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	<title>paolo borsellino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;agenda ritrovata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/10/lagenda-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è un progetto a cui tengo molto. Nasce da un&#8217;idea dell&#8217;associazione culturale l&#8217;Orablù di Bollate. Il 19 luglio di quest&#8217;anno sono 25 anni dalla tragica scomparsa di Paolo Borsellino (e, ovviamente, di quella di Giovanni Falcone e di tutte le altre vittime delle due stragi). Gli amici dell&#8217;Orablù vogliono commemorarlo attraversando l&#8217;Italia da Milano a Palermo in bicicletta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-67650" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok.jpg" alt="AgendaCoverFB_ok" width="851" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok.jpg 851w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok-768x284.jpg 768w" sizes="(max-width: 851px) 100vw, 851px" /></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">C&#8217;è un progetto a cui tengo molto. Nasce da un&#8217;idea dell&#8217;associazione culturale<a href="http://www.orablu.com/"> l&#8217;Orablù </a>di Bollate.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Il 19 luglio di quest&#8217;anno sono 25 anni dalla tragica scomparsa di Paolo Borsellino (e, ovviamente, di quella di Giovanni Falcone e di tutte le altre vittime delle due stragi). Gli amici dell&#8217;Orablù vogliono commemorarlo attraversando l&#8217;Italia da Milano a Palermo in bicicletta. Portandosi dietro una agenda rossa identica a quella trafugata nei momenti concitati della strage, per poterla riempire di testimonianze raccolte lungo la strada e infine consegnarla nelle mani dei parenti di Borsellino. Di tappa in tappa ci saranno letture, eventi, spettacoli, dibattiti, etc.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Salvatore Borsellino, il fratello, s&#8217;è già messo a disposizione regalandoci una copia dell&#8217;agenda di quell&#8217;anno e &#8220;scatenando&#8221; tutte le associazioni sul territorio nazionale che conosce per seguirci. Così come <a href="http://www.unapoltronapertre.it/">un gruppo di ragazzi</a> seguirà l&#8217;evento facendoci da ufficio stampa. Un paio di ciclisti professionisti faranno l&#8217;intera attraversata per garantire che l&#8217;agenda non resti mai sola. Aspettando che altri si aggreghino strada facendo. La <a href="http://www.fiab-onlus.it/bici/">FIAB</a>, ha abbracciato il progetto e Coop Lombardia ci coprirà alcuni costi vivi (ma stiamo ancora cercando altri sponsor. L&#8217;iniziativa si fa a titolo gratuito, ma esistono comunque costi vivi da coprire). <a href="http://www.radiopopolare.it">Radio Popolare</a> seguirà quotidianamente l&#8217;evento. Io e Marco Balzano stiamo organizzando una antologia di racconti con autori da Milano a Palermo che diventerà il lascito materiale di questa folle impresa.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Cercherò strada facendo di aggiornarvi, ma voi nel frattempo condividete e diffondete l&#8217;iniziativa. Mandate adesioni, video selfie di incoraggiamento, programmatevi una pedalata. Siate parte di un&#8217;idea semplice e chiara: il futuro è fatto di memoria!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.orablu.com/agendaritrovata">Qui </a>la pagina dell&#8217;Orablù dedicata al progetto.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.facebook.com/agendaritrovata">Qui </a>la pagina Facebook per gli aggiornamenti.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Di seguito il video che spiega il progetto e l&#8217;appello finale di Salvatore Borsellino.</span></span></span></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="JhbOVfyTZGg"><iframe loading="lazy" title="AgendaRitrovata Video01 Completo" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/JhbOVfyTZGg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Il gesto di Marta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/04/22/il-gesto-di-marta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 07:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Monroy]]></category>
		<category><![CDATA[Comitato dei lenzuoli]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[[La versione francese di questo testo, a cura di Laurent Grisel, appare simultaneamente sul sito amico Remu.net] di Beatrice Monroy Non posso continuare. Continuerò. S. Beckett Esserci nei luoghi, permette di scrivere letteratura a partire dal tuo luogo e non dall’altro mondo il luogo degli altri, quelli di fuori. N. Gordimer Carissima, mi porto dietro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[La versione francese di questo testo, a cura di Laurent Grisel, appare simultaneamente sul sito amico <a href="http://remue.net/">Remu.net</a>]</em></p>
<p>di <strong>Beatrice Monroy</strong></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 120px;"><i>Non posso continuare. Continuerò.</i></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 120px;">S. Beckett</p>
<p style="text-align: left; padding-left: 120px;"><i>Esserci nei luoghi, permette di scrivere letteratura a partire dal tuo luogo e non dall’altro mondo il luogo degli altri, quelli di fuori.</i></p>
<p style="padding-left: 120px;">N. Gordimer</p>
<p>Carissima,</p>
<p>mi porto dietro il pensiero di te sulle rocce, sui mari e sulle montagne, quello che mi chiedi è veramente molto difficile. Perché allora noi eravamo ubriachi e, sai bene, quando si è ubriachi poi si ricorda poco. Così ci ho messo circa dieci anni per capire il peso dell’avventura attraversata e per capire, poi, come proprio questa avventura mi abbia permesso di trovare il mio posto nel mondo.<span id="more-47951"></span></p>
<p>Mi chiedi una storia, come tutte le storie fatta di un mondo di cose, di volti, di nomi, di discorsi, di suoni e rumori come il frastuono delle armi, delle bombe, delle sirene della polizia, di uomini che vivono una vita blindata, di una città che vive una vita blindata. Così è, nella vita nascono cose e azioni che dovresti giudicare scandalose e invece non ce la fai e continui a vivere accanto a esse senza più essere in grado di giudicarle, di condannarle, di prenderne le distanze. Non racconti più, non ricordi più, cancelli quello che non andrebbe cancellato.</p>
<p>Adesso, se penso a quegli anni, mi vengono in mente le parole: Grande confusione. Pasticcio senza senso. Ubriachi. Guerre. Imperialismi. Sempre eguali. Il mondo schiacciato. I nostri desideri di gente del Sud sempre deformati; qui giù non si capisce più niente, nessuno sa più chi è, tutto è confuso dai desideri altrui che ci vengono imposti come nostri ma nostri non sono. Un mondo pieno di storie e nessuno le ricorda. La smemoratezza è uno dei nodi di questa terra, un modo di rendere tutto, orrori, tragedie ma anche conquiste, storie personali, i migranti, le Americhe, tutto inesistente. La parola d’ordine è: dimenticare.</p>
<p>Per questo il compito che mi dai è per me particolarmente difficile, come tutti i siciliani non sono abituata a ricordare, piuttosto cancello il passato, lo metto da parte, non me ne curo. E poi, te lo ripeto, in quegli anni noi tutti eravamo ubriachi.</p>
<p>Una strana pietra miliare la nostra: un attimo. L’attimo in cui muore il giudice Giovanni Falcone. Quello è stato un non ritorno, un momento in cui non ci si poteva chiedere perché. Nessun perché. Si andava avanti e non ci si poteva fermare a guardare.</p>
<p>È stata una specie di corsa senza pause: andare avanti, farcela !</p>
<p>Pomeriggio del 23 maggio 1992, il Tg3 annuncia la strage. Ancora per qualche minuto non si saprà chi è saltato in aria, chi non c&#8217;è più, chi è diventato eroe smembrato, chi per sempre è diventato mito. Ancora qualche minuto per sapere i nomi. Nomi che fanno piangere e urlare. Lo so: mai più niente sarà come prima. Eppure io quel giudice non lo conoscevo se non per fotografia, immagini televisive, la voce un po&#8217; rauca con quella cadenza che ancora, a ascoltarla mi stringe il cuore per l’emozione. Piango perché tutto è cambiato. Sono bruciata, scottata, ustionata per sempre ma ci metterò anni per rendermene conto.</p>
<p>Erano le 19,30. Se si hanno bambini è ora di porre inizio all’organizzazione della cena e è anche l’ora del TG regionale. Per me era una giornata come le altre, una giornata da madre come tante altre madri. Alla televisione la giornalista Mariolina Sattanino, novella Cassandra, pallida come un cencio, incapace di parlare, cercava quasi di non dire, sembrava volersi scusare con gli italiani per la notizia che era costretta a portare:</p>
<p>“A Palermo, l’autostrada per l’aeroporto&#8230; un’esplosione&#8230; forse&#8230;” Ricordo parola dopo parola e poi ricordo il frastuono assordante del piatto che tenevo in mano e ora mi cadeva per terra, lo stesso frastuono dell’esplosione lontana, il boato dell’autostrada fatta a pezzi, lo schianto delle lamiere delle macchine saltate in aria, dei corpi in mille pezzi, della grida, dei pianti. Quel boato inascoltato lo conosco perfettamente e ancora, dopo anni, si confonde con il rumore al rallentatore di un piatto infranto sul pavimento della mia cucina e i cui pezzi, cadendo, si frantumano, esplodono a loro volta in mille pezzi e rimbalzano e rimbalzano.</p>
<p>Poi il lutto. Pianti. Occhi gonfi. Al funerale la pioggia inarrestabile copriva le nostre lacrime. Ricordo i vestiti impregnati d’acqua, il cielo grigio, oscuro, di piombo mentre la gente si accalcava attorno alla grande chiesa dove arrivavano tutte le autorità italiane, i giornalisti da tutto il mondo.</p>
<p>Ricordo. Ricordo. Ricordo. Poi, subito, con un moto inarrestabile cominciò la lotta, senza domande, senza perché politici, senza steccati o bandiere, solo la lotta, una lotta semplicissima: dire no, ritrovarsi. Innanzitutto ci fu la catena umana: le spalle facevano molto male e anche le braccia perché ci mettemmo per ore in una posizione forzata. La gente si era riunita spontaneamente sotto al Tribunale dove Falcone lavorava, poi le mani avevano cominciato a cercarsi, a unirsi, a tirare il lungo filo umano per le strade della città a lutto, una mano dentro l’altra, in silenzio mentre le campane delle chiese al nostro passaggio suonavano a stormo. Tutti piangevano. Stringevamo, cullavamo tra le nostre braccia la città intera, dai quartieri antichi dove ha sede il Tribunale fino alla città nuova dov’era la casa del giudice. Da allora lì sotto, un albero, una magnolia si chiama l’albero Falcone e i palermitani ci attaccano lettere, domande, descrizioni di ingiustizie, noi ci attaccammo un lenzuolino con scritto NO ALLA MAFIA. Noi, il Comitato dei lenzuoli.</p>
<p>Giuliana Saladino giornalista, scrittrice. Nel dopoguerra aveva partecipato all’occupazione delle terre con i comunisti poi, per i fatti di Ungheria, aveva lasciato il Partito. Per molti di noi palermitani, che da anni cercavamo di ragionare sulla strana prigionia senza steccati in cui vivevamo, Giuliana era un punto di riferimento fondamentale, lei era rimasta pura in mezzo a un mondo, una borghesia incolta, collusa con gli ambienti criminali, lei non si era mai arresa, restando un’intelligenza chiara e coerente negli anni più bui della città, quando ogni giorno si contavano i morti ammazzati per mafia.</p>
<p>Ricordo Giuliana al telefono: “Stasera ci vediamo da Marta, venite? Proviamo a fare qualcosa”. Io e Paolo andammo.</p>
<p>Marta, figlia di Giuliana, nella notte della strage, presa dalla disperazione, era corsa a casa, aveva aperto un armadio, tirato fuori un lenzuolo e sopra, enorme ci aveva scritto NO ALLA MAFIA, poi era andata al balcone e l’aveva appeso. Dopo un poco un lenzuolo analogo era apparso sul balcone di fronte. Come si fa a spiegare agli altri italiani che per compiere quel gesto qui da noi era necessaria una straordinaria dose di coraggio? Come fai spiegare ai tuoi connazionali che c’è davvero un pezzo della Repubblica dove non esiste la democrazia? Dove un folle potere sanguinario, alimentato dalle vie internazionali della droga e delle armi e di giochi politici di divisione del mondo, schiaccia ogni tentativo di libertà? Come fai a spiegarlo senza passare per un’esagerata mitomane e non sentirti rimbalzare in faccia tutta la banalità dei luoghi comuni? Sicilia: sole, coppola e lupara? Eppure, proprio in quegli anni, dovrei dire quasi grazie ai nostri martiri, finalmente abbiamo potuto parlare. Anche se è durato poco.</p>
<p>Diverso, diverso dal resto dell’Italia: qui c’è la mafia. Come fai a spiegare che non si tratta soltanto di un atto criminale ma soprattutto di un oltraggio alla persona? Noi siciliani da sempre siamo il fumetto del folclore mondiale del boss in abito gessato, borsalino in testa e grande sigaro in bocca. Come fai a spiegare che si tratta di cosa ben più grave e che è difficile starne fuori? Mafia non solo morte, mafia soprattutto grandi silenzi e impossibilità di esistere. Mafia progetto autoritario: negazione della nostra cultura, del nostro pensiero libero. Non devi mai essere altro. Bisogna essere come vogliono loro, i cannibali e i loro alleati. Mafia che uccide la diversità. L’oltraggio è non esistere, è comprimere la persona in un modo di essere che amputa e avvilisce una parte di te.</p>
<p>Paura da morire. La paura è il sentimento più diffuso in città. Avvengono fatti scandalosi: violenze sulle persone, sopraffazioni, la cultura viene cancellata . Eppure nessuno reagisce.</p>
<p>Qui nessuno ricorda la parola scandalo. Nessuno dice:ora basta. Non è permesso l’urlo e il furore. Questo è il vero inferno. Ogni cosa viene digerita silenziosamente.</p>
<p>Per questo, il gesto di Marta fu una rivoluzione e nacque il Comitato dei lenzuoli, la rivoluzione dei lenzuoli. Stendere lenzuoli bianche alle finestre, un gesto silenzioso di donna che rompe l’omertà. Il primo gesto di ribellione della popolazione palermitana. I lenzuoli alle finestre si moltiplicarono.</p>
<p>Eravamo una ventina. Ci riunivamo nelle case quasi clandestinamente. Ci muovevamo in modo silenzioso. Avevamo le idee chiare, eravamo minuscoli e deboli, eravamo gente comune senza potere, eravamo pochissimi ma avevamo un’identità nuova, forte, vincente; si trattava di lavorare negli spazi minuscoli, nascosti, risalire, esserci, altri, differenti, ricordando ai nostri concittadini che un mondo senza mafia era possibile. Era possibile essere se stessi e riconoscere le ingiustizie. Un mondo dove era possibile costruire le cose a partire dalla propria cultura e non da quella che gli altri ci dicono essere le nostra cultura. Volevamo un mondo dove era possibile dire: siciliano è bello e non solamente siciliano è mafia. Un mondo dove ritornavano, da siciliani, i valori di pace giustizia e cultura e non solo coppola e malaffare. Tutto molto semplice e molto complicato. Ci assumevamo in realtà il compito immenso di “pensare” un pensiero nuovo e originale in una terra dove pensiero non ce n’era se non quello di esportazione. Sogno di sentire dire al mio popolo: “&#8230; questo&#8230; è arte&#8230; è cultura&#8230; questo ci piace, questo è noi” e, invece, da sempre io sento: “&#8230; questo vi deve piacere, questo ci aspettiamo da voi siciliani, questo è il prodotto culturale che siete e a voi vi piace perché a noi piacete così”. Sapevamo perfettamente il rischio enorme che correvamo decidendo di pensare ed esprimere il nostro pensiero in una terra dove il potere/pensiero è esclusivo e autoritario. Pensare dunque faceva una paura terribile. Meglio farsi dire dagli altri cosa devi pensare.</p>
<p>Mi ricordo il giorno in cui decidemmo- in una riunione a casa di Giuliana- di attaccarci ai vestiti con una spilla una resistenza elettrica, un piccolo segno da portare in giro, così nascosto e così evidente nel suo dichiarato significato: resistenza. Resistere e essere. Ricordare l’urlo e il furore, ricordare che c’è una soglia di orrori, di scandali, di oltraggi da denunciare. Volevamo esistere. Molti di noi erano artisti, scrittori, pittori, gente di teatro costretti negli anni al silenzio, a emigrare o a vendersi per un tozzo di pane, adesso stavamo lì a offrire gioiosamente la nostra creatività per tornare ad esserci come persone. Per Palermo questa cosa così piccina, che per altri posti dell’Occidente può sembrare banale , era veramente e lo è ancora una rivoluzione.</p>
<p>Se nella mia vita non ci fosse stato il Comitato dei lenzuoli, io non avrei mai capito quant’è importante lavorare a minuscoli passi in forma, direi, monacale quando attorno a te i colossi agiscono e uccidono sia fisicamente che moralmente.</p>
<p>Infatti, gli altri uccidevano. Ricordo il giudice Paolo Borsellino fare testamento nell’Atrio della Biblioteca Comunale. Lui ci convocò. Chi sono i “ci”? Sono i palermitani.</p>
<p>Lui ci convocò per ricordare Giovanni Falcone ma parlava per sé, ci stava salutando, sapeva di avere i giorni contati.</p>
<p>E fu il 19 luglio 1992. Questa volta la bomba esplose in pieno centro, palazzi sventrati, pezzi di corpi in volo attaccati ai balconi, pezzi di qua e di là. Ricordo il muro compatto dei ragazzi delle scorte, la notte della sua esecuzione. Scendemmo per le strade un’ora dopo la strage. La paura si tagliava a fette. Non c’erano più alternative. I poliziotti delle scorte, amici e colleghi di quelli massacrati dalle bombe del 23 maggio e del 19 luglio, avevano la benda nera del lutto legata al braccio. Scendemmo con loro, dietro loro per i vicoli della città, nei vicoli di mafia. I ragazzi delle scorte camminavano avanti a muso duro, era disarmati ma portavano addosso la forza delle loro braccia, dei loro pugni, si fermavano davanti ai portoni dove sapevano esserci un mafioso, un colluso e battevano, battevano i pugni contro gli stipi chiusi. Le mura dei vicoli si stringevano attorno a noi. Per Falcone c’erano stati i pianti, ora per Borsellino c’era la rabbia e la guerra. I portoni erano chiusi, i palazzi sembravano disabitati ma da qualche balcone, lentamente, cominciarono a spuntare braccia femminili che, in modo indifferente e quotidiano, stesero per tutta la notte lenzuola bianche, le più belle, quelle dei corredi.</p>
<p>Di quella notte ricordo la paura e, poi di avere pensato: è scoppiata la guerra civile, io non posso farci niente.</p>
<p>Eravamo nel fondo del pozzo, in uno dei posti peggiori del mondo, mafia ed Europa, tutto mischiato a non farci capire niente. Eppure proprio con tutto quell’orrore, avevamo improvvisamente una possibilità: il mondo finalmente ci guardava, non eravamo più soli. Si poteva parlare e essere creduti. Adesso tutti parlavano di quell’inferno che si chiamava Palermo. Questo cambiava completamente la prospettiva delle nostre vite.</p>
<p>Mi sentivo ubriacata dalla sensazione che adesso se parlavi, gli altri, quelli di fuori, ti credevano. Ubriaca : potevo dire e pensare. Il mio dolore, la mia tragedia, la mia prigionia; il dolore e la tragedia del mio popolo potevano essere accolti, compresi, sostenuti.</p>
<p>Non fu facile. Eravamo incolti, per decenni siamo stati tenuti fuori dai collegamenti del mondo contemporaneo. Un baratro d’ignoranza ci separa dal resto del mondo occidentale. E’ stato fatto apposta, noi dobbiamo essere così, un poco selvaggi, un po’ la caricatura di noi stessi. Un’isola dorata, proprio come l’isola che siamo, per tutti i loschi affari internazionali. L’isola del mito, dei poeti, dei drammaturghi da Eschilo a Pirandello è diventata la terra dove dittatori selvaggi e sanguinari fanno da padroni.</p>
<p>Ci ho messo moltissimo tempo a capire questo semplice meccanismo. Però quando l’ho capito, ho deciso di fare qualcosa di molto specifico: “fare cultura”. Perché qui fare cultura è fare la rivoluzione.</p>
<p>Comunque in quel momento a noi provincialotti, noi del pozzo, con i nostri occhietti male addomesticati toccava il compito di risvegliarci, scacciare i dittatori scrollandoci di dosso tutti i luoghi comuni su di noi, riacchiappare la nostra storia e essere di nuovo al centro del mondo. Non fu facile. Non eravamo più in grado di guardare con i nostri occhi; per troppo tempo ci avevamo abituato a guardare con i loro occhi; bisognava mettere delle lenti nuove, abituarsi alla democrazia, al libero pensiero, allo scontro ideologico. Ci siamo ubriacati per il rapido successo che sembravamo ottenere. Ci siamo fidati troppo delle nostre stesse capacità e abbiamo mal riposto la nostra immensa voglia e energia di libertà. Troppo duro, troppo difficile . Così dopo alcuni anni, quelli sono tornati.</p>
<p>Comunque prima della sconfitta ci furono ancora anni di gioia e di entusiasmo. Ricordo Guido seduto nel salotto di casa mia, mentre gli altri parlavano e parlavano, schizzare un logo dietro l’altro per trovare quello giusto per una campagna elettorale in cui credevamo di trovare la nostra libertà: “Insieme per Palermo. Vota sindaco Leoluca Orlando.” Ricordo il logo che piacque a tutti noi: due mani si tenevano come nelle catene umane fatte con tale forza da farci tornare a casa con le braccia doloranti.</p>
<p>Ricordo la notte della vittoria a sindaco di Leoluca Orlando e tutti a piazza Pretoria con le lacrime che ci colavano. La nostra vittoria. Trovammo il portone del Municipio chiuso. Qualcuno portò una scala lunghissima e Leoluca- detto da tutti Luca- si arrampicò. Sembrava la presa del Palazzo d’Inverno. Ricordo il Luca d’allora. L’amatissimo Luca. Lui ci spingeva, sembrava accogliere i nostri pensieri, riportarli in televisione, rimbalzarli nelle case degli italiani. Allora sembrava essere il nostro portavoce. Decine di volte, in modo semplice e familiare, ci riunivamo con lui in una casa tra le tante della gente che ogni giorno si univa a questo nuovo modo di essere e lì, con semplicità, lui era il nostro portavoce, tutti parlavano liberamente, tutti ci sentivano parte di un nuovo pensiero.</p>
<p>Vorrei riuscire a lasciare questo ricordo intatto. Metterlo nel cuore dell’utopia insieme ad altre piccole e care cose perché poi, invece, la storia si è inceppata.</p>
<p>Luca sindaco, ora si trattava di governare. Tutto era ben più complicato di come ci appariva quando eravamo per le strade. I lenzuoli bianchi rimasero appesi alle finestre. Di Palermo si parlò in tutto il mondo come il Rinascimento. Chi ci governava si ammazzava di fatica per fare presto, sempre un passo avanti rispetto a quelli che di nuovo ci inseguivano, ci minacciavano di morte, ci toglievano l’aria e il respiro. Noi eravamo ubriachi d’orgoglio e per la dignità riconquistata. Difficile accorgersi che intanto non tutto andava per il verso giusto.</p>
<p>Per anni siamo stati al centro del mondo. Ubriachi. Pochissimi mi ascoltano. Di nuovo attorno a me c’è il silenzio. Quelli sono tornati. Anche allora però fuori si sparava. Nella città dolente si continuava a morire. Di nuovo fui costretta a sentire il rumore odioso:pack, pack, pack.</p>
<p>Quando sparano a un uomo si sente solamente un colpo secco. In città la guerra continuava, i soldatini grigio- verde con il mitra in spalle, stavano appiattiti contro i muri, cercavano un poco d’ombra. Proteggevano le case dei giudici, di alcuni politici e sempre più di gente comune che si esponeva alla lotta, rischiando di essere uccisa. I soldatini avevano chiesto di fare gli alpini, erano finiti nei quaranta gradi dell’estate di Palermo a badare che non scoppiassero più bombe.</p>
<p>Anche perchè se ne scoppiava un’altra loro saltavano in aria per primi.</p>
<p>Nella mia strada c’erano cinque lunghe strisce dove non si poteva parcheggiare, pericolo bomba. I soldatini stavano lì impauriti, accaldati, gli abitanti dei palazzi portavano loro del thè freddo, un poco di granita al limone, i ragazzini passavano davanti a loro con le biciclette, si fermavano entusiasti a guardare i mitra.</p>
<p>Più in giù davanti al grande carcere della città, l’Ucciardone adesso stavano alcuni carri armati e anche lì soldatini pronti a combattere per le nostre vite.</p>
<p>Luca Orlando e con lui decine e decine di persone, viveva blindato, si muoveva con tre macchine di scorta. Se veniva a trovarci prima telefonava il suo segretario, Fabio, per fissare un orario preciso. Poi una macchina della polizia si fermava con molte ore di anticipo sotto casa nostra. Tutti gli inquilini erano informati e qualcuno si lamentava, è proprio necessario fare correre questo rischio alla gente del palazzo? Poi arrivava la scorta e controllava tutto l’appartamento: è venuto qualche operaio? Poi arrivava Luca, usciva di corsa dalla macchina quando il portone di casa era aperto. Gli uomini della scorta bloccavano le scale, lui prendeva l’ascensore, alla fine entrava con uomo della scorta. E i bambini attorno a ridere e scherzare come se tutto quello fosse normale.</p>
<p>Ma normale non era. E la paura ti rende pazza. Eccita le tue reazioni nel mondo, le rende abnormi, incontrollabili, fuori norma. Una volta Luca mi disse: “Sono diventato un mostro”. Ci ho messo anni per capire. Perché allora non potevo, ero ubriaca.</p>
<p>Pochissimi mi ascoltano, lo so. E’ difficile ma è una battaglia che vale la pena vivere. Allora la lotta per la propria sopravvivenza, per non venire uccisi, per non cedere alla “loro” forza ci divorava dall’interno. Troppo duro, troppo difficile. Sono cominciati i cedimenti, le collusioni e, a poco a poco, tutto è cambiato. Il mondo attorno ci divorava.</p>
<p>Per questo ho scelto il piccolo. Un giorno in mezzo a quella confusione, in mezzo a quella ubriacatura io decisi: io voglio continuare, questa è la mia vita, non voglio arrendermi. Non è che giorno per giorno non finiranno con il divorarmi ma nel piccolo è più facile resistere anche se la tempesta è sempre addensata, i litigi, le aggressioni, le violenze non cambiano. Ma si può continuare. O meglio, tutto attorno a te dice: lascia perdere e invece finisci che continui. Questo è il mio posto e la mia battaglia.</p>
<p>Per tutta questa strana vita che mi è toccata in sorte, a un certo punto decidemmo con delle amiche di aprire – per resistere, per fare cultura – una minuscola libreria. Un minuscolo spazio culturale. Un luogo per pensare: Libr’aria. Un luogo dove diffondere cultura. Il nostro contributo alla resistenza. Esserci. Un posto dove accumulare, archiviare, diffondere la differenza intellettuale e scriverla, raccontarla, crearla.</p>
<p>Mi fa così paura scrivere queste cose . Mi è così difficile allontanarmi dalla pietra miliare, mi ci tengo abbracciata per non vederla, per non osservarla. Come gli altri palermitani mi tappo gli occhi. Dimentico la nostra responsabilità. E’ più facile.</p>
<p>E’ tutto questo ammasso di cose, di speranze infrante, di desideri troppo complicati, di incapacità, di frustrazioni e di gioie la mia pietra miliare. Il momento, lungo dieci anni in cui ho capito verso quale luogo, verso quale esistenza dovevo andare. E’ proprio stando dentro il dolore e la frustrazione che ho capito il mio posto nel mondo. Sono grata al destino di avermi dato la possibilità di capire in mezzo all’incredibile baraonda di quegli anni. Ma ancora non sono in grado di capire come io ce l’abbia fatta a ribaltare il mio sguardo sulla realtà in cui vivevo. Attorno a me avveniva di tutto, si aprivano grandi spazi culturali, il tempio della lirica dopo vent’anni veniva finalmente restaurato e ridato alla cittadinanza, ogni luogo era spazio teatrale eppure qualcosa non funzionava: di nuovo c’era il silenzio. Questa volta l’omologazione e il silenzio assumevano la forma dell’elogio al principe.</p>
<p>Io avevo bisogno, desideravo e desidero essere una voce libera. Credevo e credo ancora che la responsabilità dell’intellettuale e dell’artista è sempre molto semplicemente: fare sentire la propria voce libera, fuori dal coro.</p>
<p>Invece, intanto, dietro le apparenze, i signori della guerra riprendevano le redini della città. Bisognava di nuovo lottare per esserci, bisognava farlo e l’abbiamo fatto. Libr’aria è il nostro piccolo spazio, minuscolo è lo spazio che la dignità si consente in questa città, la dignità della propria differenza.</p>
<p>Bisognava dunque ricominciare come ai tempi del Comitato dei lenzuoli, tra quattro mura, ma questa volta dovevo cercare quello che era mancato al Comitato dei lenzuoli : il collegamento internazionale, cercare i simili nel mondo, soprattutto cercare i maestri, chi prima di te ha vissuto, attraversando il deserto, cambiando il proprio sguardo sul mondo.</p>
<p>Ma dove cercarlo un altro sguardo quando non sei abituato a vedere con i tuoi occhi? Solo adesso, dopo che da molto tempo ho lasciato alle mie spalle la pietra miliare, comincio a capire: il modo in cui guardi il mondo è la rivoluzione. Ho deciso di fare questo della mia vita: insegnare quello che un tempo, Giuliana, una piccola donna libera, mi aveva insegnato, insegnare a guardare con i propri occhi.</p>
<p>All’inizio fu difficile perché si trattava in pieno boom, in un momento in cui tutti acclamavano se stessi per essere troppo bravi, perfetti, i salvatori della città, scegliere invece di fermarsi e andare in un certo senso controcorrente; fermarsi e osservare con pazienza e scegliere. Insomma non farsi trascinare da una corrente che non sembrava più tanto pulita.</p>
<p>Ecco mentre scrivo mi ritorna il groppo alla gola. Troppi ricordi sono arrivati d’improvviso. Li vorrei scacciare ma, in verità, sono io stessa a trattenerli. E’ proprio questo passato ancora presente, lo so, a tenermi in caldo la vita adesso che le cose sono ben cambiate.</p>
<p>Qui c’è un grande silenzio. Ma la mia libreria è ancora qui, abbiamo litigato e pianto ma la libreria ce l’ha fatta, è qui.</p>
<p>Ancora, da tutta una vita, al sole d’inverno, vado sulla spiaggia incantata della mia splendida e infelice città. I gigli bianchi sbucano dolci e improvvisi tra i cumuli d’immondizia, il lieve tanfo di fogna aperta si mischia con quello delle alghe che marciscono abbandonate sulla riva. Oltre, il mare verde s’infrange delicatamente contro la leggera striscia di conchiglie rosa. Forse sto qui sulla spiaggia incantata solamente per capire come guarire me stessa e come guarire chi mi sta intorno. Guarire, poi, da cosa? Da questa straripante immondizia? Ecco qua un cassonetto rovesciato e mezzo bruciato. Tampax, pannolini per bambini, bucce di fichi d’India, spray super tossici, foglietti di carta con canzoni scritte a mano, una buccia di melone rosso, un osso su cui si avventa un cane di passaggio.</p>
<p>Si tratta di provare a trovare un passaggio tra le macerie.</p>
<p>Guarigione. Certamente un modo bizzarro di stare in Occidente. E chi ci capisce niente. Una grande confusione. Europa-Africa. Sto qui, le vicende della città le conosco proprio tutte.</p>
<p>Il mondo è popolato dal cimitero delle culture assassinate e noi siamo una di queste. Non ho altro da fare nella vita, posso solo raccontare questa storia. Ma già se ci riesco è tantissimo.</p>
<p>Mi vengono in testa brandelli di vita, percorsi di dolore e, poi, di gioia, piccole vittorie, grandi dolori. Comunque, alla faccia dei potenti e della loro indomabile arroganza, io penso ancora. Alla faccia delle bombe scoppiate nei nostri cervelli, alla faccia dei brandelli di carne disseminati in autostrada. Già, proprio così: alla faccia loro, eccomi qui sulla spiaggia, viva, non sono stata uccisa né nel corpo né nell’anima. Alla faccia loro. E poi si può essere testimoni e ricordare. Io, per esempio in tutti questi anni ho visto tutto. Ho sentito come sono andati i fatti. Io sono a conoscenza delle cose, sono una testimone. Porto con me la parola e le storie di gente assai particolare, gente incontrata nel fuoco perché cresciuta nel fuoco.</p>
<p>Molte onde del mare devono scivolare tra me e il mondo per rendermelo digeribile.</p>
<p>Sarò capace di vivere? E come sarà la mia vita con tutto quello che mi sono lasciata alle spalle? Il tempo del viandante cancella le scorie. Dunque è anche il tempo del rinnovamento. La pietra miliare è lì bene in vista mentre io, insieme ai miei amici e compagni, vado avanti. Dopo le scorie, dopo i rami secchi, rimane il tempo dell’andare anche se fanno male i piedi.</p>
<p>Alcuni di noi attraverseranno lo Stige, depositeranno una moneta tra le labbra di Caronte affinché li porti oltre le acque che separano i linguaggi. Un Matto, con le sue labbra profumate dai suoni dell&#8217;Universo sarà il primo a traghettare. E da lì oltre, nello spazio della libertà, ci farà segni di raggiungerlo, ma quanti di noi saranno in grado di seguirlo? Quanti di noi avranno il coraggio di continuare quando il mondo intero ti grida: Ferma! Pensa a te! Difficile capire il lato oscuro delle cose. Difficile come capire i morti silenziosi. Ma se noi porgiamo le orecchie e un po&#8217; ci chiniamo sul mondo a osservare le cose minute, le cose schiacciate dalla guerra, dalla violenza e dal potere, forse capiamo un poco di più.</p>
<p>E’ molto piccina la porta attraverso cui bisogna passare. Lì davanti c&#8217;è Cerbero ma c&#8217;è anche Ermes abitatore delle linee di confine. Sarà proprio lui, con la sua notoria destrezza, a permetterci di comprendere un pezzettino, magari minuscolo, del nostro destino.</p>
<p>A piedi. Un piede dopo l’altro, a piccoli passi e poi, ogni tanto, nelle discese, di corsa. Poi nelle salite piano piano e nella pianura con passo veloce.</p>
<p>A piedi, sì a piedi ce ne andremo.</p>
<p>Guarda, mia cara me stessa, guarda il tempo sulla spiaggia sta cambiando. Grosse nuvole nere corrono lì in alto. Gabbiani volano basso. L’odore del mare forte, intenso. Tempo di ritornare nella città oscura e benefica. Aprire la saracinesca della piccola libreria. Chissà forse anche oggi passeranno, come ieri, come ieri l’altro una due tre persone e a poco a poco la legittimità della disobbedienza prenderà forma sempre di più. L’importante è raccontare.</p>
<p>Ma sì, le persone migliori stanno ai bordi del mondo. Nel loro solitario percorso, nelle loro tragiche solitudini, non capite e improponibili, nei loro discorsi folli baciati dal Dio è contenuta tutta la saggezza del mondo. Per questo io scelgo di seguirli e unire la mia ricerca alla loro. Maestri e monaci si aggirano sulla terra per salvare il salvabile. Io sto con loro.</p>
<p>Adesso la pietra miliare della mia vita è lontana ma se mi giro la vedo ancora, ne prendo le distanze e sorrido al destino che mi ha dato di capire.</p>
<p><i>A Giuliana, amica e maestra, ci manchi tanto Levanzo-Palermo maggio/giugno 2004</i></p>
<p>°</p>
<p>*[Questo testo è stato scritto e pubblicato in inglese per la rivista <em>The Open Page</em> n. 10 del Odinteatret.]</p>
<p>°</p>
<p><a href="http://www.beatricemonroy.it">www.beatricemonroy.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Incredibili scuse a Dell&#8217;Utri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 06:47:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[allarme mafia Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Dell'Utri]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[(«il Fatto Quotidiano», martedì 20 luglio 2010) di Evelina Santangelo «Chiedete scusa a Marcello dell’Utri». In questi termini si è pronunciato qualche giorno fa l’assessore alla cultura della provincia di Palermo contro la presa di distanza da Marcello Dell’Utri dei ragazzi di Giovane Italia Palermo, invitandoli al «silenzio e alla crescita», incurante delle accuse passate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(«il Fatto Quotidiano», martedì 20 luglio 2010)<br />
di <span style="color: #800000;">Evelina Santangelo</span></p>
<figure id="attachment_36221" aria-describedby="caption-attachment-36221" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-bebo-cammarata.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-36221 " title="foto Bebo Cammarata" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-bebo-cammarata-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-bebo-cammarata-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-bebo-cammarata.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-36221" class="wp-caption-text">Lo specchio di Palermo (foto Bebo Cammarata)</figcaption></figure>
<p>«Chiedete scusa a Marcello dell’Utri». In questi termini si è pronunciato qualche giorno fa l’assessore alla cultura della provincia di Palermo contro la presa di distanza da Marcello Dell’Utri dei ragazzi di Giovane Italia Palermo, invitandoli al «silenzio e alla crescita», incurante delle accuse passate e presenti. D’altro canto, lo stesso senatore Dell’Utri non vede alcuna contraddizione nel rispondere proprio ai giovani del Pdl: «Borsellino e Falcone sono eroi, ma Mangano è un eroe per me». Pure il senatore Cuffaro, d’altronde, fece tappezzare la Sicilia con manifesti che dicevano: «La mafia fa schifo». Né i boss, in passato, hanno sottovalutato l’opportunità che qualche grosso commerciante siciliano si iscrivesse a un’associazione antiracket «per mescolare le carte». Ora, è proprio su questo modo disinvolto di «mescolare le carte» che vorrei riflettere in questi giorni dedicati alla memoria di chi i distinguo li faceva, eccome, fino al sacrificio della vita.<span id="more-36219"></span></p>
<p><strong>Discontinuità culturale</strong></p>
<p>«Accanto ai giudizi dei giudici, – diceva Paolo Borsellino, – esistono anche i giudizi politici. Le conseguenze che dinanzi a certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico». E Falcone, dal canto suo, non smise mai di ritenere la discontinuità culturale e morale come l’unica via praticabile per sradicare (e non solo combattere) la mafia dalla società. Una lezione che sin dalla metà degli anni ’80 ha visto molte associazioni e scuole siciliane impegnarsi più che mai sul fronte dell’educazione alla legalità, che in Sicilia significa soprattutto «educazione a una cultura antimafiosa». E questo perché, da allora, è risultato sempre più evidente come la mafia, il patto criminale stretto con una fetta del mondo politico e imprenditoriale, i morti che ha seminato, la sub-cultura che ha alimentato, gli abusi che ha perpetrato in decenni di controllo e stupro edilizio del territorio siciliano abbiano spesso dettato non solo l’agenda delle priorità, in Sicilia, ma anche logiche di convivenza, comportamenti, paure, e persino il modo di abitare una città come Palermo, di percorrerla&#8230; al punto che c’è persino un fondo di verità nella battuta paradossale del film <em>Jhonny Stecchino</em> sul «traffico» a Palermo: anche il «traffico tentacolare» del capoluogo siciliano è frutto del «sacco di Palermo», della volontà e degli interessi mafiosi diventati legge grazie alle connivenze politiche. C’è però qualcosa di ancora più insospettato su cui lo strapotere mafioso ha esercitato il suo condizionamento: cioè, i modi stessi in cui si è stati costretti spesso a rivendicare diritti e identità, sempre e prima di tutto in contrapposizione nei confronti di quanto la mafia ha inoculato, in modo materiale e immateriale, nel tessuto di questa terra e della sua gente, almeno per chi è cresciuto credendo nel dovere civile di contrastarla, la sub-cultura mafiosa, piuttosto che «conviverci» o farci affari. Così è accaduto qualcosa di paradossale. La mafia, più o meno indirettamente, ha finito, per <em>orientare</em> anche il sentimento lacerato che molti di noi siciliani nutriamo nei confronti della nostra terra e di noi stessi, costringendoci, di fatto, a definirci <em>in primis</em> per negazione, a dichiarare, prima di ogni altra cosa insomma, «ciò che non siamo e ciò che non vogliamo» (a volte un vero e proprio imperativo interiore, ma a volte anche una condanna dello spirito), nel tentativo, se non altro, di disinnescare la forza distruttiva che la sub-cultura mafiosa esercita nei confronti della nostra identità. Un modo drammatico, a ben guardare, di pensare il proprio senso di appartenenza a una terra, drammatico e sempre più assediato dalla spregiudicatezza con cui da tempo sono state rimescolate le carte: «le carte» che ricostruiscono la stagione delle stragi, «le carte» che segnano la nascita della Seconda Repubblica, «le carte» che dettano equilibri economici, politici, istituzionali, le «carte» dei principi che sanciscono la convivenza civile nel nostro paese. Eppure, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, in Sicilia era accaduto qualcosa di impensabile: si era nutrita l’illusione che esistesse davvero un fronte civile solido su cui costruire un’identità in <em>positivo</em>: «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine», diceva Giovanni Falcone. E dire «fine» in una terra dove la non-speranza è stata sempre la maggiore azionista della mafia significava infondere il senso che era possibile prendere in mano il proprio destino e compiere scelte a partire da <em>ciò che si voleva, ciò che si era, e che si poteva essere</em>.  È anche questa ridefinizione del senso stesso della propria identità che le bombe di Capaci e via D’Amelio hanno cercato di travolgere, uccidendo due giudici divenuti simboli, certo, non tanto di eroismo (se c’è un tratto che accomuna tutti coloro che hanno lottato sul campo la mafia in Sicilia è proprio l’antieroismo), ma di un modo «civile» di intendere le istituzioni e lo status stesso di cittadino in un paese civile. «Basta che ognuno faccia il proprio dovere», ripeteva Falcone.</p>
<p><strong>L&#8217;allarme settentrionale</strong></p>
<p>Eppure basterebbe anche solo leggere il dettato dell’emendamento del senatore Azzolini inserito tra le pieghe dell’ultima finanziaria come se nulla fosse (la licenza di stato all’abusivismo più selvaggio) per intuire che il «sacco d’Italia», come allora «il sacco di Palermo» (insieme a tutto il corollario di connivenze, condiscendenze o silenzi complici) stia oggi nell’ordine delle cose possibili, anzi, autorizzabili, se non auspicabili.</p>
<p>«C’è un allarme settentrionale, rendiamocene conto», scriveva su questo stesso quotidiano qualche giorno fa Nando Dalla Chiesa. Ecco, forse anche il nord, come il sud, come il centro, dovrebbe oggi passare da quel calvario lì che molti siciliani conoscono benissimo, dichiarando senza equivoci: «ciò che non siamo e ciò che non vogliamo», nel tentativo di riprendere quel discorso civile che, in Sicilia, le stragi e le esecuzioni del ’92 e ’93 hanno spezzato drammaticamente, ma non liquidato del tutto, se fa ancora paura a qualcuno l’idea che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si possano confondere tra i passanti nel centro di Palermo in una rappresentazione ideale della più profonda eredità lasciata a questa terra dai due giudici: la lotta alla sub-cultura mafiosa non è gesto eccezionale di esistenze eccezionali, ma comportamento ordinario che, ogni giorno, chiama in causa tutti in gesti individuali e collettivi di corresponsabilità.</p>
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		<title>Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:29:07 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
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		<title>19 Luglio 1992 : Una strage di stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2007 15:11:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>lettera aperta di <strong>Salvatore Borsellino</strong>, fratello di <a HREF="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino">Paolo</a></p>
<p>Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.</p>
<p>Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.<br />
<span id="more-4246"></span><br />
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.</p>
<p>Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.</p>
<p>Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.</p>
<p>I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.</p>
<p>Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.</p>
<p>Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.</p>
<p>Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.</p>
<p>Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.</p>
<p>Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.</p>
<p>A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.</p>
<p>E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.</p>
<p>A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.</p>
<p>A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.</p>
<p>Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.</p>
<p>Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.</p>
<p>Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.</p>
<p>Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.</p>
<p>Io mi chiedo invece, con amarezza, di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.</p>
<p>Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).</p>
<p>Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi, di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura”.</p>
<p>Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.</p>
<p>Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.</p>
<p>Eppure nella stessa via, al n. 68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.</p>
<p>A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!</p>
<p>La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .</p>
<p>Affermazione palesemente risibile: in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.</p>
<p>Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott. Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.</p>
<p>Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.</p>
<p>Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.</p>
<p>Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.</p>
<p>Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.</p>
<p>O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente.</p>
<p>Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.</p>
<p>E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.</p>
<p>Salvatore Borsellino<br />
Milano, 15 Luglio 2007</p>
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		<title>Invito alla lettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2003 22:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia Borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jacopo Guerriero Propongo una pagina di Lucia Borsellino, figlia di Paolo. La trovo inserita nella biografia del magistrato antimafia scritta da Umberto Lucentini, pubblicata una prima volta nel ‘94 e ora uscita in edizione aggiornata per i tipi di San Paolo (18 ?). Il volume è un resoconto dettagliato, si costruisce su testimonianze inedite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8821549682/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8821549682&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" style="margin: 2px 4px; border: 0px none;" alt="borsellino.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/borsellino.jpg" width="126" height="190" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></a>Propongo una pagina di Lucia Borsellino, figlia di Paolo. La trovo inserita nella <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8821549682/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8821549682&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">biografia</a> del magistrato antimafia scritta da Umberto Lucentini, pubblicata una prima volta nel ‘94 e ora uscita in edizione aggiornata per i tipi di San Paolo (18 ?). Il volume è un resoconto dettagliato, si costruisce su testimonianze inedite e svela aspetti sconosciuti della vita del giudice assassinato.</p>
<p>Tra i nuovi contributi un’intervista alla moglie del magistrato, un colloquio con i figli, la testimonianza della sorella Rita.</p>
<p>Mi sembra che le parole di qui sotto, scritte nel febbraio 2003, chiedano riflessione, il tempo che viviamo le carica di un nuovo significato.<br />
<span id="more-123"></span><br />
<em>«Sono ormai trascorsi dieci anni da quando è stato compiuto quell’atroce delitto in cui mio padre e altri padri come lui, onesti ragazzi e una giovane donna, furono inesorabilmente strappati alla vita. Da allora non è passato un giorno in cui non cerco di rinnovare e alimentare la forza e lo slancio che occorrono per continuare a credere nella possibilità di costruire un presente e un futuro migliori. Pensando a quel momento in cui dolore, sconvolgimento, terrore e rabbia si mescolano e si fondono nell’animo (perché così è il senso umano del distacco –tra l’altro violento- dagli affetti più cari), so che di tempo ne è passato; e con esso, parole, idee, uomini, storie e forse la memoria. Accanto al gesto di ribellione e protesta di gente comune di ogni età, di rappresentanti delle istituzioni, di madri e padri, di fratelli e sorelle, di parenti e amici di vite spezzate apparentemente senza una ragione, hanno trovato posto i sentimenti positivi di solidarietà e di speranza. E con loro i propositi di rinnovato o di nuovo impegno sociale, di presa di coscienza, di riscoperta del senso della legalità, del coraggio della testimonianza, il ritrovato bisogno di vivere la vita in modo non passivo e indifferente ai mali che la turbano. La reazione della società e gli annunci potevano bastare a farci maturare la ragionevole convinzione che quanto accaduto andava assumendo il significato di un evento quasi ineluttabile che, unito a quello che lo aveva poco prima preceduto, la strage di Falcone, avrebbe fatto maturare la coscienza civile nei confronti del fenomeno mafioso, della entità e delle forme con le quali si sostanzia. La realtà, tuttavia, è ben più difficile da affrontare. Davanti a fatti spesso poco incoraggianti, se non addirittura inducenti allo sconforto, è la forza della fede cristiana che mi ha sempre sostenuto ad andare avanti e a vivere la vita nel segno della continuità e della trasmissione dei valori, gli stessi per i quali mio padre è vissuto ed è morto. Ricordo quello sguardo pieno d’amore, sempre illuminato di entusiasmo e di ottimismo che pur non veniva meno in un uomo spesso chiamato alla prova. La mia speranza, perché uomini giusti non passino invano alla storia o vedano il proprio nome attribuito solo alle piazze, alle strade, alle stazioni o agli aeroporti, è che il ricordo, quando perpetuato, non sia l’unico modo per sentirsi in pace con se stessi, credendo così di aver dato il proprio fattivo contributo nella lotta contro il crimine mafioso, o a coloro che lo sostengono e ne traggono beneficio.</em></p>
<p><em>Provo profonda ammirazione e riconosco tanto coraggio in chi cerca di essere coerente con quegli esempi. E’ uno sforzo continuo che fa di uomini comuni dei testimoni di valori di legalità e giustizia. Mi piace pensare che quello che oggi è un timido convincimento sul significato di quell’enorme perdita per la mia famiglia e per la società onesta, possa divenire, in un futuro non troppo lontano, la forte consapevolezza che qualcosa è cambiato. Così come un patrimonio materiale può esaurirsi per incauta gestione, noncuranza, aggressione, anche un’eredità morale può disperdersi se resta patrimonio di pochi, traducendosi conseguentemente in un oneroso e pesante fardello da portare e da sopportare. Ferma restando indiscutibile e inestimabile la ricchezza interiore di chi si sente ed è possessore di certi ideali di amore, legalità, rispetto per le istituzioni, devo confessare una mia preoccupazione: se a credere e a informare la propria esistenza a tali principi sarà solo una minoranza, coloro che la compongono rischierebbero di sentirsi soli e non sempre compresi nel loro percorso. La condivisione d’intenti, un contesto sociale che sostenga, anche culturalmente, nella lotta, nel costruire, nell’investire correttamente le proprie risorse umane, morali e professionali, è assolutamente necessario affinché gli insegnamenti di chi continua a vivere in noi non si rivelino astratta teoria ma guida concreta nell’agire quotidiano.</em></p>
<p><em>Onorare la memoria di mio padre, per noi figli, significa essere umilmente testimoni di quel patrimonio morale e umano. Oggi è sempre più difficile esserlo. Lo è nella vita di ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi occasioni, nella famiglia e nel luogo di lavoro. Occorre molto più coraggio nel continuare a persistere secondo questa direzione piuttosto che porsi nella condizione di chi, avendo già il proprio credito di sofferenze e sacrifici, pensa di potersi fermare. E’ vero, a volte la sfiducia ci assale. Ma noi continuiamo. E poi ci sono i nostri figli. C’è Agnese che ha tre anni e che può conoscere e crescere nel sorriso di suo nonno solo attraverso il nostro sorriso.»</em></p>
<p><em> Lucia Borsellino</em></p>
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