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	<title>origini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nazione Indiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 11:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
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					<description><![CDATA[a c. di redazione Nazione Indiana è nata ufficialmente con un pezzo programmatico, pubblicato il primo marzo del 2003, firmato redazione nel quale Antonio Moresco e il gruppo che si era formato attorno a lui provavano a dar vita a un nuovo spazio, di letteratura e di vita. Quello che qui desideriamo ricordare, e proporre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>a c. di <em>redazione</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Nazione_Indiana_logotipo.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Nazione_Indiana_logotipo.png" alt="Nazione_Indiana_logotipo" title="Nazione_Indiana_logotipo" width="300" height="300" class="alignleft size-full wp-image-28197" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Nazione_Indiana_logotipo.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Nazione_Indiana_logotipo-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è nata ufficialmente con un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">pezzo programmatico</a>, pubblicato il primo marzo del 2003, firmato <em>redazione</em> nel quale <strong>Antonio Moresco</strong> e il gruppo che si era formato attorno a lui provavano a dar vita a un nuovo spazio, di letteratura e di vita. Quello che qui desideriamo ricordare, e proporre ai lettori che sono arrivati a conoscerci dopo quella data, è la parte finale del secondo pezzo pubblicato, a firma di Moresco e in forma di diario argentino  ̶̶  come molti dei successivi post di Antonio  ̶ , nel quale il nome <strong>Nazione Indiana</strong> viene per la prima volta articolato e raccontato sotto il fantastico titolo <em>In attitudine di combattimento e di sogno</em>. </p>
<p>Crediamo che, malgrado i rivolgimenti radicali intercorsi nel frattempo nella costituzione e nella struttura del <em>blog</em>, compresa l’uscita di un certo numero degli stessi fondatori, a cominciare da Antonio stesso, Nazione Indiana abbia continuamente e testardamente interpretato e praticato queste iniziali parole e che in questo si riconosca una fedeltà forte alla sua costituzione originaria.</p>
<p>Eccolo a voi:<span id="more-28196"></span></p>
<p><em>In attitudine di combattimento e di sogno</em><br />
di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>[…] Ho conosciuto alcuni tra i più importanti scrittori e poeti argentini e uruguayani, di cui mi ha colpito la semplicità e l’intelligenza ma anche la malinconia e la situazione per molti versi bloccata in cui si trovano, e che mi ha fatto capire ancora di più che grande, originale, potenziale cosa potrebbe essere quella nazione indiana che stiamo cercando di mettere al mondo.</p>
<p>Questa piccola irruzione emotiva (sono appena uscito da quasi 15 ore di volo sui tropici e sull’equatore, da un’opposta stagione e da un’accecante estate e da un breve sonno per recuperare l’insonnia febbrile del viaggio e il fuso orario, durante il quale mi sembrava che il mio letto tremasse continuamente) per dire agli amici che sono vivo, emotivamente teso, in attitudine di combattimento e di sogno, e che dovremmo davvero cominciare a far nascere questa Nazione indiana di cui abbiamo cominciato a fantasticare, qualcosa che ancora non si è vista, senza vincoli di poetica e di altra natura, gelosi ciascuno della propria libertà e indipendenza eppure capaci, quando occorre e ne abbiamo il desiderio, di cavalcare insieme. Incontrarsi, allontanarsi, perdersi di vista, persino, incontrarsi ancora, seguire ognuno le proprie strade, senza lasciarci logorare nel tentativo di ricomporre e moderare le diversità tra di noi, nello sforzo di mediazione che caratterizza anche i gruppi e le tristi consorterie letterarie di piccolo potere che ogni tanto nascono qua e là nello spazio e nel tempo, ma con qualcosa di indefinibile e libero che ci unisce e che ha fatto sì che ci siamo potuti incontrare, allargandoci moltiplicatoriamente verso l’esterno ma senza perdere la nostra libertà e il nostro peso specifico e baricentro, in questo grande vuoto ed enorme spazio che ci circonda.<br />
Scusate l’emotività e la natura infantile di queste righe.<br />
Un abbraccio,<br />
Antonio<br />
20 febbraio 2003.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>In attitudine di combattimento e di sogno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2003 12:42:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[aconcagua]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
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		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Cari amici, sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Cari amici,<br />
sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni cosa e ogni casa e ogni marciapiede di Buenos Aires, a parte alcuni grandi quartieri residenziali irti di grattacieli che ancora esistono, vigilati da poliziotti a cavallo in giubbotto antiproiettile.<br />
<span id="more-2"></span><br />
Un piccolo albergo che però è a suo modo meraviglioso e che, con i suoi patios e i suoi miseri cubicoli per cucinare e cagare disseminati qua e là lungo le ringhiere fa capire quale doveva essere la vita delle famiglie venute dall’Italia quasi un secolo fa e di cui vi darò l’indirizzo, se a qualcuno capiterà di andare là nel futuro. E che si trova in un quartiere che, se anche a noi può apparire miserabile, con le sue ondate di cartoneros che rovistano al buio nelle immondizie e le portano via a sacchi interi con i carrelli, è ancora un paradiso in confronto ad altri quartieri di Buenos Aires dove non consegnano neanche la posta se no i postini non uscirebbero vivi.</p>
<p>E poi sono stato a Santa Fe, sull’immenso, fangoso Rìo Paranà, largo fino a dieci chilometri, in una regione piena di isole e anse e paludi la cui geografia cambia dopo ogni inondazione, e poi a Còrdoba, a Mendoza, una delirante città vegetale in un’oasi in mezzo al deserto, e poi sulle Ande, fino a 3200 metri d’altezza di fronte all’Aconcagua, dove finiva l’impero incaico, entrando per alcuni chilometri, illegalmente, nel Cile. E poi a Montevideo, una città di impressionante tristezza e abbandono, di fronte alle acque gialle del Rìo de la Plata.</p>
<p>Ho conosciuto alcuni tra i più importanti scrittori e poeti argentini e uruguayani, di cui mi ha colpito la semplicità e l’intelligenza ma anche la malinconia e la situazione per molti versi bloccata in cui si trovano, e che mi ha fatto capire ancora di più che grande, originale, potenziale cosa potrebbe essere quella nazione indiana che stiamo cercando di mettere al mondo.</p>
<p>Questa piccola irruzione emotiva (sono appena uscito da quasi 15 ore di volo sui tropici e sull’equatore, da un’opposta stagione e da un’accecante estate e da un breve sonno per recuperare l’insonnia febbrile del viaggio e il fuso orario, durante il quale mi sembrava che il mio letto tremasse continuamente) per dire agli amici che sono vivo, emotivamente teso, in attitudine di combattimento e di sogno, e che dovremmo davvero cominciare a far nascere questa Nazione indiana di cui abbiamo cominciato a fantasticare, qualcosa che ancora non si è vista, senza vincoli di poetica e di altra natura, gelosi ciascuno della propria libertà e indipendenza eppure capaci, quando occorre e ne abbiamo il desiderio, di cavalcare insieme. Incontrarsi, allontanarsi, perdersi di vista, persino, incontrarsi ancora, seguire ognuno le proprie strade, senza lasciarci logorare nel tentativo di ricomporre e moderare le diversità tra di noi, nello sforzo di mediazione che caratterizza anche i gruppi e le tristi consorterie letterarie di piccolo potere che ogni tanto nascono qua e là nello spazio e nel tempo, ma con qualcosa di indefinibile e libero che ci unisce e che ha fatto sì che ci siamo potuti incontrare, allargandoci moltiplicatoriamente verso l’esterno ma senza perdere la nostra libertà e il nostro peso specifico e baricentro, in questo grande vuoto ed enorme spazio che ci circonda.</p>
<p>Scusate l’emotività e la natura infantile di queste righe.<br />
Un abbraccio,</p>
<p>Antonio<br />
20 febbraio 2003</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 18:47:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"><img loading="lazy" src="/archives/fronte_occid.jpg" class="blogbody" border="0" height="156" width="100" /></a></center>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).</p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
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