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	<title>Paolo Marco Durante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nemmeno i vampiri sono eterni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Paolo Marco Durante</b> <br />
Dove nasce, e diventa mito, il <em>vampiro</em> nella cultura letteraria di massa e di consumo? Ormai è universalmente risaputo che la data di quel parto fatale è quella di una atmosfericamente turbolenta notte di giugno del 1816...]]></description>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-1024x866.jpg" alt="" class="wp-image-120501" width="768" height="650" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-1024x866.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-300x254.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-768x649.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-497x420.jpg 497w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-150x127.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-696x588.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori-1068x903.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/polidori.jpg 1260w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>&#8220;The Vampyre&#8221; by John William Polidori<br />&#8220;Il vampiro sorte dal nulla&#8221; [1850]<br /><a rel="noreferrer noopener" href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?title=Special:Search&amp;fulltext=1&amp;search=vampyre+polidori&amp;ns0=1&amp;ns6=1&amp;ns12=1&amp;ns14=1&amp;ns100=1&amp;ns106=1#/media/File:The_Vampyre_by_John_William_Polidori_-_Il_vampiro_sorte_dal_nulla.jpg" target="_blank"><strong>Wikimedia Commons</strong></a></figcaption></figure></div>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">di ⇨ <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/paolo-marco-durante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paolo Marco Durante</a></strong></p>



<p>Nemmeno i vampiri sono eterni. Tra libri, film, sequel, spin-off, manga, anime, graphic novel, web-series, videogiochi, il format “vampiro” è stato sfruttato e spremuto fino all’ultima goccia.</p>



<p>Eppure una rilettura di questo archetipo “decaduto”, ma pure così tipico nella spenglerianamente declinante e mixata cultura occidentale, sarebbe senz’altro opportuna.</p>



<p>Ripartendo dalle radici del discorso: non tanto però da quelle che affondano nei secoli antichi delle subculture e delle tradizioni popolari soprattutto dell’ Europa Centrale e di quella dell’Est &#8211; non c’è bisogno nemmeno, se non come birignao storicistico, di risalire sempre e comunque a Vlad III di Valacchia, l’<em>Impalatore</em> della stirpe dei Draculescu &#8211; ma da quelle stabilite proprio dalla letteratura e quindi dal cinema, a cominciare dalla prima metà dell’Ottocento arrivando alla prima metà del Novecento, e che si sono poi prepotentemente imposte all’immaginario collettivo, divenendone appunto un archetipo.</p>



<p>Per tentare questa parzialissima ripartenza, sarà opportuno scegliere solo tre soggetti in ambito letterario e altrettanti in ambito cinematografico da cui ricominciare a muovere i primi passi.</p>



<p>Dato che non ci piacciono le uova di pasqua con le loro deludenti sorprese, dichiariamo subito gli ambiti di questa limitata e un po’ faziosa indagine: per la letteratura parleremo de <em>Il Vampiro</em> di John William Polidori (1819), di <em>Carmilla</em> di Joseph Sheridan LeFanu (1872) e, immancabilmente, di <em>Dracula</em> di Bram Stocker (1897). Per il cinema andremo invece a rivedere <em>Nosferatu</em> (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, <em>Vampyr</em> (1932) di Carl Theodor Dreyer e il più emblematico ma del tutto sopravvalutato <em>Dracula</em> (1931) di Tod Browning (a scapito del suo, a nostro parere, strepitoso <em>Freaks</em>). Anche se, prima di concludere, ci capiterà di dover effettuare due brevissime fughe in avanti, appena un po’ meno che contemporanee.</p>



<p>Dove nasce, e diventa mito, il <em>vampiro</em> nella cultura letteraria di massa e di consumo? Ormai è universalmente risaputo che la data di quel parto fatale è quella di una atmosfericamente turbolenta notte di giugno del 1816, che verrà poi battezzato “l’anno senza estate” proprio a causa delle estreme intemperanze climatiche di quel periodo. La storia è nota. Una villa sul lago di Ginevra. Ospiti, pochi ma di altissimo livello. Dopo aver letto a voce alta alcune novelle di <em>Fantasmagoriana</em>, arriva pure la noia. Fuori continua a infuriare una vera e propria tempesta. Ma il cervello dei grandi viene sempre stimolato, elettricamente eccitato, da lampi e tuoni. E allora ecco che ci si inventa un gioco &#8211; un gioco, si intende, sempre al livello di quei singolarissimi personaggi &#8211; per passare la nottata, diremmo a Napoli: inventare storie insomma, storie particolari. Vincerà chi sarà riuscito a scrivere la più terrificante.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="700" height="525" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5.jpg" alt="" class="wp-image-120605" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Villa_diodati_2008.07.27_rg_5-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>Villa Diodati, Ginevra<br /><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Diodati#/media/File:Villa_diodati_2008.07.27_rg_5.JPG" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Wikimedia Commons</strong></a></figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>Ne vengono fuori delle belle! Nientedimeno che <em>Frankenstein</em>, creato (per il momento appena abbozzato) quella notte stessa da Mary Wollstonecraft Godwin, prossimamente in Shelley &#8211; un indiscutibile capolavoro, altro che letteratura di genere! &#8211; e, appunto, <em>Il Vampiro</em>, elaborato, sempre in quella notte di tregenda, da John William Polidori, medico e segretario personale di Lord Byron. Questa la storia divenuta ormai leggenda.</p>



<p>In realtà pare che le cose non siano andate proprio così. Sembra, ma anche questi dati non sono confermati al cento per cento, che in quella nottata straordinaria Percy Shelley avesse scritto appena poche righe, forse distratto dalla presenza della sunnominata Mary, tutta presa a creare il suo capolavoro; e Byron, anche lui non particolarmente attento per una ragione molto prossima a quella dell’amico Percy &#8211; la presenza in loco di una certa Claire Claremont, sorellastra di Mary ed ex amante del lord &#8211; si fosse dedicato superficialmente al gioco, scrivendo solo alcune paginette di un curioso racconto, che sarà denominato <em>A Fragment</em> o anche <em>A Fragment of a Novel</em> o addirittura <em>The Burial: a Fragment</em>, e che comunque sarebbe rimasto incompiuto. Mentre &#8211; sempre col beneficio del dubbio però &#8211; si vocifera che il medico e segretario particolare di Lord George, non avesse affatto creato <em>Il Vampiro </em>in quelle ore burrascose, ma avesse redatto soltanto un testo alquanto bizzarro, che aveva intitolato <em>Ernestus Berchtold</em>, un lungo e complicato racconto che all’epoca passò quasi del tutto inosservato e che pochissimi ricordano. Tempo dopo i due, il fascinoso Lord e il vessato depresso e frustrato segretario, litigarono per l’ennesima volta, definitivamente. Ognuno se ne andò per la sua strada. Ma forse quelle paginette del Byron restarono in copia conforme in tasca all’ormai ex assistente, deciso a vendicarsi delle tante umiliazioni subite dal suo datore di lavoro &#8211; caratterialmente tipetto non facilissimo &#8211; e a diventare anche lui un grande artista. A quegli appunti molto probabilmente si ispirò (copiò? derubò?) il Polidori, con i quali riuscì dunque ad elaborare un singolare racconto che, pubblicato circa tre anni dopo, lo avrebbe fatto finalmente passare alla storia. Non prima che venisse però chiarita la squallida faccenda della falsa attribuzione, vicenda che fece prendere una topica pazzesca nientemeno che a Goethe, il quale non soltanto attribuì quell’operetta proprio al Byron ma che, non contento, la giudicò tra le cose migliori di quel grande!).</p>



<p><em>Il Vampiro</em> è in realtà un racconto di non eccelsa lunghezza e qualità, certo non un romanzo. Un testo sicuramente dignitoso anche se, almeno in questo caso, non stiamo parlando di capolavoro. Tuttavia il suo grande merito è proprio quello di aver introdotto negli argomenti, nei temi e nei personaggi della letteratura moderna il topos <em>vampiro, non morto, revenant, nosferatu,</em> che, da quel momento in poi, si sarebbe ritagliato un ruolo preminente nell’immaginario popolare e non, di quel secolo e soprattutto di quello successivo.</p>



<p>Abbiamo detto che <em>Il Vampiro </em>è stato “elaborato”- non creato o inventato &#8211; da Polidori e questo perché riteniamo fondamentale aver citato e rispettato le fonti. Infatti abbiamo già sostenuto come, molto probabilmente, in questa faccenda non si possa trovare solo farina del sacco di quel pur capace medico e scrittore dilettante, ma di come, nella ricostruzione di quella così particolare invenzione, faccia capolino &#8211; sospettiamo sia avvenuto proprio così &#8211; la mente fiammeggiante e immaginifica del grande Byron, il quale aveva appunto “buttato giù”, proprio durante la fosca nottata e poi subitamente abbandonate, le poche righe in cui compariva, anche se in modalità nebulosa, non ancora ben definita, ma in quel caso davvero per la prima volta, il modello paradigmatico del “vampiro moderno”.</p>



<p>Del <em>Dracula</em> di Stoker c’è invece poco da dire. È stato detto tutto infatti, anche troppo, probabilmente. Ha creato una moda i cui svolazzanti orpelli sono comparsi, compaiono e probabilmente continueranno a comparire in ogni settore della vita intellettuale, produttiva, commerciale e di consumo delle nostre società. Solo una cosa pensiamo sia doveroso aggiungere, anche a costo di farci dei nemici: <em>ceci n’est pas un roman</em> si potrebbe dire scimmiottando Magritte. E allora, per tornare a quei denti aguzzi e a quei diari fin troppo intrecciati, di cosa si tratterebbe in sostanza? Anche se non è bello e forse neanche giusto suddividere la letteratura in categorie e generi, questo è proprio uno di quei casi in cui non ci si può esimere dal farlo: <em>Dracula</em> è un <em>feuilleton</em>, un vero capolavoro di quel <em>genere</em>, in cui bisogna avere il coraggio di tenerlo confinato. <em>Feuilleton</em>, secondo la definizione del dizionario di <em>Oxford Languages</em>, sta ad indicare uno scritto popolare, di appendice, strutturato approssimativamente in forma di romanzo, con intreccio complesso, personaggi fortemente caratterizzati nel bene e nel male, trionfo finale dei buoni sentimenti, ricco di colpi di scena, per il coinvolgimento emotivo di un pubblico vasto e non molto colto. Genere o sottogenere? Non è questo il punto. È la fruizione di massa &#8211; semplice, elementare a dispetto dell’intreccio (groviglio?) della storia &#8211; omologata e omologante che ne stabilisce le caratteristiche fondamentali e mostra, in quella data, l’entrata impudìca prepotente e massiccia, anche nel mondo letterario, del commercio e del consumo, il nuovo dominio della neonata industria culturale.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-697x1024.jpg" alt="" class="wp-image-120398" width="523" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-697x1024.jpg 697w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-300x441.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01-696x1023.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Fernand_khnopff_chimera_1910_ca._01.jpg 700w" sizes="(max-width: 523px) 100vw, 523px" /><figcaption>Fernand Khnopff CHIMERA 1910 ca <br /><a rel="noreferrer noopener" href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fernand_khnopff,_chimera,_1910_ca._01.jpg" target="_blank">Wkimedia Commons</a></figcaption></figure></div>



<p>Possiamo adesso discutere di un’opera del tutto diversa, sebbene temporalmente (1872) precedente: <em>Carmilla</em>, lo strepitoso romanzo brevissimo, ma sicuramente romanzo, anzi, grandissimo romanzo di J. Sheridan Le Fanu, autore fino a qualche decennio fa praticamente sconosciuto alla massa dei lettori, poi scoperto e rivalutato &#8211; da una critica sempre in ritardo &#8211; ma che ancora non occupa l’alto scranno che invece gli spetterebbe. Tra i suoi racconti e romanzi troviamo dei veri gioielli come <em>Schalken il pittore</em>, <em>Il fantasma e il conciaossa</em>, <em>La vendetta del lago</em>, <em>La locanda del Dragone Volante</em>, <em>Il giudice Harbottle</em>, <em>Lo strano caso avvenuto in Augier Street</em>, <em>Dickon il diavolo</em> e tanti altri. Molte le invenzioni letterarie, come quella del personaggio narrante, il <em>dottor Hesselius</em>, il quale affronta con spirito critico e scientifico i casi straordinari in cui si imbatte, non rinunciando però a constatarne le implicazioni soprannaturali, e raccontando quei casi stessi con straordinaria attenzione e intelligenza. La lingua è sempre curata, con infinite sfumature, dall’ironico, al grottesco, al grave, allo spaventoso, ma anche controllata e raffinata, moderna oltretutto, con una sopraffina intelligenza artistica, quella di suggerire l’orrore solo per suggestioni. Moltissimi, come Montague Rhodes James e Algernon Blackwood, per citarne due soli, in seguito si ispireranno a lui.</p>



<p>Due opere nella produzione di Le Fanu svettano su tutto il resto: <em>Tè verde</em> e, naturalmente, <em>Carmilla</em>. Non è questa la sede per trattare di <em>Tè verde</em>, comunque conosciutissimo e amatissimo dai cultori del settore, mentre due parole su <em>Carmilla</em> vorremmo ancora spenderle. Soprattutto per dire che <em>Carmilla</em> è il più bel vampiro della letteratura moderna e contemporanea. La storia è troppo nota per essere anche solo accennata, e sembra poter avere qualche vaghissima e lontana ascendenza nella <em>Christabel </em>di Samuel Taylor Coleridge, chissà, mentre l’insinuante e persistente profumo di amore irregolare, lesbico, ha contribuito così fortemente alla sua notorietà. Quello che possiamo aggiungere consiste soltanto nel ribadire che <em>Carmilla</em> è un capolavoro, che la sua immagine è divenuta un’icona leggendaria, e che, prima volta di un vampiro al femminile, informerà di sé tutta la letteratura a venire. È curioso notare come, altro caso veramente singolare per l’epoca in cui avviene, Dreyer si ispirerà, anche lui molto liberamente, proprio a <em>Carmilla</em> per il suo <em>Vampyr</em>, situazione unica, allora, di un vampiro cinematografico al femminile (poi, per carità, arriveremo fino a <em>Zora la vampira</em>, sia quella originale dei fumetti “zozzi” degli anni settanta, sia il modesto filmino dell’anno 2000 ultimo scorso che da quegli albi bisunti prende in prestito il titolo &#8211; eccezionale &#8211; ma non le storie neopop e l’originalità).</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874.jpg" alt="" class="wp-image-120399" width="392" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874.jpg 523w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874-243x300.jpg 243w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874-341x420.jpg 341w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874-150x185.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874-300x370.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Arnold_Bocklin_-_Vestalin_1874-324x400.jpg 324w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /><figcaption>Arnold Böcklin &#8211; Vestalin (1874)<br /><a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Arnold_B%C3%B6cklin_-_Vestalin_(1874).jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Wikimedia Commons</a></figcaption></figure></div>



<p><em>Carmilla</em> dunque è un personaggio straordinario, vibrante, irregolare, eversivo, così ricco di sfumature, accennate con grandissima classe e mestiere da parte dell’autore, da evocare in continuazione una dimensione simbolica e onirica che non concede tregua al lettore, una tensione erotica che, come una corrente elettrica, percorre, neanche troppo latente, tutta la storia, con un effetto dirompente e profondamente provocatorio per la società e la mentalità dell’epoca. Per <em>Carmilla</em> non si può non provare orrore e amore. Il suo fantasma è ancora oggi dentro di noi, ognuno di noi, richiamando continuamente in superficie quei tratti di psicologia del profondo che il nostro <em>Io</em> tuttora cerca di negare a se stesso.</p>



<p>Insomma, il più bel vampiro è lei, <em>Carmilla</em>, col suo fascino ambiguo e malinconico, la sua adorabile nevrastenia, i suoi momenti di “lontananza” e di modernissima depressione e di “non detto”, quell’esitazione che è probabilmente il più calzante atteggiamento moderno, una modernità in cui ogni cosa è immersa nel dubbio. Il volto che ricorda il bilioso angelo della “Melencolia” di Albrecht Dürer. Una Semiramide ipocondriaca, afflitta, dolente, tediata, bellissima. Che riscuote anche la nostra pietas. Come si fa a non amarla?</p>



<p>Poi se, per ragioni di pari opportunità, dovessimo indicare anche un credibile vampiro al maschile, potremmo sostenere che la rappresentazione più centrata non la troviamo stavolta in un libro ma in un quadro. <em>Il Viandante sul mare di nebbia</em>, lui sì che, se si voltasse solo per un momento verso di noi, ci mostrerebbe il volto emaciato, fascinoso e malinconico e lontano del vero vampiro.</p>



<p>Andiamo al cinema adesso.</p>



<p><em>Nosferatu</em> , “<em>eine Symphonie des Grauens</em>”: c’è già una geniale intuizione nel sottotitolo, in quella sottile, impercettibile invenzione linguistica, appena suggerita.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina.png" alt="" class="wp-image-120468" width="445" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina.png 593w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina-228x300.png 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina-319x420.png 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina-150x198.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/locandina-300x395.png 300w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /><figcaption>Locandina originale</figcaption></figure></div>



<p>Ma tutta l’opera, perché di <em>opera </em>si tratta, è percorsa da uno spirito scompigliante, da una turbolenza disordinata e disordinante, inarrestabile, incontrollabile e sobillatrice che prelude &#8211; forse senza neanche averlo voluto consciamente Murnau stesso &#8211; al “mostruoso” che a breve apparirà sulla scena del mondo. E in quello stupendo, straniante bianco e nero espressionista risalta, accecante, il rosso del sangue che a fiumi è già scorso in Europa. E che, fra non molto, tanto altro ne scorrerà in emorragie ed esondazioni sempre più drammatiche e violente.</p>



<p></p>



<p>Murnau si è chiaramente ispirato al libro di Stoker, sebbene non ne avesse i diritti (da ciò scaturirà una causa con gli eredi Stoker, che perderà). Ma è evidente che il suo conte Orlok non c’entra niente con quelle storielle da intrattenimento serale. Orlok cammina in mezzo a noi perché noi siamo Orlok, perché tutti noi siamo portatori di malattia, dentro tutti noi c’è il bacillo della peste, della grande morte nera. E in questo caso non si tratta di emergenza ma di “normalità”.</p>



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<br /><center><small><b>Hans Erdmann[1887–1932]</b><br />
<em>Nosferatu</em> [1922]</small></center><br />



<p>Stiamo parlando indubbiamente di un capo d’opera, e non soltanto perché riguarda in assoluto il primo film sul “vampiro”, ma soprattutto per aver affrontato, per la prima volta in immagini, il problema della “pulsione di morte” comparso in <em>Al di là del principio del piacere</em> uscito, guarda caso, proprio nel 1920. Anche nel vampiro, come negli uomini con la guerra, risalta infatti la “coazione a ripetere” che è il tipico sintomo di quella tendenza distruttiva. Nosferatu è l’orrore nella dimensione della normalità, nel quotidiano che è più spaventoso di qualunque stravagante stranezza e che si concretizza in un’anomalia, in una degenerazione, in un pervertimento morboso che toglie completamente equilibrio e senso all’esistenza, spalancando una finestra segreta e sconosciuta dalla quale ammirare, stravolti, i vertici e gli abissi di un orrore e un ribrezzo mai prima conosciuti. Previsione, o anche soltanto intuizione, della notte del mondo prossimo venturo. Una sinfonia sovversiva, discordante, che rompe la finta armonia della vita di tutti i giorni rivelandosi nel frastuono assordante e spaventoso del <em>Dies Irae.</em></p>



<p>Alla fine il bene, almeno apparentemente, vince. Il male ha perso e si dissolve (o si nasconde) nella luce del giorno. Ma a quale prezzo? E per quanto tempo? E tornerà la notte? Sono tante le domande inespresse che ci restano dentro.</p>



<p>Del <em>Dracula</em> di Tod Browning, possiamo dire pochissimo, sottolineare principalmente il fatto che non ci piace. Sì, per carità, Bela Lugosi, sì, quel <em>signor vampiro</em> in frac, che diventa icona e che informerà di sé l’immaginario di massa e precipuamente tutto il pessimo cinema di serie B e C ancora di là da venire. Diciamolo dunque &#8211; sennò la critica, anche quella senza titoli, presuntuosa e insolente come questa, che ci sta a fare? &#8211; che, a nostro parere, stiamo parlando di un vampiro da melodramma, se non da opera buffa o addirittura da operetta. Un vampiro finto-europeo, “americano”, su misura per gli americani, e per il loro bisogno di emozioni forti ed elementari, scevri da arrischiate complessità del pensiero. Anzi, anche gli stessi americani, almeno alcuni, si accorgono che qualcosa non va e il <em>Chicago Tribune</em>, nella recensione dell’epoca, dichiara il film “troppo ovvio e scontato” e “troppo evidenti i tentativi di spaventare”, come nel tunnel dell’orrore dei peggiori luna park. Lugosi, con quello sguardo (che Leslie Nielsen, guidato dal geniale Mel Brooks, rifarà magistralmente in versione comica), il volto in ombra e le luci sparate negli occhi… ma per favore! </p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula.jpg" alt="" class="wp-image-120495" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Bela_lugosi_dracula-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption><strong>Bela Lugosi </strong>nel film <strong>Dracula</strong> del 1931 <br /><a rel="noreferrer noopener" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dracula_nella_cinematografia#/media/File:Bela_lugosi_dracula.jpg" target="_blank"><strong>Wikimedia Commons</strong></a></figcaption></figure></div>



<p>Già l’apertura del film, sui titoli di testa, con le note, completamente fuori contesto, sentimentali e struggenti de <em>La morte del cigno</em> (dal balletto di Ciajkovskij) diventano un trionfo del cattivo gusto, oscillando tra il patetico e il grottesco. E quelle ambientazioni stragotiche ricordano più Walt Disney che i luoghi “impazziti” dei disegni di Kubin, di Redon o di Topor, o l’orrore malinconico e abissale dei dipinti di Caspar Friedrich. La recitazione è pessima, enfatica e prevedibile, didascalica, dozzinale e teatrale insieme. Solo gli americani potevano inserirlo nell’anno 2000 &#8211; dimenticando molte pellicole sicuramente fondamentali e maggiormente degne di memoria &#8211; nel <em>National Film Registry</em> della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come opera “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativa” [sic].</p>



<p>Ma torniamo alle cose serie. A <em>Vampyr</em> di Dreyer cioè. Che invece è un grande film sperimentale, con una trama caotica e illogica, ambigua come quella di un sogno (anche se si sostiene ispirata liberamente a <em>Carmilla</em> e ad altre novelle di LeFanu come <em>La locanda del Dragone Volante, </em>mentre è più probabile che risulti motivatamente orientato da <em>Die Traumdeutung</em>). D’altra parte il titolo completo è <em>Vampyr, Der Traum des Allan Grey, </em>avendo l’autore l’onestà di dichiarare subito in che ambito ci muoviamo. Abbiamo già detto che si tratta di un vampiro al femminile, pur non costituendo, in questo caso il vampiro, il protagonista più evidente della storia-non-storia, e non avendo alcuna intenzione, Dreyer, di tratteggiare una figura vampirica nei termini già conosciuti, già quasi canonici. È la dimensione fortemente onirica, visionaria, l’uso limitato e spiazzante dei dialoghi mischiati ai rumori, la sintassi illusoria e irrazionale, la totale distorsione della realtà, le ombre furtive e inquiete che giocano un allarmante rimpiattino da un fotogramma all’altro, a costituire il linguaggio cinematografico sovversivo, sconcertante e certamente di avanguardia di <em>Vampyr.</em> Non c’è spazio per la razionalità in un sogno, e così nel film. Scene memorabili: il funerale in soggettiva del protagonista, la danza delle ombre, la fine dell’ambiguo dottore soffocato dalla farina nel mulino, scena in cui il bianco assume, come normalmente farebbe il nero, una valenza luttuosa e orrorifica senza eguali. Incubi e allucinazioni si susseguono in un profluvio di immagini babelico, informe e inarrestabile – una sintassi spezzettata molto prossima a un flusso di pensiero disorganico, accozzato, insano, perverso &#8211; che sgorga dal profondo dell’inconscio. Capolavoro? <em>Assolutamente sì</em>, come si risponde oggi in continuazione a qualsiasi domanda, e in occasioni certamente meno motivate. Pietra miliare comunque, non solo per i vampiri, ma per il cinema <em>tout court</em>.</p>



<center><img class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1dreyer.gif" style="border-top: 15px solid black; border-bottom: 15px solid black;"/> <img class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/222.gif" style="border-top: 15px solid black; border-bottom: 15px solid black;"/>
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<br /><center><div style="width:300px;"><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-120134-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Zeller.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Zeller.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Zeller.mp3</a></audio></div></center>





<br /><center><small><b>Wolfgang Zeller[1893–1967]</b><br />
<em>Vampyr &#8211; Der Traum des Allan Grey)</em> [1922]</small></center><br />



<p>Dopo i pochi, ormai remoti, esempi di “luoghi vampirici” appena proposti in modo certamente troppo sommario, si può comprendere comunque da dove sia sorto e come si sia strutturato il topos <em>vampiro</em> che ha informato di sé cultura e coscienza collettiva moderna, solo che, stavolta, è stato lui, il vampiro, ad essere risucchiato, svuotato del sangue, vampirizzato dunque, e ad aver nutrito di sé l’industria culturale di massa fino ai giorni nostri, fatto che probabilmente proseguirà, magari leggermente rallentato, anche oltre. Fra cent’anni noi saremo sicuramente morti e sepolti, mentre i vampiri, saranno ancora lì, con la loro fine apparente, sempre pronti all’agghiacciante risveglio, a sorridere malinconici e a farsi beffe di noi.</p>



<p>Non sappiamo se esista un dizionario che riporti tutti i libri editati e tutti i film realizzati sui vampiri, qualcosa si è visto, ma ancora di molto parziale. Da un presunto volume di quel genere, da biblioteca borgesiana, vorremmo però, in conclusione, trarre ancora due titoli, di film più recenti &#8211; diversamente recenti, in questo caso – dei quali sarebbe opportuno esporre brevemente, proprio per concludere. Scelti per motivi opposti, anche se si tratta, in entrambi i casi, di due differenti ma emblematici prodotti.</p>



<p>Il primo &#8211; non poteva mancare! &#8211; è il già nominato <em>Dracula di Bram Stoker</em> di Francis Ford Coppola, del 1992. Ragazzi, che bel film! E quanto ci è piaciuto! Con quel Van Helsing esagitato, pazzo, quella Lucy così bella, sensuale, così vivace e birichina! Quella Mina così pura, così virginale! E quegli uomini, così buoni, così coraggiosi, così fedeli! E Quincey Morris, col suo “enorme” <em>bowie-knife</em>! E Dracula, gran signore nel suo castello (ci ricorda, chissà perché, <em>Casanova</em> di Fellini interpretato da Donald Sutherland), poi creatura immonda fatta di topi, licantropo violentatore spaventoso, orribile pipistrello, repellente geco antigravità che discende a scatti rapidi e ripugnanti le mura del castello, gentiluomo affascinante, raffinato, dolcissimo amante dolorosamente romantico! Le sue tre mogli-mostri bellissime e lussuriose (in mezzo c’è pure Monica Bellucci!), i costumi strepitosi, le location inimmaginabili! Viaggi, colpi di scena, fotografia grandiosa, rappresentazioni meravigliose e terrificanti come la Lucy <em>bloofer-lady </em>nella cripta,abbigliata sontuosamente nello spaventoso, raffinatissimo abito-sudario di pizzi candidi, come l’indimenticabile sequenza del cinema muto, grande novità tecnologica, e del magnifico, inquietante lupo al centro di Londra, come i discorsi folli e sconnessi dell’incontenibile Renfield-Tom Waits che mangia mosche e insetti vari e che vorrebbe un gattino, o almeno un passerotto! E per concludere l’ indimenticabile, struggente <em>Love song for a Vampyr</em>, scritta e interpretata stellarmente dalla divina Annie Lennox (anche lei molto <em>vampiro</em>…) Che cosa si può volere di più?&#8230; Niente. Niente, salvo il fatto, a questo punto incontrovertibile (avendo notato proprio quelle tinte troppo forti, quelle situazioni estreme, eccessive, la recitazione sopra le righe, quelle contrapposizioni nette, a colpi di scure, tra i buoni e i cattivi?) che, sì, stiamo parlando di un capolavoro. Ma di un capolavoro pop. Anzi, <em>pulp</em>.</p>



<p>Mentre il secondo film, con cui era opportuno concludere &#8211; <em>Nosferatu, il principe della notte</em> di Werner Herzog (1979) &#8211; è un capolavoro. Un capolavoro e basta. Senza ulteriori specificazioni. Altro che rifacimento di Murnau, che comunque sarebbe stato ugualmente un grande onore! Ma no, invece è tutta un’altra cosa, difficilissima da descrivere. Bisogna vederlo. Quel gigante di Kinski, tetro e abissalmente depresso, fatto di materia nera, poi l’ineffabile volto dal pallore sepolcrale di Isabelle Adjani, una madonna dell’amore e della morte, bella oltre ogni misura. </p>



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<p></p>



<p>E l’avvicinamento al castello attraverso un paesaggio fiabesco, una natura sovrana, grandiosa e terrificante, con lo straordinario preludio del <em>Rheingold</em> a fungere da chiave che possa forse aprirci a un mistero, a una rivelazione, o la scena della festa in piazza tra sordide deiezioni e liquami, tutto il putridume dell’ex umanità, da far impallidire lo Hyeronimus Bosch più estremo, o Bruno Ganz, quieto e inquietante quanto basta, soprattutto per quel laido, spaventoso saltino che fa per uscire dal cerchio di ostie che l’aveva inchiodato in un angolo (e che una cameriera frettolosa e incosciente rimuove con paletta e scopino, braccio armato, inconsapevole, del demonio e del destino), con una nuova luce beffarda e sogghignante negli occhi, altro che il buon, patetico Jonathan Harker! </p>



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<p></p>



<p>Lui nuovo <em>nosferatu</em>, lui il futuro del <em>Male</em>, il male che invece stavolta ha vinto e che cavalca conquistatore, libero e forsennato, nell’immenso mondo deserto ora a sua disposizione, per riempirlo di sé, mentre nell’aria si spandono, solenni e angosciose a sottolineare la disfatta, le note sublimi del <em>Sanctus</em> di Gounod. Il trionfo proprio di quell’istinto di morte che percorrerà e pervaderà e contagerà, proprio come un vampiro infestante, tutto il Novecento. E purtroppo, lo vediamo tutti i giorni, anche il nuovo millennio.</p>



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<p></p>
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		<title>La neve</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/09/la-neve-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2023 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Marco Durante]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Walser]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Marco Durante</strong> <br />
Il coro dei bimbi intonava adesso, lontano, “Stille Nacht”. Si sentì stanco. Una stanchezza leggera, aggraziata, deliziosa. E profonda, quieta, misteriosa. Una sensazione singolare, nuova, mai percepita prima.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<br /><center><img loading="lazy" class="alignnone" alt="1walser" src="http://www.suave-est-nus.org/1walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="4walser" src="http://www.suave-est-nus.org/4walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br />
<small><em>Herisau 1956</em></small></center>
&nbsp;



<p></p>



<p class="has-text-align-center">di ⇨ <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/paolo-marco-durante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paolo Marco Durante</a></strong></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:50%">
<p class="has-background" style="background-color:#dfecf8"><small>[<em>Ho descritto fatti reali e provato anche a immaginare, mescolando: ne è venuto fuori un misto di verità e menzogna, come sempre d’altronde, nelle cose che facciamo. Percorrere sentieri del possibile, se non sempre del plausibile. Da questo, comunque, mi sono lasciato irretire e trascinare in un gioco pieno di rischi, che però non voleva essere irrispettoso, né presuntuoso né, tantomeno, arrogante. Provare l’emozione, la vertigine, il privilegio, concesso solo a chi scrive e a chi recita, di vivere altre vite, le vite degli altri.</em>]</small></p>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>
</div>



<p>Esiste al mondo qualcosa di più bello della neve? Si può immaginare una meraviglia più meravigliosa di una fitta, lenta, silenziosa nevicata? E un’attesa più santa, quando il cielo promette e tutto sta per accadere? E si può pensare a una gioia più intensa e più pura di quella dipinta sul volto di un bimbo appoggiato al vetro di una finestra quando i primi fiocchi cominciano a scendere?</p>



<p>Eccoci lì &#8211; immobili, fermi e zitti per non sentire noi stessi &#8211; ad avvertire la musica celestiale dei fiocchi che calano sul mondo e che si assestano piano, con garbo e accuratezza, l’uno su l’altro, l’uno su l’altro… Una mobilità immobile, incessante, lontana. Una pace ovattata, una quiete imperturbabile, totale, senza paragoni possibili. E un’indifferenza letale, implacabile.</p>



<p>Il mondo &#8211; se ancora il mondo esiste &#8211; è distante, inaccessibile. L’uomo è solo,&nbsp; dimenticato, sperduto in uno spazio straordinario, straniato nel possente, opaco, grandioso silenzio, nel prodigioso non colore, mortale, della neve.</p>



<p>Una gioia antichissima, prenatale. Una calma armonia, una beatitudine indicibile, insondabile. E una commozione intensa come una vertigine.</p>



<p>Nello stesso tempo un’ansia lieve, una tenue sofferenza che si insinua, qualcosa di inappagato, di inestricabile, di irraggiungibile. Nel paesaggio stupefacente e caduco, sotto la candida, precaria coltre, pare si debba nascondere qualcosa di smisurato, si debba concretare qualcosa di formidabile, fragile, fuggevole.</p>



<p>Cosa ci può essere di più bello del camminare in un campo innevato, nella luce velata del primo meriggio, il giorno di Natale?</p>



<br /><center><img loading="lazy" class="alignnone" alt="2walser" src="http://www.suave-est-nus.org/2walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="3walser" src="http://www.suave-est-nus.org/3walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" alt="5walser" src="http://www.suave-est-nus.org/5walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="6walser" src="http://www.suave-est-nus.org/6walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br /><small><em>Herisau 1956</em></small></center>

&nbsp;



<p class="has-white-background-color has-background" style="margin-top:0px">La passeggiata era iniziata subito dopo pranzo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Il paesaggio, stranoto, era dunque irriconoscibile: morbido, smussato, amichevole, evanescente, spettrale. Anche malsicuro però, rischioso, un suo abbraccio più stretto avrebbe potuto… Era bello, bello da far paura, bello da morire. Non c’era possibilità di raffronto, con null’altro al mondo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Mentre i passi avanzavano piano, sprofondando leggermente in quel morbido sogno, si stava impadronendo della sua anima un senso di acuta e quieta distanza dalle cose mentre il cuore palpitava sommesse emozioni prossime a sconfinare in un’infantile idea di santità&nbsp; della terra.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">C’era un laghetto lì da presso. In realtà nulla più di un minuscolo stagno, circolare. Non era ancora del tutto ghiacciato. La lastra di gelo, partendo dalle basse rive, si espandeva come una ragnatela cristallina lasciando però il centro della pozza in balia dell’alito stesso dell’acqua che si increspava impercettibilmente ricevendo i fiocchi che scendevano pacati, sereni. E rassegnati a morire, annullandosi sulla superficie liquida, rinunciando ad opporvisi. Lì dunque si dissolveva quella unicità irripetibile, quella molteplice, infinita, geometrica singolarità incomparabile, come le generazioni nel tempo, una dopo l’altra, una dopo l’altra.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La passeggiata riprese dopo quella sosta che aveva rivelato il quieto sacrificio.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Scricchiolava quella sconfinata moltitudine di particelle d’acqua ghiacciata sotto i passi che sprofondavano con dolcezza. Un abete si scrollò di dosso il candido mantello con un fruscio lieve, <em>wuff…</em>, un soffio di sollievo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si levò dalla coltre bianca un nugolo di fringuelli che rapidi s’innalzarono su, su dove avrebbe dovuto trovarsi il cielo e più quelli salivano più a lui sembrò di precipitare in basso, di sprofondare in una candida vertigine che lo avrebbe inghiottito.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Era giunto sul vasto prato davanti all’Abbazia. Il grande rosone splendeva della luce all’interno come se invece fosse il sole, sparito dal mondo, a farlo risplendere. Sulla destra il cancello del camposanto.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La neve aveva smesso di scendere. Dopo aver tuttavia già uniformato il paesaggio, smussandone le asperità, spegnendone le lame affilate, le cuspidi aguzze che sotto la coltre immacolata si erano chetate. Ora tutto appariva gentilmente e dolorosamente morbido per quel bianco remissivo, mansueto.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Dall’interno della chiesa giunsero voci di bimbi, un coro natalizio, cantavano “<em>O Tannenbaum”</em>.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Le punte di lancia del cancello erano diventate placide e inoffensive. E buffe, come bonari batuffoli d’ovatta sui rami dell’abete addobbato.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si voltò indietro, a guardare ancora una volta le ultime case del paese. Osservò a lungo il fumo uscire dai comignoli, che si condensava e subito si perdeva nell’aria gelida, e svaniva.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Vide due corvi levarsi dai campi di neve con un volo pesante, faticoso, due cupi pensieri. Il fumo dei comignoli e due corvi. Lo schiocco delle nocciolaie, che però non si vedevano. E le cose, le altre cose. Tutte le altre cose. Il cielo, le nuvole, la nebbia leggera che accarezzava tutto. Gli alberi, il bosco, il paese che adesso era lontanissimo. Le montagne, il resto del mondo, i mari, i fiumi, le isole, tutto, tutto. Avrebbe voluto scrivere una storia su ognuna di quelle cose, tante storie su tutte le cose del mondo, una per ogni cosa. E sulla neve. Sull’aria di neve che si sente ancora prima che scenda. Sul profumo di neve che tutti conoscono ma che nessuno sa descrivere. Su quel cielo da neve invisibile e opaco e su quelle silenziose promesse. Sulla panchina, lì vicino allo stagno. La panchina coperta di neve, curiosa e arrotondata dalla bianca materia che l’ha trasformata in un oggetto allegro, paffuto e inutile, sul quale non puoi sederti ma che fa simpatia.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser.jpg" alt="" class="wp-image-100836" width="560" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser.jpg 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-291x300.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-300x309.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-696x717.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-408x420.jpg 408w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption>Robert Walser</figcaption></figure></div>



<p class="has-white-background-color has-background">Tutta quella neve! Scrivere una storia per ogni cristallo, in omaggio alla sua indicibile irripetibilità. Raccontare &#8211; ma come? &#8211; la stabile precarietà della coltre bianca, gli equilibri impossibili su un tetto, su un ramo, su una foglia, su un lampione, su un fil di ferro, sui suoi baffi, sui suoi capelli, sulle ciglia, minuscole perle che trasformavano la vista in un regno fatato. E il tonfo attutito di quando la gravità vinceva su quella vita inattuabile, sulla poesia. Fino a quando, anche per questa volta, sarebbero rimaste per terra solo le ultime chiazze ingrigite di tutto l’antico immacolato splendore, a testimoniare che un altro anno è passato.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Proprio in quegli ultimi giorni gli era accaduto di ripensare al romanzo di uno scrittore italiano, che aveva letto, tanti anni prima. Parlava di un uomo, un prete, che si sentiva come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Gli erano rimaste impresse, quelle parole. Anche lui si era sempre sentito così, un vaso di coccio. Ma proprio in quel pomeriggio, durante quella passeggiata avventata, imprudente, proprio in quell’esatto momento, si era reso conto di come quella sensazione che si era portato in spalla, oneroso fardello, per tanti anni, fosse stata invece ingannevole. Aveva compreso ora, ora soltanto, che in realtà i vasi di coccio erano loro, gli altri, anche se mascherati dietro ridicole armature di tolla. E come lui fosse invece non certo un vaso di ferro ma un’ampolla di cristallo, finissimo, lucente, sfavillante. E fragile, sì, fragile e fugace come tutte le cose che contano davvero.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Il coro dei bimbi intonava adesso, lontano, “<em>Stille Nacht</em>”.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si sentì stanco. Una stanchezza leggera, aggraziata, deliziosa. E profonda, quieta, misteriosa. Una sensazione singolare, nuova, mai percepita prima.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Da lontano sembrò che s’inginocchiasse.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">In mezzo all’immenso prato bianco adagiò l’ampolla di cristallo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La neve, che aveva ripreso a scendere fitta, copiosa, ricoprì la fragile ampolla, in poco tempo, sapientemente, e allora rimase soltanto una morbida ondulazione del manto candido, a ricordo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Quella morbida ondulazione era adesso in perfetta armonia con la terra e col cielo che intanto s’era riempito di opache minuscole stelle.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Lo trovarono i bimbi.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Herisau, 25 dicembre 1956</em></p>



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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser.jpg" alt="" class="wp-image-100828" width="450" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-150x148.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-425x420.jpg 425w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption>Robert Walser. Herisau, 25 dicembre 1956</figcaption></figure></div>



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		<title>Tre donne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/11/28/tre-donne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Audrey Hepburn]]></category>
		<category><![CDATA[colazione da tiffany]]></category>
		<category><![CDATA[jeanne moreau]]></category>
		<category><![CDATA[jules et jim]]></category>
		<category><![CDATA[Mai di domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Melina Mercouri]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Marco Durante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Marco Durante</strong> <br />Che cos’è che rende un film - magari un bel film  ma non per forza un capolavoro assoluto - indimenticabile?Le ragioni possono essere tante: il cast, il soggetto, la sceneggiatura, la fotografia, la colonna sonora e molto altro, o forse tutte queste cose messe insieme.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="704" height="432" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/tredonne.gif" alt="" class="wp-image-100350"/></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di ⇨ <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/paolo-marco-durante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paolo Marco Durante</a></strong></p>



<p>Che cos’è che rende un film &#8211; magari un bel film&nbsp; ma non per forza un capolavoro assoluto &#8211; indimenticabile?</p>



<p>Le ragioni possono essere tante: il cast, il soggetto, la sceneggiatura, la fotografia, la colonna sonora e molto altro, o forse tutte queste cose messe insieme. Può accadere però che si tratti solo un volto, o un’inquadratura, magari una sequenza, o una canzone inserita nella storia, ciò che lascia quel segno indelebile. E allora il film – capolavoro o no – continuiamo, nel tempo, a ricordarlo proprio e soltanto per quel viso, per quella scena, &nbsp;per quella canzone.</p>



<p>Ecco dunque il (labile) motivo di questo &nbsp;<em>tre donne</em> (forse quattro…): di tre canzoni e dei tre film che le contengono. Film che, pur non essendo capolavori assoluti (anche questo, però, è tutto da dimostrare), non si possono certo dimenticare.</p>



<p>I tre film: <em>Mai di domenica</em> (Poti ton kyriaky) 1960 – <em>Colazione da Tiffany</em>&nbsp; (Breakfast at Tiffany’s) 1961 – <em>Jules et Jim</em>, 1962. Regia, nell’ordine, di Jules Dassens, Blake Edwards, Francois Truffaut. Rispettivamente con: Melina Mercouri, Audrey Hepburn, Jeanne Moreau.</p>



<p>Tre donne sovversive, anarchiche, indomabili, meravigliose, stracolme di vita e d’amore, di ribellione e di malinconia che cantano tre canzoni.</p>



<p>Le tre canzoni: <em>Ta pedià tou Pirea</em> – <em>Moon River</em> – <em>Le tourbillon de la vie</em>.</p>



<p>Tre donne indimenticabili, tre canzoni indimenticabili.</p>



<p>Quindi anche tre film, per forza di cose, indimenticabili.</p>



<p>Ascoltare – e guardare – per credere.</p>



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</div></figure>



<p class="has-text-align-center">***</p>





<p>Quelle tre canzoni non sono colonna sonora. La colonna sonora di un film ha un carattere denotativo, didascalico, riempitivo, a sottolineare ed enfatizzare momenti che si vorrebbero particolarmente significativi per lo spettatore. Nel caso di queste tre canzoni risalta invece il tentativo di mostrare, attraverso un diverso linguaggio, la musica &#8211; e chi la interpreta &#8211; qualcosa che il film vorrebbe far intendere, un significato “altro” da comunicare, ma che le immagini, da sole, non riescono a rendere del tutto evidente. Un momento di stacco espressivo particolarmente efficace ed eloquente.</p>



<p><em>Pulp fiction</em>, film considerato un capolavoro e straconosciuto soprattutto per quel <em>twist</em> strabiliante sulla musica travolgente di Chuck Berry, senza <em>You never can tell </em>&nbsp;e la lunga strepitosa sequenza forse non avrebbe avuto tutto quel successo. E per quello viene ricordato dai più. &nbsp;È proprio ciò che si cercava di sottolineare: certe canzoni e certe scene “dicono” su alcune pellicole molto più di quanto tutti i fotogrammi del film stesso possano suggerire.</p>



<p>Un esempio, uno solo, per la narrativa: il successo clamoroso di un &nbsp;libro, <em>Il profumo</em>, di Patrick Süskind è dipeso, almeno in parte, più che dalle parole con cui il libro è scritto (ottime comunque) dal titolo e da ciò che viene evocato attraverso i profumi: l’odore di ogni cosa che esiste, il vissuto di tutti, quello che gli odori appunto, più veloci della luce, riportano alla mente alla memoria e al cuore.</p>



<p><em>Les parfums les couleurs et le sons se réspondent</em> (<em>Correspondances, 1857</em>) aveva scritto Baudelaire. E nel manifesto futurista <em>La pittura dei suoni, rumori, odori </em>(Milano, 11 agosto 1913), si affermava che la pittura fino ad allora era stata l’arte del silenzio ma che da quel momento in poi si sarebbe aperta invece ad altri linguaggi, ad altri universi. In realtà era stato Kandinskji, qualche anno prima, a far sì che la pittura parlasse anche con la musica, con altre emozioni e di altri sensi, in una modalità sinestetica, associando elementi appartenenti a sfere sensoriali diverse che, partendo lontane, convergevano tutte verso lo stesso punto.</p>



<p>Si può guardare anche alle arti visive contemporanee per averne qualche esempio: Mario Merz, attraverso l’uso di linguaggi teoricamente lontanissimi dall’ambito delle arti visive, una proporzione matematica in questo caso, la serie di Fibonacci, fa intendere la <em>divina proportione</em> della natura e le sue trasformazioni, la fillotassi di una pianta, l’albero genealogico di un fuco, la conchiglia di un <em>nautilus</em>, una pigna, un cavolfiore, una galassia. Attraverso un idioma non tipico delle arti visive l’artista riesce a donare bellezza, armonia e significato, un significato più alto, e a <em>esaltare </em>le qualità formali e sostanziali dell’ opera stessa. Così Damien Hirst, il quale attraverso l’uso di materiali organici come uno squalo in formalina, ali di farfalle ecc. – un linguaggio appartenente &nbsp;alle scienze biologiche &#8211; parla in realtà di filosofia, della fragilità delle cose, della morte, in una modalità elegantissima, complessa e irta di senso.</p>



<p>La poesia &#8211; <em>lirica </em>si chiamava presso gli antichi Greci – un tempo era interpretata, evocata ed esaltata proprio dalla musica, dal canto.</p>



<p>Tornando al cinema, si può dunque sostenere che ci sono certe &nbsp;canzoni, inserite nel contesto di alcune pellicole, che fanno “sentire” e capire un film, spesso meglio e più delle immagini. Così, su due piedi, verrebbe in mente ancora qualcosa, ad esempio Judy Garland, &nbsp;in <em>Over the rainbow </em>(<em>Il mago di Oz</em>)<em>,</em> ma sarebbe un errore perché in quel caso si tratta di un film musicale. E allora la canzone (stupenda) si trova a tutto titolo inserita nello svolgimento narrativo della pellicola. Sarebbe troppo facile infatti considerare i <em>musical</em>. Da <em>Cappello a cilindro &#8211; </em>il primo in cui i numeri musicali costituiscono parte integrante della narrazione e non esibizioni a parte – a <em>My Fair Lady</em>, da &nbsp;<em>West Side Story </em>a <em>Jesus Christ Superstar</em>, &nbsp;da<em> Hair </em>a<em> Grease</em>, da <em>Mary Poppins</em> a <em>Evita, </em>da<em> Cabaret </em>a<em> Moulin Rouge,</em> da <em>Cantando sotto la pioggia</em> a <em>The Blues Brothers </em>e via di questo passo: una quantità di canzoni fantastiche, non si finirebbe più. Per rimanere invece nei film veri e propri, superclassici in questo caso, si dovrebbe allora ricordare <em>As time goes by</em> in <em>Casablanca</em>, <em>Que sera sera </em>in<em> L’uomo che sapeva troppo </em>(in cui il motivo diventa però parte integrante del plot), Marilyn Monroe che canta <em>I wanna be loved by you</em> in <em>A qualcuno piace caldo</em>.Più difficile cercare in un passato meno remoto. Ci si è logicamente limitati a quei film che contengono il &#8211; &nbsp;o più spesso la &#8211; protagonista che interpreta un motivo apparentemente fuori del continuum narrativo. Non sono state prese in considerazione tante canzoni inserite a tutto titolo nel commento musicale stesso, elementi dunque costituenti e portanti della colonna sonora. Un esempio: <em>Amapola</em>, che percorre tutta l’idea melodica ed emotiva di <em>C’era una volta in America</em>.</p>



<p>Sono invece proprio quei temi inseriti apparentemente fuori contesto, come espediente narrativo, come pausa, come riempitivo, come belletto, &nbsp;che risultano pressoché ingiustificati, ingredienti quasi estranei alla narrazione, a volte disturbanti o addirittura perturbanti, a costituire invece, spesso, la quadratura del cerchio, a completare, a connotare la lettura del film in modalità certamente più ricche di senso. Il rapporto tra film e canzone diviene quindi in quei casi fondamentale, fornendo una strategia di lettura e di visione prima neppure immaginata, innescando emozione.</p>



<p>Si parlava però di film e di donne. Indimenticabili. Si voleva “raccontare” (per usare l’abusata terminologia oggi di moda, del linguaggio unico) di emozioni, di film, di musica, di donne. &nbsp;Ecco allora, per riportare il discorso proprio sul piano delle emozioni, tornare alla memoria, prepotente, un’altra musica (anche quella ormai antica) e un’altra scena di una pellicola sicuramente indimenticabile, un grande capolavoro in questo caso, senza alcun dubbio. E ancora un’altra donna: andare a rivedere infatti, dovrebbe essere d’obbligo, il lunghissimo piano-sequenza conclusivo, meraviglioso e straziante, de <em>Il terzo uomo</em>&nbsp; (<em>The Third Man</em>, &nbsp;Carol Reed, 1949) probabilmente il più bel finale di film di tutti i tempi, con il suo <em>Harry Lime Theme</em>, di Anton Karas.&nbsp; E con un ritratto al femminile, interpretato da una stratosferica Alida Valli, di cui non si può far altro che tacere, e restare a bocca aperta. Non era stato inserito nel brevissimo elenco iniziale poiché non si trattava di una canzone in un film ma solo di un indescrivibile, strepitoso brano di uno delle colonne sonore più belle mai scritte, eternato da una presenza femminile impressionante, sconvolgente. Una musica che pizzica l’anima, dolcemente e dolorosamente.</p>



<p>E un’altra donna di cui siamo tutti – come il povero Holly Martins – disperatamente e vanamente innamorati.</p>



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<p></p>
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		<title>Lettere da Merano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/31/lettere-da-merano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jul 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere a Milena]]></category>
		<category><![CDATA[Merano]]></category>
		<category><![CDATA[Milena Jesenská]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Marco Durante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Marco Durante</strong> <br />Il “Frau Emma” è bellissimo. Tutto d’improvviso, col sole, appare bellissimo. La città, le strade, i viali, i palazzi, le palme, le persone, il cielo. Anche la temperatura è ideale. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center">di <strong>Paolo Marco Durante</strong></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:50%">
<p style="font-size:13px">[<em>Ho descritto fatti reali e provato anche a immaginare, mescolando: ne è venuto fuori un misto di verità e menzogna, come sempre d’altronde, nelle cose che facciamo. Percorrere sentieri del possibile, se non sempre del plausibile. Da questo, comunque, mi sono lasciato irretire e trascinare in un gioco pieno di rischi, che però non voleva essere irrispettoso, né presuntuoso né, tantomeno, arrogante. Provare l’emozione, la vertigine, il privilegio, concesso solo a chi scrive e a chi recita, di vivere altre vite, le vite degli altri.</em>]</p>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>
</div>



<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="800" height="535" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano.jpg" alt="" class="wp-image-91834" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano-696x465.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Gasthof-Frau-Emma-Merano-628x420.jpg 628w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Gasthof Frau Emma, Merano</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-right">“<em>La letteratura è un modo di evocare gli spiriti</em>”</p>



<p class="dropcapp">      La strada, da e per la Pensione, è quasi un piccolo viale, sereno, tra orti e giardini. Silenzioso e deserto, tranne che negli orari canonici di uscita e di entrata: dopo colazione, per il pranzo, nel pomeriggio dopo un breve riposo, la sera, per la cena. È raro però che il dopocena animi la strada, accade, forse, se c’è una festa o un concerto.<br />Nelle case non si vede nessuno. Eppure sono sicuramente abitate, le tendine alle finestre, i giardini e gli orti 7curatissimi, i balconi in parte già fioriti.<br />Questo piccolo viale conduce a un ponte sul fiume.<br />C’è un uomo che cammina.<br />Alto e magro, i capelli neri spruzzati di bianco precoce, sembra una lieve nevicata autunnale, anche se è primavera. Le spalle sono curve, come sotto un peso. Il corpo esile ondeggia, ma non c’è vento.<br />Gli occhi grandi, grigi, le sopracciglia folte e scure nel viso olivastro, che pure è pallido, oltre il consentito. Le orecchie sporgono dalla testa, anche loro più della norma, forse troppo, bensì senza arroganza. Il capo è coperto da un cappello nero a bombetta. Ha qualcosa di buffo e di tragico insieme.<br />L’uomo è vestito di grigio scuro, con una cravatta scura sulla camicia bianca. Un soprabito, anche quello scuro. Da come è abbigliato lo si direbbe un funzionario. Il quotidiano locale, che coscienziosamente annota ogni giorno gli arrivi e le partenze, lo ha definito impiegato.<br />Cammina, allontanandosi dalla Pensione, verso il ponte. Il passo è misurato, forse osservandolo meglio, un po’ indeciso. Camminando guarda per terra. Le mani, serrate dietro la schiena, ogni tanto non si attengono a quella disposizione, trasgrediscono, abbandonandosi cadenti, sperdute sui fianchi come a voler dire va bene, basta così.<br />È uscito, e invece avrebbe preferito rimanere in camera, a scrivere una lettera. Ma odia le lettere, di cui comunque abusa, ed è diffidente, spesso sfiduciato nei confronti della scrittura, che pure è il suo strumento, la sua pericolosa consolazione. La scrittura dai limiti inderogabili, la scrittura che non potrà mai dire ciò che conta davvero, la necessità e l’inattuabilità, che sono due facce della stessa medaglia.<br />Il linguaggio è tecnologia. Se neppure la scienza può essere neutrale, figuriamoci la tecnologia. È strumento, creato a bella posta, orientato a uno scopo eminentemente pratico. Il linguaggio serve a generalizzare e non a scoprire l’unicità che alberga in ognuno. Serve a stabilire rapporti non paritari, non di comprensione e simpatia, ma di potere. Nel linguaggio è implicita la dominazione e la subordinazione, non certo l’equilibrio, l’uguaglianza, l’amore. Ma l’amore, da sempre, l’abbiamo legato alle parole, ecco almeno una delle ragioni per cui esso è impossibile.<br />È uscito ma sa che presto ritornerà. Che non potrà resistere ancora a lungo. Che dovrà tornare e scriverla, quella lettera.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d"><em>Il viaggio l’ho percepito faticoso, ma non so se lo sia stato davvero. Come l’oppressione che sento al petto. Malattia o normale stato di cose?</em><br /><em>Tempo orribile, piove. Forse nelle Alpi Bavaresi, sarebbe stato meglio. Ma ho voluto seguire il consiglio del medico.</em><br /><em>Dopo due giorni e mezzo finalmente cessa la pioggia.</em><br /><em>Il sole.</em><br /><em>In un attimo è aprile, primavera, e si viene subito assaliti da una moltitudine di odori, una miscela di profumi, una sinfonia. Che potremmo definire mediterranea, pur se tra le alte montagne: “Kennst du das Land wo die Zitronen blühn?” prendiamo a prestito, ma senza enfasi. Ci si può aspettare che da qualche parte, neanche troppo distante, vi sia il mare. Forse è quel frusciare del vento fra i rami che ci illude, come fosse il suo respiro lontano.</em><br /><em>Il “Frau Emma” è bellissimo. Tutto d’improvviso, col sole, appare bellissimo. La città, le strade, i viali, i palazzi, le palme, le persone, il cielo. Anche la temperatura è ideale. Verrebbe da pensare a una Sicilia, che pure non conosco, trasferita come per magia fra l’incantesimo dei monti. Una Sicilia ordinata però, senza svogliatezze. E con qualcosa di curiosamente frizzante, che dovrebbe essere assente sotto quei cieli estenuati.</em></p>



<p>Lui però si sente fuori luogo. E questo è normale.<br />Si vede nell’abito scuro, scuro anche lui, opaco, spento. Un crisantemo in un giardino di rose. Un corvo su un campo di grano.<br />È malato. È lì per curarsi.<br />Procede impacciato, al contrario degli altri che paiono muoversi perfettamente a tempo, un’immensa deliziosa scenografia di una vivace operetta. Eppure, a guardare con maggiore attenzione, non riesce a non vedersi come se si trovasse in un lindo, luccicante, meraviglioso limbo di lunga degenza. E osservando gli altri, danzanti, si domanda se anch’essi siano malati.<br />Giunto all’Hotel, un inserviente ha preso i bagagli dalla vettura. Gli è venuto incontro un tipo azzimato, si è presentato come il Direttore, parla un tedesco leggermente infiorato, con una percettibile influenza sudtirolese. Anche il suo, di tedesco, deve avere un’inflessione particolare, forse riconoscibile. Comunque molta gentilezza e qualche salamelecco di troppo.<br />Viene condotto al secondo piano.<br />La camera è magnifica, ariosa e piena di luce &#8211; non sarà troppa? &#8211; con due portefinestre e un balcone che bisogna definire almeno leggiadro, con gerani fioriti precocemente, esagerati nella loro splendente semplicità.<br />C’è anche un delizioso salottino, forse solo un po’ troppo femminile, e una scrivania con tutto l’occorrente per la corrispondenza. Ci si siede.<br />Non si è neppure lavato le mani, non ha disfatto i bagagli, sistemato le cose, niente. Si siede lì con la prepotente, irrimandabile necessità, l’urgenza quasi, di dirle che è arrivato, di farle sapere che l’albergo è troppo bello &#8211; e forse anche troppo costoso &#8211; per quello che lui cerca. Di spiegarle che quel balcone così leggiadro è non solo inutile ma funziona quasi come una cattiva coscienza mostrando apertamente ciò che lui non sa fare, evidenziando il fatto che non sa vivere. Tutta quella luce! Così luminosa, sfacciata. E lui, scoperto, non ha buchi o cupi recessi nei quali nascondersi come un insetto impaurito, senza che tutto quel bianco accecante lo raggiunga comunque. La vedrebbe ugualmente, tutta quella luce, ed essa troverebbe lui, anche se si fosse nascosto in un buco, in una fessura del muro.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d"><em>Mia Cara, non avrei niente da dirLe di interessante, di novità, come le intendono gli altri, eppure sono sicuro che, se soltanto mi lasciassi andare, tutti questi fogli non basterebbero che ad iniziare una lettera la quale potrebbe anche non finire mai, che vorrei diventasse, egoisticamente, lo scopo e l’unica occupazione della Sua vita il leggerla, e qualora dovesse un giorno riuscire a terminarla, rileggerla daccapo, punto per punto. E poi, se avanzasse ancora del tempo, vorrei che fosse Lei a scrivermi, ed io ad attendere spasmodicamente quella missiva che parrebbe non arrivare mai. E che, una volta arrivata, risultasse gonfia e pesante di fogli, di parole, di emozioni, le Sue. Che mi daranno &#8211; loro sì, non questo sfacciato balcone &#8211; l’illusione di vivere. Lei, così piena di vita! Oh, Cara, Nobile, Paziente! Il Suo Sacro Nome che ardisco pensare, ma non pronunciare o scrivere.</em></p>



<p>Infatti non lo scrive, non le scrive. Si rende conto, contro la propria volontà, di come sia ancora troppo presto. E allora scrive all’amico Max, surrogato di ciò che vorrebbe davvero. A lui dice però solo alcune cose, che comunque aveva pensato, anche quelle poche, per un destinatario diverso.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d"><em>È stato davvero estenuante accomodarmi, assestarmi e ambientarmi in un luogo estraneo, la camera di un albergo &#8211; per quanto bella e lussuosa &#8211; in un luogo che non conosco, cosa che non mi riesce più molto facile. Sistemare gli abiti nell’armadio e nei cassetti, togliere alla vista le valige vuote che ci dicono sottovoce, ma perentoriamente, quanto rapido passerà questo momento. Che non so quanto durerà &#8211; troppo e troppo poco nello stesso tempo &#8211; curioso intermezzo in una vita scialba, scialbo anch’esso. Ma pure, sembra che in questi periodi fuori dal tempo, come durante le feste, si aprano, si potrebbero aprire, spiragli, impreviste opportunità, nuove visioni alle quali siamo i primi a non credere.</em><br /><em>Sistemando in buon ordine, solo un po’ maniacale, gli oggetti da toletta sulla mensola del bagno, ho scoperto di aver dimenticato di portare il pennello da barba. Avrei potuto chiedere alla reception di procurarmene uno. Invece ho deciso di svolgere io stesso quel delicatissimo incarico. Sono uscito e mi sono recato in un negozio molto elegante. Un commesso eccessivamente premuroso me ne ha mostrati cinque, uno più bello dell’altro. Eppure non riuscivo a decidermi. Mi sono accorto che il commesso mi osservava, di sottecchi, sempre gentilissimo, ma curioso e circospetto adesso. Tutta quell’indecisione non poteva infatti non generare diffidenza. Ho trasferito su quell’oggetto, che pure mi era necessario, tutta l’irresolutezza del mio carattere, e il pennello, che alla fine ho dovuto acquistare, usandolo, trasferirà sul mio volto, anzi dipingerà su di esso, una maschera che ancora non esiste, un misto fra commedia e tragedia, le sopracciglia sconnesse una su e una giù, la bocca storta e contratta, atteggiata a una smorfia cruda e mortale, grottesca e patetica.</em><br /><em>Quando sono tornato nella mia bella camera, sono stato aggredito dalla luce ancora violenta di queste già prolungate giornate primaverili che credevo aver lasciato al di fuori. Mi ha sospinto in un angolo, chiedendomi ragione del mio operato. Ho dovuto confessare tutto. Ho dovuto trovare una spiegazione al mio indugio, alla mia indecisione. Era una spiegazione ingenua, banale. Non fui creduto infatti. Me ne andai in bagno. La finestra del bagno guarda a est, a quell’ora da quella parte inizia la sera, almeno là non c’è più tutta quella rischiosa lucentezza. Me ne stetti in quella incipiente penombra, apparentemente amica, fino a che il chiaro, attenuandosi sempre di più, non accettò la sconfitta quotidiana, e per tutto il tempo di quell’agonia , che non fu breve, mi rigirai tra le mani quel meraviglioso pennello da barba nuovo di zecca di cui sperimentavo l’estrema morbidezza passandolo e ripassandolo senza sosta sul palmo e sul dorso della mano.</em></p>



<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="481" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-1024x481.jpg" alt="" class="wp-image-91837" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-1024x481.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-300x141.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-768x361.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-150x71.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-696x327.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-1068x502.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo-894x420.jpg 894w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Frau-Emma-Sala-da-Pranzo.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Frau Emma, Sala da Pranzo</figcaption></figure></div>



<p>Era in ritardo per la cena. La prima sera e già in ritardo.<br />Si allestì con un abito acconcio. Scese ed entrò nell’immensa sala dalle cui enormi vetrate si vedevano ancora scintillare le montagne e poi, pian piano, le stesse abbigliarsi con uno scialle di velluto color malva. Quindi le stelle, brillare nel cielo.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d">    <em>La sala è praticamente piena, tra pochi giorni sarà Pasqua. I tavoli sono occupati quando da due, quando da tre o quattro commensali. Alcuni sono ubertosi di famiglie con copiosa prole, c’è un brusio di fondo interrotto ogni tanto dall’acuto di una vocina infantile o dall’argentino schiocco di una risata femminile.</em><br /><em>C’è soltanto un altro tavolo come il mio, almeno a prima vista, impegnato da una sola persona: una dama notevole per aspetto ed età, i capelli ancora vaporosi, azzurrini, incastonata in un abito nero sul quale brillano, come nel cielo che si vede attraverso le vetrate, gioielli sfarzosi che paiono stelle di prima grandezza. L’abito è serrato fino al collo, sembra un campionario di passamanerie e nastri vari, neri sul nero. Ha una dama di compagnia, intravista prima nella hall, che certamente ha pranzato da sola in camera, e che l’attende in un salottino, leggendo un libro probabilmente.</em><br /><em>Mi è sembrato che, entrando, tutti mi guardassero. In realtà così non è stato, si è trattato soltanto di una mia impressione. Il tavolo a me destinato si trova circa a metà sala, verso la parete a grandi tende che si oppone alle vetrate, lungo la quale sono collocate le postazioni più cospicue, per gli ospiti più illustri. È un ottimo tavolo dunque, ma troppo esposto. Per raggiungerlo si deve attraversare quel campo minato. Bisognerà farselo cambiare.</em><br /><em>Ho mangiato senza appetito cose molto semplici, sebbene il menù fosse ricco di piatti sfarzosi che avrebbero invitato chiunque a sbizzarrirsi. Zuppa d’orzo, trota bollita e una verdura. Al termine ho ripiegato il tovagliolo infilandolo in una deliziosa busta di merletto, come gli habitué.</em><br /><em>Ecco, ho provveduto a informarLa (avrei voluto informarLa) dei fatti formidabili di questa prima giornata, episodi salienti di un’esperienza varia e scoppiettante come fuochi d’artificio di cui nessuno ha acceso la miccia.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large td-caption-align-center"><img loading="lazy" width="1024" height="796" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-1024x796.jpg" alt="" class="wp-image-91897" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-1024x796.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-768x597.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-696x541.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-1068x831.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma-540x420.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/dal-Frau-Emma.jpg 1273w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>dal Frau Emma</figcaption></figure>



<p>Tornato su, in camera, prende una decisione importante. Lascerà il Frau Emma. Per carità, che non lo considerino però un eccentrico irriconoscente, un estroso incontentabile. Albergo eccezionale, dislocazione prestigiosa, perfetta, elegante, lussuoso, ben frequentato, camere bellissime, ottima biancheria, servizio impeccabile, personale cortese e sollecito, prezzo adeguato ma, in fondo, corretto. Cosa volere di più?<br />Un altro posto. Più discreto, senza lussi imbarazzanti, con finestre e panorami ugualmente graziosi, leggiadri, ma meno scenografici e squillanti. Una camera piccola, modesta ma confortevole nella sua penombra, con le tende antiche, pesanti, che possono fare buio. Un letto accogliente nel quale però non smarrirsi. Una camera per uno che è solo.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="800" height="529" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12.jpg" alt="" class="wp-image-91838" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12-768x508.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12-696x460.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Meran_Villa_Ottoburg_Maiastrase_12-635x420.jpg 635w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Pensione Ottoburg, Merano</figcaption></figure></div>



<p>Ha trovato infine un luogo che gli si confà in misura certamente maggiore. Una piccola dignitosa Pensione, linda e silenziosa, tra i fiori di un curatissimo giardinetto. È anche economica, il che non guasta. Domani ci si trasferirà.<br />Si è svolto un curioso colloquio tra lui e il direttore del Frau Emma. Non si riusciva a capire chi dei due fosse il più imbarazzato. Se il direttore, che stentava a comprendere cosa avesse potuto spingere l’esimio cliente a prendere quella sconvolgente decisione, come ebbe la grazia di definirla, oppure fosse lui, l’ospite insoddisfatto, inpacciato, inceppato nel cercar di spiegare, prima a se stesso e poi all’altro, cosa non avesse funzionato.<br />Quel reciproco imbarazzo non si era risolto dando libero corso a parole sfoghi o giustificazioni plausibili, quindi si erano salutati molto formalmente.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d"><em>Ho effettuato il cambio.</em><br /><em>Non intendo annoiarLa elencando tutte le procedure che la situazione, complessa, comportava. Solo, volevo dirLe (avrei voluto dirLe) che sono andato via dal Frau Emma di sotterfugio, come un ladro, oppure come uno che scappa senza pagare il conto. Anche i gentilissimi inservienti, che mi hanno portato giù i bagagli, caricandoli poi sulla vettura presa a nolo, non avevo il coraggio di guardarli in faccia, continuavo a fissare per terra cose che non c’erano, e ho largheggiato elargendo una mancia davvero eccessiva, per farmi perdonare, fatto che ha provocato ancor più stupore e dedizione da parte di quegli umili &#8211; che io invece percepivo come giudici inflessibili &#8211; negli ultimi istanti del mio rapporto con il Frau Emma. Ho creduto, ho sperato, così facendo, di lasciare almeno un buon ricordo, ancorché curioso, di me, del mio soggiorno, ma subito mi sono reso conto che il contemporaneo arrivo di nuovi clienti &#8211; una famigliola bavarese di quattro elementi &#8211; aveva già consegnato il mio gesto sconsiderato, insieme a tutta la mia persona, al meritato oblio.</em></p>



<p>    La nuova camera è modesta ma più che decorosa. Il letto fortunatamente è piccolo, il piumino è di un verde cupo. C’è la tenda, la famosa tenda pesante, che permette di fare buio. C’è addirittura una poltrona, anch’essa verde cupo, più tardi la proverà. Appena l’ha vista ha pensato di voler trascorrere la notte lì, tra le sue braccia capienti.<br />Il bagno è minuscolo, stretto e lungo, si fa per dire. Anche lo specchio, per fortuna, è di un formato minimo. A stento contiene un viso.<br />C’è un balconcino anche in quella stanza. Più discreto, più misurato, si intende, ma anche lui rigoglioso di luce e di verde. Alcuni alti alberi fanno da quinta al paesaggio che si può ammirare anche da lì. Che è un po’ troppo perfetto anche da quella nuova prospettiva, tanto da sembrare finto e, a tratti, malinconico.<br />Manca la graziosa, leziosa scrivania. C’è soltanto un tavolo, molto ampio però, ci si possono poggiare libri, giornali, riviste, e pure molte altre cose, rimanendo comunque un notevole spazio per carta da lettere, buste, penna e calamaio.<br />Così dunque si è messo a scrivere. Non con la penna però, col pensiero, con le parole che gli vorticano in testa come le foglie morte tra i piedi in un giorno di vento autunnale. Quelle foglie morte sono per lei, di nuovo indirizzate a lei.</p>



<p class="has-background" style="background-color:#fde39d">    <em>Cara, gentile, pazientissima Amica. C’era forse qualcosa che mi urgeva di farLe sapere? Forse no. Ma ormai è chiaro come io non sia capace di staccarmi, anche solo per un istante, da queste pagine bianche che si agitano nella mia mente come panni stesi al sole, bianche, abbaglianti quasi, e allora subito le riempio, col pensiero, di una grafia più simile agli scarabocchi d’un pazzo che non alla nobile invenzione, la scrittura. E a chi posso scrivere se non a Lei, a chi confidare questo ingombro nulla che getto sulle Sue delicate spalle, forti come quelle d’Atlante per sopportare il peso di tutta l’angoscia che io produco similmente a una macchina infernale? Povera Cara, quale destino atroce questa condanna a essermi amica!</em><br /><em>Per me sollievo, cura, per Lei tormento. Eppure, sapesse, niente di più lontano da me, dalla mia imbelle volontà, che l’idea di tormentarLa, di farLe del male, di anche solo tediarLa. Appartengo purtroppo alla razza dannata di coloro che portano con sé, come un talismano, tutti i mali del mondo, e che &#8211; senza colpa, o con tutte le colpe &#8211; coinvolgono coloro che amano nel loro proprio sfacelo. Questo il motivo per cui non posso scrivere altro che queste lettere immaginarie, immaginate. Ed è a cagione di ciò che dunque non Le scrivo davvero, che ancora &#8211; per poco, lo sento &#8211; riuscirò a trattenermi. Perché so già per certo che comunque non riuscirò a spiegarmi, a chiarire davvero ciò che provo. Mi appaiono, le parole, una foresta inestricabile nella quale il singolo albero è impossibile distinguere, nella quale comunque smarrirsi.</em><br /><em>Le parole non sono altro che la scoria dell’esperienza. Ecco perché a me resteranno solo le lettere che non ho scritto. Mentre quelle reali, che forse scriverò, non Le confesseranno nulla di me, saranno esse stesse a stabilire il limite oltre il quale io non so andare, lasciandomi in bocca il gusto agrodolce (l’amaro è più netto però) di una singolare nostalgia per un sentimento indecifrabile, immaginato e sconosciuto. E per la moltitudine, praticamente infinita, dell’inesprimibile che a quella nostalgia è indissolubilmente allacciato.</em><br /><em>Avrei voluto parlarLe della mia malattia, che ebbe inizio di notte (sempre la notte!) tre anni fa. Ma cosa dirne se non che la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia mentale. Ecco dunque a cosa volevo arrivare, alla confessione di un dato incontrovertibile: sono un malato di mente. Avrei voluto dirLe che è stata Lei a farmi rendere conto di me. E ho paura &#8211; paura vera &#8211; che raccontando tutto questo a Lei, che è disposta ad ascoltarmi, io possa, non so come, contagiarLa, contaminarLa. Lei, pura, Lei, che è un uragano di vita, pensarLa malata. No!</em><br /><em>La malattia d’altronde è un avvertimento. Di qualcosa di ancor più definitivo. Qualcosa che non dovremmo dimenticare mai. Con la malattia, sia fisica che mentale, paghiamo tutti i debiti che abbiamo contratto, e morendo, i conti, probabilmente, tornano a zero. Per questo non ci dovrebbe essere bisogno di un altro inferno. Raskol’nikov desiderava la punizione della sua colpa. Ma io?io devo pagare, espiare colpe che non ho. Espiare e basta. Delitti infatti non credo di averne commessi, di particolari. A parte quello di essere nato. Di essere nato così. È una colpa che si può emendare solo con la vita, vivendo cioè. La vita che è in quei crucci, in quegli assilli, in quelle tribolazioni.</em><br /><em>La Pensione, il mio nuovo domicilio, è accogliente come una tomba di famiglia. Nella sua normalità evoca nostalgie non facili da identificare. Come gli odori. Di cui è piena.</em><br /><em>È un posto in cui aspettarsi una visita inaspettata. Tutte le certezze e le convenzioni della quotidiana esistenza sembrano dissolversi, lì dentro. Si direbbe abitata da fantasmi, sennonché i suoi ospiti sono persone reali, in carne e ossa.</em><br /><em>Il mio balcone &#8211; con quanta prosopopea lo definisco così &#8211; affaccia sul giardino che ha una sua curata selvatichezza, i cespugli che paiono roveti spontanei, se non fosse per le forme aggraziate e per i fiori precoci che li svelano domestici.</em><br /><em>Su questo mio balcone, mentre ammiro le montagne azzurrine in lontananza, vengo visitato da una lucertola avida di primo sole e da uccelli fin troppo confidenti. Essi sbagliano, ma non conosco la loro lingua, per metterli in guardia.</em><br /><em>E mi viene anche a visitare l’angoscia. L’angoscia che ha viaggiato con me, che è giunta qui insieme a me, che trascorrerà con me il periodo di cura &#8211; certamente essa ne uscirà rigenerata, rigogliosa &#8211; che ripartirà con me non guarito, io inguaribile, e fatalmente, come un cane fedele, non mi abbandonerà mai, fino alla morte.</em><br /><em>E nonostante sia insostenibile, non c’è bisogno di pensare al suicidio per fuggirne. In quanto, come un orologio regolato sull’ora della sveglia, anche in me è regolata la mia ora, quella in cui mi addormenterò, nel dolore. Il normale trascorrere del tempo è già la sentenza. Così potrà essere evitato quello sgarbo, quell’offesa, quella sfida alla morte che è uccidersi.</em><br /><em>Ci sono ancora cose da fare. Cose talmente importanti da non poter essere più rinviate. Cose da ricordare anche. Sebbene a volte ci può sembrare che i ricordi siano diventati inaccessibili.</em><br /><em>E questo viaggio inutile, necessario a una salute che già non sa più che farsene delle cure…</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default td-caption-align-center"><img loading="lazy" width="1024" height="777" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1.jpg" alt="" class="wp-image-91902" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-768x583.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-150x114.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-696x528.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-554x420.jpg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/merano-1920-1-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Merano,1920</figcaption></figure>



<p>    La Pensione è un luogo molto piacevole. Ha diversi ospiti: un generale, un colonnello &#8211; palesemente antisemiti &#8211; alcune vecchie signore, notevoli. Un medico in pensione con la moglie florida e ancora piacente, una famiglia giovane con tre figli. Tutti tedeschi, cristiani. Al contrario del Frau Emma dove la maggioranza degli ospiti, a parte alcuni nobili italiani, erano ricchi ebrei. Come d’altronde i moltissimi ebrei turisti di questa singolare città, linda, sfolgorante stazione climatica dall’ineluttabile sembiante funereo, una mediterranea Villa am Meer. Con il profumo dei fiori che aleggia ovunque, i colori pastello, la fragranza delle sue acque da campi Elisi, il sole, i giardini curatissimi, le promenades e i viali che assomigliano alle infinite corsie di un immenso ospedale a cielo aperto.</p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:100%">
<p class="has-background" style="background-color:#fde39d">    <em>La padrona della Pensione è un donnone gioviale. Sempre sorridente e con le guance rosse. Ho ben tre amiche: tre sorelle, la maggiore ha sei anni. Vogliono spesso giocare con me, che non so giocare. Vorrebbero, ogni tanto, giocare a gettarmi nel fiume. Probabilmente mi considerano superfluo: in fondo, non essendo esperto di giuochi, non sono loro utile. Nel gioco dei bambini a volte c’è qualcosa, una determinazione che fa paura.</em><br /><em>Dieta vegetariana, brevi gite &#8211; comunque stancanti &#8211; molte letture, Il Cantico dei Cantici, in particolare. E il tormento dell’insonnia. Cerco di raccontarmi che possa dipendere dall’aria fine, quella che giunge dalle montagne, ma non mi credo. Deve trattarsi di qualcos’altro. Provo a pensare a quali esseri, sulla Terra, non dormano. E non me ne viene in mente nessuno. Anche i cavalli, col loro sonno sofferente e miracoloso, in piedi sulle quattro zampe. O i pesci, galleggiando sospesi. Forse gli insetti. Alcuni insetti. Perennemente affannati a cercare un luogo in cui nascondersi. Per sfuggire al piede che li schiaccerà.</em></p>
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<p>Sta seduto in poltrona, nella penombra. Le mani giunte, gli avambracci poggiati sulle gambe. Guarda attraverso i vetri della finestra e si stupisce, rendendosi conto di non riuscire a ricordarne i lineamenti. Nulla svanisce così rapidamente quanto i tratti di un volto.<br />Ora si alza, esce fuori, in balcone.<br />Smette di piovere. Cadono, con uno sforzo indicibile, le ultime stille. Alcune gocce, irresolute, pendono dalla ringhiera. Ogni tanto una di esse, meno titubante delle altre, decide di lasciarsi andare.<br />Ci sono ancora nuvole in cielo ma stanno fuggendo là, dietro le montagne, verso la Val Venosta e il Gruppo di Tessa. Il grigio si sta trasformando in una tavolozza di tinte brillanti. Tutto luccica pericolosamente.<br />Entra dentro, di nuovo.<br />Il quinto aforisma di Zürau recita così: “<em>Da un certo punto in avanti non vi è più ritorno. Quello è il punto da raggiungere</em>”.<br />Ecco, adesso finalmente si è fermato. Seduto sulla sedia, al tavolo. Anche lui sa che, a questo punto, non può rimandare. È la stessa carta che non ne può più di aspettare la violenza del pennino, la lordura dell’inchiostro.<br />E anche lei, il destinatario, lontana, sa che l’attesa è finita, che adesso si comincia davvero, sebbene il supplizio del dubbio non si estingua mai.<br />Cos’è poi quello che adesso inizia? Uno scambio di lettere. Scambio, sempre ammesso che ci sarà una risposta. Lettere strane, in cui ognuno parlerà non di sé ma per sé, più che per l’altro, dove attese e promesse, speranze, inquietudini, indugi e assalti si accavalleranno, si confonderanno come le onde l’una sull’altra, e non si potrà capire, nessuno potrà più capire quali le domande, e quali le risposte.<br />Ora è soltanto il rumore sommesso del pennino che gratta sul foglio.</p>



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<p class="has-text-align-right has-regular-font-size">[<em>Aprile 1920</em>]<em><br />Merano-Maia Bassa<br />Pensione Ottoburg, Maiastraẞe 12</em></p>



<p class="has-regular-font-size"><em>Cara signora Milena,<br />la pioggia che durava da due giorni e una notte è appena cessata, forse soltanto provvisoriamente, ma certo è un avvenimento degno di essere festeggiato, e io lo faccio scrivendo a Lei. Del resto anche la pioggia…</em> </p>
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<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="631" height="420" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Franz-Kafka-y-Milena-Jesenska.jpg" alt="" class="wp-image-91884" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Franz-Kafka-y-Milena-Jesenska.jpg 631w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Franz-Kafka-y-Milena-Jesenska-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Franz-Kafka-y-Milena-Jesenska-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /><figcaption>Franz Kafka [Praga, 3 luglio 1883–Kierling, 3 giugno 1924]<br />Milena Jesensk<em>á</em> [Praga, 10 agosto 1896-Campo di Ravensbrück, 17 maggio 1944]</figcaption></figure></div>



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