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	<title>paolo maccari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;L&#8217;osso, l&#8217;anima&#8221; di Bartolo Cattafi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/03/su-losso-e-lanima-di-bartolo-cattafi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2023 06:11:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bartolo Cattaffi]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Bertelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Caproni]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[Raoul Bruni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese </strong> <br /> La scena ricorrente in Cattafi è quella di un programma razionale, di conoscenza o azione, che s’infrange puntualmente contro il mondo (o il proprio sé inconsapevole e animale); in questo la sua tragicità e l’”antiumanesimo integrale” di cui ha scritto Baldacci...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo, dedicato al libro di Bartolo Cattafi, <em>L’osso, l’anima </em>(a cura di Diego Bertelli, Le Lettere, Firenze, 2022), è apparso sul numero n° 7/8 (luglio-agosto, 2023) de &#8220;L&#8217;Indice&#8221;.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Con la riedizione del suo libro più intenso, <em>L’osso, l’anima</em>, uscito per la prima volta nel 1964, e ristampato per Le Lettere nel 2022 a cura di Diego Bertelli, possiamo dire che Bartolo Cattafi ha cessato di essere un poeta dimenticato o sottostimato criticamente. A partire da <em>Spalle al muro</em> del 2003, una monografia critica di Paolo Maccari – anch’egli poeta – si è assistito a un crescente interesse per l’opera di Cattafi (1922-1979) soprattutto da parte delle più giovani generazioni di critici e autori, che ha avuto come importante coronamento la pubblicazione di <em>Tutte le poesie</em> nel 2019, sempre per Le Lettere e a cura di Bertelli, con introduzione di Raoul Bruni. Secondo quest’ultimo, il poeta siciliano va annoverato tra gli “irregolari” del Novecento, con Delfini, Landolfi, Morselli – ma la lista, lo sappiamo, sarebbe più lunga –, che non sono stati, per varie ragioni, considerati degni di adeguata attenzione critica. Innanzitutto, Cattafi ha mostrato una certa noncuranza nei confronti della corporazione poetica del suo tempo, e non si è prestato a una facile catalogazione nelle categorie critiche disponibili – a lui spettò, con una certa approssimazione, l’inclusione nella “linea lombarda”. A rileggere oggi <em>L’osso, l’anima</em> altre parentele sorgono, anche se inaspettate: con il Kafka dei racconti in forma di parabola, con l’anti-lirico Henri Michaux (<em>L’espace du dedans</em>, titolo di un’antologia ripubblicata nel 1966), con i romanzi surreali (ma non surrealisti) di Witold Gombrowicz. Il curatore, nel suo saggio introduttivo, esplora con attenzione le ragioni di questa mancata assimilazione della poesia cattafiana nel canone del secondo novecento, citando però anche coloro che, come Raboni o Luigi Baldacci, seppero cogliere la forza e l’originalità della sua opera, riconducibile “alla tradizione europea anziché al contesto nostrano”.</p>
<p>La diade lessicale del titolo c’introduce non tanto alla contraddittoria coesistenza tra mente e corpo, tra anima e carne, che tanto ha marcato la civiltà occidentale da un punto di vista filosofico e religioso, ma all’enigma della loro vicinanza, che potrebbe rivelare una forma di reversibilità: non l’osso <em>e </em>l’anima, ma l’osso <em>è </em>l’anima – “(…) è casomai in sequenza analogica e appositiva, scrive Bertelli, che dobbiamo interpretare i due termini”. Possiamo intenderlo in questo modo, allora, il titolo di Cattafi: lo spazio del di dentro è altrettanto opaco che lo spazio del di fuori; non solo la coscienza non fornisce all’essere umano nessun privilegio morale nei confronti della turpitudine cosmica, ma neppure le sue facoltà conoscitive le permettono un vero controllo sul destino. Accenti leopardiani attraversano la poesia di Cattafi, ma con una disinvoltura e un’ironia tutta novecentesca. D’altra parte, <em>L’osso, l’anima</em>, sembra eleggere come proprio osservatorio privilegiato la <em>soglia</em> tra soggetto e mondo, lo schermo della coscienza nel bilico che separa l’io dall’azione, il principio dalla sua messa in opera, l’enunciato dalla cosa a cui si riferisce.</p>
<p>Un’altra caratteristica della voce di Cattafi è la perentorietà degli attacchi e la versificazione martellante che li sviluppa. Evochiamone qualcuno: “Quanto secchi e squadrati / i nostri metri di mondo. / (…)”; “Lascia stare le fredde geometrie, / i faticosi conti della serva. / (…)”; “Giunse quindi il momento di buttarci / a capofitto, / ariete sprizzaschegge / che squassa scardina divelle. / (…)”; “Ti spiattello in faccia / come vanno le cose: / vanno male. / (…)”; “La tua grande bravura / infilare nel quadro colori / tesi, drammatici, scattanti. / (…)”. La brevità e la causticità dell’epigramma sono messe qui al servizio di un’intenzione allegorica, che inscena brevi parabole, micro-narrazioni, dialoghi interiori, che quasi mai fungono da espressione lirica diretta di un’esperienza. Un riferimento italiano pertinente, per questo e altri libri di Cattafi, è allora il Caproni allegorico del <em>Franco cacciatore</em>, ma già punti di contatto possono stabilirsi con il quasi coevo <em>Il muro della terra</em>, che è uscito nel 1975, ma include componimenti degli anni Sessanta. La differenza con Caproni è riscontrabile soprattutto nella più ampia mobilità figurativa di Cattafi, che pur funzionando anch’egli per “variazioni su tema”, rifiuta di confinare i suoi componimento entro una cornice allegorica unitaria e ben definita (la caccia, in Caproni).</p>
<p>Come già ricordato, la scena ricorrente in Cattafi è quella di un programma razionale, di conoscenza o azione, che s’infrange puntualmente contro il mondo (o il proprio sé inconsapevole e animale); in questo la sua tragicità e l’”antiumanesimo integrale” di cui ha scritto Baldacci. La parola poetica è una constatazione d’impotenza nei confronti degli eventi che circondano l’uomo, nonostante la sua presunzione di conoscere e controllare la realtà. E non vi sono zone di conciliazione (religiosa) o di riparazione (etico-politica) possibili. Nemmeno margini di montaliana saggezza. Ma vi è l’esistenziale energia, l’eros insopprimibile, che Albert Camus aveva visto nello sforzo vano di Sisifo, e che Cattafi celebra in questi fronteggiamenti con il mondo nella sua ambigua carnalità: ora calda e afferrabile, ora sfuggente e illusoria.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da &#8220;I ferri corti&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/01/da-i-ferri-corti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2019 06:02:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[I ferri corti]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Maccari [Presentiamo quattro testi inediti in volume, inclusi nella raccolta antologica I ferri corti, in uscita per Lieto Colle, collana Gialla Oro, pordenonelegge.] &#160; Viali È sempre lotta tra asfalto e radici. Dune sbrecciate nei parcheggi obliqui dei nostri viali. E profferta di simbolo anche ai poeti che sanno appena cinque o sei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Maccari</strong></p>
<p><em>[Presentiamo quattro testi inediti in volume, inclusi nella raccolta antologica</em> I ferri corti<em>, in uscita per Lieto Colle, collana Gialla Oro, pordenonelegge.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Viali</strong></p>
<p>È sempre lotta tra asfalto e radici.</p>
<p>Dune sbrecciate</p>
<p>nei parcheggi obliqui</p>
<p>dei nostri viali.</p>
<p>E profferta di simbolo</p>
<p>anche ai poeti</p>
<p>che sanno appena</p>
<p>cinque o sei alberi.</p>
<p>Nomi bastanti</p>
<p>a lunghe metafore</p>
<p>d’oppressione e rivalsa:</p>
<p><em>Sollevazione delle radici,</em></p>
<p><em>ribellione se erompono come…</em></p>
<p>Ma il Comune riasfalta.</p>
<p>Sradica, se vuole, il Comune, e ripianta.</p>
<p>Anche questa metafora</p>
<p>occorre far fiorire: il Comune innaffia e cura</p>
<p>la rivolta futura,</p>
<p>la scruta, la concima,</p>
<p>poi stende il nastro scuro.</p>
<p>Poi stende il nastro scuro</p>
<p>con nostro sollievo</p>
<p>sopra l’incuria</p>
<p>del viale insicuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Fratelli</strong></p>
<p>Marchino a dieci anni non sapeva parlare. Il fratello più grande di un anno lo portava per mano; bestemmiava quando doveva asciugargli col fazzoletto la bava. Marchino sbavava mentre rideva e anche quando masticava i suoni cercando di imitare i discorsi che sentiva. Amava straordinariamente abbracciare le persone. Dopo l’abbraccio, non avendone mai abbastanza, appoggiava il palmo della mano sulla testa di chi aveva appena abbracciato e ce lo lasciava finché l’abbracciato non glielo toglieva.</p>
<p>Quando era nervoso Marchino rimetteva la mano sulla testa che si era sottratta. Rideva se gli veniva tolta, e la rimetteva. Ma se era molto nervoso, dopo due o tre volte che gliela levavi la stessa mano l’usava per dare uno schiaffo. Dava schiaffi forti. Interveniva allora il fratello e lo picchiava. Mentre veniva picchiato Marchino rideva e il fratello picchiava più forte. Il fratello smetteva e bestemmiava prima che Marchino smettesse di ridere, ed era esasperato. Era l’unico il fratello a non intuire che la risata di Marchino mentre veniva picchiato era diversa, più infantile e salmodiante, da quella solita &#8211; anche meno bavosa-, perché era il suo modo di intercedere per se stesso col picchiatore e farlo smettere. Nessuno comunque lo faceva notare al fratello e lui non era disponibile a queste sottigliezze. Credo, incredibilmente, che non fosse disponibile per una forma di rispetto verso Marchino.</p>
<p>A noi piaceva abbracciare Marchino, ci faceva sentire buoni, oltre al fatto che abbracciare è quasi sempre bello, però raramente rimanevamo fermi mentre lui, con il passo dondolante e asimmetrico, si avvicinava per abbracciarci. La testa sulla mano, lo schiaffo, le botte del fratello a Marchino. Evitavamo. Tutti a parte Carlo. A Carlo piaceva veder picchiare Marchino. In verità, gli sarebbe piaciuto soprattutto picchiarlo lui. Una volta dopo aver preso lo schiaffo infatti gli tirò un cazzotto. Era un esperimento: se il fratello non avesse protestato avrebbe inaugurato un piacere. Dovemmo levarlo dalle mani del fratello, che continuava a colpire Carlo anche quando lui era svenuto. Il fratello di Marchino gli aveva tirato un pugno nello stomaco e uno in faccia mentre gli teneva l’altra mano stretta al collo. Carlo andò giù. Noi ci mettemmo in mezzo. Il fratello di Marchino prese Marchino per mano, e si avviò a testa bassa verso casa. Marchino rideva. Anche Carlo, in terra, rideva. Aveva fatto finta di svenire e anche se il fratello di Marchino gli dava le spalle camminando verso casa, Carlo non smetteva di fissarlo, e centellinava il rimorso di quelle spalle. Che tipo Carlo. E chissà di che tipo era il rimorso che sentiva, e che magone, il fratello di Marchino.</p>
<p>La sera spesso ripensavo a Marchino e a suo fratello. Ero troppo piccolo per domandarmi come mai i genitori affidassero sempre Marchino al fratello. Mi figuravo di essere Marchino, incapace di parlare (ma come pensava Marchino, come vedeva?), e a volte di essere suo fratello. L’adolescenza pontificante e piena di risposte mi distolse da queste fantasie, che erano domande.</p>
<p>Quei due bambini non so che fine abbiano fatto. Carlo invece, ancora oggi, ogni tanto ho voglia di picchiarlo, di cacciare a pugni il luccichio desiderante dai suoi occhi. Con tutto che a suo modo mi vuole bene e mi aiuta, e che rimane il mio fratello maggiore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Le divise</strong></p>
<p>Indosseremo ancora le divise,</p>
<p>felici delle giubbe d’un colore.</p>
<p>Saremo le colonne.</p>
<p>Ci faremo compagnia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sapranno conservare il malumore</p>
<p>soltanto i saggi,</p>
<p>scontenti dell’unisono dei passi,</p>
<p>feriti dai cantari</p>
<p>di cadaverica allegria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora più saggi e in meno,</p>
<p>marceranno con noi</p>
<p>alcuni che sapranno</p>
<p>questa o l’altra compagnia</p>
<p>o gli sfregi alla colonna</p>
<p>o i fanatici osanna</p>
<p>essere niente</p>
<p>di nuovo né drammatico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pochi, e inconsapevoli,</p>
<p>nelle nostre colonne e tra i nostri osanna</p>
<p>non rinunciando a farci compagnia,</p>
<p>altri ameranno senza dircelo.</p>
<p>Senza dirselo altri ameranno</p>
<p>con gli occhi</p>
<p>straordinariamente come i nostri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E noi non capiremo,</p>
<p>li scambieremo per noi stessi:</p>
<p>ogni peccato</p>
<p>dentro questa incomprensione</p>
<p>sarà magnificato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quindi il corteo proseguirà</p>
<p>obbedendo alle svolte</p>
<p>che alla sera imporrà</p>
<p>fragorosa la sorte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Janis Joplin</strong></p>
<p>I.</p>
<p>Dovunque in Italia, lo sanno tutti, basta spostarsi di qualche chilometro e cambia il modo di parlare. Il mio paese ha una parlata quasi forbita, ma già a sei chilometri di distanza, in un paese vicino, dicono ‘icché tu voi?” e ‘vu credee’. Sono differenze che chi abita qui sente subito, e i miei compaesani se ne vantano, mentre gli abitanti del paese vicino giudicano il nostro modo di parlare poco espressivo, senza sapore, forse ipocrita.</p>
<p>L’amico che conobbi a dodici anni veniva da una frazione del paese vicino. Il suo modo di parlare un po’ mi urtava, ma non mancavo di avvertire il fascino di una naturalezza terragna, che suppliva all’imprecisione designando le cose con energica attinenza. Il suo carattere somigliava alla sua lingua, irruento e gioviale sebbene venato di indecisioni, di improvvise timidezze. Lo conobbi perché venne a giocare nella mia squadra come portiere. Era alto quanto me, che a quell’età ero tra i più alti della squadra; era in carne; si tuffava bene. Non cercava la rissa ma non ne aveva paura.</p>
<p>Io a quell’età ero litigioso e in campo spesso mi attaccavo con gli avversari. Durante una partita ricevetti un fallo intenzionale, poco prima di entrare nell’area avversaria: una pedata da dietro sul piede d’appoggio. Andai giù, mi rialzai veloce e detti una spinta all’avversario. L’arbitro era lontano e altri due avversari mi furono sotto. Io per la rabbia non sapevo frenarmi e spintonavo chiunque mi si avvicinasse. Quasi subito erano più le spinte che prendevo di quelle che riuscivo a rendere. Ingloriosamente, prima che arrivasse l’arbitro, fui di nuovo in terra. Da terra vedevo i miei compagni che mi difendevano, chi con più chi con meno vigore.</p>
<p>Tra le gambe assiepate intorno a me vidi a un tratto una corsa estranea, di uno che non aveva la maglia né del colore della mia squadra né di quella avversaria. Per una frazione di secondo non capii, poi riconobbi la maglia di portiere del mio amico, che dalla nostra porta stava arrivando, con la faccia determinata, a difendermi. Il coraggio che mi sentivo crescere a ogni passo di quella corsa mi rimise in piedi. Quando il mio amico arrivò, l’arbitro aveva già provveduto a mostrare il cartellino giallo a chi mi aveva sgambettato e quello rosso a me. Uscii dal campo tra le urla dell’allenatore che un po’ protestava contro l’arbitro un po’ mi brontolava. Fu la prima e ultima volta che giocai da capitano. Ma negli spogliatoi, quando la partita finì, tutti commentavano ammirati e allegri la corsa del mio amico. Lui non diceva niente. Ci guardavamo con gli occhi che ridevano e ci capimmo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>All’età di quattordici o quindici anni parlavo al mio amico della musica che mi piaceva. Lo potevo fare perché lo stimavo. In prima superiore si era iscritto a una scuola nel mio paese, e spesso ci vedevamo anche sul bus, la mattina o all’ora di pranzo. Lui era diventato amico di una bella ragazza, di due o tre anni, insomma un’enormità, più grande di noi. A un’amica di quella ragazza io piacevo: me lo disse il mio amico, ridendo insieme alla bella ragazza. Non me l’hanno però mai presentata e quando chiedevo perché loro ridevano ancora di più. Deve essere brutta, pensavo, e non insistevo. Il mio amico, grazie alla bella ragazza, era stimato dai compagni di autobus, e lo ero anch’io, che stavo simpatico a tutti e due e spesso facevo il viaggio nell’ultima fila, dove stavano loro e i grandi in classe della bella ragazza.</p>
<p>In generale, eravamo due ragazzi che sapevano stare con le ragazze, che giocavano a pallone, che si facevano crescere i capelli, che avevano nemici con cui scambiavano occhiatacce: ci sentivamo, sul piano sociale, piuttosto a posto. Io mi sentivo simile al mio amico, e mi avrebbe fatto piacere se avesse apprezzato quello che a me pareva bello. Allora, davvero, la nostra sarebbe stata un’amicizia forte, e protesa verso una vera intimità. La passione per la stessa musica e i pensieri più segreti, infatti, mi sembravano stare su uno stesso piano d’intesa. La lettura, che in quel periodo occupava uno spazio sempre più grande tra le mie occupazioni, vicina a spazzare via tutte le altre per essere la prima, la concepivo ancora come qualcosa di simile a un vizio, una mollezza, assimilabile quasi all’immaturità che mi faceva guadare, di nascosto e con gusto, certi cartoni animati giapponesi.</p>
<p>Fui felice quando il mio amico mi chiese una cassetta di qualcuno dei cantanti di cui gli avevo parlato. I termini in cui me lo disse rivelavano un desiderio autentico di erudirsi in un campo che gli appariva allettante. Credo che anche la bella ragazza gli parlasse di una musica diversa da quella dozzinale che lui ascoltava. Il mio amico mi stava concedendo un’autorità che sentivo di poter sopportare e che mi lusingava. Una domenica mattina, al ritrovo dei giocatori nella piazza del mio paese, gli portai una cassetta di Janis Joplin. Giocavamo in trasferta e ci aspettava un’ora di macchina. Io sarei andato con il pulmino della squadra ma, siccome non ci entravamo tutti, il padre del mio amico avrebbe portato il figlio e altri tre giocatori con la sua macchina. Ero molto fiducioso. Avevo simpatia per il padre del mio amico, un uomo barbuto e silenzioso, con i capelli abbastanza lunghi e gli occhiali da sole, che durante le partite non urlava né commentava come altri padri; restava composto a seguire il gioco dietro gli occhiali da sole, e la sua presenza mi dava un senso di matura sicurezza. La sua BMW doveva avere una buona autoradio, pensavo. L’ascolto avrebbe dato buoni frutti. Quando arrivammo al campo scesi veloce dal pulmino e mi avvicinai al mio amico. Mi circondarono subito anche i tre che avevano fatto il viaggio con lui. Da solo, lui certamente avrebbe sfumato il giudizio, o forse se lo sarebbe tenuto per sé, ma di fronte alla rumorosa unanimità del terzetto non riuscì a negare che Janis Joplin fosse strana, strane le sue canzoni, il suo modo di cantare, il fatto che a volte cantasse quasi senza accompagnamento musicale, che altre la sua voce si trasformasse in un urlo indefinito, e insomma quella musica non si capiva e, tutto considerato, faceva cacare. Forse, terminò il mio amico con imbarazzo e parlando più piano per non farsi assalire dagli altri tre, il secondo lato della cassetta era meglio del primo, e qualche pezzo non era male.</p>
<p>Io ci rimasi malissimo, lì per lì, e iniziai dentro di me ad accusare di rozzezza il mio amico, e a dirmi disingannato, e che mi servisse di lezione. Invece di lezione mi fu il modo addolorato in cui lui cercò di farsi perdonare, con i propositi che goffamente avanzava di vederci quel pomeriggio al suo paese, con il modo che aveva di starmi accanto negli spogliatoi, quasi a non volermi lasciare solo con la mia delusione. Soprattutto, i suoi occhi buoni continuavano a studiarmi quando non lo guardavo, e io li sentivo come una carezza di calore. Quel giorno capii che la musica, e tutto il suo giro di mozioni e risonanze sentimentali, era – per i ragazzi come me &#8211; una sublime scorciatoia, che unisce un momento, per poi svaporare come i fumi dell’hashish dentro cui si fraternizza, e dopo l’estraneità torna a aggredirti. Ancora di più: è tollerabile ogni differenza se l’affetto non nega che è dolorosa, ma rilancia se stesso come altra via, più accidentata, faticosa, per ritrovarsi e cercare affinità diverse. A quindici anni, per un giovane arrogante e insicuro come ero, non è la banalità che sembra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III.</p>
<p>Passò poco tempo e un&#8217;altra passione ci venne incontro e ci avvicinò ancora: le moto. A quattordici anni mi avevano comprato – ricordo sempre: per quattrocentomila lire – un motorino da cross, con il grosso difetto di non avere le marce (a me andava bene perché temevo di non saper cambiare), ma comunque piuttosto prestigioso tra i Ciao i Sì e i Bravo di quei tempi. Non ricordo quale cinquantino avesse il mio amico, ma doveva essere ancora più prestigioso e sicuramente più potente. Per i sedici anni ricevetti in dono l’Elephant 125 che era stato di mio cugino. Una moto vera, con sei marce, che andava a centotrenta. Ne ero fierissimo. Il mio amico scelse una moto da strada, che secondo me era meno bella, non ci poteva fare i salti né impennare bene come sapevo fare io, però raggiungeva una velocità impressionate.</p>
<p>Qualche volta abbiamo fatto una girata insieme: io preferivo le strade di campagna, dove potevamo levarci il casco e fermarci a fumare in qualche posto isolato. A lui piacevano le strade piene di curve, in cui piegava, con il ginocchio vicinissimo all’asfalto a emulazione dei campioni di motociclismo.</p>
<p>Proprio sui sedici anni, per la mutevolezza di quel tempo instabile, iniziammo a vederci meno. Io ero andato a giocare in un’altra squadra, e dopo poco litigai con l’allenatore e smisi di giocare. Anche lui, se non ricordo male, aveva smesso. Mi misi con una ragazza, in quel periodo, e stavo quasi sempre insieme a lei. A volte capitava comunque, nel paese vicino al mio, dove parlano male, che lo incontrassi per la via principale a fare le vasche. Io con il mio gruppo e lui con il suo, i cui rispettivi membri non si conoscevano se non di vista. Ci fermavamo a chiacchierare per poco, presto richiamati dagli altri, promettevamo di vederci, un giorno, e di fare qualcosa insieme.</p>
<p>Non è mai successo. Fu la ragazza con cui stavo, una mattina d’estate, a dirmi che era morto. Non ho mai capito, nonostante il gran parlare che se ne fece, quale fu con precisione la cosiddetta dinamica dell’incidente. So che era in moto, in una strada piena di curve dove si può piegare fin quasi a toccare il ginocchio sull’asfalto. Poi, so quello che sanno tutti. Che non invecchierà mai, come i cantanti che ascoltavo a quindici anni, ma resterà più giovane di loro, indeciso ancora su quale giovane uomo diventare tra poco. Che aveva una sorella più piccola. Che è successo più di venticinque anni fa.</p>
<p>Non andai al suo funerale. Me ne vergogno ancora. Compatisco chi si giustifica delle proprie inadempienze con frasi edificanti. Chi non va a trovare chi muore perché, dice, vuole ricordarlo com’era. Chi non va ai funerali perché ormai a cosa serve.</p>
<p>No. Glielo dovevo e sono mancato. Con tutte le arie che mi davo, ebbi paura del dolore e di non meritare di piangere con i suoi amici veri, quelli stretti, che parlavano come lui e ascoltavano godendosele le sue stesse canzoni. Da allora, e ancora oggi, continuo a rivederlo negli adolescenti che mi sfilano davanti, per strada o a scuola. Eccolo, un po’ in carne, che si mette il casco. Lo ha indossato, la visiera è aperta, capisco che mi sorride dalle rughe che gli si formano intorno agli occhi. Il casco gli copre la bocca, se parlasse non lo sentirei.</p>
<p>Al parco dove porto mio figlio, in uno spiazzo in cui l’erba non fa in tempo a crescere, si gioca tutti i pomeriggi a pallone. Sono ragazzi e non bambini. È quasi insostenibile quanto uno gli somiglia. Stamani ero a sedere, a vedere mio figlio arrampicarsi su una ragnatela di corda. Spesso mi giravo e seguivo la partitella. Il mio amico correva. Poi si è fermato. Il cross era preciso ed è stato facile per lui colpire di testa. Gol. Ha alzato le braccia, le mani ben aperte, ha sorriso. Quando io facevo gol correvo verso il centrocampo, e chi ha giocato sa quanto si può essere felici, per qualche secondo. Guardavo verso la nostra porta, quando si calmava l’esultanza. Il mio amico aveva le braccia alzate, le mani aperte; quando si accorgeva che lo guardavo, si stringevano a pugno e vibravano. Ci sorridevamo. Poi la partita riprendeva e avevamo gli occhi, tutti e due, solo per le traiettorie del pallone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>da &#8220;Fermate&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/07/21/da-fermate/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2017 05:00:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Maccari &#160; C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Maccari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era al tempo dei diversi ricordi.<span id="more-68983"></span></p>
<p>Era, questo ragazzo, incapace di vivere. Più disastrosamente delle altre, lo perdeva la mancanza di volontà, quasi lo schifo a soffrire per raggiungere qualcosa che voleva. Il che contrastava con i grandissimi desideri che lo tormentavano. Provava a farne una questione di eleganza, e condannava gli sgomitatori. Si sentiva uno spirito raffinato, in un certo senso, e abbastanza garbato da non sottolinearlo, anzi da negarlo, mentre consolava uno sconfitto insultando Darwin.</p>
<p>Anche se aveva sviluppato una discreta scaltrezza nell’ottenere senza sforzo qualche piccola vittoria di tappa – qualche ragazza, qualche ammirazione di adulti e coetanei –, presagiva che i nodi e il pettine prima o poi si sarebbero incontrati. Stabilì che, meglio di evitare l’incontro temprando il carattere, fosse opportuno distribuire il dolore, e quindi anticiparlo, e iniziare a soffrire. Siccome era profondamente implicato in pensieri letterari, salutò la rateizzazione e i suoi presupposti come un esercizio di consapevolezza. Si profetava un futuro infausto, ed era piacevole ridurre gli altri a un branco svagato, trasumanante verso quello stesso funebre squallore che almeno, a lui, non lo avrebbe sorpreso.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Un giorno, a questo giovane, venne in mente che, anche così, stava soffrendo troppo. In più non gli riusciva bene di esprimere le profonde convinzioni che aveva innalzato mescolando le sue esperienze dirette di dolore e sconfitta con le parole intonate degli scrittori che amava (e per giunta, alcuni di questi scrittori usavano parole altrettanto intonate e persuasive invitando alla danza); quando invece gli sembrava esagerato patire così a fondo senza nemmeno il conforto di un po’ di consenso, possibilmente entusiastico (veramente, lui credeva di meritare una sincera venerazione, però aveva imparato a spingere la sconsolata consapevolezza fino a temperare perfino le istanze più oneste). Infine, un’altra angustia aveva preso a insultarlo: la ginnastica del disincanto, a forza di praticarla, aveva iniziato a imbastardirsi e, da puro meccanismo di una mente concentrata, aveva tralignato nella carne.</p>
<p>La carne era giovane e in salute e trovò ripugnante il supplizio della continua perquisizione alla ricerca di un male tangibile che dicesse apertamente il male. Impermalosita, iniziò a tremare di quei brividi che la mente avversaria sembrava pretendere. Ma lo faceva per ripicca, sogghignando e ingrossando. Alleata di insipide pasticche pacificatrici, pensò di adagiarsi sugli allori con la bolsa quiete di un pollo in batteria. Il giovane iniziò a ingrassare e se fin dai primi ricordi il suo aspetto gli aveva fornito pochi argomenti per le vanterie, ora crebbe un disprezzo molto diligente nell’allacciare la sua anima guasta alle sue recenti trippe. Ci voleva dunque un rilancio ulteriore. Il giovane, che ricordo dopo ricordo e rinuncia dopo rinuncia planava verso i trent’anni, si organizzò. Lasciò che il corpo – e gli abiti, e ogni ammennicolo estetico – fossero dimenticati, da sé e dagli altri, e il suo unico obiettivo di stilista e personal trainer fu indirizzato verso la non vistosità, o meglio la non visibilità. Sempre di più, ciò che contava era la sua strategia di comportamento interiore.</p>
<p>L’accidia imperava sempre meglio mentre il giovane si occupava dei suoi sogni senza pensare quasi mai a tradurli in pratica, o anche solo in possibilità, ma piuttosto concentrandosi sulla loro autosufficienza e pertinacia nonostante la sua figura iniziasse a perdere colpi in maniera evidente rispetto ai suoi competitori. Naturalmente, un certo profitto derivava dallo screditamento sistematico delle qualità dei loro competitori, che proprio in quanto sviliti – nel basso e sozzo mondo dell’immoralità – andavano avanti e piacevano. Il mondo si stabilizzava progressivamente in un arena di nevrotici e truffatori, incapaci di giustificare le loro azioni come anche i loro impeti di volontà; non essendo però così poco raffinato da credere ancora di potersi concepire in una torre di privilegio, si immaginò perso nella moltitudine, trascinato dalla fiumana che non sapeva chi lui fosse, e quel che concepisse dentro.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Una soluzione perfetta sotto tutti i punti di vista, una modalità di adempimento che gli parve sontuosa e in grado di vendicarlo per ogni sconfitta che gli altri o se stesso gli avevano inflitto, apparve un giorno all’orizzonte mentre era impegnato a sfrondare i suoi sogni dalle punte più puerili. Certo che doveva scrivere: ma non sarebbe stato un volgare romanziere, roba da geometri con le mani sporche di inchiostro, sbaffate di calcoli strutturali e di problemi di ritmo e di coerenza, e nemmeno poeta masturbatore che mugola la sua inadeguatezza quando tutti sono inadeguati e se tutti mugolassero il mondo sarebbe un sottofondo di lamenti, e nemmeno… e nemmeno… E nemmeno tutto: sarebbe stato, semplicemente e puramente, un diarista. Qualche stralcio brillante sarebbe apparso in riviste poco lette. Altri, li avrebbe riportati senza citare la fonte agli amici. Ma la sua grossa, la sua mastodontica comprensione della realtà, mirabilmente ottenuta da una posizione periferica, insospettabile, sarebbe apparsa soltanto dopo la morte, quando l’amico più fidato, a cui avrebbe detto di prendere i preziosi quaderni e farne ciò che voleva, li avrebbe pubblicati. Ecco a voi il testimone dei nostri tempi. Proprio lui. Certo, gli indizi c’erano, ora che lo sappiamo chi lo ha conosciuto li divulga, ne dà notizia, ma l’impressione… no: ma la commozione è comunque enorme. Ci aveva visto, valutato, giudicato e infine assolto per quella magnanimità quasi misteriosa che è dei grandi.</p>
<p>Che soluzione! Che pensata meravigliosa. Il diarista è anonimo, è segreto, è se stesso qualsiasi cosa gli succeda attorno, e ogni umiliazione che patirà, ogni suo insuccesso, privato o non privato, avrà spiegazione, e vendetta, nelle sue pagine veritiere.</p>
<p>Per qualche mese dopo la grande trovata non iniziò il diario, beandosi e godendosi la sensazione di aver trovato ciò di cui aveva bisogno. Poi, quasi baldanzosamente, iniziò. Le prime pagine che scrisse gli sembrarono al di sotto della sua intelligenza, ma comunque non erano male. E poi erano un inizio. Continuò, anche perché, si diceva, un’opera come quella contava anche nella mole, nel coraggio della minuzia.</p>
<p>Dopo ancora qualche tempo prese però a saltare l’appuntamento quotidiano con la scrittura. Il fatto è che scrivere interrompeva le fantasticazioni di se stesso grande diarista postumo, e la cosa risultava seccante. Con immenso terrore, ancora un qualche tempo dopo, si accorse che la pigrizia non risparmiava nemmeno quella pratica: scrivere il diario gli faceva sempre più fatica. Con immensa incredulità, e un piccolo incremento di disprezzo, si accorse che gli mancava una dote decisiva – che infatti nelle fantasticazioni non mancava mai –, e cioè l’impudicizia. Gli scocciava scrivere certi suoi pensieri o considerazioni sconce o troppo malevole. Se ne vergognava. Gli dispiaceva poi dipingere con troppo realismo, o troppo severamente, le persone che aveva intorno, e a cui comunque voleva bene. Come fare? Addio diario.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Intanto i quarant’anni iniziavano ad annunciarsi e i suoi ricordi sempre stati precisissimi fino al tormento si illanguidirono e persero smalto. Anche le paure piano piano si lasciavano addomesticare e certe comodità pratiche sembravano quasi contendere la coscienza della malignità della natura. Il giovane ormai non lo era più, aveva una bella pancia e godeva nel vedere calmati anche i suoi coetanei, che dopo vent’anni, anche loro, seguivano il suo esempio, e si arrendevano, e lasciavano che la vita non li soddisfacesse compensando con qualcos’altro. Certo, ancora un po’ lo indispettivano le passioni che percepiva lontane da un vero e certificato scacco, le agitazioni che gli apparivano troppo gonfie di malcelate richieste a se stessi di restituire un’immagine privata di grottesca giovinezza, e perciò doveva dominarsi di fronte alle piccole fissazioni per i motori, o il cinema, o l’adulterio. Ma vedeva bene che erano compensazioni e indulgeva. La sua indulgenza, che era una novità piacevole, gli donava una ricarica morale che si traduceva in una blanda e satolla pontificazione: “Sono compensazioni, quelle che a voi paiono priorità, obiettivi irrinunciabili: compensazioni. Credo di averlo scritto da qualche parte, sapete, che sono tutte compensazioni. Non c’è niente di male: le illusioni diventano compensazioni. Il meccanismo è questo. Aspettate, un’altra birra non la volete? Cameriere, due birre per i miei amici e per me… portami una coca zero, con ghiaccio e limone, per favore”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Da <em>Fermate</em>, Roma, Elliot, 2017</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Antonio Turolo, ‘A parte il lato umano’: premio Ciampi Valigie Rosse 2016</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 06:12:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[antonio turolo]]></category>
		<category><![CDATA[azzurra d'agostino]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[premio ciampi]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Nardoni]]></category>
		<category><![CDATA[Valigie Rosse]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azzurra D’Agostino Valerio Nardoni e Paolo Maccari dal 2010 propongono un’iniziativa più che lodevole nel panorama della poesia e dell’editoria italiane. Il progetto nasce intorno al Premio Ciampi, dedicato com’è noto alla canzone d’autore. I due curatori hanno portato questa esperienza nel campo della poesia internazionale, realizzando in collaborazione con Valigie Rosse una sorta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Azzurra D’Agostino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Valerio Nardoni e Paolo Maccari dal 2010 propongono un’iniziativa più che lodevole nel panorama della poesia e dell’editoria italiane. Il progetto nasce intorno al Premio Ciampi, dedicato com’è noto alla canzone d’autore. I due curatori hanno portato questa esperienza nel campo della poesia internazionale, realizzando in collaborazione con <a href="http://www.valigierosse.it/"><strong>Valigie Rosse</strong></a> una sorta di ‘premio alla carriera’ a un poeta italiano e a un poeta straniero in traduzione. Non ci si candida, ma sono i due attenti lettori che invitano un autore, degno in qualche modo di interesse, a proporre una plaquette inedita che verrà pubblicata nella collana del premio. Collana della quale chi scrive è entrata –con stupore e gratitudine &#8211; a far parte l’anno scorso, dopo Italo Testa, Matteo Marchesini, Andrea Inglese e Francesco Targhetta. Ne scrivo dunque in qualche modo ‘dall’interno’ pur essendo questo un caso non cercato: avevo letto tutti i libri precedenti, di autori che stimo, e fin dalla nascita di questa avventura avevo trovato molto interessante la formula di dare in qualche modo spazio – che fosse anche riconoscimento – a poeti diversi ma al contempo dal percorso significativo, dalla voce definita. Dopo aver coosciuto da vicino come lavorano Valerio, Paolo e Tiziano Camacci di Valigie Rosse, la mia idea iniziale di ammirazione si è rafforzata, per la passione, l’entusiasmo e la gentilezza che mettono nel progetto che hanno ideato. Ho poi provato un vero e proprio moto di gioia nel sapere il vincitore italiano di quest’anno: <strong>Antonio Turolo</strong> che, insieme al rumeno Ioan Es. Pop, è stato premiato lo scorso 25 novembre alle 21 al Teatro ‘La goldonetta’ di Livorno.<br />
Perché ho gioito per Antonio Turolo? Innanzi tutto, per il fatto di poter finalmente leggere sue poesie inedite. Fin dall’esordio – che non a caso si chiamava ‘Le parole contate’, inserito nel VI Quaderno di poesia italiana Marcos Y Marcos – una caratteristica di questo poeta un po’ defilato è stata la scrittura centellinata. Due raccolte brevi, a distanza di 9 anni l’una dall’altra, uscite per editori piccolissimi. L’ultima prima di questo ‘A parte il lato umano’ è stata ‘Corruptio optimi pessima’, andata esaurita da tempo. Turolo non compare tra i nomi dei festival, non compare sui magazine letterari e non partecipa a dibattiti o querelle. Eppure i lettori di poesia sanno benissimo che questo autore è degno di nota e non se ne dimenticano da un decennio all’altro, perché Turolo ha qualche cosa da dire: e quando la dice, nel suo modo serrato, privo di fronzoli, dritto alla questione, la dice per tutti, senza fare sconti, dando alla nostra lingua e alla nostra lettura del mondo nuova aria e nuovi spunti.<br />
In particolare ‘A parte il lato umano’ esce dal confine dell’autobiografismo e lo amplia in una sorta di autobiografismo collettivo, una storia personale rifratta in vari personaggi, uno sguardo dei vinti verso chi li ha vinti, in un gioco di specchi che mette il lettore – il chiunque stia dal lato dei ‘normali’ o dei ‘salvati’ – in una crisi spartana e domestica, quella del dover fare i conti con le disattenzioni quotidiane, con i soprusi minuti, con l’indifferenza ormai didascalica del nostro mondo e tempo.<br />
Dice bene Maccari, sempre puntualissimo e lucido nelle sue postfazioni, che si potrebbe qui parlare di uno ‘studio delle solitudini’, indagate nel momento in cui il singolo destino è in un momento di svolta decisiva, quello che illumina tutta la vita.<br />
La forma è interessante, si passa da brevi poesie che in qualche modo espongono il fatto – esistenziale, letto attraveso una lente quasi cronachistica – e dei prosimetri in prima persona dove il protagonista spiega le sue ragioni, portandoci dentro quel dolore e quelle ragioni che in genere non sappiamo (non riusciamo ? non possiamo? non vogliamo?) ascoltare.<br />
Il saggio di Maccari, da leggere, dà interpretazioni e visioni puntuali, alle quali non c’è molto da aggiungere, se non la speranza che questo premio continui il suo percorso con la stessa coriacea indipendenza con cui è nato.<br />
Riporto dunque in anteprima alcune poesie da ‘A parte il lato umano’, Premio Ciampi Valigie Rosse 2016, volume impreziosito dalle sculture di Riccardo Bargellini create ad hoc per la pubblicazione.</p>
<p>A parte il lato umano,<br />
(schiarendosi la voce),</p>
<p>devi considerare che è difficile<br />
per i colleghi del Pronto Soccorso<br />
riuscire a stabilire quando<br />
la TAC è veramente necessaria<br />
poi ovviamente ci sarà l’inchiesta.</p>
<p>(E qui una breve pausa).</p>
<p><em>A parte il lato umano</em><br />
ribadisce.</p>
<p>*</p>
<p>La morte di un poeta è una notizia<br />
che scivola leggera sugli schermi<br />
delle telescriventi e le agenzie di stampa.</p>
<p>Discreta si diffonde<br />
nelle pagine interne dei giornali<br />
in coda ai notiziari della televisione.</p>
<p>Lo ricordavamo vivo oppure no,<br />
si scoprono gli anni<br />
si fanno un po’ di conti.</p>
<p>All’improvviso ci si accorge di<br />
un dispiacere, come<br />
uno sgomento leggero.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il dottore ha detto che devo stare attenta. Non lasciare scadere le medicine. Me le ha cambiate, ma mi sento sempre uguale. Certi giorni le prendo e certi no. Quando vado da lui, prima devo lavarmi. E poi prendere il posto. E litigano sempre, per chi è arrivato prima. Mi passano davanti perché hanno i bambini piccoli, perché devono andare al lavoro. Così ci ho rinunciato. Però era contento che ho smesso di fumare. Ha anche sorriso. La sigaretta mi faceva compagnia però. È venuto anche lui a visitarmi. Avevo messo a posto la stanza, ma lui si è arrabbiato lo stesso. Ha detto che non posso vivere in questo disordine, e che dovevo pensare all’igiene, dare una mano di bianco ai muri, ha detto, buttare via gli scatoloni. Ma sarà abituato, penso io, è il suo lavoro, no?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Francesco Targhetta, Le cose sono due &#8211; Premio Ciampi «Valigie Rosse» 2014</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/21/premio-ciampi-valigie-rosse/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2014 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[francesco targhetta]]></category>
		<category><![CDATA[Le cose sono due]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Ciampi Valigie Rosse 2014]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Francesca Fiorletta Come molti dei migliori poeti suoi coetanei, Targhetta accompagna alla denuncia la rappresentazione, o meglio denuncia rappresentando, e lo fa con una fedeltà al reale e una salutare ingordigia di particolari che raramente – e la cosa può risultare curiosa – avviene nella nostra narrativa attuale. Così, Paolo Maccari, nella postfazione a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta-300x199.jpg" alt="Francesco-Targhetta" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta-1024x679.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta-900x597.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Francesco-Targhetta.jpg 2015w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come molti dei migliori poeti suoi coetanei, Targhetta accompagna alla denuncia la rappresentazione, o meglio denuncia rappresentando, e lo fa con una fedeltà al reale e una salutare ingordigia di particolari che raramente – e la cosa può risultare curiosa – avviene nella nostra narrativa attuale.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Così, Paolo Maccari, nella postfazione a “Le cose sono due” di Francesco Targhetta, vincitore del Premio Ciampi «Valigie Rosse» 2014. E sono effettivamente due le sezioni che compongono questa breve e vivacissima raccolta poetica, venata dal barlume di un atavico contrasto sociale e intrisa di ossimori logici, lessicali e soprattutto interiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-49179"></span>Diciamo subito, infatti, che qui Targhetta, anche più che in altri suoi lavori poetici, non ha paura di far scendere in campo quello che è il tanto decantato (o osteggiato, a seconda dei posizionanti teorici) “io” autoriale. Un “io” che si guarda camminare nel mondo, avere a che fare con familiari, conoscenti, perfetti estranei; un “io” che si scontra col sempre inospitale mondo del lavoro, con la spesso obnubilante quotidianità della periferia.<br />
Ecco un esempio, tratto dalla prima sezione (UNO, appunto):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il lavoro distrae, ma il lavoro </em><br />
<em>non c’è, e resta allora la fame,  </em><br />
<em>spietata e pura, un trentatré giri  </em><br />
<em>che stura il silenzio del mattino,  </em><br />
<em>mentre il giorno è gigante </em><br />
<em>e mica lo fermi, </em><br />
<em>sale in sordina su quei treni eterni  </em><br />
<em>lungo la pioggia delle coste adriatiche</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> finché è sera dentro le stanze  </em><br />
<em>e niente, attorno, si è mosso,  </em><br />
<em>come (ricordi?) belle statuine,</em> <em><br />
marce, però:</em><br />
<em> hanno i volti smangiati,  </em><br />
<em>gli occhi venati di rosso.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro non c’è, dunque, quale affermazione più inconfutabile, quale situazione più oggettivata?<br />
Eppure, ci sembra davvero di sentirla gracchiare, quella puntina malmessa del trentatré giri, ci sembra di essere in grado noi stessi, leggendo, insieme a quell’ “io”, che scrive, di dare effettivamente la stura al silenzio del mattino. Sentiamo caderci addosso le gocce pesanti della pioggia adriatica e soprattutto riusciamo a guardare perfettamente le iridi dell’autore, e le scopriamo, anch’esse, quasi come un’indiscrezione, venate di rosso.<br />
E, proprio come un’indiscrezione, percepiamo nettamente anche l’altra grande contraddizione, insita da sempre nella poetica di Targhetta: la solitudine, questo sentimento pauroso e salvifico insieme, a tratti ricercata come lido riparato dal malessere delle aspettative e del tran tran del vivere quotidiano, dall’altro lato eretta a baluardo di autocoscienza, a spauracchio da sconfiggere, a nemico eterodosso da sorprendere, rincorrere, giocare.<br />
Due esempi speculari:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Provare ad arginare la solitudine  </em><br />
<em>adulta di chi, un tempo, </em><br />
<em>si era pensato alla vita: </em><br />
<em>chi, dunque, ha sbagliato tra noi?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si chiede l’autore, e poi, invece, nel componimento successivo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma in sala insegnanti sempre scopri</em><br />
<em> la prof che rimane più del tempo:</em><br />
<em> lega i compiti con le fascette<br />
e </em> <em>sbarra con la biro i registri. </em><br />
<em>Troverà, uscendo, le strade più sgombre,  </em><br />
<em>più duro, a casa, il pane in cassetta.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dove alberga il vero sentimento di abbandono, dunque? Nella convivialità coatta di un invito a pranzo domenicale o nella bruciante tristezza di una cena fatta di avanzi, consumata a stento, per inedia, da soli con se stessi?<br />
Quello che fa sorridere l’autore, però, e con lui il lettore, è ancora e sempre l’osservazione puntuale e metodica delle tipologie umane, dei molti tic, delle varie abitudini, delle ossessioni, delle idiosincrasie, dei tratti somatici, della marca di sigarette fumate, dei quadri appesi ai muri.<br />
Nella seconda sezione del libro, poi, appunto DUE (e già anche questa titolazione scarna ed essenziale meriterebbe di per sé attenzione), Targhetta sviscera un parterre di comportamenti umanoidi al limite del verosimile, e però, assolutamente attendibili.<br />
Riporto come esempio solo il primo componimento, per intero:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vecchi con moldave</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Negli inverni delle scritte fasciste  </em><br />
<em>sugli svincoli, sui rami, e sui muri, </em><br />
<em>vanno come divi i vecchi con moldave  </em><br />
<em>virando con vanto davanti ai tabacchi,  </em><br />
<em>agli occhi dei vuoti acconciatori </em> <em><br />
maschili: spalline ottanta, capelli</em> <em><br />
tinti, gli zigomi duri come i baristi,</em> <em><br />
a bere caffè asciugando le bave<br />
</em> <em> li regge con gelo la loro badante,  </em><br />
<em>e fuori, poi, i palazzi di muffa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Tutti noi indietro nel tempo, solo loro<br />
</em> <em>  in sincrono eterno: vanno a vortice, </em> <em><br />
su valzer, i vecchi con moldave,  </em><br />
<em>succhiando chi li guarda nella truffa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si badi, non c’è traccia di supponenza nelle parole di Targhetta, forse una punta di intima rassegnazione nella diversità dei tempi e dei costumi, (non a caso, la parola &#8220;tempo&#8221; ricorre in modo martellante e questa volta sì, diremmo, subcosciente), sicuramente una smaccata curiosità dell’altro da sé, coadiuvata da un imprescindibile senso critico, acuminato e verace, nell’osservazione del mondo.<br />
Un mondo, insomma, quello di Francesco Targhetta, per tornare alla disamina iniziale di Paolo Maccari, denunciato e rappresentato da molti suoi coetanei, ma quasi mai con tale e tanta lucidità e immediatezza; un mondo nel quale gettarsi a capofitto nelle giornate più apatiche, e allo stesso tempo un mondo dal quale cercare un riparo che sia in primis domestico, familiare, benché forse quasi mai realmente accudente.<br />
Concluderei lasciando parlare ancora l’autore, dunque, in quella che mi sembra la confessione principe dell’intero libro, dell’intera poetica:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Solo a casa ho poi sentito il sapore,  </em><br />
<em>dentro le ossa, </em><br />
<em>di questi transiti un poco tardivi:  </em><br />
<em>non l’aroma all’incenso dei morti,  </em><br />
<em>ma la puzza violenta dei vivi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/10728799_879841225360588_249532606_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49290" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/10728799_879841225360588_249532606_n-188x300.jpg" alt="10728799_879841225360588_249532606_n" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/10728799_879841225360588_249532606_n-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/10728799_879841225360588_249532606_n.jpg 402w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“Le cose sono due” di Francesco Targhetta, vincitore del Premio Ciampi «Valigie Rosse» 2014.</p>
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<p style="text-align: justify;">
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		<title>Due azioni poetiche (&#038; un concerto): il 27 a Firenze, il 28 a Livorno, l&#8217;1 a Pontedera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/24/due-azioni-poetiche-un-concerto-il-27-a-firenze-il-28-a-livorno-l1-a-pontedera/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2014 11:33:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Pacini]]></category>
		<category><![CDATA[Cecilia Bello Minciacchi]]></category>
		<category><![CDATA[luigi socci]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sara dei Vetri]]></category>
		<category><![CDATA[Storia a tre voci]]></category>
		<category><![CDATA[Valigie Rosse]]></category>
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					<description><![CDATA[  Giovedì 27 febbraio 2014 alle ore 18.30 La Cité, Borgo San Frediano 20r, Firenze &#160; Presentazione del progetto editoriale Valigie Rosse °  Reading-presentazione dei libri: Il rovescio del dolore, Italic-Pequod, 2013 di Luigi Socci &#38;  Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic-Pequod, 2013 La grande anitra, Oèdipus, 2013 di Andrea Inglese ° Interverranno Cecilia Bello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">  Giovedì<strong> 27 febbraio</strong> 2014 alle ore <strong>18.30</strong></p>
<p align="center"><strong>La Cité</strong>, Borgo San Frediano 20r, <strong>Firenze</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">Presentazione del progetto editoriale <a href="http://www.valigierosse.net/">Valigie Rosse </a></p>
<p align="center">°</p>
<p align="center"> Reading-presentazione dei libri:</p>
<p align="center"><i>Il rovescio del dolore</i>, Italic-Pequod, 2013</p>
<p align="center">di <b>Luigi Socci</b></p>
<p align="center">&amp;</p>
<p align="center"><i> Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, </i>Italic-Pequod, 2013</p>
<p align="center"><i>La grande anitra, </i>Oèdipus, 2013</p>
<p align="center">di <b>Andrea Inglese<span id="more-47627"></span></b></p>
<p align="center">°</p>
<p align="center">Interverranno <b>Cecilia Bello Minciacchi</b> e <b>Bernardo Pacini</b></p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Luigi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-47632" alt="Luigi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Luigi-300x200.jpg" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Luigi-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Luigi-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Luigi.jpg 570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="center">*     *     *     *</p>
<p align="center">
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<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span class="5c3b50f4">Venerdì <strong>28 febbraio</strong> 2014, ore <strong>22.00</strong> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><a href="http://teatrofficinarefugio.tumblr.com/">Teatrofficina Refugio</a>, <span class="fsmfwnfcg">Scali del Refugio 8</span><span class="visible">, </span><strong><span class="fsmfwnfcg">Livorno</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span class="fsmfwnfcg"> °</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><i>Storia a tre voci</i></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center">°</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center">Testo tratto da <i>Commiato di Andromeda</i> di <b>Andrea Inglese</b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center">Musiche di <b>Sara dei Vetri</b> e <b>Piero Ciampi</b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sara-dei-Vetri-A-Inglese.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-47628" alt="SONY DSC" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sara-dei-Vetri-A-Inglese-300x240.jpg" width="300" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sara-dei-Vetri-A-Inglese-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sara-dei-Vetri-A-Inglese.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p style="text-align: center;" align="center"><strong>1 marzo</strong> 2014, ore <strong>18.00</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="color: #990000;">Libreria Roma, via della misericordia 18, Pontedera</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><span style="color: red;">Valigie Rosse </span>presentano</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><span style="font-variant: small-caps;">°<br />
</span></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><i>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, </i>Italic-Pequod, 2013</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><i>La grande anitra, </i>Oèdipus, 2013</p>
<p style="text-align: center;" align="center">di <b>Andrea Inglese</b></p>
<p style="text-align: center;" align="center"> °</p>
<p style="text-align: center;" align="center">Interviene <strong>Paolo Maccari </strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/andrea-inglese-6.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-47631" alt="andrea inglese 6" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/andrea-inglese-6-300x246.jpg" width="300" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/andrea-inglese-6-300x246.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/andrea-inglese-6-1024x841.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/andrea-inglese-6.jpg 2006w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Su &#8220;Contromosse&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/06/su-contromosse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2014 07:08:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Contromosse]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Nardoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valerio Nardoni Col volumetto Contromosse ( Bologna, Confine Edizioni, 2013) Paolo Maccari si presenta di nuovo – il mio ricordo va alla precedente plaquette, Mondanità, che anticipava Fuoco amico – con una piccola opera di grande solidità, che tende a rafforzarsi di lettura in lettura. Questo è frutto del lavoro poetico di Maccari, i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valerio Nardoni</strong></p>
<p>Col volumetto <i>Contromosse (</i> Bologna, Confine Edizioni, 2013) Paolo Maccari si presenta di nuovo – il mio ricordo va alla precedente plaquette, <i>Mondanità</i>, che anticipava <i>Fuoco amico</i> – con una piccola opera di grande solidità, che tende a rafforzarsi di lettura in lettura. Questo è frutto del lavoro poetico di Maccari, i cui testi poetici, in genere, né procedono isolati – come dettati dal momento –, né per serie – cioè, intenzionalmente correlati –, configurandosi semmai come prodotti di una <i>stagione</i>, in cui le poesie respirano la stessa aria ma non necessariamente si assomigliano a prima vista. Le poesie di Maccari richiedono un certo tempo affinché possano lievitare le une a contatto con le altre, come se fossero punti di partenza e non di arrivo di un pensiero. È un modo di praticare la poesia diverso da altre scritture apparentemente più frizzanti, ma la cui estemporaneità può a volte correre il rischio della frivolezza o – peggio – del facile ammiccamento.</p>
<p>“Frivolo”, qui, è invece il comportamento di un non meglio detto <i>re del mondo</i> (mi si passi il vezzo musicale), che nella poesia di apertura tratta gli uomini, sua creazione, come una <i>canzonetta</i> improvvisata fischiettando e poi subito dimenticata. Leggero è il motivetto iniziale, ma ben più grave il fondo oscuro a cui allude, cioè la fine di una certa fede e un nuovo bisogno di perdono per poter ripartire (o quanto meno mantenersi saldi): “Credemmo in tutto / poi in nulla / perdonami e sopportami”, così recita la citazione di Attilio Lolini in epigrafe.</p>
<p>Questo ribaltamento di termini, come indica il titolo <i>Contromosse</i>, comporta un moto di difesa più che di attacco (seppur siamo in gioco!), nei confronti di una stagione della vita che è giunta al suo epilogo. A parlare, adesso, non è più l&#8217;infante creatore del mondo ad ogni passo, ma il giovane uomo che – appunto – conosce a memoria tutte le mosse della partita che si ripete identica a se stessa, nella vita di chi ha imparato a rinunciare senza paturnie e a sopravvivere senza le smanie che si credevano l&#8217;unica fonte di realizzazione.</p>
<p>Sono diverse le poesie che indagano tale zona di confine, e sta infatti qui il fulcro di questo gruppo di testi: nel “presente anestetizzato”, nell&#8217;abilità di affrontare le situazioni a occhi chiusi senza più attraversarle né esserne attraversati, spunta lo spettro della falsità. Sotto movimenti lungamente educati fino alla naturalezza, ritorna un&#8217;immagine di sé che si era voluta eliminare: l&#8217;acqua del rimorso spenna il cigno e svela un pennuto antiestetico e incontentabile: “Quasi mai i cigni riescono a mantenersi cigni. Si immergono in acqua e tornano su brutti anatroccoli, quelli che erano stati, o quello che con grande fatica avevano saputo evitare di rivelarsi” (<i>Cigni</i>). Non si tratta, dunque, di fare dei bilanci tra prima e dopo; semplicemente, è finita la forza di non rivelarsi per quello che si è (si riuscirà a coglierla come un&#8217;opportunità?); bisogna però fare i conti con un passato che non ci appartiene più ed un presente che non può definirsi come proprio.</p>
<p>Certo, il tempo è passato, si inizia a notare la giovinezza dei giovani – come i due innamorati che con gesto superletterario (ma non lo sanno) incidono le proprie iniziali nella corteccia e poi la fotografano col telefonino – e a metà del cammino ci si ritrova, da una parte, il ritorno indocile di un sé che ha seminato errori a non finire; dall&#8217;altro, un nuovo spazio interiore – forse non volitivo, ma libero dai bisogni di apparire – che potrebbe essere una nuova casa del pensiero di sé.</p>
<p>Il problema vero sembra essere quello di seppellire il passato, non tanto attraverso la comprensione dei propri abbagli e oscenità, ma ottenendo il “perdono di quanti trassi in inganno / dicendo che credo, che so, che sono”.</p>
<p>Un libro di ripartenza nel segno di un necessario perdono che, però, per giungere a se stessi, non può più percorre le strade dell&#8217;autoinganno, ma dovrà passare attraverso la compromissione con gli altri, con l&#8217;altro, con quello che davvero c&#8217;è.</p>
<p>A questo secondo momento, cioè quello di un nuovo incontro col mondo, è dedicata la seconda sezione del libro, <i>Pensieri in piazza</i>, sedici brevi componimenti in prosa, che tracciano le prospettive aeree di vite che, a un certo punto, si posano per un attimo su una panchina e poi rivolano via. La piazza è perfettamente rotonda, al centro la statua, intorno le panchine, le strisce pedonali, il camion del venditore di frutta e verdura, i piccioni più o meno malconci, i cani che si annusano, la pioggia&#8230; Lo sguardo del poeta va dalle stringhe delle sue scarpe fino al cielo paffuto di nuvole, nell&#8217;arduo tentativo di prendere la vita per quel che è. Lasciare finalmente alla povera statua il centro del mondo e riservarsi un posto laterale, essere passante tra i passanti, con uno sguardo che non si difende più dall&#8217;ingenuità e un&#8217;intelligenza che combatte le sentenze. Questa (forse) la reale contromossa del poeta, nel pungente desiderio che, se questo scacco funzionasse, “quell&#8217;uomo e quel bambino, incantati da quella felicità, smetterebbero di essere un rimpianto e un miraggio e per qualche ora, magicamente, esisterebbero”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>da &#8220;Contromosse&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/20/da-contromosse/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2013 06:27:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Contromosse]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Maccari . Riepilogo di un&#8217;amicizia Abbiamo camminato per tanti anni insieme una vita che non ci veniva bene. La novità della reciproca insoddisfazione fu un nuovo evento, salutato come l&#8217;ennesimo salvatore. Tanto per dire, nello spazio verde delle nostre campagne giriamo ora soli, intenti al volo breve di un fagiano, compiacendoci di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Maccari</strong></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Riepilogo di un&#8217;amicizia</strong></p>
<p>Abbiamo camminato<br />
per tanti anni insieme<br />
una vita che non ci veniva bene.</p>
<p>La novità della reciproca insoddisfazione<br />
fu un nuovo evento,<br />
salutato come l&#8217;ennesimo salvatore.</p>
<p>Tanto per dire,<br />
nello spazio verde delle nostre campagne<br />
giriamo ora soli, intenti al volo<br />
breve di un fagiano,<br />
compiacendoci di una bacca variegata<br />
in modo appena strano,<br />
di un tronco cavo, nascondiglio di nessuno.</p>
<p>Le ghiandaie che fuggono<br />
sono creature mirabili del mondo,<br />
colori allettanti intravisti tra i rami.<br />
Non fanno in tempo i fiori<br />
a esalare i loro magri profumi<br />
che ne inaliamo ogni molecola<br />
ingordi e teatrali.</p>
<p>Abbiamo smesso di camminare.<br />
Guardinghi e apertamente estranei,<br />
cerchiamo un po&#8217; di bene per noi stessi.<br />
Ci affidiamo a manutentori accorti<br />
che sfoltiscono i sottoboschi nei pressi<br />
dei nostri sentieri. Siamo più calmi.</p>
<p>Non camminiamo più, il cuore ha smesso<br />
coi suoi ottovolanti. Lui non rumoreggia<br />
e noi non camminiamo,<br />
non fatichiamo: cautamente, si passeggia.<br />
I sensi sono diventati apparecchi<br />
di precisione, per saperci partecipi<br />
di un gioco le cui regole<br />
conosciamo a memoria<br />
ignorandone la gioia.</p>
<p>Mentre la tristezza grande è che sappiamo<br />
ciò che facciamo. Ne siamo<br />
persuasi. Noi bambini ubbidienti a noi vecchi.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Personaggi al tramonto</strong></p>
<p>Il giorno prosegue lattiginoso senza pertugi,<br />
si lascia appena scalfire qualche miraggio<br />
che stampiglia maligno sull&#8217;asfalto.</p>
<p>Intorno al lago bivaccano<br />
erbe inebetite e proterve<br />
e presto il tramonto si tufferà<br />
nell&#8217;imbuto di cielo<br />
lasciato sgombro da due colline glabre.</p>
<p>Nel sottopasso una signora<br />
sta per pestare una siringa,<br />
affretta il passo per le scale<br />
e il sole con un raggio mentre inciampa<br />
all&#8217;ultimo scalino appiccicoso la irride.</p>
<p>“Saliamo ancora” protesta il figlio<br />
ma è l&#8217;ora di tornare nelle pianure abbacinate<br />
la macchina già sgomma mentre<br />
automaticamente si libera<br />
del carapace superiore<br />
e l&#8217;aria calda abbronza i volti somiglianti.</p>
<p>Si toglie la cravatta, ansima, si tasta il braccio<br />
sinistro, poi barcolla, poi si regge al fusto di un lampione.<br />
Commedia vana. La signora scampata<br />
lo ignora, la macchina scoperchiata, appena spenta<br />
emette due uomini ringhiosi e felici.<br />
Nel lago salta un trota e ingoia una mosca finta.</p>
<p>Il giorno non muore e non butta sangue.<br />
Tramonta sfrigolando ancora bianco<br />
un sole attaccabrighe<br />
che giura di tornare<br />
e di farcela pagare.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Ipotesi di guerra nel parco</strong></p>
<p>Se degli alberi le cortecce fossero<br />
armature e lame i rami e i fili d’erba.<br />
Se le teste di cavallo e di leone<br />
avessero un corpo conficcato in terra<br />
che aspettasse soltanto il loro timone,<br />
se i bambini dalle dita impacciate<br />
lasciassero andare uno sbriciolio nel lago<br />
di polvere da sparo, che nel becco delle<br />
anatre e tra le labbra plastificate dei carassi<br />
agissero da lievito che ingrossa la ferocia,<br />
se poi l’ordito sanguigno d’ogni foglia<br />
prendesse esempio dalla trama di uno stemma<br />
che posa e ringhia sulla parete del palazzo,<br />
se tutto il parco fermentasse<br />
adirato fin nelle torsioni delle radici<br />
avviluppate in schiere di amici e nemici</p>
<p>allora anche l’albero fantasma<br />
che svetta sull’isola pietrosa<br />
e come un faro indifferente mutamente si staglia<br />
anche l’albero simbolista animandosi<br />
con stile imprevedibile<br />
darebbe battaglia.</p>
<p style="text-align: left;">*</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Un vecchietto traversa la strada</strong></p>
<p>In questa piazza ho visto un ometto vestito di tutto punto, vecchio vecchio, che camminava lentamente con una specie di rassegnata dignità. Fu per attraversare la strada, si guardò dalle due parti, fece un passo. Nel mentre sopraggiunse veloce una macchina; frenò, facendo urlare le gomme, all’ultimo momento. Il fatto è che sarebbe potuta passare. Il guidatore si fermò per mostrare al vecchio che si fermava. Per gentilezza si dirà. Ma io non credo. Io che c’ero dico: per il piacere di rimproverare, di far pesare al signore la sua lentezza. Per fargli misurare la distanza tra la scattosità felina dell’auto e la sua lentezza. Potrei giurarci. Anche il vecchio la pensò come me (e in fondo è questo che conta). Alzò le mani come per scusarsi. Quindi passò, sforzandosi penosamente alla sveltezza. Giunse alla mia panchina e si sedette. Io che leggevo alzai lo sguardo. Il vecchio mi fece un sorriso dolcissimo. Continuava a scusarsi. Si scusava col mondo intero.<br />
Anch’io sorrisi: mi scusai di far parte del mondo, dei suoi nemici.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Come mi sarebbe apparsa la piazza quando stavo male</strong></p>
<p>Al tempo della mia paura una piazza come questa m’avrebbe terrorizzato. Tutto ciò che è circolare mi terrorizzava: temevo e sentivo d’esserne il centro. Aspettavo che la punta metallica di un compasso smisurato mi ribadisse centro foro e abisso. Sudato e con la vista sfocata m’andava a male il sangue nelle vene e l’aria diventava torba e sassosa non appena m’entrava nei polmoni. A quei tempi avevo sempre paura di morire. Cercavo compagnia, qualcuno pronto a soccorrermi. Invece le persone non mi rassicuravano. In molti quando li vedevo scansavano l’argomento. Nessuna voglia d’entrare nel mio incubo. Conto gli amici, da allora, con molta più cura.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Sole</strong></p>
<p>Ha preso il sole di petto la signora: sta immobile su una panchina sotto la statua e si lascia aggredire dai raggi. Non suda. Gode. Ai suoi piedi giace un cagnetto legato a un guinzaglio rosso di quelli riavvolgibili come certi metri. Niente, pare, potrebbe svegliarla, nemmeno una persona che le scuotesse la spalla. È tanto piena di luce che sembra disincarnata. Porta pantaloni color crema e una camicia chiara a fiorami, i capelli biondi tirati su da una molletta, infradito ai piedi ornati di perle. È un’immagine antipatica di autosufficienza: un essere umano seduto a una panchina che non aspetta. S’abbronza, sta. Quando arriva un uomo e le si siede accanto non apre gli occhi. Gli domanda se ha preso tutto: l’uomo, il marito a questo punto, elenca una serie di prodotti guardando dentro il sacchetto che tiene tra le ginocchia. La signora non risponde. Il marito la invita ad alzarsi per andare alla macchina. Poi, cozzando con la perdurante immobilità della donna, le propone di aspettarlo: sarebbe arrivato fin lì con la macchina. Si mettono d’accordo, e l’uomo si avvia. Io resto indeciso tra la curiosità di vedere la signora resuscitare e il timore di sorprenderla viva. Infine mi decido; corro a casa. Tutto sudato mi butto sul letto e cerco il sonno.</p>
<p>*</p>
<p>Paolo Maccari, <em>Contromosse</em>, Con-fine edizioni, Monghidoro (Bo), 2013. Con prefazione di Luca Lenzini e postfazione di Giuseppe Di Bella.</p>
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		<title>Festa della poesia a Firenze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/festa-della-poesia-a-firenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:10:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[19 e 20 MARZO Biblioteca delle Oblate Via dell’Oriuolo 26 FESTA DELLA POESIA organizzata da laboratorio nuova buonarroti&#8211; firenze poesia in collaborazione con la rivista SEMICERCHIO e con la Direzione della Biblioteca VENERDÌ 19 MARZO, ore 21, Sala Contemporanea (1° piano) Presentazione dell’ultimo libro di poesie di Franco Buffoni, Roma (Guanda 2009). Intervengono Cecilia Bello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4056/4414523481_1aee442f43_o.jpg" class="alignleft" width="130" height="225" /><strong>19 e 20 MARZO<br />
<a href="http://www.bibliotecadelleoblate.it/">Biblioteca delle Oblate </a><br />
Via dell’Oriuolo 26 </strong></p>
<p><strong>FESTA DELLA POESIA</strong></p>
<p>organizzata da<br />
<a href="http://associazioni.comune.firenze.it/labbuon/home.html"><strong>laboratorio nuova buonarroti</strong>&#8211; <em><strong>firenze poesia</strong></em></a></p>
<p>in collaborazione con la rivista <a href="http://www.unisi.it/semicerchio/"><strong>SEMICERCHIO</strong></a></p>
<p>e con la <strong>Direzione della Biblioteca </strong><br />
<span id="more-31955"></span></p>
<p><strong>VENERDÌ 19 MARZO</strong>, ore 21, Sala Contemporanea (1° piano)</p>
<p>       Presentazione dell’ultimo libro di poesie di <strong>Franco Buffoni</strong>, <em><strong>Roma</strong></em> (Guanda 2009). Intervengono <strong>Cecilia Bello Minciacchi </strong>e <strong>Franco Buffoni</strong>.</p>
<p>       Coordina <strong>Vittorio Biagini</strong></p>
<p><strong>SABATO 20 MARZO: NODO SOTTILE TIENE.  FESTA DELLA POESIA GIOVANE</strong> </p>
<p>ore 17, Sala piano terra</p>
<p>     &#8211; Presentazione del libro di <strong>Paolo Maccari</strong>, <strong><em>Fuoco amico </em></strong> (Passigli, Firenze, 2009)<br />
     &#8211; Presentazione del libro di <strong>Michele Porsia</strong>, <strong><em>Sintomi di alofilia </em></strong> (Perrone, Roma, 2009)<br />
     &#8211; Presentazione del <strong><em>Decimo quaderno di poesia italiana</em></strong>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano, 2000) con testi di <strong>Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,<br />
Gilda Policastro, Laura Pugno </strong>e <strong>Italo Testa</strong>.</p>
<p>       Interverranno, oltre agli autori, <strong>Cecilia Bello Minciacchi, Elisa Biagini, Franco Buffoni, Riccardo  Donati, Stefano Giovannuzzi</strong> e <strong>Niccolò Scaffai</strong>. </p>
<p>       Coordina <strong>Andrea Sirotti</strong></p>
<p>ore 21, Sala piano terra: <strong>READING DI POESIA GIOVANE</strong></p>
<p>con la partecipazione dei poeti <strong>Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Caterina Bigazzi, Marta Cantalamessa, Rino Cavasino, Giulia Chiacchella, Tommaso Lisa, Paolo Maccari, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,<br />
Eleonora Pinzuti, Gilda Policastro, Michele Porsia, Italo Testa, Novella Torre</strong></p>
<p><em> Immagine: Rosemarie Trockel, Living Means Not Good Enough</em></p>
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		<title>Fuoco amico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/21/fuoco-amico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 07:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fuoco amico è il fuoco, l’offensiva che proviene dal nostro esercito, dai presunti alleati. Il fuoco amico ha tutte le caratteristiche dell’elemento – ustiona, distrugge, ma con il compito di difenderci, di tenerci protetti in un paese ostile. Perciò esserne raggiunti, colpiti, è una sorpresa crudele e beffarda, quanto niente affatto improbabile. Non esiste, infatti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/883681171X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=883681171X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft" alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2671/4194424305_985f4b3326_m.jpg" width="147" height="240" /></a><em> Fuoco amico è il fuoco, l’offensiva che proviene dal nostro esercito, dai presunti alleati. Il fuoco amico ha tutte le caratteristiche dell’elemento – ustiona, distrugge, ma con il compito di difenderci, di tenerci protetti in un paese ostile. Perciò esserne raggiunti, colpiti, è una sorpresa crudele e beffarda, quanto niente affatto improbabile. Non esiste, infatti, un luogo sicuro. Soprattutto se lo cerchiamo in noi stessi, a fondo nella nostra carne, quotidianità, terra di provenienza. A queste cose pensavo, leggendo appunto <strong></strong></em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/883681171X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=883681171X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Fuoco amico</a><em>, il nuovo bel libro di <strong>Paolo Maccari</strong>, da tempo atteso e finalmente uscito per Passigli. La poesia di Paolo non è indulgente, non consola, nemmeno quando ha moti di tenerezza, quando cerca compagni d’esperienza – si ritrova piuttosto in un continuo tradimento (una delle parole più frequenti del libro): dei maestri (di vita e di poesia, della strada impervia sulla quale le due coincidono e si fronteggiano); del passato e dei suoi volti; della propria fondamentale solitudine congiunta ad un bisogno altrettanto netto di trovarsi alla fine sodali, seppure non compresi, in un comune destino della specie. <span id="more-27696"></span>Forse perché tradire è la misura del vivere, quando questo significa </em>scriversi<em> nella nostra bruciante imperfezione – affilare l’arma dell’ironia accanto ad un dolore sordo, nel vedersi tutti goffamente in cerca di un posto dove stare, dove avere un po’ di luce e dire qualcosa un po’ più forte, senza davvero capirne il senso, provando ad eludere il rovescio sempre prossimo dell’essere. Tradire perfino una lingua, un apprendistato, un pensiero disilluso e terso con l’ansia, comunque, la fallacia tutta umana di voler restare, di </em>tentare l’impresa<em>, nei versi come nei giorni, del portare il discorso un po’ più avanti, ricucire lo strappo tra le capacità della vista ed il nostro sentire.<br />
Vorrei, prima di lasciarvi alle poesie, aggiungere che scrivo queste poche parole di getto, di cuore direi sperando di non risultare patetica, senza nessuna pretesa critica, nel tentativo di dire grazie ad un poeta mio coetaneo che stimo profondamente. Caro Paolo, la tua poesia scuote, demolisce (come un fuoco impietoso eppure davvero amico) il teatrino di carta del superfluo, dell’arte in posa, con l’urgenza onesta del talento. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Paolo Maccari</strong></p>
<p>Da<strong><em> L&#8217;ultima voce </em></strong></p>
<p>1</p>
<p>Ho aspettato tutta la notte il giorno.<br />
L’alba, lentissima, mi ha torturato<br />
squadernando un grigio cielo ammaccato,<br />
una lamina di nuvole intorno</p>
<p>a un magro stralcio azzurro, senza fiato.<br />
Infine è apparso netto il disadorno<br />
filamento delle cose.<br />
Un ritorno<br />
crepitante al presente e al passato.</p>
<p>Di notte non ho visto che il futuro,<br />
l’arco dei suoi denti, gli occhi gessosi,<br />
il passo oscillante sicuro.</p>
<p>Ora la luce mi dice chi sono<br />
e, quasi, perché, in che modo lo sono.</p>
<p>2</p>
<p>Mi affido ai gesti stanchi delle mani.<br />
Mi aiuta non star fermo,<br />
stancarmi in ore senza più domani.<br />
Bianco, rigorosamente, lo schermo</p>
<p>del futuro, gli affluenti, i canali<br />
che lo irrigano, quel liquido eterno<br />
che lo sostanzia, cieco latte infermo.<br />
Un bianco omertoso senza segnali.</p>
<p>Di continuo agito le mani, bieco.<br />
Rintuzzare i pensieri.<br />
Fare la posta ai ricordi, snidare</p>
<p>i sogni. I desideri.<br />
Ma ogni gesto sputa una tremenda eco.<br />
Qualcuno, ogni poco, s’affaccia a spiare.</p>
<p>3</p>
<p>Dovrei scegliermi l’incubo migliore.<br />
Farne un gomitolo, succhiarne un capo<br />
per renderlo sottile, e nelle ore<br />
più quiete, quando il suo sapore sciapo</p>
<p>non attizzerebbe ancora il terrore,<br />
tentare il pericolo di un a capo<br />
che colleghi in un demente tepore<br />
sonno e veglia: con uno scatto rapido</p>
<p>ficcare la stessa gomena nella<br />
cruna del sonno e nella cruna della<br />
veglia. Poi appendermi, sospeso, in mezzo.</p>
<p>Dondolarmi, far forza sull’attrezzo<br />
strano dell’insania.<br />
La campanella<br />
del giorno, però, ora, mi trivella.</p>
<p>4</p>
<p>Il giorno ha il becco duro e duri gli occhi.<br />
La luce è il suo sguardo efferato, idiota,<br />
che, per miglior sevizia e spasmo, ruota<br />
seguendomi con precisi rintocchi.</p>
<p>Così si squassa il corpo in crocchi<br />
di brividi di una febbre devota<br />
a una malattia senza sbocchi,<br />
a una seduzione di luce vuota.</p>
<p>…..</p>
<p>Comincio a sentirvi. Già vi vedevo<br />
da qualche ora. Ora ascolto le parole<br />
ancora incomprensibili. Carezzo i suoni.</p>
<p>Sfinito, mi rintano con sollievo<br />
nelle note amiche. Mentre con tuoni<br />
di giallo intenso s’alza, credo, il sole.</p>
<p>6</p>
<p>Eravamo pronti? Ve lo chiedo ora<br />
che mi assalite urlanti: davvero pronti?<br />
Amici, io non lo so. Quel tradimento<br />
larghissimo lucente, ghiotta spora</p>
<p>di un virus sopraffino nella bora<br />
dei nostri sogni, fu un divertimento<br />
infantile, un festino di tormento,<br />
oppure aveva un senso e ce l’ha ancora?</p>
<p>Ho smesso di saperlo. Mi affratella<br />
a voi ben altro, oggi: non la prontezza<br />
delle nostre azioni, o la spietatezza</p>
<p>nei nostri cuori, ma la vostra morte,<br />
vostra e non mia nello sconquasso di vento forte<br />
che non soffia ma soffia in questa cella.</p>
<p>15</p>
<p>Profonda tristezza d’essere vivo.<br />
Io, il tiepido scampato per comando<br />
di un dio perfido, immobile domando<br />
perdono a voi, i per sempre fuggitivi.</p>
<p>Rimango, resto, sto. Spero che arrivi<br />
il mio coraggio, a dipanare il bandolo<br />
di un caldo passato, che ha un dove e un quando<br />
e non un senso, un volto definitivi.</p>
<p>Nel perpetuare la mia dipendenza<br />
vi celebro e disfaccio. No, non sono<br />
dei vostri nella vostra assenza.</p>
<p>E se il minimo rumore si dispone a suono<br />
d’imminente dolore, riconosco la violenza<br />
della mia mano che vi addita e vi abbandona.</p>
<p>18</p>
<p>Quando mi arrenderò<br />
al sonno che da ore mi corteggia<br />
in una molle frana, scheggia a scheggia,<br />
mi dimenticherò.</p>
<p>Vi dimenticherò.<br />
L’ultimo strepito di vita inneggia<br />
i nostri inni, ma stona, ma vaneggia<br />
con voci che non so.</p>
<p>Spero che non mi facciano più uscire<br />
e che mi lascino solo, a impazzire<br />
meglio che posso e come voglio.</p>
<p>Spero che non sia un foglio<br />
questo quadrato bianco che tormento<br />
anche nel buio. E che tutto presto sia spento.</p>
<p><strong>*****</strong></p>
<p><strong>QUASI TRENT’ANNI</strong></p>
<p>Insonne ruvida la nenia<br />
il cieco borbottio efferato<br />
di un abbandono sussurrato lieve,<br />
sussurrato lene, rotondamente<br />
sussurrato e,<br />
in quel suo modo esausto, incessante.</p>
<p>……………………</p>
<p><em>Vuoi prendere un po’ d’aria, vuoi un paesaggio,<br />
un passeggio tra i versi altrimenti<br />
inerti, troppo fermi sull’anima<br />
sul cuore su quelle parole<br />
che non è più concesso pronunciare?</em></p>
<p>Ecco la mia Firenze, la mia strada<br />
tagliata in verticale da magri cespugli<br />
polverosi, da qualche ritorto assetato tramortito<br />
abete e corsa da macchine continue,<br />
gremita da quattro file di macchine<br />
così spente e diverse, così colorate<br />
e difformi da sembrare acremente<br />
individui, unità senzienti, esseri<br />
tenaci, immobili, conchiglie.<br />
<em>Ancora? </em>E allora il cielo inclina<br />
– quella parte ritagliata di cielo<br />
tra le case sovrane visibile –<br />
inclina azzurro verso il viola,<br />
rade nuvole affilate strisciano<br />
verso le colline che fatte rade<br />
dai tetti, tra i palazzi, occhieggiano.<br />
Siccome imbrunisce le insegne<br />
acquistano un brillio sfocato e intenso<br />
e Lavanderia leggeresti e Forno leggeresti<br />
e Bar Alimentari e Giornali: sui marciapiedi<br />
una lunga riga bianca separa ciclisti da pedoni<br />
un ciclista in miniatura un uomo stilizzato<br />
ogni poco è stato disegnato sui due lati:<br />
i cani sono legati i più grandi<br />
tirano giovani che fumano pacati<br />
i piccoli s’affidano ai dialoghi<br />
sconclusionati di vecchiette o donne<br />
speciali per tintura del volto e dei capelli.</p>
<p><em>Altro ancora, certo: </em>forse la palpebra schiusa<br />
delle finestre occhi gialli, l’indovinello<br />
dell’arredo appena scorto, le tende, penombra<br />
appena ammorbidita da una luce<br />
d’altra stanza più interna e palpitante.<br />
Oppure i balconi, i fiori, le piante<br />
vari nomi che potrei sapere o inventare<br />
i gesti dei piccioni, i gatti sospettosi<br />
accorti liberi e soli, senza vitti<br />
garantiti o alloggi, senza patti<br />
con gli umani. Forse così,<br />
forse meglio non dare l’impressione<br />
di non sapere che la confessione.</p>
<p>Dunque niente abbandoni niente inchini<br />
nella mia casa non ci sono che io<br />
è quasi gennaio ho quasi trent’anni<br />
tra un quarto d’ora saranno le cinque<br />
il crepuscolo procede bene<br />
il cielo sa cosa fare,<br />
tutto quello che vedo si dispone<br />
docile a non voler significare.</p>
<p>………..….</p>
<p>Del resto, di tutto il resto – come sempre<br />
hai ragione –, meglio,<br />
meglio una volta per sempre<br />
tacere.</p>
<p><strong>ESERCIZI DI LIBERAZIONE</strong></p>
<p>Sotto gli auspici<br />
più scoloranti incerti<br />
non sparigliare –<br />
<em>tenta l’impresa</em></p>
<p>Tratti a forza tra i frammenti<br />
di una memoria offesa<br />
pensieri amici –<br />
<em> tenta l’impresa</em></p>
<p>Tentare l’impresa<br />
tentarla con fiducia:<br />
la mente invasa<br />
la lingua che brucia.<br />
Scegliere con emozione di riuscita<br />
la mattina propizia<br />
con la luce che sazia,<br />
con luce sgombra e pulita.</p>
<p>(Dimmi che riuscirò o non dirmelo<br />
trepida o non trepidare per me<br />
puoi anche dirmi o non dirmi<br />
che ne vale la pena.<br />
Ma intanto osserva questa mia pena<br />
che mi chiama all’impresa.<br />
Soffri o goditi la scena<br />
di me che parto<br />
– la paura arresa –<br />
a dare l’assalto<br />
al dolore paludoso che cresce.<br />
Forse non se ne esce<br />
forse cadrò nel salto<br />
ma tu scegliti uno spalto<br />
chinati sulla scoscesa<br />
di quella mattina inebriata<br />
quando drogato di pensieri amici<br />
tenterò la mia impresa)</p>
<p>Con tutto il garbo degli incubi migliori<br />
antagonisti e catastrofi di cieli<br />
s’inchineranno a persuadermi<br />
della loro confessione.<br />
Tentare l’impresa di lasciarsi tentare<br />
e con gesto di terribile armistizio<br />
sospendere il giudizio,<br />
assaporando il tremito delle mani<br />
e l’avvampare di un nuovo pallore<br />
come sorsi di sudato liquore.</p>
<p>Darsi tutto all’esercizio<br />
di non affrettare la fine<br />
di questo estremo inizio.</p>
<p><strong>FUORI CITTÀ, VICINO CASA</strong></p>
<p>E su un vecchio bancone sverniciato<br />
batteva ribatteva chiodi inutili<br />
un pazzo brizzolato<br />
indecifrabile d’età.</p>
<p>Sull’orlo della stanza, sulla porta<br />
Della grande stanza folta<br />
D’attrezzi agricoli tra cui<br />
Un vecchio aratro arrugginito<br />
E zappe secchi pale innaffiatoi<br />
(più pale che zappe: perché?)<br />
sul limite della stanza<br />
una vecchia lo guardava<br />
fissava il pazzo intento<br />
a battere ribattere chiodi<br />
(un enorme paiolo accostato<br />
con sopra stesa una forca<br />
a far da coperchio – perché? –<br />
traboccava di chiodi nuovi lucenti)<br />
sul vecchio bancone sverniciato<br />
e rideva la vecchia e scuoteva<br />
una testa di capelli raccolti<br />
non ancora tutti bianchi<br />
rideva e allegramente<br />
il santo dito adunco<br />
fissato verso il battere ribattere<br />
la vecchia allegramente<br />
vantando la sua lunga vedovanza<br />
additava suo figlio<br />
al timido spaesamento sorridente<br />
che come un pazzo docile<br />
ricambiando le sue occhiate<br />
non comprendendo le lanciavo.</p>
<p><strong>FINE DI ROMANZO</strong></p>
<p>Ora che è sola chi la consolerà<br />
d’essere sola?<br />
Se lo chiedeva mentre, solo,<br />
la fuggiva, consolato dalla sua pietà.</p>
<p><strong>FRATELLO E SORELLA</strong></p>
<p>Quando da pochi chilometri fuori<br />
del paese calarono in paese<br />
coi modi bruschi ingenui e troppo allegri<br />
di chi si sente in corsa e progredire,<br />
per labile ma antica conoscenza di famiglie<br />
i figli miei coetanei accompagnai a scuola<br />
e fui la loro poco accorta guida.</p>
<p>La femmina baciava già in bocca, il maschio<br />
si batteva a pugni chiusi con impegno<br />
concitato e gioioso (fu per i forti<br />
la sua semplice forza scanzonata<br />
una scoperta e quasi subito una moda).<br />
Ci volle poco perché mi disprezzassero<br />
e s’involassero in compagnie più prestigiose.</p>
<p>A volte li rivedo, oggi: sono affettuosi:<br />
al disprezzo è succeduta una benevola<br />
incomprensione.</p>
<p>Lui lavora non so dove e siccome<br />
da sempre sa muovere le mani<br />
è capo di qualcosa in una fabbrica<br />
e guadagna bene.</p>
<p>Lei la vedo talvolta fuori dal negozio<br />
che le ha comprato suo marito.<br />
Vende vestiti e sempre mi pare<br />
quando tranquillamente di lontano mi sorride<br />
che abbia esagerato col rossetto<br />
e che non sia da molto tempo più felice.</p>
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