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	<title>opinione pubblica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 12:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Da qualche mese, sopratutto sui social network, è più visibile e più diffusa la condanna dello sterminio dei palestinesi in atto a Gaza. Perché è stato difficile parlarne prima? Perché per alcuni è ancora difficile parlarne?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-114991 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg" alt="" width="768" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Quando quello che sta succedendo sarà abbastanza lontano nel tempo, tutti si chiederanno sbigottiti come mai si è permesso che accadesse.</p>
<p style="text-align: right;">Omar El Akkad</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: right;">Jean-Pierre Filiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le corporazioni di artisti, scrittori, docenti universitari: un caso di studio</em></p>
<p>Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di <em>complicità</em> al genocidio<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto<strong>, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico</strong>. Per parte mia, ho guardato a questo fenomeno con un misto di disincanto e d’incredulità. Ciò che conoscevo della storia europea, e del ruolo che le cerchie artistiche e intellettuali vi hanno giocato, mi portava ad <em>attendermi</em> un certo comportamento, ma nello stesso tempo lo osservavo incredulo. Come ora osservo incredulo il mutamento di tendenza, palpabilissimo sui social network.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ragioni del silenzio</em></p>
<p>Perché – ci si chiede spesso <em>negli ultimi tempi soprattutto sui social</em> – gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali (non si usa quasi più), i docenti universitari non parlano di Gaza, non prendono posizione su Gaza, non si esprimono contro la politica Israeliana, non denunciano il genocidio? Un genocidio in atto o, per i più prudenti, il rischio di genocidio in atto, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno l’occasione di prendere la parola in pubblico. Soprattutto se appartengono a paesi, i cui responsabili politici potrebbero intervenire sulla situazione, facendo pressione su Israele, bloccando la vendita di armi, ecc. Soprattutto se in qualche momento della loro vita pubblica o persino privata si sono dichiarati sensibili a questioni come il rispetto degli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dalla loro origine etnica o dalle loro pratiche religiose o dalle scelte politiche, ecc. Ci sono, in teoria almeno, diverse ragioni perché gli scrittori, artisti, ecc. “progressisti”, avrebbero dovuto reagire pubblicamente, o almeno sulle loro bacheche social, di fronte a quanto abbiamo visto accadere a Gaza già nei mesi immediatamente seguenti al 7 ottobre. Dico, <em>in teoria</em>, perché da un po’ di anni a questa parte, e specialmente negli ultimi due anni, tutte le convinzioni, le opinioni sul mondo, che i “progressisti” avevano sono state messe a dura prova. I progressisti, infatti, hanno costruito le loro idee non su ingenue concezioni del mondo, ma su principi che si trovano anche alla base delle carte istituzionali dei paesi a cui appartengono, alla base di valori trasmessi dai loro sistemi pubblici d’istruzione, alla base delle istituzioni nazionali e internazionali che, soprattutto in occidente, rivendicano orgogliosamente una loro diversità, se non superiorità, rispetto a principi che agiscono in altre culture, in altri paesi, in altri regimi non-occidentali. Ebbene, un movimento profondo che tocca simultaneamente le mentalità dei cittadini occidentali come le loro istituzioni, le forme del discorso come le forme di vita, ha creato una divergenza sempre più evidente tra quello che i regimi politici e istituzionali fanno, da un lato, e quello che, fino a un po’ di tempo fa, <em>avrebbero dovuto fare</em>, in quanto eredi di tutta una serie di principi “progressisti”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Un marxista ribatterà: “Ma questa divergenza c’è sempre stata!” È probabilmente vero, anche perché i principi “progressisti” di un marxista non sono gli stessi di un socialdemocratico, ecc. Ma la novità di questa fase storica, è che la divergenza non avviene in seno a concezioni concorrenti di un modello sociale, ma proprio all’interno del DNA progressista comune a tutto il mondo cosiddetto occidentale (e si consideri l’arco che va dal Nord America al Giappone), almeno dal dopoguerra in poi.</p>
<p>Questa divergenza, per chi ne ha preso consapevolezza, dovrebbe di conseguenza riguardare anche le modalità di comportamento di quella provincia ristretta, ma non irrilevante, costituita dalle cerchie di artisti, scrittori, ecc., nei vari paesi occidentali. Anche qui le tendenze di fondo si sono fatte sentire. Anche qui “l’incrollabilità” di determinati principi è divenuta molto relativa: più del principio conta il consenso, conta la fluttuante opinione pubblica, che incide sul <em>pubblico</em> di questi stessi artisti e scrittori. Sono universi di valore divergenti, funzionanti secondo logiche diverse, che sono giunti violentemente a confronto. È più urgente difendere il rispetto della persona umana o il consenso del pubblico nei confronti della propria opera, eventualmente del proprio “brand” autoriale? Credo che potremmo azzardarci a formulare una legge non gloriosa, ma abbastanza realistica: <strong>“più il capitale d’interesse e simpatia del pubblico” è grande per un autore – e, quindi, più le sue prese di posizione pubbliche hanno visibilità –, meno questo autore si sentirà autorizzato a rischiare una perdita di questo capitale, formulando posizioni di minoranza, facilmente contestabili rispetto alle tendenze dell’opinione pubblica</strong>. I principi che riguardano il rispetto della persona umana sono senza dubbio condivisibili, ma oggi persino il presidente della superpotenza mondiale li mette in discussione. Quindi perché mai la responsabilità di difenderli dovrebbe ricadere sulle fragili spalle dell’autore, che si è guadagnato con grande fatica un capitale di consenso tra i lettori? Logiche neoliberiste di incremento del capitale simbolico e logiche umanistiche di difesa di “astratti” valori universali si combattono, con esiti che possono andare dal tiepido compromesso alla resa più incondizionata di fronte alla concretezza dei vantaggi forniti dalla preservazione del consenso.</p>
<p><strong>Ma se anche ci basiamo, con occhio sociologico e retrospettivo, sul comportamento di artisti, scrittori, intellettuali nel corso del Novecento, non c’è nessuna ragione per pensare che queste cerchie della società, di fronte a scelte personali difficili, siano più propense a prendere rischi rispetto ad altre cerchie sociali</strong>. Anzi, ogniqualvolta queste persone, in virtù delle loro competenze e talenti, hanno acquisito ruoli eminenti (“ufficiali”), appare più evidente la loro incapacità di metterli in pericolo. Più sono celebri e inseriti nelle diverse istituzioni culturali, più autori, artisti e intellettuali hanno qualcosa da perdere, andando contro le opinioni della maggioranza o di governi poco democratici se non apertamente autoritari. Quindi il loro “conformismo” ha fatto scuola. È un dato, purtroppo largamente acquisito, che si è ampiamente verificato anche oggi in occasione del conflitto tra Israele e la popolazione palestinese. Conflitto che, nato come reazione a un terribile attacco terroristico, si è poi trasformato in una rappresaglia militare contro una popolazione intera, e ha proseguito in questa direzione, imboccando la strada macabra e infame di uno sterminio di popolo.</p>
<p>Insomma, io stesso in gioventù, leggendo Sartre, Fanon, Anders, Fortini, ci ho creduto. Ma non ci credo più da un pezzo: artisti, intellettuali, accademici, scrittori <em>non sono di per sé la coscienza di un bel nulla</em>, certamente non della società. Sono, semmai, soggetti più di altre categorie sociali, al <em>conformismo</em>, con tutto quel condimento d’ipocrisia e viltà che esso si porta dietro. Questo non è un fatto di cui scandalizzarsi – lo sapevamo –, ma un dato di cui ancora una volta prendere atto.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per chi era inevitabile parlare</em></p>
<p>Quanto scritto fino a ora, non vuole però sostenere che <em>tutti</em> gli scrittori e artisti sono conformisti, né che la loro voce è irrilevante. In Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, e persino all’interno di Israele, si sono levate tempestivamente voci per denunciare quello che stava accadendo a Gaza, per situarlo in un preciso contesto storico, per mostrare come esso contrastasse con la maggior parte dei principi che dovrebbero cementare le nostre società. Queste voci costituivano, però, nel coro mediatico, una minoranza, e in molti casi hanno subito attacchi molto forti, anche perché giungevano da persone interne a una certa “ufficialità”. Assieme a queste voci si sono fatte sentire, accompagnate da azioni di vario tipo (manifestazioni, presidi, occupazioni), quelle di coloro che non avevano né arte né parte: gli studenti liceali e soprattutto universitari. <strong>E in modo inequivocabile gli studenti senza arte né parte, con la loro voce anonima, hanno dato una lezione ai loro padri, alle grandi firme del mondo accademico. “</strong>Ma come – dicevano questi studenti – ci avete rintronato le orecchie dalle scuole elementari con i valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia, dell’autonomia dei popoli, della pericolosità del razzismo, della sacralità dei diritti umani, e ora di fronte a bombardamenti di case, luoghi religiosi, scuole, università, ospedali, campi profughi, civili, fate finta di niente? Dite che tutto questo è legittimo, tollerabile?”</p>
<p>*</p>
<p>Provo a parlare ora al di fuori della “generalità”, per aggiungere una riflessione che tenga conto anche della mia diretta esperienza personale. Io faccio parte di quelli che hanno sentito l’esigenza di parlare molto presto di quanto si stava delineando all’orizzonte di Gaza, in seguito al 7 ottobre. Ho deciso di farlo pubblicamente, nel modo più inequivocabile possibile, ossia su un blog pubblico, e non solo sulla mia bacheca social. Non faccio parte di nessun ufficialità letteraria, pur essendo scrittore, né di nessuna ufficialità accademica, pur essendo un ricercatore (senza cattedra). Quindi non ho meriti particolari per averlo fatto. Insomma, non mi muovevo in una zona di “grande visibilità”. L’unico merito che rivendico è quello della <em>coerenza</em>. Sono uno scrittore che sostiene l’importanza di una <em>visione politica sul mondo</em>, anche se questo non si traduce per forza in qualche forma riconoscibile di letteratura impegnata, e quindi era inevitabile che quanto stava succedendo a Gaza m’interpellasse, e mettesse in secondo piano progetti e scritture “letterarie”. Con questo non intendo dire che la scrittura letteraria dovrebbe tacere di fronte al genocidio di Gaza; dico solo che, per me, era inevitabile scrivere su Gaza, perché c’era qualcosa di abnorme in corso. E siccome la scrittura è per me una forma di esplorazione, di ricerca (anche documentaria) e di tentativo di comprensione, era necessario farlo, per uscire dalla paralisi intellettuale e dall’effetto oscurante della propaganda mediatica.</p>
<p>La difficoltà di scrivere su quanto stava accadendo a Gaza, già nelle settimane seguenti al 7 ottobre, credo che sia dipesa innanzitutto dall’impossibilità di abbordare il discorso su un piano esclusivamente umanitario. Qualcuno ha anche tentato di farlo, ma con scarsa efficacia analitica. Il conflitto tra Israele e Gaza esigeva, come esige tutt’ora, di essere affrontato attraverso una prospettiva <em>politica</em>, ossia di parte. Questa prospettiva non implica la negazione dei principi “progressisti” di cui ho parlato precedentemente, né di quelli del diritto internazionale, che quei principi tentano di rendere concreti nella realtà. La prospettiva politica semplicemente richiede la consapevolezza di entrare in un dibattito in cui, pur non essendo né palestinesi né israeliani né membri delle due diaspore (nel mio caso), quello che si dice, <em>prende partito</em> inevitabilmente, e si presta quindi alla contestazione e all’attacco di uno dei soggetti in causa. Accettare di parlare in una prospettiva politica significa perdere la neutralità, che un giudice <em>super partes</em> potrebbe avere, e significa perdere quel consenso che una semplice difesa di un astratto principio morale garantirebbe. E non solo l’autore di un tale discorso si rende vulnerabile rispetto a contestazioni e attacchi di qualcheduna della parti coinvolte nello scontro, ma anche si espone al proprio <em>errore</em>, insito in ogni risposta <em>politica</em>.</p>
<p>Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">primo pezzo</a> che ho dedicato, qui su Nazione Indiana, agli eventi di Gaza (16 ottobre 2023), scrivevo, ad esempio, questa frase: “Israele potrebbe al limite ammazzare <em>tutti i membri </em>di Hamas, e con essi un numero enorme di “vittime collaterali” innocenti, ma non potrà comunque <em>sterminare tutti i palestinesi</em>. Questo gli stessi cittadini israeliani (la maggior parte di essi) alla fine non lo permetterebbero”. Non so cosa significhi “alla fine”, ma è chiaro come sia stato ingenuo e poco realistico. Per più di un anno e mezzo, solo una <em>minoranza</em> coraggiosa di israeliani si è opposta veramente alla politica di sterminio che il governo ha reso sempre più evidente con il passare di mesi e la crescita delle vittime civili.</p>
<p>Vengo ora alle conclusioni. Scrivere pubblicamente <em>contro</em> un’opinione di maggioranza, e in un contesto di propaganda bellica, comporta sempre dei rischi per chi lo fa. Ma questi rischi sono proporzionali alla visibilità, all’ufficialità di chi scrive. La bancarotta morale e politica degli Stati Uniti, dell’Europa e di tutto l’Occidente è non solo palese, ma irreversibile. In questa bancarotta, sono coinvolti <em>anche</em> i settori culturali, oltreché quelli politici e giornalistici. Per quanto riguarda artisti, scrittori, studiosi, più vergognosi sono stati i silenzi, le prudenze, i ritardi, di coloro che, in tempi ordinari, <em>rivendicano</em> una visione politica della scrittura o, comunque, si rifanno spesso ai principi “progressisti”, largamente condivisi. Non biasimo né gli scrittori <em>impolitici</em> né quelli <em>radicalmente pessimisti</em>, che non credono nei principi “progressisti”, senza per questo aderire a qualche forma di fascismo o di ideologia reazionaria. Il loro silenzio, condivisibile o no, è quanto meno <em>coerente</em>. Lo è molto di meno quello di coloro che amano parlare di “morale”, “umanità”, “bellezza”, ecc., o di temi più <em>politici</em> come “uguaglianza”, “classe”, “femminismo”, “ecologia”, ecc.</p>
<p>È molto interessante, infine, da un punto di vista sociologico, vedere l’evoluzione delle opinioni e dei comportamenti intellettuali di maggioranza. A partire da quando, la gente, sui social, comincia davvero a interessarsi al destino dei Palestinesi e alle malefatte dell’esercito israeliano? A partire da quale momento, da quale sommovimento collettivo in parte inconsapevole si mettono like su certi interventi e si condividono certi articoli?</p>
<p>Sarebbe interessante studiare le bacheche di scrittori e scrittrici “ufficiali”, ma anche di quelli più “politici”, per vedere come il discorso “social” è progressivamente evoluto. Io ho fatto una piccola ricognizione sulla mia bacheca Facebook, per quel poco che un tale conteggio abbia di significativo.</p>
<p>Il mio primo articolo sulla vicenda è del 17 ottobre, e nasce come risposta a un articolo di Paolo Giordano apparso il 9 ottobre sul “Corriere della Sera”. S’intitola <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/"><em>La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas</em></a>. Giordano, dalla sua posizione “ufficiale” di romanziere popolare e di editorialista del “Corriere”, fornisce un tipico tassello al discorso di propaganda: la strage di civili realizzata da Hamas è il colmo dell’orrore, e non ha alcun senso inserirla in un contesto storico-politico. (Più di un anno dopo, ho ritrovato la firma dello stesso Giordano sotto un appello formulato da Paola Caridi e altri, dal titolo “L’ultimo Giorno di Gaza 9 maggio – L’Europa contro il Genocidio”. Cambiare idea e posizione è spesso un buon segno, ma chissà se, nel caso di Giordano, ciò si è accompagnato a un’autocritica pubblica.)</p>
<p>Comunque, pubblicato sulla mia bacheca FB, il post riceve 39 like e 10 condivisioni. Un’adesione stranamente generosa, rispetto ad altri articoli miei linkati nei mesi successivi. 15 dicembre 2023, condivido un <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/141223/de-quel-colonialisme-israel-est-il-le-nom">importante articolo di Mediapart</a> sulle caratteristiche specifiche del colonialismo israeliano, un articolo che raccoglie testimonianze di vari specialisti, e che presenta la questione come sottoposta a dibattito; come al solito accompagno l’articolo con un commento per contestualizzare, e con la traduzione di un passaggio: nessun like. 8 dicembre 2023, condivido un mio lungo articolo apparso su NI intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/"><em>La trappola e il diniego: riflessioni a margine della guerra</em></a>; 6 like. 1 maggio 2024, condivido un altro mio intervento <em>La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca</em>; 4 like. 17 dicembre 2024, è la volta di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/"><em>Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler</em></a>;16 like e 1 condivisione. In tutt’altro contesto di “dibattito social”, uno dei miei ultimi post molto informativi sulla questione (l’annuncio di Macron di riconoscere la Palestina come Stato di fronte all’ONU) ha ricevuto 104 like e 10 condivisioni.</p>
<p>Certo, sappiamo ormai che Facebook in particolare ha operato fino a una certa data lo shadowban, ossia una politica di moderazione non esplicita, diretta a rendere meno visibili certi contenuti. Ma trovo comunque interessante riflettere sul modo in cui la “bolla” culturale (scrittori, artisti, ecc.) ha funzionato durante tutti questi mesi, e in termini non solo di consapevoli scelte individuali, ma anche di meccanismi collettivi meno evidenti.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine interna: manifestazione di studenti a Philadelphia per il cessate il fuoco.</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questo discorso avrebbe senso anche se sostituissimo il termine “genocidio” con “massacri a tappeto” e “crimini contro l’umanità”. Io per primo, senza mai denigrarne l’uso, sono stato riluttante a impiegarlo nel suo senso “giuridico”, per semplice rispetto nei confronti della memoria dello sterminio degli ebrei d&#8217;Europa da parte dei nazifascisti. Dopo che il parlamento israeliano ha votato a fine ottobre (2024) le leggi per smantellare le attività dell’UNRWA a Gaza, cominciando a strangolare il già limitato arrivo di cibo, medicinali e acqua, ne faccio uso convintamente.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Si potrebbe benissimo fare un discorso sull’inerzia e il cinismo del mondo arabo, ma non ne faccio parte e lascio a chi lo conosce meglio di me questo compito.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ho parlato di questo movimento di fondo, che giunge a compimento con l’era Trump 2, attraverso le analisi realizzate già venticinque anni fa da uno studioso di formazione marxista come Giovanni Arrighi: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/11/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-2-la-guerra-alla-scienza-e-al-giornalismo/">Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo | NAZIONE INDIANA</a></p>
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			</item>
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		<title>Per la sospensione dell&#8217;accordo UE-Israele</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/11/per-la-sospensione-dellaccordo-ue-israele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 07:04:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[accordo di associazione UE-Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[opinione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Oggi, una delle leve più potenti per agire su Israele e tentare di bloccare la pulizia etnica a Gaza e le continue aggressioni in Cisgiordania è nelle mani dell’Unione Europea. Si tratta dell’Accordo di associazione UE-Israele. Secondo Eurostat, l'Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele e rappresenta circa il 32 per cento del suo commercio totale di beni nel 2024.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>All’incontro parigino su Gaza, organizzato mercoledì sera dal sito d’informazione indipendente Mediapart, uno dei temi principali era “l’impunità di Israele”. Tema non solo giuridico, ma immediatamente politico. Cosa è possibile fare contro un governo genocidario, innanzitutto per arrestare la sua azione criminale? Oggi, una delle leve più potenti per agire su Israele e tentare di bloccare la pulizia etnica a Gaza e le continue aggressioni in Cisgiordania è nelle mani dell’Unione Europea. Si tratta dell’Accordo di associazione UE-Israele. Esso costituisce la base giuridica delle relazioni commerciali dell&#8217;UE con Israele ed è entrato in vigore nel giugno 2000. Secondo Eurostat, l&#8217;Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele e rappresenta circa il 32 per cento del suo commercio totale di beni nel 2024. Sospendere l’accordo, significherebbe colpire pesantemente l’economia israeliana. Ora, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si riuniranno a Bruxelles il 15 luglio per decidere se sospendere questo accordo con Israele. Per ora la pressione dei negazionisti fa sì che sia a livello di parlamenti nazionali che a livello europeo, non si arrivi a nessuna decisione efficace. Tutte le estreme destre, ovviamente, stanno approfittando di questa magnifica occasione per “ripulire” il loro passato antisemita e rinvigorire l’islamofobia e il razzismo antiarabo, grazie ai quali campano oggi elettoralmente. Quello che l’opinione pubblica può fare è accentuare il più possibile la grottesca dissociazione tra ciò che viene detto e pensato dai cittadini e quello che i loro “rappresentanti” sostengono.</p>
<p><a href="https://www.amnesty.it/laccordo-ue-israele-va-sospeso-ora/">Un articolo è apparso ieri</a> sul sito di Amnesty International, che reclama la sospensione dell&#8217;accordo. In esso, si dice:<br />
“Quando i ministri degli Esteri si incontreranno, la prossima settimana, ci potrà essere una sola conclusione: sospendere l’accordo. Qualsiasi altra decisione rappresenterebbe un via libera a Israele per proseguire il suo genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, la sua presenza illegale nell’intero Territorio palestinese occupato e il suo sistema di apartheid contro tutte le persone palestinesi sulle quali esercita controllo. (&#8230;)<br />
L’Unione europea e i suoi stati membri hanno l’obbligo di vietare ogni forma di commercio e investimento che possa contribuire a queste gravi violazioni. Ogni giorno in cui l’Unione europea continua a non agire aumenta il rischio di complicità con le azioni di Israele. (&#8230;)<br />
Il 15 luglio i ministri degli Esteri dell’Unione europea dovrebbero votare su una serie di possibili misure tra cui la sospensione integrale dell’accordo, la sospensione delle sue disposizioni in materia commerciale e/o scientifica, l’imposizione di sanzioni nei confronti di funzionari israeliani coinvolti in crimini internazionali e/o di coloni e un embargo sulle armi. Amnesty International si è unita a 186 organizzazioni per i diritti umani, umanitarie e sindacali per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele.&#8221;<br />
Tra le organizzazioni firmatarie: International Federation for Human Rights – FIDH, Jewish Call for Peace, Pax Christi International, Unión General de Trabajadores spagnola e la CGT francese, Women’s International League for Peace and Freedom, European Jews for Palestine, Human Rights Watch, Medici per la Pace…</p>
<p>P.s.<br />
Ieri sera, verso le 20, è stata diffusa questa notizia (dal sito euro.news): &#8220;L&#8217;Unione europea ha negoziato un miglioramento &#8220;significativo&#8221; dell&#8217;ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, compreso un aumento dei camion di cibo, e un accordo per &#8220;proteggere la vita degli operatori umanitari&#8221;. Lo ha annunciato giovedì l&#8217;Alta rappresentante dell&#8217;Ue Kaja Kallas.<br />
I passi concordati includono la consegna a Gaza di prodotti alimentari e non alimentari in quantità &#8220;significative&#8221;, la riapertura dei passaggi attraverso le rotte giordane ed egiziane per gli aiuti e la possibilità di distribuire forniture alimentari attraverso panetterie e cucine pubbliche in tutta l&#8217;enclave, secondo una dichiarazione rilasciata da Kallas.<br />
Il piano prevede anche la ripresa delle forniture di carburante per le strutture umanitarie, la riparazione e la facilitazione dei lavori sulle infrastrutture vitali, come l&#8217;impianto di desalinizzazione dell&#8217;acqua rimasto senza energia elettrica.&#8221;<br />
Questa notizia conferma quanto Israele sia &#8220;sensibile&#8221; all&#8217;accordo commerciale con l&#8217;UE, a tal punto da aver fatto delle concessioni, con l&#8217;obiettivo di sventare il rischio di sanzioni importanti, che potrebbero essere decise il 15 luglio.</p>
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		<title>Pace a responsabilità limitata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 08:00:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crimini commessi contro l'umanità]]></category>
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					<description><![CDATA[da «il Fatto Quotidiano» &#8211; giovedì 24 marzo 2011 Ancor più dell’intervento militare, sconcerta la noncuranza con cui siamo disposti ad affrontare una crisi che sconta l’ennesimo fallimento delle politiche nazionali di Evelina Santangelo In Sicilia, il secondo giorno dell’operazione «Odissea all’alba», una pacifica domenica semiprimaverile. Ma sarebbe bastato affacciarsi da qualche terrazza lontana dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano» &#8211; giovedì 24 marzo 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><em>Ancor più dell’intervento militare, sconcerta la noncuranza con cui siamo disposti ad affrontare una crisi che sconta l’ennesimo fallimento delle politiche nazionali</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
In Sicilia, il secondo giorno dell’operazione «Odissea all’alba», una pacifica domenica semiprimaverile. Ma sarebbe bastato affacciarsi da qualche terrazza lontana dai rumori della strada per sentire il rombo ininterrotto degli aerei militari attraversare il cielo. Così, dopo aver udito per tutta la mattina quel rombo, si poteva rischiare di sentirsi come i non-rinoceronti nel Rinoceronte di Ionesco in cui non si sa più chi abbia ragione tra quanti galoppano sfrenatamente inconsapevoli (o consapevoli di un altro ordine) e chi patisce un tale senso di alterazione percettiva da sognare esso stesso di trasformarsi in rinoceronte e, per esempio, non sentirlo affatto il rombo degli aerei, con tutto quel che ne consegue.</p>
<p><span id="more-38523"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«E se fossero loro ad avere ragione»</strong>, si chiede il protagonista del Rinoceronte di Ionesco. Proprio su questo ordine di «ragioni» vorrei soffermarmi oggi che non sono più nemmeno così certi gli obiettivi umanitari giustamente evocati dal presidente Napolitano. Il punto infatti è anche come, con che animo si affronta un’operazione militare destinata ad avere costi altissimi, e come si è affrontato quel che è accaduto finora, quando le rivolte hanno reso evidente la natura di quei poteri dispotici o totalitari, mentre le ritorsioni sulla popolazione hanno chiamato in causa direttamente le nostre coscienze di cittadini i cui governi hanno firmato trattati internazionali per la salvaguardia dei diritti umani, salvo poi disattenderli all’occorrenza, e in modo plateale. Anche in questa «platealità» si annidano le nostre colpe. Le colpe di un’opinione pubblica connivente con il gretto, ottuso, rovinoso pragmatismo di governanti che si dimostrano ogni giorno più mediocri. Le colpe di un’opinione pubblica che si beve tutto, le più ridicole menzogne, le peggiori ipocrisie, in nome di mire fameliche, interessi di bottega, salvo poi gridare all&#8217;invasione dinanzi a tutta un&#8217;umanità in fuga. Per questo, credo sia arrivato davvero il momento di assumerci le nostre responsabilità proprio in quanto opinione pubblica dotata di un potere preciso, il potere di giudicare la classi politiche (degli organismi nazionali o internazionale) che, proprio in questa occasione, hanno dimostrato tutta la loro cecità. Non solo perché ci hanno convinti che il più asfittico pragmatismo ci avrebbe messo al riparo da ogni pericolo, ma anche perché dinanzi all’inatteso, o a quello che non sono state in grado nemmeno di subdorare (le rivolte nordafricane di genti esasperate), hanno continuato e continuano a scegliere quello stesso pragmatismo famelico di cui quell’umanità in fuga è solo il segno più tangibile.<br />
Siamo arrivati al punto, noi italiani, ad esempio, di trovare accettabile la bestemmia che si potesse non disturbare l’amico massacratore, in quanto amico e in quanto massacratore-garante della pulizia dei mari e delle coste contro quelle genti che sono state definite da lui stesso «ratti» (e, implicitamente, anche da noi!) E tutto questo, perché ci fanno più paura i profughi e la messa in discussione dei nostri accordi economici (il mai decaduto Trattato di Amicizia) che i bombardamenti sulla Libia compiuti da chiunque&#8230; Né l’essere contrari all’intervento armato è garanzia di una cultura diversa. La Lega docet.<br />
Per questa ragione, quello che sconcerta oggi, prima ancora che l’intervento militare, è la noncuranza o la sollecitudine tutta interessata con cui ci siamo disposti ad affrontare questa crisi in cui si paga lo scotto di un fallimento, l’ennesimo fallimento di politiche nazionali e internazionali (i profughi sono tutti lì, il caos regna sovrano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è un fallimento,</strong> non in nome di un pacifismo di principio, ma in nome di quella civiltà, di quel nuovo umanesimo – fatto di un sentimento di radicale corresponsabilità rispetto ai crimini commessi contro l’umanità tutta – su cui, all’indomani degli orrori del Novecento, si è cercato di fondare il senso di appartenenza alla comunità internazionale in un mondo più sicuro. Mentre oggi sembra prevalere un generalizzato senso di irresponsabilità praticato con metodo, in ossequio a una visione della libertà e dei diritti privatistica, una visione in cui i profughi appunto fanno più paura della violazione di quel diritto delle genti che è poi il nostro-comune-diritto all’incolumità contro l’arroganza e l’abuso di qualsiasi potere.<br />
Se tutto ciò troppo spesso non accade, come mi potrebbe rispondere qualche campione della realpolitik (e oggi in giro ce ne sono di grettissimi resi forti dal consenso di cui godono), se tutto ciò ha tanto l’aria di un’aspirazione utopica (come quella che si legge nel preambolo dell’Onu: «Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra&#8230; a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell&#8217;uomo&#8230;»), non significa affatto che l’opinione pubblica non debba pretendere il rispetto di queste aspirazioni, costringendo il potere politico a scelte il più possibile conseguenti anche al di là dei più immediati interessi nazionali. È nostro dovere e nostra responsabilità farlo, ne va del nostro destino, se non vogliamo accettare di vivere in un mondo di rinoceronti privati del potere di giudizio al punto da non vedere e non sentire quel che ci accade intorno. Anche perché, i risvegli, in questi casi sono amarissimi.</p>
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