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	<title>Orso Tosco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nanga Parbat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Feb 2023 11:31:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orso Tosco</strong> <br /> L’ossessione, infatti, è la forma d’amore più pura. La meno ragionevole, la più invivibile, ma anche l’unica in grado di modificare esistenze apparentemente consolidate in un battito di ciglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-102079" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta.jpg" alt="" width="350" height="526" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-279x420.jpg 279w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
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<p>La sfida è soltanto per gli altri.<br />
Per chi resta in attesa, aspettando impaziente le novità, controllando ansiosamente il meteo, scrutando la roccia e i ghiacci con il binocolo.<br />
La sfida è nelle parole di chi sta per partire e di chi riesce a tornare.<br />
Ma una volta che ci si trova lassù non esiste più alcuna sfida.<br />
C’è qualcosa di molto più prezioso in ballo, qualcosa la cui importanza supera di gran lunga qualsiasi gara e primato da raggiungere: ci sono lo spazio e il tempo, e ci sono uomini e donne che provano a sfuggire a entrambi. Consapevoli che nessun luogo da solo può regalarci una condizione tanto innaturale, privilegiata e terrificante, non le vette degli Ottomila, non lo spazio più remoto, ma soltanto un gesto. Il gesto, puro e definitivo, quello che continuamente spinge a rischiare la propria vita e altrettanto costantemente la salva.<br />
Bisogna immaginare una linea perfetta, tracciata mediante una lunghissima successione di plotoni d’esecuzione scansati all’ultimo secondo, quando le traiettorie mortali sembrano sul punto di ferire e uccidere. E poi bisogna immaginare quella linea capace di uno sforzo se possibile ancora maggiore, bisogna immaginarla danzare, saltare da un punto all’altro, vittima e al tempo stesso complice di ogni soffio di vento, di ogni crepa nella roccia, di ogni raggio di luce riflesso dal ghiaccio verso l’alto, come a voler sfidare i consigli della ragionevolezza, supremo oltraggio alla virtù dell&#8217;obbedienza racchiusa nella legge di gravità.<br />
Ogni gesto deve essere feroce e materno, ragionato e viscerale. Ogni muscolo, ogni porzione di tendine e ogni lembo di pelle, l’intera estensione del fiato e lo sguardo, il coraggio, la stupidità, e qualsiasi altra qualità si possieda o si creda di possedere: tutto è chiamato a partecipare e a superare il proprio limite, metro dopo metro, minuto dopo minuto.<br />
Come una sfida che si rinnova ad ogni battito del cuore. Più che una sfida.<br />
Questa è l’avventura magica e mortale dell’alpinismo. Questo è l’incantesimo che unisce chi decide che la parte più importante, la parte più veritiera della propria esistenza deve svolgersi lassù, nel regno dell’intensità assoluta. Un luogo chiaramente inadatto, inospitale, che non ci prevede e non ci vuole, e che proprio per questo regala, a chi è in grado di esplorarlo, la sensazione di essere sfuggito al gioco del mondo o, forse, di aver trascorso qualche istante all’interno del suo cuore nascosto.</p>
<p>Quando negli anni Cinquanta l’Università di Harvard offrì a John Cage la possibilità di visitare una camera anecoica, costruita in modo da ricreare al suo interno il silenzio assoluto, il geniale compositore statunitense colse al volo l’occasione. Ma il risultato di quell’esperienza si rivelò decisamente diverso da quello che Cage si sarebbe potuto aspettare. Invece del silenzio più puro, Cage riferì al tecnico che seguiva quel progetto come da subito si fossero palesati due suoni ben distinti, uno caratterizzato da una tonalità alta, l’altro da una tonalità bassa.<br />
«Quella alta è prodotta dal sistema nervoso in funzione,» spiegò il tecnico «quella bassa dal flusso sanguigno». Questa esperienza portò Cage a fare i conti con l’impossibilità del silenzio assoluto e lo ispirò nella composizione di <em>4’33</em>, una delle sue creazioni più celebri, in cui gli esecutori sono chiamati dalla partitura a non suonare i propri strumenti, lasciando che sia il suono prodotto dall’ambiente circostante a diventare esso stesso opera d’arte, la vera composizione. Ma a giudicare dai resoconti degli alpinisti, specialmente coloro i quali prediligono le salite in solitaria, viene da pensare che Cage abbia cercato il silenzio assoluto non tanto nel luogo sbagliato – la camera anecoica è acusticamente perfetta per il suo scopo – quanto piuttosto con la «predisposizione» errata. Per ottenere il silenzio assoluto sono necessari elementi che poco hanno a che fare con l’acustica: elementi come la fatica, il gelo, il pericolo, l’esaltazione e la disperazione, il vento, la linea del vuoto, la precarietà del ghiaccio.<br />
Generalmente non è descrivendo il raggiungimento della vetta che agli alpinisti capita di citare il silenzio, quanto piuttosto nel resoconto dell’ascesa o della discesa, ovvero nei momenti più intensi e delicati: è allora che il silenzio assoluto fa capolino. E non viene prodotto dalla negazione di qualsiasi spettro acustico, bensì dalla tensione – insostenibile eppure in qualche modo sostenuta – racchiusa in quei gesti che per non diventare mortali esigono perfezione assoluta.<br />
Osservando e ripercorrendo le imprese degli esploratori e degli alpinisti, è normale se non inevitabile domandarsi cosa li spinga a rischiare la vita arrampicandosi su pareti di roccia e ghiaccio. Cosa li spinga a cercare nuove vie o a ripercorrere quelle più esigenti, a trascorrere giorni e notti in situazioni estreme. Alcuni affermano che è il risultato dell’amore per la libertà e per l’assoluto, il desiderio di vivere una natura meno depredata. Altri, malevoli, sostengono che si tratti di un’ossessione fomentata da una forma smisurata di arroganza e ambizione, che spinge a esaltare la vita in una forma assurda, mettendola a repentaglio in modo apparentemente gratuito.<br />
Come spesso accade, ogni risposta è sbagliata o parziale, ma nondimeno ospita al proprio interno un frammento di verità. Si può ben dire che la montagna, e la sua indagine più spericolata, l’alpinismo estremo, siano capaci di stregare indissolubilmente uomini e donne ai quali, in cambio, concedono momenti in cui la vita è più accesa, più intensa.<br />
Al pari dei mistici, i cui occhi segnati dal bagliore passeggero della grazia inseguono la sua scia in un mondo di ombre, gli esploratori delle vie più impervie, dopo aver assaporato porzioni di vita al di fuori del tempo e dello spazio, le ricercano con l’ostinazione concessa soltanto agli amanti.<br />
L’ossessione, infatti, è la forma d’amore più pura. La meno ragionevole, la più invivibile, ma anche l’unica in grado di modificare esistenze apparentemente consolidate in un battito di ciglia. E come tutte le forme d’amore più pure, è così intensa da risultare contagiosa.</p>
<p>Immaginiamo quindi la grande alpinista Alison Hargreaves mentre scala la parete nord dell’Eiger, il monte svizzero con cui tutti i grandi scalatori si sono cimentati, e immaginiamola incinta di sei mesi. Ai più una scena di questo tipo rischia di fare paura, persino orrore. Si tratta di una persona non soltanto disposta a rischiare la propria vita, ma pronta a mettere a repentaglio persino quella del proprio figlio non ancora venuto al mondo. Questa è una possibile, ragionevole chiave di lettura. Ma, trattandosi di una storia d’amore e di ossessione, è anche la risposta errata.<br />
Abbiamo a che fare con una grande alpinista, la prima donna ad aver scalato il monte Everest in solitaria e senza l’ausilio di bombole d’ossigeno, e dunque sarebbe sbagliato percepirla come una persona che sta mettendo a rischio la propria vita mentre tenta di farsi strada lungo la ripida e insidiosa parete nord dell’Eiger; al contrario, dovremmo immaginare Alison come una creatura nel proprio ambiente ideale, intenta a compiere una serie di gesti impegnativi e perfetti, puri e decisivi, gli unici che possono consentirle di ottenere quella vita più pura e intensa che tutti quelli come lei inseguono.<br />
E c’è forse qualcosa di più bello, e alto, che immaginare di poter condividere questa magia insieme a chi già abita il nostro corpo? Soltanto un’alpinista in gravidanza può sperimentare una sensazione del genere, e soltanto il figlio di una alpinista potrebbe tentare di decifrarne le conseguenze.<br />
A noi, dall’esterno, resta soltanto da analizzare i dati in nostro possesso. Possiamo leggere la vita di Tom Ballard, il bambino che Alison portava in grembo quel giorno, come già iniziata ancor prima di emettere il primo vagito nella sala d’ospedale.<br />
Già, ma la vita di Tom era iniziata, o forse era segnata? Come va interpretato quel gesto di amore e condivisione compiuto da Alison Hargreaves? È stato il regalo più grande, o al contrario una imposizione – come a voler tracciare la linea da percorrere non soltanto per sé stessa, ma anche per suo figlio?<br />
Nuovamente, la risposta non può che comprendere entrambe le possibilità, e forse molte altre ancora. Questo non perché sia più semplice rifugiarsi nella vaghezza, ma poiché ha ragione Saba, quando afferma che «d’amore non esistono peccati, esistono soltanto peccati contro l’amore» per poi concludere aggiungendo: «e questi no, non li perdoneranno».<br />
Noi non siamo giudici, a noi non spetta perdonare o condannare nessuno, però possiamo, <em>dobbiamo</em> permetterci di affermare che quella decisione di Alison Hargreaves di scalare la parete nord dell’Eiger con il figlio Tom in grembo non fu un peccato contro l’amore.<br />
Fu un gesto d’amore.<br />
E se ogni gesto d’amore è anche e soprattutto un gesto generatore, allora è una condanna alla finitezza, contiene inscritta all’interno un’avvisaglia della propria stessa fine. Non si dona l’amore, e quindi la vita, senza imporre anche la morte. Soltanto ciò che resta protetto nel nulla precedente e successivo alla vita possiede il diritto a preservarsi fuori dal tempo, in uno dei tanti infiniti possibili.<br />
E chissà se Alison Hargreaves avrà mai avuto occasione di leggere i ricordi di Jung, e in special modo quel passaggio in cui il capo indiano pueblo di Taos gli domanda: «Non pensi che tutta la vita venga dalle montagne?». Probabilmente no, e probabilmente non ne ha avuto bisogno. Quella stessa verità deve averla intuita da sola, studiando il profilo e la composizione delle montagne, e meravigliandosi per come fossero in grado di far convivere qualità eterne e immutabili insieme a mutamenti repentini e incessanti.<br />
Forse Alison ha perfino avvertito una strana forma di sorellanza con quelle creature aliene, molto più antiche del linguaggio, e potrebbe aver concluso che, nonostante la loro infinita pericolosità e un’apparente indifferenza, non esistesse luogo migliore per cercare rifugio dalla dittatura del tempo. Dove, se non all’interno di una montagna, dormono per secoli i Sette Dormienti di Efeso e i santi musulmani?<br />
Nonostante il pericolo incessante e l’ambiente inospitale, la montagna rappresenta una figura che genera e protegge la vita. Ma gli alpinisti o, per meglio dire, gli esploratori non si accontentano di contemplarla. Loro salgono dove è quasi impossibile salire, o strisciano e penzolano quando non è possibile camminare, si appendono dove non c’è quasi altro che vuoto e oltre quel vuoto si lanciano, quando i ponti sono crollati e il ghiaccio precipita a strapiombo come il verso lontano degli animali, che mai e poi mai azzarderebbero quelle altezze assassine in cui l’ossigeno diventa rarefatto, vago come un sogno incomprensibile e crudelmente necessario.<br />
I protagonisti di questa storia non sono martiri e nemmeno suicidi, tuttavia ricercano l’asprezza della montagna, hanno bisogno di percorrerla rischiando, di attraversarla sfruttando passaggi in cui l&#8217;esplorazione e la violazione si intrecciano e si confondono.<br />
«Conquistatori dell’inutile»: questa la celebre definizione che Lionel Terray diede degli alpinisti, e quindi di sé stesso, essendo a sua volta uno dei più grandi alpinisti di sempre. Ed è una definizione che fa subito pensare alla filosofia zen, alla cui base c’è il culto dell’azione inutile. Ma se nello zen viene coltivato l’agire senza alcuna intenzione, l’alpinismo – il tipo particolare di esplorazione di cui l’alpinismo si occupa – poggia invece sempre su di una intenzione. <em>Nasce</em> dall’intenzione. Gli alpinisti, come i giocatori di biliardo arrivati all’ultimo colpo, sono chiamati ad annunciare i loro azzardi in anticipo. Prima dell’avventatezza e del coraggio vi è lo studio, la preparazione. Prima del contatto con roccia e corde, le dita sfogliano fotografie e mappe. Tutti i nodi ancorati e tutti i dadi inseriti nelle fessure della pietra hanno origini lontane, si nutrono dei tentativi riusciti e dei fallimenti che li hanno preceduti, per poi andare oltre, per poi superarli grazie a sangue nuovo, che porta con sé nuove intuizioni e nuove visioni. E in alcuni casi, inevitabilmente, nuovi sbagli, nuove lezioni che si pagano con la vita.<br />
C’è una montagna che più di tutte le altre esercita un’attrazione irresistibile sugli alpinisti, nonostante la drammatica facilità con cui vi si rischia la morte. Quella montagna è il Nanga Parbat.<br />
La Montagna Nuda, la Montagna Mangiauomini, la Montagna del Diavolo.<br />
È lei la vera protagonista di questa storia, la calamita che fa convergere su di sé storie che hanno origini geografiche e temporali distanti tra loro.<br />
Nanga Parbat. Ragione di vita e ragione di morte. Un miraggio di 8126 metri di roccia e ghiaccio nel Kashmir, in Pakistan. Il luogo in cui Tom Ballard finisce di ripercorrere quella linea tracciata per lui da sua madre trentuno anni prima, trovando la morte in compagnia di Simone Nardi sullo sperone Mummery.<br />
Per provare a raccontare la storia di Tom, per ripercorrere la sua esistenza la cui scarsa durata è compensata da una intensità fuori dal comune, abbiamo tuttavia bisogno di uno slancio, dobbiamo prendere una lunga rincorsa e tornare indietro nel tempo. Ad Albert Mummery e alla sua epoca, la fine dell’Ottocento. E ancor più precisamente alla sua ultima spedizione, quella del 1895, che finì per legare indissolubilmente il nome di questo alpinista e gentiluomo inglese allo sperone su cui, centoventiquattro anni dopo, Tom Ballard e Simone Nardi perderanno la vita.</p>
<p><em>NdR Questo testo è il prologo del libro di Orso Tosco Nanga Parbat, pubblicato di recente da 66THAND2ND</em></p>
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		<title>L&#8217;inferno di Taranto e di Genova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong> <br />(C. A. parla della genesi di Umè, e O. T. di quella di Bestïn, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all'incidente dell'Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-93078" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg 536w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a>(C. A. ha accettato di parlare della genesi di &#8220;Umè&#8221;, e O. T. di quella di &#8220;Bestïn&#8221;, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all&#8217;incidente dell&#8217;Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova, riuniti nel volume &#8220;Dall&#8217;Inferno&#8221;, pubblicato questo mese da Minimum Fax)</em></p>
<p>Forse era la fine del 2016 oppure erano gli inizi del 2017. Ho scritto questo romanzo breve, Umè, con il titolo provvisorio di Alle teste di ferro. Il titolo provvisorio derivava da un gioco sinistro che facevamo da ragazzi, lì, nel quartiere, a Taranto. Se ad esempio ci trovavamo in gruppo, in uno sterrato, a un certo punto uno di noi afferrava un masso e lo lanciava in aria urlando “all’ cap’ d’ firr’” e tutti dovevano spostarsi in velocità per non prendere in testa il masso in ricaduta. Insomma, quel ricordo mi aveva fatto riflettere sulla condizione della mia città. A turno un po’ tutti hanno lanciato un masso in aria e non sempre i tarantini sono riusciti a spostarsi in tempo. Quindi scrissi il romanzo breve: 50 cartelle. Non doveva essere un’opera lunga, né brevissima, non un racconto, insomma. L’ispirazione questa volta veniva dalla pittura e non da romanzi dei grandi carnivori del passato (perché c’è sempre un romanzo ispiratore o un film). I quadri di Munch. I quadri tormentati di Van Gogh. Quelli feroci di Francis Bacon. Umè è venuto fuori come un urlo. Umè significa “il maestro”, ‘u mestr’, umè. È un richiamo. Se uno vuol richiamare qualcuno urla umè! Ce cazz’ ste face? Ho buttato giù le parole in uno stile espressionista. Ho dilatato ogni singolo cingolo della struttura narrativa e della fabbrica. Ne è venuta fuori una distopia in parte allucinata in parte fedele alla tribù alla quale appartengo.<br />
Per la trama non ho avuto dubbi: non c’era e non doveva esserci. Semplicemente un uomo si presenta a uno degli ingressi per fare affiancamento nel suo primo turno di lavoro. È notte. Piove. E c’è stato un incidente forse mortale. L’uomo si muove in una fabbrica grande come una città di 350mila abitanti. Sembra girovagare a vuoto, ma in realtà sta compiendo un vero e proprio tour simbolico. Il siderurgico si mostra a lui sollevando i vestiti e mostrandogli le interiora.<br />
Una volta finito di scrivere lo lasciai in un file del pc. Lo ritenevo ostico e di difficile pubblicazione. Poi la telefonata di De Gennaro che mi parlava di un’idea: unire due autori e far scrivere loro su due città che avevano subito ferite dolorose. Avevano pensato a Taranto per l’Ilva e a Genova per il ponte Morandi. Per Genova avevano pensato a un giovane autore che si era messo in luce con il romanzo Aspettando i naufraghi: Orso Tosco.<br />
“Tu te la sentiresti di scrivere qualcosa del genere?”<br />
“Sì. Ho giusto un lavoro che potrebbe essere utile”.<br />
“Bene”.<br />
Da allora sono passati quasi due anni e quando ci siamo risentiti avevo messo mano al testo snellendolo senza sacrificare le parti vitali della storia. E rileggendolo mi sembrava buono, ma ancora un tantino ostico. Lo slang, l’ambientazione, l’assenza di storie d’amore all’interno, il sapore della pioggia acida dalla prima all’ultima pagina, la lotta per la sopravvivenza mi sembravano ingredienti troppo duri da digerire. Ma c’era il risvolto civile. Per una volta rileggendo un mio scritto avevo pensato di essere andato oltre la storia pura e semplice.<br />
Insomma, forse uno scrittore oltre a intrattenere la gente, i lettori, ha anche un compito: sputargli in faccia alcune realtà, sebbene deformate e ritorte dalla propria penna, che la letteratura ha la libertà di poter esibire.</p>
<p>Cosimo Argentina</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 2006 al 2015 ho vissuto a Londra. E la mia vita londinese era composta da pochi punti fissi, o nuclei centrali, o gnommeri, che al loro interno contenevano altre piccole azioni: c’era il lavoro &#8211; facevo il guardiano in un museo &#8211; e trattandosi di un mestiere per cui è sufficiente essere vivi e in orario, nelle ore che mi separavano dalla libertà, leggevo e scrivevo, e nelle postazione meno visibili, e dotate di uno sgabello, ne approfittavo per riprendermi un po’ del sonno che mi ero rubato da solo a causa dell’altro nucleo quotidiano, il bere: che al suo interno, come ogni sinfonia che si rispetti, conteneva vari movimenti: l’allegro era rappresentato dai pub, chiassosi, caldi, densissimi; l’adagio erano le birre sul canale, con le loro grafiche raffiguranti danzatori polacchi stilizzati, oppure api, goblin ghignanti; il minuetto erano invece le bottiglie di vino cileno delle festicciole casalinghe, le infinite bottiglie dentro le quali osservavo galleggiare sorridenti amici e amiche, fidanzate e quasi fidanzate, in attesa del finale, che generalmente coincideva con una successione piuttosto sghemba di piccoli disastri quotidiani che forse avevano anche un nome, ma non nella mia lingua dell’epoca.<br />
Però, di tanto in tanto, per rifiatare, mi concedevo lunghe passeggiate. E durante queste passeggiate perdevo ore e ore dentro ogni tipo di negozietto di seconda mano in cui mi imbattevo. Fu in uno di questi negozi, credo fosse l’Oxfahm in Kingsland road, che mi capitò in mano un libro di Cosimo Argentina. Io Cosimo non l’avevo mai sentito nominare. Inizia a sfogliarlo per pura pigrizia, avevo mal di testa ed era l’unico libro nella mia lingua madre. Poche righe dopo mi accorsi di essermi fregato con le mie stesse mani: basta camminata senza una meta, basta gironzolare a caso, avevo soltanto voglia di trovarmi una sedia o una panca, e di starmene a leggere. C’era infatti qualcosa in quella scrittura che mi impediva non soltanto di lasciare lì quel libro, di riporlo in mezzo ai suoi amici anglofoni, ma anche di smettere di leggere. La letteratura di Cosimo è priva di quelle pose o civetterie inutili che spesso danneggiano anche i bravi scrittori, quando si compiacciono troppo, quando hanno lo specchio troppo vicino alla tastiera del computer.<br />
Questo per dire che quando mi è stato proposto di partecipare a questo libro a due teste, “Dall’inferno” e che il mio compagno di viaggio sarebbe stato proprio Cosimo, ho avvertito da subito l’esigenza di giocare pulito. Si potrebbe dire, di giocare pulito nello sporco. Non volevo e non potevo permettermi scorciatoie, o trucchetti. Per rispetto nei confronti di un certo tipo di letteratura, e per rispetto nei confronti di un tema come quello della tragedia del Ponte Morandi a Genova. Mi è venuto in soccorso Orazio Lobo, il protagonista della mia storia, con la sua coerenza di acciaio matto, e con le sue regole assurde e ferree come quelle dei bambini che giocano senza giochi.<br />
Il gioco e la morte, l’ambizione e il crollo, le voci e le visioni, sono i tasselli che legano la mia storia e quella di Cosimo, come una striscia di corallo che da Taranto disegna una splendida cicatrice fino a Genova, e forse, anche oltre.</p>
<p>Orso Tosco</p>
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		<title>I vocabolari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 05:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco C&#8217;è un segreto. Io l&#8217;ho capito non uscendo mai di casa e guardando le persone dalla finestra. È un segreto importante e forse non lo meritate, ma ho deciso di dirvelo lo stesso. Magari migliorate, magari. Il segreto è che muore soltanto chi si sforza. Muoiono i muli, come muoiono i ponti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-73173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/dizionario.jpg" alt="" width="1132" height="849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/dizionario.jpg 1132w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/dizionario-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/dizionario-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/dizionario-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1132px) 100vw, 1132px" /></p>
<p>di<strong> Orso Tosco</strong></p>
<p>C&#8217;è un segreto. Io l&#8217;ho capito non uscendo mai di casa e guardando le persone dalla finestra. È un segreto importante e forse non lo meritate, ma ho deciso di dirvelo lo stesso. Magari migliorate, magari. Il segreto è che muore soltanto chi si sforza. Muoiono i muli, come muoiono i ponti e come muoiono le idee, perché provano a reggere il peso del mondo, e dopo un po&#8217; di tempo si spezzano e allora crollano in terra e non si alzano più. Muoiono le persone come muore la memoria, come muoiono i contenitori, a furia di voler tenere tutto assieme, a portata di mano, tutto classificato, finisce che si ritrovano senza più energia e allora si lasciano interrare in silenzio, per la vergogna e la stanchezza.</p>
<p>Io e la mamma non ci sforziamo mai, siamo saggi come le nuvole, siamo saggi come le macchie: dove ci troviamo, stiamo, dove ci spostano, andiamo: per questo non moriremo mai. L&#8217;ha detto un tedesco, una volta. La vita è un ripiego. Così ha detto. A me e alla mamma basta guardare la vita degli altri, per vivere. La vivano loro, la vita, la vivano loro, la morte. Io e la mamma non usciamo mai di casa.</p>
<p>E li guardiamo. Il vecchio dai capelli gialli stringe il bocchino della sigaretta con i denti. Ha le mani aggrappate ai fianchi, i gomiti larghi, la pancia protesa in fuori. Osserva il cortile che si estende sotto di lui sporgendosi dalla ringhiera dell&#8217;ultimo piano, il suo sguardo scorre come un nastro trasportatore, e lui gli permette di spostarsi con fermezza e precisione da un dettaglio all&#8217;altro, senza intoppi e senza mutazioni di ritmo: ci sono appartamenti talmente illuminati che è possibile studiare ciò che gli abitanti fanno al loro interno &#8211; secondo il vecchio dai capelli gialli fanno tutti le stesse cose, cose necessari e banali che lui ha già fatto e che ha già fatto meglio &#8211; riesce persino a valutare il peso delle bici legate alle ringhiere, individuando la lega di metalli di cui sono composti i telai, poi sposta lo sguardo verso il basso, verso i vasi, e immagina l&#8217;odore delle piante appassite e di quelle rigogliose, avverte in bocca l&#8217;acidità dei terricci e l&#8217;eccessiva stagnazione delle acque. “Si crede padrone del mondo”. Questo dice di lui la mamma, ma soltanto quando lui è lontano o invisibile. La mamma ha sempre ragione, la ragione non si dà agli scemi, la ragione si dà alla mamma.</p>
<p>Il vecchio dai capelli gialli è felice di credersi il re del mondo, specialmente la notte, quando il cortile interno è deserto e ci sono giusto i sorci che lavorano, ma piano piano, in punta di zampa, coi baffi, nell&#8217;ombra. È più facile credersi re del mondo se nessuno fa rumore o si agita, ed è più facile essere felici. L&#8217;uomo dai capelli gialli ogni notte riafferma il proprio dominio sul mondo e per questo è felice. Lo si capisce dal modo in cui sputa il fumo della sigaretta, pronunciando lente bestemmie e ingiurie, che nella sua bocca sono dolci come cioccolata. Ma se lui è felice perché convinto di essere solitario e regale mentre contempla il proprio regno, io, che lo osservo e lo studio e lo capisco, io allora sono ancora più felice: io allora sono ancora più re di lui.</p>
<p>La vita trascorsa sempre chiusi in casa è uno zoo. Bisogna rispettare la flora e la fauna. Nessuno ti spiega chi è il cacciatore e chi la preda, sono cose che bisogna sapere, ci vuole intuito per non uscire mai di casa. Nell&#8217;appartamento quasi buio mi sposto con grande armonia. Il frigo gracchia, allora striscio il piede contro la moquette lasciando che il calzino mollo mi segua in ritardo, come la bava di una lumaca. Il lavabo della cucina perde, riempie la cucina lercia di un rumore da cascata in miniatura, e io succhio le guance all&#8217;indentro, come un pesce. Se sbatto contro i mobili o i sacchi della spazzatura, li faccio miagolare, li faccio cinguettare, trasformo il compensato e le lattine in gatti e uccellini. Riconosco gli oggetti sfiorandoli o calpestandoli coi piedi.</p>
<p>Sento il profumo del disordine sedimentato, del disordine quando viene lasciato in pace, a macerare. Sopra il mandarino iniziato e mai finito cresce una peluria scura, corta e morbida: se avessi un cugino avvocato o un amico bravo a giocare a scacchi, quella sarebbe la sua barba. Nel barattolo di yogurt vive una piccola foresta dominata da funghi e muschio neri. Chi ha paura del buio è complice della luce accecante, della luce degli ospedali, io invece sono pronto per i fondali del mare, per i posti profondi, nascosti sotto le isole remote. Dormo durante il giorno. È il mio modo di perdonare il mondo per il vizio che ha di sprecarsi nella confusione, in piena luce.</p>
<p>Le sirene blu della polizia, filtrate e deformate dai vetri dell&#8217;ingresso principale, sbocciano improvvise sui muri interni del cortile, sono piante rampicanti, coralli di ghiaccio. Gli uomini in divisa arrivano, come sempre, come quasi ogni notte, quando le urla sono finite. Indossano guanti adatti a indagare il silenzio che segue il rumore degli oggetti fratturati e del sangue colato. Non si fanno scrupoli a giudicare ciò che resta della violenza realizzata o di quella promessa e poi fallita, o soltanto rimandata. Poco dopo, immancabilmente, arriva l&#8217;ambulanza ad appiccicare altre luci sui muri, a disegnare righe in terra con le ruote delle barelle: gli infermieri sono uomini e donne di passaggio, si vestono di bianco. I nostri vicini si scopano come conigli e si scannano come cani, questa è la spiegazione della mamma, e io, più di una volta, avrei voluto domandarle se le due cose le fanno assieme, se è roba che si può fare tutta assieme, ma ho sempre mancato il momento giusto. Non ho mira col tempismo delle frasi, per questo parlo poco, per questo non parlo mai. E proprio adesso che vorrei domandarlo, adesso che mi sento pronto, la mamma continua a dormire, ha molta fame di riposo.</p>
<p>Quando scaldo il brodo affiorano graziosi dischi di grasso che somigliano a ufo in miniatura, sono puliti, eleganti, al tempo stesso bianchi e gialli, come il burro. Io il brodo lo bevo direttamente dalla pentola. Mi brucio di proposito la bocca perché voglio gli occhi bagnati, perché voglio dedicare questo pianto breve al tempo, al tempo vuoto e indifferente, crudele, che non smette di passare. Io ci tengo a vendicarmi con affetto, come i felini, che dopo lunghi e faticosi inseguimenti invece di sfogarsi contro la preda acciuffata con pugni e sputi, la infilano in bocca, trovano spazio tra i propri denti, e poi in gola, e poi ancora più dentro, in un abbraccio nascosto e lungo che dura fino alle budella, e magari ancora di più. Il brodo cura, l&#8217;acqua del brodo è come un olio di mucca, come una spremuta di bestie che invece di vivere lassù, nel verde dei prati, hanno fatto un sacrificio per noi. Per me e la mamma. E noi ricambiamo la loro generosità andando ghiotti di brodo. E poi il brodo dura, va avanti giorni e giorni, basta levare la membrana che si forma durante il giorno, basta sbucciarlo, il brodo, oppure basta farci dei buchi dentro, quando va a male, come fanno gli eschimesi per pescare nel ghiaccio. Io lo do alla mamma, lei ha bisogno di essere curata perché ha la malattia degli anni, l&#8217;accumulo, l&#8217;indigestione degli anni, e io invece ho bisogno di lei, ho bisogno che lei duri. Quando è troppo stanca per mangiare e preferisce continuare a dormire, io allora lo bevo anche per lei, il brodo. Mi sforzo di berne più di quanto me ne serva, e le sto vicino, bruciandomi la bocca e la gola, sudando, affinché il mio sforzo, come di rimbalzo, di carambola, si traduca in cibo per lei, in uno spuntino almeno, per farla durare ancora, ancora un po&#8217; di più.</p>
<p>Bambino intrappolato dentro il corpo di un adulto ritardato. Ti puzza l&#8217;alito anche quando tieni la testa sott&#8217;acqua. Cuore di blatta. Bestia senza la coda. Sei un ergastolo con i piedi.</p>
<p>Questi sono alcuni dei complimenti che mi fa mamma quando non è impegnata a dormire con la faccia premuta nello stomaco del divano sfondato. E quando si complimenta con me la mamma prova a darmi degli schiaffi, però senza mai riuscire a colpirmi come si deve, perché è vecchia, è stanca, e i suoi pugni dati nel vuoto sono carezze: sono le carezze di chi non avendone mai ricevute non ne conosce l&#8217;alfabeto.</p>
<p>Io invece, studiando la notte del cortile, osservando attentamente le persone gli animali e gli oggetti che la popolano, io conosco l&#8217;alfabeto delle carezze, io pratico la giurisprudenza del cortile interno, io so i vocabolari del mondo. Mi basta leggere o ascoltare una parola per sapere tutto di lei, per avere notizie dei suoi genitori, dei suoi piatti preferiti, tutto sulle lettere che per esistere è stata costretta a tradire. Tutto.</p>
<p>Una parola molto bella tra quelle dei vocabolari del mondo, secondo me, è miseria. Perché la miseria è profonda come una vasca, spaziosa come la gola di una balena, come un pozzo. Io e la mamma la nostra miseria la spendiamo senza sosta e senza remore, con la generosità di un fiume, che si chiama Volga o si chiama Danubio: la diamo a chiunque la desideri, la nostra miseria, la regaliamo per aria come un profumo forte.</p>
<p>Un&#8217;altra parola molto bella che ho trovato nei vocabolari del mondo è rapina.</p>
<p>La parola gonorrea per chi non esce mai di casa è come andare a raccogliere le more nel bosco, la dici in bocca e senti la bacca staccarsi, e sai che dopo arriva un bel gusto dietro la lingua.</p>
<p>Come parola, è bella anche alambicco, perché è una parola che sa di scogliera e di animali coperti dal guscio, una parola che di sicuro alleva al proprio interno ostriche e perle grosse come acini d&#8217;uva.</p>
<p>Io mi faccio la barba in corridoio, ripetendomi nella testa le parole che vivono dentro i vocabolari del mondo. E ci sono volte che le ripeto talmente bene che dagli altri appartamenti arrivano dei rumori forti, come a dirmi di continuare, di non smettere. Fanno i grugniti i vicini, ruttano i sospiri e bestemmiano le minacce: per incitarmi. Però io dopo un certo periodo di tempo non ho più barba da tagliare, è tutta per terra la barba, e allora devo smettere anche con le parole nella testa. Perché è una questione di correttezza. I vocaboli del mondo vanno esercitati poco alla volta, bisogna accettarli e fraintenderli a piccole dosi, pelo dopo pelo. Una volta che anche i baffi sono andati allora bisogna fermarsi e strizzare gli occhi con gratitudine, come fanno i ratti, come fanno i castori.</p>
<p>Ma anche palude e ghigliottina sono belle parole, anche budella e clistere, anche rigagnolo e uranio, anche vescica e balcone.</p>
<p>C&#8217;è grande soddisfazione, lo ammetto. C&#8217;è grande soddisfazione nell&#8217;aspettare che mamma si svegli. Perché è grazie alla mia paziente attesa che intere valli ospitano vigne e piantagioni, perché è grazie alle mie giornate trascorse rannicchiato sul pavimento che i minerali, superati i loro momenti di razzismo, si uniscono a formare catene montuose sulle quali le capre dalle lunghe corna possono vivere le proprie faccende private.</p>
<p>E se un giorno la mamma non dovesse più svegliarsi, senza dire nulla io aprirò la porta di casa e mi lancerò dal balcone: cadrò nell&#8217;aria e mi trasformerò in una divinità azteca, in un gas solido o in un grumo di piume. Qualsiasi parola andrà bene.</p>
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		<title>Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2016 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco L’apocalisse è così dolce. Il Mondo, se questo è ancora il giusto nome da attribuirgli, somiglia a un’enorme bestia splendidamente rassegnata. Ninna ha sempre saputo che sarebbe andata in questo modo, l’ha sempre immaginato. Non a caso si aggiusta i capelli con due dita lunghe e belle, quasi mischiasse brace a chicchi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-66278 size-full" title="Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/cielo.jpg" alt="Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa" width="1000" height="563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/cielo.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/cielo-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/cielo-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p>L’apocalisse è così dolce.</p>
<p>Il Mondo, se questo è ancora il giusto nome da attribuirgli, somiglia a un’enorme bestia splendidamente rassegnata. Ninna ha sempre saputo che sarebbe andata in questo modo, l’ha sempre immaginato. Non a caso si aggiusta i capelli con due dita lunghe e belle, quasi mischiasse brace a chicchi di riso. Perché è così che si accetta la verità, perché così si accoglie il ritardo della verità. Come se servisse, o bastasse, a qualcosa.</p>
<p>«Cosa vedi?»</p>
<p>«Niente, lo sai, non vedo niente.»</p>
<p>«E cosa vedi dai denti?»</p>
<p>«Dai denti?»</p>
<p>«Sì. Dai denti.»</p>
<p>«Vedo il limone.»</p>
<p>«L’albero o il succo?»</p>
<p>«Il succo. È tiepido. E le balene, vedo le balene voltate verso il cielo.»</p>
<p>«E la pelle, cosa dice?»</p>
<p>«Mi dispiace. Dice mi dispiace.»</p>
<p>«Questo sei tu, tu lo dici, non la pelle.»</p>
<p>«Io sono la pelle, soltanto quello.»</p>
<p>«È per questo che bruci?»</p>
<p>«È per questo che smetto.»</p>
<p>E poi, lui che risponde alle domande, muore.</p>
<p>Ancora una volta, lui con la fronte alta e graffiata e le labbra carnose, muore.</p>
<p>E lei, Ninna, ancora una volta, osserva la costa. Osserva il profilo scuro della collina che si finge linea quando è invece foschia, miscuglio tenue di nebbia e di tratti nemici tra loro: dove l’albero smentisce la roccia e la roccia si allontana a nascondere il crepaccio, dove la poiana appare e scompare più veloce di qualsiasi frana, e la frana è nascosta e lontana, racchiusa nella linea esatta della costa, che raggiunge il mare e nega qualsiasi foschia con un solo tratto.</p>
<p>Contro la costa, come capelli, come fitto manto erboso, stanno le nuvole. Le prime nuvole.</p>
<p>Sono legate tra loro e dense, simili a fango grigio e blu, fango spesso e immobile, slabbrato verso il mare. Oltre la costa, più in alto, le nuvole appaiono invece ben delineate e il tramonto, quasi andato, ci rimbalza contro e sotto, e sopra, disegna pieni e vuoti soltanto per farle sembrare bugiarde e dolciastre.</p>
<p>Al centro del mare le nuvole sono verticali e scure, color del sangue, color del rame, e dentro si vede il vento che sbuffa e cambia posizione, allunga la luce, la spegne e la riaccende. Punte di rosso acceso, morbide e gonfie, vengono sfregiate dal breve passaggio di velature nere e verdi, per poi subito ricomporsi, come lava che dopo aver sbuffato si risistema quieta.</p>
<p>Ninna carezza il volto dell’uomo che muore spesso, dell’uomo così abituato a morire, poi si alza in piedi e si allontana. Ha il passo veloce e deciso. I suoi capelli scuri sono alti il doppio delle persone che sbucano dal mare facendosi largo tra le onde. Più l’Apocalisse cresce, più il Mondo finisce, e più Ninna diventa enorme, smisurata.</p>
<p>Il suo viso, che per via di una bellezza particolare, di uno splendore distante, già in passato, nei tempi andati e apparentemente pacifici generava eguale ammirazione e soggezione, adesso, nel pieno della quiete dell’Apocalisse, agli stanchi occhi della gente che vive sulla spiaggia, appare simile a un monolite di roccia scolpito dal ghiaccio: sovente, gli uomini e le donne della spiaggia guardandola vengono abbagliati. Allora istintivamente si nascondono dietro le palpebre, nonostante siano incorniciate dal sale marino, tagliente e urticante. La loro non è paura, bensì una forma ingigantita di quella stessa soggezione, o ammirazione, che in passato li avrebbe convinti a voltarsi verso di lei pur di osservarla camminare in strada, avvolta nei suoi lunghi cappotti neri, nel tentativo di decifrare se la qualità misteriosa del suo sorriso fosse un invito oppure un’ammonizione. E nel tentativo, quasi sempre vano, di attrarla, di farle posare su di loro i suoi occhi profondi e ampi, e blu.</p>
<p>Ma se allora, durante l’epoca delle passeggiate, dello studio e dei lavori, nelle giornate dei bar e delle mostre d’arte e degli amori, se allora molto, molto raramente Ninna ricambiava l’attenzione degli altri, adesso, mentre l’apocalisse dolce non fa che confermare le sue antiche supposizioni, adesso Ninna ricambia, anzi, anticipa gli sguardi; tutti gli sguardi. Ed è questa improvvisa disponibilità così a lungo taciuta che, miscelata alla sua bellezza, la rende abbagliante.</p>
<p>Ma non soltanto. Ci sono altre ragioni. Altre ragioni che se venissero pronunciate in questo istante sarebbero un insulto per questi uomini e queste donne che si aggrappano agli scogli, tagliandosi, pur di sfuggire alle acque mosse e gonfie di alghe. Perché questi uomini e queste donne, pur avendo già molte altre volte scoperto il motivo per cui Ninna li abbaglia, non lo ricordano. Ed è giusto così. È loro compito dimenticare e ricordare, dimenticare e ricordare senza sosta. Per questo Ninna li avvicina e porge loro un’anfora piena d’acqua. Perché lei sa tutto, ma loro hanno sete e hanno paura, quindi ciò che lei conosce fin troppo bene non ha valore. Non ora.</p>
<p>Theo indossa un pigiama di lana marrone, fradicio d’acqua e troppo largo, porta un paio di bretelle legate in vita senza motivo. Il viso è caratterizzato dalle guance scavate che lasciano sostanza al doppio mento, voluminoso come quello di un pellicano. Theo sorride, pulendosi dal sangue che sgorga da un brutto taglio a forma di mezza luna che ha sulla tempia. È sempre il primo a parlare. È sempre il primo a rivolgersi a Ninna con voce timida e soffice. Sarà per sempre il primo a dire: è bello, è bello essere a casa.</p>
<p>Il modo sguaiato con cui tutti gli altri sopravvissuti alle onde scoppiano a ridere, è il segnale. Tutto può continuare, ricominciando, ancora una volta. Ninna sa perfettamente ciò che sta per succedere, e conosce il modo in cui succederà. Per questo si allontana, incurante delle domande che le vengono poste dai naufraghi. Nonostante Karima, la vecchia minuta, allunghi le sue mani da bambina e provi a afferrarle la gonna per farla restare, nonostante Karima la implori di aiutarla a sconfiggere la paura, quella paura che improvvisamente fa smettere di ridere lei e gli altri, in questo istante che è al tempo stesso una nota cupa, quasi sorda, e un sorso d’acqua che fa tossire senza dissetare.</p>
<p>Ninna, durante le precedenti ripetizioni di queste stesse dinamiche, ha tentato ogni tipo di reazione. Ha informato i naufraghi, li ha ammoniti, li ha invitati alla fuga e alla resistenza, si è opposta fisicamente al processo in atto, ha brandito armi e fuochi, ha creato e formulato incantesimi, è persino arrivata a tentare d’immolarsi per loro: nessuna di queste strategie è mai servita a nulla. Se il Mondo precedente all’apocalisse prevedeva un canovaccio all’apparenza difficile da modificare, ma comunque corruttibile e influenzabile, il Mondo dell’Apocalisse impone il proprio copione con un’inflessibilità disumana.<br />
Ciò che deve accadere, è ciò che accade.</p>
<p>Dopo dodici passi in direzione opposta al mare, Ninna sa che alcuni dei naufraghi sono sul punto di notare qualcosa di strano. Eccoli, eccoli intenti a sbracciarsi, increduli e spaventati. Ninna non ha bisogno di voltarsi, sa benissimo che stanno provando in tutti i modi a attirare l’attenzione degli altri. Degli altri e delle altre che, però, non riescono a capire. Infatti gli altri non possono, non ancora, vedere. Capiranno, capiranno anche loro, ma non prima di essere stati aggrediti. L’aggressione è l’unico varco che permetta di accedere a una visione piena e senza reticenze. Nelle ore o nei giorni, o nelle settimane, alle volta sono mesi, che precederanno la loro aggressione, i naufraghi avranno soltanto modo di osservare, allarmati e increduli, le improvvise, assurde e angosciose posture adottate da alcuni dei compagni di sventura. Chi ancora non sarà stato aggredito, potrà soltanto domandarsi: perché i miei compagnie e le mie compagne, all’improvviso e senza ragioni apparenti, si stringono la gola con le mani? Perché sputano fuori la lingua dalle bocche deformate? Cosa li spinge a gettarsi in terra e a rotolare come scatole calciate? E quale forza invisibile li convince a rituffarsi tra quelle stesse onde da cui, così a fatica, siamo sfuggiti? E gli occhi, si domanderanno, cosa significano quegli occhi improvvisamente dilatati, quegli occhi senza iride che ancora più improvvisamente appaiono come svuotati, scavati? Gli unici in grado di rispondere a queste domande sono quei naufraghi che hanno già subito l’aggressione, che l’hanno osservata subendola. Ma loro non possono raccontarla, essendo scomparsi immediatamente dopo l’aggressione stessa, risucchiati dalle onde, oppure sollevati per aria da correnti invisibili e gettati oltre la linea dell’orizzonte. O ancora inghiottiti dalla roccia, grazie a improvvise voragini, rapide, profonde, che dopo il pasto prontamente scompaiono.</p>
<p>La sola persona che potrebbe spiegare ciò che succede è Ninna. Ma Ninna ci ha già provato, ha già spiegato, ha già sperimentato l’inutilità della rivelazione. Per questo cammina altrove. Quel che poteva fare, dissetare gli assetati, è stato fatto.</p>
<p>Il luogo in cui l’uomo che muore spesso muore, è lo stesso luogo in cui altrettanto spesso smette di morire. Ed è un luogo che muta d’aspetto, di vita in vita, di morte in morte. Può essere composto da un semplice telo da spiaggia, sbiadito, umido, secco e spelacchiato verso i bordi. O da una siepe crollata, da una siepe crollata ma, al tempo stesso, diligentemente potata affinché contenga il corpo dell’uomo che continuamente muore e continuamente smette di morire. Altre volte, il luogo in cui l’uomo aspetta che Ninna ritorni, somiglia a un elicottero abbattuto dalla contraerea, o a un palcoscenico, alla sala di un museo durante i saccheggi che seguono una rivoluzione, oppure all’inizio di un progetto idraulico interrotto per mancanza di fondi. Altre volte a uno scavo archeologico senza reperti. Spesso, come in questo istante, la roccia si tinge di nero. Ninna osserva il nero scuro e calmo sgorgare dalla roccia, come sudore, come un pianto composto, quasi sereno. Poi, dal nero della roccia, fuoriescono piccoli brandelli di carta dai contorni irregolari, simili a quelli usati da Ninna nei tempi passati per le sue opere d’arte. Somigliano a brandelli di neve ritagliati, sempre che la neve decidesse di lasciarsi ritagliare. Sempre che la neve esistesse ancora.<br />
Ninna sa che l’uomo ha smesso di morire, è ritornato, e sa che è curioso.</p>
<p>«Sono di nuovo i pesci?» Domanda l’uomo con la voce ancora gracchiante per via della morte.</p>
<p>«No.» Risponde Ninna, mentre alcuni naufraghi urlano e si dibattono come ossessi.</p>
<p>«Allora gli uccelli, i gabbiani, sono loro che li attaccano?»</p>
<p>«No, nemmeno loro. Sono le piante, questa volta.»</p>
<p>Ninna allora siede accanto all’uomo che ha smesso di morire e che non può vedere. E gli spiega il modo in cui i naufraghi iniziano a subire l’attacco, glielo descrive passandogli le dita lunghe e belle lungo i punti in cui le piante colpiscono.</p>
<p>«Qui», dice Ninna premendo sul collo dell’uomo sdraiato, «qui si è attorcigliata le buganvillea, con spine lunghe il doppio dei canini di un giaguaro. Qui invece», dice Ninna posando la mano sul cuore dell’uomo sdraiato che ascolta e immagina, «qui stanno portando il loro attacco i fiori della digitale gialla, e quelli viola del solano, i fusti pelosi della menta d’acqua. Ma non prima di aver sviluppato una dentatura adeguata. Migliaia di denti affilati sono apparsi lungo i bordi dei petali e dei fusti, persino sui pistilli. E adesso lacerano e scavano, qui», dice Ninna continuando a premere sul cuore dell’uomo che ascolta e prova a immaginare « e qui», dice Ninna premendo al centro dello stomaco.</p>
<p>«E gli altri, gli altri che non subiscono l’attacco, non vedono nulla?»</p>
<p>«Soltanto gli effetti dell’attacco. Soltanto quelli.»</p>
<p>«Eppure, anche loro, anche loro sono stati attaccati mille e più volte. Sono morti mille e più volte. Dovrebbero sapere, dovrebbero ricordare.»</p>
<p>«Anche tu sei morto infinite volte, ma nemmeno tu ricordi.»</p>
<p>«Ricordo che ti ho amata, e ricordo che ti ho delusa.»</p>
<p>«Non ricordi come.»</p>
<p>«Tu si?»</p>
<p>«Io purtroppo ricordo soltanto quello. Il modo. Nient’altro.»</p>
<p>«Raccontamelo.»</p>
<p>Il corpo dell’uomo che vuole conoscere il modo in cui è stato capace d’amare e di deludere, è segnato da un’infinità di piccole linee, simili alle crepe che straziano il terreno quando la siccità è libera d’esprimersi. Da queste crepe, che spesso sono scure e altre volte bianche o giallastre, esce del fumo. Il fumo, invece di librarsi in aria, resta incollato alla pelle dell’uomo e la scurisce. Fatta eccezione per la fronte ampia e graffiata che invece resta pallida, e le labbra, carnose e asciutte, le labbra su cui di tanto in tanto volano frammenti di alga o code di geco.</p>
<p>«Ti sei sempre ritenuto colpevole di tutto », racconta Ninna, «tutte le colpe erano la tua colpa, tutti gli sbagli, tutto il dolore, persino il mio, era il tuo dolore, lo facevi tuo. Ma non per generosità, no, soltanto perché accettare che anche gli altri sbaglino, accettare che anche gli altri soffrano, ti avrebbe costretto a misurare il tuo amore, a soppesarlo, a metterlo a confronto con la difficoltà e la fatica che i tentativi per gestire gli sbagli e le colpe altrui comportano. E invece no. Tutte tue le colpe, tutto tuo l’amore e tutta tua la paura. Ti sei costruito una baracca isolata, impastando i muri con i tuoi morti e le tue responsabilità, i tuoi fantasmi e il tuo bere, le tue storie, i progetti sempre sul punto d’iniziare e per sempre immobili, e poi hai decorato la tua baracca come fosse l’inferno, un piccolo inferno di provincia in cui tu ricoprivi il ruolo di amministratore di condominio, e l’hai fatto per potervi soffrire comodamente, orribilmente e comodamente. Poi ci hai fatti entrare, una alla volta o in gruppo, e ci hai mostrato il colore del glicine, le costole, i cani addormentati, la lingua, il cuscino su cui i tuoi morti poggiano la testa per sorseggiare la luce, e poi, con gentilezza e amore, pieno di paura e di rassegnata stanchezza, hai fatto crollare tutto. Per proteggerti, nella rovina, come una seppia nel proprio liquido scuro.</p>
<p>E ti sei scusato, a lungo, con sincerità e disprezzo verso te stesso, ma mai abbastanza a fondo. Hai sempre scelto la comodità di un dolore sicuro e rassicurante all’imprevedibilità della gioia. Per paura di essere deluso hai sacrificato non soltanto le tue illusioni, ma anche le mie, le nostre. Qualsiasi illusione, all’interno del tuo piccolo inferno, è stata sacrificata affinché le tue scelte apparissero come le uniche scelte possibili: la semplicità, l’autarchia del dolore ha soffocato il complesso ardito della felicità possibile. Ti ho molto amato, e tu mi hai molto amata, e non è bastato. È così che è successo quel che è successo. Ma anche in mille altri modi.»</p>
<p>«Raccontameli, raccontameli tutti. È tutto quello che ho.»</p>
<p>«Non posso. Non capiresti. Dovrei trovare le parole giuste, soltanto quelle giuste. E non perché le parole siano importanti, come hai spesso sentito dire; le parole non sono importanti. Nemmeno il loro significato è importante, nemmeno il loro suono. La forma delle parole, quella, quella è importante. La forma che le parole evocano nelle nostre teste e sulle nostre lingue, dietro le nostre teste e dietro le nostre lingue. Perché è con quella forma, è grazie a quella forma che noi riusciamo, quando ci riusciamo, a raggiungere il silenzio. E subito dopo a perderlo. Per poi cercarlo ancora e ancora. E allora capisci, dovrei trovare infinite parole racchiuse, protette o prigioniere di altrettanti infiniti silenzi, per poterti spiegare tutti i modi. E forse, forse non basterebbero comunque. »<br />
«Ma abbiamo tempo, adesso che il Mondo continua a finire, adesso abbiamo il tempo.»</p>
<p>«L’abbiamo sempre avuto,» dice Ninna carezzando la fronte ampia e graffiata dell’uomo sdraiato «l’abbiamo sempre avuto. Non è mai esistito, non è mai stato niente, il tempo.»</p>
<p>Come sempre, il tramonto finge l’oscurità, abbozza persino le stelle, per poi virare, con un rumore di laccio di cuoio che scoppia, e terminare in un’alba nervosa, in una serie concitata di abbagli, di rapidi ripensamenti della luce. Dunque l’alba si placa, all’interno di un giorno già maturo, fluorescente come un caco osservato controluce.</p>
<p>Come sempre l’uomo che spesso smette di morire, ha ripreso a morire. Ninna lo osserva per qualche istante e prova una tenerezza improvvisa, improvvisa e straziante, al pensiero di loro due, su quella spiaggia, nel cuore del Mondo che continua a finire, nel centro dell’Apocalisse, intenti a parlare d’amore e rimpianti: minuscola, stupida, preziosa punteggiatura.</p>
<p>Sulla spiaggia, i naufraghi che ancora non sono stati attaccati, iniziano a costruirsi delle baracche di legno, come sempre. Hanno immediatamente dimenticato i naufraghi e le naufraghe sbranate dalle piante e quelli annegati tra le onde. Già iniziano a stabilire tra loro legami e rapporti di forza, alcuni si preoccupano di raccontare il mondo con bugie più o meno elaborate, altri fingono di ricordare, altri ancora meditano la fuga, inventano malinconie, stabiliscono la composizione dell’odio e del desiderio.</p>
<p>Ninna li osserva, illuminata dalla luce di un sole a cui non crede. I naufraghi si voltano verso di lei e restano immobili, a osservarla. Ninna adesso è in piedi, immensa e fragile. Rappresenta la rara, irrimediabile bellezza dei condannati a morte che vorrebbero morire e che invece, senza spiegazioni, vengono graziati. È una bellezza imperiosa e risolta, offerta a qualsiasi spreco, una bellezza aperta ai venti e buia, e pulsante. Grappolo d’uva in parte vittima della decadenza imposta dal tempo e in parte luminoso. Grumo di minerali illuminato dal bagliore passeggero di un faro o di una candela.</p>
<p>I naufraghi sono costretti a chiudere gli occhi, abbagliati.</p>
<p>Anche l’Apocalisse li chiude. Anche lei. E poi li riapre.</p>
<p>Il confine tra l’inizio e la fine del Mondo è un buio sorridente che dura troppo a lungo e mai abbastanza.</p>
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		<title>Nuvole apparecchiate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Aug 2016 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p>Le montagne dalle cime arrotondate scendono verso il mare trasformandosi in una valle di pietra e sabbia coperta da pietre e sabbie di colore diverso. Intenso è il lavoro del terriccio e della ghiaia per indagare le tonalità dell’ocra. Nel centro esatto della valle, lungo i bordi del sentiero che dal nulla delle montagne conduce al nulla del mare, le pietre sono chiare e grigiastre, quasi color della cenere. Quasi, perché del giallo si fa strada, come a creare un impasto di cenere e grano sbiadito. Ma subito dopo, poco oltre, in un punto che si potrebbe raggiungere anche solo sputando, il grigio giallognolo lascia spazio a un’ocra virato al viola. Un tono morbido e cupo, da lavanda fuori stagione, un viola ampio e fragile che in qualche modo sa di muschio, e che in certi momenti della giornata, specie quando il sole si lascia portare altrove, fa credere che persino il deserto abbia dei rimpianti.</p>
<p>I boschi, appunto. E le ombre perenni. La neve, persino.</p>
<p>Ma ecco che continuando a scendere la sabbia e la pietra acquistano un tono più uniforme, da legna asciutta, un marrone pieno e stabile che è lì per smentire i rimpianti, come dopo una crisi, come si beve un sorso d’acqua dopo un brutto sogno per tentare di tornare a dormire senza paura.</p>
<p>Apparentemente disordinati e casuali appaiono i bassi, rari cespugli secchi, quasi verdi, quasi grigi.</p>
<p>Forse si tratta di costellazioni, ed è soltanto a causa della pigrizia e della sbadataggine di chi li osserva se il disegno complessivo rimane sconosciuto: incomprensibile partitura del deserto, melodia aliena che il vento confonde oppure protegge soffiando senza sosta, lasciandola sottotraccia.</p>
<p>Il vento è forte, teso, trasporta manciate di sabbia e con quelle flagella i corpi dei due uomini seduti sotto l’ombra dell’unico albero presente nel raggio di chilometri. I due uomini di tanto in tanto si puliscono la bocca e gli occhi, inutilmente. Dimostrano un’età sicuramente diversa da quella reale, ed è quindi superfluo citarla. Basti dire che i loro volti sono di cuoio vecchio, i vestiti che indossano sembrano essere stati dissotterrati da poco, e una patina grigiastra ricopre le loro camicie, forse verdi, e i pantaloni di tela, i sandali.</p>
<p>-Ho le labbra sempre rotte perché dico bugie.</p>
<p>-No. È colpa del sole, del troppo sole.</p>
<p>-Se tu hai ragione, allora, lo vedi, ho ragione anch’io.</p>
<p>I due uomini sono appoggiati contro il tronco scheletrico dell’albero, provano a ripararsi sotto l’ombra sottile e frammentaria offerta dai magri rami, così asciutti, così aguzzi da sembrare gigantesche fauci sbrecciate. L’uomo dalle labbra rotte è rivolto verso le montagne, l’altro verso il mare, dove sono diretti.</p>
<p>La valle che dirada verso la costa appare rossa e pulsante, con aree gialle e parti color ruggine, seguite da linee di vegetazione sbiadite, un grigio che tende al bianco, al bianco delle garze.</p>
<p>Di solito, chi riposa sotto quest’albero e ha gli occhi fissi verso la costa, è colui che non riuscirà a raggiungerla. Perché questo è un luogo che richiede tenacia, una tenacia feroce, ma che disprezza ogni volontà troppo chiara, troppo esibita. Questo è un luogo che esige la fatica, lo sforzo, ma soltanto quel tipo di sforzo che è proprio delle cime da ormeggio, quando sono costrette a trattenere il peso delle barche che la corrente e il vento e le onde vorrebbero strappare al molo e che, seppur impegnate in uno sforzo immane, non producono altro che uno stridulo, strozzato miagolio.</p>
<p>L’uomo che si pulisce la bocca dalla sabbia e prova a sputare senza riuscirvi e guarda verso la costa, ha voglia di arrivare. Ha bisogno.</p>
<p>Ed è proprio questa voglia, questo bisogno, che glielo impediranno.</p>
<p>O forse, forse l’uomo che non riesce a sputare ce la farà. Arriverà fino a noi, Dottore.</p>
<p>E lei, pur conoscendo già la risposta, mi domanda il perché. Lei che è venuto via mare, con la bocca umida la testa all’ombra e le mani morbide da bambino, lei mi domanda: perché questi uomini e queste donne mettono a rischio le loro vite per arrivare fino a noi? La verità, come spesso accade Dottore, è poco più di un bicchiere vuoto osservato da lontano, troppo da lontano per sapere se qualcuno abbia bevuto ciò che il bicchiere conteneva, o se invece il bicchiere non sia mai stato riempito.</p>
<p>Dovrei tornare indietro nel tempo, per risponderle. Dovrei ricordare il motivo che mi spinse a fuggire. Ma anche il motivo è distante. Non bicchiere ma grumo, matassa di piante nemiche le cui radici affondano nel terreno e in altri casi sbucano dai muri in pietra, persino dall’acqua.</p>
<p>Difficile separarle tra loro, le ragioni della mia fuga, difficile persino giudicare, ormai, dove sia iniziata una decisione e dove un’altra sia terminata o cambiata.</p>
<p>Sono nato in un paesino bello per essere bambini o vecchi. Lo abbandonai a vent’anni e scelsi di vivere nelle città del Nord. Lo ricorda lei il Nord, Dottore? Forse è troppo giovane per ricordarlo. Era fatto di terra sempre bagnata e mattoni, di avena e cibi cresciuti nel fango. Spesso era composto di isole e coste abbaglianti contro cui s’infrangevano onde nere e grigie, sovrastate da cieli bassi e bui. Il verde dei prati bastava da solo a togliere la sete. Erano terre di banchieri e donne dalle splendide cosce bianchissime, liquori, migrazioni incessanti e difficili.</p>
<p>Vissi nelle città del Nord facendo lavori stupidi che giustamente nessuno ricorda più. Non ero abbastanza abile per ottenere quelle soddisfazioni che m’illudevo di meritare e nemmeno sufficientemente stupido o saggio per non dolermene. Scelsi allora di andare via.</p>
<p>Lavorai in una fabbrica di dolciumi in cui venivano prodotte caramelle gommose destinate agli orfani e ai mutilati. Realizzare caramelle è come scrivere poesie, credo. In entrambi i casi si lavora sugli scarti, o comunque su prodotti iniziali che vengono poi trasfigurati a risultato compiuto. Per fare caramelle si raccolgono assieme tendini, miscugli poco nobili di sostanze chimiche, avanzi di dolcificanti, midollo, coloranti, e tutto viene tritato assieme. Dunque si cerca di dare una forma e un colore gradevoli a questo impasto, modellandolo a forma di banana, orsacchiotto, oppure si lavora nella geometria, nell’astrazione, producendo cerchi, linee, persino linee attorcigliate e scure che sembrano la forma fossile del DNA umano. Non ha mai mangiato caramelle Dottore? Erano già finite? Poco male.</p>
<p>Io, comunque, venni licenziato nonostante quel lavoro mi piacesse: era meschino e futile, eppure mi dava l’impressione di partecipare a un processo alchemico, quasi magico. Era divertente osservare ciò che ribolliva nelle vasche, mi dava gioia essere vittima del senso di nausea causato dai fumi: a quei tempi, deve sapere, andava di moda credere che l’utilità personale di una persona povera, fosse direttamente proporzionale al disgusto provato nel compiere l’attività che le permetteva di restare povera. Svolgere mansioni detestate, e spesso inutili, a fronte di scarse retribuzioni, veniva considerata una condizione sacrosanta ed essenziale per far parte di quella che veniva allora definita società. Non le so dire esattamente da cosa nascesse questa moda o credenza popolare. Le posso dire però che era molto diffusa.</p>
<p>In ogni caso venni licenziato. Dopo il licenziamento decisi di spostarmi verso Sud. Procedevo in senso opposto rispetto alle carovane che tentavano di raggiungere e superare le barriere del Nord, sempre più massicce, aggressive, impenetrabili. Furono giorni di carestia e rappresaglie, le campagne erano devastate, le strade contenevano a malapena il flusso di corpi in marcia, i roghi lambivano gli accampamenti provvisori, con le baracche sorrette dai teli di nylon laceri e le tende. Forte era l’odore della febbre e quello delle erbe bollite. Poco distanti dagli accampamenti, le carcasse dei cani, precedentemente utilizzati nelle cucine di fortuna, venivano ammassate a formare gigantesche cattedrali sempre sul punto di crollare e mai del tutto crollate.</p>
<p>Fu un sollievo raggiungere le città del Sud. Le deserte, calme, pestilenziali città del Sud. Lei non può sapere quanto piacere provai nell’osservare quegli edifici morbidi, bianchi come meringhe. Dopo così tante lamiere, dopo così tante urla e barricate, mi sembrò di aver raggiunto luoghi mortali ma dissetanti, mi pareva di poterle bere, le città del Sud, con le loro piazze vuote e alberate e l’odore di fiori marci nell’aria, i cortili interni, Dottore, i cortili interni e le ossa dei gatti, le fredde scale di pietra e le piastrelle lucide dei bagni pubblici.</p>
<p>Fu allora che la incontrai. Di notte. Mentre dormivo sdraiato in terra, stordito dalla fame, lei mi venne vicino. Si sedette vicino a me e mi raccolse come si raccolgono gli oggetti preziosi e quasi perduti, con mano generosa, con dita riconoscenti. E io mi sentii fortunato Dottore, perché sapevo di non essere prezioso, ma avevo così tanta voglia di non ricordarlo più, d’illudermi di essere altro, un altro, qualcosa di nuovo e inaspettato. Ed è ciò che lei mi fece provare, risvegliandomi con una breve pressione della mano sulla spalla e offrendomi un frutto lungo e storto, sbucciato soltanto a metà, fresco, quasi ghiacciato. Era una donna dall’aspetto sgradevole, sgradevole e necessario. Non parlammo di nulla. Camminammo attraverso il centro storico della Città del Sud, un labirinto di pietra e terrazze malandate senza punto d’ingresso e senza possibilità d’uscita, silenzioso, mollo, distorto appena da alcuni rantolii provenienti da cantine sotterranee. Non m’innamorai di lei, Dottore, se è questo che vuole sapere. Nessuno s’innamora di lei. Noi tutti, noi tutti che l’abbiamo incontrata, abbiamo bisogno di lei, ma non l’amiamo affatto. Abbiamo bisogno di lei perché averla vicina significa interrompere una malattia, significa provare una sensazione stupenda, che soltanto colui che si è salvato appena in tempo da una dissenteria mortale può comprendere. Lei, la donna dall’aspetto sgradevole e necessario, controlla le ghiandole e il respiro, il sudore e il flusso sanguineo, in lei si dimentica la sete, e dimenticando la sete si riposano le ossa e si riposano le tempie: è tutto in ombra, con lei e in lei, un’ombra salvifica che salva fingendo di non saperlo, quando tutto il resto è sole immenso e duro, parco giochi abbandonato che si chiude in se stesso e crolla come un gigantesco fiore secco e croccante.</p>
<p>Ma lei si addormenta Dottore. La faccio addormentare. Sicuramente è colpa mia, no, non mi contraddica; la colpa è mia, è spesso mia. Ho esagerato nel parlare di lei. Ma l’ho fatto cercando di rispondere alla sua domanda, alla sua curiosità. La donna dall’aspetto sgradevole e necessario è il motivo per cui sono giunto sino a qui. La sola notte trascorsa assieme nel centro storico della Città del Sud è bastata a farmi capire che avrei seguito i suoi consigli, i suoi suggerimenti; i suoi ordini.</p>
<p>Attraversai il deserto, come stanno provando a fare quei due sotto l’albero, perché lei mi diede appuntamento qui, in questo paese costruito tra le rocce, in questo paese dalle case senza spigoli, in questo paese senza ombre, esposto al mare e al sole e al cielo stellato.</p>
<p>Rischiai di morire, nel deserto, come tutti, come tutte. E come tutti e tutte pensai che forse, forse la donna dall’aspetto sgradevole e necessario mi aveva teso un tranello, invitandomi a raggiungerla nell’unico villaggio della costa, che forse lei, durante quella notte di passeggiate e pressioni della mano, non aveva fatto altro che ingannarmi e che, mentre io rantolavo sulla terra scura e sulla sabbia, lei fosse appostata da qualche parte, e mi guardasse, e ridesse di me e dei miei sforzi. Un pensiero di questo tipo avrebbe dovuto gettarmi nella sconforto, avrebbe dovuto farmi infuriare, e invece io provai una calma improvvisa. Quasi che qualcheduno, o qualcosa, mi avesse appena sussurrato all’orecchio una risposta a lungo cercata e a lungo, troppo a lungo mai trovata. Mi misi immediatamente a scavare, in un punto poco distante dall’albero sotto il quale quei due uomini riposano oppure si spengono. Scavai con le unghie, e finite le unghie scavai con la carne. Non sapevo cosa avrei trovato, ma sapevo che avrei trovato qualcosa. Mi bastava. Mi diede la forza necessaria per andare in profondità, oltre i colori della sabbia e le tonalità della terra. Raggiunsi il letto del deserto, un banco d’argilla nera e umida. Dentro l’argilla trovai piccole radici, poco più grandi di un mignolo, trasparenti, con un punto scuro al centro del corpo simile a una vescica. Le mangiai, me le feci esplodere in bocca come fossero gocce di pioggia. Avevano un gusto leggermente salato. Mi rannicchiai nella buca, schiacciai il viso ustionato contro l’argilla nera, provai la necessità di piangere e vomitare e pisciare e masturbarmi e cacare, e al tempo stesso il bisogno di aspettare, di non fare nulla, di vivere quel conflitto interno, di navigarlo, di lasciare che il conflitto stesso, quel contorto grumo di bisogni, si esprimesse per conto proprio, intatto, senza nessun mio intervento che non fosse l’attesa.</p>
<p>Il vento crebbe in intensità, impose alle nuvole di lanciare ombre sulla terra, ombre veloci e scure, simile al manto di un felino. E le nuvole trascinarono via il sole, lasciarono la notte a prendersi cura di me e del deserto silenzioso.</p>
<p>Il giorno successivo raggiunsi il villaggio. Gli abitanti mi avevano visto camminare nel deserto e si dissero felici di sapere che il deserto non mi aveva spento. Ci vollero mesi, forse anni, per scoprire che tutti gli abitanti del villaggio erano ugualmente in attesa della stessa persona che mi aveva spinto a andare laggiù. La donna dall’aspetto sgradevole e necessario era la ragione per cui ci trovammo, e ancora ci troviamo, a vivere assieme. I più sensibili e i più permalosi col passare del tempo hanno iniziato a rinnegare le loro motivazioni, certi dicono di essere nati e cresciuti in questo posto, e che nessuna donna ha detto loro di fare alcunché: si spacciano come pescatori figli di pescatori, oppure avventurieri, ricercati dalla polizia in fuga. Io ascolto le loro bugie e do loro ragione. Che senso avrebbe costringerli a dire la verità davanti a me? Quando io stesso, e tutti gli altri, li ascoltiamo piangere e pregare di notte, affinché lei rispetti la parola data e venga a noi.</p>
<p>È questa la storia del nostro villaggio, una storia di promesse e attese, nel deserto, davanti al mare.</p>
<p>E lei giustamente penserà che siamo degli sciocchi, non è forse vero? Ma cosa c’è, mi dica, cosa c’è di più dolce che essere degli sciocchi in penombra? Lei, lei sa proporre di meglio che far finta di essere stati amati, e restare così, come gomitoli di lana sulla pietra, così, come nuvole apparecchiate per una cena eternamente rimandata? Sa far di meglio, lei, nascosto dietro i suoi occhiali da sole che riflettono un’adolescenza infinita e guasta?<br />
Oh, Dottore, ci fosse meno correttezza nelle diagnosi e maggiore precisione nella compassione, non sarebbe forse bello? Sapessimo dire le cose giuste, poche cose, simili al silenzio, ma a un silenzio che non è restrizione, un silenzio naturale, che sgorga come acqua da una sorgente, come fiato, Dottore, come l’ultimo o il penultimo respiro prima di annegare.</p>
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		<title>La riviera dei fiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2015 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-58890" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua-1024x678.jpg" alt="acqua" width="700" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua-900x596.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/acqua.jpg 1920w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p>La pittura è spessa e viscosa. Sembra bitume, forse lo è. Va data in modo uniforme ma di corsa, perché la pioggia è in agguato, e la pittura nera deve impedire che l&#8217;acqua filtri nei vecchi muri della casa. Lavora nello stretto, lui. Lavora nello stretto, con i capelli radi appiccicati contro la fronte dal sudore, gli occhi illuminati di sbieco, e non dai lampioni, nemmeno dalla luna che inizia, ma da una luce interna, interna e cattiva, innocua e blanda.</p>
<p>Da un lato ha la grondaia, a cui il porco che l&#8217;ha montata non ha imposto la giusta pendenza. Dall&#8217;altro lato un muretto, irregolare, di cemento armato. E sopra, sporgente, quel che resta di una vecchia serra: i vetri bianchi, sporchi, rotti, l&#8217;intelaiatura arrugginita. È abbandonata da tempo, i garofani costano meno altrove. Resta comunque ingombrante. La spigolosa adolescenza della vita passata di questi luoghi, adolescenza vecchia che non diventa niente e nemmeno muore: ormai pigra come un krapfen.</p>
<p>Osserva il pennello, lui, il pennello carico di pittura che sembra un grumo di strada fresca, e osserva la propria mano, la trova coperta da un guanto da cucina rosa. Guarda sopra. Ha le braccia tagliate. I tagli sono leggeri e sciocchi, figli di potature maldestre. L&#8217;unico colore acceso è il sangue rosso delle zanzare tigre spiaccicate sugli avambracci. Lente a causa dell&#8217;autunno, sono ormai comode prede da uccidere bestemmiando. Fischiano e volano, poi esplodono oppure sfuggono: partiture su partiture.</p>
<p>A osservare il lavoro di pittura, già l&#8217;istante successivo alla fine del lavoro stesso, si capisce subito che è fatto male. Per nulla uniforme. L&#8217;acqua stagnerà, filtrerà, causerà danni.</p>
<p>I sorci che vivono nel sottotetto emettono un rumore stridente, come una corda di pianoforte sfregata con unghie lunghe. Il rumore è breve, passa subito. Lui pensa al veleno che dovrebbe piazzare a bordo tegola. Ma anche il pensiero è breve. Passa, passa anche lui.</p>
<p>Altri pensieri arrivano a eseguire le loro figure libere. Pensieri come l&#8217;idea che lui non sia bravo a fare nulla. Non bravo con il bitume, non bravo a leggere le bollette del gas, non bravo a vendere soldi e non bravo a salvare soldi, non bravo a scrivere, a saltare.</p>
<p>Buono a nulla e nel nulla.</p>
<p>Questi pensieri ci mettono poco a diventare verità. E le verità sono come un pelo di capra, o di pecora o maiale, che gli cresce attorno al collo mentre si butta tra le canne di bambù per tornare a casa. Si torna a casa con il collo caldo e sporco di verità perché la porta va aperta con un misto di saggezza e disperazione. Bisogna tornare a casa fallendo nell&#8217;equilibrio.</p>
<p>Le ceneri di suo padre lo guardano, appollaiate davanti alla finestra che dà sul giardino. Sono rinchiuse dentro una scatola verde che assomiglia a quelle in cui si tengono le carte da gioco. Le ceneri hanno occhi fatti di piccola frutta talmente vecchia da apparire irriconoscibile, forse acini d&#8217;uva, forse semi.</p>
<p>Cosa vogliono dirgli? Dicono qualcosa, gli occhi della cenere fresca di suo padre?</p>
<p>Non si sa. Ciònonostante, ogni martedì e giovedì lui sottopone loro delle giocate del lotto, uno o due ambi, un terno, affinché suo padre guardi e, eventualmente, decida. Il sabato invece non gioca. Gli piace far finta di aver dimenticato di giocare. Ama sdraiarsi, il sabato sera, a pensare ai rimpianti, a puzzare.</p>
<p>Ma oggi non è sabato, è un altro giorno.</p>
<p>È stanco, sono mesi che è stanco. Da quando la malattia di suo padre si è incattivita e lui è tornato a vivere con i genitori, è da allora che si sente stanco. È normale, è normale, si dice.</p>
<p>Gli ospedali, i sintomi, la mancanza cronica di miglioramenti, di buone notizie.</p>
<p>Ma questa stanchezza arriva da più lontano, da prima, e questo è meno normale, meno normale, meno normale, ripete a bassa voce, in bagno o sopra qualche albero, oppure seduto in disparte in un bar quasi vuoto. (Quanti uomini, quanti uomini gli hanno detto “Mi dispiace per tuo padre” in questi mesi? E quante volte ha osservato le loro camicie piene di tasche e ha risposto “Grazie”, come dopo un complimento? E quanti uomini hanno taciuto, guardato e taciuto? Non importa.)</p>
<p>Sua madre si aggiusta il cappello di lana che è costretta a indossare quando la cervicale le dà noie. Di solito poco prima che il vento cresca, iniziando sul mare, per poi salire verso di loro, che stanno tra gli alberi e le serre abbandonate.</p>
<p>“Hai chiamato il notaio?” domanda sua madre “Si? E allora, che dice?”</p>
<p>“Che ci sta lavorando.”</p>
<p>L&#8217;espressione del volto di sua madre significa che lei sa benissimo che nessuno ha chiamato nessuno, e che nessuno lavora a niente. Sono buono a nulla e per nulla, pensa lui, ma mia madre vuole immaginarmi diverso, migliore.</p>
<p>Lui la bacia sulla fronte come altri pregano, con l&#8217;abitudine di una pianta che ricresce.</p>
<p>Il giardino oltre la finestra del soggiorno subisce gli scarti del tramonto. Tutte le ombre grossolane, color barbabietola, e le profondità del rosso cupo fanno sembrare gli aranci e i limoni come ricoperti di ardesia, di ardesia sbiadita. Le foglie mosse degli alberi diventano vaghe, si trasformano in materiale da chiesa spoglia, da chiesa spoglia che all&#8217;improvviso offre un bagliore e subito lo rinnega. Invece sua madre esce a camminare col cane. E lui beve, beve vino da tavola dentro una tazza macchiata.</p>
<p>Il fuoco ai fuochisti il mare ai maremoti il cuore ai rincuorati.</p>
<p>Prima, prima di tornare a casa a vivere la malattia e il lutto con sua madre, prima, a lui piaceva bere e bere, bere fino a ubriacarsi, per ore. Per troppe ore, soprattutto. Bere oltre il momento in cui non ha più senso bere. Quello gli piaceva. Adesso, invece, gli piace bere alla pari di certe vecchie signore morenti, che si sentono in colpa per le preoccupazioni causate agli altri, ma che al tempo stesso ne vanno fiere e, nel mentre, bevono di nascosto. Come per correggere un breve raschio in gola, una tosse che non merita commenti.</p>
<p>A lui piace bere poco e male, bere vino da tavola aspro, o rosolio venuto così così. E gli piace bere da solo, di nascosto, buttando immediatamente la bottiglia vuota e lavando subito il bicchiere. Come a dire, non è successo niente, non è passato nessuno, il campanello non ha suonato, la porta non si è spalancata. Quel tipo di bere che, forse, a raccontarlo gli si fa un torto. Come a voler attribuire un tono a certe facce che lui vede in paese, la sera. Facce che un tono ce l&#8217;hanno, ce l&#8217;hanno: un qualcosa riguardante la lobotomia frontale, una certa signorile demenza, diciamo. Ma che, ecco, già si sente, a spiegarle, si finisce con lo sprecarle.</p>
<p>Perché invece non accettare l&#8217;inspiegabile come si accetta lo sguardo di un cinghiale o di un vigile urbano? Perché non dargli da fumare? Accettiamolo, accogliamolo.</p>
<p>Accogliamo la casa vuota e buia, accogliamo la maniera brusca con cui le finestre sporche distorcono il verde delle piante, i movimenti disperati del verde e la sommessa voglia di scomparire delle ombre, accogliamo e vezzeggiamo le tante cose che, anche oggi, lui ha cercato di risolvere e che ha fallito. Accettiamo le tante cose che ha fallito.</p>
<p>Arriva la cena, e con la cena arriva per lui il momento per i buoni propositi. Ogni sera una fine dell&#8217;anno, un inizio di scuola, un matrimonio, ogni cena un nuovo, energico contratto con la vita. Invece, poi, lui beve di nascosto, e smentisce tutto. Va a letto e resta a fissare il soffitto rugoso, a buccia d&#8217;arancia vecchia, e pensa alle donne con cui è stato a letto. L&#8217;immagine di una costola gonfiata e sgonfiata riflessa in uno specchio appoggiato al muro. Una frase sconcia e buffa e confortevole. L&#8217;odore sulle dita. L&#8217;odore di merda e di detersivo e di broccoli. Le labbra storte. I piedi da lepre. La piega del ginocchio e la voce che ci si spegne dentro.</p>
<p>Tutte cose belle e tristi che lui pensa e ripensa fino a quando si vede nel riflesso della finestra: e allora smette; smette perché si accorge di avere una barba da cronaca nera minore e gli occhi stanchi, stanchi e cattivi. E ha la tentazione di domandarsi: ma è così che divento, questo divento, di già?</p>
<p>Così smette, smette di pensare ai corpi e ai rumori dei corpi e al calore dei corpi e alla loro amorevole e incomprensibile casualità, e legge.</p>
<p>Apre un libro a caso. Legge disordinatamente, saltando pagine e pagine, capitoli interi, alla ricerca di specifici gruppi di parole. Quali gruppi di parole?</p>
<p>Dipende. Certe sere lui sente il bisogno d&#8217;immagini riguardanti i settori, le inferiate. Altre volte cerca i risvegli, i nomi di strada, gli stagni. Altre volte ancora i colori, le ostriche, le battutine. Può capitare che senta di aver bisogno di maledizioni, di fiabe, di canzoni. Ma è raro.</p>
<p>Quando ha trovato qualcosa, lo legge e rilegge senza sosta. Allontana il sonno e la voglia di saperne di più, legge e rilegge la stessa frase, la stessa mezza frase, le stesse tre parole in croce fino a quando ritiene di essere stato accettato, per davvero, di aver stipulato con loro, con le parole, un patto, un accordo del tutto indifferente alla storia e al senso.</p>
<p>Allora crolla, dorme immediatamente. Senza sogni. I sogni di un bicchiere dimenticato sono splendidi e alti e la loro maledizione è vuota e si allontana. Lui si sveglia spesso. Perché i bicchieri vuoti non hanno pace e perché sente la casa fare i rumori. E quando si sveglia, lui prende il bastone di legno che tiene vicino al letto e lo stringe come si stringe un cornicione per non cadere. Poi si alza in piedi e ha paura.</p>
<p>Al buio, con la casa che fa i rumori e un bastone in mano, lui ha paura.</p>
<p>Dietro ogni rumore potrebbe esserci un assassino. Ogni rumore è un assassino che non vuole fare rumore. Lui lo sa e ha paura. Avrà il coraggio di uccidere l&#8217;assassino? Avrà la forza e l&#8217;abilità? E poi: gli piacerà?</p>
<p>Lui teme di si. Ha così paura dei rumori della casa, ha così paura degli intrusi che possono infilarsi dentro quei rumori e sgattaiolare in salotto, al piano di sotto. Ha paura di loro, e ha paura del dolore che su di loro sente di voler sperimentare, perché crede che possa piacergli.</p>
<p>Lo sa. Non è sicuro di avere il coraggio per sperimentarlo. Ma è certo che, se trovasse il coraggio necessario, quel dolore gli piacerebbe. Colpirebbe a bocca chiusa e senza labbra, colpirebbe oltre il respiro, lascerebbe il male al male, aggiungerebbe male al male.</p>
<p>Cammina per la casa buia. Stringe il bastone tra le mani, sente le nocche vivere pienamente. Quando entra nel bagno colpisce l&#8217;aria con forza. (È nell&#8217;aria che stanno gli assassini, ovunque.)</p>
<p>Il legno del bastone fischia e si zittisce. (È nell&#8217;aria che bisogna colpire, colpire e sperare.)</p>
<p>Lui ha le mani che tremano a causa della paura e dei rumori. Il lampione oltre la siepe lo sa e si fa bianco di luce, di una luce più bianca della luna bianca. Lui guarda la siepe e sputa, sputa come una seppia.</p>
<p>È molto bello, lui, adesso. Da solo, nel bagno. È convinto che ci sia un vecchio che lo aspetta nella doccia. È molto bello, lui, quando si volta a controllare, sicuro, certo di trovare un vecchio bonario, in attesa, con una coltello in mano. Ed è certo che se il vecchio ci sarà, se il vecchio avrà avuto la pazienza di aspettarlo, lui non lo colpirà con il bastone; no.</p>
<p>Lui poserà in terra il bastone giallo, sulle piastrelle, e si avvicinerà alla lama, per aiutare il vecchio a farsela entrare nello stomaco, con una lentezza così dolce e ingiusta, con una lentezza spossante e oscena e delicata.</p>
<p>Ma il vecchio non ha avuto pazienza. È andato. Ancora una volta è notte e ancora una volta il bagno è vuoto. Il bastone resta tra le mani, fischia nell&#8217;aria, dove bisogna colpire. Ma c&#8217;è soltanto aria, gli assassini si nascondono bene, sono bravi, restano rannicchiati dietro i rumori della casa e aspettano.</p>
<p>Lui ritorna a letto. Ha paura di dormire troppo profondamente. Così si palpa lo stomaco e le chiappe, si palpa i coglioni ed è stanco. Fuori, gli altri, ascoltano le voci aspettando il turno per usare la propria, decorano le vetrine, arrotolano le corde, si rifugiano nelle cantine dove poi si baciano, e hanno così ragione, così tanta ragione, ciascuno di loro.</p>
<p>Quanto ancora vi devo? Questo, questo pensa lui. E poi, ancora più sdolcinato e irrimediabile, pensa che dovrebbe piovere carta da regalo, che la stanza dovrebbe riempirsi di ricci di plastica, e che il dolore dovrebbe essere meno arioso.</p>
<p>Lui osserva il profilo del bastone nel buio della stanza, la forma. Ha il naso ghiacciato.<br />
E sono frasi brevi e brutte, queste, mentre i suoi pensieri sono brutti e lunghi.</p>
<p>Una notte-questi sono i suoi pensieri triturati come scarto di carne-una notte io sentirò il vero rumore, il rumore che sto cercando e che si farà riconoscere. Un rumore vivo, che mi sfiderà.</p>
<p>Allora stringerò il mio bastone, e il mio bastone giallo avrà fame. Scenderò le scale quasi senza sollevare i piedi, come se stessi passandomi la lingua sui denti, e arriverò in salotto.</p>
<p>In salotto troverò la luce buia che si vede in mare a occhi aperti, quando l&#8217;acqua è divorata dalle alghe e dalla schiuma. E io morderò il muro, spalancando la bocca fino a strapparmi la carne sulle guance, per far parlare gli zigomi. Con grande eleganza. Con l&#8217;eleganza di un ballerino a cui siano stati distrutti i muscoli e le ossa e che, pur ritrovandosi soltanto con i tendini, scopra di avere comunque troppo. Ma nessuno, nessuno dei morti rannicchiati al centro del salotto mi noterà. Perché i morti sono sbadati. E perché i morti saranno troppo impegnati a lacerare e scavare.</p>
<p>Cosa scavano i morti, i miei morti? Mi chiederò conoscendo già la risposta.</p>
<p>In cosa affondano le dita? Domanderò soltanto per avere la scusa di sorridere da ogni dente.</p>
<p>E che voglia, che voglia di rimpiangervi tutti e tutte avrò, guardando il mio corpo in terra, steso al centro del salotto, e quanta voglia di avere mancanza di voi avrò, nel vedermi scavato e spolpato dalle mani dei miei morti, dalle loro mani così delicate, quasi di schiuma.</p>
<p>E con quanto amore per voi, con quale splendida, soave qualità d&#8217;amore per voi colpirò il mio corpo già sventrato, il mio corpo spalancato, il mio corpo illustrato nelle varie gradazioni del sangue.</p>
<p>Con quanto amore, con quanto amore che serve a niente e che non passa, e che giustifica le notti e sbaglia, e che rassicura, e brucia in silenzio, e non basta, e non passa, con quanto amore purissimo farò scempio di me, rannicchiandomi infine dentro il mio stesso cadavere con la dolcezza di una civetta che ritorna senza essere notata.</p>
<p><a href="https://pixabay.com/it/users/ClarissaBell-1025460/" target="_blank">IMMAGINE DI CLARISSA BELL</a></p>
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		<title>L&#8217;amore di un Padre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2015 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco Padre M odiava volare. Prendere l&#8217;aereo gli era sempre sembrata un&#8217;occupazione da gente che imbocca barboncini, un gesto frivolo, indegno della tonaca preziosa con cui era solito abbigliarsi. Il passaporto diplomatico rilasciato dallo Stato Vaticano ispirava immediata soggezione nei vari addetti aeroportuali, è vero. Li spingeva a compromettere i loro abituali automatismi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_53559" aria-describedby="caption-attachment-53559" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-53559 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/shirley.jpg" alt="foto di Chris https://www.flickr.com/photos/86305247@N00" width="640" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/shirley.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/shirley-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-53559" class="wp-caption-text">Foto di Chris,<a href="https://www.flickr.com/photos/86305247@N00/" target="_blank"> https://www.flickr.com/photos/86305247@N00/</a></figcaption></figure>
<p><strong>di Orso Tosco</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Padre M odiava volare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendere l&#8217;aereo gli era sempre sembrata un&#8217;occupazione da gente che imbocca barboncini, un gesto frivolo, indegno della tonaca preziosa con cui era solito abbigliarsi. Il passaporto diplomatico rilasciato dallo Stato Vaticano ispirava immediata soggezione nei vari addetti aeroportuali, è vero. Li spingeva a compromettere i loro abituali automatismi burocratici, è innegabile. Incrinava la loro freddezza doganale, è la verità. Per Padre M si trattava di soddisfazioni ridicole. Il fatto che i porci temano il loro fattore non lo rende migliore delle sue bestie: tutti loro vivono nello stesso miscuglio di sangue e grasso e avena e merda.<span id="more-53561"></span><span style="line-height: 1.5;">A Padre M dispiaceva dover ammettere di far parte della stessa realtà concessa a quegli anonimi, fintamente autorevoli poliziotti di frontiera. Eppure, il ruolo ricoperto, la fama e il potere accumulati durante la propria carriera ecclesiastica lo obbligavano a viaggi frequenti. C&#8217;era sempre una cerimonia a cui presenziare, un premio da ricevere o da consegnare, un santo, un martire da celebrare; e i martiri, lo sappiamo, sono morti e continuano a morire ovunque. Da qui gli aerei, gli aeroporti, i documenti, il fastidio di Padre M per il volo. Un fastidio che, in quella mattina soleggiata d&#8217;ottobre, risultava persino più intollerabile del solito. Il motivo del suo viaggio suonava troppo simile a una cattiva barzelletta per non insolentirlo. Era diretto a Los Angeles, città che aveva già visitato, detestandola, e di cui ricordava soprattutto il modo impersonale con cui la gente è solita mangiare uova e prosciutto la mattina, a colazione, pasteggiando a spremuta d&#8217;arancia. Persino le macchine di grande cilindrata, decappottabili, che dovrebbero disporre di una chiara attitudine pornografica, l&#8217;avevano lasciato freddo, non gli avevano provocato alcun sussulto.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Los Angeles era una città corrotta da troppo poco tempo, e troppo consapevolmente peccaminosa per non costringere i suoi abitanti a un’eterna adolescenza. I giochi giocati da Padre M erano invece antichi, molto antichi, e a lui quella città piatta, enorme, quella gigantesca omelette di quartieri ripiena di adulti peccaminosi dava noia. Immaginate il suo dispiacere quando, dopo ore di volo, risvegliandosi Padre M ricordò che non soltanto gli adulti di Los Angeles erano per lui poco più che ragazzini rugosi, ma che in aggiunta, per motivi di lavoro sarebbe stato costretto da lì a poco a incontrare una bambina, una bambina famosa, leggendaria, d’accordo, ma pur sempre una bambina.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna la sera precedente al viaggio Padre M aveva bevuto troppo. Seduto nella limousine che dall&#8217;aeroporto l&#8217;avrebbe condotto a destinazione, cercò protezione nel mal di testa, nel dolore pulsante della testa e nell&#8217;alito cattivo. Mentre la città svolgeva il proprio compito, di strada in strada, Padre M trovò la protezione di cui aveva bisogno. Riviveva alcuni momenti della serata precedente, rivedeva i volti dei suoi compagni di gioco, i loro corpi tozzi, seduti sulla solidità del marmo a formare un semicerchio attorno ai loro invitati, che invece erano nudi, sdraiati o inginocchiati su altro marmo, indaffarati a riempire di urla e torsioni le alte volte dei soffitti. Ricordò poi le corte fruste, i guizzi del sangue, rapidi come fonti d&#8217;acqua, come bisce, e l&#8217;odore del roast beef e dei sigari e quello del vino miscelato al sudore. Era stata una bella serata, una bella serata faticosa, e Padre M la ripercorse mentalmente sino a quando l&#8217;autista non lo informò che erano arrivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M guardò fuori dal finestrino e vide la casa. La casa della bambina leggendaria. Si trattava di una villa a tre piani, spaziosa, a cui le linee morbide e sinuose interamente ricoperte di colori pastello conferivano l&#8217;aspetto di una torta da matrimonio. Una torta nauseabonda, pensò Padre M camminando verso l&#8217;ingresso. Questa, analizzò spietato, è gente che si affida alle arachidi, ed io, dunque, io sono costretto a servire gente che si affida alle arachidi, concluse amareggiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo assistente si occupò delle presentazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M si limitò a stringere delle mani e a sorridere debolmente. La madre della bimba disse che sua figlia era molto felice di incontrarlo, e che gli era incredibilmente grata, perché “Grazie a lei, Padre, sarà finalmente possibile zittire tutte le orribili calunnie di cui la mia piccola è da troppo tempo vittima”. Padre M pensava ad altro, e fu il suo magro e solitamente muto assistente a rincuorare la madre della bimba famosa, dicendole “Non si preoccupi, siamo&#8230; voglio dire, Padre M è qui per questo”. La madre, in segno di riconoscenza, volle a tutti i costi baciargli la mano. Padre M tentò di evitarlo ma, la signora, forte e risoluta, riuscì comunque a sbavargliela di saliva e rossetto. Da quanto tempo non mangio una zuppa di tartarughe? Si domandò Padre M, cercando di dissimulare il grande fastidio causato dal contatto con quelle labbra vecchie, e accettando stoicamente la malinconica consapevolezza che troppo a lungo si era privato della propria zuppa preferita, proprio lui che, di zuppe, andava notoriamente ghiotto.</p>
<p style="text-align: justify;">La sala principale della casa, l&#8217;immenso salotto che a Padre M sembrava la riproduzione della parte interna dello stomaco di una bestia composta esclusivamente di zuccheri, era piena di ritratti e fotografie della bambina prodigio. In alcune di queste immagini la bambina ballava, con i capelli separati in due trecce, in altre cantava davanti a un microfono, in altre ancora accarezzava un cane, oppure dormiva, correva spensierata. L&#8217;unica costante era il suo sorriso. Un sorriso a sua volta composto esclusivamente di soli zuccheri, zuccheri talmente solidificati tra loro da risultare taglienti. Se la lamiera contorta dall&#8217;incidente stradale avesse un sorriso, se la trave marcia nell&#8217;istante in cui crolla e fa crollare l&#8217;intero edificio sorridesse, se la vittima avvelenata e stuprata trovasse il modo di ridere, quello, quello della bambina sarebbe il loro sorriso. Il salone era pieno di gente, di gente che Padre M non voleva calcolare e che gli metteva voglia di accendersi un sigaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Finiamo questa buffonata, pensò Padre M, finiamola adesso. “Signora,” si rivolse alla madre della bimba “io sarei felice di incontrare sua figlia, se per sua figlia va bene.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo padre.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma, ” aggiunse Padre M “vorrei incontrarla da sola.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Voi due soli Padre?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Se non è un problema.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo, certo che non è un problema. Nessun problema. Come preferisce.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo preoccupato della donna, la fatica nel celare il proprio nervosismo, furono per Padre M come piccole mentine nella bocca di chi ha da poco vomitato: un piacevole diversivo.</p>
<p style="text-align: justify;">“La accompagno verso la stanza di mia figlia.”</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M e la madre della bimba prodigio salirono, soli, la lunga rampa di scale coperta di moquette color pesca. Superarono i vari piani e giunsero all&#8217;ultimo. Al centro del corridoio era posto un cavallo a dondolo di legno. Avvicinandolo, Padre M capì che non si trattava di legno, bensì di cuoio, cuoio scuro. Ripensò ai giochi della sera precedente, all&#8217;asfissia, alle cinture, agli arrossamenti della pelle. Sui muri del corridoio, lucidi come caramelle bagnate d&#8217;acqua o saliva, erano appesi altri ritratti della bimba, alcuni pupazzi, quadri d&#8217;ispirazione natalizia e un crocefisso, probabilmente aggiunto prima del suo arrivo per offrire alla casa un sentore religioso e che, invece, posizionato tra due giganteschi orsi di peluche, sembrava piuttosto uno spiedo pronto a essere ingoiato.</p>
<p style="text-align: justify;">La signora entrò nella stanza della figlia, da sola, e si chiuse la porta alle spalle. Padre M sentì soltanto tre voci scambiarsi poche parole. Dopo nemmeno un minuto la madre riuscì accompagnata da un uomo di mezza età con un’orribile cravatta a bande diagonali e dei baffetti ridicoli che, non a caso, pensò Padre M, si presentò con il ridicolo nomignolo di Griff. Padre M notò che Griff, andandosene, lo squadrò con il volto addolorato e teso, la tipica espressione dei magnaccia gelosi. La cosa lo incuriosì. Era forse innamorato della bimba prodigio? S’indossano forse cravatte orribili quando si è innamorati? Ci si taglia continuamente i baffi come fossero rami di un bonsai? Si fa così quando si è innamorati di una bambina prodigio? Padre M ebbe un’esitazione, si voltò, e vide che la mamma della bimba lo stava fissando, e che contemporaneamente sussurrava parole concitate all&#8217;orecchio di Griff. Quando lei lo vide voltarsi, tentò di dissimulare. Griff no, continuò a guardarlo con odio. Padre M si nutrì del suo odio con un appetito da pianta. Si odorò brevemente le dita: profumo di dopobarba, di sigaro, un lieve sentore di ano.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrò nella stanza della bambina.</p>
<p style="text-align: justify;">Si aspettava una stanza enorme, eccessiva, aveva ipotizzato lo sfarzo e il cattivo gusto, ma non la presenza di cavalli. E invece, la stanza ne era piena. Era piena di giovani cavalli e balle di fieno. L&#8217;arredamento era quello tipico dei saloon da film western. Legno, altro legno, ancora legno, fotografie dei ricercati, tovaglie sdrucite, porte girevoli, e poi ancora legno per il bancone, legno per le scale che non portavano da nessuna parte. La parte opposta della stanza era interamente occupata da un’immensa vetrata. E la luce, passandovi attraverso si affilava, costringendo Padre M a chiudere gli occhi. Non riusciva a trovare la bimba. Soltanto le sagome dei cavalli e delle balle di fieno, soltanto il legno e la luce. Ma poi, la bimba parlò. “Benvenuto Padre. Immagino sarà stanco dopo il lungo viaggio. Posso offrirle una pannocchia grigliata?”</p>
<p style="text-align: justify;">Due cavalli si spostarono con il tempismo degno di una coreografia perfetta e Padre M la vide.<br />
Shirley Temple stava grigliando delle pannocchie di granoturco. Indossava una salopette blu, da lavoro, risvoltata sui polpacci, e una camicia a quadri, rossa e nera. Sorrideva verso Padre M, e lui le sorrise a sua volta. Sorrise verso quella bimba inondata di luce tagliente e fumo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono felice di conoscerla Miss Temple.”</p>
<p style="text-align: justify;">“La prego Padre, mi chiami Shirley. Altrimenti mi mette in imbarazzo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Dubito che una stella del cinema come lei possa imbarazzarsi.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Oh, e invece&#8230; lo vede?” disse Shirley Temple indicando il barbecue “Ho quasi bruciato la sua pannocchia&#8230; io non sono una stella del cinema, Padre, sono&#8230; ” Forse non trovando le parole adatte, Shirley si voltò verso Padre M, come per supplicarlo, e il suo sorriso, già ampio, si allargò ulteriormente, o per meglio dire si dilatò, quasi si trattasse di un’iride improvvisamente illuminato e non di una bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M, cosa rara, s’intenerì. Questa inaspettata e particolare tenerezza lo spinse a terminare la frase iniziata dalla bimba. Mentre lei spalmava di burro salato la pannocchia di Padre M, lui disse, con voce serena “Una bambina.” “Esatto. Soltanto una bambina, Padre.” Shirley Temple aprì una finestra e il fumo del barbecue diminuì rapidamente. Padre M osservò la lucentezza dei capelli della bimba e quando lei si avvicinò, per offrirgli la pannocchia avvolta in un fazzolettino, notò quando minuta lei fosse. “Me lo lasci dire, lei ha dei cavalli bellissimi Shirley. Ma li fa sempre stare qui, con lei? Non le creano problemi?” Shirley Temple accarezzò la criniera di un cavallo pezzato. Poi gli diede parte della propria pannocchia. “Niente affatto. Loro sono i miei migliori amici, quasi una famiglia. So che è strano Padre, e forse non dovrei dirglielo ma, alle volte, loro, i miei cavallini, sono gli unici che davvero mi capiscono, gli unici che davvero hanno fiducia in me. Le piace la pannocchia?” Padre M considerava le pannocchie di granoturco un cibo da sottosviluppati mentali, da braccianti con relazioni sessuali tra consanguinei, ma preferì mentire. “Deliziosa. Quel che ci voleva dopo un lungo viaggio.” “Ma certo! ” si lasciò scappare in falsetto Shirley Temple “Nemmeno l&#8217;ho fatta accomodare. Mi perdoni Padre, davvero, non son abituata&#8230; “. “A ricevere preti?” “Di solito se ne occupa mia madre, voglio dire, che stupida, non di preti, mia madre si occupa del resto, insomma, del resto se ne occupa lei. Non sono abituata a far le cose&#8230; da sola. Venga, venga, qui c&#8217;è un divano dove possiamo sederci. C&#8217;è anche del caffè.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il divano era comodo e spazioso. Il caffè disgustoso e tiepido. Padre M e Shirley Temple chiacchieravano circondati da cavalli nani. “Tutto qui sembra pulito e profumato, nonostante i molti animali. Chi si occupa di fare le pulizie?” “I negri,” rispose versandogli altro caffè disgustoso “i negri sono molto bravi a fare le pulizie e anche a ballare il tip tap.” Appena terminata la frase Padre M, improvvisamente, si accorse di non vedere più nulla. Seppur spaventato, non riuscì a esprimere il proprio sgomento in alcun modo, poiché in aggiunta alla cecità improvvisa, si ritrovò incapace di formulare pensieri coerenti e completi. Qualcosa sembrava avergli fatto un terribile effetto. Avvertiva un inspiegabile calore. Non dato dalla temperatura esterna, dalla luce, dall&#8217;alito caldo di Los Angeles: bensì un calore interno. Quasi senza rendersene conto si palpò lo stomaco, aspettandosi di trovarvi una borsa dell&#8217;acqua calda. Niente. Nessuna borsa dell&#8217;acqua calda. Eppure doveva esserci. Doveva essere al&#8221;interno, al centro del proprio stomaco. Perché Padre M, di questo e di poco altro era sicuro, in quell&#8217;istante, sapeva esattamente descrivere i sentimenti, le sensazioni e persino le aspirazioni di ogni borsa d&#8217;acqua calda del mondo. E, una comunione tanto innegabile, doveva per forza di cose essere anche fisica, materiale. Invece il calore cessò. Improvvisamente com’era arrivato, scomparve. E ritornò la vista, mostrandogli una serie di ombre sul soffitto, magre ombre verdognole che sembravano farsi la guerra tra loro e che, per qualche strana ragione, spinsero Padre M a desiderare di essere coperto da uno spesso strato di olive ed erba di campo.</p>
<p>Mentre Shirley Temple finiva di sgranocchiare la propria pannocchia, e gli raccontava di un&#8217;avventura capitatale in un giardino del Dakota, o forse del Missouri, Padre M pensò che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere sepolto sotto la freschezza di un mare di erba di campo appena tagliata e di olive, olive succose e fredde. Fu in quell&#8217;istante che Padre M si voltò verso Shirley Temple, deciso a ignorare lo splendore dei suoi boccoli. Fu in quel preciso istante che le ficcò una mano in bocca. Come aveva ipotizzato, l&#8217;intera protesi dentale superiore si staccò. Padre M la estrasse, osservando i veri denti della bimba prodigio. O almeno, quelli che le restavano. Erano pochi, scheggiati, ingialliti dalla nicotina e dal caffè solubile. “Questa non è la mia prima esperienza con l&#8217;LSD, la avverto.” Disse Padre M con voce severa. I denti finti di Shirley Temple erano stati eseguiti con grande perizia tecnica. Purtroppo, per via della droga che Shirley gli aveva somministrato con l&#8217;inganno, la loro perfezione e il segreto del loro perfetto inganno furono vanificati da un continuo pulsare: tutto davanti a Padre M pulsava, i muri, i cavalli, la luce, il legno dei muri, qualsiasi forma sembrava smossa da un lento battito cardiaco. Tutto tranne Shirley Temple. Unico elemento immobile, come pietrificato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lei pensava di potermi ingannare grazie all&#8217;LSD? Ed è rimasta delusa quando le ho detto che questa non è la mia prima esperienza? Per questo tace Miss Temple?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non le ho dato una dose di LSD per trarla in inganno Padre.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah no, e per quale motivo allora?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché questa è la mia prima esperienza, e speravo di condividerla con lei. Speravo che fosse la prima volta per entrambi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M si accese una sigaretta e ne passò una a Shirley Temple. “Perché io? Perché uno sconosciuto, un prete come me?” “Perché sono stanca. E per finirla con questa storia non basta che lei dica che io non sono una bambina, c&#8217;è bisogno di uno scandalo, Padre, di uno scandalo enorme. Aspetti, aspetti un attimo. È come se mi sentissi qualcosa qui, Padre, qui sullo sterno, qualcosa che m’impedisce di respirare.” “Può capitare. La prima volta può capitare. Immagini tutto il procedimento come simile a quello del defecare, soltanto più elaborato. E mi dica, Shirley, allora le leggende sul suo conto sono vere?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si, sono vere.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lei ha trent&#8217;anni?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Trentadue.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ed è una nana?”</p>
<p style="text-align: justify;">“E sono una nana.”</p>
<p style="text-align: justify;">“E&#8230; ”</p>
<p style="text-align: justify;">Shirley Temple si levò la splendida parrucca con un gesto deciso. “E questa è una parrucca, si. I famosi boccoli di Shirley Temple sono finti. Come i denti. Come l&#8217;età.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il cranio di Shirley Temple era molto rovinato. Pieno di pinze, mollette, con la cute devastata da anni di parrucche indossate giorno e notte, per paura che prima o poi un giornalista potesse fotografarla in questo stato, così come la vedeva Padre M.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sua madre, deduco, non è la sua vera madre. Dico bene?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Oh no, lei è davvero mia madre.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Capisco.”</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M sentiva il bisogno di alzarsi. Si alzò. Volle sfiorare il muro di legno, sentiva di doverlo fare con la mano sinistra, trattenendo il fiato e contraendo i glutei. Il muro era liscio, incurante.<br />
Il prete provò una piacevole sensazione, come se un dottore l&#8217;avesse rassicurato dopo una lunga, preoccupante attesa. Fece alcuni passi verso un cavallo e poi ritornò indietro. Si sedette vicino a Shirley Temple, più vicino di prima, a contatto con le sue ginocchia paffute. Le afferrò entrambe le mani. Lei lo guardò sorpresa. Aveva gli occhi lucidi. A Padre M il viso di Shirley Temple sembrò un tubero, uno strano frutto di fango e acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">“Shirley?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lei ha paura di me.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché le sembro morto, Shirley? Non è forse vero che le sembro morto?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si Padre, ho l&#8217;impressione che siamo tutti morti.”</p>
<p style="text-align: justify;">Padre M si portò le sue mani alla bocca e le baciò. Ma Shirley Temple si divincolò, sfuggi alla sua presa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi scusi, mi scusi, ho pensato che&#8230; ”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non si preoccupi, Shirley. Ha avuto paura che la volessi mangiare?”</p>
<p style="text-align: justify;">Shirley Temple annuì in silenzio, con gli occhi enormi, e acquosi, e fangosi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Può capitare, può capitare. È normale. Ma io non sono qui per mangiarla. La vede, laggiù? La vede la finestra come si muove?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si padre.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel suo piano, Shirley, nel suo piano per farla finita con la sua carriera e con la stanchezza di essere una bambina calva di trentadue anni, nel suo piano che comprende un enorme scandalo e persino un prete drogato, nel suo piano, mi dica la verità, lei non ha calcolato che la finestra si sarebbe mossa così, vero? Aveva forse immaginato che questa vetrata immensa si sarebbe messa a ondeggiare così tanto, come fosse un cubo di gelatina schiaffeggiato?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Shirley Temple si alzò dal divano e diede le spalle al prete, senza rispondere. Il viso di Padre M le faceva troppa impressione. Le sembrava composto di carne, ma di una carne simile a schiuma da barba rosa, una spuma di mortadella e lividi. Shirley Temple sudava molto e non si sentiva adeguatamente stabile per osservare quel grumo di viso. Eppure la voce del prete suonava rassicurante. Decise dunque di fidarsi di lui. Ma come fidarsi? Sedendosi sulle sue gambe? Sedendosi sulle sue gambe come un gatto anziano? Sì, sedendosi sulle sue gambe come un gatto anziano. Delicatamente, con estrema naturalezza, Sirley Temple si rannicchiò sulle gambe di Padre M.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il mio piano era sbagliato Padre, tutto sbagliato. Mi perdoni, la prego.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Taci, ” disse Padre M con una dolcezza estenuata “taci.”</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo del Vaticano le accarezzava la testa calva, piena di croste, con la stessa ammirazione con cui un restauratore analizza i vari elementi a sua disposizione per riuscire a salvarli da se stessi, per sottrarli al tempo trascorso, al lungo, faticoso tempo di cui essi sono colpevoli. Padre M non era sicuro se in quell&#8217;istante Shirley Temple stesse piangendo, o se fosse vittima di conati di vomito, o se, oppure stesse cantando una canzone. Di sicuro stava muovendo la bocca, l’apriva e chiudeva contro la sua gamba.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu non sai piccola Shirley, tu non puoi sapere il fastidio che io provo a essere toccato, anche soltanto sfiorato. Tu non puoi sapere. Eppure, lo vedi,” continuò il prete osservando la compostezza del legno con grande ammirazione “lo vedi con quanta gioia accolgo il tuo corpo sulle mie gambe, te ne rendi conto?” Shirley Temple mosse la testa come per dire di si, che se ne rendeva conto, e poi finì con lo sputare a lato, addosso a un cavallo incolpevole, e subito dopo si voltò, appoggiando la schiena sulle gambe di Padre M, e gli sorrise.</p>
<p style="text-align: justify;">“E sai perché io lascio che tu mi tocchi, Shirley? Sai perché permetto a una nana di trentadue anni di sdraiarsi sulle mie gambe? No? No, certo che no. Non puoi saperlo. Come potresti? Ma lo vuoi sapere, hai voglia di conoscere il motivo? Bene, bene. Alziamoci allora, alziamoci.”</p>
<p style="text-align: justify;">La perfetta simmetria delle posture, (erano entrambi in piedi con le braccia lungo i fianchi e le mani aperte) rese simmetriche anche le rispettive visioni. La luce e le ombre della stanza avevano una densità e una solidità simili a quelle dei molluschi, delle cozze, si contraevano e distendevano come se una cozza ancora in vita fosse ricoperta di succo di limone. Il succo di limone, nel caso di Padre M e Shirley Temple, era costituito dai loro sguardi, talmente simmetrici da formarne uno solo. La stanza intera, governata dalle luci e dalle ombre, si contraeva e distendevo sotto il loro sguardo. I cavalli avevano paura. Era chiaro. I cavalli erano consapevoli di trovarsi di fronte a una coppia di persone estremamente, quasi maniacalmente accordate tra loro: Padre M e Shirley Temple formavano, l&#8217;uno vicino all&#8217;altra, una geometria perfetta e al tempo stesso aliena, radicalmente aliena rispetto alla geometria normalmente riconosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">I cavalli avevano paura di Padre M e Shirley Temple, e al tempo stesso li ammiravano, avrebbero voluto omaggiarli, ma non sapevano come. Si limitavano dunque a osservarli il più attentamente possibile. Li seguirono, tutti, senza nessuna eccezione, mentre camminavano verso la finestra. Li osservarono appoggiarsi alla vetrata, sempre uno vicino all&#8217;altra, con le fronti e i palmi delle mani contro il vetro, con gli occhi aperti, disturbati dalla luce ma non sconfitti, comunque aperti. Ciò che i cavalli, impauriti e ammirati, non poterono afferrare, anche perché Padre M sussurrava, furono, appunto, le sue parole. Non si trattava di vere e proprie frasi. Ma piuttosto di frammenti di suoni e parole che obbedivano, anche loro, a una diversa geometria. La voce di Padre M sfruttava la lingua come la pioggia si serve o si lascia imprigionare dal letto di un fiume, da una grondaia. Le parole diventavano saliva, e la saliva si trasformava in numeri e suoni, e i suoni creavano e distruggevano parole e risate, mentre tutto attorno a loro continuava a pulsare, e loro due si scambiavano sigarette e carezze. Molto anni dopo, ripensando a quella importante giornata, Shirley Temple fu certa di ricordare alcune parti del discorso di Padre M, o almeno il senso generale del suo discorso. Padre M le disse che anche la Chiesa, in fondo, non era che un vecchio decrepito tenuto per sempre bambino, carnefice eternamente vittima di più antichi carnefici, imponente truffa per impedire truffe peggiori: come lei, esattamente come Shirley Temple. Ma Shirley Temple non era sicura dei propri ricordi. E forse non voleva esserlo. La sola certezza, l&#8217;unica cosa che lei non poteva negare di ricordare, erano gli ultimi scambi tra lei e Padre M. Quando lui, sorridendo stanco, le disse:</p>
<p style="text-align: justify;">“Promettimi che mi amerai per sempre, come mi hai amato oggi.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Io non ti ho mai amato.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Perfetto piccola mia, perfetto. È esattamente così che voglio essere amato. Nel centro esatto del paesaggio della tua indifferenza.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cosa dirai alla stampa?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Che sei la più dolce bambina che io abbia mai incontrato in vita mia. La verità. Dirò la verità.”</p>
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		<title>La piantagione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 13:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco L&#8217;uomo lungo, che alcuni chiamavano l&#8217;uomo lisca di pesce, aveva l&#8217;abitudine di intingere cotton fioc nello sciroppo d&#8217;acero, per poi lasciarli congelare nel freezer, durante la notte. Al mattino, durante le sue lunghe passeggiate, era solito succhiarli con gusto, come certi bambini fanno con le dita. Da tempo immemore cercava di dipingere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p>L&#8217;uomo lungo, che alcuni chiamavano l&#8217;uomo lisca di pesce, aveva l&#8217;abitudine di intingere cotton fioc nello sciroppo d&#8217;acero, per poi lasciarli congelare nel freezer, durante la notte.</p>
<p>Al mattino, durante le sue lunghe passeggiate, era solito succhiarli con gusto, come certi bambini fanno con le dita.</p>
<p>Da tempo immemore cercava di dipingere quello che, lui ne era certo, ne era certo nonostante tutto, sarebbe stato il suo capolavoro.</p>
<p><span id="more-50451"></span></p>
<figure id="attachment_50452" aria-describedby="caption-attachment-50452" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-50452 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/elefante-1024x780.jpg" alt="da http://nos.twnsnd.co/" width="700" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/elefante-1024x780.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/elefante-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/elefante-900x686.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/elefante.jpg 1280w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption id="caption-attachment-50452" class="wp-caption-text">Immagine tratta da http://nos.twnsnd.co</figcaption></figure>
<p>Si trattava di un paesaggio. Un paesaggio racchiuso in un&#8217;ora precisa: nel momento, raro, in cui le divinità, improvvisamente, trovano stupido il proprio stesso ridere, il proprio stesso divertimento per le bugie amorose e gli affanni degli uomini come l&#8217;uomo lungo.</p>
<p>È un&#8217;ora incredibilmente densa, e infatti dura poco, un battito di ciglia appena.</p>
<p>Subito dopo, le divinità, per dissimulare l&#8217;imbarazzo, riprendono a ridere con forza, ridono del proprio ridere e subito dopo delle cose buffe e tragiche che capitano di continuo davanti ai loro occhi da mandorla.</p>
<p>Ma il paesaggio dell&#8217;uomo lungo, anche di questo lui era certo, avrebbe coinvolto quel preciso momento di silenzio. Il breve attimo in cui le risa si scoprono stupide. E per questo, il cielo, sarebbe stato nuvoloso e caldo, come di terra che sbuffa sabbia, andando a insultare, giustamente, qualsiasi tramonto. Sotto il cielo, che avrebbe occupato metà della grande tela già da tempo predisposta su di un solido cavalletto, il pittore avrebbe voluto dipingere una campo di tè, una piantagione.</p>
<p>Il cielo era in pratica già pronto, da tempo, generoso e paziente nonostante l&#8217;ammanco. Ma la piantagione non arrivava. Non poteva arrivare per una ragione tanto stupida e implacabile quanto una malattia: per il semplice fatto che l&#8217;uomo lungo, di piantagioni di tè, mai ne aveva viste. E non soltanto. L&#8217;uomo lungo si era sempre oltremodo rifiutato di osservare anche soltanto una fotografia che le raffigurasse, o un disegno, come se ne trovano sulle confezioni di tè più elaborate e bugiarde. L&#8217;uomo lungo era fermamente convinto che, trattandosi del suo personale capolavoro, la piantagione, prima o dopo, sarebbe arrivata da sé.</p>
<p>La vita ve lo avrebbe condotto, attraverso i suoi buffi raggiri e le sue bambinesche manovre, prese di posizione, grazie a tutto quell&#8217;armamentario che abbaglia gli uomini e li fa invecchiare indaffarati.</p>
<p>La vita.</p>
<p>La vita in fondo gli aveva permesso di camminare e guidare per anni e anni in questa gloriosa città così bella e così abile nel far rimpiangere ruscelli e mulini, così adatta a consigliare il taglio delle camicie stagione dopo stagione. La vita gli aveva snellito e al tempo stesso ammorbidito il viso, un tempo bello, come il mare fa con i vetri. La vita gli aveva consigliato di rincorrere voci e corpi, fino a raggiungerli e, una volta raggiunti, la vita l&#8217;aveva spinto a ripudiarli per altre rincorse, sempre più affannose. La vita l&#8217;aveva abituato a parlare da solo, lungo il riflesso sui vetri, la notte, nelle notti sole e impaurite della sua splendida città paurosa e gloriosa e astiosa. La vita l&#8217;aveva allungato, seguendo la pigra tenacia d&#8217;acciaio delle rampicanti; e lui: cosa aveva dunque fatto, lui, l&#8217;uomo lungo? Non aveva forse lui contato con cura gli spiccioli con cui si costruisce una carriera, per quanto misera? Non aveva forse appoggiato il viso, un tempo bello, contro molti ventri, e su ciascun ventre non aveva lui forse baciato fuori la parte migliore di sé, il miele prezioso e meschino con cui si allontana la paura?</p>
<p>L&#8217;uomo lungo, l&#8217;uomo lisca, queste cose le aveva fatte. E altre ancora.</p>
<p>Aveva visto morire e aveva preteso che fosse una cosa accettabile, e per sfuggire il dolore si era stretto nelle coperte, a fondo, con durezza, come si tenta di stringere una benda sopra di una ferita profonda. Aveva accettato il duro e spesso incomprensibile giudizio altrui, illudendosi che il proprio dispiacere fosse d&#8217;aiuto al riso degli dei, e che dal loro riso potessero nascere nuovi minerali, immense ametiste, o anche soltanto piante grasse, che in futuro, altri migliori di lui, con baci migliori dei suoi, meno meschini, meno affannati, avrebbero venerato e bevuto, come laghi.</p>
<p>Aveva lasciato che il proprio volto si assottigliasse e si ammorbidisse, l&#8217;uomo lungo, aveva rincorso, e ancora rincorso, e giurato, e poi aveva rinnegato i propri giuramenti con altre rincorse, nascosto da altre morti, da altre speranze. Aveva camminato e guidato, a pochi passi dai fantasmi, ma senza mai e poi mai disturbarli, semplicemente allungandosi, come una cannuccia di plastica, semplicemente rimpiangendo, e aveva parlato da solo, cambiando camicie e dimenticando voci.</p>
<p>Aveva servito la vita come tutti e come nessuno. Come tutti, appunto.</p>
<p>E allora perché la vita avrebbe dovuto negargli la sua piantagione di tè? Perché mai negare una soddisfazione così misera a un servitore tanto fedele?</p>
<p>Eppure, la vita, continuava a negargliela: o meglio, come lui amava pensare, la rimandava. Meglio, meglio così, pensa l&#8217;uomo lungo camminando veloce mentre succhia i suoi cotton fioc coperti di sciroppo d&#8217;acero ghiacciato. La piantagione arriverà al momento giusto. Quando sarò pronto per eseguire davvero il mio capolavoro.</p>
<p>Il cielo, in fondo, ripete ad alta voce ridendo l&#8217;uomo lungo, il cielo può aspettare, lo dicono tutti, lo può dire chiunque.</p>
<p>Ma ecco che la pioggia lo sorprende nella sua camminata. E lui ha paura della pioggia, ha terrore della tosse cattiva che la pioggia sa imporgli se lui ci cammina dentro troppo a lungo.</p>
<p>E allora entra in un bar. Il bar è lungo e legnoso, con le pareti coperte da pagine di libri incollate tra loro fino a rendere le lettere e le frasi da cui sono riempite poco più che il balbettio di una telescrivente. La stanza lunga, coperta di parole insensate, è piena di gente, è piena di giovani. L&#8217;uomo lungo non ama i giovani, nemmeno li odia, ma non li ama.</p>
<p>È per questo che pensa, ho già dato, chiudendo gli occhi.</p>
<p>Ed è per questo che vorrebbe uscire subito, ma la pioggia si è infittita, e lui non ha cuore di sfidare la tosse cattiva. Così resta. Resta e capisce che in fondo alla sala c&#8217;è una persona che sta leggendo qualcosa. E che gli altri, i molti altri, lo stanno ascoltando. Dal modo in cui ascoltano la persona che legge, l&#8217;uomo lungo immagina si tratti di una storia ammirevole.</p>
<p>È possibile, ammette l&#8217;uomo lungo, anzi è certo che si tratti di una storia ammirevole. C&#8217;è di mezzo una dinastia, e il lavoro, la natura, la perdita, le tasse persino, e la gente di tanto in tanto ride e in altri momenti si fa pensierosa, o rapita, come fossero all&#8217;ascolto di una musica misteriosa.</p>
<p>Ma l&#8217;uomo lungo non bada alle dinastie, e tanto meno al lavoro, o alle risate.</p>
<p>Ho già dato, continua a pensare, ho già tanto tentato.</p>
<p>E invece di ascoltare la storia ammirevole, osserva una ragazza seduta nelle ultime file. È bruttarella, e lo resterà. Dispone invece di una dolcezza che col tempo forse diventerà altro. Fermezza? Ottusità? Benevolenza?</p>
<p>L&#8217;uomo lungo sa benissimo che la ragazza è innamorata della persona che legge. La guarda seguire ogni parola del lettore accompagnandola con un piccolo fremito, come se anche le parole più dure o banali venissero riprodotte da una lingua nell&#8217;interno delle sue cosce, le sue cosce avvolte in un pantalone molto colorato, un pantalone da venditore di formaggi peruviano.</p>
<p>L&#8217;uomo lungo, allora, prova il desiderio di avvicinarla e di sussurrarle all&#8217;orecchio queste parole: “Si raccolgono in mano le mani quando si è soli, ma sovraffollati”.</p>
<p>Dettò ciò, pur di sfuggire allo stupore della ragazza innamorata, trova il coraggio di fottersene della tosse e di sfidare la pioggia, e le vie, e persino il ritorno a casa.</p>
<p>Il tempo passa veloce, e con lui le ore, e la notte si fa strada con grande facilità perché la pioggia scolora tutto e lascia spazio al nero, e l&#8217;oscurità si sistema comoda, come una gatta sul tetto di un furgone parcheggiata a lungo.</p>
<p>L&#8217;uomo lungo è divertito e triste.</p>
<p>Ma allora è questo che io faccio, domanda a sé stesso con voce forte, pronuncio parole non volute come si scartano le caramelle di uno sconosciuto?</p>
<p>Che spreco ma, conclude ridendo e tossendo, è anche bello sprecare. È il letame, è la generosa accoglienza del letame che fa le stelle belle.</p>
<p>Poi di colpo si blocca. Come davanti a una meraviglia. Come se la vita gli avesse organizzato una festa a sorpresa deserta, ma proprio per questo preziosissima.</p>
<p>È costretto ad ammettere di non essersi mai reso conto di vivere vicino a un ruscello, e di non possedere camicie, nemmeno una.</p>
<p>Che sbadato, pensa, entrando dentro il proprio mulino da cui si vede la città, illuminata nella notte.</p>
<p>E per la prima volta, quella città che sempre gli era parsa tanto infaticabile, eccessiva, piena di sé e della proprio storia, gli appare stanca, infinitamente bisognosa, come una bambina prodigio costretta da secoli nello stesso ruolo, nonostante le guerre e i terremoti, nonostante la febbre e la stanchezza.</p>
<p>Un giorno, un giorno bellissimo, queste antiche mura e questi palazzi saranno scomparsi sotto il peso di poderose paludi viola, e le nevi resteranno a mezz&#8217;aria, sorrette da ciglia baciate eppure asciutte.</p>
<p>Subito dopo, l&#8217;uomo lungo tende il braccio per raccogliere la città, che si rannicchia sulla sua mano come un uccellino ferito.</p>
<p>E l&#8217;uccellino ferito, senza aprire gli occhi, come dormendo, con grande dolcezza, inizia a divorarlo.</p>
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		<title>Primo capitolo di un romanzo noir</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2014 08:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco Il contenimento della lotta Gesù disse “Ho gettato fuoco sul Mondo, ed ecco, lo custodisco fino a che divampi”. E tu sei il Porco. E devi trovare Denise Brown. Denise Brown con i suoi 24 anni, una cicatrice sullo zigomo, due aborti, e anche del resto, del resto che tu non sai, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<figure id="attachment_47801" aria-describedby="caption-attachment-47801" style="width: 768px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class=" wp-image-47801" style="text-align: center; font-style: italic; line-height: 1.5em;" alt="Noir" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/noir.jpg" width="768" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/noir.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/noir-300x172.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/noir-900x518.jpg 900w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption id="caption-attachment-47801" class="wp-caption-text">Doctor Who, Pig Slaves</figcaption></figure>
<p><strong>Il contenimento della lotta</strong></p>
<p>Gesù disse “Ho gettato fuoco sul Mondo, ed ecco, lo custodisco fino a che divampi”.</p>
<p>E tu sei il Porco.</p>
<p>E devi trovare Denise Brown.<span id="more-47800"></span></p>
<p>Denise Brown con i suoi 24 anni, una cicatrice sullo zigomo, due aborti, e anche del resto, del resto che tu non sai, del resto che tu non vuoi sapere.</p>
<p>Denise Brown ha rubato dei soldi in posta usando un coltello da cucina.</p>
<p>Un coltello da cucina che adesso è impacchettato in una stazione di polizia, sporco di sangue secco che potrebbe sembrare terra argillosa: fango di fiume torbido su cui galleggiano tronchi, ma non troppo a lungo, perché la corrente li schianta lungo i bordi, mischiandoli con altri tronchi, altre radici.</p>
<p>Eppure i bordi restano sempre identici, hanno un loro equilibrio pericoloso.</p>
<p>Come i marciapiedi che ti portano a casa.</p>
<p>Sempre la stessa casa.</p>
<p>L&#8217;unico posto che ti può dire dove si sia cacciata Denise Brown, con i suoi soldi rubati e la sua paura.</p>
<p>Stai per aprire la porta, stai per entrare. E sai che le stanze saranno buie, e nell&#8217;aria ci sarà odore di pane bruciato. E tu sai, tu lo sai bene, che nessun pane è stato bruciato.</p>
<p>Cammini al buio, tenendo gli occhi aperti come un tuffatore coraggioso, e ti siedi su una cassa posizionata al centro della stanza.</p>
<p>Estrai dalla tasca del giaccone una busta di plastica e un accendino.</p>
<p>La senti muoversi.</p>
<p>Senti il rumore del ferro che striscia contro il pavimento.</p>
<p>Il rumore del tuo tuffo a occhi aperti.</p>
<p>Nell&#8217;aria l&#8217;odore di pane bruciato si mischia a quello di disinfettante.</p>
<p>Le sue dita gelide, coperte di strisce di plastica e anelli di metallo, ti toccano le caviglie.</p>
<p>Passano sotto i pantaloni zuppi di pioggia. Capisci che è sdraiata per terra. Sta mangiando qualcosa. Ti chini in avanti per toccarle la faccia. Prima le orecchie, poi il naso bagnato, e infine la bocca, da cui spuntano petali di fiore e carta.</p>
<p>Ti morde la mano, con forza, ma tu non la ritrai.</p>
<p>La lasci immobile e dolorante dentro la sua bocca. La sua bocca piena di petali di fiore e carta e adesso piena della tua mano. Perché i suoi denti e il tuo dolore servono a sostituire cose che andrebbero dette, cose che da troppo tempo aspettano di essere dette ma che, prima di essere dette, vanno trovate.</p>
<p>E queste cose non possono essere trovate. Perché il tuffo ha i suoi costi, e loro ne fanno parte.</p>
<p>Accendi una sigaretta e gliela passi.</p>
<p>Fuma sdraiata con la testa contro il pavimento. La brace illumina quelle che sembrano lattine di birra rovesciate.</p>
<p>«Hai fame?» Le chiedi.</p>
<p>«Di tutto quello che manca», risponde, «di tutto quello che manca». E poi ride. Come l&#8217;esplosione di un palloncino nell&#8217;atrio di un enorme albergo abbandonato, l&#8217;istante prima della demolizione.</p>
<p>«Devo trovare qualcuno», dici.</p>
<p>Devo trovare qualcuno, dice il Porco che sei.</p>
<p>Lo sbirro che sei.</p>
<p>«Prima lavami» , risponde.</p>
<p>La illumini con una torcia.</p>
<p>È corsa a rannicchiarsi in un angolo della stanza.</p>
<p>È così vecchia nel suo lacero vestito da ballerina, con troppo trucco in viso, colato dagli occhi fin sulle guance, quasi a schernire la bocca cadente, il doppio mento.</p>
<p>Stringe la catena nelle mani. La catena pende dal collare che le cinge il collo e va a finire in un gancio infilato nel muro.</p>
<p>Ogni tuffo ha le sue virate improvvise, dovrebbe avere le sue virate improvvise.</p>
<p>Vorresti farla alzare e portarla fuori. Farle vedere la gente che mangia nei ristoranti, le coppie che bevono nei pub, i cigni che si puliscono la schiena restando a mollo nel canale.</p>
<p>Invece ti avvicini all&#8217;armadio e prendi un flacone.</p>
<p>«Chi devi trovare?» domanda nel buio.</p>
<p>«Denise Brown.»</p>
<p>«Denise? La piccola Denise? La piccola culona Denise?»</p>
<p>Appoggi la torcia sul tavolo.</p>
<p>«Una volta l&#8217;ho sognata, sai Porco?»</p>
<p>La luce illumina il muro annerito della cucina.</p>
<p>«Eravamo dentro un enorme panda di legno, un panda di legno con delle ruote che lo facevano scorrere sopra una foresta infinita, senza rompere nulla, nemmeno un ramo, nemmeno il corpo di un coleottero. Scorreva liscio come una puntina sul vinile.»</p>
<p>Apri il flacone. E fai in modo che l&#8217;odore di disinfettante copra quello di pane bruciato.</p>
<p>«Dovevi vedere com&#8217;era contenta Denise, la piccola culona ubriaca Denise. E adesso tu la cerchi, adesso il Porco la cerca. Non è buffa la vita, Porco, con tutte queste strettoie?»</p>
<p>«Ha ucciso un tizio», dici, mentre le versi il disinfettante sulla testa.</p>
<p>Si strofina la faccia come una lontra, tenendo gli occhi chiusi, si strofina le ascelle, le gambe coperte di pizzo devastato e tagli.</p>
<p>Vorresti portarla a vedere le barche che abbandonano il porto, vorresti dimenticarla in una città di vetro.</p>
<p>«La piccola Denise ha ucciso un uomo, e tu alle volte mi chiami principessa, altre volte povera troia, altre ancora 69. E adesso vuoi sapere dove si trova la piccola Denise. Non è una cosa stretta la vita, Porco? Non è forse una cosa stretta?»</p>
<p>Spegni la torcia e ti butti sulla cassa al centro della stanza.</p>
<p>Butti una mano a frugare sul pavimento, tra lattine vuote e croste di pane. Trovi un pezzo di carta argentata. Rovesci il contenuto della busta di plastica sopra il foglio di alluminio. Arrotoli una banconota</p>
<p>«Vieni vicino», le dici.</p>
<p>Lei si avvicina. A quattro zampe. Vorresti dirle che sei stanco di tuffarti, che sei stanco di tagliarti contro di lei.</p>
<p>Le passi il foglio di alluminio e la banconota.</p>
<p>Lei piega i bordi del foglio d&#8217;alluminio e li fa avvicinare tra loro senza permettere che si tocchino.</p>
<p>Scaldi il foglio di alluminio da sotto. La vedi inalare il fumo attraverso la banconota. La vedi inghiottire il fumo con la voracità di un insetto che si ciba esclusivamente di insetti più grandi, sperando in una rivoluzione.</p>
<p>La vedi piegare la testa all&#8217;indietro.</p>
<p>Adesso sei tu a fumare.</p>
<p>Il sapore della sua saliva sulla banconota arrotolata.</p>
<p>Il sapore della tua saliva sulla banconota surriscaldata.</p>
<p>I vostri baci.</p>
<p>I vostri baci come un dialogo di specchio e tenebra.</p>
<p>«La piccola Denise è in Mare Street», sussurra sdraiata sul pavimento, «nella casa occupata in cui aggiustano biciclette. Legge la biografia di un presentatore televisivo che combatte contro la caccia delle balene, i suoi successi, le sue paure, le urla sotto l&#8217;acqua, i suoi divorzi».</p>
<p>L&#8217;eroina ti mette una sciarpa sulle spalle. Ti scuce le spalle e ti infila una sciarpa sopra i muscoli.</p>
<p>Ti scuce i muscoli e ti infila una sciarpa sulle ossa.</p>
<p>«Fa due docce al giorno Denise, mangia riso e beve vino da quattro soldi. Il tizio che la ospita è uno spilungone biondo. Scopano due volte al giorno, sul letto dello spilungone appoggiato al pavimento, oppure nella vasca da bagno. Lei pensa che sia un buon modo per ricambiare l&#8217;ospitalità. Lui pensa che sia amore e ha deciso di fare un corso di giardinaggio. »</p>
<p>Smette di parlare. Oppure sei tu che smetti di ascoltare.</p>
<p>Il buio dietro i tuoi occhi ha più luce del buio della stanza.</p>
<p>Lei ti appoggia la catena tra le mani. Vuole che la strozzi un poco. Ogni rituale ha le sue leggi.</p>
<p>Tu vorresti levarle il collare. Vorresti infilarla in uno strumento e farla diventare musica, mentre Londra sputa raccomandazioni.</p>
<p>Invece tiri la catena. E anche se hai gli occhi coperti dal buio, sai che i suoi occhi sono puntati su di te. Come meduse tremolanti, meduse spostate dall&#8217;impatto provocato dal tuffo.</p>
<p>La senti boccheggiare. Le sue unghia mangiate conficcate nelle tue mani mangiate. Ti implora di continuare, ancora un poco, ancora un altro poco. Poi ti lascia. E tu lasci la catena. Che cade sul pavimento accompagnata dal suo corpo ansimante, il suo corpo sorridente.</p>
<p>Questo si vede alla fine del tuffo. Meduse confuse, e carcasse sorridenti.</p>
<p>«Cosa aspetti?» strepita alzandosi sulle ginocchia.</p>
<p>«Lasciami stare tranquillo un momento.»</p>
<p>Tu sei il Porco, e hai letto i libri, e hai aspettato molti momenti che poi sono scappati, e sei stanco.</p>
<p>Sei il Porco e hai picchiato donne e uomini, e sei stato picchiato. Hai imparato. Sei stato bravo ma nessuno si è complimentato. Nessuno si complimenta con il Porco. Ma va bene. Tutto va usato.</p>
<p>Dentro le orecchie lo sai. Tutto serve. La pancia grossa. Le mani sudate. Il sangue. La solitudine. Le facce distorte dall&#8217;odio e quelle levigate o distrutte dall&#8217;amore. Le dimenticanze. Tutto va usato.</p>
<p>«Cosa cazzo aspetti, Porco?»</p>
<p>«Arrivo, arrivo.»</p>
<p>L &#8216;eroina ti scuce la sciarpa dalle ossa e le lascia a galleggiare nel ghiaccio.</p>
<p>«Arrivo.»</p>
<p>Ti alzi e a vai in cucina. Prendi un bidone di ferro. Lo trascini nell&#8217;altra stanza. Dentro il bidone c&#8217;è una scarpa di plastica, vi versi sopra del disinfettante e ci dai fuoco.</p>
<p>La fiamma divampa. La plastica inizia a sciogliersi. Il fumo si infila nell&#8217;oscurità densa della stanza, diluendola con lingue di fuoco che per pochi istanti arrivano a lambire il soffitto.</p>
<p>Lei è in piedi, con le ginocchia tagliate, le braccia protese verso di te.</p>
<p>Tutta la violenza di certe conversazioni telefoniche, dei licenziamenti, delle truffe minori scoperte e punite, tutta la violenza nei suoi occhi rovinati dal fumo, coperti di mascara simile a lava che non verrà fotografata.</p>
<p>Si avvicina al bidone, si avvicina alla fiamma.</p>
<p>L&#8217;eroina mischia le tue ossa lasciate galleggiare nel ghiaccio assieme a cornicioni distrutti.</p>
<p>Ci sono uomini appollaiati sopra i cornicioni. Ti guardano. Non riesci a capire se stiano per saltare nel vuoto o abbiano bisogno d&#8217;aiuto.</p>
<p>Anche lei ti guarda. Attraverso il fuoco.</p>
<p>Ripensi a una ragazza che tanti anni prima ti ha parlato degli stupri tra anatre.</p>
<p>E adesso tu sei il Porco. E guardi lei. Il tuo oracolo. Con il suo fumo nero, la sua scarpa di plastica in fiamme. Ma in realtà non la guardi, non stai guardando la sua pancia slabbrata, le sue labbra spaccate. In realtà la stai bevendo. La stai bevendo come un urlo.</p>
<p>Esci dalla casa. La lasci a custodire il fuoco. Ti ributti nella pioggia. Cammini per Amhurst Road fumando. Prendi per Mare Street. Gente in attesa dell&#8217;inizio dello spettacolo davanti all&#8217;Hackney Empire. Due ragazzine stanno bevendo una bottiglia di sidro in offerta speciale sotto la pensilina del bus. Ascoltano musica distorta con un telefonino.</p>
<p>Dove sono i miei soldi? Dove sono i miei soldi? Continua a urlare la voce del cantante.</p>
<p>Ti fermi a comprare una birra e una bottiglia piccola di whiskey. Continui a camminare per Mare Street. La pioggia e la luce dei lampioni dubitano del cielo, nascosto, improbabile, farneticante dietro le nubi immobili. Cappucci e ombrelli si affrettano a tornare a casa. Cinesi fuori da un locale si scambiano numeri di telefono. Poche macchine. Qualche sirena di passaggio. Richmond Road, Ellingford Road, ancora avanti, posti di blocco della polizia, perquisizioni.</p>
<p>Poco dopo arrivi davanti allo squat.</p>
<p>Il cancello principale è aperto.</p>
<p>Il vialetto delimitato da carcasse di bici e cartelli dipinti a mano che invitano la comunità locale a partecipare a corsi e convegni. Il problema delle donne pakistane. Il problema dei rifugiati curdi. Anche la porta principale è aperta.</p>
<p>Il palazzo che un tempo era un riformatorio femminile è rimasto disabitato per molti anni.</p>
<p>Prima di essere occupato veniva utilizzato da una banda di vietnamiti come centro di smistamento per puttane in arrivo dall&#8217;Asia.</p>
<p>Tu sei entrato il giorno della retata.</p>
<p>Hai visto le stanze piene di brande, con i letti fatti e nessuna traccia né di donne né di uomini. Soltanto una montagna di assorbenti al centro del salone principale, ancora impacchettati nelle loro confezioni bianche e grigie. Adesso, in quello stesso salone, illuminato da poche luci rosse e da una lampada accesa sul bancone del bar, si sta svolgendo una festa. Cani eccitati dalla musica corrono e si azzuffano tra i corpi che ballano.</p>
<p>Alla fine della stanza c&#8217;è un palco.</p>
<p>Immagini lontane festività natalizie, gruppi di ragazzine carcerate cantare in coro, ragazzine che da bambine erano state sotto le bombe, i loro corpi scheletrici ammassati dentro i tunnel della metropolitana di Bethnal Green.</p>
<p>È una celebrazione delle loro fughe sbagliate, questo ritmo ossessivo, questo movimento di teste metronomo? Oppure un modo per tradirle?</p>
<p>Sali al secondo piano. Segui il forte odore di erba che arriva da una stanza alla fine del corridoio.</p>
<p>Apri la porta. Bevi un ultimo sorso di birra.</p>
<p>Denise si volta e smette di ridere. Ti riconosce.</p>
<p>Lo spilungone biondo si alza di scatto e ti chiede chi cazzo sei. Ha le labbra tipiche di una persona meticolosa. Sarà un buon giardiniere.</p>
<p>Denise tenta di fermarlo.</p>
<p>Ma lui ti viene incontro. Nessuno si aspetta un Porco veloce.</p>
<p>Ma tu sei molto veloce. Senza dargli il tempo di alzare le braccia, lo colpisci alla testa con la birra. Lui si piega. Denise rimane immobile.</p>
<p>Come la spettatrice di una gara di salto con l&#8217;asta.</p>
<p>Lo colpisci ancora, sulla schiena. Sputa qualcosa sul pavimento. Nemmeno lui sa cosa.</p>
<p>È per farglielo scoprire che lo calci nello stomaco?</p>
<p>È per aiutarlo a capire che lo calci ancora?</p>
<p>Denise si alza, muovendo le mani, come a dire, ho capito, io ho capito.</p>
<p>Lo spilungone resta in terra. Tu prendi Denise per un braccio e esci dalla stanza, dalla casa.</p>
<p>Denise non dice molto. Piange in maniera discreta. Prova a offrirti quelle cose che si offrono quando non si ha niente da offrire.</p>
<p>«Il tizio della posta è morto», le dici.</p>
<p>Senti il suo braccio contrarsi improvvisamente.</p>
<p>«Merda, merda, merda», bisbiglia, cercando di asciugarsi la faccia dalla pioggia.</p>
<p>Entrate nella stazione di polizia a braccetto, come una coppia di sposini.</p>
<p>Bob Defaux vi viene incontro e senza salutarti prende in consegna Denise.</p>
<p>«Come stai Jim?» Una voce alle tue spalle.</p>
<p>Il capo. Dennis Tabbot.</p>
<p>«Tutto a posto Dennis.»</p>
<p>«Ci hai portato la nostra Denise, bravo.»</p>
<p>«Pecorelle smarrite.»</p>
<p>«A spasso con i porci», sorride.</p>
<p>Ti prende per un braccio e ti porta verso il suo ufficio.</p>
<p>« Jim Jim, da quanto ci conosciamo?»</p>
<p>«Tanto.»</p>
<p>«Tanto non è abbastanza Jim, da sempre, da sempre, ecco da quando ci conosciamo.»</p>
<p>Annuisci entrando nel suo studio pieno di fotografie dei suoi figli, dei suoi cani, delle sue vacanze.</p>
<p>«Siediti. Vuoi qualcosa da bere? Si che la vuoi, sorride, siamo sempre assetati noi porci, dico bene?»</p>
<p>La immagini sorridente e sanguinante mentre fissa gli ultimi brandelli di scarpa ancora fumanti.</p>
<p>Dennis Tabbot ti passa un bicchiere di whiskey.</p>
<p>Dennis Tabbot con cui versavi acqua e sale nelle bocche di tossici silenziosi, picchiandoli prima sulla gola, per fargliele aprire, come uccellini, fino a gonfiargli la lingua, segnando le gengive con il bianco dell&#8217;arsura.</p>
<p>«Sono tempi strani Jim», riprende a parlare, «strani persino per porci come noi. Hai seguito la storia della vedova di Pimlico?»</p>
<p>Scuoti la testa.</p>
<p>«Questa vecchia di origine russa negli anni sessanta si è sposata un ricco uomo d&#8217;affari. Gran fica, ai tempi, alta, tette enormi, bel faccino. Insomma la tipa russa si sposa con l&#8217;uomo d affari e ci sta assieme fino a che il gonzo muore, quattro anni fa. Vero amore Jimmy boy, affinità elettive, vacanze esclusive. Poi lui muore e la lascia sola, sola come una cane, i due erano troppo impegnati a guardare tramonti per fare figli. Comunque. Due giorni fa la russa, che tra l&#8217;altro cammina a malapena dopo essersi spaccata l&#8217;anca durante una prova di equitazione, si arrampica su un albero di Hyde Park come una cazzo di ragno a motore. Si sistema in cima all&#8217;albero e inizia a sparare con uno dei fucili del marito. In dieci minuti ha freddato dodici persone, due cani e uno sbirro. Mi segui Jim?»</p>
<p>Annuisci</p>
<p>«Hanno dovuto mandare un elicottero per tirarla giù.»</p>
<p>«L&#8217;hanno ammazzata?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>«Si è consegnata da sola alla polizia?»</p>
<p>«No, non si è consegnata alla polizia Jim, ha chiamato la polizia, li ha chiamati lei gli sbirri.»</p>
<p>«Dall&#8217;albero?»</p>
<p>«Piangendo come una bambina. Supplicava aiuto, aiuto, non so dove sono.»</p>
<p>«L&#8217;hai interrogata?»</p>
<p>«Si.»</p>
<p>«Allora?»</p>
<p>«Non si ricorda niente.»</p>
<p>Porgi il bicchiere. Dennis lo riempie fino all&#8217;orlo. Vorresti liberarla dal fumo, dalle catene, vorresti smettere di tagliarti, di tagliarla, per trovare cose che non importano, cose che nessuno vuole indietro.</p>
<p>«Quanti anni ha?»</p>
<p>«Settanta.»</p>
<p>«E quanto era alto l&#8217;albero?»</p>
<p>«Un palazzo a radici, un fottuto palazzo a radici. Ma la vuoi sapere la cosa più assurda?»</p>
<p>Bevi il tuo whiskey.</p>
<p>«La vecchia è cieca, Jim.»</p>
<p>«Cieca?»</p>
<p>«Come il buco del culo di un condannato a morte.»</p>
<p>Tu e Dennis rimanete in silenzio. I due porci silenziosi.</p>
<p>Bussano alla porta.</p>
<p>«Che?» grida Dennis.</p>
<p>Una poliziotta bionda apre la porta.</p>
<p>«Sua moglie Capo.»</p>
<p>«Merda. Ritorno subito Jim, aspettami qua.»</p>
<p>Dennis esce dalla stanza.</p>
<p>Dennis e le sue fotografie in spiaggia mentre mostra un pesce appena comprato o appena pescato. Dennis sulle dolomiti con un cappello di lana fatto a mano.</p>
<p>Dennis e il Porco hanno ucciso delle persone. Tra una vacanza e l&#8217;altra, tra una fumata e l&#8217;altra.</p>
<p>Lei sarà sdraiata sul pavimento, tra lattine di birra vuote, lei che tu chiami principessa o povera troia e altre volte 69. Ti sta aspettando. Perché vuole essere lavata, vuole essere strozzata.</p>
<p>Come faceva uno dei tizi che tu e Dennis avete ammazzato e che viveva con lei. Anche lui la lavava e la strozzava. E tu lo hai ucciso. Con un martello e una corda. In un parcheggio sotterraneo.</p>
<p>Non hai avuto tempo di chiedergli se anche lui avrebbe voluto levarle la catena, farla diventare musica, cucire la sua pelle per sempre tagliata.</p>
<p>Gli hai spaccato la testa con un martello mentre Dennis lo strozzava con una corda e gli sussurrava all&#8217;orecchio: vedi cosa succede, vedi cosa succede, vedi cosa cazzo succede?</p>
<p>Bevi un altro bicchiere. Provi a immaginarti una vecchia di settant&#8217;anni, cieca, che si arrampica su un albero in Hyde Park e riesce a sparare come un cecchino per dieci minuti, per poi chiamare la polizia perché non sa dove si trova. Non lo sa perché è cieca. Perché ha settant&#8217;anni ed è una vecchia rincoglionita.</p>
<p>Ma allora chi è diventata in quei dieci minuti da cecchino, cosa è diventata?</p>
<p>Dennis ritorna nella stanza.</p>
<p>«Voglio che il tuo oracolo parli con la russa Jim.»</p>
<p>«Meglio di no.»</p>
<p>«Deve parlarle.»</p>
<p>«Vuoi farla venire qui, qui in caserma?»</p>
<p>«No Jim, c&#8217;è troppa gente. A casa tua Jimmy boy, la devo portare a casa tua.»</p>
<p>«Lo sai che&#8230;»</p>
<p>«Lo so», ti interrompe, «lo so e me ne fotto. È una roba grossa Jim. Non è il primo di questi casi».</p>
<p>«Il ragazzino nella centrale elettrica?»</p>
<p>«E la puttana nel caveau della banca, il pensionato nella stazione dei treni, lo studente in gita. Stanno diventando troppi.»</p>
<p>«Quando?»</p>
<p>«Stasera.»</p>
<p>«Stasera no.»</p>
<p>«Non te lo sto chiedendo. Ti sto informando.»</p>
<p>Il mare per il tuffatore non è nient&#8217;altro che uno spazio da infrangere. Una membrana.</p>
<p>«Tra due ore Jimmy. Fatti trovare pronto.»</p>
<p>Esci dalla porta.</p>
<p>Nelle strade soltanto meduse confuse e carcasse sorridenti.</p>
<p>Ma ora sai che questa non è la fine del tuffo.</p>
<p>Ti domandi con orrore che cosa si veda alla fine del tuffo.</p>
<p>E ancora più terrorizzato, se la fine del tuffo si lascerà osservare.</p>
<p>Oppure sarà soltanto discesa.</p>
<p>Senza fine apparente.</p>
<p>A Londra non importa.</p>
<p>Londra.</p>
<p>Madre delle cicatrici.</p>
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		<title>In tutti i quartieri, in tutte le grotte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/25/in-tutti-i-quartieri-in-tutte-le-grotte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2014 08:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco Fu prima che mio cugino Barala si trasformasse in un assiduo giocatore di dadi, prima che gli venissero spezzate entrambe le braccia a causa di una storia di parcheggi e diventasse padre di un bimbo paffuto e felicemente stolto. Io e Barala in quella lontana estate friggevamo cozze. La cosa può sembrare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-47419" alt="In tutti i quartieri, in tutte le grotte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/nuvole-1024x682.jpg" width="700" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/nuvole-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/nuvole-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/nuvole-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/nuvole.jpg 1482w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di<strong> Orso Tosco</strong></p>
<p>Fu prima che mio cugino Barala si trasformasse in un assiduo giocatore di dadi, prima che gli venissero spezzate entrambe le braccia a causa di una storia di parcheggi e diventasse padre di un bimbo paffuto e felicemente stolto.</p>
<p>Io e Barala in quella lontana estate friggevamo cozze. <span id="more-47420"></span></p>
<p>La cosa può sembrare strana e far nascere dubbi inopportuni nei più giovani. A questo proposito voglio fare una precisazione: nemmeno allora si potevano mangiare le cozze, e nemmeno le cicale di mare, il tonno e i cigni, tanto meno il sedano rapa e le noci.</p>
<p>Il motivo per cui io e Barala friggevamo cozze va imputato a una moda del periodo, moda eccentrica che consisteva nel far svolgere mansioni inutili, ma all&#8217;apparenza produttive, a giovani bisognosi di danaro.</p>
<p>C&#8217;era chi veniva ingaggiato per affrancare missive dirette al macero, chi conduceva programmi radiofonici trasmessi esclusivamente in caseggiati di sordi, altri impartivano lezioni di educazione sessuale ai moribondi, i più pazienti avevano l&#8217;incarico di sussurrare parole dolci a cubetti di ghiaccio lasciati a sciogliersi sotto il sole cocente o davanti ai camini delle baite, dove risposano gli sciatori abbronzati.</p>
<p>Io e Barala lavoravamo duramente, friggendo cozze per dieci, undici ore al giorno. Una cozza alla volta, davanti ai villeggianti che, a loro piacimento, potevano scegliere se gettarle per terra, tra i piedi dei ballerini, o in mare, contro le onde, oppure per aria, come coriandoli, come riso sugli sposi.</p>
<p>Il caldo opprimente della cucina non aveva nessuna imprecisione, era compatto come un&#8217;esplosione e bombato come un&#8217;auto d&#8217;epoca. Io bevevo gin liscio, tiepido, e piangevo delicatamente, un pianto elegante, da vecchio militare disilluso durante un funerale.</p>
<p>Avevo trentuno anni, i capelli lunghi e la mano destra mi tremava un poco.</p>
<p>Piovessero bagasce con le gambe aperte e cento euro in bocca, diceva di tanto in tanto Barala.</p>
<p>Altre volte sputava nel pan grattato, e si grattava la testa. In entrambe le occasioni il Signor Carpi, il nostro datore di lavoro, colpiva Barala con un barattolo di conserva o una lattina di acqua tonica, dipendeva dalle disponibilità della dispensa.</p>
<p>Spesso Barala sanguinava dalla testa rasata e la cosa lo rendeva incredibilmente felice. Continuando a impanare le cozze aspettava che il sangue gli colasse sulle palpebre, sul naso, e una volta arrivato alle labbra apriva la bocca, lasciava uscire una lingua come di bue bollito, per leccare il proprio sangue, poi si voltava verso il Signor Carpi e diceva tutto contento, per fortuna che piove, per fortuna che piove vino.</p>
<p>Allora il Signor Carpi gli sorrideva paterno, gli si avvicinava e diceva, sei un spreco di vene Barala. Poi lo abbracciava e usciva sul terrazzo che dava sulla spiaggia di ciottolato per bestemmiare al cielo con una voce tutta canterina.</p>
<p>Il Signor Carpi era stato uno scrittore di thriller storici in gioventù, sosteneva di conoscere tutte le pieghe dell&#8217;animo umano, e che non differivano più di tanto da quelle del buco del culo.</p>
<p>Aveva un sorriso ampio e paralizzato, da torta glassata, profumava quasi sempre di lavanda e ci pagava in nero.</p>
<p>Mi domandavo spesso come facesse a emanare quell&#8217;odore di lavanda, di campo di lavanda, in mezzo a tutto l&#8217;olio fritto da cui eravamo circondati. Si trattava di barili e barili, appoggiati sopra fuochi enormi che emanavano un fumo scuro, viscido e urticante, e lui, il Signor Carpi, vi camminava dentro trasportando i vassoi stracolmi di cozze fritte, e riusciva a uscirne indenne, profumato come subito dopo una doccia.</p>
<p>Barala, che era ed è rimasto un uomo dalle risposte semplici, a forma di presina, ipotizzava un trucco, un qualche trucco.</p>
<p>Io invece, pur non ammettendolo, avevo una mia teoria: il Signor Carpi era morto da tempo, ma il suo modo di morire non comprendeva l&#8217;abbandono delle faccende quotidiane e la lavanda, l&#8217;odore di lavanda, serviva a rimarcare, con tatto, la propria diversità.</p>
<p>Era onesto il Signor Carpi, non uno rimasto in circolo per barare.</p>
<p>Nelle rare pause mi piaceva fumare guardando la spiaggia, dando le spalle alla cucina, poco lontano dallo spurgo della ventilazione. Coperto dalla nube di fumo della friggitoria mi sembrava di essere il macchinista di un battello a vapore, ed era bello lasciare che il vento mi scuotesse i capelli e li facesse appiccicare alla fronte umida di sudore e fritto. Il brivido frizzante che mi impreziosiva la schiena piena di nei, finiva col farmi sentire responsabile per i figli dei villeggianti, come si trattasse di passeggeri del mio battello, come se stessimo navigando lungo un Mississippi di Napalm e fenicotteri.</p>
<p>Li osservavo, questi giovani mocciosi già tanto arroganti, mentre sbucciavano litchi a forma di scoiattolo, gareggiando su chi avesse una migliore assicurazione medica, e provavo una forte, assurda tenerezza, talmente forte da soffocarmi, come avere una sciarpa arrotolata sul cuore.</p>
<p>E, chissà perché, finivo col pensare ai quarantenni sudati in ufficio, mentre imitavano con le mani le movenze di un chitarrista morto, agitandole per aria. Pensavo alle formiche, alla precisione delle formiche, e alle anestesie totali, pensavo a chi seleziona le scale cromatiche per gli interni dei treni e alle costellazioni indifferenti.</p>
<p>Fu durante una di quelle pause che la vidi.</p>
<p>Si alzò da una sdraio in penombra e stirò entrambe le braccia. Lo scricchiolio delle ossa era perfettamente accordato al rumore della risacca. Sul suo ventre bianchissimo il sale aveva tracciato alcuni capelli bianchi. Capii da ciò che sarebbe stata bellissima sino alla fine, anche da vecchia. Le labbra carnose ma schive avrebbero potuto custodire un pianoforte a coda, un&#8217;orchestra intera. Gli occhi scuri, abbagliati dalla luce estiva, schiarirono come un fischio, rendendo il sole nient&#8217;altro che varechina servizievole. La spiaggia intera, gli industriali, i manipolatori genetici, le molte infermiere e la costa, depurata dal cemento di qualsiasi possibile incendio, persino il cielo, sfocato e magro di nuvole, tutto quanto era stato eseguito affinché lei sbadigliasse soffice contro il palmo della mano, e poi guardasse con improvvisa ferocia il muro davanti a sé, in modo, subito dopo, da trovare la giusta tensione per bere un sorso di acqua di cocco con la flessuosità di una saltatrice con l&#8217;asta.</p>
<p>Il Signor Carpi mi insultò da dentro la cucina. Dovevo andare. Poco prima di rientrare mi voltai a guardarla. In quell&#8217;istante anche lei mi guardò, sorrise.</p>
<p>Scoppiò improvvisamente una gloriosa previsione meteorologica che prevedeva me soltanto come unico elemento essenziale, fu come se mi avessero scuoiato con gioia estrema, come se la mia pelle fosse diventata carta sollevata dallo sbuffo di una balena e poi polvere da sparo: ogni mia minima particella esplose a formare una mimosa di cellule devastate e felici.</p>
<p>Il mio sorriso, temo idiota, era più nudo di qualsiasi scheletro.</p>
<p>Vuole dire forse qualcosa davanti alla compostezza scherzosa degli Appennini, o al deragliamento da rettili millenari delle placche terrestri?</p>
<p>Che importa: le mani del Signor Carpi mi trascinarono via. E io sperai, continuando a guardarla fino a quando il fumo ci separò, di esserle sembrato come un buffo personaggio che, immobile sui binari, salutando, nei pochi secondi che precedono l&#8217;impatto con un treno in corsa, ti fa innamorare. Mentre il Signor Carpi mi percuoteva con la consueta onestà, mi domandai se per caso esistesse una figura del genere, se fosse accettata, o per lo meno condivisibile.</p>
<p>Non potevo certo trovare risposte adeguate in quella cucina, non con tutte quelle cozze da friggere una alla volta, bruciandoci spesso, come chi accenda camini senza la dovuta maestria. Eppure mi bastava chiudere gli occhi per riuscire a ritrovare i suoi, l&#8217;intensità involontaria dei suoi occhi, il movimento delle palpebre, orologi di sabbia senza sbavature, e il ritornello da autostrade splendidamente in rovina delle sue pupille.</p>
<p>È bello essere vittime di una luce intensa e nascosta. Fa sembrare il macello insensato delle ore come una piccola danza, una danza disinvolta, e le montagne ci sorridono, mi sorridevano, lo stesso facevano i gabbiani cacando, e questa fu la loro poesia, nascosta nell&#8217;urlo che fa più scuro il mare. Sognavo le sue ciglia e le speravo immobili, come ossa lasciate in pace dall&#8217;anatomia, eternamente sconosciute, raggiungibili soltanto da baci esperti e miseri, da baci come i miei.</p>
<p>Mi sfioravo le labbra, allora, perché il naufrago ha il dovere di accarezzare i legni della sua zattera. Se la natura non avesse fatto lo stesso non avremmo avuto le zebre e nemmeno l&#8217;estinzione dei dinosauri. Che altro sono questi ciclici cambi d&#8217;abito, se non l&#8217;equivalente del tremolio di una mano destra sporca di olio di semi?</p>
<p>Bisogna imparare dai minerali, dalla loro meravigliosa, spasmodica maniera di essere prolissi senza mai, assolutamente mai dare l&#8217;impressione di fare qualcosa.</p>
<p>Passai i giorni successivi a immaginare le giuste cose da dire casomai mi fosse capitato di poterle parlare. Si trattava di decisioni che dal cervello calavano sino alle viscere dello stomaco, come esploratori o ladri, e facevano una eco di mobili fracassati contro il pavimento acido di birra vecchia. Si trattava di decisioni dalla consistenza sabbiosa, refrattarie alla compostezza ridicola delle parole.</p>
<p>In ogni modo, l&#8217;estate, è un dito pieno d&#8217;anelli voluminosi, e noi siamo piccoli insetti, per questo la crediamo infinita, perché arrampicarci sopra ogni gobba d&#8217;oro o pietra contraffatta, innalzarsi sopra l&#8217;estremità di ciascun anello, ci pare l&#8217;eternità, e invece poi arriva l&#8217;unghia, ed è la fine.</p>
<p>Lei non tornò. Forse stanca dell&#8217;odore delle cozze fritte senza motivo. O del chiacchiericcio dei notabili del posto. Non la vidi mai più.</p>
<p>Un istante dopo mi svegliai di soprassalto, e mi accorsi che si trattava di poco prima di ieri.</p>
<p>Avevo cinquantadue anni, e ancora li indosso.</p>
<p>Mi hanno spostato in una grande città dove giovani ebrei con le trecce camminano veloci.</p>
<p>Mi pare giusto.</p>
<p>Qui il colore dell&#8217;erba ha la compostezza di un tiro di sigaretta dopo una decisione importante.</p>
<p>Soltanto mi capita, di tanto in tanto, quando elemosino attenzione o carote, di domandare con una voce da bambino: ma quelle nuvole lassù, non sembrano forse eroina montata a neve?</p>
<p>Allora la gente mi risponde severa, la gente dice: ma perché domandi cose del genere con tutta questa povertà, con questa distanza siderale dalla gioia?</p>
<p>È per abbracciarvi tutti, in tutti i quartieri, in tutte le grotte; questo penso. Ma non lo dico mai.</p>
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