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	<title>ordinanze anti-bivacco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Odiare i poveri: quando l&#8217;indifferenza non basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 06:25:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Questo articolo è apparso sul numero 2 di &#8220;alfabeta2&#8221;, in edicola e nelle librerie dal 17 settembre.] di Andrea Inglese Vi è un passo nel romanzo la Nave morta di B. Traven, ambientato nel primo dopoguerra del secolo scorso, in cui è evocato l’ordinario disprezzo che circola tra coloro che occupano gli ultimi gradini della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/16/sommario-del-n°-2-settembre-2010/">numero 2</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a>, in edicola e nelle librerie dal 17 settembre.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un passo nel romanzo la <em>Nave morta</em> di B. Traven, ambientato nel primo dopoguerra del secolo scorso, in cui è evocato l’ordinario disprezzo che circola tra coloro che occupano gli ultimi gradini della scala sociale. Il protagonista, vagabondo e mendicante, si trova confrontato con la carità avvelenata dei marinai, che per Traven costituiscono il paradigma dei più sfruttati tra gli sfruttati. “A volte, mentre sto sulla banchina, guardando lassù verso il castello di una nave dove l’equipaggio sta mangiando, sento qualcuno di loro che grida: «Oh, voialtri, canaglie, bighelloni fetenti, non avete nulla da inghiottire? Suppongo che vogliate venire su a leccare gli sputi: ma solo due per volta, che vi possa tenere d’occhio, ladri!». Altri si divertivano a gettare il cibo: minestra, carne, pane, fave, prugne, caffè, tutto in un recipiente insieme con i loro avanzi già in parte masticati; poi ci offrivano quel pastone dicendo: «Se avete fame davvero, mangiate questo e dite grazie».”</p>
<p>Malgrado il fatto che, negli anni Venti, la linea di separazione tra un semplice marinaio e un vagabondo nullatenente fosse socialmente poco significativa, essa era sufficiente a generare nel primo un atteggiamento di scherno nei confronti del secondo, quasi che il sentimento caritatevole fosse direttamente proporzionale alla distanza sociale che separava il beneficiante dal beneficiato. Ciò nonostante, il gesto impietoso dei marinai non esprimeva odio e non giungeva al punto di trasformare l’irrisione in persecuzione. <span id="more-36792"></span>Esso sanciva una differenza di status che, proprio perché labile, andava enfatizzata in forma quasi apotropaica. Siamo ben lontani dalla carità cristiana, che per l’ideologia cattolica è stata sempre la giustificazione dell’interclassismo e della condanna della lotta di classe. Ma siamo lontani anche dalla solidarietà di classe. Come può il sottoproletario che preferisce la definitiva miseria allo sfruttamento, essere considerato fraternamente dagli sfruttati che combattono ogni giorno contro la loro miseria?</p>
<p>L’odio nei confronti degli “ultimi”, dei poveri, dei marginali è, nelle democrazie moderne, fenomeno storicamente e sociologicamente più raro. Di solito, dove non vige il disprezzo, vige una tollerante e individualistica indifferenza. Difficilmente, però, gli “ultimi” sono tramutati in nemici o in criminali, in persone che sollecitano un’aggressione legittima, una punizione esemplare. Il capolavoro di quell’entità semiclandestina, ma tremendamente reale, che sia chiama ideologia dominante, è ai nostri giorni questo: aver tramutato l’odio di classe, l’odio degli sfruttati nei confronti degli sfruttatori o dei diseredati nei confronti dei privilegiati, in odio dei più forti nei confronti dei più deboli. Lo si sperimenta purtroppo con una crescente frequenza. Lo si sente con le proprie orecchie.</p>
<p>Milano, tarda mattinata. Nel tragitto della metropolitana da Loreto a Villa San Giovanni, percorre i vagoni un tizio brutto, sporco, con le stampelle, chiedendo l’elemosina. Accanto a me una signora corposa, sulla cinquantina, vestito a fiori, un carrello della spesa di fronte a sé. Dopo che il mendicante storpio è passato, dice ad alta voce: “Bisognerebbe dargli fuoco!”. Ho speso una giornata intera, cercando, nella mia testa, di neutralizzare questa frase, di addolcirla, svuotarla, parodiarla, o semplicemente dimenticarla. Di certo, la signora non era facilmente immaginabile con una tanica di benzina in una mano e un accendino nell’altra, intenta ad armeggiare intorno allo storpio con lo scopo preciso di incendiarlo. Ma in quale contesto, allora, dare significato a quella frase, in quale gioco linguistico inserirla, a quale forma di vita associarla in modo coerente, quando a pronunciarla non è un naziskin durante un minoritario raduno di gente socialmente disturbata e attratta da azioni criminali in grande stile? Come convincersi che quelle parole, in bocca ad una normalissima casalinga milanese, siano del tutto <em>flatus vocis</em> e che in esse non vi sia traccia alcuna di fattualità? (E quando quella frase la dice davanti ai suoi figli ventenni, magari più sconsiderati e intraprendenti di lei? Oppure la rende, assieme ad altri, e in un modo altrettanto “innocuo”, il preludio coerente all’entrata in scena di qualcuno disposto a passare dalle parole ai fatti?)</p>
<p>Certo, già parecchie persone si sono affrettate a mostrarmi che, loro, se non altro, delle frasi del genere sanno disinnescarle subito, insomma, riescono a normalizzarle. Alcuni persino con un argomento apparentemente paradossale: “Ma non sai quante persone dicono frasi simili”. E ciò viene affermato con l’intento (del tutto vano) di rassicurarmi. Naturalmente mi sono trovato uno contro tre, quando nel vagone ho reagito alla frase della signora, dicendole: “Dunque lei la pensa come i nazisti, è quindi per una soluzione nazista?”. Un pensionato sessantenne, probabilmente un ex-operaio, subito si è schierato dalla parte della spensierata frase nazista, e subito dopo anche una signora molto elegante, della stessa età del pensionato. Questa signora mi ha persino detto: “Vorrei vedere lei che cosa direbbe, se le avessero violentato la sorella”. Sempre sul filo dell’implacabile logica, la prima signora ha replicato alla mia domanda: “Ma se lei non gli ha nemmeno dato dei soldi”. Alludeva al fatto, credo, che non avendo io dato l’obolo al mendicante, fossi di conseguenza del tutto propenso a cremarlo vivo. (Da tempo, la solenne “distruzione della ragione” ha assunto le farsesche spoglie della distruzione del ragionamento.)</p>
<p>Quindici giorni dopo, sempre a Milano, ho risentito una simile frase nazista. La commessa di un panificio si lamentava del sabato, giorno di mercato, per via di tutti gli “africani” che circolavano in maniera impenitente. Ho chiesto precisazioni sulla natura del problema, ma oltre a colpe attinenti all’abbandono di rifiuti – colpe assai diffuse in giorno di mercato –, è stata sottolineata una generica arroganza o maleducazione. In quel momento, un operatore ecologico presente alla discussione ha evocato in tono calmo e moderato la necessità di un lanciafiamme, installato in posizione proficua. Al mercato, gli africani sono in maggioranza impiegati dai venditori italiani per scaricare i camion, venendo pagati alla giornata. Non sono certo trattati coi guanti, e i loro datori di lavoro non si privano di ogni tipo di battuta, anche insultante e a sfondo razzista. Ma certo sono loro, in quel contesto, i più deboli: senza contratto ed extraeuropei, costantemente sospetti di farsi sfruttare illegalmente, in quanto privi di permesso di soggiorno. Per questo, dunque, meritano odio. Il razzismo, qui, se c’è, non è che un caso particolare di un fenomeno più ampio: la guerra ai poveri. Questa guerra non l’hanno dichiarata né la signora incontrata in metrò né l’operatore ecologico di cui sopra. Essa è un’invenzione ideologica, elaborata dal ceto politico. Non è invenzione nostrana, e neppure europea, ma una locale declinazione di una strategia di matrice statunitense, attiva oltreoceano da ormai un trentennio: la sostituzione dello <em>stato penale </em>allo <em>stato sociale</em> in un contesto di sempre maggiore precarietà salariale dei ceti popolari. (Poi, una volta dichiarata, una guerra trova sempre volontari entusiasti per partire al fronte.)</p>
<p>L’ossessione sul tema della sicurezza dei nostri governi di centro-destra viene da lontano e non è riducibile ad una periodica speculazione elettorale, più o meno redditizia, sulla pelle degli immigrati, dei rom o di altre categorie sociali di volta in volta indicate come fonte di minaccia e disordine per l’onesta cittadinanza. Diversi sono gli studi sul fenomeno delle politiche “securitarie”, ma tra i più lucidi e tempestivi vale la pena di ricordare quello del sociologo francese Loïc Wacquant, intitolato <em>Punire i poveri: il nuovo governo dell’insicurezza sociale</em> (2004) [1]. Wacquant, in uno studio comparato sulla situazione statunitense e francese, ha mostrato innanzitutto che l’ascesa della stato penale non risponde ad una crescita della criminalità ma allo sfaldamento della classe media legata al nuovo corso delle politiche neoliberiste in tema di produzione, salario e speculazione finanziaria. Se la popolazione criminale resta grosso modo stabile nel corso degli ultimi vent’anni, cresce invece una massa di disoccupati e sottoccupati considerati non più come “poveri”, destinatari cioè di una qualche forma di assistenza pubblica, ma come possibili fuorilegge, da porre sotto controllo preventivo o da punire sistematicamente fin dalle forme più elementari di trasgressione. Le politiche neoliberiste, dunque, producono insicurezza sociale sul piano economico, e ne curano le ricadute disastrose sul piano della vita sociale con dosi di repressione e marginalizzazione.</p>
<p>Finché esisteva una forma di stato sociale a cui delegare gli interventi sugli indigenti, sui malati mentali, sui tossicodipendenti, l’indifferenza poteva costituire un sentimento legittimo. Ora lo stato stesso promuove un atteggiamento più attivo nei confronti degli “ultimi”. Se i valori cattolici celebravano la carità, come forma di solidarietà privata e realizzata volontariamente dal cittadino, oggi le istituzioni cittadine promuovono una forma di prevenzione spontanea e privata del crimine. Sollecitano gruppi di cittadini volontari ad occuparsi di tenere sgombri piazze e quartieri dalle manifestazioni della marginalità sociale. Se la retorica della carità permetteva che il cattolico medio sognasse di tanto in tanto gesti d’estremismo evangelico – reazioni da buon samaritano –, allo stesso modo la retorica delle ronde e delle ordinanze anti-bivacco permettono alla placida casalinga cinquantenne e allo scrupoloso operatore ecologico di sognare soluzioni naziste contro il mendicante, l’africano o il barbone. Così accade che se qualche sindaco non ha ancora fatto installare il bracciolo di metallo in mezzo al sedile delle panchine, impedendo così il funesto atto dello sdraiarsi, qualche cittadino attivo si sentirà chiamato a vegliare che barboni o ubriachi non le utilizzino a sproposito (e nel caso in cui ciò fosse malauguratamente accaduto, starà a lui passare dalla prevenzione alla punizione, valutando privatamente la pena da comminare al reo: semplici insulti o una manica di botte). Va dunque corretta, la formula tanto abusata in questi tempi: non “guerra tra poveri”, ma “guerra ai poveri”, fatta al di fuori di ogni delega statalista: se non interviene il vigile o il poliziotto, ci pensi il cittadino più prossimo. Se a quest’ultimo manca poi il coraggio per l’intervento esemplare – la tanica di benzina – almeno si accontenti di sognarlo. Per l’intanto si eserciti nell’odio, una qualche conseguenza di esso prima o poi verrà.</p>
<hr size="1" />[1] Loïc Wacquant, <em>Punir les pauvres. Le nouveau gouvernement de l’insécurité sociale</em>, Agone, 2004 (trad. it., Deriveapprodi, 2006).</p>
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