo luogo di ceto popolare.  </p>
<p>Gli estremismi etnico-religiosi rappresentano la copertura più radicale di conflitti la cui matrice socio-economica rimane occulta. E’ ciò che li rende funzionali e, come si è visto nelle elezioni francesi e greche, passibili di raccogliere adesioni sempre più vaste. Le risposte mistificatorie approfittano del fatto che l’integrazione è sempre un percorso difficile. Convivere con un duplice legame di appartenenza e l’irrimediabile senso di estraneità che si spalanca sia verso il luogo d’origine che verso quello di destinazione, costituisce un’esperienza in sé dolorosa. Se a questo si aggiunge la realtà fatta di sopruso e pregiudizi, si è tentati ad abbracciare un’identità oppositiva, vivendo ogni sforzo di essere “per bene” e “integrati” come umiliante servilismo. Nell’Europa tra le guerre, l’adesione della gioventù ebraica al sionismo – come al socialismo e comunismo &#8211; nasceva spesso dalla ribellione contro i padri che, pur oggetto d’odio, continuavano a comportarsi da “bravi cittadini”. Quei ragazzi, tuttavia, si opponevano perlopiù anche all’ambiente ostile in cui si trovavano. Persino l’azione di uno shahid palestinese ha attinenza con un conflitto vissuto, mentre ciò che rende così diversa la vicenda di un Mohamed Merah è la sostituzione totale della lotta contro la discriminazione sperimentata con la guerra simbolica. La splendente armatura del Guerriero Santo consente di dare un senso alla doppiezza richiesta dalla socializzazione senza doversi esporre in gesti rischiosi e sgradevoli. Chiunque appartenga a una categoria discriminata sa quanto costi domare la rabbia per controbattere a una frase offensiva pronunciata “solo per scherzo”: più facile stare alle regole del gioco – ossia zitti &#8211; e deviare l’aggressività su un nemico ideologico sottratto all’esperienza.<br />
Anche la parte opposta è portata a un simile sdoppiamento. Razzismo, misoginia e omofobia sono socialmente accettati, ma solo se le loro manifestazioni si mantengono entro certi limiti. L’odio profondo, invece, va mascherato, coltivato in segreto, tra “fratelli” e iniziati. Internet ne diventa il veicolo, ma non è la causa. </p>
<p>Il fanatismo paranoico comporta una trasformazione che tocca la struttura psicologica, benché non sia mera espressione di follia individuale come dimostra la “psicosi collettiva” del nazismo storico. Per cogliere uno scollamento della percezione che rimanda a uno della personalità, basta guardare la foto di Mohamed Jarmoune, il ventenne accusato di aver progettato un attentato contro la sinagoga o la scuola ebraica di Milano. Quel ragazzo con i dreadlocks e gli occhi miti che non frequentava né la moschea né la comunità marocchina della sua zona, bensì dei convertiti italiani conosciuti in rete, avrebbe potuto massacrare dei bambini mai visti prima, come ha fatto il suo omonimo francese?</p>
<p>La figura dell’eroe ha presentato, nei secoli e in ogni cultura, delle costanti irrinunciabili. Conosciamo eroi spocchiosi e eroi riluttanti, costretti a compiere il loro destino quasi loro malgrado. Ma, per quanto fossero dotati di sfumature psicologiche o di “irrealistici” poteri sovrannaturali, l’unità di ruolo e di carattere non erano mai venute a meno.<br />
La mutazione avviene all’alba della 2°mGuerra Mondiale negli Stati Uniti, ormai potenza egemone in ogni ambito, e porta il nome di Superman. La segretezza della missione somigliava ancora a quella funzionale degli agenti d’intelligence, ma la doppia identità diventa tratto unificante e costitutivo dei variegati personaggi che gli susseguono. Il supereroe è sempre irriconoscibile nel suo alter ego quotidiano. Cambia poco che Superman sappia di fingersi Clark Kent mentre L’Uomo Ragno coincide con Peter Parker, e poco importa che per il senso comune attentatori come Merah o Breivik somiglino piuttosto ai loro malvagi antagonisti. Il nodo sta nella metamorfosi dell’immaginario: l’epica della lotta tra il Bene e il Male ormai può compiersi solo in una dimensione scissa dalla quotidianità, attraverso un’azione occulta e straordinaria. Non c’è più spazio per “uomini d’un pezzo” nella raffigurazione simbolica dei conflitti umani.<br />
Quel che nutre ogni compensazione identitaria, spingendola talvolta verso la violenza paranoica, è l’erosione della possibilità di porsi e percepirsi come soggetti unitari. Sembra ingenuo sperare che la disgregazione a favore di un campionario di ruoli e maschere possa essere contrastata con la battaglia per quei diritti, sia civili che sociali, che spetterebbero a ciascuno, ma forse non c’è leva più concreta contro un’esautorazione che ci accomuna.</p>
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		<title>UNA BATTAGLIA CULTURALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:52:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In un post del 23 luglio scorso intitolato “IRC e Omofobia” (dove IRC sta per Insegnamento della Religione Cattolica) raccontavo di una studentessa diciassettenne di Ravenna che aveva preso posizione contro la sua insegnante di religione. Una volta saputo che la studentessa era lesbica, la docente aveva parlato in classe dell’omosessualità come di “una malattia”.</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="k5I43F2awQ"><p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/23/irc-e-omofobia/">IRC E OMOFOBIA</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;IRC E OMOFOBIA&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/23/irc-e-omofobia/embed/#?secret=k5I43F2awQ" data-secret="k5I43F2awQ" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe><br />
Poiché nel thread al post apparve chiaro che alcuni commentatori non sanno cogliere la portata della battaglia culturale in corso in Italia tra la visione antropologica vaticana (e dunque abramitica) e quella della modernità (e dunque europea: es. art. 13 Trattato di Amsterdam), riporto qui la conclusione della vicenda, che per una volta fa onore alle autorità scolastiche italiane.<br />
Nei giorni scorsi è stata infatti resa nota la decisione dell&#8217;ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, dopo un&#8217;ispezione che ha comportato l&#8217;audizione di quaranta persone, fra studenti e genitori. <span id="more-40997"></span>«Un errore educativo», è stata definita la lezione tenuta quel giorno dall’insegnante di IRC, nominata dal vescovo e pagata dal contribuente italiano. Mentre il suo “stile” è stato giudicato «imprudente». Una constatazione che comporta un richiamo disciplinare e che soprattutto crea un precedente nel mondo scolastico italiano.<br />
Una decisione niente affatto scontata. Il Dirigente scolastico infatti sulle prime aveva tentato di difendere la docente facendo ricadere sulla studentessa la colpa di quanto avvenuto: “Poteva chiedere l&#8217;esonero dalla materia e invece ha preteso che l&#8217;insegnante di religione fosse a favore dei gay”.<br />
Grande soddisfazione per il richiamo disciplinare è stata espressa da Arcigay, che aveva seguito la vicenda stigmatizzando in particolare la frase usata dall&#8217;insegnante per difendersi: «Per non essere discriminati credo ci si debba omologare», aveva detto.<br />
Oggi gli omosessuali come si dovrebbero omologare secondo questa insegnante di religione cattolica? Diventando eterosessuali? Rimanendo silenziosi e invisibili nel loro piccolo ghetto segreto, così da non infastidire i pregiudizi dei &#8220;normali&#8221; e l’omofobia dei cattolici?</p>
<p>P.S. Ricordo che l’Insegnamento della Religione Cattolica è un prodotto del Concordato stipulato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, nel 1984. L’insegnamento è presente in tutte le scuole statali, da quelle dell’infanzia alle superiori. In Italia, secondo il Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2009-10 erano in servizio 26.326 insegnanti di religione a carico dello Stato, per un costo annuale di circa 800 milioni di euro. Questi insegnanti, selezionati dall’autorità ecclesiastica, in virtù della legge 18 luglio 2003, n. 186, sono stati assunti a tempo indeterminato nei ruoli della scuola di stato italiana. Ad essi è inoltre consentito, su semplice domanda, di “passare” ad insegnare Storia e Filosofia, permettendo così ai vescovi di nominare un nuovo insegnante di Religione Cattolica.</p>
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		<title>UNA PEDAGOGIA DELLA DIFFERENZA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 14:13:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[ARMANDO EDITORE]]></category>
		<category><![CDATA[federico batini]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[identità sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Si intitola “Comprendere la differenza. Verso una pedagogia dell’identità sessuale”, il nuovo libro di Federico Batini pubblicato da Armando Editore. Ricercatore nella università di Perugia, Batini da alcuni anni ormai è il pedagogista più impegnato in Italia nelle studio di tecniche e pratiche volte a debellare la piaga dell’omofobia in particolare in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Si intitola “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860819741/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860819741&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Comprendere la differenza. Verso una pedagogia dell’identità sessuale</a>”, il nuovo libro di Federico Batini pubblicato da Armando Editore.<br />
Ricercatore nella università di Perugia, Batini da alcuni anni ormai è il pedagogista più impegnato in Italia nelle studio di tecniche e pratiche volte a debellare la piaga dell’omofobia in particolare in soggetti in età adolescente. Ma bisogna iniziare molto presto. Perché, come afferma l’autore, “la formazione dell’identità sessuale di un soggetto non può essere ricondotta semplicemente alla comparsa dei primi impulsi e desideri erotici, ma si collega fortemente alle dimensioni affettive, emozionali, psicologiche ed è fortemente interrelata con lo sviluppo dell’identità tout court”.<br />
Un lavoro immane ovunque, ma particolarmente in Italia, condizionata come è la scuola italiana (anche di Stato) da vetuste ideologie abramitiche e concezioni obsolete quale quella di “diritto naturale”.<br />
Batini, dopo alcuni utilissimi capitoli iniziali in cui traccia una storia recente dell’omofobia e definisce stereotipi e pregiudizi, espone in dettaglio il risultato di tre ricerche scientifiche su adolescenti e insegnanti. Tre ricerche in grado davvero di illuminare le coscienze e di mostrare quanto impervio e accidentato sia il cammino che ci sta di fronte: la prima sulla percezione dell’omosessualità e della transessualità negli studenti universitari; la seconda sull’omofobia tra gli studenti delle scuole secondarie; la terza sugli insegnanti e l’alfabetizzazione circa l’identità sessuale.<br />
Alfabetizzazione degli insegnanti, in primis. E dei presidi, o come si definiscono oggi: dirigenti scolastici. Salvo eroiche e sporadiche eccezioni, l’alfabetizzazione in questo campo deve proprio iniziare da loro.<br />
Chiude il volume un aggiornato ed esauriente glossario sulle tematiche trattate.</p>
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		<title>Troppo schifo negli armadi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[outing]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di Caio e Tizio, o se lo fa un giornale nel ruolo di braccio mediatico di Berlusconi. I primi cercano di combattere l’omofobia, il secondo fa leva proprio sulla diffusione viscerale del pregiudizio. Boffo, Marrazzo, Caldoro – finte informative, video gestiti dal capo in persona, dossieraggio. Qualcuno ha detto che toccherebbe alla stampa cogliere lo spunto che, per timore di querele, gli estensori della lista non potevano approfondire.<span id="more-40208"></span> I giornali d’opposizione? E’ mai pensabile che si mettano a cercare prove sugli amanti di questo o quel politico, mentre già sono alle prese con Lavitola, Tarantini, donne e ruffiani del Cavaliere? Non li distingue, forse, nella battaglia in cui il fango vola alto da entrambe le parti, il fatto di tener agganciata l’informazione-scandalo a elementi di abuso di potere? Non è reato nascondere amanti di qualsiasi sesso. Tirarli fuori dall’armadio, oggi in Italia non può che essere percepito come diffamazione. I pozzi sono avvelenati. “Gay” resta sinonimo di “frocio”. Vendola pecca più di Berlusconi. Possiede una lugubre coerenza politico-culturale, l’uomo di destra che coltiva in segreto i propri vizi cercando di impedire che altri possano vivere alla luce del sole e del diritto i loro amori. <em>Lesson one</em> dell’outing fallito: Non siamo in America. La doppia morale è, anzi, una delle cose più serie e condivise che ci distingue. Una morale profonda e cupa, di cui la parola “ipocrisia” sfiora soltanto la superficie meno corrosiva.</p>
<p>Pubblicato su<em>L&#8217;Unità</em>27 settembre 2011.<em></em></p>
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		<title>DISCRIMINAZIONI ITALIANE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 00:25:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[carta dei diritti]]></category>
		<category><![CDATA[certi diritti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Certi Diritti La Commissione Europea ha condannato senza mezzi termini le ripetute discriminazioni avvenute in Italia in merito ai dinieghi di concessione e rinnovo della patente a persone LGBT, ultima quella contro Cristian Friscina. La Commissione ha affermato che &#8220;in primo luogo, non vede come l&#8217;orientamento sessuale possa rientrare tra le categorie di disturbi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Certi Diritti</p>
<p>La Commissione Europea ha condannato senza mezzi termini le ripetute discriminazioni avvenute in Italia in merito ai dinieghi di concessione e rinnovo della patente a persone LGBT, ultima quella contro Cristian Friscina. La Commissione ha affermato che &#8220;in primo luogo, non vede come l&#8217;orientamento sessuale possa rientrare tra le categorie di disturbi menzionate&#8221; nelle direttive europee &#8220;e, in secondo luogo, non riesce a capire il collegamento tra l&#8217;orientamento sessuale e un&#8217;eventuale incapacità funzionale di guidare un veicolo. Inviterà pertanto le autorità italiane a chiarire la loro posizione sull&#8217;argomento&#8221;. Inoltre &#8220;la Commissione desidera ribadire il suo impegno deciso a contrastare l&#8217;omofobia e la discriminazione basata sulle tendenze sessuali avvalendosi appieno delle competenze conferitele in materia dai trattati. A tale proposito la Commissione ha spiegato che è sua priorità garantire che le norme nei singoli paesi dell’Unione si conformino totalmente alla Carta dei diritti fondamentali dell&#8217;Unione europea, “nello specifico all&#8217;articolo 21 della stessa, che vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale”.<span id="more-40005"></span></p>
<p>L&#8217;Associazione Radicale Certi Diritti si augura che le autorità italiane vogliano finalmente smettere ogni discriminazione contro le persone LGBT, spesso costrette a vivere costanti umiliazioni senza poterle denunciare o rendere pubbliche.</p>
<p>Bruxelles-Roma, 6 settembre 2011</p>
<p>Al seguente link il testo integrale della risposta della Commissione Europea:<br />
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=WQ&#038;reference=E-2011-005015&#038;language=IT</p>
<p>Per ricevere la NewsLetter dell&#8217;Associazione Radicale Certi Diritti: http://www.certidiritti.it/newsletter/newsletter</p>
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		<title>GIUDICI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 08:50:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[giudice marcus]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Angelo Pezzana Immigrato in Israele nel 1978 dall’Inghilterra, Philip Marcus viene nominato giudice al Tribunale per la famiglia nel 1995. La sua nomina doveva scadere fra dieci anni, nel 2021, ma il giudice Philip Marcus ha dato le dimissioni, anche se due anni fa era candidato per una promozione al Tribunale distrettuale di Gerusalemme. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> di Angelo Pezzana</p>
<p>Immigrato in Israele nel 1978 dall’Inghilterra, Philip Marcus viene nominato giudice al Tribunale per la famiglia nel 1995. La sua nomina doveva scadere fra dieci anni, nel 2021, ma il giudice Philip Marcus ha dato le dimissioni, anche se due anni fa era candidato per una promozione al Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Una decisione non comune la sua, che però ha una spiegazione nel suo comportamento. Autore di sentenze molto criticate, per la loro insensibilità e ignoranza del vivere civile, è inciampato in quella che lo ha convinto che giudicare il prossimo non era per lui la professione giusta.</p>
<p>L’accaduto potrebbe rientrare in un normale fatto di cronaca, o di malcostume giudiziario. Lo riprendiamo invece, perché aiuta a capire come funziona in Israele la difesa dei diritti umani e civili, in uno Stato che ogni tanto viene definito teocratico da chi preferisce coltivare i propri pregiudizi piuttosto che conoscere la realtà. Eccola, dunque, la teocrazia israeliana in funzione.<span id="more-39810"></span></p>
<p>Dan Goldberg ha avuto in India due gemelli, dopo un accordo con una donna che aveva accettato di prestare il proprio utero per una inseminazione artificiale con lo sperma del padre. Per poterli portare con sé in patria, Goldberg aveva bisogno di un documento legale del tribunale israeliano che autorizzasse la verifica del Dna,  a dimostrazione che era veramente il padre biologico dei bambini.</p>
<p>La pratica era nelle mani del giudice Marcus, il quale affermò che non aveva il potere legale di emettere quel documento, anche se molti giudici, con il suo stesso incarico, ne avevano emessi a decine senza sollevare problemi di alcuna natura, anche perchè quel test è un prerequisito indispensabile per la naturalizzazione in Israele dei piccoli. Marcus aggiunse che lo Stato ha il dovere di verificare che il padre non sia un pedofilo o un serial killer, avendo in più l’obbligo di far crescere i bambini quali ‘cittadini produttivi’.</p>
<p>Dan Goldberg ricorse immediatamente, ma dovette aspettare due mesi in India prima della seconda sentenza, mentre i suoi figli erano privi di cittadinanza e di assicurazione sanitaria.</p>
<p>I gruppi gay in Israele accusarono Marcus di discriminazione basata sull’orientamento sessuale, mentre l&#8217; Ombudsman definì le dichiarazioni di Marcus “ non necessarie, offensive e inappropriate”.</p>
<p>Philip Marcus soffre sicuramente di omofobia, una malattia di non facile guarigione, ma non potrà più praticarla in quanto giudice. Se è arrivato a dimettersi dieci anni prima della scadenza del mandato, deve essersi reso conto che nella società nella quale aveva deciso di vivere nel lontano 1978 non era quella che lui si era immaginato. Un padre gay non è un pedofilo né un serial killer, e i suoi bambini possono crescere con lui in una famiglia che la società e le leggi israeliane giudicano del tutto normale.</p>
<p>http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90</p>
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		<title>PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA&#8217; ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 15:54:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Intellicato]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[piero russo]]></category>
		<category><![CDATA[pregiudizi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Russo Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;. Pasquale Intellicato si trovava a casa dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Piero Russo</p>
<p>Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;.</p>
<p>Pasquale Intellicato si trovava a casa dei genitori quando ha iniziato a litigare col fratello Antonio, 36 anni,  per futili motivi. Accanto a loro c’erano anche la mamma e un terzo fratello, ignari di quel che stesse per accadere. Tra una parola e l’altra, Pasquale ha pesantemente insultato per l’ennesima volta il fratello maggiore, poi ha afferrato due coltelli da cucina e ha iniziato a colpirlo, perché l’omosessualità di Antonio gli rendeva la vita difficile e disonorava l’intera famiglia. Lo ha fatto per ben 19 volte, soprattutto all’altezza del torace. <span id="more-39696"></span>Non c’era premeditazione nel suo gesto, perché il giovane non aveva portato i coltelli con sé, ma certamente la volontà di uccidere il fratello a sangue freddo non gli è mancata.   Gli altri familiari hanno cercato di dividere i due litiganti e Pasquale ha mollato la presa ed è fuggito.<br />
Sul posto gli agenti delle volanti e i sanitari del 118, che hanno trasportato d’urgenza Antonio Intellicato agli Ospedali Riuniti di Foggia. Ancora cosciente sebbene in una pozza di sangue, la vittima ha indicato ai poliziotti il suo aggressore. Gli agenti del commissariato si sono appostati nei pressi dell’abitazione di Pasquale, che dopo quasi due ore dall’accoltellamento è ritornato in quella zona per prendere la sua Apecar e fuggire. Ma i poliziotti l’hanno arrestato e portato al carcere di Foggia. Nel ciclomotore è stato trovato uno dei due coltelli, sporco di sangue. Nel frattempo il fratello maggiore ha subito un delicatissimo intervento al torace, durato diverse ore. I medici non hanno sciolto la prognosi, le sue condizioni sono gravissime, ma pare non sia in pericolo di vita.</p>
<p>da La Repubblica, 05 agosto 2011</p>
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