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	<title>pacifismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;attualità di Alexander Langer</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/08/08/alexander-langer-costruttore-di-ponti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Aug 2024 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Boato </strong>  <br />“La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? Lentius, profundius, suavius, al posto di citius, altius, fortius. La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Boato</strong></p>
<p><strong><span style="font-weight: normal;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-108958" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744.jpg" alt="" width="350" height="541" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744.jpg 458w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744-150x232.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744-300x464.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/1744-272x420.jpg 272w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></span></strong></p>
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<p><em>A 29 anni della sua scomparsa, pubblichiamo questa introduzione di Marco Boato a Alexander Langer, apparsa con il titolo &#8220;Chi era Alexander Langer, l’uomo delle virtù verdi&#8221;, il 09.08.2023 su l&#8217;Unità (NdR)</em></p>
<p><strong><span style="font-weight: normal;">Alexander Langer</span></strong> è morto per scelta volontaria il 3 luglio 1995. Oltre un quarto di secolo dopo, la sua figura continua a segnare in modo emblematico la storia dell’ecologismo politico italiano ed europeo, ma non solo. Scomparso a 49 anni, molte sue intuizioni sono rimaste di una attualità sorprendente, molte sue iniziative sono ancora oggi vive e vitali, la sua eredità spirituale, culturale e politica è ormai patrimonio comune di intere generazioni, anche di quelle più giovani, che non l’hanno conosciuto di persona, ma ora stanno imparando a conoscerlo attraverso i suoi innumerevoli scritti e le sue testimonianze. Ne ho dato conto nel mio libro Alexander Langer. Costruttore di ponti (La Scuola-Morcelliana, Brescia, 2015).</p>
<p><strong>“Ecopax”</strong><br />
Alexander Langer è stato davvero un “costruttore di ponti”: tra etnie e gruppi linguistici, tra identità ideologiche diverse, tra le differenze di genere, tra partiti e società, tra Nord e Sud e tra Est e Ovest del mondo, tra gli umani e la natura, tra la pace e l’ecologia (Ecopax, appunto). In alternativa agli ideologismi astratti si è fatto promotore di “utopie concrete”; rifiutando ogni forma di fondamentalismo si è fatto sostenitore della “conversione ecologica”; superando i muri delle barriere etniche si è fatto protagonista e artefice della “convivenza”; di fronte alla disperazione e al catastrofismo ha cercato di essere “portatore di speranza” ed anche “costruttore di pace”.<br />
Nel Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica ha scritto “dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”: la sintesi migliore di come Langer concepiva il suo rapporto con i conflitti e con le barriere etniche, politiche e ideologiche.<br />
Nel suo testo più sistematico sulla “conversione ecologica”, ha affermato in particolare: “La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? Lentius, profundius, suavius, al posto di citius, altius, fortius. La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta”. Una correzione di rotta oggi più attuale e necessaria che mai, di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici.</p>
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<div id="google_ads_iframe_/5966054,22668127196/Unita_it/Unita_it_Intext_0__container__"><strong>Le “virtù verdi”</strong><br />
Pochi mesi dopo il primo ingresso dei Verdi nel Parlamento italiano – quando lui era ancora consigliere regionale/provinciale nel suo Trentino-Alto Adige/Südtirol, mentre nel 1989 sarebbe stato eletto per la prima volta nel Parlamento europeo, diventando subito dopo co-presidente del Gruppo Verde europeo -, nell’agosto 1987 Langer tenne una conferenza in Trentino per il gruppo de “La Rosa Bianca” (in ricordo dei giovani anti-nazisti cattolici di Monaco di Baviera), che volle intitolare Un catalogo di virtù verdi. “La prima di queste virtù che voglio richiamare è la consapevolezza del limite. Sicuramente da questo punto di vista la presa di coscienza verde tende anche ad invertire un paradigma culturale egemone almeno negli ultimi due-tre secoli, nel corso dei quali si è affermata per ragioni economiche, ma anche per ragioni culturali, la linea del «tutto quello che si può fare, si fa»”.<br />
Così Langer iniziava la sua lezione, e proseguendo: “Da questo punto di vista, la logica del continuo accrescimento, questa logica a spirale espansionistica («produrre di più, consumare di più, dominare di più, controllare di più, regolamentare di più») è una logica che oggi è sicuramente in crisi e non solo perché le risorse ad un certo momento si mostrano finite e quindi limitate”.<br />
Questa sua riflessione risale a 36 anni fa, ma è ancora oggi – anzi, oggi ancor più di allora – di straordinaria attualità, tanto più nella fase storica in cui la questione dei cambiamenti climatici si interseca con la drammatica crisi economico-sociale. E continuava: “Credo però che una virtù «verde», da questo punto di vista, è quella della auto-limitazione e in particolare della rinuncia a tutto ciò che in qualche modo provoca conseguenze irreversibili generali”.</div>
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<div><strong>Conversione ecologica</strong></div>
<div>Dopo la “consapevolezza del limite” e quindi l’“auto-limitazione”, Langer aggiunge un’altra riflessione: “Credo che una delle virtù «verdi» praticabili possa essere quella del pentimento, dove per pentimento intendo l’atteggiamento di chi ha sperimentato l’eccesso, la trasgressione, la violazione e se ne rende conto”. Langer non ha in proposito un approccio fondamentalista, ed è consapevole della complessità di questo monito: “Da questo punto di vista, la nostra civiltà (in particolare l’Europa, l’America, il Giappone, l’industrialismo trionfante e imperante oggi) non può far finta semplicemente di tornare alla natura e sicuramente non può neanche arrestare di colpo la logica di sviluppo e di crescita”. Tuttavia aggiunge: “Ma è possibile forse un atterraggio morbido, rispetto al quale c’è molto da lavorare”.A questo punto Langer introduce un tema, quello della “conversione ecologica”, che poi ritornerà in molti altri suoi scritti degli anni successivi, e che, quasi trent’anni dopo, troveremo ripreso esplicitamente nella Laudato si’ di papa Francesco del 2015: “Questo atteggiamento che chiamavo di pentimento, o forse di tendenziale conversione ecologica, è sicuramente una virtù «verde» importante. La conversione non è solo un termine spirituale (lo è sicuramente in modo molto forte), ma è anche un termine produttivo, un termine economico”.<br />
Langer a questo proposito mette in connessione l’aspetto culturale, etico ed anche spirituale, con la dimensione economica e sociale: “Riconvertire o convertire la nostra economia, la nostra organizzazione sociale verso rapporti di maggiore compatibilità ecologica e di maggiore compatibilità sociale, di minore ingiustizia, di minore divaricazione sociale, di minore distanza tra privilegi da una parte e privazioni dall’altra, è certamente una virtù «verde»”.</div>
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<div><strong>Obiezione di coscienza</strong><br />
Anche ispirandosi alla lezione drammatica del gruppo giovanile della “Rosa Bianca” nella lotta nonviolenta contro il nazismo (che costò la vita ad alcuni di loro), a quelle già richiamate Langer aggiunge una ulteriore proposta: “Un’altra virtù «verde» che vorrei richiamare è l’obiezione di coscienza. Lo faccio con particolare convinzione ed emozione in un ambiente che si richiama alla «Rosa Bianca».<br />
Nella riflessione di Langer è sempre presente il richiamo non solo alla responsabilità collettiva, delle forze politiche e dei movimenti, ma anche a quella personale, di ciascun individuo chiamato in causa direttamente: “Sempre più oggi ci troviamo di fronte, per esperienza quotidiana di tanti, a dei meccanismi talmente perfezionati, talmente onnicomprensivi e totalitari, che effettivamente non basta lottare perché cambi il sistema (cosa di cui non disconosceremo l’importanza fondamentale), ma occorre anche rifiutare di apportare il proprio contributo anche coattivo, anche estorto con la legge e a volte anche con la violenza un po’ oltre la legge, che ci farebbe essere dei pezzetti di un ingranaggio”. In queste sue parole si ascolta l’eco lontana della lezione di Gandhi ed anche, in Italia, di Aldo Capitini e del movimento nonviolento, a cui Langer si è sempre più ispirato a partire dai primi anni ’80 del secolo scorso.</div>
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<div><strong>Una forte spinta etica</strong><br />
Ma già nel 1987 Langer anticipava questa sua convinzione in questi termini: “Da questo punto di vista, credo che occorra una forte spinta etica in positivo, non solo la paura di non farcela a sopravvivere, ed anche una dimensione percepibile, una dimensione visibile, entro la quale l’equilibrio ecologico ha un senso che un po’ tutti possono condividere e verificare”. In questa prospettiva della responsabilità ecologica e della partecipazione democratica, si collocano le riflessioni conclusive di Langer nella relazione del 1987: “Se non si trova una dimensione in cui la ragione ecologica possa coniugarsi con la democrazia, allora probabilmente le virtù di cui parlavo prima rischiano di essere un nobile e minoritario esercizio di ascesi ecologica, un nobile esercizio di solidarietà, ma un esercizio probabilmente non in grado di invertire la tendenza, o per lo meno di rallentare o arrestare il degrado, cosa che d’altra parte vorremmo tentare di fare”.<br />
È questo un monito verso un futuro sostenibile che vale pienamente ancora oggi, a tanti anni di distanza da quando fu formulato per la prima volta. La lezione di Alexander Langer è ancora pienamente attuale, anche per affrontare la crisi climatica e l’emergenza economico-sociale, che attraversano su scala planetaria la drammatica realtà attuale.</div>
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		<item>
		<title>Dialogo su pacifismo e non-violenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/03/30/dialogo-su-pacifismo-e-non-violenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2023 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adriano sofri]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> In tanta furia di dibattiti, i dialoghi si sono fatti rari. Questo di Filippo La Porta e Luca Cirese tratta di una questione che è tornata ad assillarci oggi, in quanto spettatori di una guerra in corso alle porte dell'Europa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo è apparso sul n° 334 di marzo/aprile de &#8220;l&#8217;immaginazione&#8221; ed è dedicato al libro di Filippo La Porta e Luca Cirese, <em>Perché non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, Castelvecchi, Roma, 2021].</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ci ha di colpo ricordato che l’imperialismo travestito da guerra umanitaria non è una prerogativa degli Stati Uniti e dei governi occidentali suoi alleati. Questo fatto non ha creato grandi sorprese nella lettura della guerra che hanno dato i principali organi d’informazione europei (filoatlantisti), ma ha sollevato, soprattutto in Italia, un dilemma nella sinistra. Di questo dilemma, un libro uscito nel settembre 2021, ossia cinque mesi prima dell’invasione russa – ha costituito una profetica espressione. Mi riferisco a <em>Non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto intergenerazionale su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, che raccoglie le voci di Filippo La Porta (classe 1952), critico e saggista, e quelle di Luca Cirese (classe 1988), giornalista e militante nonviolento.</p>
<p>Il titolo è per certi versi ingannevole soprattutto per il suo carattere assertivo e non d’interrogazione diretta, in quanto, nei fatti, lo scambio tra i due autori si svolge intorno all’esistenza o meno di clausole limitative dell’atteggiamento nonviolento in un’ottica pacifista e di condanna della guerra nelle sue varie forme. In estrema sintesi, il pacifismo è necessariamente sempre nonviolento? Posta in questi termini – che sono quelli che interessano La Porta e Cirese nel corso del loro dialogo –, si capisce bene come una tale questione sia emersa proprio all’interno della sinistra e del campo pacifista all’inizio di questa guerra. Ricorderò solo, a questo proposito, uno scambio avvenuto tra Adriano Sofri e Lea Melandri, intorno all’attitudine da prendere nei confronti della resistenza ucraina. Anche qui si è trattato di un dialogo (uno scambio epistolare pubblico) dove si poneva, in forma di dilemma morale, la questione delle clausole limitative nei riguardi di una presa di posizione radicalmente nonviolenta.</p>
<p>Il vero pregio del libro di La Porta e Cirese è illustrato, in realtà, nel suo sottotitolo: si parla di “dialogo”, e non di dibattito, e si parla di “tema cruciale del nostro agire pubblico”, ossia dell’impegno nei confronti della pace che non può non essere collettivo e riguardare tutti. I dialoghi veri si sono fatti assai rari, perché sul piano mediatico (sia mass-media tradizionali sia social) trionfa il dibattito, ossia il trattamento di un tema attraverso la giustapposizione di posizioni, che si presentano come merci nel mercato dell’opinione, tra cui il telespettatore e l’utilizzatore dei social debbono “liberamente” scegliere. Il dibattito, insomma, si basa sulla logica della comunicazione pubblicitaria: testimonial di diversi prodotti si affrontano per la conquista dei consumatori, posti come pubblico “esterno” alla scena. Il dialogo funziona su tutt’altre premesse ideologiche, come La Porta e Cirese ci insegnano. Innanzitutto, il dialogo – come il saggio, per altri versi – coinvolge non un portatore di opinioni, il veicolo di un’idea, ma una persona e la sua storia. Il suo terreno è quello esistenziale, non quello dell’astratta comunicazione di messaggi. Il tempo del dialogo è quello mutevole e evolutivo dell’esperienza, non quello della performance comunicativa (“chi è stato più convincente, in studio, stasera?”). Il dialogo, infine, nasce sempre da un interrogativo, ossia da un dubbio o un’indeterminatezza parziale o, in ogni caso, da un desiderio di confrontarsi con l’altro, e quindi di ascoltarlo nelle <em>sue </em>ragioni. Già per questo motivo, il breve “dialoghetto intergenerazionale” (una settantina di pagine) è ampiamente raccomandabile. A questa virtù, si aggiunge poi quella – anche qui saggistica – della digressione. E La Porta, in questo, eccelle, evocando Aldo De Capitini, Simone Weil, Guido Viale, John Belushi, Dante, Taika Waititi, regista di <em>Jojo Rabbit</em>, ma anche il Vietnam, la Resistenza, la guerra civile spagnola. Questa mobilità di sguardo, adottata con naturalezza anche da Cirese, blocca qualsiasi tentativo di argomentazione lineare, per costringerci a sottoporre senza sosta i nostri principi a controesempi o a situazioni ambigue, paradossali. Nonostante l’andamento sinuoso, il dialogo non sfocia in una sospensione del giudizio, ma ribadisce il dilemma di partenza, avendolo però arricchito di pensiero ed esempi storici, fornendogli insomma più spessore, ma anche, inevitabilmente, meno nettezza. E sono due esperienze che si confrontano, non due principi o due “opinioni politiche”: quello di una non-violenza intransigente e utopica, difesa da Cirese, e quella di un pacifismo che cerca di affermarsi, senza ignorare l’impossibilità di un’eliminazione totale dell’aggressività umana come costante socio-biologica o i contesti eccezionali che legittimano forme di violenza difensive, nel caso di La Porta. Entrambi gli autori, però, riconoscono che vi è un lavoro interminabile da fare su di sé, individualmente e collettivamente, per respingere innanzitutto ogni cultura più o meno compiacente con la violenza, affinché la guerra stessa diventi un tabù, anche quando è fatta al di fuori delle nostre frontiere e per ragioni che si pretendono “umanitarie”.</p>
<p>*</p>
<p>Foto tratta da “Courrier international” (24/8/22)</p>
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		<title>La guerra alla guerra di Leonhard Frank</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/leonhard-frank-e-la-guerra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[I mutilati di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[L'uomo è buono]]></category>
		<category><![CDATA[Leonhard Frank]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[pacifismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Leonhard Frank (con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo) La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonhard Frank</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/leonhard-frank-e-la-guerra/frank_cover_def_luomo-e-buono-1_rid/" rel="attachment wp-att-49696"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49696" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg" alt="frank_cover_def_l'uomo è buono (1)_rid" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid.jpg 425w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><em>(con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo)</em></p>
<p>La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due volte più lungo che largo, e dal tetto così basso che il capitano medico, nel suo lungo camice operatorio irrigidito da tutto il sangue umano vecchio e nuovo, può toccare il soffitto con il palmo della mano.</p>
<p>“Un cinema non potevano mettercelo, qui. No, un cinema no”, continua a venirgli in mente. Perché, in fin dei conti, tutte le sue aspirazioni si concentrano nell’unico, inesauribile desiderio di potersi sedere di nuovo in pace in un cinema.</p>
<p>Sul pavimento di lastre di pietra, un pagliericcio accanto all’altro. Su ogni pagliericcio un uomo; su ogni pagliericcio, quello che di un uomo rimane, coperto fin su al mento.</p>
<p>Le mani segate via, le braccia, i piedi, le gambe, galleggiano nel sangue tra ovatta e pus, in una tinozza trasportabile che viene svuotata ogni sera, alta un metro e larga due, posta accanto alla porta nell’angolo. Ordine impeccabile. Non c’è una pagliuzza nelle corsie laterali larghe appena venti centimetri né nella corsia di mezzo. Cinque file di pagliericci.</p>
<p>Il tavolo operatorio coperto di latta zincata sta nella corsia di mezzo.</p>
<p>Si chiudono le finestre. E tre minuti dopo, la macelleria è di nuovo pregna di quel miasma greve e caldo di ferite purulente, cancrenose, di pus, di sangue rappreso, di sudore di morte, di esalazioni del dolore, di acido fenico e di lisoformio, così che a un uomo sano e forte, abituato all’aria fresca, entrando, dopo un minuto girano i colori davanti agli occhi e vacilla il terreno sotto i piedi. Nella cucina del macellaio, poco dietro il fronte, si prestano i primi soccorsi. Rapidamente. Non si perde un istante. Qui si amputa. Nella cucina del macellaio, direttamente dal campo di battaglia, vengono trasportati i feriti che necessitano amputazioni. L’attesa di un quarto d’ora può significare la morte.</p>
<p>Gli amputati che non sono svenuti non dormono, eppure giacciono immobili, completamente inerti e muti, due bulbi febbrili e lucenti nel volto, sono perduti, e già se ne vanno ondeggiando.</p>
<p>Gli altri urlano, si tirano su, si piegano e si contorcono, piangono come gattini appena nati, ridono nel delirio della febbre oppure muovono i corpi mutilati lentamente, ma senza interruzioni.</p>
<p>La vita dei più fortunati si compone di un continuo svenire e tornare in sé e svenire di nuovo. E la puzza stagnante contribuisce. Non c’è molta luce nella cucina del macellaio.</p>
<p>Il capitano medico, dopo una o al massimo due amputazioni deve uscire all’aria aperta perché la sega o il coltello non gli cadano di mano durante l’amputazione seguente.</p>
<p>Ogni giorno vengono portati fuori da quattro a sei morti. Paglia fresca, lenzuola fresche. Feriti freschi. Non una pagliuzza nelle corsie. Ordine. La tinozza nell’angolo si riempie. E la sera, alle sei, puntualmente, viene svuotata.</p>
<p>I pagliericci stanno perfettamente allineati uno accanto all’altro.</p>
<p>Il capitano medico sega.</p>
<p>Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione.</p>
<p>– La mia gamba! È la mia gamba. La mia! La mia gamba! – Prima grida che gli ridiano la gamba, poi implora: – Dammela. Per favore, dammela. Dalla a me.</p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Remarque, in &#8220;Niente di nuovo sul fronte occidentale&#8221; è sciroppo di lamponi in confronto a &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221;</em></p>
<p><em>                                                                                                                                                                         F. Glauser</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In Europa ci sono due uomini, Barbusse e Frank, che provocano questo fenomeno, meraviglioso e terribile, di simpatia umana. Fanno sì che uomini e donne che vivono in luoghi molto differenti possano comprendersi nella distanza, perché si riconoscono uguali nello scrittore: uguali nei loro impulsi, nelle speranze, negli ideali.</em><br />
<em>                                                                                                                                                                            Roberto Arlt</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(La breve biografia di Frank nel risvolto di copertina del volume, molto ben curato: &#8220;Nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Alvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato neicampi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabiliscea Hollywood, scrive per la Warner Bros. E frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.&#8221;)</em></p>
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		<title>La mia sconfitta, la nostra salvezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 16:29:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Farid Adly Vivo questi momenti con angoscia. Sono convinto antimilitarista, pacifista e nonviolento. Vivo la guerra libica come una sconfitta personale. La mia generazione di libici è fallita. Non abbiamo fatto abbastanza per sconfiggere politicamente la dittatura gheddafiana. L&#8217;opposizione era frantumata in mille rivoli, dai monarchici fino ai socialisti, ma tutti regolarmente all&#8217;estero e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Farid Adly</strong></p>
<p>Vivo questi momenti con angoscia. Sono convinto antimilitarista, pacifista e nonviolento.<br />
Vivo la guerra libica come una sconfitta personale. La mia generazione di libici è fallita. Non abbiamo fatto abbastanza per sconfiggere politicamente la dittatura gheddafiana. L&#8217;opposizione era frantumata in mille rivoli, dai monarchici fino ai socialisti, ma tutti regolarmente all&#8217;estero e uno contro l&#8217;altro. Perché all&#8217;interno del paese c&#8217;erano soltanto Abu Selim (eccidio di 1200 detenuti politici, nelle loro celle, il 26 Giugno 1996, del quale ha parlato nel 2009 solo il manifesto) oppure le esecuzioni in pubblico negli stadi. Non abbiamo avuto sufficiente voce per farci sentire e, forse, anche il mondo non ci aveva dato ascolto, perché gli orecchi dei grandi erano tappate da cerotti di petrolio e dalla carta moneta delle commesse di armamenti.<span id="more-38555"></span><br />
Perché considero giusta la richiesta della No Fly Zone, da parte del Consiglio Nazionale Transitorio Libico (Cntl)? Perché era l&#8217;unica strada per la salvezza dei giovani libici che hanno dato avvio a questa rivoluzione, a questa resistenza. Il Cntl non ha chiesto &#8211; e lo ha ribadito anche nella giornata di lunedì 21 &#8211; bombardamenti sulla residenza di Gheddafi a Bab Azizie per ucciderlo. «Destituire Gheddafi è un compito nostro e lo faremo mobilitando il nostro popolo in questa resistenza formidabile che unisce tutto il paese», ha detto l&#8217;avvocato Abdel Hafeez Ghouga. È un diritto sacrosanto alla sopravvivenza!<br />
È, parimenti, diritto dei miei compagni pacifisti italiani dichiararsi contrari all&#8217;intervento delle potenze occidentali, ma non mettano in campo ragioni che riguardano la nostra ricchezza petrolifera o il concetto di sovranità nazionale. Non ho dubbi che Stati uniti, Francia e Gran Bretagna non sono lì a difendere il mio popolo. Non ci sono guerre umanitarie, come ha scritto giustamente Tommaso Di Francesco. Lo so che sono lì per il petrolio e per le commesse future. La ridicola polemica tra Francia e Italia sul commando della missione dimostra ampiamente questo occhio rivolto al petrolio e rischia di allungare la vita al dittatore. Vi ricordo però che il petrolio ce l&#8217;avevano sotto il loro controllo anche prima. Non hanno organizzato loro la rivolta in Libia. Per loro sarebbe stato meglio se fosse rimasto tutto come prima, quando ballavano coi lupi.<br />
Un discorso a parte per il miliardario ridens. Ha fatto ridere i polli e ha trascinato l&#8217;Italia in una situazione ridicola. Un giorno diceva una cosa e l&#8217;altro sostieneva il contrario. Ha superato se stesso quando la mattina ha detto che Gheddafi è tornato in sella e poi la sera, dopo che ha capito le intenzioni del Consiglio di sicurezza dell&#8217;Onu, ha cambiato idea per dire: «Gheddafi non è più credibile».<br />
A Torino poi, dopo l&#8217;avvio della campagna militare alla quale partecipa l&#8217;Italia, ha cambiato ancora bandiera, dando credito al colonnello.<br />
I compagni dell&#8217;Arci e della Tavola della Pace hanno ragione a chiedere che l&#8217;Italia non abbia un ruolo attivo nei bombardamenti. C&#8217;è una doppia ragione che consiglia ciò. La posizione altalenante di Berlusconi e Frattini è un dato che consiglia prudenza, ma la ragione più forte è un&#8217;altra: l&#8217;Italia è stata una potenza coloniale in Libia, quest&#8217;anno ricorre il centenario dell&#8217;aggressione italiana al suolo libico (avete visto qualche cerimonia per ricordarlo?) e questo trascorso militare (i primi bombardamenti aerei in assoluto nella storia militare sono avvenuti a Kofra da parte di un aviatore italiano), consiglia di astenersi completamente dal bombardare il territorio libico da parte dell&#8217;aviazione militare italiana.<br />
L&#8217;Italia, se intende rimettere i rapporti con il popolo libico sul binario giusto, dedichi qualche piazza a Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica, proposta che avevo avanzato proprio sulle pagine del Manifesto, oltre 10 anni fa, ma caduta nel dimenticatoio anche da parte del compagno(?) Veltroni, allora sindaco di Roma.<br />
Se il governo italiano ha fatto una brutta figura, peggio hanno fatto certi opinionisti, attaccati a concetti ideologici, dimenticando la resistenza italiana contro il regime fascista e contro la repubblichina di Salò. Ecco, Gheddafi per noi libici rappresenta quello e i nostri ragazzi sono i nuovo partigiani. In questi momenti, i democratici di Tripoli vivono lo stesso sentimento di quei partigiani di Milano che lottavano per la liberazione in una città sotto le bombe degli alleati.<br />
Noi vogliamo la libertà e mettere finire alla tirannia, scrivere una costituzione e scegliere, in elezioni libere, chi governerà la Libia. Questo processo è guidato da magistrati, avocati, medici, ingegneri e cosa sento e leggo? Che la Libia è abitata da beduini. Si sono dimenticati che la Libia nel 1804 ha sfidato e sconfitto gli Stati Uniti, freschi freschi di indipendenza (Professor Giuseppe Restifo, «Quando gli americani scelsero la Libia come nemico» Armando Siciliano Editore).<br />
Non so se questo dice qualcosa a certi «signoroni» opinionisti italiani. Alcuni arrivano a ripetere cliché retaggio del colonialismo culturale, dimostrando ignoranza della realtà libica.<br />
Noi oggi siamo protagonisti e vogliamo chiudere con il dittatore. Ben vengano tutte le proposte di mediazione internazionale, come quella del presidente della Bolivia Evo Morales, per arrivare, per via pacifica, alla cacciata del sanguinario despota.</p>
<p>&#8220;Il Manifesto&#8221;, 24.3.2011</p>
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		<title>Una modestissima cosa. Collage per Howard Zinn (1922 – 2010)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 07:59:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Luca Lenzini 1. Quando, nel dicembre 2009, Barack Obama ritirò a Oslo il Premio Nobel per la Pace, nel discorso di accettazione(1) non mancò di notare – e lo fece in esordio, senza tanti preamboli – che il fatto di avergli assegnato quel premio poteva, per più ragioni, sollevare legittimi dubbi. In primo luogo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><strong>1.</strong> Quando, nel dicembre 2009, Barack Obama ritirò a Oslo il Premio Nobel per la Pace, nel discorso di accettazione(1) non mancò di notare – e lo fece in esordio, senza tanti preamboli – che il fatto di avergli assegnato quel premio poteva, per più ragioni, sollevare legittimi dubbi. In primo luogo, osservò, egli era all’inizio, e non alla fine, del suo impegno «sul palcoscenico del mondo», perciò a confronto con i risultati ottenuti da «giganti della storia» come Schweitzer, King, Marshall o Mandela, che avevano anch’essi ricevuto il Premio Nobel per la Pace, i propri meriti erano poca cosa. Il secondo motivo, «forse più profondo», era dato dall’essere egli Comandante in capo dell’esercito e non dell’esercito di una nazione qualsiasi, bensì di una nazione impegnata in due guerre. Guerre diverse tra loro, ma in ogni caso: « … siamo in guerra, ed io sono responsabile dello spiegamento di migliaia di giovani americani che combattono in terre lontane. Di essi qualcuno ucciderà. Qualcuno sarà ucciso.»<br />
<span id="more-31775"></span><br />
Nel prosieguo del discorso Obama richiamò il concetto di “guerra giusta”, osservando che «vi sono momenti in cui le nazioni – a livello singolo o collettivo – si troveranno a giudicare l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato». Nel dir questo, aggiunse, non dimenticava quanto aveva dichiarato, proprio in occasione del Nobel, Martin Luther King: «La violenza non porta mai una pace duratura. Non risolve i problemi sociali: ne crea soltanto di nuovi e più complicati»; ma, quanto a sé, pur riconoscendo di esser lui stesso, Barack Obama, una prova vivente dell’efficacia delle battaglie di King e della «forza morale della non-violenza», nondimeno come capo di stato – precisò – non poteva assumere a guide esclusive uomini come King o Gandhi, rimanendo inerte di fronte alle minacce rivolte al popolo americano. Insomma, «For make no mistake: evil does exist in the world» (non sbagliamoci: il male esiste, nel mondo.)<br />
L’esempio portato da Obama per illustrare la “guerra giusta” è quello della Seconda Guerra mondiale. A questo proposito, è da citare quanto, in una conferenza tenuta agli studenti del Massachusetts College of Art di Boston, appena un mese dopo l’attacco alle Torri Gemelle, ebbe a dire Howard Zinn, lo storico americano autore di <em>A People’s History of United States</em>(2) , da poco scomparso:</p>
<p>&#8220;Ricordiamo che la Seconda Guerra Mondiale fu la “guerra giusta” per antonomasia. Quando io stesso ero in guerra, però, non riuscivo a capire la distinzione tra guerre giuste e guerre ingiuste. Una volta una studentessa scrisse nel suo tema: “Le guerre assomigliano al vino. Ci sono annate buone e annate cattive. Ma la guerra non è come il vino. È come il cianuro. Una goccia e sei morto”.&#8221;(3)</p>
<p>Zinn concluse il suo discorso a Boston con i versi di Daniel Berrigan: <em>In loving memory – Mitchell Snyder</em>. Nel corso della conferenza aveva ricordato altri artisti americani per l’impegno contro la guerra: da E.E. Cummings (<em>I sing of Olaf glad and big</em>) a Dalton Trumbo (<em>E Johnny prese il fucile</em>), da Eugene O’Neill a Joseph Heller (<em>Comma 22</em>), Kurt Vonnegut (<em>Mattatoio n. 5</em>), Bob Dylan (<em>Masters of War</em>). E poiché la memoria della strage e il dolore per quanto avvenuto a Manhattan erano allora vivissimi, in quell’ottobre 01, ma già altrettanto chiare le intenzioni del governo americano in carica quanto alla reazione, egli avvertì:</p>
<p>&#8220;Non possiamo rispondere a un atto terroristico con la guerra, poiché in questo modo stiamo commettendo lo stesso tipo di azione dei terroristi. Quella mentalità ragiona in questo modo: “sì, sono morti degli innocenti, peccato. Ma è stato fatto per un fine importante. Si è trattato di ‘effetti collaterali’.  Gli ‘effetti collaterali’ sono accettabili se facciamo qualcosa di importante”. Questo è esattamente il modo in cui i terroristi giustificano le loro azioni. Ed è lo stesso modo in cui lo fanno le nazioni. Vorrei che tutti noi riflettessimo con attenzione e chiarezza. Perché se ci uniamo a sostegno di azioni che renderanno il mondo ancora più pericoloso di quanto non lo sia ora, ci pentiremo di essere rimasti in silenzio e di non aver levato le nostre voci di cittadini per chiedere: “non sarebbe meglio tentare di risolvere questo problema alle sue radici? È giusto rispondere alla violenza con la violenza?”(4)&#8221;</p>
<p><strong>2.</strong> Sulla prima pagina di un quotidiano italiano l’11 dicembre 2009, il giorno dopo il conferimento del Nobel al Presidente americano, è apparso un commento intitolato <em>Il soldato riluttante</em>, a firma di Vittorio Zucconi. Nell’articolo si fa riferimento al passaggio del discorso di Obama sulla “guerra giusta”: «Per la nobile sensibilità del pacifista – è il commento di Zucconi – quella fra “giusta” e “ingiusta” è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell’uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l’ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente, e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito. » Così conclude l’articolo:</p>
<p>&#8220;Obama è l’uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata. È il leggendario “Sergente York” interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato.&#8221;</p>
<p>Merita attenzione, nel pezzo di Zucconi, la contrapposizione tra<em> sensibilità</em> e <em>responsabilità</em>; ma anche e soprattutto la citazione, compendiata nell’immagine del <em>soldato riluttante</em>, del film di Howard Hawks, <em>Sergeant York</em>. È qui implicito un parallelismo tra Pearl Harbour e Twin Towers, ricorrente nei media. Il film di Hawks si ispirava alla figura di Alvin York (1886-1961), caporale dell’82a Divisione dell’esercito americano sul fronte delle Argonne nell’ottobre 1917,  che da solo catturò 132 prigionieri e rese inoffensive 35 mitragliatrici tedesche: figura leggendaria e, per gli americani, «il più grande eroe della prima guerra mondiale», come ha ricordato, dando notizia del ritrovamento (nel 2006, dopo lunghe ricerche) dei bossoli sparati da York sulla collina di Chatel-Chehery, il «Corriere della sera (6)». L’articolo del «Corriere» annotava inoltre, in quell’occasione:</p>
<p>&#8220;Nel 1940, quando l’America si interrogava se entrare o no in guerra contro la Germania di Hitler, alla Casa Bianca si ricordarono del sergente York. Nacque l’idea di un film. Il regista Howard Hawks si mise all’opera con il grande Gary Cooper nelle vesti del sergente York e la dolce Joan Leslie nel ruolo della fidanzata. Ne venne fuori un’opera di straordinaria propaganda, con il buon contadino che non vorrebbe uccidere, ma si convince a usare le armi per evitare guai maggiori, per combattere contro il male, per salvare la libertà. Gli americani uscivano dalle sale cinematografiche convinti che la guerra è una cosa morale se serve a rimettere ordine e a portare giustizia. Così, dopo l’attacco di Pearl Harbor, l’opinione pubblica era pronta a entrare in guerra. C’è sempre una missione per la superpotenza, c’è sempre bisogno di un sergente York che salvi i buoni e castighi i cattivi: quando Bush ha mandato i soldati in Iraq ha indicato come scopo dell’invasione la necessità di abbattere il tiranno e portare democrazia.&#8221;</p>
<p><strong>3.</strong> «Evil does exist in the world», dice Obama. Zucconi, da parte sua, ci rammenta il «calvario della storia umana». Un’altra finezza gnomica è quella pronunciata da Robert McNamara nel film-documentario di Erroll Morris <em>The fog of war. Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara</em> (2003), quando all’intervistatore che poco prima aveva ricordato il numero dei soldati americani e dei civili morti in Vietnam, sentenzia: «You can’t change human nature». </p>
<p>Nel luglio del 2009, quando McNamara morì, Howard Zinn partecipò a un dibattito televisivo sulla sua figura complessiva e sul suo lascito come Segretario alla Difesa con Kennedy e Johnson. Questo fu allora il suo intervento(7) :</p>
<p>&#8220;Beh, nel valutare la sua eredità, mi sembra che una delle cose su cui dovremmo riflettere è che McNamara rappresentava tutte quelle qualità superficiali di brillantezza, intelligenza e istruzione che, com’è noto, sono tanto ammirate e rispettate nella nostra cultura. Quest’idea dominante per cui i giovani di oggi sono giudicati in base al punteggio nei test, a quanto sono brillanti, a quante informazioni possono assimilare, restituire e tenere a mente: era questo in cui eccelleva McNamara. Certo: era brillante, era abile. Ma non aveva intelligenza morale.&#8221;</p>
<p>Quanto al lascito, Zinn aggiunse qualche altra riflessione:</p>
<p>&#8220;Delle molte lezioni che possiamo imparare dall’esperienza di McNamara, quella che più mi colpisce è che noi dobbiamo smettere di ammirare e rispettare quelle qualità superficiali di brillantezza e abilità, e educare una generazione che pensi in termini morali, che possieda un’intelligenza morale e che non domandi “stiamo vincendo, o perdendo?”, ma: “È giusto? È sbagliato?” E McNamara non pose mai questa domanda, anche quando lasciò la carica di Segretario alla Difesa, anche quando decise … quando dovette dimettersi. E le sue dimissioni non si basavano sul fatto che la guerra era sbagliata. La ragione per cui lasciò era, invece, che non stavamo vincendo.</p>
<p>E venendo ai nostri giorni, cioè ai tempi di Obama:</p>
<p>&#8220;Purtroppo, l’attuale amministrazione è tuttora bloccata in questo tipo di concezione. Li ascolto quando parlano alla Casa Bianca e dintorni, Obama e gli altri, di vincere in Afghanistan, invece di chiedere, piuttosto: “È giusto essere in Afghanistan?”. […] Un’altra cosa su cui riflettere [in merito a McNamara] è il fatto che dopo aver deciso che bisognava lasciare il Vietnam, egli rimase in silenzio. Come sapete, se ne va in silenzio. Non va a parlare al resto del paese, a dire “Dobbiamo andarcene.” Non critica la guerra in corso, sia sotto la presidenza di Johnson che più tardi di Nixon. No, continua a starsene in silenzio, mentre la guerra continua. E questo è il tipo di cosa che non si può perdonare e di cui penso dovremmo molto seriamente preoccuparci.&#8221;</p>
<p>In linea con queste considerazioni, all’indomani della notizia del Nobel conferito a Obama Zinn osservò :</p>
<p>&#8220;Ho provato sgomento quando ho saputo che era stato dato il Premio Nobel per la pace a Barack Obama. È stato un vero shock pensare che a un presidente che porta avanti due guerre venga assegnato un premio per la pace; finché non ho rammentato che Woodrow Wilson, Theodore Roosevelt e Henry Kissinger ricevettero, tutti, il Nobel per la pace. Il comitato del Nobel è famoso per i suoi giudizi superficiali, per farsi conquistare da gesti di vuota retorica, e per ignorare clamorose violazioni della pace nel mondo.<br />
Sì, a Wilson si attribuisce il merito della Lega delle Nazioni – organismo inefficace, che nulla fece per prevenire la guerra. Ma egli bombardò la costa messicana, inviò truppe d’occupazione a Haiti e nella Repubblica dominicana, e portò gli Stati Uniti nel mattatoio della Prima guerra mondiale, che di certo quanto a guerre stupide e letali è in cima alla classifica.<br />
Certo, Theodore Roosevelt negoziò la pace tra Giappone e Russia. Ma era un guerrafondaio che prese parte alla conquista di Cuba, fingendo di liberare l’isola dalla Spagna ed in realtà soggiogandola agli Stati Uniti. E come Presidente guidò la sanguinosa guerra per sottomettere i Filippini, addirittura congratulandosi con un generale americano che aveva appena massacrato 600 inermi abitanti di un villaggio delle Filippine. Il Comitato del Nobel non dette il Premio a Mark Twain, che denunciò Roosevelt e criticò quella guerra, né a William James, allora a capo della lega anti-imperialista.<br />
Eccome, il Comitato ha ritenuto bene di dare un premio per la pace a Henry Kissinger, in quanto firmò l’accordo che poneva fine alla guerra in Vietnam, di cui era stato uno degli architetti. Kissinger, il quale di buon grado seguì Nixon nell’estendere la guerra, con il bombardamento dei villaggi di contadini vietnamiti, del Laos e della Cambogia. Kissinger, al quale calza a pennello la definizione di criminale di guerra, ha ricevuto un premio per la pace!<br />
Si dovrebbe dare un premio per la pace non sulla base delle promesse – come nel caso di Obama, uno che ne sa fare con eloquenza – ma sulla base degli effettivi risultati raggiunti per porre fine alla guerra, e Obama ha continuato a compiere azioni inumane e letali in Irak, Afghanistan e Pakistan.<br />
Il comitato del Nobel per la pace dovrebbe andarsene in pensione e devolvere le sue enormi risorse a qualche organizzazione internazionale per la pace non succube della retorica e dalla fama, e che abbia una qualche comprensione della storia.&#8221;</p>
<p><strong>4.</strong> Il forte accento pedagogico che caratterizza gli interventi di Zinn, e che ha un immediato riscontro nella chiarezza espositiva dei suoi libri, comporta necessariamente un versante polemico. Il suo leggere la storia e il presente deve passare attraverso l’erosione dei luoghi comuni, delle continue manipolazioni operate dai media, della mascheratura di interessi particolari fatti passare per generali (analoga funzione hanno i filosofemi con cui è ribadita l’antropologia perenne dell’<em>homo homini lupus</em>, tanto cara ai lupi). Nel 1999 Zinn disse di sé e del proprio mestiere di storico: «Non m’interessa soltanto la produzione di libri e non mi interessa soltanto tenere un corso dopo l’altro da cui usciranno persone di successo che occuperanno diligentemente il posto preparato per loro dalla società. Quello in cui dobbiamo essere impegnati – che siamo insegnanti o scrittori, cineasti, sceneggiatori, registi, musicisti, attori, qualunque cosa facciamo – non deve solo far sentire bene la gente e farla sentire unita, ma deve anche educare una nuova generazione per fare una modestissima cosa: cambiare il mondo».</p>
<p>Cambiare il mondo? La “sinistra” – quella televisiva democratica progressista di governo non estremista disincantata realista riformista adulta e responsabile &#8211; raccomanda il Sergente York come modello, il soldato riluttante, pacifista redento. Quanto all’educazione dei giovani, l’intima sua aspirazione è che essi divengano, finalmente, <em>smart and bright</em>, superando i test aziendali e entrando nel “numero chiuso” planetario. Che pertanto non si chiedano “è giusto?”, “è sbagliato?”, ma credano nelle <em>guerre umanitarie</em>, nelle missioni congiunte di democrazia e di pace (uno che alla storia guardava dalla parte di quelli che “stanno in basso” ha scritto: «Quando chi sta in alto parla di pace / la gente comune sa / che ci sarà la guerra. // Quando chi sta in alto maledice la guerra / le cartoline precetto sono già compilate(9).») Ma se essi, invece, vorranno imparare dalla storia, è all’intelligenza morale di un maestro come Zinn che dovranno rivolgersi.</p>
<p>*</p>
<p>Note:<br />
  1) Il discorso si legge in http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2009/obama-lecture_en.html<br />
  2) Trad. it. Storia del popolo americano. Dal 1492 ad oggi, Milano, Il Saggiatore, 2005. Sulla “guerra giusta” vedi anche l’intervento a Roma del 2003: http://it.peacereporter.net/articolo/3038/La+guerra+giusta<br />
Il sito dedicato a Zinn: http://howardzinn.org/default/<br />
  3) H. Zinn, Artisti in tempo di guerra, in Dissento. Storie di artisti in tempo di guerra, San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2005, p. 15<br />
  4) H. Zinn, Artisti in tempo di guerra cit., pp. 24-25.<br />
  5) «La Repubblica», a. XXXIV, n. 293, 11.12.2009, p. 45.<br />
  6) Marco Nese, Ritrovati i bossoli di York pacifista che beffò i tedeschi «Corriere della Sera», 13 novembre, 2006, p.2.<br />
  7)http://www.democracynow.org/2009/7/7/vietnam_war_architect_robert_mcnamara_dies<br />
  8) A «The Guardian», 10/10/09. http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2009/oct/09/nobel-peace-prize-war-obama<br />
  9) Bertolt Brecht, Quando chi sta in alto parla di pace, in Poesie di Svendborg (1938), traduzione di F. Fortini, Torino, Einaudi, 1976.</p>
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		<title>Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:04:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da Lorenzo Bernini il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco EGLBT (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di Lina Pallotta. &#8211; Jan Reister] Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. &#8211; Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26417" title="1-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg" alt="1-450" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “<a href="http://uguali.wordpress.com/">uguali</a>”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.<span id="more-26206"></span></p>
<p>Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.</p>
<p>Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.</p>
<p>In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come <a rel="nofollow" href="http://www.casapound.org">casa Pound</a>.</p>
<p>Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia,  “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26418" title="2-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg" alt="2-450" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>Il coordinamento di associazioni trans <a href="http://www.sylviarivera.org/">Sylvia Rivera</a>. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (<a href="http://www.mit-italia.it/">Movimento d’Identità Transessuale</a>)</em></p>
<p>Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia &#8211; sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.</p>
<p>Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.</p>
<p>Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.</p>
<p>È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall">una guerriglia urbana</a> che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.</p>
<p>Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.</p>
<p>La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.</p>
<p>Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò <a href="http://books.google.com/books?id=2cJ1zT70ucwC&amp;pg=PA57&amp;lpg=PA57&amp;dq=gianni+rossi+barilli+sanremo&amp;source=bl&amp;ots=yT1pv3BcD9&amp;sig=UdrPRef4gZDS1-DA0jiQIEZmGJo&amp;hl=it&amp;ei=djf0SrGAOJTSmgPE98W1Aw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=1&amp;ved=0CAgQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=&amp;f=false">“sono omosessuale e felice di esserlo”</a>. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26419" title="3-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg" alt="3-450" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><br />
<em> Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano</em></p>
<p>Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.</p>
<p>E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.</p>
<p>Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.</p>
<p>Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.</p>
<p>Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.</p>
<p><em><del datetime="2009-11-18T12:49:01+00:00">[intervento redazionale &#8211; JR]</del><br />
</em></p>
<p>Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.</p>
<p>Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.</p>
<p>Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.</p>
<p>Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.</p>
<p>È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.</p>
<p>Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wj_X2Tn6fyg">delle vere e proprie cacce alle trans</a> – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.</p>
<p>Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-26421" title="5-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg" alt="5-450" width="300" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.</p>
<p>Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.</p>
<p>Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.</p>
<p>A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.</p>
<p>In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.</p>
<p>La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26422" title="6-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg" alt="6-450" width="450" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><br />
<em> Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria</em></p>
<p>Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all&#8217;articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).</p>
<p>Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…</p>
<p>La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</p>
<p>Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.<br />
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.</p>
<p>Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull&#8217;odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.</p>
<p>A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26423" title="7-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg" alt="7-450" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><br />
<em> Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)</em></p>
<p>Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.</p>
<p>Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.</p>
<p>A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.</p>
<p>Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.</p>
<p>Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26424" title="8-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg" alt="8-450" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em> Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008<br />
</em></p>
<p>&#8212;</p>
<p>L’autore:</p>
<ul>
<li> Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault <a href="www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori</a></li>
<li> Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità.<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook</a></li>
<li> Intervista <a href="www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">arcigay</a></li>
<li> Intervista <a href="www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a></li>
<li><a href="www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love</a> &#8211; Podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</li>
<li><a href="http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=universication&amp;video=31995">universication</a> La7  (minuto 14:51)</li>
<li>Altri <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">articoli di Lorenzo Bernini</a> su Nazione Indiana.</li>
</ul>
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		<title>I pacifisti sono antiamericani?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/03/27/i-pacifisti-sono-antiamericani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Mar 2003 08:33:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[mieli]]></category>
		<category><![CDATA[pacifismo]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
		<category><![CDATA[saddam]]></category>
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					<description><![CDATA[di Raul Montanari “C’è un’obiezione alle manifestazioni pacifiste che definirei classica, alla quale non ho mai, dico mai, sentito dare l’unica risposta giusta.” Caro Mieli, le scrivo per sottoporle una brevissima considerazione su quello che mi sembra un anello mancante in molte discussioni sul pacifismo. C’è un’obiezione alle manifestazioni pacifiste che definirei classica, alla quale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>“C’è un’obiezione alle manifestazioni pacifiste che definirei classica, alla quale non ho mai, dico mai, sentito dare l’unica risposta giusta.”<br />
<span id="more-8"></span><br />
Caro Mieli, le scrivo per sottoporle una brevissima considerazione su quello che mi sembra un anello mancante in molte discussioni sul pacifismo. C’è un’obiezione alle manifestazioni pacifiste che definirei classica, alla quale non ho mai, dico mai, sentito dare l’unica risposta giusta. Quando, nei dibattiti televisivi, i sostenitori di questo come di altri interventi armati zittiscono i loro avversari rinfacciandogli di non essere mai scesi in piazza contro Saddam, perché tutti sembrano imbarazzati, come di fronte a un argomento vincente, e nessuno risponde la cosa più ovvia?</p>
<p>Scendere in piazza contro Saddam non avrebbe nessun senso, da parte degli occidentali. Cosa importa a Saddam o a qualsiasi altro dittatore asiatico o africano, se in piazza del Duomo si manifesta contro il suo regime? Il suo popolo verrà mai a saperlo? Le decisioni del suo governo muteranno, i suoi sgherri mitigheranno la propria ferocia? Invece è ovvio che i pacifisti manifestano contro chi li può stare ad ascoltare, cioè contro i governi che sono dalla loro stessa parte della barricata. Ed è altrettanto ovvio che queste manifestazioni hanno almeno ottenuto un risultato minimo: quello di accentuare, da parte di chi prende le decisioni anche a livello militare, l’attenzione ad agire verso obiettivi di ridotto impatto sui civili. Le manifestazioni servono almeno a dire: vi teniamo d’occhio. Non andate là a fare un macello, come se aveste alle spalle un muro compatto di gente che vi sostiene qualunque cosa possiate fare. Se la mia famiglia è in lite con un’altra famiglia e io vedo mio padre o mio fratello armare una doppietta per prendere a fucilate gli altri, cosa farò? Con chi potrò alzare la voce, gridare, per evitare un massacro? E’ chiaro che griderò con i miei parenti, che cercherò di fare ragionare quelli che stanno dalla mia parte; non avrebbe senso che andassi a questionare con gli altri: chi mi ascolterebbe? Quindi la scelta di manifestare contro Bush non è, in sé, espressione del tanto chiacchierato antiamericanismo; è semplicemente pertinente al problema.</p>
<p><em>“Corriere della Sera”, 26 marzo 2003.</em></p>
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