<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>P.B. Shelley &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/p-b-shelley/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 23 Jan 2011 11:26:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>KEATS  E  LEOPARDI &#8211; I parte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/06/keats-e-leopardi-i-parte/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/06/keats-e-leopardi-i-parte/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 05:24:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Hallam]]></category>
		<category><![CDATA[Bacone]]></category>
		<category><![CDATA[Carlyle]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[Hoelderlin]]></category>
		<category><![CDATA[Hofmannsthal]]></category>
		<category><![CDATA[john keats]]></category>
		<category><![CDATA[P.B. Shelley]]></category>
		<category><![CDATA[Schiller]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37828</guid>

					<description><![CDATA[di FRANCO BUFFONI Per Friedrich Schiller, nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale (composto nel 1795-6), il poeta &#8220;moderno&#8221; soffre di una lacerazione tra lo &#8220;spirito&#8221; e i &#8220;sensi&#8221;: &#8220;Il poeta sentimentale deve sempre lottare tra due sentimenti contrapposti: la realtà come vincolo e l&#8217;idea come infinito&#8221;. John Keats ha cinque anni e Leopardi due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI</p>
<p>Per Friedrich Schiller, nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale (composto nel 1795-6), il poeta &#8220;moderno&#8221; soffre di una lacerazione tra lo &#8220;spirito&#8221; e i &#8220;sensi&#8221;: &#8220;Il poeta sentimentale deve sempre lottare tra due sentimenti contrapposti: la realtà come vincolo e l&#8217;idea come infinito&#8221;. John Keats ha cinque anni e Leopardi due allorché Schiller, nel 1800, pubblica  il suo saggio.<br />
Certo, pensare a Leopardi per qualche settimana cavalier servente di Fanny Targioni-Tozzetti nella Firenze del 1830… o a Keats ventunenne vestito alla Byron nella Londra del 1816, quando decise d’essere poeta a tempo pieno… Per entrambi l&#8217;infatuazione mondana fu breve: quella keatsiana era già svanita nella primavera del &#8217;17. Resta la patetica coincidenza di quel nome: Fanny. Piccolo borghese la mentalità di Fanny Brawne, e vero amore quello di Keats, ammesso ufficialmente in casa come &#8220;fidanzato&#8221; solo quando divenne palese lo stato di irreversibilità del suo male. Quindi, umiliandolo ancora di più. Era il 22 dicembre 1819. E qualche settimana più tardi Junkets (come affettuosamente lo apostrofava Hunt nei giorni felici) avrebbe scritto a Fanny: &#8220;Non lasciare che tua madre pensi che mi fa male se mi scrivi di sera. Mi piacerebbe che mi chiamassi ancora Amore. Che barriera la malattia innalza tra me e te!&#8221;.<span id="more-37828"></span><br />
Ma nella stessa lettera indirizzata a Fanny del febbraio 1820 si leggono anche frasi di questo tenore: &#8220;Ora che mi è accaduto di passare delle notti sveglio e pieno di ansie, altri pensieri mi hanno occupato. &#8216;Se morissi ora&#8217;, dicevo a me stesso, &#8216;non ho lasciato nessuna opera immortale dietro di me, niente che possa rendere i miei amici fieri della mia memoria&#8217;&#8221;. Keats aveva allora già composto tutte le grandi odi, ma nessuno le aveva notate. Solo l&#8217;insuccesso di Endymion pesava, con la conseguente decisione di passare da Iperione a La caduta di Iperione lasciando quest&#8217;ultima grande opera incompiuta. Probabilmente è sincero Keats quando dice di non avere ancora scritto nulla di veramente grande. Lo pensa davvero. Come Leopardi, forse, quando si vedeva accolto come &#8220;erudito&#8221; e come &#8220;filologo&#8221;&#8230;<br />
Riconoscimento tardivo per entrambi, dunque. Post mortem. Si pensi &#8211; per contro &#8211; alle quattromila copie di Childe Harold vendute da Byron in un giorno; o all&#8217;attesa per ogni nuovo inno sacro manzoniano. E &#8211; per entrambi, Keats e Leopardi &#8211; rifiuto dei &#8220;modelli&#8221;, dopo le grandi delusioni delle conoscenze &#8220;dirette&#8221;, e rifiuto &#8211; forse &#8211; anche dell&#8217;idea di diventare popolari. Il &#8220;popolaccio&#8221; d&#8217;Italia, annotava Leopardi, è il più cinico fra tutti i popolacci. (&#8220;Sento che è nelle mie possibilità diventare uno scrittore popolare&#8221;, scrive Keats a Reynolds il 25 agosto del &#8217;19, &#8220;e sento anche in me la forza per rifiutare il velenoso consenso del pubblico&#8221;). Per non dire della fuga di entrambi dai circoli letterari e dai salotti. In Keats il disprezzo è per il &#8220;literary chit-chat&#8221; londinese: &#8220;Sono assolutamente disgustato dei letterati&#8221;, scrive a Bailey nell&#8217;ottobre del 1817, &#8220;e non ne voglio conoscere più, eccetto Wordsworth&#8221;. (L&#8217;incontro avverrà e sarà per Keats la delusione più grande). E nel 1822-3, in occasione del soggiorno a Roma, Leopardi ha modo di osservare: &#8220;Questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura. Tutto questo m&#8217;avvilisce in modo, che s&#8217;io non avessi il rifugio della posterità, e la certezza che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al diavolo mille volte&#8221;. E in  questo possiamo &#8211; volendo &#8211; cominciare a individuare una prima differenza. Leopardi visse abbastanza a lungo per poter credere nella necessarissima illusione di una posterità che raddrizza i torti. Keats no.<br />
E per fortuna non aveva ragione Arthur Hallam, che &#8211; in epoca vittoriana, a proposito di Keats e Shelley &#8211; giunge a chiedersi: &#8220;Ma perché mai dovrebbero essere popolari, loro, i cui sensi sempre colsero racconti tanto più ricchi e ampi di quanto la maggior parte degli uomini potesse comprendere, e che costantemente espressero, perché costantemente sentirono, sentimenti di piacere squisito e dolore, che alla maggior parte degli uomini non è concesso di provare?&#8221;. Non aveva ragione, perché poi i posteri rimisero le cose a posto. E quindi è forse possibile alludere a una specie di legge del contrappasso poetico &#8211; concernente in particolare il periodo romantico &#8211; in ragione della quale difficilmente i posteri apprezzano ciò che i contemporanei esaltano. Ma il giudizio di Hallam, sostituendo idealmente al binomio Keats-Shelley il binomio Keats-Leopardi, può fungere da perfetto tramite per illustrare un altro fondamentale tratto in comune tra i due poeti. Hallam parla di estrema tensione dei sensi, di assolutamente non comune stress emotivo. &#8220;Si ha talora la sensazione che i nostri padri, i contemporanei dell&#8217;Offenbach più giovane, e i nostri nonni, i contemporanei di Leopardi, e tutte le innumerevoli generazioni antecedenti, abbiano lasciato in eredità a noi, i posteri, solamente due cose: mobili carini e nervi raffinati&#8221;. Così inizia un saggio di Hugo von Hofmannsthal del 1892.<br />
Inutile dilungarci sulla questione salute e nevrosi in Leopardi. E in Keats? &#8220;Penso che se avessi una libera, sana e duratura organizzazione di cuore e polmoni &#8211; forti come quelli di un bue &#8211; così da poter sopportare incolume l&#8217;urto estremo di pensiero e di sensazione senza stancarmi, potrei passare la vita da solo anche se dovesse durare ottant&#8217;anni. Ma sento che il mio corpo è troppo debole per sostenermi&#8230; sono continuamente obbligato a frenarmi e cercare di essere un nulla&#8221;. Cattiva salute, nevrosi e stanchezza. Nella lettera a Reynolds del 21 settembre 1819 si legge: &#8220;Perdonami se non riempio l&#8217;intera pagina&#8230; Durante la mia passeggiata, oggi, mi sono piegato per passare sotto una specie di ringhiera che era sulla mia strada, e mi sono chiesto: &#8216;Perché non l&#8217;ho scavalcata?&#8217;. &#8216;Perché&#8217;, mi sono risposto, &#8216;nessuno ha voluto forzarti a passarci sotto'&#8221;.<br />
Ma anche &#8211; per entrambi &#8211; nevrosi come produttrice di immagini e di memorabili epifanie. Nella medesima lettera si legge ancora: &#8220;In qualche modo i campi di stoppie sembrano caldi, come può sembrare caldo un dipinto. Questo mi ha colpito così tanto durante la mia passeggiata domenicale che ho scritto una poesia&#8221;. Per incidens: si tratta di &#8220;To Autumn&#8221;. Ma Keats, a questi componimenti scritti di getto &#8211; che poi sono quelli che lo hanno consegnato per sempre alla storia della poesia &#8211; non dava importanza. Per lui contavano solo i cosiddetti  longer poems. E in questo atteggiamento vediamo una sostanziale ragione di distanza di Leopardi rispetto a lui. Intendendo Leopardi come poeta consapevolemente  moderno. Anche nella invenzione metrica e nel rifiuto dei longer poems mitologici. Keats come moderno malgré lui.<br />
A riguardo può essere illuminante citare dalla lettera a Bailey dell&#8217;8 ottobre 1817, dove Keats si domanda &#8220;perché intraprendere un long poem?&#8221;. La risposta è quanto di meno &#8220;moderno&#8221; (nel senso leopardiano) si potrebbe immaginare: &#8220;Chi ama la Poesia non preferirebbe forse avere una piccola regione in cui vagare di fiore in fiore, e in cui le immagini fossero così numerose che molte se ne potessero perdere e ritrovarne delle nuove a una seconda lettura? dove ci fosse cibo in abbondanza per una passeggiata di una settimana in primavera? Non preferirebbero questo a qualcosa che si fa in tempo a leggere prima che Mrs. Williams scenda le scale? il lavoro di una mattina al più? Inoltre un Poema lungo mette alla prova l&#8217;invenzione che secondo me è la stella polare della poesia, come la fantasia è le vele, e l&#8217;immaginazione il timone. I grandi poeti hanno forse mai scritto dei pezzi brevi?&#8221;.<br />
Il punto è davvero cruciale. Keats spese l&#8217;intera esistenza alla costruzione di superbe architetture mitico-poetiche (Endymion, Hyperion&#8230;) riuscendo al più a soddisfare il gusto medio di qualche contemporaneo. Che tuttavia non le apprezzò più di altre &#8220;superbe&#8221; architetture di autori oggi completamente dimenticati. Se di Keats ancora leggiamo, traduciamo e studiamo i longer poems è perché egli è l&#8217;autore delle brevissime odi all&#8217;usignolo, all&#8217;urna greca, all&#8217;autunno. E persino della ballata della &#8220;Belle Dame&#8221; che lo consacrò presso i pre-raffaelliti. Tutte composizioni scritte di getto, senza un minimo di architettura, se non quella della nevrosi e dell&#8217;anima. E naturalmente dell&#8217;expertise acquisita scrivendo e architettando i longer poems. Si potrebbe proprio dire che questi ultimi servirono ad uno scopo assolutamente ignoto all&#8217;autore. Furono tirocinio, laboratorio, palestra sempre in funzione: il mito del long poem accompagna infatti Keats sino alla fine, con la scrittura interrotta di The Fall of Hyperion. I quattro favolosi anni della vita poetica keatsiana sono dunque vòlti alla illusoria creazione del nuovo grande Paradise Lost; tuttavia essi inanellano &#8211; come una catena alpina avvolta dalle nebbie &#8211; le grandi vette (&#8220;casuali&#8221;) dei componimenti brevi. E naturalmente &#8211; all&#8217;interno dei longer poems &#8211; appaiono brani stupendi di libera poesia che potrebbero benissimo costituire dei componimenti autonomi, come l&#8217;inno a Pan o la canzone della fanciulla indiana, rispettivamente nel I e nel IV libro di Endymion.<br />
Pensiamo invece a Leopardi e alle sue modernissime redazioni in prosa preparatorie della successiva &#8220;messa in versi&#8221; nei Canti. Dove l&#8217;architettura consiste in un ragionamento e la mitologia &#8211; il mythos &#8211; funge esclusivamente da punto di appoggio virtuale per la distensione del logos. In questa ottica, Keats (con la sua distinzione tra la grande &#8220;costruzione&#8221; mitologica dei longer poems e la irrilevante &#8220;spontaneità&#8221; delle composizioni brevi) ci appare molto più vicino a Foscolo o a Hoelderlin che a Leopardi. Ma Hoelderlin &#8211; per contro &#8211; è più apparentabile a Leopardi per quanto attiene l&#8217;ambito metrico-formale, in particolare l'&#8221;invenzione&#8221; del verso libero.</p>
<p>Scrive Leopardi: &#8220;Il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi&#8230; con non altra soddisfazione che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui&#8221;. Sintetizza Keats nell’incipit all’Endymion: &#8220;A thing of beauty is a joy for ever&#8221;.  Non credo sia il caso di ritornare sulla questione della settecentesca e frequente menzione associata dei termini &#8220;bellezza&#8221; e &#8220;verità&#8221;. Già ho avuto modo di osservare come, infine, la bellezza si configuri alla stregua di una &#8220;funzione&#8221; della verità, e la verità di una funzione della bellezza. Per Keats, certamente, bellezza e verità possono anche venire separate nell&#8217;analisi, ma &#8211; nella viva esperienza dell&#8217;atto creativo &#8211; sono tanto inseparabili quanto l&#8217;emozione lo è dal pensiero. Perché, tanto la verità quanto la bellezza indicano &#8211; l&#8217;una nel linguaggio del cervello, l&#8217;altra in quello del sentimento &#8211; che è il momento della perfetta sintesi creativa: il momento cioè della coincidenza tra stato emotivo, capacità artistica e istante particolare dell&#8217;essere universale. Il momento, per dirla con Carlyle (coetaneo di Keats, ma in grado poi di attraversare fisicamente l&#8217;intero secolo), in cui &#8220;l&#8217;infinito si fonde con il finito, e si rende visibile, così che pare di poterlo afferrare, quaggiù&#8221;.<br />
Per Leopardi il vero era nella filosofia; il bello nella poesia. C&#8217;è una famosa lettera dello Zibaldone in cui il poeta dichiara che in ogni grande filosofo è un grande poeta e in ogni grande poeta è un grande filosofo. E, precocemente raggiunta la convinzione dell&#8217;impossibilità di rigenerazione &#8211; o persino di conoscenza &#8211; attraverso una palingenesi di stampo salvifico, la filosofia diventa scienza. Come Bacone, come i primi grandi greci, Leopardi si occupa di scienza dichiarando di star facendo filosofia. Sempre temendo, naturalmente, l&#8217;alterigia, la supponenza dell'&#8221;arido vero&#8221;, ma fortemente percependo l&#8217;irrinunciabilità di tale propensione.<br />
Ma la vera ragione per cui mi sono indotto ad accostare i due poeti che più ho amato nella mia giovinezza, concerne l&#8217;assoluta onestà intellettuale di entrambi, che impedisce loro di abbracciare surretiziamente un credo metafisico. (Continua, domenica prossima).</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/06/keats-e-leopardi-i-parte/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-28 00:02:30 by W3 Total Cache
-->