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	<title>Oslo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Elogio bellico di Richard Millet &#8211; appunti francesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2019 05:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Pisani Ogni anima è da sola una società segreta. Marcel Jouhandeau Il ventiquattro agosto del 2012 Anders Breivik viene condannato a ventun anni di carcere per gli attentati terroristici da lui ideati e commessi in Norvegia l’anno precedente, l’autobomba nel centro di Oslo e l’eccidio sull’isola di Utøya, per un totale di settantasette [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Edoardo Pisani</strong></p>
<p align="RIGHT">Ogni anima è da sola una società segreta.</p>
<p align="RIGHT">Marcel Jouhandeau</p>
<p align="JUSTIFY">Il ventiquattro agosto del 2012 Anders Breivik viene condannato a ventun anni di carcere per gli attentati terroristici da lui ideati e commessi in Norvegia l’anno precedente, l’autobomba nel centro di Oslo e l’eccidio sull’isola di Utøya, per un totale di settantasette morti e oltre trecento feriti, perlopiù ragazzi. Qualche giorno dopo, in Francia, con un tempismo forse non incolpevole quanto i suoi scritti, l’editor e scrittore Richard Millet pubblica l’ormai conosciuto (ma non troppo letto) <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i>, che dà addito a violente polemiche nel mondo letterario francese, fra liste di scrittori pro e contro Millet e articoli, accuse, insulti, rotture. È il caso letterario, o meglio editoriale, dell’anno, <i>l’affaire Richard Millet</i>, che il tredici settembre lo costringerà alle dimissioni dal comitato di lettura di Gallimard, come racconta in <i>Lettera ai Norvegesi sulla letteratura e le vittime</i>, pubblicato due anni dopo; e da Gallimard per il momento Richard Millet non pubblicherà altre opere, né romanzi né saggi né libri di appunti né diari, come i primi volumi del suo <i>Journal</i>, ora editi per i tipi di Léo Scheer, dal 1971 al 1994 e dal 1995 al 1999, comprendenti gli anni della guerra in Libano già narrati ne <i>La confessione negativa</i>, seguito romanzesco de <i>La mia vita fra le ombre</i>, con il suo alter ego Pascal Bugeaud che si unisce ai falangisti cristiani per combattere palestinesi e musulmani sunniti e sciiti, in piena guerra civile, nel 1975, come l’autore stesso – che scrive: “Ho dovuto uccidere degli uomini, tempo fa, e delle donne, dei vecchi, forse dei bambini. E poi sono invecchiato. Siamo invecchiati prima degli altri. Abbiamo visto ciò che nessuno può guardare fissamente: il sole, la sofferenza, la morte…” Questo è l’incipit del romanzo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le opere di Richard Millet, il suo percorso letterario e umano, valgono più delle polemiche che hanno suscitato due o tre suoi testi in fondo minori, che pure lo hanno fatto conoscere in Europa e pubblicare in Italia, seguitando a far discutere, contrapponendolo al milieu letterario parigino e ai vari cultori del multietnicismo e antirazzismo europei, che Millet avversa in ogni scritto, non sempre a ragione. Le sue opere più ambiziose, il ciclo di Corrèze, sono tuttora poco lette, anche in Francia, dove l’autore dice di essere ostracizzato, combattuto, isolato dal potere editoriale e librario e non solo, non più un editor di Gallimard malgrado due premi Goncourt da lui scoperti e editati, <i>Le benevole</i> di Jonathan Littell e <i>L’arte francese della guerra</i> di Alexis Jenni.</p>
<p align="JUSTIFY">“<i>Elogio letterario di Anders Breivik</i> è un pamphlet fascista che disonora la letteratura” ha dichiarato perentoriamente Annie Ernaux su Le monde, qualche anno fa, e in parecchi hanno sottoscritto il suo articolo, le sue parole, autori importanti quali Amélie Nothomb o Céline Minard o Tahar Ben Jelloun o Le Clézio, mentre altri hanno o taciuto o criticato la stessa Ernaux, come Patrick Besson e Gabriel Matzneff, che ne ha scritto nel proprio diario, dolendosene, perché “quando uno scrittore firma una petizione deve essere per difendere qualcuno, per tirarlo fuori dai guai, per aiutarlo, non per mandarlo a fondo…” Invece da qualche anno nel mondo culturale francese c’è un clima da guerra civile, delatorio, del tutti contro tutti, fra scrittori integrati o apocalittici o ribelli o isolati, come Millet, che pure si è fatto isolato, si è voluto isolare, stilisticamente e biograficamente, per continuare a scrivere – o per vendere di più, forse? Questo suggerisce Bernard Henri Lévy, alias BHL, sorpreso dal clamore eccessivo suscitato da “tre libelli traboccanti di pensieri insulsi e di odio”, come ha dichiarato a Le point, soggiungendo che Millet in passato aveva già cercato altri casi, altre provocazioni, arrivando a lodare Osama Bin Laden e a difendere Bashar al-Assad, ne <i>L’obbrobrio</i>, perché “se non hai il tuo Grande Scandalo a sessant’anni sei un fallito”, chiosa Lévy – sbagliando, ignorando completamente tanto le opere di Millet quanto i suoi abissi, le sue battaglie e il suo grido di allarme nei confronti non soltanto della Francia ma dell’Europa intera, allarme sia linguistico che filosofico e umano e quindi culturale, allarme letterario.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1a1a1a;">“La parola </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>Dio</i></span><span style="color: #1a1a1a;"> è scomparsa con la parola </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>pidocchio</i></span><span style="color: #1a1a1a;">. Dio è morto insieme al pidocchio e per la stessa causa: uno spruzzo d&#8217;insetticida. Per questa Morte del Pidocchio l’umanità sprofonda nell’igiene e nella rovina.” Così scrive Guido Ceronetti in </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>Pensieri del Tè</i></span><span style="color: #1a1a1a;">, e Richard Millet lo pone in epigrafe a </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>L’Oriente deserto</i></span><span style="color: #1a1a1a;">, libro di viaggio e di nostalgia che dedica ai cristiani di Oriente e che ravviva l’idea e il bisogno di Dio in letteratura, la sua ricerca e la sua preghiera, talora la sua verità. “Misero cattolico, certo” scrive Millet, “ma cristiano fino al midollo: non passa un solo giorno senza che pensi a Dio, alla mia religione che è ormai la cosa più infangata in Europa, disprezzata, sfottuta, al punto che nei giorni difficili finisco per dirmi che forse hanno ragione loro, che bisogna prediligere una modernità risolutamente agnostica, materialista, edonista, buttando al fiume ciò che non sarebbe altro che un insieme di superstizioni, di illusioni, di pulsioni sublimi, di errori in passato sanguinosi…” </span>È una delle lotte più difficili di Millet, di certo votata alla sconfitta, la difesa del classicismo e dell’elitismo della cultura europea contro il chiasso assordante della modernità, lo stilismo francese contro l’anglismo imperante dei media e gli ateismi fin troppo diffusi nella cultura stessa e nel mondo, contro l’ignoranza e per la sacralità della parola, per la sacralità della vera arte. Ne <i>L’obbrobrio</i> scrive: “Sono gli stessi censori che, denunciando l’oscurantismo papale e l’Inquisizione e facendosi portatori del razionalismo degli Illuministi, mi odiano per dirmi cattolico e vanno in visibilio per Tom Cruise, John Travolta e Nicole Kidman, adepti della chiesa di Scientology. È questa setta di mangiatori di ali che mi rimprovera ciò che dovrebbe essere la sua unica virtù: la ricerca della verità.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1a1a1a;">La ricerca della verità, dunque, sacra o scandalosa che sia, orrida o sublime o inaccettabile, e il confronto non è soltanto letterario e umano, cioè linguistico: è filosofico. “Sta venendo il mattino” dice l’Oracolo di Duma nel libro del profeta Isaia, nel passo 21:12, la sentinella di guardia, detta del Silenzio, “ma la notte durerà ancora, tornate e ridomandate, venite ancora, insistete…” Insistete e cercate; nel caso nascondetevi e aspettate la vera alba, la vera luce</span>, la parola che si alimenta di deserto e che nel deserto si ravviva<span style="color: #1a1a1a;">, come suggerisce Guido </span>Ceronetti ne <i>L’occhio del barbagianni</i><span style="color: #1a1a1a;">, perché </span>“la sfida della scienza alla filosofia è questa: ‘Fatti mia serva se vuoi sopravvivere’” – quindi per restare libera e non doversi umiliare “la filosofia si ritira nell’ombra e aspetta che tornino come proprio futuro i pensatori presocratici.”</p>
<p align="JUSTIFY">La sfida della scienza alla filosofia si traspone anche nel narrare, nel romanzo e contro il romanzo, è un monito alla letteratura stessa (e all’arte: “Il mio eroe è il fisico Werner Heisenberg” diceva Dalí) e una sfida allo scrivere più autentico, vissuto, con centinaia e centinaia di romanzetti o di libri teorici che applicano le più semplici tecniche della narrazione alla scienza divulgativa, per esempio, sempre in voga, leggibile, esportabile, tradotta dall’angloamericano o anglicizzata dai nostri stessi autori, che perdono in stile e indeboliscono la propria lingua, inchinandosi al Dio anglofono della Scienza o al Dio della chiarezza e dell’amenità, come direbbe Roberto Bolaño, procacciando uno stilismo annacquato che tradisce il vero senso dello scrivere e il silenzio che ne deriva, l’imperfetto e sofferto silenzio che crea ogni autentica opera letteraria – e ogni ricerca.</p>
<p align="JUSTIFY">Un altro autore che ha preso spunto da Anders Breivik e dalla strage di Oslo e Utøya, come Richard Millet, è l’italiano Giuseppe Genna, ne <i>La vita umana sul pianeta terra</i>, uscito nel 2014, seguito ideale del suo <i>Hitler</i>, opera che indaga sul male e sulle sue infinite sfaccettature umane, disumane, storiche, orrifiche. Il suo Breivik è un libro di tenebre, che alle tenebre si rivolge e alle cui tenebre risponde, trae voce e visione, struttura e storia. “Di cosa si ha paura?” chiede a un certo punto il narratore, interrogandosi su Breivik e sulla sua insensatezza, sulla sua immane perfezione. “Di avere paura e di finire di avere paura, morendo. Verso cosa stanno transitando tutti? Possiamo qui azzardare l’ipotesi che molto velocemente stiamo osservando lo sviluppo, la crescita e la raggiunta età adulta della vittoria postuma di Hitler…” La vittoria postuma di Hitler, dice Genna, rifacendosi a Emil Fackenheim e al suo stesso <i>Hitler</i>, pubblicato sei anni prima, non una biografia o un libro storico ma una visione/opera che indaga sulle radici della follia nazista, che vera follia non è, del Male eletto a simbolo umano e dello sterminio mutuato in normalità, perché “la normalità non è indifferente al genio: lo aggredisce, sogna il suo martirio” – così Genna a proposito di Hitler, a Vienna, nel 1908, rifiutato dall’Accademia di Belle Arti, uno studente frustrato che ignora o disprezza Klimt e Kokoschka, una non-persona e un non-artista che prescinde dal tempo e dagli altri e che metterà a fuoco e conquisterà l’Europa e che infine, nell’apocalisse ultima, si ucciderà. “Ancora arde ciò che fu il corpo del Fürher” scrive Genna.</p>
<p align="JUSTIFY">Anders Breivik, a differenza di Hitler, non si ammazza, arrendendosi dopo il massacro, sessantanove morti innocenti sull’isola di Utøya. E di Europa e tenebre anche Richard Millet scrive, trascendendo Hitler e difendendo in qualche maniera la “visione postuma” di Utøya, di Breivik, il suo eccidio gridato, orrido perché perfetto, perfetto perché disumano. “Lontano dall’essere un angelo sterminatore o una bestia dell’Apocalisse” afferma Millet, “Breivik è al tempo stesso vittima e carnefice, sintomo del male e suo impossibile rimedio.” Sintomo del male, certo – ma quale male? E quale impossibile rimedio, soprattutto? <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i> di fatto viene letto più in chiave nazionalista che culturale, più politica che letteraria o artistica, benché l’autore condanni più volte Breivik e i suoi atti, il suo orrore – che pure sono europei, che pure lo rendono un creatore a tutti gli effetti, un <i>écrivain par défaut</i>, scrive Millet, come peraltro definisce se stesso ne <i>L’obbrobrio</i>, écrivain par défaut, scrittore per difetto, per errore, Anders Breivik, simile al protagonista di <i>Fuoco fatuo</i> di Pierre Drieu La Rochelle, sebbene, a differenza di Hitler o dello stesso Drieu La Rochelle, non morto suicida, imprigionato nel carcere di Skien.</p>
<p align="JUSTIFY">La guerra, come la solitudine e la morte, pervadono tutta l’opera di Richard Millet, i suoi silenzi e la sua tragedia, compreso il primo volume del suo diario, invero un semplice libro di appunti, dal 1971 al 1994, con riflessioni filosofiche e teoriche e romanzesche, in fondo non dissimile dal già tradotto <i>L’inferno del romanzo</i>, una raccolta di paragrafi numerati alla maniera di Cioran o di Ceronetti, scritti “tra le rovine della letteratura francese, specchio in frantumi della fine del romanzo…” – cioè nel trionfo del romanzo non europeo, per consumatori più che per lettori, internazionale, vendibile, tanto riproducibile quanto inutile. <span style="color: #1a1a1a;">Difatti molti autori europei, specie in Francia, si rifugiano ormai nei taccuini, nei saggi o nei diari, come lo stesso Richard Millet, tralasciando il romanzare, la narrazione pura, o cercando nuove vie narrative, non sempre romanzesche, perdendosi spesso nei modelli d’oltreoceano, più venduti e vendibili e quindi più richiesti dagli editori, più riscritti; mentre altri cercano di restare a galla soppiantando il silenzio della scrittura con il caos degli “spazi prostituzionali online”</span>, come ripete spesso Millet<span style="color: #1a1a1a;">, blog e siti e social network – e </span>“il making of di un romanzo diviene non un bonus ma una sorta di dovere più importante del libro stesso…” E le opere, la letteratura, ne risentono, e così gli autori. Ma poco importa, purché il libro venda, no? Perché si tratta soltanto di sopravvivere editorialmente e di esistere e resistere in quanto scrittori e artisti, in quanto creatori – o no? <span style="color: #000026;">“Il mestiere di scrivere è popolato di canaglie, questo lo intuiscono più o meno tutti” diceva Roberto </span>Bolaño.<span style="color: #000026;"> “Ma è anche popolato di stupidi che non si rendono conto dell’immensa fragilità dello scrivere, di quanto scrivere sia effimero. Voglio dire, posso stare con venti scrittori della mia generazione e sono tutti convinti di essere bravissimi e di poter durare. Questo è di un’ignoranza, oltre che di una superbia, mostruosa…” </span></p>
<p align="JUSTIFY">Superbia e ignoranza dello scrivere, quindi. E riprendiamo ancora Millet e il suo grido di allarme nei confronti della lingua e del romanzo, dell’inferno del romanzo e della narrazione, perfino della poesia, inferno che riguarda innanzitutto lui stesso, sia in veste di ex editor che di scrittore, partecipe della sua stessa fine e del suo ultimo canto (o pianto) del cigno. Quanti autori infatti cascano nelle lusinghe e nei chiacchiericcii dei social network o nella trappola del caso forzato, del personaggio forzato e della vendibilità costretta, sperando nel chiasso proprio o altrui per vendere qualche copia in più o qualche copia e basta, per esserci, per restare, per non disilludersi e scrivere ancora o per rivolgersi al proprio sordo pubblico ma <i>non</i> per scrivere meglio, <i>non</i> per isolarsi e romanzare – quanti scrittori confabulano e tramano inutilmente?</p>
<p align="JUSTIFY">E così lo stesso Millet si autoproclama le dernier écrivain, solennemente, l’ultimo scrittore prima del tramonto culturale europeo, mentre Bernard Henri Lévy gli rimprovera di cercare l’affaire a forza, il caso, lo scandalo, il suo quarto d’ora di celebrità warholiana, lucrando sui giovani morti di Utøya – e sulla letteratura. (Ma Lévy non lucra a sua volta sul non letto, come già lucrava sul non visto stroncando a priori <i>Underground</i> di Kusturica, dieci anni prima, pur avendo scritto un libro quale <i>La pureté dangereuse</i>, nel 1994, <i>La purezza pericolosa</i>, che anticipa e in qualche modo crea Breivik – salvo poi ravvedersi e raffrontare proprio <i>Underground</i> alle opere di Céline, al suo viaggio delirante nell’Europa in guerra?) E chissà se nei diari non ancora editi, dal 1999 a oggi, Millet risponde alle accuse di Lévy, che nel momento più difficile lo attacca pubblicamente, dandogli del geloso dei successi altrui, del cacciatore di scandali, mentre nel mondo letterario è tutto un rincorrersi di pose e cifre, di chi vende di più o strappa i migliori anticipi o ha più clic online o smuove più copie o fiuta il colpaccio, l’affaire, il premio, la chiacchiera, e la condanna, o la salvezza, è forse la solitudine e l’oblio, forse il silenzio della scrittura totale.</p>
<p align="JUSTIFY">“Dividere i giusti, moltiplicare i malvagi” scriveva Richard Millet a Philippe Sollers su <i>L’infini</i>, nel 2011, prima di <i>Lingua Fantasma</i>, “ecco a cosa lavorano i nostri nemici, moltiplicando le pietre al posto del pane e rimproverandoci, a me e a lei, di pubblicare troppo, cioè di esistere.” Ma pubblica davvero troppo, Richard Millet, il cui testo più discusso, <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i>, è in fondo incolpevole e assai meno importante di altre sue opere, dai romanzi di Corrèze ai diari appena usciti a libri di appunti quali <i>L’inferno del romanzo</i> o <i>L’obbrobrio </i>o <i>Solitudine del testimone –</i> pubblica troppo, scrive troppo, dice troppo? O è/era <i>troppo</i> l’affaire Millet, con Annie Ernaux che gli dà del fascista e Tahar Ben Jelloun che lo accusa di narcisismo destrorso e Patrick Besson che lo difende e rinfaccia a Jelloun il suo silenzio nei confronti di Hassan II e dei suoi “giardini segreti”, mentre molti firmano la lista Ernaux senza nemmeno leggere <i>Langue Fantôme</i>, Mathias Enard, Amélie Nothomb, Céline Minard (alias la papessa Maidalchini, da <i>Olimpia</i>, suo splendido monologo), e Gabriel Matzneff se ne dispiace e Le Clézio parla di sindrome Céline in Francia e si chiede se ormai basti essere più o meno scandalosi per sembrare “geniali” – e Richard Millet, che geniale non sembra, che scrittore rimane, si vede costretto a firmare una lettera di dimissioni dal comitato di lettura di Gallimard, senza resistere alla tentazione di migliorarla stilisticamente, come racconta nella <i>Lettera ai Norvegesi</i>, perché lo stile letterario oggi non è più di moda, spiega, essendo ogni stilismo considerato “di destra”, “fascista”, per ignoranza o ugualitarismo letterario… (ma Roberto Bolaño e molti altri non sarebbero d’accordo).</p>
<p align="JUSTIFY">Richard Millet lascia dunque il suo ufficio da Gallimard, senza stringere mani, in un clima di guerra culturale, letteraria, lui che la guerra reale l’ha conosciuta e descritta in pagine atroci, combattendo e uccidendo o guardando uccidere e vivendo di ombre e demoni, di solitudine e scrittura. “Continuerò a essere solo” scrive nel <i>Journal</i>. “Poco frequentabile. Niente affatto amabile. Poco desideroso di prostituzioni letterarie o di massonerie.” E a Philippe Sollers, ne <i>L’infini</i>: “Non ho una posa da scrittore: scrivo. La guerra non è una posa ma un atto, come la scrittura. Solo lei mi definisce, o mi condannerà all’oblio. Almeno sarò rimasto fedele alla terribile dolcezza dell’angelo che è in me.”</p>
<p align="JUSTIFY">La scrittura quale stato di guerra perpetua, quindi – e di disperazione. Perché disperate e vive sono le opere di Millet, il suo silenzio e il suo disprezzo trasposti sulla pagina, le sue battaglie culturali e i suoi cicli romanzeschi, le vite degli altri quali specchi scuri in cui vedere se stessi, il proprio io, Richard Millet o Pascal Bugeaud, la sua terribile dolcezza e le sue pose, uno scrittore in guerra salvato dalla purezza della parola e del romanzare, nei sentimenti e nel romanzesco.</p>
<p align="JUSTIFY">Che il resto, o questo, da Anders Breivik ai fratelli Kouachi a Brenton Tarrant, sia letteratura? “Ho attraversato talmente tante tenebre” scrive Millet ne <i>L’obbrobrio</i> “che la notte ha per me la dolcezza del giorno; una forza immensa mi sospinge, malgrado l’angoscia e il dubbio, la paura; perché scrivere non è altro che ridere nella notte, poco prima dell’aurora…” – scrivere di veglia, in guardia, come la sentinella <span style="color: #1a1a1a;">del profeta Isaia; </span>scrivere perché “la notte durerà ancora” o perché ogni notte, come ogni alba, come ogni scrittura, dovrà finire: e aspetteremo il giorno.</p>
<p align="RIGHT">di Edoardo Pisani</p>
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		<title>Senza immagine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 07:58:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg" alt="" title="television no signal" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39673" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”. Anders B. ha fatto le cose con calma e criterio, in ogni fase. Prima il concime per l’autobomba, poi i social network per farsi conoscere: non dagli amici, ma dai media planetari che infatti abboccano tutti agli stessi ami, quelli più facili per trascinare il mostro in prima pagina<span id="more-39671"></span>. Nessuno si è risparmiato un commento su “Modern Warfare”, lo “sparatutto” più diffuso, quello di cui, a nove anni, mio figlio disse:”lo so che la guerra è brutta, ma il gioco è bello”. Le serie tv violente più popolari, i film scontati come <em>300</em>, mentre passa inosservato <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/">Dogville</a></em> con Nicole Kidman, l’angelo biondo che stermina un’intera corrotta cittadina anni prima che Lars von Trier a Cannes finì per dichiararsi “in fondo nazista”. L’uomo che ha sterminato la gioventù per fede e di fatto multiculturale, ci tiene invece a non essere liquidato come un volgare neonazi. Quanti libri ha voluto elencare! Da Kant a Kafka, persino il povero Dante arruolato come padre di quell’“Europa cristiana” che non è il solo a invocare. Non c’è bisogno di essere traumatizzati come la ragazza fuggita nel mare gelido, per avvertire freddo nelle ossa e l’inadeguatezza delle risposte. Perché? Il male diventa insondabile più si presenta come banale. Le foto scelte per i profili fasulli, eppure così familiari per chi frequenta twitter e facebook. Ammicca secondo convenzione ai suoi futuri fan e imitatori, Anders B., la bestia bionda fotogenica, anzi: photoshoppata.  </p>
<p>Da noi, intanto, ci sono grandi manovre per lo smaltimento delle scorie tossiche venute alla luce con la strage degli innocenti norvegesi. Partendo da Borghezio che trova l’idee di Anders B. condivisibili (premio al coraggio delle proprie opinioni, anche quando puzzano di cadavere), passando per il riflesso di ridurre tutto al buon senso del ”ma quello è uno psicopatico!”, per arrivare alla vetta della malafede:<a href="http://therebelekonomist.blogspot.com/2011/07/peggio-e-piu-peggio.html"> l’editoriale</a> di Vittorio Feltri uscito sullo stesso giornale che, all’indomani delle notizie dalla Norvegia, era riuscito a rimangiarsi solo la metà delle copie con il titolo <em>Sono sempre loro: CI ATTACCANO</em> ( gli islamici, ovviamente).<br />
<em>Quei giovani incapaci di reagire</em>, li chiama Feltri: erano in 500 contro uno, ma in un’ora e mezza di massacro, non hanno saputo far di meglio che scappare. Ragazzi smidollati, vigliacchi. Di più: incapaci di  agire gli uni per gli altri. Fra i giovani laburisti non c’erano eroi disposti al sacrificio, come volevasi dimostrare. Giudizio morale formulato a scopo politico &#8211; niente di nuovo, in fondo. Era una “velina ingrata”, Veronica Lario che non gradiva Noemi e le candidature delle amiche del marito, le donne in piazza sono bacchettone ecc. Predicare bene per razzolare male: il basso continuo di chi fa la morale accusando gli altri di moralismo. La differenza è che qui la materia non sono soltanto una settantina di adolescenti ammazzati, ma anche i compagni che si porteranno addosso per tutta la vita il trauma e il senso di colpa per non essere riusciti a fare esattamente ciò che Feltri rimprovera loro. Serve altro? Un piccolo rinfresco su tutti quegli ebrei che si sono docilmente fatti portare al macello, prova che in effetti si trattava di una genia imbelle? Può bastare una frase, anzi un’ interiezione, della stessa ragazza dagli occhi azzurri sfondati dall’orrore che ripeteva: “è totalmente irreale!”. Come si fa a organizzare una resistenza contro qualcosa che, oltre a essere qualcuno alto un metro e novanta munito di mitraglietta, fucile a pompa e pistola, è soprattutto <em>totalmente irreale</em>?  </p>
<p>Molti giornali hanno pubblicato le foto delle vittime già identificate. Ma di coloro che sono rimasti vivi, il volto rimarrà quasi sempre sconosciuto, com’è giusto. Per rimandare anche a loro, ecco l’elenco provvisorio dei nomi dei ragazzi uccisi. Oltre a un gesto di memoria, forse potrebbe somigliare anche a qualcosa come un minimo atto di resistenza da condividere: perché le regole del gioco, anche di comunicazione, non siano dettate solo dai carnefici.</p>
<p>Alexsander Aas Eriksen, 16 anni</p>
<p>Anders Kristiansen, 18 anni</p>
<p>Adrine Bakkene Espeland, 17 anni</p>
<p>Emil Okkenhaug, 15 anni</p>
<p>Gunnar Linaker, 23 anni</p>
<p>Guro Vartdal Havoll, 18 anni</p>
<p>Hanne Kristine Fridtun, 19 anni</p>
<p>Havard Vederhus,  21 anni</p>
<p>Ismail Haji Ahmed, 19 anni</p>
<p>Johannes Buo, 14 anni</p>
<p>Jamal Rafal Yasin, 20 anni, rifugiata dall’Iraq con la famiglia</p>
<p>Marianne Sandvik, 16 anni</p>
<p>Monica Bosei, 45 anni</p>
<p>Monica Iselin Didriksen, 18 anni</p>
<p>Simon Saebo, 19 anni</p>
<p>Snorre Haller, 30 anni.</p>
<p>Sondre Dale, 17 anni.</p>
<p>Sverre Fleet Bjorkavag, 28 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni.</p>
<p>Torjus Blattmann, 17 anni. </p>
<p>Tarald Mjelde, 18 anni.</p>
<p>Espen Jorgensen, 17 anni.</p>
<p>Even Flugstad Malmedal, 18 anni.</p>
<p>Gizem Dogan, 17 anni.</p>
<p>Hanne Anette Balch Fjalestad, 43 anni.</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni.</p>
<p>Lejla Selaci, 17 anni.</p>
<p>Lene Maria Bergum, 19 anni.</p>
<p>Silje Fjellbu, 17 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni</p>
<p>Tamta Liparteliani, georgiana</p>
<p>Tore Eikeland, 21 anni</p>
<p>Trond Berntsen, 51 ann</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni</p>
<p>Morti per l’autobomba a Oslo:</p>
<p>Hanne Lovlie, 30 anni</p>
<p>Ida Marie Hill, 34 anni</p>
<p>Tove Knutsen, 56 anni</p>
<p>Hanna M. Orvik Endresen, 61 anni</p>
<p>Kai Hauge. 32 anni</p>
<p><em> la prima parte di questo pezzo è uscito su</em> L&#8217;Unità<em>, 25 luglio 2011. Grazie a<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2386.html"> Andrea Tarabbia</a> e <a href="http://www.giorgiofontana.com/">Giorgio Fontana</a> che mi hanno fatto scoprire l&#8217;editoriale di Feltri.</em></p>
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		<title>Pessima letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 06:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Norvegia]]></category>
		<category><![CDATA[Oslo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Scandinavia1.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/Scandinavia1.gif" alt="" title="Scandinavia" width="190" height="229" class="alignnone size-full wp-image-39646" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La sua faccia. A diciannove anni, dopo una adolescenza introversa, da <em>nerd </em>– a detta di un compagno di classe -, Anders Behring Breivik decise di sottoporsi ad una plastica facciale. Voleva “naso e fronte più virili”. La sua faccia. Sono rimasto minuti interi a guardala appena scovata dal web, dopo la strage assurda di Oslo. Com’era prima dell’operazione? Perché così com’è, vista dallo schermo, è la sublimazione dell’ordinario, del prevedibile. Altro che virile. L’apoteosi dello scontato, un volto che se lo incroci per strada lo dimentichi subito. Questo mi comunicava, guardandolo. <span id="more-39644"></span><br />
Fosse stato un seguace di qualche gruppo jihadista quanto più comodo per tutti noi! I luoghi comuni infondono certezze; nel nostro cerchio identitario, noi, i buoni, sappiamo che faccia ha il male, sappiamo di che colore ha la pelle. Ma Breivik no, lui sembra il nostro vicino di casa, quello un po’ tonto ma tanto gentile. Ci somiglia. Guardarlo significa specchiarci, prendere coscienza che potremmo sporgerci nel baratro che sonnecchia dentro di noi, e scoprirlo vuoto.<br />
Breivik il suo vuoto l’ha riempito di migliaia di pagine deliranti di teorie complottistiche, saghe nordiche, cristianesimo d’accatto, geopolitica dozzinale. Un <em>patchwork </em>auto assolutorio, un monumento <em>trash </em>alla propria incompiutezza umana. Pessima letteratura.<br />
Mai come ora, quando pare si debba tacere di fronte allo sgomento della cronaca, sembra proprio che solo la letteratura possa aiutarci a capire. Non basta parlare di moda per spiegare la fortuna del giallo scandinavo. Ci siamo mai chiesti, semmai, che tipo di società cercavano di raccontarci, da anni, quelle narrazioni?<br />
Abbiamo guardato alla Scandinavia, e nello specifico alla Norvegia, come ad un mondo risolto, dove nove padri su dieci chiedono il congedo parentale per accudire i figli, dove le donne hanno un ruolo sociale fondamentale, dove i poliziotti girano disarmati. Un paese fortunato, ricco del suo petrolio, generoso. Una democrazia matura. Ma la democrazia è un orizzonte, non una meta. Non si raggiunge, la si conquista quotidianamente. Nel benessere sociale, nella ricchezza, anche nella stessa cultura, il malato, l’irrisolto, l’irrazionale continuano a covare. Ce lo ha raccontato lo svedese Stieg Larsson, consulente per Scotland Yard in quanto esperto di organizzazioni neonaziste del nord Europa, ce lo ha spiegato Nicolò Donato, in un film che mostra come la <em>broderskab </em>&#8211; la fratellanza razzista &#8211; possa prosperare in Danimarca. I deliri paramilitari o le solitudini esistenziali nordiche sono lì, tutte spiattellate sotto i nostri occhi che credevano di leggere solo per puro intrattenimento le pagine di Mankell, Indridason, Nesbo, Kjell Ola Dahl, senza renderci conto che in realtà eravamo di fronte &#8211; per dirla col titolo di un romanziere norvegese, Dag Solstad &#8211; al <em>Tentativo di descrivere l’impenetrabile</em>.<br />
Poi, sui vaneggiamenti dell’assassino col volto da bravo ragazzo, ci aveva già messo in guardia oltre cent’anni fa Dostoevskij. Basta tornare a leggere <em>Delitto e castigo </em>o <em>I demoni</em>.  Anche in questo Breivik fa pessima letteratura e non si merita la nostra attenzione. Si crede “il più grande mostro dopo la seconda guerra mondiale” ma è solo uno che copia e incolla i deliri di Unabomber come fossero suoi. Un plagiatore della peggior schiatta. Da scrittore, da uomo, non mi sono mai interessati i carnefici. La mia attenzione, compassione, solidarietà vanno sempre e solo alle vittime. Non accendiamo il faro su quell’uomo, anche solo per igiene sociale. Non diamo ossigeno agli emulatori, condanniamoli alla <em>damnatio memoriae</em>. In fondo la sua faccia, la sua vera faccia, neppure la conosciamo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>ieri</em>]</p>
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		<title>&#8220;Un perfetto Cavaliere combatte perfino dall’aldilà&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[allenamento]]></category>
		<category><![CDATA[Anders Breivik]]></category>
		<category><![CDATA[memoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Norvegia]]></category>
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		<category><![CDATA[steroidi]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti Aldo Nove di Anders Behring Breivik Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg" alt="" title="beach_jogging" width="300" height="190" class="alignleft size-medium wp-image-39639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em></p>
<p>Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti</p>
<p>                                                            <strong>Aldo Nove</strong></em></p>
<p>di <strong>Anders Behring Breivik</strong></p>
<p>Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica ottimale. A qualcuno potrà sembrare trascurabile, ma per altri potrebbe invece rivelarsi una sfida quasi insormontabile.<br />
Per quel che mi riguarda, ho dovuto superare molti ostacoli dovuti al fatto che il mio corpo era a un livello veramente preoccupante, dopo più di dieci anni di completa inattività fisica  passati a lavorare in ufficio. Tuttavia, un intenso programma di allenamento combinato con l’utilizzo di integratori proteici, Winstrol e Stack mi hanno consentito di raggiungere una condizione superba in meno di quattro mesi.<br />
<span id="more-39638"></span></p>
<p>Ecco come puoi superare gli ostacoli:</p>
<p>Inizia a allenarti almeno quattro mesi prima della missione. Il modo più logico è di iscriverti in palestra. Devi raggiungere il tuo peso forma (se necessario dimagrendo), tenendo conto del fatto che ti toccherà trasportare più di 40 kg di equipaggiamento (corazza, armi ecc.). Predisponi una scheda d’allenamento: 2 o 3 giorni di allenamento coi pesi e 2 o 3 giorni di corsa o spinning. Iscriversi a un corso di spinning di 40 minuti è una soluzione eccellente, considerata la carica che ti darà l’allenatore di sala. Puoi anche pensare a un po’ di jogging con una zavorra di 40 kg. Puoi costruirti una tuta zavorrata imbottendo un giubbino con i pesi (o con degli oggetti pesanti nelle tasche e un tubo di metallo – dello stesso peso di un fucile d’assalto – tra le mani). Avrai un aspetto veramente ridicolo, ma è una eccellente simulazione.</p>
<p>Un buon programma di allenamento abbinato a una dieta è la ricetta per raggiungere i risultati sperati. Dovrai prendere seriamente in considerazione la possibilità di usare degli steroidi. C’è molta ignoranza legata all’uso degli steroidi, ma si tratta nei fatti del miglior modo di affrontare la questione. Non tutti sono così motivati da seguire un faticoso programma di allenamento. L’uso di stimolanti può aumentare non solo la tua motivazione, ma anche agilità, forza, resistenza e durata del 200% (dipende dal tuo attuale stato). </p>
<p>[<a href="http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/2083-Declaration-Independence.pdf">Qui </a>il documento completo]</p>
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