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	<title>opg &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>(Nuove) vite indegne di essere vissute</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Aug 2018 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[180]]></category>
		<category><![CDATA[Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Goffman]]></category>
		<category><![CDATA[malati psichiatrici]]></category>
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		<category><![CDATA[Società psichiatrica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Vite indegne di essere vissute]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot   Alla sera abbiamo preso un paio di birre, e mangiato del chili; è stato magnifico, veramente magnifico. E non ho scordato un solo istante di essere libera.*                                                   [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Mariasole Ariot  </strong></p>
<p style="text-align: right;">Alla sera abbiamo preso un paio di birre,<br />
e mangiato del chili; è stato magnifico, veramente magnifico.<br />
E non ho scordato un solo istante di essere libera.*</p>
<p>                                                                                                                                                                                          <img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-75254" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini.jpg" alt="" width="1114" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini.jpg 1114w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-250x105.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-200x84.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/salvini-160x67.jpg 160w" sizes="(max-width: 1114px) 100vw, 1114px" /><br />
&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è novità : la legge 180 viene messa in discussione dalla sua nascita, nella sua alba dagli stessi medici, successivamente in piccole zone liminari, nei bar di periferia, tra le nuove forze di estrema destra e non solo : <em>il pazzo  è un pericolo per la società!, dovrebbe essere internato, riaprano i manicomi!</em></p>
<p>Un cicaleggio,  frastornante per chi – già stigmatizzato – ne paga le conseguenze sulla propria pelle, nei propri organi interni, ma pur sempre un cicaleggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma il cicaleggio restava un rumore di fondo avvertito solo da chi aveva l’udito troppo fine o già riempito di un vociare continuo, avvertito da corpi in lotta che lottano per riaggiudicarsi uno statuto di dignità.</p>
<p>Quando invece è un Ministro dell’Interno a dirlo pubblicamente, non si tratta più di un rumore di sottofondo ma di un sottosuolo che riappare ed esonda, un rumore dato dalla voce di chi ha voce per imporsi e cavalcare il sottovoce di chi nel lamento ha bisogno di sempre nuovi capri espiatori.</p>
<p>La società psichiatrica ha risposto. Non solo a questa dichiarazione fintamente buonista (come se a Salvini importasse delle famiglie dei malati psichiatrici e dei malati stessi), ha risposto anche ad altre dichiarazioni fatte a voce dallo stesso che dicono “<strong>esplosione di aggressioni da parte di persone affette da disturbi mentali</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(dunque i fatti degli ultimi giorni : le pistole alle finestre a sparare al migrante o alla bambina rom : malati psichiatrici?)</p>
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<p>Eppure, anche questa risposta non basta, non basterà, è necessario aprire le bocche dal basso. Perché, sfortunatamente, nel tentativo lodevole di negare le parole del Ministro degli Interni, anche la società psichiatrica cede e si contraddice. Prima afferma che forse il ministro non sa che l’Italia in questo campo è un’eccellenza, poi, nella contraddizione, chiede che piuttosto vengano dati fondi dove fondi non ce ne sono, dove i fondi sono stati tagliati e continuano a essere tagliati, dove gli operatori addetti alla salute mentale sono troppo pochi per lavorare bene, e le risorse troppo poche per accogliere e prendersi cura di chi ne ha bisogno.</p>
<p>La realtà italiana non è un’eccellenza. Eppure vi sono delle sacche di resistenza che abbracciano la prospettiva basagliana in modo onesto e civile. Mancano i soldi, e questo purtroppo crea una lacerazione tra il voler fare e il poter fare.<br />
Tagli alla sanità, e il taglio è ancor più profondo quando si ritiene che in fondo si ha a che fare con esseri umani di poche pretese, che possono accontentarsi di un pasto, 50 euro al mese per uno stage lavorativo per la reintroduzione al mondo del lavoro , farmaci, un letto, una sala del fumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo esistono ancora i legacci attorno alle sbarre del letto. Le falle del sistema sono tante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma il punto è : l’Italia più buona, per Salvini, non sarebbe quella di aiutare seriamente i servizi territoriali per permettere ai malati (specialmente a chi si affida ai servizi pubblici) cure dignitose e spazi di cura decenti, un incremento delle possibilità per i curanti di essere presenti in modo costante e continuativo. L’Italia più buona, per Salvini, è quella di retaggio fascista. Un’Italia in cui i soggetti più deboli vengono rinchiusi o fatti affondare. Un’Italia in cui quelle vite che nel programma Aktion t4 veninivano considerate indegne di essere vissute, per razza o per disabilità, vanno eliminate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo – si dirà – nessuno ha parlato di eliminare fisicamente nessuno.<br />
Ma riaprire i manicomi o gli OPG, mettere in discussione una delle poche leggi che hanno segnato un’apertura in questo paese, una fuga in avanti, un passo verso la restituzione della libertà e della soggettività a coloro ai quali era stata sottratta, non è forse, ancora una volta, l’ennesimo tentativo di questo governo di eliminazione, di epurazione?</p>
<p>Si tratti di ri-confinare o di alzare i confini, l’idea di fondo resta la stessa : un ritorno fascista e autoritario che decide come va trattato, operato chirurgicamente nell’esercizio biopolitico di un potere perverso, esseri umani a cui non dev’essere concesso il diritto di vivere una vita degna di essere vissuta.</p>
<p>*testimonianza tratta dalle note di campo di Erving Goffman per la stesura di Asylums</p>
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		<title>Je so&#8217; pazzo &#8211; un film di Andrea Canova</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/10/je-so-pazzo-un-film-andrea-canova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Canova]]></category>
		<category><![CDATA[Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[crowdfunding]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[Inbiico Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Je so' Pazzo]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Fragna]]></category>
		<category><![CDATA[opg]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[Sant'Eframo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot “Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”. Braudel &#160; Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla &#8211;  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce. Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/225573279" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”.</em></p>
<p style="text-align: right;">Braudel</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla &#8211;  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce.</p>
<p>Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia entrare nei sotterranei di un passato dimenticato e di un presente riedificato, con occhio spalancato ma con la delicatezza che non sfonda i muri ma li apre come si aprono le maglie del sottile, il <em>nuovo</em> resterebbe confinato all’invisibile.</p>
<p>Il regista Andrea Canova, realizzando il film per la giovane etichetta <a href="https://inbilicoteatro.org">Inbilico Teatro &amp; Film</a> &#8211; e con l&#8217;aiuto di una campagna di crowdfundig per sostenere le spese di post-produzione,  con un incedere largo ma in sordina, senza sovrapporsi ai rumori e alle voci del luogo ma posizionandosi dal lato della testimonianza, restituisce una visibilità per molto tempo mancata: ripercorrendo il territorio che si propone di raccontare, lo attraversa non solo nella sua dimensione spaziale, ma anche in quella temporale: è l’alternanza tra il movimento creativo dell’oggi e la staticità coatta di ciò che era ieri l’ex ospedale psichiatrico di Sant’Eframo, ora sede del collettivo <em>Je so’ pazz</em> che, occupandolo nel 2015, l’ha rifondato, dandogli una nuova possibilità di parola, di respiro, di libertà.</p>
<p>La struttura carceraria, ricavata dalle mura antiche di un vecchio monastero del ‘600, convertito in ospedale psichiatrico giudiziario nel 1978 a seguito della Legge Basaglia, e chiuso definitivamente nel 2008, è un’architettura imponente. Un’architettura abitata per anni da un mondo confinato e invisibile, in cui Michele Fragna, voce e corpo narrante che appare a tratti, nell’imprevisto della discorsività visuale, attraverso i suoi vecchi scritti poetici di ex internato, fa riemergere ciò che prima era – e ciò che prima <em>non</em> era – Sant’Eframo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Quand&#8217;anche fosse son pazzo, e allora?/Mi rimane un tanto per essere felice/ Mi rimane un tanto per le mie sofferenze/Mi rimane un tanto per dire ho un amico, per dire ti odio, ho paura/ed altro ancora/Mi rimane un tanto per dire: sono un uomo&#8221;<br />
Michele Fragna</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dove il colore predominante era il grigio, ora sono murales e tinte forti, dove prima era silenzio, ora sono risa di ragazzini che giocano a pallone, dove prima erano detriti, ora spunta un sottile strato erbaceo, dove prima era muraglia di separazione, ora è palestra di roccia, dove prima erano letti imbrattati di umori, ora c’è il suono di un violino, dove prima erano grida soffocate, il battere di cucchiai sulle sbarre, ora c’è uno strumento che suona, le voci che l’accompagnano</em>.</p>
<p>Perché un paesaggio in cui l’umanità si muove è anche questo: un paesaggio sonoro. E l’elemento sonoro è un&#8217;altra componente fondamentale del documentario che, in alcuni precisi momenti, ci riporta al precedente lavoro di Canova, <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hvBOQBEw2ec">Il vicino</a>.</em></p>
<p>Riabitare luoghi infernali (“qui ho visto l’inferno”, recita una delle testimonianze appese alle pareti), permette anche (per i “sopravvissuti” e per la memoria collettiva) la rielaborazione di un lutto: il lutto dei dimenticati, di ciò che prima faceva scarto, dei residui corporei, dei vecchi plichi ingialliti, dei frammenti di vita gettati nelle macerie. L&#8217;abbandono assoluto, l&#8217;uscita dalla scena del mondo.</p>
<p>“Vengo qui perché nel quartiere non abbiamo un campetto da calcio”, dice un bambino.</p>
<p>E come lui, nell’ex opg, oggi trova casa e senso comunitario chi altrove non riesce a costruirlo e a farne parte. L’ambulatorio medico, le aule d’insegnamento, il laboratorio di teatro, le “pizzicate”, la stanza dei violini, l’accoglienza ai migranti, le tavole rotonde, la passeggiata, lo scambio pieno della parola, il riconoscersi, l&#8217;appartenenza: una scena che esonda in fermento, che s’interroga sui nuovi significati e i vecchi significa<em>nti</em>:</p>
<p><em>“Non è che sono pazzi, sono persone normali, soltanto che hanno un piccolo problema. Se tu ti spezzi una gamba ti devono chiamare zoppo?”</em></p>
<p>Nel ricordare è sempre e necessaria anche una “perdita di ricordo”, una dimenticanza : non significa rimozione, negazione, al contrario significa dimenticare qualcosa per poter far rivivere qualcosa di nuovo.</p>
<p>Se questo è quello che il collettivo <em>Je so&#8217; pazz</em> ha fatto concretamente nei fatti, l’operazione del regista si sposta in una zona simbolica pur restando a stretto contatto con un Reale ustionante: nel documentario non si tratta solo di descrivere lo stato attuale delle cose, né solo di tenere a mente ciò che in un tempo straziante è stato: si tratta piuttosto di  questo: raccontare il Possibile.</p>
<p>Non è quindi un’operazione che si limita a denunciare e svelare ciò che non è stato fatto, ciò che non doveva farsi, ma anche e soprattutto: ciò che si può fare, ciò che si può dire. Lì, come nei tanti altrove che ancora, sfortunatamente, permangono nel mutismo.</p>
<p>Come dichiara Werner Herzog “Per una civiltà così avanzata come la nostra, essere senza immagini che siano adeguate ad essa è un difetto così grave come l’essere senza memoria”.</p>
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			</item>
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		<title>Lettera d&#8217;amore da un Opg</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/08/06/lettera-damore-da-un-opg/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2015 12:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cristiano denanni]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[opg]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristiano Denanni Mia madre beveva lo Xanax alla spina. Non era tutta in riga, ti diceva vado a letto e usciva a fare la spesa, ti diceva esco e accendeva la televisione, ti telefonava alle sei di sera e ti chiedeva stai dormendo? Mio padre invece è orgoglioso di me. Me lo dice sempre. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-55751" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/testa.jpg" alt="Testa pensante" width="640" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/testa.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/testa-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di <strong>Cristiano Denanni</strong></p>
<p>Mia madre beveva lo Xanax alla spina. Non era tutta in riga, ti diceva vado a letto e usciva a fare la spesa, ti diceva esco e accendeva la televisione, ti telefonava alle sei di sera e ti chiedeva stai dormendo?</p>
<p>Mio padre invece è orgoglioso di me. Me lo dice sempre. Da quando ero un bambino. Chissà perché le donne dicono raramente la parola orgoglioso, boh.</p>
<p>Mia madre diceva parole tutte di vocali. E si nascondeva negli angoli bui, guardava di sbieco da dietro le porte, sembrava che tutti fossero ladri, che volessero derubarla spogliarla rapirla.</p>
<p>Mio padre è orgoglioso di me. Me lo dice sempre. Da quando ero un bambino. Chissà perché.</p>
<p>Mia madre l’ho ammazzata con delle forbici in gola, qualche anno fa non ricordo quanti, un pomeriggio d’estate che il sangue e il sudore si mischiavano sul collo.</p>
<p>Mio padre è orgoglioso di me. Cioè non perché ho ammazzato mia madre, penso, non so. Però me lo dice sempre. Da quando sono un bambino. Non gli ho mai chiesto perché.</p>
<p>Io invento parole che mi piacciono. E poi le spiego a chi non sa cosa vogliono dire e le uso. Che le parole servono sennò cosa ci stanno a fare.</p>
<p>Mio padre è orgoglioso di me. Anche se non capisce tutte le parole che gli racconto. Me lo dice sempre. Da quando ero un bambino. E io mi fido.</p>
<p>Raffaella mi parlava come se io non ero matto. E mi portava a fare passeggiate, mi abbracciava quando pioveva, mi raccontava di quando era bambina, le raccontavo anch’io.</p>
<p>Io invento parole come alberopoli, che è una città fatta tutta solo di alberi. Oppure pancavola, la preferita di Raffaella, le spiegavo che è una panchina che quando ci sedevamo noi due non stava più ferma.</p>
<p>Mio padre ogni tanto lo vedo piangere. Da quando ero un bambino. Non mi dice mai perché. Però io credo che è stanco. Figurati, a volte lo sono anch’io.</p>
<p>La mia preferita è Raffaellitudine. E’ la mia pazzia per Raffaella. No non quella là. E’ quella bella, che se non c’è non ci sono nemmeno io. E’ la mia terra, il mondo insomma. Il posto dove devo andare. Il posto dove devo stare.</p>
<p>Io fino a poche settimane fa ero in un OPG, non so se sapete che cos’è, vuol dire Ospedale Psi.. qualcosa&#8230; e giustizia&#8230; o giudizioso&#8230; non ricordo&#8230; Comunque è uno di quei posti dove mettevano le persone che avevano fatto una cazzata e non potevano metterli in galera perché erano malati con la testa, matti insomma, matti. Ora li hanno chiusi, ma non è che non ci sono più matti, è che là dentro sembrava di stare in una prigione e alle volte ti torturavano quasi e poi con la scusa che sei pericoloso diventavano pericolosi quelli col camice bianco al posto tuo e avevano la scusa per non farti uscire più. Io dovrei starci ancora ma adesso sono con mio padre e sto per andare in galera anche se stanno facendoci aspettare perché non sanno bene dove stiamo meglio, in quale immondezzaio, quindi passo qualche giorno controllato dai carabinieri e assieme a mio papà, quello orgoglioso di me da quando sono un bambino anche se non so ancora perché.</p>
<p>Adesso costruisco oggetti con petali di fiori o con il fil di ferro. Sapete, quei lavori che fanno i coglioni. Ho cominciato nell’OPG. E come sempre invento parole che mi piacciono. E poi scrivo. Scrivo lettere ai morti, che tanto se le scrivo a uno vivo e poi non mi risponde ci rimango male, allora faccio che scriverle ai morti così so già come andrà a finire. Mi diverto, sapete?, più con le lettere o con le parole inventate che a fare orologi o posacenere col fil di ferro, ma il tempo passa e dicono che così costruisco qualcosa, a me non sembra di fare cose belle, e non sono nemmeno utili perché un posacenere coi petali dei fiori brucia subito, e col fil di ferro va tutta la cenere fuori, ma da tenere lì vanno bene. Io alcune cose le do a mio padre da portare a casa che in ospedale rubano spesso e poi il fil di ferro non lo posso tenere che è pericoloso è pieno di matti là dentro allora mio padre porta quelle cose a casa e le mette lì. Il mondo è pieno di cose messe lì. Anche di persone messe lì. Come me. Come tante altre, anche, che credono di essere chissà chi e invece sono solo messe lì. Io poi coi petali faccio anche quadri, come se dipingessi mettendo vicine forme diverse e colori diversi dei pezzi di fiori, tutti su fogli bianchi o su fogli di giornale dipende da cosa trova da portarmi mio padre che è orgoglioso di me e me lo dice sempre da quando sono bambino, dice sono belle le mie opere io non so cos’è un’opera però se è orgoglioso mi fido, così dicevo che coi fiori disegno cose o paesaggi, una volta ho provato a fare una faccia, la faccia di Marlon Brando che mio padre c’ha un poster a casa e me lo sono fatto portare, la faccia di Brando con tutti quei fiori sembra una pietra fatta di foglie, e la faccia di mio padre quando l’ha visto sembrava stanca.</p>
<p>Mia madre si è giocata tutto quello che aveva. Al gioco, proprio. Per quello dico giocata, mica dico per scherzare. Aveva una casa grande e l’ha venduta per una più piccola perché diceva che tanto per noi due era fin troppo e i soldi che le erano avanzati erano spariti in poco più di un anno, poi era andata in pensione e aveva preso la liquidazione, che aveva lavorato da quando aveva quattordici anni e dopo un anno i soldi erano finiti, poi si è fatta prestare un sacco di soldi da parenti amici banche e ora erano finiti da un bel po&#8217; anche quelli e andava avanti solo coi debiti, che per riuscire a pagarli si era venduta tutti i braccialetti gli orecchini gli anelli le collane l’oro l’argento e le tazze, solo che anche quelli erano finiti, e piangeva piangeva piangeva, era una donna bella quando era giovane e ragazza, io mi ricordo che vedevo delle foto di quando ero bambino abbracciato a lei e dicevo ma chi è quella sventola e poi mi accorgevo che era mia madre e chi poteva essere sennò nelle foto con me da bambino, poi era diventata vecchia e rincoglionita, ma proprio tanto, e si era rovinata la vita e l’aveva rovinata anche a me e non era neppure più bella anzi, da vecchia sembrava proprio vecchia, cioè era vecchia ma non è che sembrava più giovane come quando era più giovane ma ne dimostrava comunque sempre meno, no da vecchia ne dimostrava anche di più. Meno male che io sono cresciuto a casa della nonna e del nonno, che il nonno rompeva le palle come tutti gli altri ma mia nonna no, cioè le rompeva ma era proprio brava io le volevo bene, mia nonna al contrario di mia mamma viveva, cioè nel senso che magari faceva fatica era stanca era tutta acciaccata ma viveva, cioè nel senso che le piaceva vivere, ci teneva voglio dire, sì insomma ci siamo capiti, ci credeva, alla vita, voglio dire, ci credeva, bisogna crederci no? Infatti quando faceva le pulizie parlava ad alta voce, contava con le mani e diceva i numeri sottovoce, scendeva per fare la spesa e tornava con la pizza, cambiava le lenzuola e stendeva quelle appena lavate, le stendeva sul balcone come se era un prato, mia nonna mi portava a tagliare i capelli dalla signora di sotto che li tagliava in casa, e quando attraversavo la strada sotto casa mi guardava sempre dal balcone, d’inverno faceva il minestrone e d’estate i frullati con pesche e albicocche, e poi faceva sempre la crostata di amarene che era la mia preferita su tutto e su tutti, che quando adesso qualcuno la fa e l’assaggio dico hmmmm buonaaa… ma mi fa cagare, mia nonna le piaceva cucire, faceva l’uncinetto, mi guardava attraversare e faceva l’uncinetto, una volta ha fatto una tovaglia rotonda, copriva tutto il tavolo del salotto, quello dove facevamo i pranzi di Natale non so se mi spiego, le avevano offerto due milioni ma lei non l’aveva venduta e aveva fatto bene non era ricca anzi ma mica puoi venderti la vita come mia madre, una volta una cosa che aveva fatto con l’uncinetto l’aveva messa sopra la televisione per farci stare sopra il vaso dei fiori, eh&#8230; che la sua vita era stata lunga ma soprattutto difficile povera nonna, la guerra la fame il sud i figli il marito i nipoti la lontananza, mia nonna era sempre lì che urlava qualcosa dietro a mio nonno e mio nonno che non rispondeva, mia nonna aveva il sangue nel sangue, mia madre la cenere.</p>
<p>Mia madre diceva qualcosa ma non la capivi, le parlavi ma non ti ascoltava, prendeva le gocce e dormiva, il giorno dopo si svegliava e ti chiedeva se era giorno o era notte.</p>
<p>Sono stato sette anni nell’OPG. Ora che aspetto che il giudice decide per quale altra galera prendere la strada mi sento meglio e mi sento peggio. Perché sono a casa qualche giorno anche se i carabinieri sono qua sotto, ma fra qualche giorno dovrò tornare in prigione. Fanno bene, perché ho fatto una cosa indicibile, anche se io l’ho detta e la dico, però la gola l’ho bucata a me stesso.</p>
<p>Io in quella stanza mi sentivo solo. In quella stanza di quella prigione, mi sentivo solo. Tutti i giorni. Solo, proprio. Cioè, abbandonato. E’ brutto passare il tempo dovendo passare il tempo. Meno male che facevo quelle cose le lettere e gli oggetti, ma la vita è già finita, ne hai un mucchio ancora ma è già finita, deve solo passare, ma non è questo che deve fare la vita. Io quando ho ammazzato mia madre stavo con Raffaella da due anni, quella ragazza che dicevo prima, piccola e ben proporzionata come diceva il mio amico Riccardo, con le lentiggini e i capelli neri neri neri che si è innamorata di me anche se io non so perché e non gliel’ho mai chiesto, come l’orgoglio di mio padre. Raffaella ha quattro anni meno di me e studia Economia, cioè credo che adesso è laureata, è da sette anni che non la vedo più, quando ho ammazzato mia madre lei lo ha saputo dai suoi genitori che erano amici dei miei vicini di casa e hanno visto l’ambulanza e la polizia. Io sono entrato nell’OPG dopo qualche settimana di ospedale normale, cioè non quello per i matti perché fino ad allora non ero matto cioè nessuno pensava che ero matto nessumo mi aveva detto che ero matto. Raffaella è venuta una volta sola ma è rimasta fuori dall’OPG, mio padre ha detto che non poteva entrare o che non voleva entrare non lo so, ma se non voleva entrare perché è arrivata fino lì? Raffaella però mi ha visto da dietro quella grande porta che ha i vetri sopra, come le porte delle macchine ma più grandi, la parte sotto è tutta bianca e la parte sopra ha il vetro, e mi ricordo Raffaella dall’altra parte del vetro, forse si vergognava di me, forse mi vergognavo di me, avevamo fatto l’amore qualche giorno prima, io e Raffaella facevamo l’amore perché sennò che cazzo fai con una persona che ami lo facevamo sempre a casa sua perché a casa mia c’era mia madre, mio padre no perché se ne era andato da tantissimi anni sennò l’ammazzava lui mia madre, invece a casa di lei al mattino e a volte anche al pomeriggio non c’era nessuno, e allora quando non eravamo in giro stavamo a casa sua, ascoltavamo musica a me piacciono i Led Zeppelin e i Pink Floyd, a Raffaella di più i Pink Floyd, quando invece eravamo in giro facevamo delle passeggiate e ci tenevamo per mano e stavamo sulle panchine o nelle viuzze del centro, parlavamo di quello che ci capitava ma soprattutto di noi non era mai troppo buio quando stavo con lei, cioè non era mai come quando non so più come fare, mi manca Raffaella, anche se sono passati sette anni, perché è come se avessi buttato giù dal balcone il mondo, è come se hai una cosa sola e non la devi distruggere e io invece l’ho distrutta. Raffaella era bella e i suoi baci mi portavano dove dovevo stare, dove la vita è mia, e dove la vita è sua, Raffaella io non ho mai capito perché si è innamorata di me, io non so se sono bello anche se lei diceva sempre di sì, è che ora mi vedo matto perché mi hanno detto che sono matto e non penso più se sono bello, sono impegnato tutto a essere matto, però Raffaella è come quando c’è un temporale e piove forte e c’è vento e ci sono i tuoni e i fulmini e tu corri sul marciapiede e quando sei tutto bagnato trovi un portone aperto e entri, Raffaella è così, come quando i cani ti mordono e ti strappano la pelle ma è solo un incubo e ti svegli e vedi il comodino e la luce nella finestra, Raffaella è quella stanza lì, io ho commesso la colpa io devo pagare, ma pagare significa buttare la vita, e la vita come faccio adesso a farla?, Raffaella è l’unico motivo che mi fa sentire che ho voglia di uscire, anche se lei non so dov’è, però quando mi ha guardato dietro quella porta mi sembrava che stavo allungando un braccio verso il mio posto quello dove devo stare, il mio mondo, dove la vita è mia, dove la vita è sua, e mi facevo pena mi fanno pena tutte le cose, è la cosa più brutta quando la vita non è più tua, non hai più un posto nel mondo, ma nemmeno a casa o sotto casa o in un parco, da nessuna parte, mi fanno pena le persone che non riescono a toccare il loro mondo, però io ho la colpa io devo pagare, e invece mi fanno rabbia le persone che non hanno la colpa ma non vivono, quando non hanno buttato tutto dal balcone ma non vivono lo stesso, sono ancora più matte di me. Io in quella stanza mi sentivo solo. Tutti i giorni. Io in quella stanza mi sentivo solo. Solo. Ed è un peccato che avevo conosciuto Raffaella, perché stare da soli è brutto ma è come se non lo sai, invece avere Raffaella e buttare tutto dal balcone è come essere abbandonati, e un conto è essere soli un conto essere abbandonati, è come essere solo mezza giornata e essere solo tutto il giorno, avere Raffaella e non averla più è come essere solo tutta la vita.</p>
<p>Io una volta ho scritto una lettera a Raffaella ma non è come quelle che scrivo ai morti perché Raffaella è viva anche se non la vedo più, e allora un giorno mi sono messo nel cortile a uno di quei tavolini dove stiamo al pomeriggio quando il tempo è bello e ho scritto, mio padre diceva poi provo a fargliela avere che ne dici?, anche se non so più dove abita ma magari trovo qualche parente o qualcuno che la conosce, io però alla lettera avevo paura che non rispondeva e allora la tenevo io infatti ce l’ho ancora qui e l’ho fatta leggere solo a quello Stefano perché è venuto all’OPG tre volte e tutte e tre le volte si era messo a parlare con me, e una volta anche con mio padre, e insomma</p>
<p><em>Raffaella io ti dicevo sempre che i tuoi baci mi portavano dove dovevo stare. Raffaella io ho capito perché i tuoi baci mi portavano dove dovevo stare, dove la vita è mia, ti ricordi che te lo dicevo sempre e tu ridevi, no sorridevi, mi dicevi che si dice sorridere non ridere, io ho capito cosa mi capitava, l’ho capito adesso, la vita non è quasi mai mia, sono io siamo noi che ci stiamo dentro ma succedono tante di quelle cose e sono di tutti c’è dentro tutto, il rumore mio padre l’autostrada la musica il telegiornale la rabbia le cose che fanno bene le cose che fanno male, ma i tuoi baci mi portavano dove la vita è mia, e sai perché?, come non lo sai?, perché lì non decide il mondo lì decidiamo noi, lì non stiamo ad aspettare che si libera un posto lì il posto lo occupiamo noi, lì non siamo in balìa del mondo lì è il mondo che guarda altrove mentre noi viviamo, hai capito Raffaella?, io l’ho capito adesso che non c’è più niente da fare, adesso che non ho più niente da fare perché ho ammazzato mia madre e ho una colpa e pago stando qua dentro. Mio padre dice che quando uscirò troverò un’altra ragazza ma io ho capito anche questo che quando fai qualcosa e vedi che sei arrivato dove la vita è tua tu quel posto lo devi chiudere da tutte le parti come fanno con le opere d’arte che così non le rubano e non le graffiano e ci mettono anche la temperatura giusta perché stanno bene e non si rovinano, come fanno con i campi dove cresce il grano o la vite, si chiama la vite quella dove nasce l’uva?, e lì non ci deve mettere piede nessuno, mio padre mi aveva detto che dove l’uva fa il vino proprio buono ci sono dei cannoni che sparano verso il cielo tipo delle onde d’urto per fare allontanare le nuvole e i temporali che possono rovinarla, Raffaella i tuoi baci per me sono un posto così, che devi sparare coi cannoni per non fare avvicinare nessuno e devi mettere la temperatura guista perché l’amore sennò si affloscia o si crepa come le opere d’arte, è una questione di spazio e di tempo, io alla televisione sento sempre la parola Amore e Ti Amo e su e giù ma ho capito anche questo che dirlo non vuol dire niente che l’amore si costruisce e si spara coi cannoni se qualcosa si avvicina e se poi finisce per i cazzi suoi va bene ma se lo lasci perdere in un campo qualunque a bordo strada come ho fatto io quando ho fatto quello che ho fatto e sono finito qua dentro è perché sei uno stronzo. Mio padre dice che vuole provare a farti avere questa lettera anche se non sa nemmeno lui dove sei e dove abiti ma io gli ho detto che no la tengo io che se poi non mi rispondi sto male e allora preferisco tenerla io e se mai ti vedrò di nuovo te la darò io se ce l’ho dietro in quel momento sennò ti chiedo di aspettare e poi te la porto. Sono qua dentro perché sono un assassino e perché mi hanno detto che sono matto, cioè hanno detto un’altra parola veramente, ma vuol dire quello. Raffaella chissà dove sei e se ti sei laureata in Economia era Economia o era altro che studiavi?, e chissà se hai ancora le lentiggini, si possono non avere più le lentiggini dopo che le hai avute?, io sono un assassino e sono un matto e mi manca la vita e mi mancano i tuoi baci perché lì la vita è mia, lì la vita è amore e la vita vive poche volte nella vita ho capito anche questo e tutto il resto è prima e tutto il resto è dopo, e tutto dove non è amore sono effetti collaterali della vita, com’è che questo non lo abbiamo capito?</em></p>
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		<title>Opg, lo Stato della follia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2013 07:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Cordio]]></category>
		<category><![CDATA[opg]]></category>
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					<description><![CDATA[In Italia esistono 6 Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari), comunemente chiamati manicomi criminali. All’interno sono rinchiuse circa 1500 persone. Il documentario “Lo Stato della follia” di Francesco Cordio mostra questi luoghi, la condizione passata e presente dei sei ospedali. Nasce dai sopralluoghi negli Opg realizzati dal regista per conto della Commissione d&#8217;inchiesta sull&#8217;efficacia e l&#8217;efficienza del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Trailer de Lo Stato della follia" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/kiDmbhjCIY8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In Italia esistono 6 Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari), comunemente chiamati manicomi criminali. All’interno sono rinchiuse circa 1500 persone. <span id="more-45733"></span>Il documentario “<a href="http://www.lostatodellafollia-ilfilm.it" target="_blank">Lo Stato della follia</a>” di Francesco Cordio mostra questi luoghi, la condizione passata e presente dei sei ospedali. Nasce dai sopralluoghi negli Opg realizzati dal regista per conto della Commissione d&#8217;inchiesta sull&#8217;efficacia e l&#8217;efficienza del Servizio Sanitario Nazionale. La commissione ha fatto luce sullo stato di abbandono, degrado e non cura degli internati. Il Parlamento ha approvato una legge che stabilisce la chiusura degli Opg: ne era prevista l&#8217;applicazione entro il 2013, ma la chiusura è stata prorogata al 2014. Il film sarà proiettato a Roma il 7 giugno 2013 alle ore 22.30 presso il Cinema Aquila.</p>
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		<title>L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[abusi di potere]]></category>
		<category><![CDATA[baye lahat]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[opg]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.) Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti. Abdou [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-41349" title="baye lahat" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/baye-lahat.jpg" alt="" width="180" height="225" />di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti. Abdou Lahat Diop è chiamato Baye: ha trent&#8217;anni, sta in Italia da cinque. Abita in provincia di Oristano. O meglio, abitava. Fino al 16 dicembre. Quel giorno si appartò a pregare, lungo una strada isolata. Baye appartiene alla confraternita dei murid, il ramo sufi dell&#8217;Islam senegalese, più in particolare è un baay fall (soldato murid), che ha consacrato la sua vita a Dio. Era arrivato a uno stato estatico di unione mistica, con pratiche ascetiche di autoinduzione del dolore mediante un bastone. In quel momento è passata una pattuglia delle forze dell&#8217;ordine, che lo hanno interrotto, chiedendogli le generalità. Non sappiamo com&#8217;è andata, a quel punto, sappiamo solo che è stato immobilizzato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le proprie generalità. Il giorno successivo c&#8217;è il rito direttissimo, e il giudice ordina una perizia psichiatrica.</p>
<p><span id="more-41348"></span> Che lo giudica “incapace di intendere e di volere” e “socialmente pericoloso”. Il 9 gennaio ne viene ordinato l&#8217;internamento in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Ecco, il modo più sbrigativo per togliersi di torno problemi fastidiosi. Basta una semplice perizia frettolosa, senza nessuna garanzia per l&#8217;osservato, come questa perizia che dal Comitato per l&#8217;abolizione degli Opg definiscono “ingiusta e piena di contraddizioni”, per internare qualcuno in un luogo che continua a essere un vero e proprio manicomio. Non si può dire nemmeno che si tratti di un manicomio “criminale”, perché il concetto di “pericolosità sociale” non implica aver commesso un reato. Abdou, se ha commesso un reato, può essere stato quello di resistenza a pubblico ufficiale. E&#8217; per quello, eventualmente, che dovrebbe essere giudicato. Invece è finito in un girone infernale, scontando un regime di doppia segregazione: perché “folle” e perché “nero”. E&#8217; il suo essere incomprensibile allo sguardo che l&#8217;ha giudicato ad averne fatto un “matto” da internare (disse Franco Basaglia: “Il manicomio ha la sua ragione d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale”). E quell&#8217;incomprensibilità è dovuta a una differenza culturale che nessuno, né il giudice, né il perito psichiatrico (non risulta ci fossero nemmeno un interprete né un mediatore culturale), ha sentito il dovere di prendere in considerazione. Abdou è stato &#8220;sovrascritto&#8221; da una sentenza, che ne ha ordinato la chiusura nell&#8217;Opg di Aversa. E gli Opg sono un vero e proprio orrore, ormai lo sappiamo. Quantomeno lo dovremmo tutti sapere, almeno dopo le conclusioni della commissione d&#8217;inchiesta parlamentare, presieduta da Ignazio Marino (e approvate all&#8217;unanimità), e fatte conoscere al pubblico da una puntata di Presa Diretta. Se non l&#8217;avete vista, guardatelo e inorridite: per esempio sul <a href="http://www.stopopg.it/">sito</a> del Comitato. Che adesso si sta impegnando, come dicevo, nella campagna per la liberazione di Abdou: la sentenza del magistrato è fuori della legalità, secondo il comitato, perché non ha rispettato le sentenze della corte costituzionale che privilegiano l&#8217;accoglienza, la cura e l&#8217;accesso alle misure alternative. E questo accade troppo spesso. Lo stesso presidente della repubblica ha detto che questa è una situazione intollerabile, e che occorre restituire alla libertà e ai percorsi individualizzati di cura molte persone chiuse lì dentro per nessun motivo. Tocca al governo, dice il comitato, farsi carico della soluzione di questo orrendo problema. E tocca a noi non girarci dall&#8217;altra parte.</p>
<p>(pubblicato su l&#8217;Unità, 14/1/2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
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