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	<title>Orsola Puecher &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come il duca Guilhèm imparò l’arte del trovare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Guglielmo d&#039;Aquitania]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b> <br />
È cosa nota che a portare l’arte del trovare in terra di Francia fu Guilhèm di Peitieus, duca d’Aquitania e di Guascogna. Di dove l’avesse presa, però, e chi gli fosse stato maestro, è materia di cui...]]></description>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments.jpg" alt="" class="wp-image-119506" width="739" height="715" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments.jpg 985w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments-300x290.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments-768x743.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments-434x420.jpg 434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/European_and_Islamic_musicians_in_13th_century_playing_stringed_instruments-696x673.jpg 696w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /><figcaption>Suonatori di liuto islamici e cristiani<br />Cantigas de Santa Maria  [1280 ca.]</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-119070-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/pos-1.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/pos-1.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/pos-1.mp3</a></audio></div></center>



<br /><center><small><b>Guilhèm de Peitieus<br />detto il Trovatore [1071–1127]<br />⇨ <em><a href="https://lyricstranslate.com/it/pos-de-chantar-mes-pres-talenz-poiche-mha-preso-voglia-di.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pos de chantar m&#8217;es pres talenz</a></em><br />J.Savall e La Capella Reial de Catalunya</b></small></center><br />



<p class="has-text-align-center"> di <strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/greta-bienati/" data-type="URL" data-id="https://www.nazioneindiana.com/tag/greta-bienati/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Greta Bienati</a></strong></p>



<p></p>



<p>È cosa nota che a portare l’arte del trovare in terra di Francia fu Guilhèm di Peitieus, duca d’Aquitania e di Guascogna. Di dove l’avesse presa, però, e chi gli fosse stato maestro, è materia di cui nessuno pare avere contezza.<br />Nessuno, tranne una tradizione antica, tramandata nel paese dei Mori, quegli stessi Mori che il duca andò a combattere sui monti d’Anatolia, e in Francia tornò ferito e sconfitto.<br />Narra il racconto che, quando era bambino, il duca Guilhèm aveva in odio l’inverno. In primavera poteva sognare grandi imprese, con le guerre fasulle dei tornei e quelle vere contro i Mori. Sotto il sole dell’estate, si tuffava nel Clain e nella Boivre, a cercare il drago scacciato da santa Radegonda. In autunno, inseguiva i cani che braccavano il cervo, nell’aria profumata di mosto. L’inverno, invece, era solo odor di fumo e fango sui vestiti, giorni brevi e notti scure senza fine.<br />Al tempo dei suoi dieci anni, il freddo arrivò ancora prima del solito, portato dal vento d’oriente, insieme all’odor di pini e di palude. Al di sopra del mare bianco delle nebbie che sommergevano le terre d’Aquitania, più ricche e più vaste di quelle del re di Francia, Peitieus era un’isola, e il castello un faro, da cui Guilhèm scrutava l’arrivo dei pirati saraceni.<br />Si era da poco spenta l’estate di san Martino, quando, una notte, il gelo lo svegliò mordendogli i piedi.<br />«È il freddo dell’alba» pensò Guilhèm. «Finalmente incomincia il giorno».<br />Scivolò fuori dai tendaggi del letto, e andò a scostare il drappo pesante che chiudeva la finestra. L’aria della notte gli graffiò le guance, gli occhi lacrimarono. Sull’orizzonte, neanche un filo di luce: le case e le vigne, gli orti e il fossato antico dormivano nel buio profondo della mezzanotte. Dal cielo nero, scesero i primi fiocchi di neve, e una voce di donna. </p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria.jpg" alt="" class="wp-image-119526" width="623" height="556" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria.jpg 830w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria-300x268.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria-768x686.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria-470x420.jpg 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria-150x134.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Cantiga_330_Cantigas_de_santa_maria-696x621.jpg 696w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /><figcaption>Musicisti di corte<br />Cantigas de Santa Maria [1280 ca]</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>Accompagnata da un liuto, la voce cantava nella lingua aspra e oscura delle prigioniere che il padre aveva riportato da Barbastro, dove aveva combattuto e vinto, prima ancora che Guilhèm nascesse. Di là dai Pirenei, gli aveva raccontato, c’erano le mille città dei Mori, crudeli e selvaggi, che già una volta erano calati fino a Peitieus, e a Bordèu ancora ricordavano violenze e saccheggi.<br />La voce sussurrava triste e irresistibile. Guilhèm alzò gli occhi: alla finestra della torre brillava una luce.<br />Nel buio della stanza, trovò la porta alla maniera dei ciechi. Sulla pietra gelida delle scale, i piedi nudi seguirono il canto, che continuava sommesso e instancabile.<br />I gradini giravano su se stessi, uguale ai gusci delle chiocciole che si nascondevano tra i sassi dell’orto. Le dita cercavano la strada tastando le pietre del muro, scintillanti di gelo. Sempre più vicina e sempre più nitida, la voce lo attirò fino alla stanza più alta.<br />La porta era pesante di quercia e di ferro, e Guilhèm dovette spingere con tutte e due le mani. Nella luce dorata, scaldata da un braciere d’ottone, la donna cantava seduta per terra, vestita al modo della sua gente, le gambe incrociate nei pantaloni di seta color dello zafferano. Guilhèm si sedette vicino al fuoco, per guardarla meglio: non aveva mai visto nei corridoi del castello quegli occhi ardenti e quella bocca color del vino. Ma forse era il canto a tingerle le labbra, e la luce storta del braciere a infiammarle lo sguardo.<br />La cantatrice guardava la neve che cadeva, rapita dal proprio canto. Come fumo di erbe di strega, il suono del liuto avvolgeva il cuore di Guilhèm, preso nello stesso incantamento. Le parole, adesso, non suonavano più aspre e oscure.</p>



<center><div style="max-width:570px; background-color: #ffdf88;"><p style="text-align: center;"><br /><em>È venuto nella notte nera come i suoi capelli,<br />è rimasto fino all’alba splendente come la sua fronte.<br />Che farò madre mia? Come curerò il mio male?<br />Come potrò vivere senza il mio amore?<br />Lo cercherò fino a Damasco, volando con le ali del vento.</em><br /><br /></p></div></center>



<p>Il liuto si tacque, la cantatrice continuò a seguire i fiocchi che scendevano nella notte. Guilhèm le tirò il velo.<br />«Chi sei?» chiese. «Non ti ho mai vista al telaio con le altre schiave».<br />La donna lo guadò da sotto le lunghe ciglia.<br />«Le altre schiave tessono la tela, io intreccio musica e parole».<br />Le dita tornarono a pizzicare le corde, la voce ricominciò a cantare. Davanti agli occhi di Guilhèm, adesso fiorivano i giorni di Barbastro in tempo di pace: i minareti bianchi e le moschee celesti, le fontane dei giardini e i frutteti sulle rive del Vero. Oltre la finestra, scendevano bianchi e lenti i petali dei mandorli in fiore. Guilhèm allungò la mano per afferrarne uno, e si trovò tra le dita un fiocco di neve.<br />Il canto cambiò la sua melodia, e la primavera di Barbastro si mutò in un’estate infuocata. Cavalieri in armi scendevano dalle montagne, scuri e terribili come la tempesta. Giorni d’assedio, di fame e di sete, e poi la resa. Il vento aveva soffiato l’odore del sangue fino a Cordoba, e tutta l’al-Andalus aveva tremato e pianto. Le schiave avevano seguito i nuovi padroni oltre le montagne, in una terra che non conosceva i mandorli.</p>



<center><div style="max-width:550px; background-color: #ffdf88;"><p style="text-align: center;"><br /><em>Solo biancospini, neri e spinosi, che tremano nel gelo,<br />
Sui loro rami, nessun fiore, ma fiocchi di neve,<br />
gelidi come l’ultimo bacio del mio amore.</em><br /><br /></p></div></center>



<p>Le note si spensero nella notte. Guilhèm balzò in piedi, le guance tinte di rosso dal braciere e dall’eccitazione.<br />«Voglio il tuo liuto!» ordinò. «E voglio il tuo canto!»<br />La cantatrice lo guardò con tristezza.<br />«Senza il liuto e senza il mio canto, non mi resta più nulla».<br />Guilhèm tese la mano, la fronte aggrottata. La cantatrice ne scrutò il volto, come le aveva insegnato suo padre, al tempo in cui era medico del governatore di Saragozza. Nei colori dell’incarnato e dei capelli, riconobbe il temperamento sanguigno, che inclina all’arte, alla burla e al gioco d’amore. Gli occhi grigi di falcone lo dicevano loquace e insolente; la bocca grande dai canini forti rivelava l’ingordigia e il coraggio in battaglia. Nel ventre largo, si leggevano lo scarso pudore e l’attitudine al comando; nelle mani tenere ed esili, il talento di poeta, capace di cantare l’amore e la prigionia, il tutto e il nulla.<br />«Sei nato per regalare il riso agli uomini» disse la cantatrice, porgendogli il liuto, «E il pianto alle donne».<br />Guilhèm si sedette a gambe incrociate e accostò il manico del liuto all’orecchio, per sentire il suono di una corda alla volta.<br />«E il canto?» chiese.<br />«Per il canto, ci vuole una ferita» rispose la cantatrice. «È da lì che sgorga, insieme al sangue».<br />Guilhèm serrò gli occhi e si morse il labbro, fino a farlo sanguinare. Le dita strapparono alle corde una cascata di note.<br />«Non funziona!» gridò «Mi hai mentito!»<br />Girò lo sguardo intorno: nella stanza dorata non c’era più nessuno. Il vento entrò dalla finestra a disperdere il fumo del braciere.<br />«Dove sei?» gridò più forte Guilhèm, sporgendosi nel buio.<br />Ai piedi della torre, la neve copriva già i capelli neri e gli abiti di seta color zafferano.<br />Guilhèm lanciò un urlo, come di uccello ferito. Dagli occhi, gli uscirono lacrime di bambino; in gola, il dolore si allargò in un canto, prima sussurrato, poi via via più potente. Così potente da costringere le dita a pizzicare le corde.<br />Le note del liuto riempirono la notte di Peitieus: scesero sulle case e sulle vigne, sugli orti e sull’antico fossato, al di sotto delle nebbie e nelle antiche caverne, a disturbare il sonno del drago di santa Radegonda. Infine, come petali di mandorlo, nevicarono sui capelli neri e sulla seta color dello zafferano, mentre l’anima della cantatrice volava verso Damasco con le ali del vento.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/BnF_ms._12473_fol._128_-_Guillaume_IX_dAquitaine_1.jpg" alt="" class="wp-image-119523" width="500" height="485" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/BnF_ms._12473_fol._128_-_Guillaume_IX_dAquitaine_1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/BnF_ms._12473_fol._128_-_Guillaume_IX_dAquitaine_1-300x291.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/BnF_ms._12473_fol._128_-_Guillaume_IX_dAquitaine_1-433x420.jpg 433w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/BnF_ms._12473_fol._128_-_Guillaume_IX_dAquitaine_1-150x146.jpg 150w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Guglielmo IX d&#8217;Aquitania, detto il Trovatore<br />dal <em>Chansonnier</em>&nbsp;di Peire Vidal, XIII sec.</figcaption></figure></div>



<p><strong>NOTA</strong><br /><em>Duca d’Aquitania e di Guascogna, conte di Poitiers e di Tolosa, <strong>Guglielmo IX</strong> guidò la crociata del 1101. È il primo autore a poetare in volgare e su argomenti profani. Da quasi mille anni, la critica dibatte sulla radice di questa originalità. Il racconto accoglie la tesi per cui la poesia trobadorica nacque sotto l’influenza di quella dei Mori di Spagna.</em></p>



<p><em><strong>Les biographies des troubadours en langue provençale</strong></em>, (a cura di Camille Chabaneau), Privat, 1885<br /><em><strong>Les chansons de Guillaume IX, duc d&#8217;Aquitaine (1071-1127)</strong></em>, éditées par Alfred Jeanroy, Champion, 1927<br />de Nostredame Jehan, <em><strong>Les vies des plus célèbres et anciens poètes provençaux</strong></em>, Slatkine Reprints, 1970<br />Di Girolamo Costanzo, <em><strong>I trovatori</strong></em>, Bollati Boringhieri, 1989<br />Ghersetti Antonella, <em><strong>Una tabella di fisiognomica nel Qabs al-anwār wa Bahğat al-Asrār attribuito a Ibn &#8216;Arabī</strong></em>, in “Quaderni di studi arabi” n. 12, 1994<br />Marrou Henri – Irénée, <strong><em>I trovatori</em>,</strong> Jaca Book, 1983<br /><em><strong>Storie di dame e trovatori di Provenza</strong></em>, (a cura di Maria Antonia Liborio), Bompiani, 1982<br />Viscardi Antonio, <em><strong>Storia delle letterature d’oc e d’oil</strong></em>, Nuova Accademia, 1959<br />Zaganelli Gioia, <em>Trovatori e trobairitz. <strong>Voci provenzali a confronto</strong></em>, in “Messana. Rassegna di studi filologici linguistici e storici”, 1990</p>



<p><em>Il canto della schiava è stato ricreato a partire dai temi e dalle immagini tipiche della poesia medievale dei Mori di Spagna.</em></p>



<p><em>Il racconto è tratto da ⇨  <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.amazon.it/canzone-del-puro-nulla/dp/B0GJPN668N" data-type="URL" data-id="https://www.amazon.it/canzone-del-puro-nulla/dp/B0GJPN668N" target="_blank"><strong>Greta Bienati</strong>, <strong>La canzone del puro nulla</strong></a>, Pubblicazione indipendente, 2026, una raccolta di quattordici racconti medievali, intrecciati sul confine sottile tra realtà e immaginazione, l’unica soglia da cui è possibile gettare uno sguardo sulla verità della storia e della vita.</em></p>
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		<title>Un classico a latere del Novecento: Thomas l’impostore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ghiberti]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Cocteau]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Antonio Ghiberti</b> <br />
Pubblicato nel 1923, <em>Thomas l’impostore</em> è uno di quei libri che la storia letteraria tende a collocare ai margini, salvo poi scoprire che proprio da quei margini passano alcune delle sue linee più fertili.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118604" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min.png" alt="" width="1007" height="799" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min.png 1007w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min-300x238.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min-768x609.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min-529x420.png 529w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min-150x119.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/jean-cocteau-self-portrait-min-696x552.png 696w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Antonio Ghiberti</strong></p>
<p>Pubblicato nel 1923, <em>Thomas l’impostore</em> è uno di quei libri che la storia letteraria tende a collocare ai margini, salvo poi scoprire che proprio da quei margini passano alcune delle sue linee più fertili. Nel panorama della letteratura dell’<em>entre-deux-guerres</em>, il testo di Jean Cocteau occupa infatti una posizione appartata ma decisiva: breve, sfuggente, refrattario a ogni classificazione stabile, continua ancora oggi a interrogare il lettore sulla finzione, sull’identità e sulla guerra. La nuova edizione italiana uscita nel 2026 per SE offre l’occasione di tornare su uno dei libri più anomali di Cocteau e di misurarne, a distanza di un secolo, la sorprendente tenuta.<br />
Fin dalla sua comparsa, l’opera ha suscitato un dubbio mai del tutto risolto: si tratta di un romanzo o piuttosto di un racconto lungo? Cocteau rifiutò sempre l’etichetta di romanzo in senso tradizionale, parlando invece di una sorta di “poésie de roman”, una forma ibrida in cui la narrazione rinuncia alle proprie convenzioni per aprirsi a una dimensione più allusiva e lirica. <em>Thomas l’impostore</em> nasce proprio da questa rinuncia: non costruisce un mondo compatto, ma mette in scena un gioco di apparenze, un sistema di riflessi in cui la verità non si offre mai come dato stabile.<br />
Ambientato durante la Prima guerra mondiale, il libro evita deliberatamente il realismo bellico. La guerra non è oggetto di denuncia né di celebrazione eroica, ma appare come uno sfondo ambiguo, quasi irreale: paesaggi che sembrano quinte teatrali, episodi che si succedono secondo una logica intermittente, più vicina al sogno che alla cronaca. In questo spazio incerto si muove Thomas, figura elusiva e magnetica, che fa dell’impostura non un semplice espediente, ma una scelta di vita. Come l’incredulo evangelico da cui prende il nome, egli abita una zona di soglia, dove vero e falso cessano di essere categorie opposte.<br />
Poeta prima ancora che narratore, Cocteau affronta la forma romanzesca con una libertà che ne dissolve dall’interno le regole. I personaggi non possiedono la compattezza psicologica del romanzo ottocentesco: sono piuttosto figure provvisorie, proiezioni di stati interiori, incarnazioni di possibilità più che di destini. In questo universo l’illusione non è un errore da smascherare, ma una modalità del reale. La celebre osservazione della chiromante – Thomas non ha una sola linea della vita, ma molte – sembra valere tanto per il protagonista quanto per il suo autore, artista inquieto e proteiforme, refrattario a ogni definizione univoca.<br />
La scrittura di Cocteau procede per immagini rapide, talvolta abbaglianti, che scorrono con leggerezza su eventi di estrema gravità. Anche nei passaggi più duri – i corpi feriti, le mutilazioni, le morti improvvise – il tono resta straniante, come se la violenza fosse filtrata da uno sguardo ironico e distante. Non c’è indignazione morale né compiacimento patetico: la guerra appare piuttosto come una gigantesca messinscena, un dispositivo che inghiotte gli individui e li riduce a comparse di un dramma opaco.<br />
Thomas è così insieme eroe e attore, vittima e complice. Con un’energia quasi febbrile si appropria di una storia che non gli appartiene, confondendo deliberatamente coraggio e menzogna. Il suo percorso conduce a un punto in cui illusione e realtà finiscono per sovrapporsi, e l’impostura mostra il suo volto più radicale: non più maschera, ma destino. In un mondo sconvolto dalla guerra, sembra suggerire Cocteau, la finzione può diventare una forma di verità più incisiva dei fatti stessi.<br />
Alla sua uscita, il libro fu accolto con una certa diffidenza: giudicato troppo leggero, troppo brillante, eccessivamente metaforico là dove ci si aspettava gravità e pathos. Eppure è proprio questa fragilità luminosa a costituirne la forza. <em>Thomas l’impostore</em> si sottrae alla retorica del realismo per aprire uno spazio più inquieto, in cui l’esperienza non viene spiegata né redenta, ma resa problematica.<br />
La nuova edizione italiana, con la traduzione e la cura di Giuseppe Balducci e una sobria presentazione di Claude Arnaud, restituisce con discrezione questo equilibrio instabile, senza appesantirlo di apparati superflui. Ne emerge un testo ancora vivo, capace di parlare al lettore contemporaneo della seduzione dell’inganno, della precarietà dell’identità e del potere della poesia di trasfigurare anche l’esperienza più tragica. In questo continuo gioco di metamorfosi, Cocteau resta, oggi come allora, un raffinato alchimista della parola.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore.jpg" alt="" width="500" height="882" class="aligncenter size-full wp-image-118605" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore-170x300.jpg 170w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore-238x420.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore-150x265.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Copertina-Thomas-limpostore-300x529.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>J. Cocteau, <em>Thomas l’impostore</em>, a cura di G. Balducci, SE, Milano 2026, pp. 112</p>
<p><strong>Antonio Ghiberti </strong>(Prato, 2000) si è laureato in lettere e attualmente frequenta un corso di laurea magistrale in filologia moderna. I suoi principali interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura e sulla cultura dell’”entre-deux-guerres”, con particolare attenzione ai rapporti tra avanguardia artistica e letteraria, processi di costruzione dell’identità individuale e collettiva, e le strategie della finzione narrativa.</p>
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		<title>Come fu che messer Francesco Petrarca maledì i medici nei secoli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/13/come-fu-che-messer-francesco-petrarca-maledi-i-medici-nei-secoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b> <br />
Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. ]]></description>
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<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="340" height="420" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura.jpg" alt="" class="wp-image-117996" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-243x300.jpg 243w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-150x185.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-300x371.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-324x400.jpg 324w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /><figcaption>Ritratto di Laura</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-117993-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b>Luca Marenzio [1533-1559]<br /><em>Chiaro segno Amor pose alle mie rime</em><br />da <em>Mia benigna fortuna e &#8216;l viver lieto</em><br />di Francesco Petrarca<br />in Madrigali a 5 voci, Libro 9</b></small></center><br /><br />



<p class="has-text-align-center">di <strong>Greta Bienati</strong></p>



<p>Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. Non riuscirono a separarli nemmeno i ladri, che rubarono il prezioso libro dalla sua casa in Avignone: ansioso di tornare dal suo padrone, il manoscritto si fece ritrovare dodici anni più tardi, per non lasciarlo mai più.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="734" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano.jpg" alt="" class="wp-image-118451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-300x440.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Simone Martini, frontespizio del manoscritto di Virgilio</figcaption></figure></div>



<p>Fu con lui a Bologna e in Valchiusa, a Roma e ad Avignone. Fu con lui anche a Parma, quando la peste arrivò a seppellire le sue speranze, rendendolo misero e solo. E fu a lui per primo che, il giorno diciannove del mese di maggio dell’anno mille trecento quarantotto, messer Francesco confidò la notizia che gli era appena arrivata con una lettera da Avignone: il sei d’aprile, nell’ora prima, la luce di Laura si era spenta. La sera stessa, il corpo era stato deposto al convento dei frati minori, mentre l’anima tornava al cielo da cui era discesa.</p>



<p>Lo stesso mese d’aprile, lo stesso giorno sei, quasi la stessa ora in cui, più di vent’anni prima, sul principio dell’adolescenza, l’aveva vista per la prima volta nella chiesa di santa Chiara, alla funzione del Venerdì Santo. Annotò la data sul primo foglio, per avere sempre davanti agli occhi un monito a quanto rapido fuggisse il tempo e a quanto fossero inutili le cure e vane le speranze che riempivano le sue giornate: mentre Laura se ne andava, lui era a Verona, portato lì dal caso, inconsapevole di quel che il destino gli stava togliendo. Di lei adesso gli restava solo il ritratto dipinto da mastro Simone, di mirabile somiglianza, ma senza il dono della parola né, tanto meno, della vita.</p>



<p>E pensare che, al suo capezzale, era accorso mastro Guido de Cauliaco in persona, archiatra del papa e dottore con tanto di toga foderata di scoiattolo. Ma la peste aveva spazzato via titoli e toghe, e i medici, con tutta la loro scienza e supponenza, avevano saputo solo ripetere l’antico consiglio di Galeno: <em>fuge cite, vade longe, rede tarde</em>. Fuggi in fretta, vai lontano, torna tardi.</p>



<p>Messer Francesco fissava il ritratto, gli occhi offuscati dalle lacrime e dalla rabbia. Signori della vita e della morte, si proclamavano i medici, e davvero solo a loro era permesso di uccidere impunemente, come non era concesso nemmeno a re e imperatori. Di più: dopo aver ucciso, chiedevano pure un prezzo per quel che avevano fatto. E, tra tutti, mastro Guido era il peggiore: il più supponente e il più schiavo della pecunia a un tempo. Un conciaossa venuto dalla campagna, che aveva imparato il mestiere da un praticone ambulante, e che aveva potuto addottorarsi a Montpelhièr solo perché aveva guarito un graffio a una castellana.</p>



<p>«Un vile meccanico&#8230;» digrignò messer Francesco. Meccanico e mercenario, che lavorava con le mani invece che con il cuore e con la testa, pieno di sé e della sua scienza inutile. Un arrogante, che si faceva forte del fatto che nessuno gli avrebbe mai chiesto conto dei suoi errori e dei suoi abusi. Un chiacchierone, che si prendeva il merito se risanavi, mentre, se morivi, ti dava la colpa in aggiunta.</p>



<p>Messer Francesco si passò la mano sugli occhi, sforzandosi di cercare in cuor suo il perdono: probabilmente mastro Guido era già a rendere conto del suo operato davanti a Nostro Signore, dal momento che la peste non aveva l’aria di impressionarsi nemmeno davanti ai dottori di Montpelhièr.</p>



<p>«Signore, abbi misericordia di noi» mormorò messer Francesco, richiudendo il Virgilio.</p>



<p>Molti mesi dovettero trascorrere prima che la marea nera del morbo si ritirasse, e permettesse a messer Francesco di tornare ad Avignone. Finalmente, in un giorno caldo di giugno, poté inginocchiarsi sulla tomba di madonna Laura, nel convento dei frati minori.</p>



<p>«È stata fortunata» disse l’amico che lo accompagnava. «Lei almeno ha avuto una lapide».</p>



<p>Il morbo aveva infuriato con tale rapidità, che erano state approntate in fretta e furia enormi fosse comuni, appena fuori dalle mura. E quando, nel giro di pochi giorni, anche quelle erano risultate colme, il papa aveva consacrato il Rodano, perché anche la sepoltura in acqua fosse cosa da cristiani.</p>



<p>«Ho veduto coi miei occhi il Giorno del Giudizio» pianse l’amico, al ricordo delle scene d’Apocalisse che avevano riempito le vie della città. Davanti al perdurare del flagello, il papa aveva persino ceduto alle suppliche di mastro Guido, che voleva aprire i cadaveri, per vedere come agisse la peste.</p>



<p>«Mastro Guido ha aperto i cadaveri?» balbettò messer Francesco, e, davanti agli occhi, gli apparve l’immagine di madonna Laura, con mastro Guido coperto di sangue che le frugava i visceri.</p>



<p>«Così si dice&#8230;» rispose l’amico. E aggiunse che si mormorava anche che mastro Guido fosse venuto a patti col demonio, visto che, di tutti coloro che avevano presa la peste, lui solo era riuscito a salvarsi, e a nessuno aveva voluto spiegare come avesse fatto.</p>



<p>Messer Francesco rimase come di sasso, gli occhi fissi sulla pietra che gli celava madonna Laura. Poi, l’antica fiamma che lei gli aveva acceso in cuore divampò più violenta che mai, col colore della rabbia e della vendetta.</p>



<p>«Dove andate?» gli gridò l’amico, vedendolo avviarsi con passo da battaglia.</p>



<p>«A chiedere conto al papa del suo negromante!» rispose messer Francesco senza voltarsi.</p>



<p>Accadeva giusto in quei giorni che il papa fosse infermo, e che mastro Guido si trovasse appunto al suo capezzale. Quando messer Francesco se lo vide davanti, il fuoco che sentiva in petto gli eruppe dagli occhi e, soprattutto, dalla bocca.</p>



<p>«Vi fidate ancora di quest’uomo, Santo Padre?»</p>



<p>Si fidava di un meccanico averroista, di un mercenario senza battesimo, di un uomo che non distingueva i corpi dei cristiani da quelli delle bestie senz’anima? Un sacrilego, che non conosceva nulla di sacro, o mai avrebbe avuto l’ardire di sezionare membra che avevano suscitato amore e affetti!</p>



<p>«Non vi accontentate più di infierire sui vivi?» continuò, piantando gli occhi in quelli di mastro Guido. «Che bisogno avevate di accanirvi sui morti? Potevate forse guarirli?»</p>



<p>Mastro Guido resse il suo sguardo senza scomporsi.</p>



<p>«Potevano mostrarmi le cause del male» rispose.</p>



<p>Messer Francesco inorridì: «Quindi avete fatto scempio di cristiani solo per la vanità del vostro intelletto?»</p>



<p>Mastro Guido alzò un sopracciglio: «Non prendo lezioni da un arrogante superbo e presuntuoso, che si è fatto strada con l’adulazione e che non conosce nemmeno le basi della logica. Tornate alla vostra inutile poesia, e lasciate il campo agli uomini di scienza».</p>



<p>Messer Francesco dimenticò di essere al cospetto del pontefice.</p>



<p>«Assassino! Siete solo un assassino e un macellaio! Lo vedrete quanto è inutile la poesia!»</p>



<p>E, davanti a Domineddio e al suo Vicario in terra, giurò che lo avrebbe consegnato alla memoria dei secoli per quel macellaio e quell’assassino che era.</p>



<p>«Messer Francesco, ora basta!» tuonò il papa.</p>



<p>Messer Francesco digrignò un saluto, e se ne andò maledendo quella Babilonia reincarnata in terra di Francia. Il giorno stesso, la penna intinta nel dolore e nella rabbia, stese di getto quattro libri di invettiva contro il vile meccanico di cui sprezzò persino di scrivere il nome.</p>



<p>Quando il fuoco della vendetta si fu placato, gli occhi tornarono a cercare il ritratto di madonna Laura, che vegliava sul suo scrittoio.</p>



<p>«Vi guarirò io» promise. «Vedrete se la poesia non può mille volte più della medicina!»</p>



<p>E si diede con infinita pazienza a ricucire le parole e i versi che le aveva dedicato per oltre vent’anni. Lettera dopo lettera, rima dopo rima, meticoloso come un antico mosaicista, ricompose il volto e le membra di madonna, così com’erano prima che il tempo, la peste e i medici ne spegnessero la fiamma.</p>



<p>Fino a quando, una notte di luglio, mentre messer Francesco lavorava nel suo studio di Arquà alla luce di una candela, dal buio uscì una voce, chiara come quella delle fonti di Valchiusa.</p>



<p>«Messer Francesco&#8230;»</p>



<p>Al riconoscere la voce di madonna Laura, messer Francesco lasciò cadere la penna.</p>



<p>«Che sia diventato anch’io un negromante?» si spaventò.</p>



<p>Accostò la candela al ritratto e gli parve di vedere, nello sguardo di madonna, la fiamma della vita.</p>



<p>«Messer Francesco, non siete felice di vedermi?» disse la voce.</p>



<p>«Ma voi… siete morta!» balbettò. E, per convincere se stesso e il fantasma, aprì il Virgilio sul primo foglio, e indicò col dito la nota di tanti anni prima.</p>



<p>«Messer Francesco» continuò la voce, «proprio voi dubitate della vostra arte?»</p>



<p>Lo studio si illuminò d’una luce d’aprile, le pareti lasciarono il posto alle rive della Sorga. Seduta sull’erba, il grembo colmo di fiori, madonna Laura gli sorrideva giovane e bella.</p>



<p>«Sono viva» disse, appoggiando la mano sulla sua. «E sono vostra per sempre».</p>



<p>Messer Francesco cercò le parole che aveva serbato con cura per tanti anni, per dirle a lei sola; ma la sua lingua sembrava essersi inaridita, lasciandolo muto come un infante.</p>



<p>«Laura&#8230;» riuscì solo a balbettare, mentre il cuore gli esplodeva in petto.</p>



<p>Quando sorse il mattino, la serva trovò la candela consumata, e il padrone col capo abbandonato sul primo foglio del manoscritto di Virgilio, con gli occhi aperti sul nome di madonna Laura e, sulle labbra, una sembianza di felicità.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="776" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno.jpg" alt="" class="wp-image-118452" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-271x420.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-300x466.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Petrarca ritratto da Andrea del Castagno [1450] <em>Villa Carducci di Soffiano</em>[FI]</figcaption></figure></div>



<p></p>
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		<item>
		<title>La vita infinita di frate Giordano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/04/la-vita-infinita-di-frate-giordano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Bruno]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giuliano Tosi</b> <br />
«Filippo! Filippo!» chiamava la voce. Ma l’uomo piccolo e scuro sembrava non sentire. Aveva trascorso l’intera notte, l’ultima notte concessagli per la conversione, abbandonato sul pavimento umido della segreta, con le braccia e le gambe larghe a disegnare una stella. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-1024x1024.png" alt="" class="wp-image-117987" width="512" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-1024x1024.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-768x767.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-420x420.png 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-696x695.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus-1068x1067.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Immagine-mnemotecnica-dal-Cantus-Circaeus.png 1376w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Immagine mnemotecnica dal Cantus Circaeus</figcaption></figure></div>



<center>
<div style="width: 300px;">
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</div>
</center>



<center><small><b>Claudio Monteverdi [1567-1643]<br /><em>Tra mille fiamme e mille catene</em> SV 33<br />[Primo Libro dei Madrigali]</b></small></center><br /><br />



<p class="has-text-align-center">di <strong>Giuliano Tosi</strong></p>



<p>«Filippo! Filippo!» chiamava la voce. Ma l’uomo piccolo e scuro sembrava non sentire.</p>



<p>Aveva trascorso l’intera notte, l’ultima notte concessagli per la conversione, abbandonato sul pavimento umido della segreta, con le braccia e le gambe larghe a disegnare una stella. Nel corpo perfettamente immobile, l’anima era in viaggio: l’uomo andava ripercorrendo all’indietro il cammino che l’avevo condotto fin lì, alla fine della strada.</p>



<p>Con la consueta rapidità e precisione, la sua memoria attraversava decine di paesi, percorreva migliaia di strade, passava accanto a centinaia di volti: i re che lo avevano ricevuto, i gentiluomini di cui era stato amico, le donne che aveva amato, gli allievi che lo avevano seguito con affetto e dedizione, gli stampatori che avevano corso il rischio di pubblicare le sue opere qua e là per l’Europa. Lo sguardo volava sopra quel labirinto senza filo che era stata la sua vita, e scrutava come un’aquila in caccia dettagli che parevano senza significato. Rintracciava nella memoria le orme del suo destino; quel destino che, dopo un lungo estenuante inseguimento, lo aveva raggiunto.</p>



<p>«Filippo! Filippo!» chiamò ancora la voce. Una voce femminile, lontana, così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.</p>



<p>L’uomo sul pavimento questa volta l’aveva sentita, ma non aveva aperto gli occhi. Da molto, molto tempo, nessuno lo chiamava più col nome che aveva ricevuto nel battesimo; quel nome che aveva abbandonato vestendo lo scapolare bianco e il cappuccio nero dei cani di Dio. Anche quella voce sembrava un ricordo, forse quella di sua madre Fraulissa che lo chiamava. Nel suo lungo sogno, infatti, la memoria era giunta a sorvolare veloce le vene nere del Monte Cicala, dolcissimo tra i lacci verdi dell’edera e i rami grigi degli ulivi, a contare le bacche rosse del corniolo e quelle nere del mirto, immersa nei vapori d’alloro e rosmarino.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala.jpg" alt="" class="wp-image-118423" width="720" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala-768x430.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala-749x420.jpg 749w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Castel-Cicala-696x390.jpg 696w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Castel Cicala [Nola, NA]</figcaption></figure></div>



<p>«Filippo! Filippo! Non mi riconoscete?»</p>



<p>La voce si era spazientita. E questa volta l’uomo spalancò gli occhi: non era la voce di sua madre. Era la voce della donna che, in quei giorni lontani sotto il cielo benigno di Napoli, l’aveva partorito per la seconda volta.</p>



<p>«Morgana! Mia signora Morgana, coltivatrice del campo dell’animo mio! Dove siete?»</p>



<p>«Dove sono?» rise la voce. «Ovunque. Sono ovunque, mio amato Filippo. Sono questo ragnetto che scende verso il vostro volto, e sono il filo d’argento al quale è appeso, e sono la pietra che regge il filo e sono l’acqua che divora queste pietre&#8230;»</p>



<p>«Siete ovunque e in nessun luogo allora, mia signora. Ancora una volta, tra voi e me, intermezza un gran caos, invidioso del mio bene».</p>



<p>L’uomo si era messo a sedere e parlava al minuscolo ragno che pendeva sopra la sua testa.</p>



<p>«Dov’è la vostra luminosa carne, mia dolce Morgana? C’è ancora speranza di rivedervi nella forma che ho amato?»</p>



<p>«No, non c’è. Lo sapete bene. Le nostre anime sono fatte di fango e niente può mai ritornare uguale nella ruota del tempo».</p>



<p>L’uomo scattò in piedi, il volto si era fatto buio e gli occhi di fuoco. Come sempre faceva quando si sentiva tradito da Dio e dagli uomini, prese a camminare furiosamente avanti e indietro, tra grida e bestemmie, tirando calci ai muri della cella.</p>



<p>Com’era possibile tanta ingiustizia? Com’era possibile che un uomo come lui, che aveva saputo penetrare il cielo, discorrere le stelle, cavalcare le comete, che era stato in grado di trapassare i margini del mondo, di far svanire le fantastiche muraglie dell’universo, com’era possibile fosse ora rinchiuso tra le mura ottuse di una cella, nelle carceri di Tor di Nona, la prigione del lupo romano? E come poteva essere che le sue ultime ore scivolassero via mute e senza senso? Se davvero era un Mercurio, poteva mai la corsa dei suoi atomi finire in quel modo?</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona.jpg" alt="" class="wp-image-118426" width="745" height="527" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona.jpg 993w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-594x420.jpg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-696x492.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Carcere-Tor-di-Nona-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption>Carcere di Tor di Nona</figcaption></figure></div>



<p>Si arrestò d’improvviso in mezzo alla cella, accolse il piccolo ragno in una mano, e le parole gli uscirono di bocca come se a parlare fosse un altro.</p>



<p>«Esiste un modo, mia signora, di uscire di qui?»</p>



<p>Una risata riempì la cella.</p>



<p>«Frate Giordano, frate Giordano, cosa devo sentir dire dalle vostre labbra! Sembrate tornato iroso e bizzarro come quando vi incontrai sotto il Vesuvio».</p>



<p>Ricordava molto bene quel ragazzo dalla fisionomia smarrita, che non si contentava di nulla, che pareva sempre in contemplazione delle pene dell’inferno, ritroso com’un cane ch’ha ricevuto mille spellicciate, pasciuto di cipolla e puro come un primitivo, come un vero Sileno, uscito di selve e caverne.</p>



<p>«La tua rabbia ti fa cieco, mio caro Filippo».</p>



<p>Credeva di essere un piccolo uomo rinchiuso in una cella buia, e credeva questa cella buia prigioniera nella tana del lupo romano, e la tana incastonata nella Terra, e la Terra obbligata nel suo cammino da ferrei orbi stelliferi. Ma gli bastava scrutare nell’infinitamente piccolo di un atomo qualunque per vedere ben altro. Avrebbe visto l’atomo brillare di piccolissima ma chiara luce, come una bianca larva. E dentro quella luce avrebbe scorto questo ragno e il suo filo argenteo, e dentro il ragno se stesso, e dentro se stesso questa cella, e dentro questa cella Roma immensa, e dentro Roma la Terra e infiniti mondi e ogni cosa. Perché tutto era in tutto. Sempre. Tutti gli esseri di tutti i possibili mondi accadevano in ogni singolo istante nella sua piccola anima, perché ogni anima era tutta l’anima, e l’intera figura si componeva continuamente in ogni minimo frammento dello specchio.</p>



<p>«Mi chiedi se c’è modo di uscire da qui. Uscire? Me l’hai insegnato tu, mio caro piccolo Mercurio: non di uscire si tratta, ma di entrare».</p>



<p>«Entrare! Ma davvero si può entrare in queste dure pietre?» l’uomo sferrò un pugno violento sul muro della cella.</p>



<p>Guardò per alcuni momenti il sangue gocciolare dalle nocche e poi si lasciò cadere a terra.</p>



<p>«Avete ragione, saggia Morgana. Avete ragione su tutto&#8230;»</p>



<p>La sua voce era così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.</p>



<p>&nbsp;«Su tutto, tranne un nonnulla&#8230; Non sono stato io ad insegnarvi tutto questo, mia dolce signora. Me l’avete fatto scoprire proprio voi, insegnandomi l’amore, il vincolo dei vincoli, la passione da cui germogliano tutte le passioni, il sigillo che sa conciliare tutti i nostri sublimi contrari&#8230;»</p>



<p>Non poteva vederla, ma sentiva il sorriso di Morgana attraversare la cella con i primi raggi dell’alba.</p>



<p>«Lo so» riprese. «Lo so: la morte è solo una pazzia. Qualunque sia il punto di questa notte in cui sono, io so che mi aspetta il giorno, ma di che giorno si tratti neppure io riesco a immaginarlo».</p>



<p class="has-text-align-center">§</p>



<p>Il giorno giovedì 17 febbraio dell’anno del Signore 1600, nelle primissime ore dell’alba, forse per evitare la folla dell’anno giubilare, lo scellerato frate domenichino da Nola, eretico ostinatissimo, andò incontro a solennissima giustizia.</p>



<p>Nonostante fosse esortato con ogni carità dai fratelli dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, da due Padri di san Domenico, da due del Gesù, da due della Chiesa Nuova e da uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina gli mostrarono l&#8217;error suo, nonostante questo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinazione.</p>



<p>Fu dunque condotto, con le mani incatenate e i piedi nudi, dai ministri di giustizia in Campo di Fiori, di fronte al teatro di Pompeo. Quivi fu spogliato nudo, legato a un palo, la lingua gli fu messa in giova per impedirgli di parlare, e fu bruciato vivo. I confortatori lo accompagnarono fino all’ultimo cantando le litanie e implorandolo di lasciare la sua ostinazione, ma sino all’ultimo punto frate Giordano da Nola distolse con disprezzo lo sguardo dal crocifisso che gli veniva offerto. Così finì la sua misera e infelice vita.</p>



<p class="has-text-align-center">§</p>



<p>«Che cosa vi turba, caro amico?»</p>



<p>La voce del pontefice rivelava un rapporto che andava al di là degli abiti che i due uomini indossavano e dei ruoli che ricoprivano. Ippolito Beccaria, maestro generale dei domenicani, aveva chiesto urgentemente udienza e ora guardava pensieroso fuori dalla finestra le ombre dei pellegrini svanire una ad una nella sera invernale. Il suo volto era ancora più scavato del solito.</p>



<p>«Questa mattina frate Giordano è salito sul rogo».</p>



<p>Il Santo Padre si lasciò sfuggire un profondo sospiro.</p>



<p>«Capisco. Voi sapete bene che abbiamo fatto tutto il possibile per far sì che la vicenda avesse altro esito, io impedendo la tortura e voi, più sottilmente, chiedendo che fosse torturato due volte e che le sue dichiarazioni sostituissero l’intera istruttoria. Ma, alla fine, il Nolano ha deciso di morire».</p>



<p>Zoppicando vistosamente per via della gotta che da tempo lo affliggeva, il pontefice si era avvicinato al generale domenicano e ora gli stava accanto. Guardava anche lui pensoso fuori dalla finestra. San Pietro pareva più piccola del solito.</p>



<p>«Non è questo, Santità&#8230; È che io ho assistito al rogo».</p>



<p>«Lo so, lo so». Dall’alto della sua notevole statura, il Santo Padre aveva poggiato una mano sulla spalla del domenicano in segno di conforto. «Ho letto le vostre bozze per l’Avviso pubblico e per il Giornale dell’Arciconfraternita. E ho pregato per l’anima di frate Giordano&#8230; e anche per le nostre».</p>



<p>«Ma lì non c’è tutto!» sbottò il Beccaria. «Manca l’essenziale».</p>



<p>«L’essenziale?»</p>



<p>«Mentre lo conducevano ad essere arso vivo, frate Giordano&#8230; sorrideva».</p>



<p>«Sorrideva? In fondo non mi stupisce. <em>In tristitia hilaris</em>, scriveva in quella sua commediola giovanile&#8230;»</p>



<p>«Certo, certo, ma io ho visto&#8230;»</p>



<p>Il padre domenicano si girò a guardare in volto il pontefice.</p>



<p>«Santo Padre, ho visto con i miei occhi frate Giordano scomparire. Appena la fiamma l’ha lambito, quell’uomo non è bruciato, è&#8230; svanito!»</p>



<p>Tornò a guardare fuori dalla finestra.</p>



<p>«Direi che si è fatto fuoco&#8230; o che il fuoco si è fatto frate Giordano&#8230; ma la verità è che io stesso non so spiegarmi quello che ho visto. Eppure anche l’odore&#8230;»</p>



<p>Al domenicano era sfuggita una smorfia di disgusto.</p>



<p>«L’odore?» il pontefice quasi balbettava.</p>



<p>«Me l’ha confermato anche il boia: l’odore era odore di legna. Solo di legna».</p>



<p>Papa Clemente VIII perse per la prima volta la calma.</p>



<p>«Non vorrà mica sostenere che frate Giordano se n’è asceso in paradiso con il fumo del suo rogo, come aveva avuto l’arroganza di promettere!»</p>



<p>«No, Santità, no. Non saprei spiegarmi meglio di come ho fatto e non saprei dire come ha fatto, ma la verità è che&#8230;»</p>



<p>Si voltò di nuovo verso il pontefice e lo fissò negli occhi.</p>



<p>«Santo Padre, perdonatemi, ma mi è rimasta la certezza che&#8230; alla fine&#8230; ci sia sfuggito tra le mani».</p>



<p>[Questo racconto è nato dalla lettura de <em>Il sapiente furore </em>di Michele Ciliberto, un libro che sa far volare tra gli innumerabili mondi e le infinite vite, al punto da poter immaginare, per qualche istante, di ospitare l’anima grande di frate Giordano]</p>
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		<title>L’Europa davanti alla sua frattura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Mattia]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Martina Mattia</b> <br />Nell’Europa che implode nel culto del tempo misurabile, esiste un luogo in cui l’orologio si arresta: il Sud Italia, e in particolare la Basilicata, la più remota, la più spopolata, la più dimenticata delle regioni meridionali. Qui l’atemporalità raggiunge la sua forma estrema.]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="474" height="707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3.jpeg" alt="" class="wp-image-116630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3.jpeg 474w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-201x300.jpeg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-150x224.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-300x447.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-282x420.jpeg 282w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Martina Mattia</strong></p>



<p>Nell’Europa che implode nel culto del tempo misurabile, esiste un luogo in cui l’orologio si arresta: il Sud Italia, e in particolare la Basilicata, la più remota, la più spopolata, la più dimenticata delle regioni meridionali. Qui l’atemporalità raggiunge la sua forma estrema.<br />Tra le notizie recenti, ricorre quella del continuo spopolamento dei borghi lucani. Ma i villaggi abbandonati non andrebbero letti come rovine: sono soglie, luoghi in cui il tempo non progredisce, si frattura. Non a caso Carlo Levi descrive la Basilicata come un altro mondo, “serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato”.</p>



<p>Mentre il Nord corre verso il futuro, come progresso cieco, il Sud custodisce una forma altra di coscienza: un deposito invisibile, una riserva metafisica. La Basilicata non è soltanto il margine dimenticato della modernità, ma la sua ferita più eloquente.<br />In questo senso, <em>Cristo si è fermato a Eboli</em> non è soltanto il racconto di un Sud abbandonato: è la diagnosi di una frattura epistemica. Levi vi riconosce un mondo sospeso fuori dal tempo storico, in cui i contadini vivono nell’alienazione non solo dallo Stato, ma dalla Storia stessa. Sono i vinti: per loro le guerre, i governi e le disfatte nazionali sono calamità naturali, inevitabili come la malaria o la siccità, appartengono a un unico orizzonte di sventura naturale, inevitabile.<br />Durante il fascismo, racconta Levi, “le fanfare ottimistiche della radio” provenivano da un’altra Italia, “che aveva dimenticato la morte, al punto da evocarla per scherzo, con la leggerezza di chi non ci crede”. In Lucania, invece, il dolore non è colpa né peccato, ma una condizione terrestre, inscritta nelle cose. Qui “Cristo non è disceso”, scrive Levi: “Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, Cristo si è fermato a Eboli”.</p>



<p>Non è giunta la Storia, e dunque non è giunta la redenzione. Il messianesimo, qui, non è potuto arrivare: come può il futuro messianico irrompere in un luogo che vive fuori dal tempo stesso? Non c’è Storia, non c’è passato, e quindi nemmeno futuro. Eppure, proprio questa sospensione risuona sorprendentemente con le riflessioni di Walter Benjamin.</p>



<p>Nelle <em>Tesi sul concetto di storia</em>, Benjamin smonta la fede moderna nel progresso e descrive la crisi del tempo lineare attraverso il concetto di <em>Jetztzeit</em>: una scintilla del passato che irrompe nella catena della storia, spezzandone la continuità e rivelando, per un istante, un senso nascosto e salvifico. Anche Levi, osservando i contadini lucani, riconosce un tempo sottratto alla marcia trionfale della modernità. Ma ciò che in lui resta esclusione &#8211; una terra senza redenzione &#8211; in Benjamin diventa promessa, apertura, possibilità di riscatto.</p>



<p>Levi osserva che per i contadini il futuro stesso è un’utopia: “le eterne nebbie del <em>crai</em>”, dice, riferendosi al modo in cui i lucani parlano del domani &#8211; <em>crai</em>, domani, che è domani e sempre. Benjamin direbbe che qui agisce la storiografia dei vincitori: la Storia scritta dal potere che domina persino l’immaginazione dei vinti. “La tradizione degli oppressi ci insegna”, scrive Benjamin (Tesi VIII), “che lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola.”</p>



<p>Il progresso moderno &#8211; la narrazione dei vincitori &#8211; accumula solo rovine. È la visione dell’<em>Angelus Novus</em>: dove noi vediamo una catena di eventi, l’angelo della Storia vede “una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine”.</p>



<p>L’unica via d’uscita è, per Benjamin, una nuova concezione della storia: non più una cronologia che avanza, ma una costellazione in cui il passato si accende nel presente. Il messianesimo, per lui, non è un evento futuro, ma una possibilità sempre imminente. “Ogni secondo”, scrive, “è la piccola porta attraverso la quale può entrare il Messia.”</p>



<p>Benjamin rielabora in chiave filosofica e politica il messianismo ebraico: l’attesa di redenzione non è un evento futuro garantito, ma una possibilità sempre presente, che può irrompere in ogni istante. Non si tratta di attendere passivamente, ma di agire nel presente, cogliendo le scintille di redenzione e liberando i vinti dal silenzio imposto dai vincitori.</p>



<p>Il <em>Jetztzeit</em> &#8211; letteralmente “adesso-tempo” &#8211; è quell’istante denso e qualitativo che interrompe la linearità, un lampo in cui passato e presente si connettono. Non è semplice memoria, ma un atto politico e messianico: riscattare il passato dei vinti, sottraendolo all’oblio. “Articolare storicamente il passato”, afferma Benjamin, “non significa conoscerlo ‘come è stato’, ma impadronirsi di un ricordo così come balena nell’istante del pericolo.”</p>



<p>In questa luce, la Basilicata appare il terreno più fertile perché avvenga il <em>Jetztzeit</em>: un luogo in cui il passato non è trascorso, ma ancora presente nella sofferenza, nei gesti, nelle tradizioni. Levi lo intuisce quando scrive: “La loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più remoti, e tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. [&#8230;] Si dovrebbe scrivere una storia di questa Italia, se è possibile scrivere una storia di ciò che non si svolge nel tempo: la sola storia di quello che è eterno e immutabile, una mitologia.” Ecco, in queste righe, il tempo pieno di Benjamin: un tempo denso, saturo di passato.</p>



<p>Sebbene Levi colga con precisione la realtà epistemica della Basilicata, la definisce come la terra dove non è giunta la redenzione. Ma quale redenzione? Non quella religiosa, bensì quella storica e politica: la modernità, il progresso, lo Stato. Nessuno di questi ha portato ai contadini lucani un riscatto sociale: rimangono ai margini, confinati in un tempo che non scorre ma ristagna. Levi comprende che questa esclusione non è semplice arretratezza, ma un’altra forma di coscienza. Tuttavia la descrive come condizione chiusa, immobile, senza riscatto: un eterno presente senza possibilità di trasformazione. Quando scrive che “Cristo si è fermato a Eboli”, intende dire che qui non è giunta la storia moderna, non è arrivata la redenzione storica.</p>



<p>Il resto d’Italia, e più in generale l’Europa, ha conosciuto la propria “redenzione storica”: progresso economico, riconoscimento politico, cittadinanza moderna. La Lucania no. Qui la frattura non è apertura, ma condanna.</p>



<p>Ed è qui che si apre lo scarto decisivo con Benjamin. Per lui la redenzione non coincide con la modernizzazione o la conquista di diritti, ma con un atto di giustizia verso il passato: un’irruzione del tempo perduto nel presente, capace di spezzare la catena della storia dei vincitori. La redenzione, per Benjamin, non significa che “arriverà lo sviluppo”, bensì che i frammenti del passato &#8211; le sofferenze, i silenzi, le vite dimenticate &#8211; possano risplendere nel presente come <em>Jetztzeit</em>, un “tempo-ora” in cui la memoria dei vinti torna a interrogare il presente. In questa prospettiva, la redenzione è sempre possibile, anche per chi è stato escluso o cancellato.</p>



<p>Per Levi, invece, la redenzione &#8211; intesa come progresso storico-politico &#8211; è già avvenuta altrove, ma è stata negata al Sud. La Basilicata ne è rimasta fuori: ciò che altrove è divenuto “futuro”, qui è sospeso. Il suo desiderio è che anche il Mezzogiorno possa un giorno entrare nella Storia. Benjamin, al contrario, non vuole includere i vinti nel progresso, ma liberare la loro memoria dalla narrazione trionfale del progresso stesso. Riscattare i vinti non significa concedere loro sviluppo, ma impedire che la loro sofferenza venga giustificata in nome del cammino storico. Ogni lotta sconfitta, ogni vita dimenticata, ogni dolore cancellato possiede ancora un diritto al riscatto: un bagliore che può accendersi nel presente, trasformandolo in consapevolezza politica e morale. “Anche i morti”, scrive Benjamin (Tesi VI), “non saranno al sicuro dal nemico se egli vince.”</p>



<p>Redimere significa restituire voce ai morti e agli sconfitti, non assorbirli nel mito del progresso. Non è il futuro che salva il passato, ma il presente che, aprendosi come spazio messianico, lo riscatta. Le diverse conclusioni di Levi e Benjamin dipendono dalla loro prospettiva: Levi guarda da un orizzonte storicistico, Benjamin da una storiografia materialista. Entrambi riconoscono la frattura del tempo lineare, ma mentre per Levi è condanna, per Benjamin è promessa.</p>



<p>La Basilicata &#8211; e con essa il Sud intero &#8211; diventa così la denuncia vivente del fallimento della modernità europea. È ciò con cui l’Italia e l’Europa non si sono ancora realmente confrontate. Solo attraversando questa frattura, solo guardando nel vuoto che il Sud rappresenta, il passato potrà irrompere nel presente, aprendo la possibilità di una vera redenzione.</p>



<p>In <em>Cristo si è fermato a Eboli</em>, il messianismo appare in forma negativa: Cristo non scende, la redenzione non arriva. Ma proprio questa assenza fa della Basilicata un luogo “messianico al contrario”: uno spazio che rivela la crepa del tempo storico e mette a nudo l’illusione del progresso e della salvezza universale.</p>



<p>Per Levi, i contadini lucani “saranno redenti” quando giungeranno lo Stato, la giustizia, lo sviluppo. Per Benjamin, i vinti “saranno redenti” solo quando la loro memoria spezzerà il tempo lineare e si trasformerà in forza messianica, in un tempo-ora che ci obbliga a ripensare la storia e l’azione politica nel presente.</p>



<p>Il dialogo tra Levi e Benjamin disegna così un paradosso fecondo: la Basilicata, apparentemente fuori dalla storia, non rappresenta arretratezza ma un deposito di senso, una riserva metafisica da cui l’Europa, nel suo esaurimento, può ancora imparare. I villaggi spopolati, le rovine, le vite dimenticate non sono soltanto segni di perdita, ma soglie: luoghi in cui il passato si affaccia e il futuro resta sospeso, in attesa di un altro inizio.</p>



<p>In questo incontro ideale tra Levi e Benjamin, il Sud diventa la coscienza non redenta dell’Europa: lo spazio che, proprio perché escluso, custodisce la possibilità di pensare di nuovo la storia.</p>
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		<title>La natura ama il vuoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2025 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dorothea Lentke]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giuliano Tosi</b> <br />
Un lampo. Il riflesso acuminato del sole. I due emisferi di bronzo scintillano, rotondi e lucenti, nel pomeriggio primaverile. Sono uniti a comporre una sfera metallica di circa sessanta centimetri di diametro e si comprende al primo sguardo che sono stati costruiti per combaciare in modo perfetto.]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="894" height="687" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2.jpg" alt="" class="wp-image-116606" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2.jpg 894w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-768x590.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-150x115.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-696x535.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-547x420.jpg 547w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Guericke-2-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 894px) 100vw, 894px" /></figure></div>



<center>
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</center>



<center><small><b>Claudio Monteverdi [1567-1643]<br /><em>Sì dolce è &#8216;l tormento</em> SV 332<br />[Philippe Jaroussky- Jordi Savall]</b></small></center>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Giuliano Tosi</strong></p>



<p>Un lampo.</p>



<p>Il riflesso acuminato del sole.</p>



<p>I due emisferi di bronzo scintillano, rotondi e lucenti, nel pomeriggio primaverile. Sono uniti a comporre una sfera metallica di circa sessanta centimetri di diametro e si comprende al primo sguardo che sono stati costruiti per combaciare in modo perfetto.</p>



<p>Le fruste schioccano in continuazione nell&#8217;aria polverosa. I muscoli tesi nello spasimo, il reticolo delle vene in rilievo, i nervi sul punto di cedere, le due pariglie da otto cavalli tirano con tutte le loro forze i due emisferi di metallo in direzioni opposte, cercando di separarli. Le corde sono ormai tese al punto che hanno smesso perfino di vibrare, e ora ronzano, come uno sciame di api sfinite in cerca di un luogo in cui posarsi.</p>



<p>A pochi metri di distanza, sotto un albero, con un lungo cappello nero sulla testa, il regista di quello strano spettacolo: uno dei quattro borgomastri della città di Magdeburgo. Impolverato, con gli occhi arrossati dalla mancanza di sonno, guarda attento, con gli occhi a fessura e un lieve sorriso sulle labbra. Si sta godendo lo sforzo vano dei cavalli e l&#8217;incredulità degli uomini che ha assoldato per l&#8217;esperimento.</p>



<p>Quei contadini assistono stupefatti, le bocche e gli occhi spalancati, senza fiatare. Non comprendono davvero quel che accade sotto i loro occhi, ma sanno riconoscere un prodigio quando lo vedono. Se potessero conoscere il senso di quello spettacolo, forse, la loro meraviglia si muterebbe in terrore. Come può il vuoto che riempie, se così si può dire, quella sfera lucente e la tiene unita vincere la forza di sedici cavalli spinti allo spasimo? Come può il nulla essere più forte dell&#8217;essere?</p>



<p>D&#8217;improvviso il lungo cappello nero si muove. Si avvicina ai due emisferi scintillanti. Con un gesto teatrale ferma le fruste. Poi, usando ostentatamente solo due dita, svita la valvola che spunta da uno degli emisferi e questi, senza sforzo alcuno, si separano da soli e cadono a terra, lasciando liberi i cavalli. Questa volta gli spettatori non possono trattenere un mormorio di stupore, che l&#8217;uomo incassa compiaciuto.</p>



<p>Mentre quegli uomini giocavano con il vuoto in una radura della campagna nei pressi di Magdeburgo, a circa trecento chilometri di distanza, a Münster e a Osnabrück, tre diversi trattati di pace si rendevano necessari per mettere fine alla più devastante guerra dell&#8217;età moderna, che meno di vent&#8217;anni prima, nell’anno di grazia 1631, aveva saccheggiato e devastato anche la stessa Magdeburgo.</p>



<p>Al centro di quella radura, al centro di quell&#8217;uomo, il cuore batte forte.</p>



<p>Il petto si alza e si abbassa sotto l&#8217;azione di un respiro emozionato, le mani si muovono irrequiete senza sosta, le gambe si tendono nervose. Non si tratta, però, degli effetti della riuscita dell&#8217;esperimento.</p>



<p>L&#8217;uomo è destinato a diventare uno dei maggiori fisici della storia. Il suo nome è Otto von Guericke e con quell&#8217;esperimento sta per cancellare per sempre la millenaria convinzione aristotelica che la natura abbia orrore del vuoto e che perciò lo riempia costantemente. È riuscito a costruire una pompa da vuoto, e con questa presto stupirà l&#8217;Europa con i suoi esperimenti pubblici. In questo pomeriggio di primavera, davanti agli occhi di pochi contadini ignari della Storia, è riuscito per la prima volta a svuotare l&#8217;interno dei due emisferi e a dimostrare l&#8217;enorme pressione esercitata dall&#8217;aria dell&#8217;atmosfera.</p>



<div class="wp-block-image is-style-rounded td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS.jpg" alt="" class="wp-image-116612" width="440" height="476" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS.jpg 834w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-277x300.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-768x831.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-150x162.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-300x324.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-696x753.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Otto-von-Guericke-TS-388x420.jpg 388w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /><figcaption>Otto von Guericke [1602-1686]</figcaption></figure></div>



<p>In seguito, replicherà quell&#8217;esperimento prima a Ratisbona alla presenza del Reichstag e dell’imperatore Ferdinando III, impiegando in quell&#8217;occasione ben trenta cavalli, poi di nuovo a Magdeburgo, sua città natale, infine a Berlino, alla presenza di Federico Guglielmo I di Brandeburgo, con ventiquattro cavalli. Ogni volta l&#8217;esperimento sarà coronato da un clamoroso successo.</p>



<p>Oggi, però, la gioia di quest&#8217;uomo non è solo la gioia di uno scienziato a cui sia riuscito un esperimento importante. È una vittoria molto più essenziale, in cui ne va del senso della sua stessa vita.</p>



<p>Dorothea Lentke non era una donna di cui ci si potesse innamorare a prima vista. Non che non fosse bella: i riccioli neri erano morbidi, gli occhi profondi, le guance rosate, la bocca piccola e ben disegnata, il collo lungo e delicato, la figura esile ed elegante, e così via. Al primo sguardo, però, appariva una bellezza piuttosto ordinaria.</p>



<p>Otto von Guericke non era però un uomo che si fermasse al primo sguardo. Forse per deformazione professionale, osservava il mondo con meticolosa precisione. Ed era così che aveva scoperto su quel volto un breve mistero. Quando Dorothea Lentke sorrideva, i suoi occhi e la sua bocca si comportavano in due modi assai differenti e, in un certo modo, incompatibili. Gli occhi ti scrutavano dritti e implacabili, mentre la bocca si increspava ironica, disegnando un’imprevedibile e asimmetrica fossetta all’angolo sinistro delle labbra.</p>



<p>Per farla breve, il fisico, che era vedovo ormai da anni, se ne innamorò profondamente. Dorothea Lentke lo respinse con una fermezza gentile e per questo ancora più irremovibile, e per Otto von Guericke fu la catastrofe.</p>



<p>Quando la passione afferra un uomo di scienza, è assai difficile che riesca a proseguire nelle proprie ricerche. Essendo per natura esclusive, due passioni non possono convivere; l’unica disperata soluzione potrebbe essere farle coincidere. In una certa maniera, sottile e contorta, von Guericke c&#8217;era riuscito e, in quel pomeriggio primaverile, aveva ottenuto il risultato al quale aveva dedicato i suoi giorni e le sue notti per più di quattro anni.</p>



<p>Appena giunto a casa, si sedette alla scrivania e scrisse di getto la lettera d&#8217;amore che aveva composto nella sua mente lungo quelle innumerevoli notti insonni.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#aad9c6"><em>Cara Dorothea,<br />questo pomeriggio ho compiuto un esperimento che cambierà la storia della ﬁsica. Ho dimostrato senza ombra di dubbio che non solo la natura non ha orrore del vuoto, ma anzi che la natura ama intensamente questo stesso vuoto, si nutre di esso, e in esso trova il primo motore dei suoi passi e dei suoi giorni.<br />Che cosa c’entra tutto questo con noi due?<br />Sono convinto di poter trarre dall’esperimento un corollario per me decisivo: anche l&#8217;amore stesso, forza vitale per eccellenza, si fonda sul vuoto. Non trovo altro modo per spiegare l’amore, vano e disperato, che mi lega indissolubilmente alla Sua persona: è il vuoto del Suo cuore che mi attrae irresistibilmente. È per questo che nessuno può separare la metà che io sono dalla metà che Lei è.<br />La riuscita dell’esperimento non ha diminuito la mia sofferenza, né avevo speranza che lo facesse, ma l’ha resa sensata, ragionevole. Ora, almeno, il vuoto che abita il cuore delle mie ore non è più un vuoto di senso.</em></p>



<p>Seguiva un saluto piuttosto formale e una firma frettolosa, come se l’imbarazzo per quella lettera assurda e commovente fosse emerso solo all’ultimo.</p>



<p>Non solo Dorothea Lentke non rispose alla lettera, ma per diversi mesi non volle più nemmeno ricevere in casa sua l&#8217;autore.</p>



<p>Finché una mattina, esasperato, lo scienziato si recò per l’ultima volta a casa Lentke. Celata sotto il mantello, portava un’ingombrante pistola a ruota. L&#8217;uomo era determinato a chiedere a Dorothea per l’ultima volta di sposarlo e, in caso di rifiuto, a farla finita, sparandosi e lasciandosi portare via dalle correnti dell&#8217;Elba.</p>



<p>Quel mattino, Dorothea Lentke ascoltò le commosse parole dell&#8217;uomo in ginocchio sulla soglia di casa sua. Quando l’uomo tacque e sollevò uno sguardo interrogativo, lei sorrise, la bocca piccola e ben disegnata si increspò leggermente, una minuscola fossetta comparve proprio laggiù a sinistra, e accettò di sposarlo.</p>



<p>Allo scienziato sbalordito spiegò che la tenacia di quell’amore aveva, alla fine, rotto la diga e inondato il suo cuore.</p>



<p>L&#8217;uomo era felice, felice come non lo era mai stato.</p>



<p>Lo scienziato, invece, si chiese, in un angolo, a bassa voce, come si conciliava quel fatto inaspettato con la sua teoria.</p>



<p>Otto von Guericke e Dorothea Lentke si sposarono nel 1652. Subito dopo, il fisico cominciò le celebri dimostrazioni pubbliche della potenza del vuoto. Le biografie ci raccontano poco o nulla della vita coniugale dei due. Non c’è dato sapere se quel riempimento improvviso del vuoto di un cuore avesse comportato, secondo la legge definita dallo stesso von Guericke, la fine di quella travolgente attrazione o se, al contrario, un felice matrimonio d’amore avesse alla fine smentito la teoria scientifica.</p>



<p>Non siamo perciò in grado di stabilire se, in ultimo, Otto von Guericke fosse stato sconfitto come scienziato o come uomo.</p>



<p><strong>Nota</strong>: <em>Quando si legge un libro di storia, e ancor più di storia della scienza, si ha la netta impressione che ciò che conta davvero venga taciuto. Le ordinate righe vergate dalla ragione relegano nell’ombra quel disordine che chiamiamo vita. Sugli studi del grande fisico tedesco Otto von Guericke (1602-1686) sappiamo molto, mentre del suo amore per Dorothea Lentke, che sposò, già cinquantenne, sette anni dopo la morte della prima moglie, non sappiamo quasi nulla. Come attratti da questo potente vuoto, non abbiamo potuto evitare di immaginare i legami sottili e difficili tra il mondo della vita e quello del pensiero, fino a raggiungere un punto in cui distinguere realtà e immaginazione risultava non solo impossibile, ma insensato.</em></p>
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		<title>Dietro il vaso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2025 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Hajez]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Vaso di fiori sulla finestra di un harem]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giuliano Tosi</b> <br /> Non si può guardare un quadro senza immaginarlo in frantumi. Nella densa nebbia milanese dei suoi novant’anni, a Francesco Hayez erano rimasti solo due ricordi chiari e distinti della sua infanzia veneziana.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[[ <em>la mia adesione allo sciopero generale di oggi 3 ottobre 2025 è non fermare le parole, non è il silenzio, non il vuoto, ma continuare a parlare, a tenere questo spazio aperto e vivo &#8211; o.p.</em> ]
<br /><br />

<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez.jpg" alt="" class="wp-image-115638" width="498" height="668" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-223x300.jpg 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-150x201.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-300x403.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-313x420.jpg 313w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /><figcaption><strong>Francesco Hayez</strong> Vaso di fiori sulla finestra di un harem [1881]</figcaption></figure></div>



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<center><small><b>Georges Bizet[1838-1875] <em>Intermezzo</em> da CARMEN</b><br />[Barenboim · Berliner Philharmoniker]</small></center>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Giuliano Tosi</strong></p>



<p>Non si può guardare un quadro senza immaginarlo in frantumi.</p>



<p>Nella densa nebbia milanese dei suoi novant’anni, a Francesco Hayez erano rimasti solo due ricordi chiari e distinti della sua infanzia veneziana.</p>



<p>Il primo era popolato di maschere scure e candide scollature.</p>



<p>Dopo Austerlitz, i francesi erano tornati padroni di Venezia e la città si era riempita di sfrenata allegria: teatri e feste, balli e concerti invitavano la popolazione a godere della libertà. Francesco aveva forse tredici anni e, una sera, gli zii, presso i quali viveva, lo portarono a vedere le maschere nel Ridotto teatrale vicino a Piazza San Marco.</p>



<p>Il Ridotto era un turbine di risate e grida, di oro e cipria, verdi rossi e gialli da far girare la testa. Lo sguardo del ragazzo riconobbe i lugubri contorni della baùta, il chiarore osseo della larva, la gnaga miagolante, ma a catturare il suo sguardo fu il nero velluto delle morete, mute e seducenti. Gli occhi di quello che sarebbe stato il più grande pittore di nudo del suo tempo si persero lungo le linee morbide dei corpi femminili discinti, tornarono poi ad accarezzare il velluto nero di quelle guance e si fermarono a cercare negli occhi bui della maschera la promessa di uno sguardo che ricambiasse lo sguardo.</p>



<p>Quando la zia si accorse di quanto stava accadendo, ruppe l’incanto e lo trascinò fuori dal Ridotto. Ma il turbamento del ragazzo era stato profondo. Non solo lo spinse a una fallimentare fuga da casa per tornare di nascosto a spiare quella visione che dava le vertigini, ma addirittura non lasciò la sua anima fino all’episodio che costituiva il suo secondo e più importante ricordo. Poche settimane dopo, Francesco passeggiava solo per le calli in un mattino spesso di umidità. Come gli accadeva di continuo da quella sera, era inquieto e nervoso, come se si aspettasse di veder comparire ad ogni finestra o sotto ogni balcone, sopra ogni ponte o al centro d’ogni campo, dentro ogni barchino di passaggio e perfino sulla superficie verde delle acque, una donna discinta e mascherata dallo sguardo profondo e buio.</p>



<p>D’un tratto una voce alta sopra la sua testa gridò: &#8211; Attento!</p>



<p>Guardò in alto e vide un vaso oscillare per un attimo su un davanzale, e due bellissime mani che si sporgevano bianche dal buio e afferravano il vaso.</p>



<p>Tutto si fermò, un’immagine perfetta si compose: il vaso pieno di fiori luminosi, il gesto delicato e forte delle mani, il volto della ragazza che, affondato nel buio, si intuiva appena.</p>



<p>Francesco rimase a bocca aperta, senza respirare. Poi le mani della ragazza scomparvero nel buio e tutto si placò. Al ragazzo scese in corpo un calore quasi amoroso che lo fece pittore.</p>



<p>Nel corso della sua lunga vita, quella visione lo aveva accompagnato, a volte inseguito, forse addirittura ossessionato. Di tanto in tanto l’aveva perfino sognata. E tutte le volte il sogno si concludeva con il vaso che cadeva dalla finestra &#8211; vittima di sbadataggine? maliziosamente spinto? &#8211; e andava in frantumi. E tutte le volte il pittore si svegliava prima di poter vedere il volto della ragazza incorniciato dalla finestra.</p>



<p>E ora, raggiunti i novant’anni, quella visione è così lontana da dubitare di averla mai vista con gli occhi, da sospettare che sia stata sempre e solo un sogno. Ora, a novant’anni, è giunto il momento di fermare su una tela quel miraggio lontano che gli ha indicato la via.</p>



<p>In pochi giorni febbrili organizza dettagliatamente tutto quanto occorre. Fa costruire nel bel mezzo del suo studio milanese la finestra come la ricorda nella sua immaginazione. Sceglie con cura esasperante il vaso. Riempie ogni angolo con decine di mazzi di fiori diversi. Allestisce un vero e proprio palcoscenico, in cui le luci e le ombre sono perfettamente dosate. Infine costringe la nipote Giuseppina, dalle bellissime mani, a decine e decine di sedute.</p>



<p>Nel quadro che nasce da questo travaglio, le linee della finestra e del vaso sono avvolgenti ed eleganti, i fiori esultanti di luce e di colore, il gesto delle mani delicato e forte come quel giorno.</p>



<p>Ma, se solo lo spettatore si prende il tempo, dopo essersi fatto incantare dal turbine di colori e di luci e di linee sinuose e seducenti, gli accadrà di affondare lo sguardo nel buio dietro il vaso, laddove un volto emerge appena. E lì si perderà.</p>



<p>Quando il dipinto fu concluso, Hayez fu assai reticente nello spiegare perché, senza alcuna commissione, avesse dipinto quel soggetto. Si decise, allora, di proporlo come un quadro esotico, e il titolo, <em>Vaso di fiori sulla finestra di un harem</em>, venne scelto con questa intenzione. Nessuno aveva capito che i tratti orientali dell’opera erano, in realtà, quelli di una città poco lontana, appoggiata sulle acque di una laguna come una ninfea.</p>



<p>L’opera venne accolta assai freddamente e non trovò acquirenti. Hayez, solitamente così sensibile al giudizio altrui, rispose questa volta con un</p>



<p>sorriso e si tenne il dipinto. Negli ultimi mesi di vita lo contemplò ogni singolo giorno, ma a nessuno rivelò mai che lo riteneva la sua opera più importante.</p>



<p>In quella ragazza, che non possiamo vedere e non possiamo non scrutare, Hayez trovava quel che aveva cercato per tutta la sua lunga vita. Per quel pittore, che costringeva i suoi soggetti a sedute estenuanti per rendere tutto scrupolosamente dal vero, ma che al tempo stesso riteneva il verismo un pericolo insito in tutte le arti, quella visione conteneva l’intuizione che il vero non si può vedere, ma solo immaginare, che il vero lampeggia appena in fondo agli occhi vuoti e bui di una moreta.</p>



<p>Si racconta che Hayez, negli ultimi giorni di vita, scaraventasse dalla finestra ogni vaso che gli capitasse a tiro. E rimanesse a rimirare i cocci sul selciato, ignorando beatamente le imprecazioni dei passanti.</p>



<p><strong>NOTA</strong></p>



<p><em>La storia è nata da una vera e propria visione suscitata dal quadro conservato presso la Pinacoteca di Brera. I due episodi biografici narrati, relativi il primo all&#8217;infanzia veneziana e il secondo agli ultimi giorni milanesi, non sono episodi reali, ma scene germogliate dalla visione iniziale. Eppure, strada facendo, leggendo i documenti relativi alla vita del pittore, sono emersi dettagli che hanno reso sempre più &#8220;reale&#8221; quanto immaginato. Il fatto più sorprendente è che il racconto, seguendo più il suo spontaneo sviluppo vitale che le intenzioni di chi lo stava scrivendo, è giunto alla fine a corrispondere pienamente&nbsp;all&#8217;idea sottile e raffinata che Hayez aveva del realismo</em>.</p>
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		<title>Come fu che l&#8217;oro dei filosofi rubò a mastro Albini la vita eterna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/25/come-fu-che-loro-dei-filosofi-rubo-a-mastro-albini-la-vita-eterna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Mastro Giacomo Albini]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Peste del 1348]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b><br /> Mastro Giacomo Albini, medico di prìncipi ed estrattore di quintessenza, nacque in Moncalieri, cinquant’anni prima della Grande Peste, in cui scomparve senza lasciare traccia. Della sua vita, le pergamene raccontano le guarigioni e i viaggi...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1024x531.jpg" alt="" class="wp-image-115594" width="768" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1024x531.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-300x156.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-768x398.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1536x797.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-150x78.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-696x361.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1068x554.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1920x996.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-810x420.jpg 810w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili.jpg 1990w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Mastro Giacomo Albini  da &#8220;Memoria de auro potabili&#8221; [1348]</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-115310-6" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3?_=6" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b><em>Emblema VI. Seminate aurum vestrum in terram albam foliatam</em> <br />MICAHEL MAIER [1568?-1622] dal trattato di Alchimia ATALANTA FUGIENS [1617]</b></small></center>



<div style="height:24px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Greta Bienati</strong></p>



<p>Mastro Giacomo Albini, medico di prìncipi ed estrattore di quintessenza, nacque in Moncalieri, cinquant’anni prima della Grande Peste, in cui scomparve senza lasciare traccia. Della sua vita, le pergamene raccontano le guarigioni e i viaggi, come andò ambasciatore e quante volte passò le Alpi al Moncenisio e al San Bernardo. Conservano persino le sue ricette, di medicina e di arte alchemica, con tanto di ritratto e di schema della fornace con cui distillare la pietra dei filosofi. Ma nulla è rimasto sulla sua morte, nemmeno un testamento, sebbene molti beni avesse da spartire tra i figlioli. Nulla, se non una storia oscura, col colore e l’odore dell’inferno.</p>



<p>Non è sicuro dove avesse appreso l’arte del polso del Filareto e quella delle urine di Teofilo Protospatario, né dove avesse mandato a memoria i Tegni di Galeno e gli aforismi del divino Ippocrate. Forse fu a Vercelli, prima che la concorrenza di Pavia ne soffocasse l’università, o forse si spinse fino a Montpelhièr, soffrendo la nostalgia del suo Piemonte. Quel che è certo, è che tornò in Moncalieri ricco di libri e di esperienza sugli umori, sulla natura dell’aria e sull’arte dei semplici.</p>



<p>Mastro Albini curava alla maniera dei filosofi arabi: con i vini odoriferi e l’ambra grigia, il fior di zolfo e l’osso del cuore di cervo, la scorza di cedro e la teriaca. E curava così bene che la sua fama arrivò fino a Pinerolo, alla corte del principe di Acaia.</p>



<p>«Ho dolore qui e qui» gli disse il principe con una smorfia.</p>



<p>Mastro Albini lesse il colore della pelle, il ritmo del polso, il sapore delle urine. Poi prescrisse un medicamento che guarì il principe così bene da fargli avere dieci tornesi grossi e la cieca fiducia del nobiluomo. Tanto che, quando il principe decise di inviare alla corte di Savoia il figlio Giacomo, ancora bambino, per prima cosa fece chiamare il giovane medico.</p>



<p>«Sarete i miei occhi e le mie orecchie» disse il principe. «E il custode di mio figlio».</p>



<p>Mastro Albini fece un profondo inchino d’obbedienza, e partì con i suoi libri per Ciamberì, al seguito del giovane Giacomo.</p>



<p>Alla corte di Savoia, però, non si limitò a osservare, ascoltare e vigilare. La contessa Violante, venuta dal Monferrato, aveva complessione delicata, e le ravvicinate gravidanze l’avevano resa debole come un passerotto. Mastro Albini proibì fatiche e bagni freddi, e prescrisse pasti lievi di uova fresche e pane di frumento. I benefici furono grandi, tanto che mastro Albini ebbe in dono dal conte una veste a tre guarnimenti, foderata di pelliccia di scoiattolo. Di lì a poco, però, una nuova gravidanza arrivò a rimescolare gli umori della contessa. Nove lune erano ormai trascorse quando, una mattina di dicembre, madama Violante disse di vedere davanti a sé uno scintillare di stelle.</p>



<p>«È giorno, mia signora» sorrise una dama del seguito, e la contessa sembrò confondersi.</p>



<p>Mastro Albini aggrottò la fronte e si fece portare il pitale: le urine nere gli levarono il colore dalle guance. Fece sedere la contessa, che continuava a guardare davanti a sé come chi non vede, e le tastò il polso con il cuore che tremava.</p>



<p>«Ci sarete al parto, mastro Albini?» chiese la contessa, e mastro Albini fece segno di sì con la testa, senza guardarla negli occhi. Ordinò che la facessero sdraiare, e andò con passo pesante dal conte.</p>



<p>«È bene che madama Violante faccia testamento» disse.</p>



<p>Il pomeriggio stesso, con le labbra bianche e le dame in lacrime, la contessa dettava le sue volontà, dividendo i suoi beni tra i figli carissimi e quello che le sarebbe nato postumo, se mai fosse riuscito a sopravvivere. In un angolo della stanza, mastro Albini sentiva il cuore scuro: più che una diagnosi, gli pareva di aver fatto una maledizione.</p>



<p>A dargli il limite della sua scienza fu ancor di più un’altra tragedia, questa volta alla corte di Pinerolo. Il giovane principe Giacomo, a cui mastro Albini si era tanto affezionato, festeggiava in Ivrea le sue nozze con Beatrice d’Este, venuta da Ferrara carica di speranze e di fiorini d’oro. Banchetti e danze, vino e musicanti, quando, nel mezzo della festa, la sposa crolla a terra e, in pochi momenti, mastro Albini si ritrovò a chiuderle gli occhi.</p>



<p>Così, quando il principe Giacomo si maritò di nuovo, e madama Sibilla concepì l’erede, mastro Albini si premurò di mettere su carta precetti e precauzioni, perché un nuovo fulmine non abbattesse l’albero in fiore. E, nel frattempo, si applicò allo studio di quei filosofi di cui aveva sentito parlare al tempo dell’università, e che promettevano, al posto di mille rimedi, un solo elixir, capace di guarire ogni male e di regalare l’eterna giovinezza. Oro potabile, così lo chiamavano i libri, e raccontavano che depurava e scacciava gli umori superflui, preservando da ogni alterazione e da ogni morbo. A sentire mastro Raimondo, con quello non c’era più bisogno del ripugnante esame delle urine, né del fetore degli escrementi, né di tastare il polso: bastava somministrare il rimedio. E, con l’aiuto di Domineddio, il terzo giorno il malato sarebbe guarito da ogni infermità.</p>



<p>Nella sua casa di Moncalieri, mastro Albini approntò la fornace di mattoni, con la caldaia di rame e l’alambicco con le cinque ampolle, unite in un lungo becco, che occupava quasi tutta la stanza. I fogli d’oro non gli mancavano, per via dell’amicizia del principe e del conte, e per via degli incarichi che le sue abilità di medico e di oratore gli avevano guadagnato in Moncalieri. Né gli mancavano l’acume, la scienza e la fede nei libri, che gli avevano dato prestigio in età ancora verde e con la barba ancora bionda.</p>



<p>Per mesi pestò, amalgamò, calcinò; temperò il caldo e il freddo, alternò il secco e l’umido. Immerso nell’odor di aceto e di acquavite, leggeva e rileggeva le ricette di mastro Arnaldo il Catalano, vegliando sui vasi a forma di zucca dal collo allungato.</p>



<p>Finalmente, una mattina di settembre, con l’aiuto di Dio e forse anche del diavolo, le gocce color dello zafferano si condensarono nell’ultima ampolla. Ora restava da vedere se davvero valevano tutti rimedi di Galeno e di Avicenna messi insieme.</p>



<p>A sperimentare l’elixir dei filosofi fu per prima una serva, affetta da febbre quartana, che l’infuso di corteccia di salice non era valso a spegnere.</p>



<p><em>Quartana curatur in XII diebus</em>, annotò mastro Albini, ché la guarigione completa era arrivata in dodici giorni. Vide in breve che ne bastavano sette per la febbre quotidiana, e tre per la terzana. Per natura temperato e luminoso, l’oro temperava gli umori e illuminava il cuore, portando la forza del sole nelle regioni vitali. Sottile e incorruttibile, distruggeva gli umori della lebbra e i fumi atrabiliari e tenebrosi del petto e della mente. Curioso di sperimentare su di sé l’elixir dell’eterna giovinezza, mastro Albini si avvide che l’oro dei filosofi faceva digerire il cibo, procurava la quiete nel tempo del sonno e, soprattutto, donava letizia al cuore.</p>



<p>La caldaia ribolliva e la fama di mastro Albini era al suo culmine, quando arrivò da Genova una nuova febbre, violenta e nera, come mai se n’erano viste prima. Poco prima di morirne per aver assistito senza posa i contagiati, mastro Gentile da Foligno aveva attribuito la causa a un soffio pestifero, dovuto a una congiunzione infausta di Giove, Saturno e Marte, che avrebbe richiamato aria nelle alte sfere, per poi riportarla sulla terra impregnata del morbo.</p>



<p>La primavera fredda e piovosa, di quelle che guastavano i frutti della terra e favorivano le epidemie, aveva fatto il resto, e ora la peste dilagava da Roma ad Avignone, da Venezia a Parigi. A migliaia morivano, nelle strade e nelle case, abbandonati per il terrore del contagio, oppure soli perché più nessun vivo era rimasto nel caseggiato. La morte arrivava improvvisa, come la falce sul fieno, e coglieva all’angolo di una via, oppure nel mezzo di una processione della Santa Vergine, a implorare la fine del castigo. Messer Giovanni Villani spirò sulle cronache che andava scrivendo, con la penna in mano e la frase rimasta a metà, a testimonianza della spaventosa rapidità con cui il morbo aveva svuotato Firenze. Nonostante la loro scienza, i medici morivano come gli altri, e quelli che non morivano, fuggivano in fretta e lontano. A meno che non fossero tanto avidi da mettere a repentaglio la propria vita, chiedendo cifre smisurate per entrare in casa dei malati.</p>



<p>Mastro Albini non fu tra i fuggitivi, non per avidità, dato che aveva abbastanza del suo da non dover giocare a dadi con la morte, quanto per fede profonda nella sua medicina color dello zafferano. Convocato d’urgenza dal principe d’Acaia, gli prescrisse il confinamento nel castello di Pinerolo e certe sue pillole di mirra e di aloè, che avevano sempre dato buona prova nelle pestilenze. Poi se ne partì per Moncalieri, dove lo aspettavano i suoi alambicchi, per distillare l’elixir miracoloso.</p>



<p>La via che portava da Pinerolo a Moncalieri appariva deserta e desolata, come desolati e deserti erano i campi che attraversava, con i coltivi abbandonati agli uccelli e i rami piegati sotto il peso dei frutti non raccolti. Lo sguardo poteva correre dalle montagne all’ultimo orizzonte della pianura senza incontrare anima viva, cristiano o animale che fosse, dato che il morbo non faceva differenza. Lontano, come un’isola nel mare dei prati, comparve il profilo del monastero di santa Maria del Buonluogo, e il pensiero di mastro Albini corse alla figlia Verdina, che lì s’era monacata già da qualche anno. La clausura l’avrebbe preservata dal contagio? O, almeno, dallo spettacolo di un’umanità senza più legge né misericordia, dove il morbo aveva allontanato il padre dal figliolo e il fratello dal fratello? Mastro Albini si passò la mano sugli occhi: a tratti, invidiava la povera contessa Violante e madama Beatrice, morte nel mondo di prima, che adesso sembrava ordinato e felice come il Paradiso.</p>



<p>«Fuori i soldi o sei morto!»</p>



<p>L’uomo era sbucato da un cespuglio, e gli si parava davanti con un coltellaccio in mano, a dimostrazione di quanto le strade si fossero fatte malsicure a qualunque ora del giorno.</p>



<p>Mastro Albini non era uomo da perdere il sangue freddo. Vide le guance nere e l’occhio spento e fece con facilità la sua diagnosi.</p>



<p>«Non te ne farai niente del mio denaro» disse. «Tempo due giorni e sarai sotto terra».</p>



<p>Il brigante non si fece impressionare: «Avrò comunque il tempo di ammazzarti e di spendermi tutto alla taverna».</p>



<p>Le labbra di mastro Albini si fecero pallide: «Sono medico. Se non mi ammazzi, posso salvarti la vita».</p>



<p>Il brigante scoppio in una risata d’inferno: li aveva ben visti i medici, con le loro pillole e le loro pozioni! L’unica prescrizione che sapevano dare era di correre a confessarsi, per poi crepare loro prima di tutti.</p>



<p>«E io non ho né voglia né tempo per confessare tutti i miei peccati» sogghignò.</p>



<p>Mastro Albini giocò l’ultima carta: «Non parlo delle medicine dei medici. Parlo della medicina dei filosofi: quella che si dà solo al papa e ai principi».</p>



<p>Il brigante si fece serio. Lo dicevano in ogni piazza che a morire era soprattutto la povera gente, e che principi e cardinali avevano medicine segrete, che guarivano la peste nello spazio di un’ora. E il medico davanti a lui, con la sua toga di lucchesino scarlatto e la sua barbetta a punta, aveva davvero l’aria di un medico di papi e di regine.</p>



<p>«E dov’è questa medicina?» aggrottò la fronte.</p>



<p>Mastro Albini puntò il dito in direzione di Moncalieri.</p>



<p>«A casa mia» rispose. «Saremo là prima di notte».</p>



<p>Il brigante strinse più forte il coltellaccio: «Al primo scherzo che tenti, ti porto con me all’inferno» promise.</p>



<p>Si incamminarono con passo svelto, nel silenzio della campagna. Un corvo rise alle loro spalle, e il brigante bestemmiò una maledizione.</p>



<p>Dritta e monotona, la strada tagliava la pianura come una cicatrice sbiancata dal tempo. Con la coda dell’occhio, mastro Albini badava a tenere la distanza che lo preservasse dal contagio. Il brigante, invece, si voltava ogni tre passi, timoroso che la morte gli fosse già addosso.</p>



<p>Finalmente, mentre il sole già declinava alle loro spalle, arrivarono là dove il Po curva, ai piedi del castello di Moncalieri.</p>



<p>«Dov’è casa tua?» ringhiò il brigante, con il fiato che si consumava a ogni momento.</p>



<p>Mastro Albini fece strada senza una parola fino al portone di un palazzo signorile, costruito con i tornesi grossi del principe e del conte.</p>



<p>«Siamo arrivati» annunciò.</p>



<p>Attraverso i corridoi ormai bui, mastro Albini guidò il suo compagno fino al laboratorio. Aprì la porta, e il brigante fece un salto indietro.</p>



<p>«È la casa del diavolo questa?» sbarrò gli occhi, ché la puzza di zolfo e la luce sinistra della fornace erano chiara roba d’inferno.</p>



<p>Con mano cauta, mastro Albini estrasse dall’ampolla qualche goccia di oro potabile, distillato allora allora dal lungo becco dell’alambicco, lo raccolse in un cucchiaio e lo porse al brigante.</p>



<p>«Poche ore, e sarai guarito» garantì.</p>



<p>Il brigante guardò torvo quell’olio rossiccio, ancora incerto se fosse meglio la medicina dei papi oppure il denaro da spendere alla taverna. Poi afferrò il cucchiaio, chiuse gli occhi, e trangugiò l’oro.</p>



<p>Pochi istanti, e il colore nerastro delle guance si accese di viola. E viola si fecero anche le dita, e le gambe e il corpo intero, come se i vasi sanguigni stessero scoppiando uno a uno. Mastro Albini osservava con la fronte aggrottata: probabilmente il male era ormai troppo avanzato, e il massimo equilibrio dell’oro e il massimo squilibrio del morbo venivano a guerra nel corpo del malato, provocando, anziché la guarigione, una fuga del sangue dall’organismo infetto.</p>



<p>A confermare la teoria di mastro Albini, il naso e le orecchie del brigante presero a sanguinare come nemmeno per un salasso di cento mignatte.</p>



<p>«Ladro! Ladro e assassino!» pianse il brigante, ché il medico lo aveva derubato dell’ultima sera di piacere. Con l’ultima vita afferrò il coltellaccio, e si avventò su mastro Albini, per portarselo dietro all’inferno.</p>



<p>«Fermo!» gridò il medico, cercando di salvare gli alambicchi. Ma già la lama gli apriva la carne, e il sangue si mischiava a quello fuggito dal corpo del brigante.</p>



<p>«Crepa!» urlò il brigante, e trascinò sul pavimento mastro Albini, la caldaia dal lungo becco e l’oro potabile venuto dall’inferno.</p>



<p>Dalla ferita, mastro Albini vide i propri visceri, identici a come li aveva sempre immaginati. La profondità del taglio gli disse che non avrebbe avuto il tempo per chiedere perdono per i propri peccati, ma solo per raccomandarsi alle intercessioni della sua Verdina, che, dal monastero, avrebbe certo pregato per la salvezza dell’anima sua.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-643x1024.jpg" alt="" class="wp-image-115598" width="482" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-643x1024.jpg 643w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-150x239.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-300x478.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-264x420.jpg 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1.jpg 691w" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" /><figcaption>Mastro Giacomo Albini da &#8220;De Sanitatis Custodia&#8221;</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center"><strong><em>NOTA</em></strong></p>



<p><em>Medico di corte dei principi di Savoia-Acaja e incaricato del comune di Moncalieri, Giacomo Albini morì al tempo della peste del 1348. Sulla base dei documenti disponibili, il racconto ricostruisce tutto quello che sappiamo di lui, e cerca proiettare la luce dell’immaginazione su quel che non sappiamo della sua misteriosa fine, avvenuta nell’ombra, senza lasciare traccia alcuna.</em></p>



<p><em><u>Bibliografia di riferimento</u>:</em></p>



<p>Luciana Bona Quaglia, Sergio Tira, <em>Guglielmo di Dia e Felice V antipapa: riflessioni sull’oro potabile</em>, Relazione presentata al IV Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (Venezia, 7-9 novembre 1991)</p>



<p>Giovanni Carbonelli, <em>II “De sanitatis custodia” di Maestro Giacomo Albini di Moncalieri, con altri documenti sulla storia della medicina negli stati sabaudi nei secoli XIV e XV</em> (Biblioteca della Società storica subalpina vol. 35, Pinerolo 1906)</p>



<p>Giovanni Carbonelli, <em>Magister Jacobus Albinus de Montecalario </em>(Atti della Società di archeologia, Torino, 1905)</p>



<p>Chiara Crisciani, <em>Oro potabile fra alchimia e medicina: due testi in tempo di peste</em>, Relazione presentata al VII Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (L&#8217;Aquila, 8-11 ottobre 1997)</p>



<p>Karl Sudhofif, <em>Eine Herstellungsanweisung fiir “Aurum potabile” und “Quinta essentia” von dem herzoglichen Leibarzte Albini di Moncalieri</em> (Archiv fiir Geschichte der Naturwissenschaften 5, 1914)</p>



<p>Benedetto Trompeo, <em>Dei medici e degli archiatri dei principi della R. Casa di Savoia</em>, Torino, 1858</p>
]]></content:encoded>
					
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3" length="2067154" type="audio/mpeg" />

			</item>
		<item>
		<title>Il dubbio del talmid</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/18/il-dubbio-del-talmid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Baruch Spinoza]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Mattia]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Uriel da Costa]]></category>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image.jpeg" alt="" class="wp-image-114468" width="515" height="474" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image.jpeg 2060w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-300x276.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-1024x942.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-768x706.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-1536x1413.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-2048x1884.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-150x138.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-696x640.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-1068x982.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-1920x1766.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/1752209987167_Image-457x420.jpeg 457w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /><figcaption>Immagine di Martina Mattia</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Martina Mattia</strong></p>



<p>Eliezer ben Mordechai, nonostante il freddo pungente tipico delle notti invernali di Amsterdam, continuava ad asciugarsi il sudore dalla fronte. Tale era il tormento che si portava nel cuore.</p>



<p>Proprio lui, nipote del celebre Rav Eliyahu Meir Grodensky, sia benedetta la sua memoria — uno dei grandi sapienti di Lituania, che chiamavano <em>HaGaon</em>, “il Genio”, e <em>rosh yeshivà </em>della Netzach HaTorah di Vilna, cioè capo di una delle accademie rabbiniche più rigorose del suo tempo, maestro severo di generazioni di <em>gedolim</em>, i “grandi”, quelli che avevano la Torah anche nel respiro — proprio lui, suo nipote, stava leggendo il <em>Trattato teologico-politico </em>di Spinoza. Il senso di colpa gli pesava come una pietra sul petto.</p>



<p>Si trovava ad Amsterdam con la benedizione del padre, per proseguire gli studi presso la <em>yeshivah </em>locale, lasciando ad Anversa la famiglia e la comunità <em>litvak </em>che lo aveva cresciuto e che già lo considerava uno <em>tzaddik</em>, un uomo giusto, nei suoi pensieri e nelle sue azioni, esempio di santità umana nel cammino difficile della vita. Una comunità rigida e devota, segnata dall’eredità degli ebrei lituani: uomini temprati dallo studio, ferrei nella legge e nella disciplina del pensiero.</p>



<p>E ora, in preda ai dubbi più tremendi, si trovava a consultare l’opera filosofica di un apostata. Se qualcuno gli avesse raccontato una storia simile anni prima, avrebbe pensato a uno scherzo.</p>



<p>Ogni tanto si fermava a riflettere, seduto nella sua stanza buia, illuminata solo dalla lampada sulla scrivania. Continuava a leggere quel testo profano, dondolandosi avanti e indietro, come d’abitudine sua e di tutti i <em>talmidim</em>, studiosi devoti, immersi nello studio della Torah. Era al capitolo V del <em>Trattato</em>. Sosteneva che la Torah non conduceva alla felicità o alla virtù, ma che fosse solo una legge politica, valida soltanto nel tempo in cui era stata data.</p>



<p>Allora, si chiedeva Eliezer, dopo la distruzione del Secondo Tempio e la dispersione delle tribù, tutto doveva cessare? Niente più <em>mitzvot </em>— quei precetti quotidiani, concreti e spirituali insieme, che fin da bambino gli avevano insegnato a rispettare come fili invisibili che legano l’uomo al Santo Benedetto? La <em>halakhah </em>stessa — il cammino tracciato dai saggi per vivere secondo la volontà divina, fatta di norme, giudizi, discussioni e compassione — diventava forse inutile, mero residuo di un’epoca passata?</p>



<p>Si accarezzò la barba, dubbioso. Quella spiegazione non lo convinceva.</p>



<p>Sì, molto si parlava di salvezza dell’anima, ma non era quello, secondo lui, il cuore della questione. Forse, al tempo di Spinoza, in mezzo a persecuzioni e incertezze, la salvezza era diventata un’ossessione consolatoria.</p>



<p>Ma lui? Eliezer? Non osservava le <em>mitzvot </em>per timore del castigo o per desiderio di ricompensa.</p>



<p>Inoltre, pensava, Spinoza prende tutto troppo alla lettera. Le interpretazioni dei <em>chachamim</em>, i sapienti interpreti delle Scritture, sono ben più sottili.</p>



<p>Eppure, un motivo doveva pur esserci se si era addentrato in quel testo.</p>



<p>Guardò l’orologio: era ormai mezzanotte. Si asciugò il sudore. «Secondo Spinoza, in pratica, sono solo uno schiavo», mormorò tra sé.</p>



<p>Si alzò e aprì la finestra per prendere un po’ d’aria. Mentre guardava il viavai nella strada sottostante, gli tornò alla mente Yacov, un vecchio compagno di studi. Un giorno, Yacov si era presentato in <em>yeshivah </em>vestito come un gentile. Aveva sbattuto un testo della Torah sul tavolo e aveva annunciato:</p>



<p>«Me ne vado! Siete tutti pazzi a vivere come se il mondo là fuori non esistesse. È irragionevole osservare tutte queste prescrizioni… la vita non è già abbastanza complicata? A che serve tutto questo? A che serve davvero?»</p>



<p>Eliezer sentì la testa girare.</p>



<p>Non aveva più senso continuare a leggere. Ma non riusciva nemmeno a dormire. Uscì.</p>



<p>Camminava per le vie luminose di Amsterdam, interrogandosi su come fosse arrivato a quel punto. I dubbi di Yacov erano tornati a tormentarlo negli ultimi mesi, con insistenza crescente. Pregare, leggere la Torah, studiare Talmud e <em>teshuvot </em>non bastava più. Le <em>teshuvot </em>&#8211; quelle lettere antiche che i Maestri si scambiavano attraverso i secoli, risposte a domande concrete e metafisiche, su come vivere, su come obbedire, su come restare fedeli e umani &#8211; gli apparivano ora come echi lontani, rassicuranti eppure irrisolti. Non erano soltanto pareri giuridici: erano gesti di ritorno, percorsi di <em>teshuvah</em>, perché ogni risposta vera, anche la più arida, è in fondo un movimento dell’anima che cerca la via per tornare a casa. Alla fine, proprio quei dubbi lo spinsero ad accettare la proposta del rabbino di studiare nella <em>yeshivah </em>di Amsterdam: un’occasione per allontanarsi dalle aspettative familiari e comunitarie, e cercare una risposta.</p>



<p>Naturalmente, nessuno conosceva i suoi pensieri. La proposta del rabbino era giunta come una coincidenza provvidenziale, ma anche come una prova. Il rabbino gli parlava con stima, lo vedeva come un giovane brillante e devoto. E lui, Eliezer, si sentiva indegno di tutto ciò. La fiducia degli altri gli pesava addosso come una tristezza muta. Vagava così, senza meta, per le strade affollate della città. Le alte case sembravano sporgersi in avanti, curiose di osservare i passanti. Osservava la gente, cercava di indovinare che storie avessero. Udì risate, vide ubriachi barcollare, amanti litigare.</p>



<p>La fede, sentiva, gli dava una gioia che nessun’altra cosa poteva offrire, anche se spiegare il perché gli era difficile. Anzi, forse era proprio perché non si poteva spiegare. Eppure, anche la filosofia lo affascinava. La ragione gli sussurrava dubbi: perché seguire proprio tutte le <em>mitzvot</em>? La vita non sarebbe forse più semplice? Era davvero libero?</p>



<p>All’improvviso si infilò in un andito buio che lo condusse a una via solitaria lungo uno dei canali.</p>



<p>Lì tutto era silenzioso. Solo qualche passante, ogni tanto. Amsterdam, da quel lato, gli parve malinconica e raccolta. «Essere liberi significa vivere fedelmente la propria verità interiore», pensava Eliezer. «Ma quale verità?»</p>



<p>Continuò a camminare. Poco più avanti, vide una figura maschile seduta su una panchina, lo sguardo rivolto al cielo. Quando si avvicinò, rallentò il passo. Guardandolo di sottecchi, Eliezer notò una cosa curiosa: quell’uomo stava piangendo guardando le stelle. Non sembrava ubriaco né folle, se ne stava semplicemente lì, seduto e inerme, le mani abbandonate sulle ginocchia, e piangeva silenziosamente fissando il firmamento.</p>



<p>Eliezer non poteva conoscere il motivo di quelle lacrime, eppure una fitta gli attraversò il cuore. Si fermò. Quella scena gli riportò alla mente una sera d’infanzia, quando aveva chiesto a suo nonno &#8211; <em>Zeyde</em>, come lo chiamavano in yiddish, con quel tono che è insieme rispetto e tenerezza: “Zeyde, <em>der Eybishter </em>è lassù?” Aveva alzato gli occhi, proprio come adesso quell’uomo sconosciuto, verso il cielo che pareva immobile e lontano, e si era chiesto se Dio &#8211; <em>der Eybishter</em>, “l’Altissimo” &#8211; abitasse davvero tra le stelle.</p>



<p>Che fare? Quell’uomo era solo, e pareva in preda alla più totale disperazione. Poteva davvero tirare dritto, far finta di niente?</p>



<p>No. Eliezer non aveva cuore di ignorare tanta sofferenza. Forse l’uomo aveva bisogno d’aiuto. Si avvicinò piano, con cautela, e gli chiese sommessamente se poteva fare qualcosa, se stesse bene.</p>



<p>L’uomo alzò appena il viso, e con voce roca, quasi profetica, dichiarò: “Sono un apolide del Regno dei Cieli, irriconoscibile agli uomini quanto a Dio! E hanno pure manomesso il mio manoscritto, quei maledetti!”</p>



<p>Alla fioca luce del lampione, Eliezer vide che l’uomo portava una <em>kippà </em>&#8211; il piccolo copricapo che gli ebrei osservanti tengono sul capo in segno di rispetto verso Dio. <em>Oy vey</em>, pensò, ecco un altro ebreo in crisi. Provò allora a dirgli con gentilezza: “Buon uomo, si ricordi cosa ha detto lo <em>tzaddik</em>: <em>Ein shum ye’ush ba’olam klal </em>&#8211; non c’è assolutamente alcuna disperazione al mondo.” Ma aveva l’impressione che l’uomo non lo stesse nemmeno ascoltando. Parlava come da un altro luogo, da un altro tempo.</p>



<p>Eliezer si sentì impacciato, come uno scolaro davanti a un maestro enigmatico. Non sapeva cosa fosse giusto dire. L’uomo continuò il suo monologo, come se Eliezer fosse solo un albero o un sasso. “Credevo davvero di aver fatto la scelta giusta. Volevo seguire la legge affidata a Moshè Rabbenu.</p>



<p>Cercavo la verità, volevo usare la mia ragione senza rinunciare alla mia identità. Non volevo diventare cieco, volevo restare ebreo &#8211; ma anche libero. Così ho cercato di restare nella comunità, ma senza obbedire a tutto. Non riuscivo. Non ci riuscivo!”</p>



<p>Il gelo di quella sera sembrò allora entrargli nelle ossa. Eliezer rabbrividì. C’era qualcosa di inquietante nell’uomo, nel modo in cui parlava, come se si trovasse in due mondi insieme. E lui, Eliezer, come avrebbe potuto aiutarlo, se non sapeva più aiutare nemmeno se stesso?</p>



<p>“Quando non andavo al tempio,” disse ancora l’uomo, “mi mancava. Mi mancava la <em>tefillà</em>, la preghiera del cuore e delle labbra, mi mancavano i canti e il mormorio della congregazione. Eppure&#8230; Ero legato al mondo ebraico, ma quando ci vivevo dentro… soffocavo. Dentro ero fuori, e fuori ero dentro. È una condizione tremenda. A volte pensavo di impazzire. Avrei dovuto andarmene per sempre? Ma come si può? E poi, il bivio: la filosofia e la scomunica, oppure il ripudio delle idee e il ritorno, ma sotto castigo.”</p>



<p>Eliezer lo guardava sempre più sconvolto, cercando di cogliere ogni parola. Ma qualcosa, nel profondo, lo inquietava.</p>



<p>L’uomo non proiettava alcuna ombra. Alla luce del lampione, che disegnava chiaramente quella di Eliezer, l’altro non ne aveva. Sgranò gli occhi. Cercò con lo sguardo, si sporse. Nulla. <em>Sto sognando? Sto impazzendo? </em>Il cuore pareva stesse per esplodere nel suo petto.</p>



<p>“E hanno manomesso le mie memorie!” gridò l’uomo. “Avevo lasciato il manoscritto, l’hanno preso e l’hanno storpiato! Quelle canaglie!”</p>



<p>Eliezer trovò appena la forza di chiedere: “Mi scusi… in nome del Signore… mi dica: chi è lei?”</p>



<p>L’uomo si alzò un poco, e con voce indignata rispose: “Uriel! Uriel da Costa! Sono morto in preda alla disperazione prima di trovare pace!”</p>



<p>Eliezer sgranò gli occhi. Un brivido gli salì per la schiena. Uriel scomparve. Così, di colpo. Come dissolto nel vento.</p>



<p>Eliezer rimase a fissare il vuoto, tremante. Recitò d’impulso il primo versetto dello <em>Shemà</em>, la preghiera che proclama l’unità di Dio e segna il cuore della fede ebraica. Si voltò e corse via. Corse fino alle vie affollate, illuminate, dove le voci e i passi degli uomini gli restituivano un po’ di realtà. Si rifugiò tra la gente, ancora scosso. Non ebbe il coraggio di tornare in camera, non voleva rimanere da solo. Continuò a recitare benedizioni a bassa voce, col respiro affannato per la corsa e per lo spavento. <em>Era un’allucinazione? Un sogno? Uno spirito? </em>Quel nome — Uriel da Costa — gli suonava fin troppo familiare. Dove lo aveva letto?</p>



<p>Poi, lentamente, si ricordò. Qualche settimana prima, leggendo la biografia di Spinoza, aveva incontrato quel nome. Uriel da Costa: nato Gabriel, figlio di marrani, proprio come i genitori di Spinoza. Giunto ad Amsterdam per convertirsi all’ebraismo. Un’anima inquieta, divorata dal dubbio. Un uomo che cercava Dio. Poteva forse arrendersi alla teologia cristiana della sostituzione? Sarebbe stato più semplice. Ma no. Rifiutò lo <em>herem</em>, la scomunica. Pagò il prezzo. Si sottomise, un giorno del 1640, davanti a tutta la sinagoga: fu frustato, calpestato dai piedi dei correligionari. E infine, dopo aver scritto le sue memorie, si tolse la vita.</p>



<p>Tornò a galla quella frase udita tanti anni prima, in un <em>beit midrash </em>— la casa dello studio, dove si insegna e si discute la Torah e il Talmud. &#8220;Il rigore della Legge dovrebbe essere attenuato per privare Satana del suo nutrimento.&#8221; Forse l’aveva detto un <em>chacham </em>— un saggio, un maestro della Tradizione — forse era scritto da qualche parte nel Talmud. Ma in quel momento era come se gli venisse sussurrato accanto all’orecchio.</p>



<p>Gabriel, che aveva lasciato la sua terra per cercare Dio.</p>



<p>Uriel, che aveva cercato se stesso in quella città dove gli edifici sembravano vecchi rabbini chinati leggermente in avanti sui libri.</p>



<p>Quest’anima, fiamma di Dio, divisa fra il legame profondo con l’ebraismo e la razionale ricerca della verità, non resse il dramma della sua condizione, perse ogni speranza e si spense.</p>



<p><em>Quando l’anima torna a questo mondo è per elevarsi, </em>aveva letto una volta, <em>e così anche le cose, persino quando si ripresentano a un grado inferiore, lo fanno per elevarsi, poiché è desiderio e anelito d’ogni cosa portarsi accosta alla causa prima.</em></p>



<p>Uriel voleva essere un ebreo, ma non sapeva come fare. Voleva vivere, ma non sapeva neppure far questo.</p>



<p><strong>Martina Mattia</strong> (1998), laureata in Lettere (curriculum storico), ha approfondito fin dalla triennale la storia delle religioni e la filosofia della letteratura. Durante la magistrale in Scienze delle religioni ha proseguito le sue ricerche in filosofia della religione, con particolare attenzione alla mistica ebraica, alla questione meridionale e all’intersezione tra antropologia religiosa e percorsi di soggettività. Sta costruendo un portfolio di articoli divulgativi e di ricerca; un suo saggio intitolato&nbsp;<em>Il frutto del libero arbitrio</em>&nbsp;sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista indipendente&nbsp;<em>Interiorume</em>. Dopo anni, è tornata alla scrittura creativa:&nbsp;<em>Il dubbio del talmid</em>&nbsp;è il suo primo racconto narrativo di questa nuova fase.</p>
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		<title>La maledizione e la Gioconda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2025 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Bertani]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b> Francesco Bertani</b> <br />
La ragazza caricò le valigie sul tram giallo in partenza da Porta Palazzo e prima di sedersi accanto a un finestrino pensò ai baffi enormi di monsieur Théophile Homolle.
Pensò a monsieur Homolle e lo immaginò nell’agosto del 1911.]]></description>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-114133" width="614" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-819x1024.jpg 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-768x960.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-150x188.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-300x375.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-696x870.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-1068x1335.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa-336x420.jpg 336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Amorgos-Panagia-Chozoviotissa.jpg 1080w" sizes="(max-width: 614px) 100vw, 614px" /><figcaption>Iil santuario di Panagia Chozoviotissa<br />[Foto di Sebastiano Corti su Unsplash]</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Francesco Bertani</strong></p>



<p><em>Durante l’agosto del 1911, un ladro entrò nel Louvre e rubò la Gioconda. Questo saggio narrativo esplora l’enigmatica figura dell’allora direttore del museo e rievoca un episodio della sua vita precedente, sospeso tra magia, archeologia e sospetti di contraffazione.</em></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La ragazza caricò le valigie sul tram giallo in partenza da Porta Palazzo e prima di sedersi accanto a un finestrino pensò ai baffi enormi di monsieur Théophile Homolle.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pensò a monsieur Homolle e lo immaginò nell’agosto del 1911. Lo immaginò nervoso, pallido nella vampa, il solo occhio buono appannato dalla nebbia, fermo dietro la porta, oltre la cui soglia poteva aspettarlo la rovina. Si chiese se già allora sentisse la mancanza dell’aria fresca sulla faccia e delle molte avventure della propria giovinezza, trascorsa a scavare reperti nelle isole dell’Egeo. Ma gli anni fin de siècle da archeologo di vaglia non erano che una memoria. Giusto il tempo di un lampo, ed ecco quell’agosto. Faceva forse molto caldo e monsieur Théophile Homolle – appena rientrato di corsa dalle vacanze estive – era il direttore del Louvre. Dall’altra parte della porta, c’era la stanza che ospitava la Gioconda. Dentro la stanza, nei giorni precedenti, s’era alternato un gran trambusto di politici e polizia. La Gioconda, dal suo canto, se n’era andata via. Le circostanze del furto, per il momento, risultavano ignote.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per l’arresto del ladro e la restituzione del quadro, si sarebbe dovuto attendere ancora un paio d’anni. Nel frattempo, la colpa del misfatto ricadde sulle spalle del direttore del Louvre, accusato di negligenza e di gestione approssimativa. Fu così che, da un giorno all’altro, monsieur Théophile Homolle divenne un bersaglio: le sfere del potere non sembravano disposte a riconoscergli crediti o attenuanti. Parecchi anni dopo quell’agosto, un importante storico avrebbe descritto Homolle come il capro espiatorio offerto dalla politica all’emozione delle masse: all’indomani del clamore suscitato dal colpo, occorreva guarire il trauma dell’opinione pubblica attraverso il sacrificio di un responsabile ideale. Colpito dalla scomunica della comunità parigina, monsieur Théophile Homolle fu costretto a ritirarsi. Si trattava della messa in scena di una maledizione collettiva. Nelle dinamiche del rito, l’innocenza della vittima era in fondo da sempre un fatto del tutto naturale.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In tram lungo la notte serena e asciutta di Torino, la ragazza – che fin da piccola tendeva al ragionamento figurato – immaginava monsieur Théophile Homolle nei giorni successivi allo scandalo nei termini di un coriandolo in balia del temporale. <em>Aitherion kinugma</em> è un’espressione greca e vuol dire “ciondolo nell’aria”: come il Prometeo di Eschilo, sferzato dai venti di una punizione immeritata. La fronte appoggiata contro il gelo del finestrino, la ragazza si chiedeva come puoi tirare avanti, quando la trama della tua vita si smaglia: la giostra mostra la corda e all’improvviso non trovi più il tuo posto nel gioco. Pensò all’università lontana in cui per dieci anni aveva inseguito una carriera tra le pagine della letteratura greca. Rievocò il messaggio che la settimana precedente le aveva comunicato la rescissione del contratto di lavoro. E mentre la ragazza sentiva una biglia nella gola, il buio della notte abbracciava la città; i triangoli di luce disegnati dai lampioni parevano ritagli sul lato della carreggiata.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Solo e appartato nella penombra del ritiro, monsieur Théophile Homolle prese a riempire i propri giorni coi fantasmi dei tempi in cui era stato più felice: i begli anni di scavo trascorsi tra Delo e Delfi, la lunga direzione – a cavallo tra i due secoli – della Scuola Francese d’Atene. Così qualcuno scrisse del suo lascito intellettuale:</p>



<p class="has-background" style="background-color:#dbe0e4">molte sono le persone che a partire dalla sua eredità si impegneranno a perfezionarla. Senza dubbio, lamenteranno alcune lacune; alcuni segreti portati nella tomba. Ma questi rimpianti non varranno a sminuire l’omaggio dovuto alla grandezza d’un’opera che forse nessun altro avrebbe avuto l’audacia di tentare, né la gioia di portare a compimento. </p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Scuola Francese d’Atene era una prestigiosa istituzione accademica dalla bella sede nel cuore dell’Attica. Si occupava di dare impulso all’attività degli archeologi, agli studi di storia e di letteratura greca. Durante il proprio periodo da direttore della Scuola, monsieur Théophile Homolle aveva pubblicato numerosi articoli per comunicare le notizie degli scavi. Tra questi articoli, uno in particolare aveva sempre colpito la ragazza. La vita felice di monsieur Théophile Homolle e i segreti nella sua tomba le parevano accavallarsi tra le righe del pezzo all’interno di un intreccio dal tono complesso e misterioso. All’interno del contributo, Homolle pubblicava due antichi reperti scritti. Il titolo del pezzo era “<em>Lamine di piombo con su iscritte maledizioni</em>”.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per oltre mille anni, nel mondo greco e i suoi dintorni, se ti prendeva un attacco di febbre o venivi piantato in asso, se ti chiamavano in giudizio o ti rubavano il mantello; se perdevi un qualche affetto o il tuo commercio diceva male, allora potevi pensare che un rivale ti avesse lanciato il rito di maledizione noto come <em>katadesmos</em>. Una delle due lamine di piombo pubblicate da Théophile Homolle riportava il <em>katadesmos</em> scagliato da qualcuno un giorno contro un ladro e seduttore di nome Epafrodito.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#dbe0e4">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Signora Demetra, regina, io a te mi prostro, tuo supplice e tuo schiavo. Un certo Epafrodito ha adescato i miei schiavi; gli ha insegnato il male; li ha persuasi, consigliati e corrotti; ne ha goduto; li ha incitati ad andarsene in giro, li ha convinti a fuggire; ha incantato la ragazza per prendersela come sposa. Ha fatto tutto questo contro la mia volontà: per questa ragione lei se n’è scappata insieme a tutti gli altri.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Signora Demetra, io soffro queste ingiustizie. Io, rimasto solo, mi rifugio nel tuo grembo. Fatti trovare benigna e fai che io trovi giustizia. Fai che il responsabile di questi mali che mi affliggono non trovi mai riposo, né fermo né in movimento, né nel corpo né nel cervello. Non ci siano per lui schiavi, né piccoli né grandi. Né, se inizia un’avventura, riesca a portarla a termine. La casa gli venga presa e trattenuta da un <em>katadesmos</em>. Né il bimbo gli vagisca. La sua tavola non sia lieta. Il cane non gli latri e il gallo non gli canti. Se semina, non raccolga […]. Né la terra né il mare gli portino alcun frutto. Che la sua testa non sia lieta e se ne vada alla malora, lui e insieme a lui tutto ciò che lo riguarda. </p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La ragazza – che, come da una culla, ascoltava le ruote del tram giallo scivolare sui binari – amava un passo, in cui Platone parla di uno spirito magico che governa la regione sospesa tra la terra e il cielo. Secondo il filosofo, in questa regione di confine vivrebbero gli uomini demonici, ad esempio certi filosofi e i sacerdoti capaci di gettare ponti verticali e di costruire canali tra l’umano e il divino. Di alcuni tra questi sacerdoti, Platone diceva che erano “anime selvagge”: indovini itineranti al soldo di chiunque si mostrasse disposto a pagarli o desideroso di invitarli ai banchetti sacrificali. Per due monete d’argento, potevano imbastire ogni tipo di iniziazione, magari improvvisare una liturgia di purificazione oppure portare a termine il rito del <em>katadesmos</em>. Il più delle volte, questo rito avveniva di notte sulle tombe dei defunti. Prevedeva, tra l’altro, la recita di un canto e il sotterramento di una lettera di piombo. La lettera di piombo riportava le preghiere che i morti – spinti dalla forza degli indovini selvaggi – avrebbero dovuto consegnare alle divinità invocate, perché queste le trasformassero in fenomeni reali.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il <em>katadesmos</em> pubblicato da Théophile Homolle proveniva da Amorgos: un’isola di roccia bianca a pochi passi dalla costa turca, sospesa nel blu di un mare grande e silenzioso. La ragazza conosceva bene le atmosfere surreali dei sentieri deserti che percorrono Amorgos. Sull’isola, alcuni anni addietro, aveva infatti svolto una spedizione di ricerca per indagare i riti della magia antica. Durante un pomeriggio, mentre si arrampicava sul dorso di una salita, le voci del passato l’avevano raggiunta e lei si era dovuta stringere nella felpa per non tremare. Erano le voci degli incantesimi dell’isola, che la ragazza aveva studiato per prepararsi alla missione. Dietro ogni incantesimo si nascondeva una storia e a monte di ogni storia si trovava una sventura. Nell’aria, le sembrava risuonare ancora la paura che secoli prima aveva dettato l’esorcismo per scacciare Gello: lo spietato demone delle morti nella culla – “io ho una mano di ferro e strappo i bimbi via dal letto” – rinvenuto in un manoscritto del santuario di Panagia Chozoviotissa.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel giugno del 1899, era stato un sacerdote ortodosso che – dopo aver scoperto il<em> katadesmos</em> di Epafrodito – ne aveva comunicato il testo a monsieur Théophile Homolle. D’altra parte, alla Scuola Francese il sacerdote era legato da un’amicizia ben consolidata. Dalla seconda metà dell’Ottocento, moltissimi archeologi d’oltralpe passati per Amorgos si erano detti beneficiati dalla sua “instancabile devozione”; alcuni di loro lo avevano descritto nei propri rendiconti restituendo un ritratto a tinte forti e variegate. Tombarolo, erudito padre spirituale, collezionista, il più onesto tra gli uomini, furfante e commerciante seduto sui pioli inferiori della scala antiquaria . Numerosi erano i toni che componevano il ritratto di una presenza che alla ragazza pareva quella di un enigma. Su internet, aveva ritrovato una foto ingiallita dal tempo. Nella foto, il sacerdote ammiccava con aria intelligente: una lunga barba bianca gli incorniciava lo sguardo, che nonostante il bianco e nero sembrava richiamare il cielo .<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Insieme al testo della maledizione, il sacerdote aveva inviato anche la trascrizione di un amuleto protettivo. In effetti, aveva considerato la ragazza, molti indizi indicavano che le “anime selvagge” responsabili dei riti esecratori vendessero pure rimedi per scacciare tutti i mali. Come per le maledizioni, anche in questo caso il rito imponeva spesso l’incisione di una preghiera sopra un foglio di metallo. Il foglio di metallo finiva poi in qualche tasca oppure portato al collo come un talismano della fortuna. Non di rado, per esorcizzare i mali, erano necessari veri e propri <em>abracadabra</em>. E i pericoli in agguato prendevano la forma di demoni o animali. “<em>Aski kataski kataski, aasia endasia</em>” era per esempio un incantesimo cretese, che poi andava avanti:</p>



<p class="has-background" style="background-color:#dbe0e4">Epafo, Epafo, Epafo, e insieme vattene, vattene lupa! Vattene cane […]. Ala di falco, volo di colomba […], leocorno di chimera, unghia di leone, e poi anche lingua nella mascella di un leodrago. Non mi colpisca con un veleno […] né con una maledizione […] il distruttore di tutte le cose .</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Certo, trovare in un solo colpo unesorcismo e un <em>katadesmos</em>,per giunta appartenenti – su questo non c’erano dubbi – ad epoche differenti, era stata per il sacerdote una bella fortuna. Ma la fortuna maggiore era toccata a monsieur Homolle, che nel 1901 poté mettere insieme un articolo importante su un argomento che di recente era venuto all’ordine del giorno.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Soltanto pochi anni prima, nel 1897, un giovane di punta dell’accademia tedesca aveva dato alle stampe la prima grande raccolta di maledizioni rituali. Fin da subito, l’argomento aveva alimentato un certo scandalo. Nella Grecia antica, si andava spesso alla ricerca di nobili radici per la cultura occidentale: pensarla contaminata da superstizioni magiche gettava ombre inquietanti su un mondo che si voleva immacolato. Ma da vero filelleno, monsieur Théophile Homolle non aveva certo paura del folklore. Tanto più che il katadesmos capitatogli tra le mani era forse il più lungo, il meglio leggibile, il più denso e romanzesco tra tutti quelli fino ad allora pubblicati. E sebbene di lì a poco qualcuno avrebbe messo in discussione il rigore delle trascrizioni effettuate dal sacerdote, la maledizione di Epafrodito ottenne senz’altro nei decenni il successo in cui spera qualsiasi editore.<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando la ragazza aveva iniziato il proprio dottorato di ricerca, il testo di Epafrodito rappresentava una vera pietra miliare. Tuttavia, quasi dal niente, si era aperto di recente un nuovo dibattito sull’autenticità della maledizione. Il fatto che nessuno – nemmeno monsieur Homolle – avesse, ad ogni buon conto, mai visto il documento; il fatto che nessun archivio sembrasse portare traccia delle lettere che monsieur Homolle dichiarava inviate dal sacerdote; il fatto che il testo del katadesmos ricordasse da vicino quello di alcune maledizioni già pubblicate dal giovane di punta dell’accademia tedesca; l’eco un po’ troppo forte di un famoso passo della letteratura e poi ancora qualche altra sbavatura&#8230; si era arrivati a sospettare che tutta quanta la faccenda non fosse che una messa in scena architettata da monsieur Théophile Homolle .<br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La ragazza scaricò le valigie dal tram giallo che ripartiva lento per proseguire la propria corsa nell’ombra densa del viale. C’era un odore dolce che risaliva dal fiume giù in basso; alle spalle della ragazza, in un campo da calcetto, alcune giubbe catarifrangenti raccoglievano la luna. Come ai guerrieri greci partiti alla volta di Ilio, per rivedere casa le ci erano voluti dieci anni. Sulla soglia del rientro, le domande della ragazza non erano diverse da quelle degli eroi: “come troverò i miei genitori?”; “la cuccia del cane sarà ancora sotto il pergolato?”. Sentiva un movimento che le scuoteva il petto. Chiuse gli occhi e decise di prendersi ancora un po’ di tempo. Si avvicinò a un semaforo per attraversare la strada.<br /> Poteva sembrare strano, ma nemmeno in quel momento la ragazza smetteva di pensare ai baffi di Théophile Homolle. Pensava alla simmetria barocca di una messa in scena allo specchio: quella architettata con ingegno dal direttore che avrebbe allestito il rinvenimento di una preziosa maledizione; quella celebrata dall’opinione pubblica che aveva sacrificato il direttore attraverso i meccanismi di una maledizione collettiva. Ma poi la ragazza aggrottò la fronte e scompose questo quadro. Gli argomenti chiamati a provare la falsità dell’artefatto non erano in fondo mai riusciti a convincerla del tutto. Alla fine, come sempre, la questione restava in dubbio. E lei si sentiva stanca delle trame che vanno a perdersi nel vuoto. Della storia raccontata dalla maledizione di Epafrodito, le piaceva un personaggio che nel testo restava quasi nascosto: la ragazza scappata di casa per seguire il proprio cuore incantato. Per molti versi, quelle righe della maledizione le ricordavano il brano di un’opera che a un certo punto parla di Elena in fuga dal marito Menelao. Secondo una versione del mito, Elena ad Ilio non ci sarebbe mai finita – sostituita nell’immagine da un <em>aitherion eidolon</em>: un pupazzo fatto di nubi.<br />	Davanti al semaforo rosso, la ragazza pensò alla propria storia: così come era capitato a lei, la maggiore impresa degli achei si era rivelata l’inseguimento di un’immagine dell’aria. Smascherato l’inganno, si trattava di ricominciare.<br />	La luce si fece verde. La ragazza attraversò la strada, si appoggiò al parapetto e alzò lo sguardo verso il cielo. Scintillante e sospesa nel velo duro della volta, la basilica di Superga sembrava un ciondolo nell’aria. In greco aitherion kinugma si dice delle cose che sono distanti e inafferrabili: proprio come Prometeo, o monsieur Théophile Homolle.</p>



<p></p>



<p><strong>Nota biografica</strong><br />Classe 1992, <strong>Francesco Bertani </strong>vive tra Parma e Bologna. Insegna lettere a scuola e si interessa di pianure, responsi oracolari e cultura popolare. Ha pubblicato un libro intitolato <em>Poesia degli indovini selvaggi </em>(Franz Steiner Verlag) sui rituali di maledizione magica nell’antica Grecia e diversi articoli a proposito di miti antichi (Pàtron editore), di antiche leggi sacre (Holzhausen Verlag), di antichi abracadabra (Fabrizio Serra) e di falsari (edizioni Dedalo). Di recente ha registrato il podcast <em>Atlante del labirinto</em> sulla storia della magia greca, disponibile su Spotify.</p>
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