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	<title>Oscar Mondadori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sotto la campana di vetro dell&#8217;America puritana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/08/sotto-la-campana-di-vetro-dellamerica-puritana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Oct 2023 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[La campana di vetro]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo americano]]></category>
		<category><![CDATA[Sylvia Plath]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati</strong>  <br /> Ma è un romanzo? L'aspetto biografico è palese, infatti Sylvia lo pubblicò nel 1963 con uno pseudonimo, temendo che diversi personaggi potessero riconoscersi nei loro profili letterari niente affatto smart.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105027" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath-150x240.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath-300x480.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath-263x420.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Plath.jpg 536w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" />Questo è l&#8217;unico romanzo scritto da Sylvia Plath. Almeno così risulta, perché il beneficio del dubbio serpeggia. I suoi testi sono stati curati dal marito, il poeta inglese Ted Hughes, il quale ha distrutto molte pagine dei diari perché “non volevo che i figli li leggessero”. Ma forse si parlava anche di lui in termini non proprio edificanti. Probabilmente, nel romanzo, alcuni suoi tratti rivivono nel personaggio di Buddy Willard, che doveva essere il promesso sposo della narratrice, Buddy l&#8217;ipocrita. Verso di lui va e viene, come una sorta di Yin Yang (an)affettivo che corre sulle pagine, un sentimento doppio di attrazione e repulsione, che potremmo definire la “cifra” dell&#8217;intero testo. Infatti Esther, la brava ragazza bostoniana, efficiente, la prima della classe, quando si trasferisce a New York vive proprio questo dualismo positivista/negativista, che ci accompagna per tutto il romanzo.</p>
<p>Ma è un romanzo? L&#8217;aspetto biografico è palese, infatti Sylvia lo pubblicò nel 1963 con uno pseudonimo, temendo che diversi personaggi potessero riconoscersi nei loro profili letterari niente affatto <em>smart</em>. Già, perché la Plath non concede sconti, li fa muovere in un teatro dello straniamento, del grottesco addirittura. Un po&#8217; come nella <em>Recherche</em>, dove alcuni modelli dei favolosi, aristocratici cicisbei si offesero a morte e tolsero il saluto all&#8217;autore.</p>
<p>Potremmo definire <em>La campana di vetro</em> un&#8217;<em>autofiction</em> tardo-antichista, perché il filtro letterario depura e/o drammatizza ogni interfaccia dell&#8217;autobiografismo, in particolare il già citato dualismo partecipazione-distacco, azione e osservazione, con la crepa del paradossale, del triste, dell&#8217;inutile. Esther vive da prigioniera sotto la campana di vetro dell&#8217;America puritana reazionaria degli anni &#8217;50 (in particolare del 1953, quando il racconto parte con una considerazione sull&#8217;imminente esecuzione dei Rosemberg) dove l&#8217;aria è irrespirabile, cercando, forse sognando di omologarsi, di aderire alle alle regole senza pietà del conformismo. Una fra tutte il matrimonio, l&#8217;ossessione delle ragazze di quel periodo, imprigionate dalla fitta grata dell&#8217;arcigno pensiero patriarcale:</p>
<p>“Stavo pensando che se avessi avuto il buon senso di rimanere nella cittadina dove ero nata, magari avrei potuto conoscere quella guardia carceraria a scuola e sposarla, e a quest&#8217;ora avrei avuto una caterva di bambini. Sarebbe stato bello abitare in riva al mare con mucchi di bambini, maiali e polli, vestita con uno di quei grembiuli da lavandaia, come li chiamava la nonna, e passare le mie giornate in una bella cucina dal linoleum allegro a bere, le braccia belle grasse appoggiate sul tavolo, tazze su tazze di caffè.” (Pag. 125)</p>
<p>Ma 55 pagine più indietro ha scritto, molto proustianamente:</p>
<p>“Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino scoprivo che non mi piaceva più.</p>
<p>Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L&#8217;ultima cosa che desideravo era la “sicurezza assoluta” ed essere il punto da cui scocca la freccia dell&#8217;uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio (…). Provai a immaginare come sarebbe stata la mia vita con Constantin come marito. In piedi alle sette a preparargli uova e pancetta, pane tostato e caffè, poi, quando lui fosse uscito per andare al lavoro, girare per casa in vestaglia e bigodini a lavare piatti sporchi e a rifare il letto; e lui, al ritorno alla sera, dopo una giornata intensa e affascinante, avrebbe preteso una cena come si deve e io avrei trascorso la serata a lavare altri piatti sporchi, finché sarei crollata a letto, sfinita”.</p>
<p>Desiderio di uniformarsi, forse per trovare una via d&#8217;uscita dalla campana di vetro, ma una impossibilità, in parte personale per una ragazza che sogna di <em>essere una freccia che vola in tutte le direzioni</em>, in parte per l&#8217;ostilità politica e culturale dell&#8217;esterno che non ammette deroghe né felicità, lo neutralizza. Esther fa tutto a New York. Cerca di godersi i piaceri della metropoli, va agli appuntamenti mondani come inviata della rivista di moda per la quale lavora come tirocinante grazie alla borsa di studio (<em>Mademoiselle</em> nella realtà), convive con le altre borsiste, conosce uomini, riceve inviti e corteggiamenti. Ma resta straniata, un&#8217;osservatrice implacabile che registra tutti segnali del grottesco: quei ragazzi tonti, volgari, li liquida con battute crudeli, come quando un&#8217;amica la trascina a un ballo con due tipi raccattati in un locale, ma a lei tocca un “tappo”, che non sopporta perché è di statura alta; e anche più avanti, quando un&#8217;altra amica vuole trovarle un accompagnatore teme di imbattersi in un ennesimo “tappetto” del piffero.</p>
<p>Il romanzo autobiografico procede svelto, supportato da una splendida, estrosa scrittura materialista, che qua e là evoca un&#8217;altra formidabile stilista: Goliarda Sapienza.</p>
<p>Corre verso la svolta, quando il desiderio – il sogno? – di integrarsi nella società si scontra con l&#8217;opposizione granitica di un mondo che non ammette libertà individuali, ma anche col proprio dolore interno, fino alla frattura del disordine mentale. Esther torna a Boston e inizia a stare male, molto male. Si sente “fuori”, si sente matta, fa cose assurde. E proprio come la sua autrice viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, dove regna una gentilezza spettrale, diretto dal mellifluo, inquietante “dottor Gordon”. La sottopongono a elettroshock, più volte, in un turbine di medici imperturbabili, infermiere, altri pazienti, tutte figure aliene, distanti, che lei osserva con un binocolo rovesciato, che ascolta da un altoparlante isterico e afono. Non ci sono sfoghi né vittimismi, ma un&#8217;operazione letteraria raffinata che allarga il sentimento di dolore e di solitudine privata in collettivo, scardinando l&#8217;intero sistema che cauterizza il disagio e la diversità, suscitando un istinto di rivolta nel lettore. Il tutto con un distacco non privo di ironia che rende lo scenario una sorta di paesaggio lunare, che richiama un enunciato che tutti noi, chi più chi meno, conosciamo: “Ma io che diavolo ci faccio qui?”</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Franco Buffoni: poesie 1975-2012</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2012 05:53:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese L’Oscar Mondadori dedicato a Franco Buffoni antologizza 37 anni di attività poetica. Lo cura e introduce Massimo Gezzi, che nelle prime righe del suo saggio ricorda l’esordio relativamente tardo di Buffoni rispetto ad altri poeti della stessa generazione, come De Angelis e Magrelli. Io completerei l’osservazione di Gezzi, aggiungendo che Buffoni non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese </strong></p>
<p>L’Oscar Mondadori dedicato a Franco Buffoni antologizza 37 anni di attività poetica. Lo cura e introduce Massimo Gezzi, che nelle prime righe del suo saggio ricorda l’esordio relativamente tardo di Buffoni rispetto ad altri poeti della stessa generazione, come De Angelis e Magrelli. Io completerei l’osservazione di Gezzi, aggiungendo che Buffoni non solo ha esordito tardi, ma il suo stesso lavoro poetico giunge a maturazione dopo un lungo itinerario. Destino per certi versi opposto a quello di De Angelis e Magrelli, che esordiscono giovani e con libri importanti, di riconosciuto talento. <span id="more-43278"></span>Per loro, però, seppure in gradi diversi, la difficoltà maggiore è consistita nel rimanere fedeli all’intensità del primo libro, senza rischiare la replica o la diluizione. Il percorso di Buffoni è più laborioso ed esitante: nella formazione della sua scrittura giocano sia resistenze di carattere biografico sia una ricchezza di influenze, che faticano a trovare un punto di convergenza. Ad un tratto, però, queste diverse tensioni psicologiche e culturali sembrano giungere ad una semplificazione efficace e feconda. Il punto d’avvio di questa stagione è un libro del 1997, <em>Suora carmelitana e altri racconti in versi</em>, e culmina con due opere in versi e una in prosa: <em>Il profilo del rosa</em> (2000), <em>Guerra </em>(2005) e <em>Più luce, padre</em> (2006). All’allusione colta e criptica, che aveva per anni caratterizzato una parte della sua produzione, Buffoni preferisce ora un modo descrittivo più frontale e aderente alle cose, in una lingua sobria e precisa. Se la parola si fa più denotativa e asciutta, così non è per la figurazione, che predilige lo scorcio inusuale, la visuale radente. (I testi migliori di Buffoni sono sempre delle narrazioni congelate in un’immagine ferma.) Da un punto di vista tematico, l’autore avvia l’ambiziosa ricerca di una sintesi tra memoria individuale e collettiva, muovendo dall’esperienza della propria condizione omosessuale. Quest’ultima fornisce a Buffoni una chiave di lettura per la storia clandestina e tragica delle minoranze. Di questa storia, l’omosessuale non è il simbolo riassuntivo, ma uno dei tanti e diversi <em>nomi.</em> La vicenda personale, incentrata sul conflitto con il padre autoritario per un riconoscimento impossibile, costituisce l’occasione per una riflessione di portata storico-antropologica sul rapporto tra le istituzioni e la gioventù che attraverso di esse viene plasmata o schiacciata. Ma Buffoni non allestisce scenari basati su dicotomie semplici. A complicare il rapporto coercitivo tra istituzione e individuo, tra ordine sociale e spontaneità del desiderio, interviene una riflessione laica e illuminista sulla natura. Ne emerge un impianto tragico, in cui la crudeltà naturale delle specie viventi emerge rafforzata nei dispositivi meramente umani delle istituzioni storiche, come la chiesa o l’esercito. Siamo, insomma, di fronte ad un complesso di preoccupazioni tematiche e di strumenti stilistici che eccede di molto il paradigma lirico. Il carattere sofisticato e compiaciuto di certi componimenti delle prime raccolte fa spazio alla complessità <em>architettonica</em> dei due libri citati. Se la lingua si fa più piana, le dimensione semantica si arricchisce in virtù dei continui rimandi tra il singolo testo e l’intera serie. L’intensità lirica dei vissuti è mediata sia da un cospicuo lavoro di documentazione che dalla riflessione sul rapporto tra individuo e collettività. È all’interno di questa configurazione d’intenti e materiali che si collocano e acquistano forza i singoli testi di Buffoni. Ed è questa configurazione che rende la sua produzione poetica particolarmente originale.</p>
<p>*</p>
<p>Su Franco Buffoni, <em>Poesie 1975-2012</em>, a cura di Massimo Gezzi, Mondadori, Milano, 2012.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso su &#8220;alfabeta2&#8221;, n° 21, luglio-agosto 2012.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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