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	<title>paola del zoppo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La guerra alla guerra di Leonhard Frank</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[I mutilati di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[L'uomo è buono]]></category>
		<category><![CDATA[Leonhard Frank]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[pacifismo]]></category>
		<category><![CDATA[paola del zoppo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Leonhard Frank (con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo) La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonhard Frank</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/leonhard-frank-e-la-guerra/frank_cover_def_luomo-e-buono-1_rid/" rel="attachment wp-att-49696"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49696" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg" alt="frank_cover_def_l'uomo è buono (1)_rid" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid.jpg 425w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><em>(con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo)</em></p>
<p>La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due volte più lungo che largo, e dal tetto così basso che il capitano medico, nel suo lungo camice operatorio irrigidito da tutto il sangue umano vecchio e nuovo, può toccare il soffitto con il palmo della mano.</p>
<p>“Un cinema non potevano mettercelo, qui. No, un cinema no”, continua a venirgli in mente. Perché, in fin dei conti, tutte le sue aspirazioni si concentrano nell’unico, inesauribile desiderio di potersi sedere di nuovo in pace in un cinema.</p>
<p>Sul pavimento di lastre di pietra, un pagliericcio accanto all’altro. Su ogni pagliericcio un uomo; su ogni pagliericcio, quello che di un uomo rimane, coperto fin su al mento.</p>
<p>Le mani segate via, le braccia, i piedi, le gambe, galleggiano nel sangue tra ovatta e pus, in una tinozza trasportabile che viene svuotata ogni sera, alta un metro e larga due, posta accanto alla porta nell’angolo. Ordine impeccabile. Non c’è una pagliuzza nelle corsie laterali larghe appena venti centimetri né nella corsia di mezzo. Cinque file di pagliericci.</p>
<p>Il tavolo operatorio coperto di latta zincata sta nella corsia di mezzo.</p>
<p>Si chiudono le finestre. E tre minuti dopo, la macelleria è di nuovo pregna di quel miasma greve e caldo di ferite purulente, cancrenose, di pus, di sangue rappreso, di sudore di morte, di esalazioni del dolore, di acido fenico e di lisoformio, così che a un uomo sano e forte, abituato all’aria fresca, entrando, dopo un minuto girano i colori davanti agli occhi e vacilla il terreno sotto i piedi. Nella cucina del macellaio, poco dietro il fronte, si prestano i primi soccorsi. Rapidamente. Non si perde un istante. Qui si amputa. Nella cucina del macellaio, direttamente dal campo di battaglia, vengono trasportati i feriti che necessitano amputazioni. L’attesa di un quarto d’ora può significare la morte.</p>
<p>Gli amputati che non sono svenuti non dormono, eppure giacciono immobili, completamente inerti e muti, due bulbi febbrili e lucenti nel volto, sono perduti, e già se ne vanno ondeggiando.</p>
<p>Gli altri urlano, si tirano su, si piegano e si contorcono, piangono come gattini appena nati, ridono nel delirio della febbre oppure muovono i corpi mutilati lentamente, ma senza interruzioni.</p>
<p>La vita dei più fortunati si compone di un continuo svenire e tornare in sé e svenire di nuovo. E la puzza stagnante contribuisce. Non c’è molta luce nella cucina del macellaio.</p>
<p>Il capitano medico, dopo una o al massimo due amputazioni deve uscire all’aria aperta perché la sega o il coltello non gli cadano di mano durante l’amputazione seguente.</p>
<p>Ogni giorno vengono portati fuori da quattro a sei morti. Paglia fresca, lenzuola fresche. Feriti freschi. Non una pagliuzza nelle corsie. Ordine. La tinozza nell’angolo si riempie. E la sera, alle sei, puntualmente, viene svuotata.</p>
<p>I pagliericci stanno perfettamente allineati uno accanto all’altro.</p>
<p>Il capitano medico sega.</p>
<p>Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione.</p>
<p>– La mia gamba! È la mia gamba. La mia! La mia gamba! – Prima grida che gli ridiano la gamba, poi implora: – Dammela. Per favore, dammela. Dalla a me.</p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Remarque, in &#8220;Niente di nuovo sul fronte occidentale&#8221; è sciroppo di lamponi in confronto a &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221;</em></p>
<p><em>                                                                                                                                                                         F. Glauser</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In Europa ci sono due uomini, Barbusse e Frank, che provocano questo fenomeno, meraviglioso e terribile, di simpatia umana. Fanno sì che uomini e donne che vivono in luoghi molto differenti possano comprendersi nella distanza, perché si riconoscono uguali nello scrittore: uguali nei loro impulsi, nelle speranze, negli ideali.</em><br />
<em>                                                                                                                                                                            Roberto Arlt</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(La breve biografia di Frank nel risvolto di copertina del volume, molto ben curato: &#8220;Nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Alvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato neicampi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabiliscea Hollywood, scrive per la Warner Bros. E frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.&#8221;)</em></p>
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		<title>Heinz Czechowski – Vita e poetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 11:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Heinz Czechowski]]></category>
		<category><![CDATA[paola del zoppo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Del Zoppo Heinz Czechowski nasce a Dresda il 7 febbraio del 1935, figlio di un impiegato del fisco di origine polacca. Il contrasto avvertito tra il senso di pace e pienezza dell’infanzia e gli eventi traumatici legati alla guerra, al bombardamento di Dresda del 1945 e al dopoguerra segnano per sempre la sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Del Zoppo</strong></p>
<p>Heinz Czechowski nasce a Dresda il 7 febbraio del 1935, figlio di un impiegato del fisco di origine polacca. Il contrasto avvertito tra il senso di pace e pienezza dell’infanzia e gli eventi traumatici legati alla guerra, al bombardamento di Dresda del 1945 e al dopoguerra segnano per sempre la sua vita e la sua poesia. «Ancora oggi», racconta nella sua autobiografia scritta in età avanzata, «il quartiere in cui trascorsi la mia prima infanzia mi appare quasi paradisiaco. Mio padre andava a prendere la metropolitana di superficie per andare all’ufficio del fisco alla Marschnerstrasse, vestito elegantemente, mio fratello in bicicletta alla Annenschule. Mia madre e io salivamo sul tetto dell’edificio e salutavamo la silhouette della città immersa nella luce dorata».<span id="more-44231"></span> Nel ricordo, Dresda «era davvero identica a un quadro del Canaletto, la cui riproduzione era appesa nel corridoio»<a title="" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>. L’infanzia tranquilla, popolata da genitori affettuosi, un amato cucciolo e vicini di casa singolari e interessanti, vissuta in serena comunione con gli ambienti, la città e la natura («Il desiderio di natura di mio padre, forse eredità della sua provenienza dall’alta Slesia, dalle riviere di Pleβ, si esprimeva in lunghe passeggiate nella regione paludosa di Moritzburg, e ci portava fino a Röder, vicino Radeburg»<a title="" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>) si interrompe bruscamente e dolorosamente con lo scoppio della guerra, la partenza del padre e, soprattutto, il bombardamento e il rogo di Dresda. Proprio Dresda, come luogo fisico, come emblema della patria perduta e ferita, e quindi anche come rammarico dell’impossibile identità con se stessi, sarà per il poeta “il suo tema” oltre che una perenne fonte di ispirazione nelle sue diverse declinazioni<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, un tema che nasce dalla distruzione e dal bisogno di riacquistare una patria non solo fisica, uno shock che diventa vero stimolo alla creazione.</p>
<p>Alla fine della Seconda Guerra Mondiale porta a termine la formazione di grafico e pubblicitario. Fino al 1958 è attivo come disegnatore e aiuto rilevatore in uno studio di architettura. Nel 1958 pubblica la prima poesia, <em>Picasso: l’entreinte</em>, sulla rivista «Neue Deutsche Literatur», fondata dal Deutscher Schrifstellerverband, una delle riviste letterarie più importanti dell’epoca, accanto a «Sinn und Form». In seguito studierà poetica con Georg Maurer, esponente della cosiddetta Sächsische Dichterschule, da cui si dichiarerà sempre molto influenzato. Si diploma con un testo sul dramma di Heiner Müller <em>Der Lohndrücker</em>. Dal 1961 al 1965 lavora come lettore per la casa editrice Mitteldeutscher Verlag a Halle an der Saale. Dal 1963 è membro dell’Unione degli scrittori della ddr (Deutscher Schrifstellerverband). Dal 1971 al 1973 scrive per la compagnia del teatro di Magdeburgo, ma torna al lavoro di lettore nel 1975, per la casa editrice Reclam di Lipsia. Nel 1976, seguendo l’indicazione del partito al dsv, è tra i firmatari della «Biermann Resolution», la Risoluzione Biermann, con cui si decideva di cacciare dalla Germania Est il cantautore Wolf Biermann<a title="" href="#_ftn4">[4]</a>, attirando su di sé pesanti critiche dalla maggior parte degli intellettuali del periodo.</p>
<p>La sua adesione all’impostazione socialista della DDR comincia a vacillare pochi anni dopo, anche in relazione all’impossibilità di riconoscere alla propria poesia un’identità nazionale. In questi anni Czechowski si fa tanto più consapevole della forza della poesia, e fiducioso nella propria capacità poetica, tanto più scettico verso il sistema politico che lo accoglie. La rappresentazione della natura modellata dalla Storia e quindi dalle scelte umane è sempre più rilevante nella sua poesia e la lirica esperienziale e naturalistica lascia spazio a resoconti e poesie di viaggio, poesie di coscienza del mondo, <em>Weltanschauungsgedichte</em><a title="" href="#_ftn5">[5]</a><em>. </em>Questo processo si realizza appieno nella raccolta <em>Schafe und Sterne [Pecore e pianeti]</em>. Da questa raccolta in poi, afferma Czechowski, «la ddr non ha più potuto reclamare per sé alcuna mia poesia».</p>
<p>In questi anni, anche svincolandosi da discorsi prettamente lirici, la critica alla ddr si fa più esplicita e diretta, come si riconosce nella raccolta <em>Was mich betrifft</em>. Nella raccolta si riconosce l’eco dei viaggi intrapresi da Czechowski negli anni Settanta/Ottanta: Nel 1977 è a Parigi, nel 1978 in Germania Ovest. Dal 1978 si stabilisce come libero poeta a Lipsia. Nello stesso anno esce dalla sed. L’amarezza per la sorte di un Paese distrutto dalla supremazia dell’ideologia, viene espressa nei componimenti poetici e metaforizzata di frequente nella distruzione del paesaggio in balia della violenza della colonizzazione umana. Nel 1987 Czechowski ottiene un grande successo di pubblico anche nella Germania Federale con la selezione <em>Ich und die Folgen</em>, in cui prevalgono i testi in cui l’Io lirico prende atto ancora una volta del rapporto ormai distrutto tra l’uomo e la natura, inserendosi, politicamente, nella forte corrente di critica sociale legata alla distruzione e allo sfruttamento ambientale della Germania Est.</p>
<p>Dopo la Wende, nel 1990, Czechowski esce dal Deutscher Schrifstellerverband per divergenze politiche con la direzione (L’Unione si scioglierà in quell’anno), ed entra nel p.e.n. Intraprende una serie di viaggi, nel 1991 è in Lettonia, nel 1992 in Romania, nel 1995 a Washington. Nel 1992 è cofondatore e presidente della Freie Akademie der Künste di Lipsia. Dal 1993 è spesso in Italia, come lui stesso afferma spinto in particolare dalla separazione seguita dal divorzio: «Era stata una specie di sfida, quando lei mi mise sul tavolo la richiesta di divorzio lasciai il Paese come per fuggirne per poi evitare la zona Est della Germania riunita». Le poesie del periodo rispecchiano lo scetticismo per ogni tipo di entusiasmo di un io che ha visto il crollo di tante speranze, lucidamente consapevole dell’amarezza della solitudine eppure ormai definitivamente convinto della vanità della comunanza di intenti.</p>
<p>Nonostante il rifiuto verso l’Est, contribuisce nel 1994 alla formazione della rivista «Ostragehege», da cui prese le distanze poco tempo dopo per divergenze d’opinione. I componimenti dell’ultimo periodo si tingono di amarezza per il tempo passato, e la vecchiaia è un tema toccato in tutti i componimenti, accompagnata dall’accettazione degli eventi e del proprio ruolo in essi e da una definitiva riappacificazione con la propria parola poetica e con la forza creativa della poesia che travalica i confini della realtà. Il poeta non ha più bisogno, in età avanzata, di giustificare la propria creazione con “l’occasione”. Si scrive, perché si deve scrivere, e non per raccontare qualcosa. Il riconoscimento del fallimento e la rinuncia al recupero di ciò che è ormai perduto conducono alla rivivificazione dell’Io lirico che non ha più bisogno di giustificazioni per realizzarsi nei versi, ma che, appunto, è costretto in una parola resa meno potente dall’amarezza per la mancata portata universale della poesia. Il poeta sembra aver trovato in questo compromesso e forse anche nella vita quotidiana una pace amara, che lo accompagnerà negli ultimi anni della sua esistenza.</p>
<p>Dal 1995 al 2000 vive in Westfalia, e poi, fino alla morte sopraggiunta nel 2009, a Francoforte sul Meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Czechowski è autore di prose, poesie, resoconti di viaggio, drammi, saggi letterari e schizzi autobiografici, nonché curatore di diverse antologie. Di gran valore anche le sue Nachdichtungen, traduzioni poetiche, soprattutto dal greco e dal russo, da autori quali Anna Achmatova, Michail Lermontow, Marina Czvetaeva o Gianni Ritsos.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SCELTA DI POESIE<a title="" href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>DRESDNER VORSTADT 1945</p>
<p>Dem Weiß, das alle Mühsal deckt,<br />
Entsteigt kein Laut.<br />
Schwarz aufgefahren, Gleis auf Gleis,<br />
Waggons –<br />
Kriegswinter – ohne Haut,<br />
Die längst Gerippe um Gerippe ließ.<br />
Wind schwirrt.<br />
Draht schneidet tief.<br />
Nicht eine Krähe, die sich hier verirrt.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>PERIFERIA DI DRESDA 1945</p>
<p>Dal bianco, che copre tutti gli affanni,<br />
Non sale un suono.<br />
Si avvicinano neri, binario a binario,<br />
Vagoni –<br />
Inverno di guerra – senza pelle,<br />
Che a lungo lasciò carcassa su carcassa.<br />
Il vento stride.<br />
Il filo strazia la carne.<br />
Non c’è una cornacchia che qui si perde.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>SCHAFE UND STERNE</p>
<p>Schafe und Sterne: die Nacht<br />
Hält sie zusammen, ein Hund<br />
Ist der Wind auf lautlosen Pfoten,<br />
Er streift die Akazien, ein Hirt<br />
Sitzt unter ihnen seit zweitausend Jahren,<br />
Sieht in die lehmbraunen Wasser,<br />
Denkt an die Türken,<br />
Sieht der Armenier<br />
Häuser am Hang, sieht sie steigen<br />
Über die Treppen<br />
Hoch in die Nacht.</p>
<p>Schafe und Sterne sind seine Gedanken,<br />
Tief in den Taschen<br />
Sucht er sie zwischen Knoblauch<br />
Und grauem Tabak.</p>
<p>Schafe und Sterne<br />
Treibt er zusammen in seinen Gedanken,<br />
Führt sie und lenkt sie,<br />
Kennt ihre Zeichen,<br />
Sieht ihre nächtliche Runde<br />
Rings um die Stadt.</p>
<p>Schafe und Sterne,<br />
Wesire und Zaren,<br />
Gejagte und Jäger.</p>
<p>Einst Partisanen, sie kamen,<br />
Er teilte das, was er hatte, mit ihnen.<br />
Wochenlang blieben sie weg in den Bergen,<br />
Unten im Tal sah er Autokolonnen,<br />
Sah ihre Spuren: Erschossne, Gehängte,<br />
Sah in den Fluß, wie er anschwoll und mitnahm<br />
Tote und Totes, Geröll aus den Bergen.</p>
<p>Schafe und Sterne sind ihm geblieben.<br />
Schafe und Sterne. Wer unterscheidet<br />
Schafe und Sterne, wenns dunkelt? Die Nacht<br />
Schleicht sich ins Tal,<br />
Reißt sich die Schafe,<br />
Reißt sich die Sterne.</p>
<p>Schafe und Sterne.</p>
<p>Schafe und Sterne:<br />
Am Himmel ein Widder,<br />
Er senkt seine Hörner,<br />
Stößt, stößt ins Leere.<br />
Der Wind ist ein Hund<br />
Und jagt hinterher.<br />
Und der Fluß ist Wesir,<br />
Ist Zar und SS und hält Standrecht.</p>
<p>Schafe und Sterne sind ihm geblieben,<br />
Er sitzt, und er sieht sie,<br />
Er hält sie zusammen.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>PECORE E PIANETI</p>
<p>Pecore e pianeti: la notte<br />
Li mantiene uniti, un cane<br />
È il vento, su zampe senza suono,<br />
Carezza le acacie, un pastore<br />
Siede sotto, duemila anni<br />
Vede nell’acqua bruna di limo<br />
Pensa ai turchi,<br />
Vede degli armeni<br />
Le case sul pendio, li vede salire<br />
Sulle scale<br />
Su nella notte.</p>
<p>Pecore e pianeti sono i suoi pensieri,<br />
In fondo alle sacche<br />
Fruga tra aglio e<br />
Tabacco grigio.</p>
<p>Pecore e pianeti<br />
Li porta a unirsi nei suoi pensieri<br />
Li conduce, li guida<br />
Ne conosce i segni<br />
Ne vede l’orbita notturna<br />
Intorno alla città.</p>
<p>Pecore e pianeti,<br />
Zar e visir,<br />
Cacciati e cacciatori.</p>
<p>Una volta i partigiani vennero,<br />
Spartì quello che aveva con loro.<br />
Per settimane stettero via tra i monti,<br />
Giù nella valle lui vide le auto in colonna,<br />
Vide le tracce: fucilati, impiccati,<br />
Vide il fiume ingrossarsi e prendere con sé<br />
Morti e morte, detriti di montagna.</p>
<p>Pecore e pianeti gli sono rimasti.<br />
Pecore e pianeti. Chi distingue<br />
Pecore e pianeti, quando abbuia? La notte si<br />
Propaga nella valle,<br />
Strappa via le pecore<br />
Strappa via i pianeti.</p>
<p>Pecore e pianeti.</p>
<p>Pecore e pianeti:<br />
Nel cielo un ariete<br />
Abbassa le corna<br />
Sbatte, sbatte nel vuoto.<br />
Il vento è un cane<br />
E segue cacciando.<br />
E il fiume è il visir,<br />
Lo zar e la SS e mantiene la legge marziale.</p>
<p>Pecore e pianeti gli sono rimasti,<br />
Siede, e li vede,<br />
Li mantiene uniti.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>HEIMWEG<br />
<em>Meinem Vater</em></p>
<p>Mittagspause am Waldrand.</p>
<p>Aufgestört ist das Gewissen<br />
Für kurze Momente<br />
Wie die Häsin<br />
In ihrer Sasse.</p>
<p>Radeburg<br />
Und umliegende Dörfer:<br />
Geruhsam fädeln die Angler<br />
Am Ufer der Röder<br />
Den Wurm auf den Haken.</p>
<p>Schweigsam<br />
Pflücken wir den Holunder.<br />
Das Brot im Rucksack<br />
Verströmt seinen Duft.</p>
<p>Heimwege gehn,<br />
Schotterstrecken<br />
Von Schwelle zu Schwelle,<br />
Am Abend die Stadt<br />
Vom Garten der Bergwirtschaft:</p>
<p>Verlöschender Glanz,<br />
Ehe die Bomber<br />
Die Wehrlose zähmen.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>VIA DI CASA<br />
<em>A mio padre</em><br />
Pausa pranzo sul limitare del bosco.</p>
<p>La coscienza è scossa<br />
Per brevi momenti<br />
Come la lepre femmina<br />
In tana.</p>
<p>Radeburg<br />
E villaggi intorno:<br />
Con calma i pescatori lanciano lenze<br />
Sulle rive del Röder<br />
I vermi sugli ami.</p>
<p>In silenzio<br />
Cogliamo il sambuco.<br />
Dallo zaino il pane<br />
Sparge il profumo.</p>
<p>Percorrere le vie di casa,<br />
Tratti di pietrisco<br />
Di soglia in soglia,<br />
La sera la città<br />
Dagli orti dell’azienda montana.</p>
<p>Il bagliore affievolisce<br />
Prima che i bomber<br />
Dominino gli indifesi.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>WAS MICH BETRIFFT</p>
<p>Erziehungsberechtigt,<br />
Und doch<br />
Ständig erzogen von meinen Erziehern,</p>
<p>Mit gelockerter Zunge<br />
Mündig geworden,<br />
Und doch<br />
Ständig mich anhaltend, den Mund zu halten,</p>
<p>Geh ich<br />
Noch immer im Kreis.</p>
<p>Auf mich also verwiesen<br />
Im Guten und Schlechten,<br />
Teile ich mit:</p>
<p>Was mich betrifft,<br />
So bin ich ich.<br />
Die Zunge der Schlange ist<br />
Geschickter als meine,<br />
Die Haut des Chamäleons<br />
Paßt sich vortrefflicher noch als die meine<br />
Den jeweils herrschenden Umständen an.</p>
<p>Meine Vorzüge, ich gebe es zu,<br />
Sind vergleichsweise gering: aber<br />
Daß ich nicht kriechen kann<br />
Und meine Farbe nicht wechseln</p>
<p>Je nach Belieben,<br />
Ist auch eine Gnade, für die ich</p>
<p>Niemand zu danken habe,<br />
Außer mir selbst.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>QUELLO CHE MI RIGUARDA</p>
<p>Autorizzato all’educazione,<br />
Eppure<br />
Sempre educato dai miei educatori,</p>
<p>Fatto maggiorenne<br />
Con la lingua sciolta,<br />
Eppure<br />
Sempre trattenuto, per trattenere la bocca,</p>
<p>Mi muovo<br />
Ancora e sempre in cerchio.</p>
<p>Relegato dunque a me stesso<br />
Nel bene e nel male,<br />
Comunico:</p>
<p>Per quel che mi riguarda,<br />
Io sono.</p>
<p>La lingua del serpente è<br />
Più abile della mia,<br />
La pelle del camaleonte<br />
Si adatta ancor meglio della mia<br />
Alle condizioni di volta in volta prevalenti.</p>
<p>I miei pregi, lo ammetto,<br />
Sono in confronto minimi: ma<br />
Che non posso strisciare<br />
E cambiare il mio colore</p>
<p>A piacere,<br />
È anche una grazia, per la quale</p>
<p>Non devo ringraziare nessuno,<br />
Eccetto me.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>SCHWEDISCHES STENOGRAMM</p>
<p>Unterbelichtete Bilder,<br />
Natur, an den Stadtrand verbannt,<br />
Winterlich, ohne Schnee,<br />
Eingefrorene Boote und<br />
Eisangler, wie<br />
Du und ich.</p>
<p>Öffne dein Herz:</p>
<p>Auch du bist,<br />
Wo du hinkommst,<br />
Willkommen,</p>
<p>Das Brot zu teilen,<br />
Das Dunkel,<br />
Die Stille.</p>
<p>Die Angst<br />
Vor dem Schweigen<br />
Der Zukunft.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>STENOGRAMMA SVEDESE</p>
<p>Immagini sottoesposte<br />
Natura scacciata ai bordi delle città,<br />
Inverno, senza neve,<br />
Battelli gelati e<br />
Pescatori nel ghiaccio, come<br />
Te e me.</p>
<p>Apri il tuo cuore:</p>
<p>Anche tu sei<br />
Dovunque arrivi<br />
Benvenuto</p>
<p>A spezzare il pane,<br />
Il buio,<br />
Il silenzio.</p>
<p>La paura<br />
Di fronte al silenzio<br />
Del futuro.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>DIE ÜBERSTANDENE WENDE</p>
<p>Was hinter uns liegt,<br />
Wissen wir. Was vor uns liegt,<br />
Wird uns unbekannt bleiben,<br />
Bis wir es<br />
Hinter uns haben.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>LA WENDE SUPERATA</p>
<p>Ciò che è alle spalle<br />
Lo sappiamo. Ciò che è davanti<br />
Ci rimarrà oscuro<br />
Finché non<br />
Sarà alle spalle.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>SELBSTBILDNIS, FLORENZ</p>
<p>Später Nachmittag. Ein unglaubliches<br />
Winterlicht. Wer noch kein<br />
Melancholiker ist,<br />
Muß es hier werden. Ich<br />
Zittere innerlich. Deutschland<br />
Ist ein zu fernes Land. Wenn mich<br />
Der Schmerz, die Wut verlassen,<br />
Werd ich verloren sein.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>AUTORITRATTO, FIRENZE</p>
<p>Pomeriggio tardo. Incredibile<br />
Luce invernale. Chi ancora non<br />
È malinconico<br />
Non può che diventarlo, qui. Io<br />
Tremo nell’intimo. Terra troppo<br />
Lontana la Germania. Quando mi avranno<br />
Lasciato il dolore, la rabbia,<br />
Sarò perduto.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>DRESDNER IDYLLE</p>
<p>Die Revolution ist mit dem Strom<br />
Westwärts gezogen. Reimportiert<br />
Hat sie die Höhen erobert:<br />
Villen und Weinberghäuser<br />
In besten Lagen. Im Aufwind,<br />
Zwischen Klotzsche und Windberg,<br />
Bewegt sich flüsternd das Netz,<br />
Das die Stadt überspannt:<br />
<em>Dies ist Zeit der Könige nicht mehr.</em><br />
Unter vergoldeter Krone<br />
Der Landesfürst, ein<br />
Gestandener Demokrat. Der Dichter<br />
Protestiert gegen die A17. Sollte er nicht<br />
Gegen was anderes seine Stimme erheben?</p>
<p>Auf die Treppe zum Nordlicht<br />
Pinkeln die Hunde, während die Berge<br />
Noch immer neben dem Fluß<br />
Dahergehn, als hätte es mich<br />
Niemals gegeben.</p>
<p>Weißt du noch, Liebste,<br />
Wie damals am Neujahrstag<br />
Die <em>Diesbar </em>am Mainkai lag? Damals<br />
Waren wir einig: <em>Es gibt<br />
Viel zu tun. Packen wir es<br />
An. Die Revolution<br />
Wird auf der Straße gemacht.</em></p>
<p>Das Minckwitzsche Weinberghaus<br />
Ragt illuminiert in die Nacht. Bunt<br />
Feiert die Republik<br />
Sich in der Neustadt<br />
Ihren Infarkten entgegen.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>DRESDA. IDILLIO.</p>
<p>La rivoluzione è trascinata dalla corrente<br />
Verso Ovest. Reimportata<br />
Ha espugnato le altezze:<br />
Ville e casali vinicoli<br />
In ottime posizioni. Nella spinta<br />
Tra Klotzsche e Windberg<br />
Si muove sussurrando la rete<br />
Che copre la città:<br />
<em>Non è più questo il tempo dei re.</em><br />
Sotto la corona dorata<br />
Del principe, un<br />
Navigato democratico. Il poeta<br />
Protesta contro la A17. Non dovrebbe<br />
Alzare la voce contro qualcosa d’altro?</p>
<p>Sulla scala per la luce del Nord<br />
Pisciano i cani, mentre i monti<br />
Scivolano ancora lungo il fiume,<br />
Come se io<br />
Non fossi mai esistito.</p>
<p>Ricordi ancora, carissima,<br />
Come allora, a Capodanno,<br />
Stava il <em>Diesbar </em>sul Mainkai? Allora<br />
Eravamo uniti: <em>C’è<br />
Molto da fare. Prendiamo le cose<br />
In mano. La rivoluzione<br />
Si fa sulle strade.</em></p>
<p>Il casale vinicolo di Minckwitz<br />
Riluce illuminato nella notte. A colori<br />
La Repubblica festeggia<br />
Se stessa nella città nuova<br />
Incontro ai suoi infarti.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>DIE ZEIT STEHT STILL.<br />
Der Tod<br />
geht sichtbar<br />
über die Piazza.<br />
Wo wir nicht sind,<br />
ist Leere.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>IL TEMPO È IMMOBILE.<br />
La morte<br />
cammina a vista<br />
sulla piazza.<br />
Dove noi non siamo<br />
è il vuoto.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>AUCH ICH BIN DAS OPFER<br />
Einer Selbstvergewisserung,<br />
Die keine war. Sonne und Wind. Und das Glück<br />
Verborgen in einer Datei,<br />
Die nicht auffindbar ist.<br />
Die DDR als Sonnenstaat,<br />
Der Vergangenheit anvertraut:<br />
Täter und Opfer,<br />
Verborgen<br />
In einer geheimen Abmachung<br />
Zwischen Bündnis 90/Die Grünen:<br />
Im Kosovo<br />
Wächst das Krebsgeschwür,<br />
Das Europa verdaut…</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>SONO ANCHE IO VITTIMA<br />
Di una presa di coscienza di sé<br />
Che non era tale. Sole e vento. E la felicità<br />
Celata in un file<br />
Che non si può ritrovare.<br />
La DDR come Stato solare<br />
Affidato al passato:<br />
Vittima e carnefice<br />
Celati<br />
In un patto segreto<br />
Tra l’Alleanza 90/I Verdi:<br />
In Kosovo<br />
Cresce l’ulcera cancerosa<br />
Che assimila l’Europa…</p>
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Si considera che la “Risoluzione Biermann” dette il via alla crisi politico-culturale della DDR. Il rifiuto di alcuni degli scrittori più significativi della Germania Democratica (tra cui Sarah Kirsch, Gunter Kunert, Heiner Müller) di schierarsi dalla parte dello stato nella risoluzione di scacciare il cantautore Wolf Biermann, che si era pronunciato contro la struttura socialista della DDR, causò una forte presa di posizione del partito, che si mosse su due fronti. Da una parte si invitavano i cittadini a isolare gli intellettuali che non aderissero alla risoluzione, e dall’altro si spingevano gli scrittori a rientrare nei ranghi, se non firmando la risoluzione, almeno dichiarandosi a favore di essa e criticando apertamente Biermann. Gli scrittori reagirono facendo arrivare i comunicati ad un’agenzia stampa dell’Ovest.</p>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Cfr. D. von Törne, <em>Heinz Czechowski</em>, in <em>Lexikon der deutschsprachigen Gegenwartsliteratur seit 1945</em>, Fischer, Monaco 2003, p. 217.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Le poesie presentate coprono tutto l’arco della produzione poetica di Heinz Czechowski. Sono contenute nel volume H. Czechowski, <em>Il tempo è immobile – Poesie scelte, </em>a cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore, Roma 2012.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Lutz Seiler, Il peso del tempo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/lutz-seiler-il-peso-del-tempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 08:11:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[il peso del tempo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[lutz seiler]]></category>
		<category><![CDATA[paola del zoppo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando Vi è un certo ardimento nel proporre, come ha fatto l’editore Del Vecchio, una collana dedicata alle short stories a un pubblico come quello italiano. Pure i buoni esiti continuano a non mancare un po’ ovunque, come dimostra lo stesso primo nato di questa «collana racconti», Il peso del tempo (traduzione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<figure id="attachment_39619" aria-describedby="caption-attachment-39619" style="width: 243px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/20071102195347_taschenuhr.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39619  " title="20071102195347_taschenuhr" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/20071102195347_taschenuhr-300x246.jpg" alt="" width="243" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/20071102195347_taschenuhr-300x246.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/20071102195347_taschenuhr.jpg 800w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39619" class="wp-caption-text">fonte: http://fotoblog.zellophon.de/</figcaption></figure>
<p>Vi è un certo ardimento nel proporre, come ha fatto l’editore Del Vecchio, una collana dedicata alle <em>short stories</em> a un pubblico come quello italiano. Pure i buoni esiti continuano a non mancare un po’ ovunque, come dimostra lo stesso primo nato di questa «collana racconti», <em>Il peso del tempo</em> (traduzione di Paola Del Zoppo, pp. 232, € 15) dello scrittore tedesco Lutz Seiler. Il titolo è un lieve, felice scostamento dall’originale: la <em>Zeitwaage</em>, alla lettera «bilancia del tempo», è il cronocomparatore, uno strumento che amplifica il ticchettio dell’orologio per rilevarne le aritmie. Si tratta dunque di misurare il tempo, di “pesarlo” appunto, di vagliare cioè, fuor di metafora, le irregolarità, le sfasature, le incongruenze esistenziali dovute in primo luogo al congedo storico dalla RDT, ma che nascono in realtà da un sostrato più personale, da una pena variamente incarnata.<span id="more-39618"></span></p>
<p>L’autore, nato nel 1963 a Gera, in Turingia, da una famiglia proletaria e con un passato da muratore e falegname, si era fatto conoscere soprattutto come poeta e saggista, finché nel 2007 aveva vinto il premio Ingeborg Bachmann con un racconto, <em>Tuksib</em>, poi confluito in questa prima raccolta. Vi si narra del viaggio in treno in Kazakistan – un viaggio ufficiale, con interprete al seguito – di una recluta dell’esercito tedesco-orientale, un giovane inseparabile dal contatore Geiger che nasconde nel taschino. Non è forse il testo più adatto a esemplificare l’estetica complessiva dell’opera, orientato com’è a una rappresentazione assai grottesca e claustrofobica, il cui culmine memorabile è nell’incontro finale con il fiero e marziale fuochista kazako tutto preso a intonare con il suo pesante accento i primi versi della <em>Lorelei</em> di Heine, la più celebre romanza tedesca. Con gli altri testi della raccolta questo racconto condivide del resto la vocazione memoriale, autobiografica e antispettacolare, per cui tutto è condotto da una narrazione lenta e precisa, «morosa» per dirla con il Goethe teorico del romanzo, capace di fondere azioni e descrizioni, forma e ricordo in un dettato di straordinaria densità, in una sorta di sospensione temporale che tuttavia non pregiudica il ritmo narrativo e che, insomma, è tutt’altro che noiosa. Seiler ha infatti la capacità di avvolgere il lettore in questo nabokoviano “paradiso di dettagli”, per creare il quale egli attinge senz’altro alle proprie qualità di poeta.</p>
<p>Vi è poi un tratto comune ai vari protagonisti di queste storie, ed è un grumo insolubile di malinconia e senso di colpa, l’attitudine riflessiva e dolente di un personaggio cui il senso delle cose pare sfuggire o, nella migliore delle ipotesi, svelarsi in un tempo ormai trascorso, consegnato a un’altra epoca. Di qui il disadattamento e l’inettitudine che contraddistinguono ad esempio il Färber dei primi due racconti, gli unici ambientati fuori dalla Germania. Frank vive l’inizio di una crisi coniugale – la stessa che pervade di un muto dolore altri suoi simili in alcuni racconti successivi – durante un viaggio negli Stati Uniti, visitati per la prima volta. L’uomo è prostrato dal senso di un fallimento imminente e la narrazione ne segue a distanza ravvicinata lo sfaldamento percettivo. Così, se nel primo testo la trama si riduce all’attesa di entrare in un ristorante lontano da casa, mentre a un gabbiano incastrato in un secchione tocca assolvere una triste funzione simbolica, nel secondo questa vena analogica si estende all’incontro surreale con un improbabile sciamano di strada, un «soffiatore di anime» che, grazie a un ingombrante macchinario, produce enormi bolle di sapone contenenti, a dir suo, gli spiriti di chissà quali avi. La poesia di Seiler raggiunge qui un apice quando, di fronte alla figlioletta scelta come cavia del rito-show culminante e avvolta ormai in una grande bolla che ne confonde l’immagine, l’apatico protagonista asseconda maldestro un residuo impulso di ribellione: «in quel momento Färber vide se stesso: un riflesso grottesco, una striscia nell’oleoso specchio degli antenati, la cui essenza si era coperta, come impura o deteriorata, di macchie scure. Sulla pellicola di sapone Färber era completamente solo; era invecchiato e aveva i tratti della madre, e qualcosa non quadrava con la prospettiva: si restrinse, confluì, concavo-convesso, gli passò per la testa, ma le sue conoscenze scolastiche non lo raggiungevano più. Le sue mani, già simili a quelle di un folletto, si agitavano per aria, completamente impotenti e sperdute. Devo rompere la bolla azteca, era il suo unico pensiero; in preda al panico, con entrambe le braccia in avanti, Färber assalì lo specchio untuoso e sparì».</p>
<p>I racconti centrali hanno come ambientazione ricorrente la provincia tedesca orientale nei decenni precedenti il crollo del Muro, e il mondo rievocato è quello dell’infanzia e della giovinezza. <em>Il bacio sul cappuccio</em> narra i dolori e i turbamenti di uno scolaro “diverso”, esplorandone la solitudine e gli affetti in un ambiente dalle tinte grigie, a tratti cupo e violento; <em>Il merlo della colpa</em> torna su questo sentimento dominante attraverso la vicenda di un merlo ferito e lasciato morire per sbaglio da un ragazzino segnato da un’innocente sbadataggine; <em>Il balbuziente </em>porta il tipo del giovane protagonista sulla soglia della pubertà, inscenando la sua scelta inconsapevole di un nuovo riferimento adulto, di un primo modello extra-parentale; e sempre la narrazione è accompagnata da una profonda cognizione letteraria, umana e ambientale, che calibra ogni singola parola e scava a fondo nei temi e nei paesaggi che tratta, fino a esaurirne, pur con un’allusività a tratti estrema, il potenziale poetico e di verità: come se più a fondo, in quell’anamnesi, non si potesse andare.</p>
<p>L’espressione compiuta di questa poetica, dopo l’intermezzo poco meno che visionario de <em>Le abluzioni serali</em>, in cui assistiamo alla morte assurda di un aspirante scrittore atterrato da una botta in fronte, è nella «Trilogia degli scacchi». Se il primo dei tre racconti funge da raccordo con il tema della fine dell’infanzia, qui tradotto nella prima vittoria del figlio sul padre (che è anche l’ultima partita tra i due), mentre il terzo tenta un ricongiungimento postumo lasciando che sia la voce del padre a ripercorrere la propria passione per il gioco, è però nel secondo, dedicato a un amore al tempo dell’università, che emerge l’imperativo profondo della prosa di Seiler. Ripartito su diversi decenni, il ricordo di Gavroche – così battezzata da un compagno di studi per una qualche somiglianza con l’omonimo personaggio dei <em>Miserabili</em> –, del suo <em>daimon</em> scacchistico e della sua incantevole vitalità, approda alla scoperta costernata della sua morte recente da parte dell’autore, ormai tutt’uno con la voce narrante. Seguiamo allora il racconto nel suo stesso farsi, e il narratore nel suo tentativo tardivo di salvare ciò che resta: «era solo importante non falsificare nulla, non inventare nulla, o comunque non far prendere il sopravento all’invenzione, che deve servire a rendere più esatto ciò che si vuole raccontare&#8230; dovevo trovare un modo per accomiatarmi, una pietra sepolcrale».</p>
<p>Alla luce di quest’intenzione, il racconto che conclude la raccolta e dà il titolo al volume è anche, o soprattutto, la narrazione definitiva di un destino: un destino “minore”, tuttavia, se la nascita dello scrittore coincide con la morte dell’operaio berlinese che, ritratto come un eroe epico, pareva incarnare agli occhi dell’uomo spezzato un’impossibile pienezza di vita, padrona di sé e del proprio mondo: «avvertivo l’inoppugnabilità, la certezza priva di dubbi del suo “essere”&#8230; I suoi gesti mi apparivano puri e compiuti». Ben diverso, e non privo di un ambiguo disprezzo di sé, è l’appellativo di «sognatore» che il narratore riserva a se stesso, benché a conti fatti sia proprio questo ad avergli permesso di rinascere, trovando la strada che lo avrebbe portato, anni dopo, a pesare, a misurare quel tempo: a ripensarlo quindi, a “ponderarne” lo scorrere ineluttabile entro un processo di smarrimento storico e individuale.</p>
<p>da: Alias, n. 27, 9 luglio 201</p>
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