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	<title>paolo morelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mondo dipende da chi lo racconta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong> <br /> Questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg" alt="" width="380" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-768x1202.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-981x1536.jpg 981w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-696x1089.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.</p>
<p>Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere <em>Ardesia</em>, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno <em>zari</em>, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.</p>
<p>In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, <em>ka</em>, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.</p>
<p>Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero <em>sine qua non</em> delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&amp;b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai <em>bitcoin</em>, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare <em>sense of humor</em> di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”</p>
<p>Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.</p>
<p>Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.</p>
<p>Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.</p>
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		<title>La cerimonia del possibile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/01/116882/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Camurri]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Timeo Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-116886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg" alt="" width="350" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />L’antico filosofo Sesto Empirico diceva che chiunque cerca qualcosa arriva a questo punto: o dice che l’ha trovata, e che non si può trovare, o che ne è ancora in cerca. Tutta la filosofia è divisa in questi tre generi, diceva.<br />
Se questo è vero, <em>La vita che brucia</em> di Edoardo Camurri (<a href="https://timeo.store/products/la-vita-che-brucia">Timeo Editore</a>, 18 euro) appartiene certamente al genere numero tre. Con una particolarità: il <em>Qualcosa </em>si trova ad ogni istante durante il cammino, ed anche nell’attualità del rendere partecipi gli altri delle proprie scoperte, perfino con l’urgenza di avvertire di una possibilità che si è intravista.<br />
Un libro di filosofia dunque, non però nel senso corrivo e ormai quasi unico di esibizione culturale, bensì “la filosofia, in questo libro, sarà un fenomeno atmosferico, un discorso che scaturisce e si sviluppa nella vita di un giorno, seguendo e sentendo il percorso del sorgere e del tramontare del Sole, dalla notte all’alba”.<br />
Il libro si trova a fare un dittico con <em>Introduzione alla realtà</em>, uscito l’anno scorso per lo stesso editore e ne è in qualche modo il dispiegamento nel pensiero. Se nel dirlo fosse possibile dimostrarne l’umiltà, si tratta di un ricco libro sapienziale mosso, appunto, da un’urgenza, un’urgenza di dire accorata e a tratti commovente ma soprattutto nitida e rigorosa, che riguarda una possibilità che abbiamo e che si potrebbe perfino definire spassionata, nel senso che come possibilità c’è sempre stata, per l’essere umano, quella di diventare se stesso. L’uomo è l’unico essere vivente che ha la possibilità, o l’onere, di diventare se stesso, ai gatti o alle antilopi non passa nemmeno per l’anticamera. Se si tratti di destino, di un privilegio oppure di una condanna si è dibattuto a lungo nei millenni, anche se serve a poco chiederselo, perché il dato di fatto è che l’uomo può superare l’aporia del diventare quello che è già, e magari trarne dei vantaggi.<br />
Qui è il racconto di una giornata che comincia dall’alba e odora forte di eterno ritorno. Trae spunto dal tempo ciclico per una rinascita, se non è parola brutta anzi “sciagurata”, o una meditazione se non è parola brutta anch’essa e soprattutto se serve a <em>Qualcosa</em>.<br />
Non si può che partire dalla sofferenza che è la vera trama nel tessuto della nostra vita, è ciò che non puoi nascondere se vuoi dare valore al <em>Qualcosa</em> che fai o che sei. Come sappiamo se tentiamo di ignorarla diventerà una cosa mostruosa, una paura molto profonda radicata nel corpo e nella mente, farà ulteriori danni. “È il dolore che proviamo che ci fa essere chi siamo”, è forse questo il famoso stile di una vita, il modo in cui ci barcameniamo, ed è anche forse la ragione necessaria per ogni tentativo filosofico: bisogna trovare un modo o una maniera per convivere con il dolore. Forse l’antico detto popolare Siamo nati per soffrire è stato tràdito male, forse l’originale era Siamo nati per sopperire.<br />
Nel libro infatti si ripercorre con la propria voglia un cammino già fatto da tanti altri, si rifà a modo proprio tutta la strada costeggiando e anzi corteggiando l’indicibile, ci accompagna fino alle soglie dell’indicibile, perché oltre ci si va solo con l’esperienza personale. Non si può spiegare, solo sperimentare.<br />
Si tratta così di un’esperienza, “l’espressione di un’esperienza”, basterebbe questo al giorno d’oggi a tacciare il libro di sovversivo, avendo l’avventatezza di presentarsi come un richiamo, un appello, persino una preghiera, in un Mondo Nuovo che ci si è imposto senza quasi che ce ne accorgessimo e che ha fatto dell’esperienza diretta uno dei suoi nemici giurati.<br />
Quindi il tentativo di comunicare un&#8217;urgenza, insieme alla possibilità di un mutamento di visione che è forse la cosa più lontana dal nostro orizzonte, da quello che crediamo ci sia utile e necessario.<br />
Viviamo in un’epoca, molto più di altre, in cui ogni mutamento del rapporto con la realtà viene considerato pericoloso per l’ordine costituito, quindi vengono definiti realisti soltanto coloro che accettano l’esistente come dato di fatto immodificabile. Questo era già il terreno di lotta identificato nel primo libro del dittico, in cui la Realtà in questo senso veniva definita addirittura “uno stato di polizia”.<br />
E viviamo anche in un’epoca in cui vige sempre più un equivoco micidiale: la pretesa e proditoria coincidenza tra Realtà e Verità, fonte primaria e motivazione principe a ben vedere degli assolutismi e totalitarismi crescenti nel mondo: vale a dire che ciò che è reale, o percepito o fatto percepire come tale è vero, falso tutto ciò che non è reale. E questo proprio mentre si celebra la pare definitiva perdita di privilegio del vero nei riguardi del falso.<br />
Nonostante tutto restiamo convinti di avere saldo un controllo delle operazioni, diciamo così, anche quando risulti un bel po’ sgangherato con l’invasione nelle nostre teste dei <em>device</em>, e nonostante gli scienziati cognitivisti ci avvertano che non esiste alcun centro di diramazione permanente nel nostro cervello, di come quindi il nostro famoso Io sia in definitiva soltanto virtuale. È una finzione certo a cui è assolutamente necessario credere, ma altrettanto assolutamente rimane una finzione, anche a ristretto rigore di logica.<br />
Ognuno di noi ha in testa una mappa della realtà che non solo crede vera, cioè perfettamente aderente a quello che c’è fuori, ma crede che coincida con quella degli altri. In realtà, e al contrario delle avventurose mappe di Borges, esse non coincidono in nessun caso.<br />
E insomma qui si racconta un processo di liberazione mimetico del pensiero, si indice una cerimonia che sa solo una cosa: un mutamento di prospettiva è possibile, ed è allo stesso tempo radicale e naturale: “Siamo partiti dal sussulto dell’essere, dalla sofferenza come sensazione primaria, e siamo alla ricerca di una liberazione possibile – anche attraverso la comprensione e il ragionamento – dal dolore che caratterizza la vita”. Una cerimonia rituale fatta con le parole dettate dal cuore: un processo che si disidentifica subito dal tempo della logica lineare e si reidentifica con quello ciclico, magari così ci abitua meglio all’impermanenza di ogni cosa al mondo, noi compresi, e anche alla forza insita nella ripetizione.<br />
E si fa luce la necessità di un addestramento, ne abbiamo assolutamente bisogno come di una strategia per uscire dall’inganno, ma il libro fa già parte dell’addestramento, in questo senso è una guida, un manuale per orientarsi.<br />
C’è una frase che unisce i due libri del dittico: “Nessuno deve rimanere indietro”, che in <em>Introduzione alla realtà</em> viene definitita “una legge spirituale universale e necessaria come, nel mondo fisico, la forza di gravità”. È il modo della compassione da cui parte e per la cui ragione si dipana il racconto, ma non come un’ansia sentimentale, è più quel modo della compassione di stampo orientale che proviene dalla possibilità appunto, e dal piacere si potrebbe addirittura dire, di poter vedere le cose da più punti di vista e quindi anche da quello dell’altro. La compassione è l’aprire le mani del pensiero, della visione rigida che ci vuole arroccati, di quella illusione ottica della coscienza che ci fa credere separati dal resto. È la percezione reale che tutto quello che incontro diventa parte del mio corpo.<br />
Quella frase però coincide ad esempio con il voto del bodhisattva buddista, il rinunciare a liberarsi fino a che non sono liberi tutti gli altri, e così diventa anche un trucco, un <em>upaya</em> si direbbe in sanscrito, l’espediente perché nell’addestramento l’io non si accorga del risultato raggiunto, serve affinché non possa farlo. Per giungere al risultato quindi bisogna che l’ego non raggiunga il risultato, bisogna che il soggetto non se ne accorga: ecco l’unico modo per aggirare l’egosistema.<br />
Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. Questa per esempio: “Come il cacciatore che spara in cielo agli uccelli e ritorna a casa soddisfatto col suo bottino di volatili, così la nostra vita non è altro che la predazione di tutti i pensieri che sono in volo nel cielo della nostra coscienza”, ossia il nostro ordinario modo di pensare consiste nel pensare di afferrare la cosa pensata, quindi una tautologia inconsapevole, inesausta, spiritata, la condanna a una mente delusa. È un&#8217;immagine che fa venire in mente la possibilità che abbiamo di abbandonare quella caccia per dedicarci al bird-watching: se lo facciamo a lungo, come una disciplina (una parola che già da molto tempo abbiamo lasciato alla destra, coi risultati orripilanti che solo potevano scaturirne), se lo facciamo a lungo ci possiamo accorgere di quanto noi siamo, anche, parte di quel pomeriggio nella vita del cielo e nella vita di ogni singolo uccello.<br />
Incontriamo durante il cammino molta tradizione filosofica occidentale, ad esempio nei dialoghi che sono il mezzo più sicuro per non raggiungere conclusioni se non momentanee, e su su traverso la meraviglia dei frammenti eraclitei fino alle sorgenti orientali, fino al capitolo finale: la possibilità, la rivelazione avviene per mezzo di tre semplici righe tratte dal Ṛgveda (una immagine, anche qui, perché persino ove si tratti di percorsi di pensiero gli orientali preferiscono descrivere piuttosto che spiegare). Dunque: appaiono due uccelli che sono molto amici e stanno sul ramo di un pìppala, albero sacro dell’India, l’albero della chiaroveggenza: uno dei due mangia, l’altro semplicemente guarda. Uno è la verità di un Io che si identifica con se stesso e quindi agisce, l’altro sa bene che è una finzione. Siamo nella via mediana del buddismo, o nel non-due dei cinesi: vale a dire ci dice che possiamo essere, allo stesso momento e, è meglio ribadirlo, proprio nello stesso, la verità assoluta e quella relativa, nello stesso tempo io posso essere pienamente convinto di essere me e pienamente consapevole che è una finzione. Ed ecco la possibilità che subito avvertiamo come comoda, naturale, di come sia l’attività normale per la nostra mente, mentre quella precedente ci appare ora solo inutile e dolorosa.<br />
Ne scaturisce un tipo di attenzione che, dando fiducia all’intuizione, diviene man mano una speciale qualità di percezione delle relazioni tra noi e le cose del mondo.<br />
Ecco che un altro giorno inizia.</p>
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		<title>Il rituale servile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 12:00:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-113547" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p style="text-align: left;">Tempo fa dovevo recensire un libro dedicato a un sopravvissuto alla deportazione dal ghetto romano e alla Shoah. Lo presentavano al centro culturale annesso al Tempio Maggiore, lucente quel giorno più che mai, affacciato sul lungotevere. Un passo dopo i dispositivi di sicurezza sono stato accolto da sguardi interessati, intensi, anche cattivi, prima di tutto erano a casa loro, dicevano, e potevano seguirmi per tutto il percorso, anzi, almeno due di quegli sguardi, giovani, scuri, pressanti, si sono presi cura di me per tutto il tempo che sono stato lì a prendere appunti, quasi sentivo alla nuca il disappunto per non sapere le parole scritte. Solo dopo, alla fermata dell’autobus per tornare a casa, ho capito cosa volevano o sentivano quegli occhi: non li odiavo, neanche un po’, nemmeno nei fondi recessi, e questo veniva preso con estremo sospetto. Purtroppo da sempre sono uno che ha le cose scritte in faccia, ho pensato, si vede che hanno letto che odio la sopraffazione in maniera nevrotica, dei potenti sempre e prima di tutto, e l’impunità di chiunque, perfino la mia, fino allo schifo e alla pena la odio, e ci sto male poi da una vita per l’infamia di chi si crede vivo se straripa nell’ignoranza di sé e del mondo nel quale esiste o bene o male, quando si lascia abbindolare dalle formule e i rituali della vendetta infliggendo sofferenza, disgrazie e morte agli inermi, perpetrate senza scrupoli, quando abiura alla propria dignità e al suo ruolo intenso di vivente senza provare almeno uno scatto isterico di resistenza. Perché, dunque, non li odiavo?, questo dicevano quegli occhi, due avevo fatto a tempo a fissarli per un momento prima di uscire, un attimo solo perché non si insospettissero di più. Ma bastava, quell’attimo. Perché non li odiavo per niente quegli occhi, sebbene antipatici, se erano di chi si crede appartenente a coloro che stanno dando al mondo un esempio micidiale, forse esiziale? Di chi fa differenza tra le ossa dei morti per fame? Come tutti, quando crediamo di diventare più cattivi perché così bisogna fare, perché è giusto e necessario così ci dicono, e invece diventiamo solo più servi ancora; come uno che è caduto in una trappola e invita gli altri a venire avanti sperando che cadano anche loro, quegli occhi cercavano l’odio che non ci sarà mai e anzi lo pretendevano con arroganza. Io resto banale e non ci credo che uno Stato, qualsiasi esso sia, rappresenti una razza, un’etnia, peggio che mai un Dio o una religione, anzi nemmeno credo sia nel mio nome lo Stato, e finché vivo è sicuro almeno che nessuno riuscirà a farmici credere, nemmeno con la tortura di vedere occhi giovani accecati da un odio per procura, per delusione, per subdolo avvilimento dell’umanità. E che dopo, forse persino stavolta, diranno che non ne sapevano niente.</p>
<p><em>(NdR: la fotografia è di Hosny Salah, pixabay)</em></p>
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		<title>Libro del metodo naturale (il capitolo X del Dao De Jing)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/21/libro-del-metodo-naturale-il-capitolo-x-del-dao-de-jing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jan 2025 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Dao De Jing]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[La regola celeste]]></category>
		<category><![CDATA[Lao Zi]]></category>
		<category><![CDATA[Lao-Tze]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli</strong>  <br /> Il metodo naturale è il modo e la maniera per ognuno di noi di “coltivare la propria parte di natura”, vale a dire fuori dalle costrizioni e dalle supposte con-venienze obbedire all’unica autorità che la nostra coscienza riconosce, poiché ne fa parte. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111368" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10.jpg" alt="" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/076-Kongtong-Shan-10-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
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<p><em>Quel che possiamo fare</em></p>
<p><em>fare che il corpo e lo spirito s’abbraccino in un solo complesso</em><br />
<em>e non possano separarsi</em><br />
<em>far che il respiro ti renda sí tenero e fresco</em><br />
<em>da poter somigliare un infante</em><br />
<em>mondato scarta da te le troppo profonde visioni</em><br />
<em>che possa non averne logorio</em><br />
<em>avendo cara la gente, governando lo stato</em><br />
<em>possa tu praticare il non-fare</em><br />
<em>nel disserrarsi e nel chiudersi della porta del cielo</em><br />
<em>possa tu essere femmina</em><br />
<em>comprendendo ogni cosa</em><br />
<em>possa esser tu come se non sapessi</em><br />
<em>nel produrre e nell’allevare</em><br />
<em>produrre e non possedere</em><br />
<em>produrre e non conservare</em><br />
<em>accrescere e non padroneggiare</em><br />
<em>è questa la virtú trascendentale</em></p>
<p><em>(da La regola celeste di Lao-Tze (Tao Tê ching). Prima traduzione integrale italiana dal testo cinese, con introduzione, trascrizione e commento a cura di Alberto Castellani. Biblioteca Sansoniana Straniera, Firenze 1954).</em><br />
È un libro che ho rubato moltissimi anni fa, e ce l’ho ancora. Resta comunque una delle migliori tra la miriade di traduzioni che sono seguite del Capitolo X del libro di Lao Zi, il <em>Tao Tê ching</em> o <em>Dao De Jing</em>, come risulta dopo la riforma delle trascrizioni.<br />
Per quasi quarant’anni ho messo l’occhio su quella strana lingua, cercando di approssimarmi ai minimi termini di quel pensiero.<br />
Sarebbe troppo noioso raccontare il travaglio, anche solo per il titolo in questione, per cui ne do i ragguagli.<br />
Per esempio non si capisce proprio perché, per i cinesi <span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E9%81%93">道</a><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E5%BE%B7">德</a> </span>(<em>dào dé</em>) traduce con soddisfazione il “morali” delle <em>Operette morali</em> di Leopardi (<span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E9%81%93">道</a><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E5%BE%B7">德</a><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E5%B0%8F">小</a><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E5%93%81">品</a></span>,dove gli ultimi due caratteri sono piccolo+opera), ed invece per i traduttori occidentali nel titolo di Lao Zi o è non tradotto, rinunziando in tal modo ad ogni esportazione magari universale del concetto che resta cosí relegato alla solita peculiarità locale, ad astrusa cineseria, oppure se ne danno varie interpretazioni piú o meno letterali come Via e Virtú, con le maiuscole per carità, con le stesse fiacche finalità esotizzanti.<br />
Un’ottima interpretazione per <em>dào</em> (<span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E9%81%93">道</a></span>) ce la offre il sinologo svizzero Jean François Billeter nel mirabile <em>Lezioni sul Zhuang Zi</em>, per il quale piú o meno significa il funzionamento delle cose al mondo, insomma solo e tanto come funzionano le cose in natura, in cui è certo che la Natura è la Legge, l’ordine naturale del tutto. Per quanto riguarda <em>dé</em> (<span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.chinese-tools.com/tools/dictionary.html?dico=%E5%BE%B7">德</a></span>) essa vale virtú, ma è per noi parola ormai rococò, e poi qui solo come riverbero, sebbene non secondario, vale per “morale”, cosí il senso appare piú esteso a qualcosa di intrinseco come un’efficacia potenziale, come per le virtú salutari delle piante o come si chiamavano virtú le minestre della Scuola Medica Salernitana. Ed è stato anche tradotto infatti come potenza o potenziale.<br />
Ma a monte di tutto ci si potrebbe chiedere perché per affrontare la monumentale e al contempo pacchiana paralisi logica in cui ci ritroviamo, talmente invasiva e subdola che a stento ci accorgiamo della sua genesi nel fatto che il pensiero non trova più il modo di rinnovarsi nell’esperienza, perché, insomma, andare a cercare sollievo o risposte in quei remoti e astrusi personaggi e libri.<br />
L’approccio della filosofia occidentale è, da tanto di quel tempo, solo e soltanto progressivo: da causa ad effetto e cosí di seguito in ordine immutabile. Prima la causa poi l’effetto. Il modello è diacronico, mai sincronico quindi, ad esempio, perlomeno inadatto oramai a ciò che ci impone il mutamento percettivo e cognitivo in atto dovuto alle estensioni tecnologiche. Proprio non riusciamo a concepire la possibile simultaneità della causa con l’effetto, o addirittura l’anteriorità dell’effetto. Tale la <em>forma mentis</em>, in maniera incisiva e esclusiva da almeno quattrocento anni, tanto per tagliare il tempo con l’accetta. Eppure la vita non funziona in questo modo, non lo ha mai fatto e tantomeno al giorno d’oggi.<br />
Perché, ciò che ci può regalare la visione dell’altro emisfero del nostro mondo, quello destro, è che essendo tutta la realtà lo stesso epifenomeno in cui tutte le esistenze sono interconnesse indissolubilmente, da qui viene l’impermanenza e il dinamismo del reale che, secondo quel pensiero, se accettati sono un punto di forza fortunato, se misconosciuti o rifiutati certezza di magra o atroce sconfitta.<br />
Sempre per ricorrere ad agganci occidentali, se Liebniz attribuisce divinità alla materia, specularmente Spinoza investe di materia la divinità. Se nella monadologia ogni corpo è continuo all’altro e produce effetti in tutti gli altri corpi a seconda della distanza ma a qualsiasi distanza, in Spinoza invece, se ogni pensiero di Dio è dentro la materia, le cose materiali contengono la forza che le anima, sanno badare a se stesse insomma. Questo però non solo in senso spaziale (Spinoza non può credere a un luogo del divino dentro la materia), ma nel senso della dinamica che lega le cose materiali tra di loro: se una parte della sostanza corporea viene modificata, le altre non restano invariate; e se l’una non può restare nel suo stato senza l’altra, queste parti non sono separabili ma continue. E tutte le parti quindi le une alle altre si modificano all’infinito senza perdere sostanza, nella forma dell’omeostasi.<br />
Per quel libro cinese è piú meno cosí, tranne che, essendo piú che altro gente a stampo pragmatico e volendo ingraziarsi con somma forza la fortuna per quanto possibile a uno che ha un corpo, una forma, essi, a differenza degli occidentali per i quali ogni avventura dello spirito ha un che di astratto, di rimandabile in base all’assunto che in fondo stiamo già bene come stiamo, a differenza insomma, per questi orientali se c’è un possibile strumento per capire questa totalità puramente logica che è la sostanza si tratta dell’equilibrio, ma dove trovarlo se non nell’assenza dinamica, ovverosia nel dato potenziale?<br />
Tutto esiste solo nel cambiamento e a causa di esso, nella dinamica che lega le cose tra loro, quindi unica legge se vogliamo dirla cosí è quella della transitorietà e dell’impermanenza, frutto dell’interdipendenza e dell’interazione. Ma ciò che sottende al cambiamento, anzi alla dinamica del cambiamento, è il dato potenziale, al quale conviene imparare ad attenersi.<br />
Detto cosí sembra arduo, invece arduo è sfidare la legge, e controproducente, perché il tale attenersi è l’unico modo che può autenticamente definirsi naturale, ma nel senso essenziale di efficace, di economico, di efficiente, non è il naturale come categoria primigenia altrimenti, pure qui, si fraintende (e, sia detto di concerto, a guardare proprio bene, ne dà interpretazione primordiale soprattutto chi ha scelto di non volerne saper niente poiché la natura crede di poterla controllare).<br />
Una caratteristica evidente della natura è la sua propensione all’economicità, al risparmio e alla regolarità, ma anche e contemporaneamente alla sovrabbondanza, alla ridondanza, al “non si sa mai potrebbe servire”. Per l’antropologo e filosofo Ernesto De Martino: “La natura tende all’eterno ritorno perché è pigra, (…) dominata dalla ripetizione, e il tornare all’identico è il modo piú economico di divenire”.<br />
Cosí il Reale cosiddetto è tale solo e soltanto allo stato potenziale. Codesto è il tanto sbandierato vuoto o nulla che sta al centro di tutto ciò che vive secondo quei cinesi, capito dagli accademici quando un trapano capisce del muro, ciò che muove tutto e gli dà vita pur essendo ancora inutile, e un esempio che fanno spesso è il vuoto al centro di una ruota. Per quanto riguarda poi l’altrettanto mal compreso non-fare, il <em>wu wei</em> (無爲) come fecondo metodo d’azione, è tutt’altro che quietismo, trattasi invece dell’attività che a questo compito ci adegua e ci addestra, o ci addestra e ci adegua, vedete voi.<br />
Ergo, per traduzioni possibili di quel titolo che ho scaturito negli anni: Il libro della virtú naturale, della naturale efficacia, opportunità, del funzionamento, dell’agire, della possibilità naturale, della potenziale naturale, della potenza. Al limite Il libro della Ragione naturale e dei suoi effetti, anche se nessuno di questi regge l’impatto.<br />
Ma se poi andiamo a ispezionare meglio e filologicamente l’ideogramma <em>dào</em>, vediamo che possiamo scomporlo nei radicali 首 qiú = testa + 止 zhĭ = piede, combinato con 行 xíng = percorrere, per cui, assieme a <em>dé </em>verrebbe: via corretta, via naturale, mostrare la via (ricordando <em>en passant</em> come <em>dào </em>abbia pure un significato non secondario del dire, l’esprimersi), metodo da seguire o, se vogliamo con nostra ascendenza greca, Ragione naturale e insieme modo di seguirla, o <em>diaita</em>.<br />
Ma risolutiva arrivava a completare, e sempre attenendoci alle nostre ascendenze culturali al fine primario di naturalizzare lo straniero nella nostra lingua e tradizione mettendolo a suo agio per fare il meglio, di fare chiarezza insomma e permettere l’efficacia a quel pensiero, eccoci quindi alla piú perspicace tra le etimologie greche della parola metodo, la quale secondo autorevoli interpreti mette assieme il termine <em>métis</em> che vale grosso modo l’intelligenza intuitiva con l’<em>òdos</em> di cammino, vale a dire che tale intelligenza profonda si è poi messa in moto. Esattamente il <em>dào</em> insomma. A differenza del <em>logos</em>, ragione alta e astratta, la <em>métis</em> è frutto dell’esperienza volta a perseguire obiettivi concreti, riconnette con un controllo largo della mente, con una capacità penetrativa che permette di leggere istantaneamente le situazioni e anticiparne gli sviluppi. È l’intelligenza che preordina gli atti nel silenzio della mente, cosí a questo punto anche al <em>dé</em> possiamo affidare un messaggio ben piú ampio e sfumato, preciso per quanto si possa nel rendere l’intento della lingua del pensiero originale ma almeno pregnante, ed eccoci finalmente a qualcosa di credibile e utilizzabile anche dalle nostre parti, ossia: <em>Il libro del metodo naturale</em>.<br />
Il metodo naturale è il modo e la maniera per ognuno di noi di “coltivare la propria parte di natura”, vale a dire fuori dalle costrizioni e dalle supposte convenienze obbedire all’unica autorità che la nostra coscienza riconosce, poiché ne fa parte. Vale a dire l’addestramento in grado di riconciliarci, armonizzarci con il funzionamento delle cose al mondo, e il capitolo X qui proposto ci dice piú di altri il come-fare, che posizione prendere, il fattapposta, la base, l’essenziale per metterci nelle condizioni di sovvertire il pronostico che ci proclama al riguardo sconfitti.<br />
È insomma il libro stesso che chiede, implora quasi di rendersi efficace, in questo sí peculiarmente cinese (se si può affermare che nell’antichità ogni mito o rito sia ispirato a modelli psicologici, per quei cinesi ciò è vero in maniera terribilmente pragmatica e concreta). Un manuale di sopravvivenza, come tutti i libri di quella scuola e come tutti i libri importanti da qualsiasi parte del mondo provengano, che siano di pensieri come questi o di narrazioni ci mostrano, essendo le situazioni in vita sempre piú o meno le stesse e con un numero di variabili numerose ma comunque finite da quando c’è l’aria, quali siano stati in passato i modelli attuati di comportamento e di reazione da utilizzare.<br />
Se esiste una buona ragione per la quale è difficile definire il daoismo non è solo perchè sfugge alle definizioni ma perché i suoi modi di espressione variano a tal punto che non c’è griglia concettuale capace di racchiudere tutte le forme di pensiero e di azione che vengono comunemente fatte risalire al daoismo. Se c’è un’unità in esso è più interiore che esteriore, una comune fonte di ispirazione e di conoscenza che si esprime nei modi più diversi secondo le circostanze in cui si trova ad agire.<br />
Cosí di seguito, a riprova dell’universale laicità del percorso, diremo che il tal pensiero, nel tempo quasi trimillenario del suo sviluppo ha preso derive anche molto influenti e popolari, alcune ad esempio a carattere metafisico, religioso o esoterico addirittura, e affinché ci torni utile può rendersi necessario recuperarne le intuizioni basilari sfrondandole dai sovrappesi culturali, anche e soprattutto della cultura dove si è conservato ma dove ha forse accumulato gravami e un certo declino storico. Si tratta di tesori, anzi in questo caso di un tesoro ben conservato, che forse è oggi meno sicuro nelle sue antiche patrie che in altri luoghi. Ed è questo andare al midollo, come tra loro usano dire, che ad esempio ci permette di spendere al riguardo la seppur vaga definizione di materialismo naturalista.<br />
Infine, secondo l’eminente studioso e traduttore statunitense Thomas Cleary, la missione e la natura fondamentali del daoismo non sono cinesi. Si potrebbe dire che, al contrario di quanto si crede, il <em>dào</em> non è prodotto della civiltà cinese bensí è la civiltà cinese originariamente un prodotto del <em>dào</em>, ma proprio ed esattamente come lo si potrebbe dire per tutte le altre culture. Se a <em>dào</em> infatti sostituissimo Ragione Naturale avremmo una situazione assai favorevole per l’occidente e il resto del mondo tutto, visto che per quella tradizione di pensiero è condizione privilegiata e ottimale quella di essere daoista senza saperlo.</p>
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<p style="text-align: center;">Libro del metodo naturale</p>
<p style="text-align: center;">Capitolo X</p>
<p><em>Quello che possiamo fare</em></p>
<p>Per esempio, far sí che intelligenza e destino si abbraccino,<br />
e non si separino.<br />
O accorgersi del fatto che respiriamo e adoperarlo,<br />
perché può far capaci di agire come principianti.<br />
E cosí smetterla di rimestare nel torbido<br />
di idee troppo inutilmente complicate.<br />
Nei rapporti con gli altri o se si hanno responsabilità<br />
aspettarsi il meno possibile.<br />
E nell’alternarsi di fortuna e sfortuna,<br />
allenarsi a guardarle passare tutte e due.<br />
E cosí, nel cercare di orientarsi fra le cose del mondo,<br />
usare la quiete come senso d’orientamento.<br />
Se ti riesce di combinare qualcosa coltivalo,<br />
senza credere però di farlo tuo.<br />
E, appena ti fabbrichi un pensiero,<br />
non credere mai troppo a quello che ti passa per la testa.<br />
È questo il metodo migliore di adoperare la vita.</p>
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<p>&#8220;La tristezza dell&#8217;inchiostro&#8221;, calligrafia di Paolo Miorandi (la fotografia all&#8217;inizio è di Danilo Pierleoni)</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dialogo di un poeta e di un narratore sull&#8217;ineluttabile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/26/dialogo-di-un-poeta-e-di-un-narratore-sullineluttabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aki Kaurismaki]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[fabio donalisio]]></category>
		<category><![CDATA[ineffabile]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Wim Wenders]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=109118</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Fabio Donalisio </strong>  <br /> e <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> Fare mondo era l’ambizione a organizzare modelli di esperienza, quindi ambire a non avere nel proprio lavoro dell’arte nulla di arbitrario. Se poi si trattava di un racconto letterario significava assumere i crismi del rituale per sentirsi parte di una socialità, in quella specie di conversazione universale come si poteva sognare la letteratura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Donalisio</strong> e <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><strong><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-109158" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide.jpg" alt="" width="350" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide.jpg 1170w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-718x1024.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-768x1095.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-1077x1536.jpg 1077w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-696x992.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-1068x1523.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Figura.con_.occhiali_imagefullwide-295x420.jpg 295w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Poeta</em></strong>: Dopo la visione, qualche mese fa, di <em>Foglie al vento</em> di Aki Kaurismaki sono stato colto da una sorta di epifania. Una di quelle cose, se vuoi lapalissiane, ma che la pratica del mondo, specie oggi, piega a un precoce arrugginire, incrosta di malumore e di quello che potrei definire una sorta di sfinimento preventivo (prodromo della Disperazione Diffusa, ne parleremo): la possibilità di non essere una merda nonostante il male (e il lavoro, e il potere, etc.). Una possibilità di kalokagathia, di “approssimazione del bello al bene” che, ovviamente, è ben più di un’estetica (anche se già solo come estetica porterebbe notevoli miglioramenti). Che, peraltro, mi ha ricordato nel tuo libro <em>Sragionamenti sull’anarchia</em> il refrain della “interminata” definizione del Guasto anarchico: “se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno di gran lunga il più sincero”&#8230;</p>
<p><strong><em>Narratore</em></strong>: Secondo me Kaurismaki in questo momento si porta sulle spalle un duro destino, quello di chi intravede un pertugio di scampo, per l’arte in generale ma ovviamente non solo, visto che la possibilità che propone e mette in pratica è una riconsiderazione del gesto artistico come capacità di fare mondo, così si diceva una volta. È un destino di solitudine spirituale, lo intravede pur sapendo benissimo che in giro invece vige e impera l’aria impellente di farla finita, e il più presto possibile. È una visione che abbisogna di una smisurata passione per il mondo e, proprio al medesimo tempo, la capacità di un distacco dell’orizzonte, e qui siamo già a quello che ho cercato di individuare nel mio libro. Ci viene tutto più chiaro se confrontiamo il film di Kaurismaki con quello di Wenders uscito più o meno in contemporanea: <em>Perfect days</em> è un bel film, senza dubbio, forse più “bello” addirittura, ma non va altrettanto a fondo, non ci riesce perché resta invischiato nelle migliaia di stratificazioni estetiche e intellettuali. Quello che ci regala Kaurismaki è la considerazione, rischiosissima, che l’arte per secoli, forse dal Rinascimento in poi, ha percorso ed esacerbato e rivendicato il distacco della coscienza umana dalla natura, con l’invenzione della figura dell’autore per esempio, sconosciuta fino al Medioevo in questa forma e che ha condotto man mano alla possibilità di una divergenza morale tra l’opera e il suo autore, soprattutto da Goethe in poi. O con la libertà del “non è bello quel che è bello ma quel che piace”, che per lungo tempo è stata assai efficace nel creare la coscienza individuale come luogo dell’emancipazione e quindi ci pare l’unico modo possibile, ma ora, in questi tempi esiziali, si sta rivelando una falsa libertà. Aki può farlo grazie al fatto di essersi coltivato come amante delle cause perse.</p>
<p><strong><em>P</em></strong><em>.</em>: “Capacità di fare mondo”: credo che sia davvero questo uno dei punti fondamentali dell’esilio imposto da quella che potremmo chiamare Nuova Atrofia; per i profeti dell’atrofico, anzi, anche solo la possibilità non dico di una sintonia, ma di una prossimità con il mondo – e quindi con la capacità, la “potenza” (in senso aristotelico) fantastica – è considerata catastrofica. Da qui la neolingua della Disperazione Diffusa (perdonami il gioco degli acronimi, ma il tempo, anzi l’Era, lo favorisce, quasi pretende) che è sempre e comunque una lingua di allontanamento dalle proprie possibilità di esistenza; di vita, in ultima analisi. Non ho visto il film di Wenders, ma ne (ri)conosco la perfezione: una condizione, oggi, di patente sterilità. Ebbe un senso – estetico, etico – come <em>recherche</em>, in altri contesti. Oggi è anche lei, e senza esserne consapevole, uno dei Linguaggi della Lontananza. Odio citarmi, ma mi sale in mente un mio vecchio verso del <em>libro delle cose</em>: quando l’odio giunge a perfezione/resta perfetto. E qui è quasi scintillante l’evidenza dell’<em>aria impellente di farla finita</em>. Stavo rileggendo, per quelle forme di perversione che ogni tanto mi colgono, quel libro che tanto voleva essere <em>maledetto,</em> ma che di fatto fu chiacchierato solo dai funzionari editoriali, che si chiamava <em>La distruzione</em>. Di tal Dante Virgili, così all’anagrafe. Il Saggiatore l’ha ripescato qualche anno fa (appiccicandogli una prefazione di Saviano, così per non farsi mancare nulla). Dichiaratamente nazista e sadico. Di un nichilismo intemperante quanto frigido. Non so se ti ricordi quella storia. Al di là di tutto il discorso (che mi annoia alquanto anche solo pensare) sul quid (e al di là del fatto che oggi un libro dichiaratamente nazista sarebbe democraticamente normale), mi ha angosciato il fatto che, pur parlando di bombe atomiche e crisi di Suez, i proclami di quel massimalista della volontà di potenza fossero di fatto assai simili agli stitici singulti dell’Atrofico contemporaneo. Anzi, nelle sue forme <em>liquide</em> e <em>ibride</em>, il <em>cupio dissolvi</em> è oggi più efficiente che mai.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Fare mondo era l’ambizione a organizzare modelli di esperienza, quindi ambire a non avere nel proprio lavoro dell’arte nulla di arbitrario. Se poi si trattava di un racconto letterario significava assumere i crismi del rituale per sentirsi parte di una socialità, in quella specie di conversazione universale come si poteva sognare la letteratura. Il Mondo Nuovo invece che ci si impone ha due nemici giurati: l’esperienza diretta, quella di prima mano e la fantasia se ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue della vita come nell’arte. Per me la voglia irrefrenabile di morte è abbastanza sotto gli occhi di tutti ormai, solo che si nasconde subdolamente, per esempio nella continua promessa irrazionale di palingenesi che Horkheimer e Adorno già avevano visto ai loro tempi. L’illuminismo ha trovato finalmente la strutturazione mistica che gli serviva nella teologia e teocrazia tecnologica. Nel mio libro propongo un gioco macabro, sostituire la parola Nuovo nella pubblicità o Futuro dei politici con la parola Morte. Forse si dovrebbe partire dalla parola ineluttabile invece, che nell’etimo si porta appresso la inanità nel lottare che ci ha preso, perfino per sottrarci al destino gramo che ormai tutti intuiscono sebbene ognuno si impegni a far finta di no, politici e intellettuali in primis perché la fede è ineluttabile. L’anno scorso è uscito un libro di Jonathan Franzen intitolato <em>E se smettessimo di fingere?</em> Si riferiva all’apocalisse climatica, ma il discorso si può estendere. Si può partire solo da lì, tutti i distinguo ulteriori sono fetenti. Ma a quel punto che fare? Nessuno può reggere la pressoché totale solitudine. Per almeno provarci secondo me bisogna addestrarsi, e senza nemmeno sapere tanto bene perché, io lo chiamo addestramento etico e certo non importa dove si vanno a trovare gli esempi e gli esercizi. Eravamo al cinema e possiamo tornarci: in quei film sia Kaurismaki che Wenders, con sincerità diverse come abbiamo visto, fanno dichiaratamente riferimento al regista giapponese Yasujiro Ozu, vale a dire a quel procedimento di pensiero che ha utilizzato in tutto il suo lavoro. Lo stesso ha fatto Jim Jarmush più volte, in <em>Paterson</em> ad esempio. Per me è quella la via da seguire, quella che può esserci utile magari per reagire, perfino per porci qualche obiettivo smisurato al di là di ogni speranza di conseguimento, come diceva Calvino nelle <em>Lezioni Americane</em>, altrimenti l’arte diventa stretta alleata della morte com’è oggi e senza nemmeno saperlo, tanto è priva di senso. E invece, nonostante la sbandierata globalità, la spocchia di umanesimo residuale si rifiuta di prenderla in considerazione siccome orientale. Trovo parecchio idiota che uno a cui vanno a fuoco i capelli non si butti nel lago solo perché è oltre confine. La nostra amica filosofa Brunella Antomarini ha scritto qualche anno fa un libro importante sulla attuale deriva umana, <em>Le macchine nubili</em>, prendendo però in esame il pensiero occidentale e basta. Come se il cervello avesse solo l’emisfero sinistro!</p>
<p><strong><em>P</em></strong>.: Facciamo qualche prova del gioco macabro: comincerei dal classicissimo Berlusconi (del ‘98, mi pare, o giù di lì): <em>per un morto miracolo italiano</em>; decisamente profetico. D’altronde il Vetusto (che la sua, di morte, proprio non riusciva ad ammetterla) sì è rivelato come il vero grande precursore del dissolvimento, il vero innovatore – pardon: <em>immortatore</em>, sarebbe quasi da coniare, il verbo <em>immortare</em>, come dire rendere parte della morte, <em>esserci</em> per la morte, come quell’altro vecchio Martino pescatore, anche lui bello mortifero. E se si parla del futuro, quello grammaticale che poi però diventa una specie di tic ontologico, che ne pensi di: – ci va il maiuscolone – MORIRE! E MORIREMO! Non so perché ma mi sembra doppiamente adatto allo <em>Zeitgeist</em> dove “spirito” è proprio nella sua accezione di “fantasma” e che sembra proprio rendere evidente quella doppia fine dell’esperienza e della fantasia cui alludevi poco fa. Governare la morte in nome del popolo dei morti. <em>Eppur</em> <em>si muore</em>! Parafrasando il sommo eliocentrico. E però alla <em>fine</em> tocca pure ridere perché mai come nel mondo dei morti c’è stata la rimozione della morte dall’esperienza. E mai come oggi si rende <em>nudo</em> il fine ultimo della mistica dei morti (illuminata, sì! Dispotica, pure!), il fine teleologico supremo dell’immortalità nell’era della sua plausibilità tecnica. Florilegio di apocalissi narrative (solo nell’ultima settimana ho visto un film, una serie animata su Netflix e ho letto un fumetto in cui qualche oggetto spaziale sta per schiantarsi sulla terra e viene analizzato il deboscio dell’umanità nell’attimo prima della scomparsa) nel <em>mondo moribondo</em>. Non ci bastavano i <em>clamori</em> di Battiato nell’82? Ma proprio grazie alla sua ugola, mi accorgo di un’imprecisione da emendare subitamente: magari fosse il mondo dei morti, che avrebbe una sua dignità <em>definitiva</em>. Questa è l’era del moribondo <em>ad libitum</em>. Tempo fa in classe con la quinta in cui insegno stavamo guardando un montaggio di immagini del processo Eichmann e mi è salito questo pensiero: un rituale in cui, più che i fatti in sé, si confrontavano – con astio – due lingue: quella della morte burocratica e quella della morte retorica. Come se si fossero, oggi, finalmente fuse – liquefatte – in una neolingua davvero inespugnabile, violenta e inerte, renitente al senso come all’esperienza, sedicente serva degli scarti seriali dell’emozione (ma non quella di Céline, PERDIO). Divago, ma, mi sembra, nell’orbita ristretta della mosca sul cadavere.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Hai ragione, è il ritornello lugubre di T. S. Eliot, tutto sta finendo con un interminabile “piagnisteo” o forse meglio una lagna, magari fosse il subitaneo crash. L’estasi mistica della modernità ci promette l’oblio durante il martirio con sacerdoti sempre più psicotici e ridicoli. Nelle formule della loro recita c’è la vera lotta sotterranea odierna che pare essere quella degli psicotici per l’eliminazione dei nevrotici, vale a dire di chi ancora vive sulla pelle una qualche urgenza per tentare qualcosa. In un libro appena uscito una celebrata filosofa revisiona perfino Antigone come nevrotica per la sua “pretesa superiorità morale” (e non dimentichiamoci che il termine anarchia è comparso proprio con lei, almeno in occidente, con la sua ribellione alle leggi e ai governanti, nel significato appunto di “atto di disobbedienza”). Ma se invece partiamo dall’ineluttabile per forza dobbiamo cominciare dal piccolo, dal vicino, dallo sperimentabile, dal mio, e senza nessuna vergogna a corteggiare il banale. Per esempio, che c’è di più fatalmente e sacrosantamente fallimentare di ogni vicenda umana, anzi di ogni singolo nostro arco vitale, perfino quando appare fortunato e forse in quel caso più ancora? Nasci, vieni a sapere un po’ e a fatica come funzionano le cose, ti adegui per quanto è possibile, ti arrabatti, ti fai un mazzo così e poi tutta l’esperienza che hai raggranellato ti sfugge nella decadenza, eppure ti tocca bene o male imparare il mestiere di vecchio come lo chiama Goethe ma alla fine vieni comunque licenziato e sparisci. E non parliamo nemmeno dell’odierno passo dell’oca del più o meno inconsapevole: produci, consuma, muori! Quindi da dove viene tutta ’sta sicumera da scimuniti? La gente vive alla meno peggio, da sempre. Ogni singola vita è un’occasione persa, ma c’è pure un umano splendore in ogni sconfitta, questa è la verità ineluttabile e pure l’unico modo per cominciare ad addestrarsi oggi per vedere le cose con un punto di vista di minima autonomia. Lavorare a partire dalla nostra fragilità basilare in quanto esseri viventi, scoprirla passo per passo, scoprire la carenza come la nostra parte più prolifica ma pure la più salda, come per esempio nel pensiero che sta alla base delle arti marziali orientali in cui l’assunto combattivo è la ricezione, l’assecondare, la debolezza che sa sovvertire il pronostico. Le arti marziali in cinese si dicono <em>Rou Dao</em>, cioè metodo della debolezza. E con nessuna apparizione della parola umiltà. Perché l’educazione giovanile non comincia da lì come vero e ineluttabile punto di forza? Così forse si smetterebbe di lasciarsi affascinare dai milioni di imbonitori di tattiche, perché come dice l’<em>Arte della Guerra </em>se un tattico incontra uno stratega il tattico ha perso. Perché si continua a decervellare i giovani di onnipotenza, umanistica o tecnica che sia per poi lamentarsi se non hanno i benedetti “valori”? Ad esempio, e sempre corteggiando il banale, chi è che ci insegna da quando siamo nati, anzi ci impone in ogni secondo di vita di pensare che c’è sollievo solo nella distrazione e l’attenzione è invece la parte faticosa, da evitare di acciaccare come la merda? È l’esatto contrario. Per una mente che funziona bene l’attenzione è un rinfresco continuo, appagante e perfino gaudente, mentre una mente distratta è, sempre, una mente infelice. Ma l’altro punto essenziale da cui partire per me è ammettere la portata peculiare del fallimento odierno e cioè, come diceva l’Orwell di <em>1984</em> che “in questo gioco che stiamo giocando, non possiamo vincere. Un certo tipo di insuccesso è preferibile a un certo altro tipo”, solo questo ci possiamo permettere oggi e senza nemmeno sapere tanto bene perché.</p>
<p><strong><em>P</em></strong>.: Due dei punti che hai centrato mi toccano particolarmente in quanto operaio di quella “fabbrica educativa” (anzi, “azienda”, che fabbrica è diventato un concetto obsoleto, sa di feccia delocalizzata&#8230; della triade classica del produci-consuma-crepa la parte della produzione è come se dovesse essere nascosta, troppo triviale ormai per chi vive on-demand – guarda come sembrano obsoleti i Cccp della reunion mentre ri-urlano con voce spezzata il loro slogan più famoso, più obsoleti degli altri vecchi che riprovano a essere giovani: un insuccesso molto di moda nel mondo che non sa più il mestiere di vecchio; più obsoleti perché più esteticamente legati all’industria) che è diventata la scuola – e forse, in certi termini, lo è sempre stata. La mente distratta e infelice di chi è stato programmato (da un sistema famigliare/istituzionale orwelliano) a fuggire dall’attenzione e a plasmarsi nella pura superficie, privato della categoria del tempo profondo e della fiducia in una minima possibilità comunicativa del linguaggio (in una “società delle comunicazioni!” sic!) la vedo in molti dei ragazzi che mi stanno davanti. Senza la capacità – dovuta precipuamente a una consapevolezza “forte” della propria debolezza – di proiettarsi nel tempo viene meno ogni possibilità strategica – l’unica davvero sovversiva, capace di fallire in modo deflagrante per i tutori dell’ordine dei ricchi. Dici bene, si prendono le giovani menti e le si abitua a una pletora di tattiche irrelate per obiettivi incomunicanti e con moventi blandamente egoistici. Risultato: paralisi e apatia dell’immaginario, prima ancora che nell’azione che viene nei fatti delegata in una perenne (e sordamente dolorosa) richiesta di aiuto che riceverà risposte parziali, paternalistiche e pelosamente caritatevoli. La volontà di potenza che si realizza nella creazione dell’impotenza diffusa. Sembra davvero la forma perfetta di fascismo. Con una spruzzata di violenza qua e là, l’automatismo dell’intimidazione e un po’ di fallocrazia ruspante per non perdere le vecchie abitudini. Se lo sposti a livello geopolitico, questo meccanismo si risolve nella guerra che c’è e che verrà. Ma è ancora possibile praticare l’attenzione come atto politico di sovversione esplicita. Sarà ridicolizzato se non perseguitato. E non c’è dubbio che sarebbe stata preferibile – almeno per me – un’altra forma di insuccesso. Ma ognuno fallisce secondo i tempi e i modi del contesto che gli è toccato in sorte.</p>
<p><strong><em>N</em></strong><strong>.</strong>: Si, il guaio sta proprio nel fatto che il terreno del conoscere è arido a dir poco, duro, assodato, essiccato, “tutto è irrimediabilmente trascorso” come scrive un premio Strega, siamo al tempo di Oramai. Pare che nessun valore possa più esser messo in forse. L’altro giorno ho visto sul giornale la foto di un Ait, un paesino nel sud del Marocco dove ho dormito una notte molti anni fa. Era quasi un’oasi, ora c’era un contadino seduto su zolle siccitose grandi come tavolini, e mi ha ricordato il terreno di conoscenza a nostra disposizione: tutto è già strafatto, e da lì poi viene la frustrazione, l’annichilimento, il disfattismo, il diktat da stato preagonico. Per esempio, quelli che dovrebbero essere lo stimolo, parte della soluzione e invece sono il problema vero e proprio. Tipo gli intellettuali o le accademie, le università dove si insegnano un sacco di cose ma solo una essenziale e si chiama servilismo. Quando si generalizza si è sempre scortesi con la verità ma gli accademici hanno tutta la rubinetteria del sapere, a volte pacchiana tipo clan Casamonica altre avvenieristica, ma dentro l’acqua non ci passa e se c’è è insipida, quindi ci tocca cercare alle sorgenti, quando possibile. Metti a caso l’idea vigente di intelligenza che ci siamo fatti. A me personalmente salgono le transaminasi quando sento dire di certa gente che sì, è un pezzo di merda, però è intelligente… Trump solo per fare un esempio. Da lì in poi è facile che la mancanza di scrupoli venga presa per forza di carattere, il predominio ad ogni costo etc. etc. Si è imposta l’idea che l’intelligenza abbia a che fare col tipo di furbizia flaccida e bieca che mira al potere, è un’idea degradata e servile dell’intelligenza che invece nel suo fulgore è e resta una qualità morale. Leonardo è un esempio di magnifica possibilità intelligente, non Berlusconi. Quello che ci impongono è un’idea becera e riduttiva della vita in generale. Oppure, che so, qualsiasi comportamento senza dignità viene giustificato con la Legge del Mercato, come fosse impressa sulle rocce dagli albori del mondo. Sono solo alcuni esempi di idee scontate, contro le quali ognuno dovrebbe prepararsi un addestramento in grado di smuovere il terreno, rimestarlo. L’unico terreno di lotta rimasto alla nostra portata possibile è la nostra mente, sottoposta a ogni secondo a intrusioni invasive come mai da quando c’è aria, una massa di processi di organizzazione del pensiero e <em>ubi solitudinem faciunt pacem appellant</em>. È una mente servile che deve rispondere come la rana di Pavlov. In quel campo si potrebbe fare ancora molto, solo che siamo straconvinti di avere ancora il pieno controllo, da lì la paralisi logica. Ci serve un pensiero ricorsivo tipo quello nei disegni di Escher. Quello è ancora imprendibile.</p>
<p><em>L&#8217;immagine: Marco Berlanda, Figura con occhiali</em></p>
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		<title>La lettura narrativa come resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2024 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura ad alta voce]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[voce]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> È comunque la dimensione narrativa della parola ad animare un rapporto fantastico con il mondo, a catalizzare capacità percettive e riflessive esiliate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><em>Solo gli algoritmi salveranno la letteratura italiana</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-107679" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/giacomo-sartori-salone-19_rit.jpg" alt="" width="357" height="285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/giacomo-sartori-salone-19_rit.jpg 357w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/giacomo-sartori-salone-19_rit-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/giacomo-sartori-salone-19_rit-150x120.jpg 150w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" />Ecco un esempio di frase ragionevole. Se guardiamo all’attuale produzione narrativa nostrale infatti, non si può fare a meno di notare quanto sia ormai esclusivamente frutto di un mero calcolo minimale, inconsapevole o meno non è questo il punto. Dimenticata la possibilità di affidarsi allo stato di affezione che possiedono le parole, ignari della malia delle frasi e della complicità di ogni conversazione fantastica vi si privilegia un più o meno accurato dosaggio dei contenuti alla moda, vi si legge solo il dominio della Ragione Calcolante, la famosa, la quale poi smunta ma sempre più assertiva pretende dal lettore una razionalizzazione totale, con un grado tale di determinismo che non lascia nulla al caso.<br />
Tutto può essere oggi solo pensato come un racconto da consumare, che sia più o meno <em>engagé</em> non è questo il punto, ma scritto con regole ben riconoscibili, non seguire le quali è considerato un errore grave che vale la squalifica. E il calcolo deve essere ben riconoscibile appunto, altrimenti dimostrerebbe che un altro modo è possibile. Lo slancio, la dedizione, la nevrosi, la pausa, l’eccesso, la follia, perfino un brandello di originale o cosiddetto pensiero laterale sono banditi ormai da tempo in quanto ritenuti impossibili o indicibili. Mai e poi mai un dispositivo basato sulla saggezza dell’incertezza, solo il meccanismo appena sufficiente a confermare proprio ciò che bisogna dire. Persino quello che una volta si diceva stile sembra non contare più. “Tutto è irrimediabilmente trascorso”, come scrive un vincitore di premi, siamo al tempo di Oramai. Scrivere è solo un gesto stanco, ripetuto, automatico, uno dei tanti, programmato si ma in sistema che si vuole chiuso, e rigido poi nel far finta di no, che non è per niente così.<br />
Un gesto muto, già programmato per sordi. Perché è innanzitutto la voce immanente al testo ad esser stata messa al bando, sostituita dal mutismo della pagina scritta, in base all’assunto che niente rafforza più l’autorità quanto il silenzio, e se ne sia o no consapevoli non è questo il punto.<br />
Ecco come mai ci vengono in aiuto gli algoritmi: loro, quel lavoro, lo fanno più in fretta e, tra breve, anche meglio. Se consideriamo nei due soggetti generici la persistenza effettiva del cosiddetto pensiero emotivo, il cretino veloce in questo caso vince sul cretino lento.<br />
Purtroppo, una sola cosa gli algoritmi non riusciranno mai a fare: riprodurre la voce di cui può essere intessuto un racconto, cosa ormai rara o pressoché sparita dall’orizzonte letterario, perché in essa si riascolta ogni volta, oltre al passato, anche il futuro di tutti.<br />
La voce in un testo letterario o più specificamente narrativo è l’esperienza vissuta attraverso il corpo. Per questo Dostoevskij ad esempio cominciava a delineare i personaggi a partire dalle loro voci. In quanto concomitante insieme al linguaggio e al corpo la voce è il tramite possibile, la giunzione fra coscienza e sensazione cui ogni volta tende la narrazione. E, come aveva già individuato ad esempio Valery, ”il <em>Linguaggio</em> scaturisce dalla <em>voce</em>, piuttosto che la <em>voce</em> dal Linguaggio”, mentre il Mondo Nuovo che si impone ha proprio come nemica giurata l’esperienza diretta, di prima mano, oltre alla fantasia quando ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue della letteratura.<br />
Siccome però fortuna vuole che le voci che ci vengono dal passato restano tuttora abbondanti, intrise e indelebili sulle pagine, c’è un archivio sonoro ancora a nostra disposizione e nulla vieta agli amanti delle cause perse di pensare alla lettura narrativa come un atto di resistenza, per riscoprire il piacere della lettura a voce alta così come dell’ascolto, per reinserire la narrazione nella nostra vita come pratica di socialità quotidiana. In un contesto in cui la socialità è concepita come remoto concetto della solitudine, riallacciarsi alla tradizione della dimensione narrativa delle parole e per ciò stesso curativa. Come sentire un testo. Mettersi a disposizione di una tonalità. Respirazione, intonazione, sprezzatura. Certo però del tutto laicamente, all’insegna dell’Orwell di <em>1984</em> quando dice che “in questo gioco che stiamo giocando, non possiamo vincere. Un certo tipo di insuccesso è preferibile a un certo altro tipo. Questo è tutto”.<br />
Insomma per quello che vale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’arte della viva voce</em></p>
<p>Quindi un approccio intensivo alla lettura ad alta voce e, cosa altrettanto importante, all’ascolto di un testo letterario, più specificamente una prosa o una narrazione.<br />
Come sappiamo della parola narrazione da qualche anno si sono impadroniti i politici, al solito per i loro interessi, a significare più che altro come riescono a riempire i canali di informazione con la versione dei fatti che gli fa più comodo. Noi invece ci riallacciamo alla tradizione della parola con le sue ampie sonorità, con tutte le sue ricchezze e le ambiguità, e della frase, alla sua malia, considerando prima di tutto la narrazione come un atto di socialità e normalità.<br />
Già raccontare infatti è una cura, forse una delle poche possibilità che ci restano per far riacquistare alle nostre vite un certo qual senso di confidenza e normalità. Perché cosa possiamo chiamare normalità se non il tessuto quotidiano di racconti che ci facciamo, le piccole narrazioni che riempiono i nostri incontri, le circolazioni anche di ovvietà, quello che il filosofo Günther Anders diceva “un mero recitare insieme ciò che insieme si ascolta senza posa”? Alcuni, come il critico americano Richard Brooks hanno più volte ribadito la centralità della narrazione nello strutturare ogni esperienza umana: “Le nostre vite sono strettamente intrecciate alle storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate”. Altri ancora si spingono fino al punto di dire che non siamo che le storie che abbiamo incontrato nelle nostre vite. A guardare bene, altro non possiamo chiamare normalità se non il nostro modo di raccontarci un certo corso di eventi, perché è attraverso i racconti, anche i più semplici, che organizziamo la nostra esperienza nel mondo. Se poi si tratta di un racconto letterario questo fare mondo, come si diceva una volta, vale a dire il provare a organizzare modelli di esperienza può assumere i crismi del rituale per sentirsi parte di una socialità, in quella specie di conversazione universale che è la letteratura, altrimenti vige la paura.<br />
In un contesto in cui la socialità è concepita esclusivamente come somma di condizioni isolate (ed è un risultato poi che non viene mai), uno dei presupposti di tale isolamento è la presunzione. Il pensiero che ci viene imposto è tutto improntato sul fatto che c’è un passato, un prima ignorante e balbettante e un oggi che ne è il riscatto. Questo succede anche per ciò che riguarda la considerazione che si aveva dei libri nel passato, quando molti erano gli analfabeti e pochi i libri, rispetto all’oggi in cui l’analfabetismo è di ritorno o addirittura funzionale. Qualcuno vi potrà raccontare invece che i libri un tempo, almeno fino alla metà del secolo scorso erano trattati con ogni sorta di rispetto e timore reverenziale. I pastori ad esempio ci vengono tramandati come l’epitome, il massimo dell’ignoranza di quei remoti tempi, ed invece può capitare di scoprire che, in tutto il mondo, essi avevano a volte ricche biblioteche e soprattutto avevano un orecchio letterario finissimo. Cosa crediamo facessero la sera attorno al fuoco, durante le transumanze ad esempio, se non che chi sapeva leggeva a tutti gli altri, narrazioni prima di tutto in versi ma non solo? Vi sono squisite narrazioni in versi da leggere a voce alta, l’Ariosto lo si potrebbe mettere tra le sostanze psicotrope, per gli effetti, benefici, di destabilizzazione fantastica che provoca nella mente di chi lo legge. E, d’altra parte, se ci facciamo caso i libri una volta avevano una serie di accorgimenti, piccoli espedienti per invitare il lettore, metterlo a suo agio, come ci si tiene a mettere a suo agio un ospite.<br />
È comunque la dimensione narrativa della parola ad animare un rapporto fantastico con il mondo, a catalizzare capacità percettive e riflessive esiliate.<br />
Tutta la logica di un testo si trova nella voce che contiene, se la contiene, se ne ha una, tanto che anche i traduttori di recente hanno imparato a leggere ad alta voce il testo che devono tradurre. Facciamoci caso, i libri che non si possono leggere ad alta voce sono anche quelli in cui non si vede immediatamente quello che vi si descrive, bisogna rileggerlo e comunque a volte è inutile. La voce in una narrazione è quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso, come se si trattasse dell’incontro con una mente molto simile. Se la poesia esiste da sempre nell’esigenza della mente di ricrearsi condizioni originarie per non perdere i propri strumenti cognitivi, la narrazione ha la sua funzione primaria come luogo di convergenza e condivisione, una specie di intimità allargata in cui si riconosce la propria voce in un’altra percependo il suo tono, e con sé porta l’esigenza della socialità.<br />
“Leggere è ascoltare altri sé”, diceva Nietzsche, oppure “Leggere è soprattutto disposizione all’ascolto” sosteneva R.L. Stevenson. Ma soprattutto la voce viene a rammentarci come la narrazione sia un fatto culturale nel senso più ampio della parola, non un semplice orpello ma una necessità umana primaria come sostengono gli scienziati e quindi auspicabilmente di uso quotidiano come potrebbe essere l’amicizia, o il vino per la convivialità.<br />
Quello che dobbiamo fare per leggere a voce alta una storia è passare da una lettura introspettiva e intellettiva, dal silenzio a volte ignavo della pagina scritta a un esercizio fisico, corporeo, fatto essenzialmente di vocalità, vale a dire espressione fisica della voce e di postura. Intonarsi sulle parole, non solo decifrarne i significati, sulla linea di quella che viene o meglio veniva chiamata prosodia, cioè l’insieme dei caratteri fonici &#8211; dinamici, melodici, quantitativi: accenti, tono, ritmo sul flusso sonoro del testo, perché le sonorità emotive sono il perno della narrazione, e non tanto lo sviluppo logico-semantico. E poi la voce, la traccia orale di un testo non è soltanto la parte corporea del linguaggio ma implica altresì  l’affettività, è nell’udito che sta racchiuso tutto il senso sociale di una storia. Proprio così l’oralità diventa esperienza vissuta, quella parte di vita che le pagine portano con sé.<br />
Già nessun enunciato umano può darsi interamente senza emozione: i modi, i gesti, gli atteggiamenti sono patrimonio del discorso: questa la fonte primaria anche della narrazione scritta, dei libri che devono contenere una voce.<br />
Nasce così una specie di slancio che viene a lasciarsi trasportare dalle parole, a sentire le parole che ci vengono dentro, diciamo così e risuonano sempre più familiari all’orecchio di ognuno.<br />
In questa maniera è possibile fare della lettura narrativa non solo un atto di evocazione vero e proprio nei riguardi di un testo e del suo autore, ma una sorta di esercizio spirituale se non è parola brutta: una prova di socialità, amicizia, addirittura fraternità si potrebbe dire, se non è parola brutta anche questa.<br />
Non stiamo qui cercando una concentrazione onerosa o un’attenzione forzosa, non nella lettura né tantomeno nell’ascolto. E neppure la bravura, quasi il contrario, ma di perdersi nel testo, di farsi guidare dalle tonalità, di affidarsi allo stato di affezione delle parole (ed è sempre nella prima frase di un testo che riconosciamo il suo tono). Non dobbiamo fare insomma come certi attori quando leggono una storia e si sente subito che non è in funzione delle parole che leggono, oppure che le recitano perché esse valgono assai per darsi dell’importanza. Si mettono in posa, si ascoltano mentre leggono (cosa dolorosa per chi legge e fastidiosa per chi ascolta), mentre qui intendiamo tentare un non-ascolto di sé, di fare soltanto da tramite al testo, che ogni volta si reinventa con la voce di ognuno, con le sue particolarità e complessità di tessitura.</p>
<p>Quindi immaginiamoci se fra i gesti quotidiani di condivisione ci inserissimo un: Ti leggo due pagine di questo libro che mi hanno commosso, o m’hanno fatto sganasciare&#8230; Facendogliele anche sentire bene. Significa riappropriarsi di un piacere sovrano, così come si chiama conversazione sovrana quando non tentiamo di imporre noi stessi, le nostre idee o la nostra visione ma invece cerchiamo risposte assieme all’interlocutore.<br />
In conclusione, per ottenere il risultato non abbiamo bisogno di qualità particolari, tipo una cosiddetta bella voce, o una dizione perfetta, tanto meno di una voce impostata come quella di molti attori:<br />
1) basta rinforzarsi con l’esercizio (oltretutto man mano si scoprirà che leggere per se stessi a voce alta è un cerimoniale assai piacevole, curativo, nutritivo oserei perfino dire), finché l’abitudine non diventi natura ma senza aver alcun obiettivo se non l’amore per le pagine che si leggono e il piacere di condividerle. Allora si situerà fra le tante cose importanti ma piacevoli, quelle che, come si dice ancora, rendono la vita degna di essere vissuta.<br />
2) abbandonarsi, fidarsi di quelle pagine e di quell’amore, senza paura alcuna di sbagliare. Quindi ancora, il modo di estendere la pratica, per essere sicuri di comunicare sarà quello di esporsi così come si è, senza cercare di essere qualcun altro.</p>
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		<title>Il mio primo maestro era svedese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2024 13:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Fiorentina]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[necrologio]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> È stato il mio primo maestro. Di sicuro è stato lui a convincermi di giocare tutte le mie fortune all’ala destra.
Avevo sei o sette anni quando è arrivato alla Fiorentina, di cui già ero tifoso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106810" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-225x300.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Lo scorso 4 febbraio si è spento a 89 anni a Firenze Kurt Hamrin, calciatore di Juventus, Padova, Milan e Napoli, ma soprattutto e innanzitutto della Fiorentina, tuttora al nono posto dei marcatori italiani di tutti i tempi. Una leggenda, una delle tante storie infinite che il calcio contiene come forse nessun’altra vicenda umana.</em></p>
<p>È stato il mio primo maestro. Di sicuro è stato lui a convincermi di giocare tutte le mie fortune all’ala destra.<br />
Avevo sei o sette anni quando è arrivato alla Fiorentina, di cui già ero tifoso. Era il 1958 e la palla, tra un rimbalzo e l’altro, occupava almeno il 90% del mio tempo, col vantaggio ulteriore che non me ne rendevo conto. La prima volta che ho visto una palla non me lo ricordo, ma lo potrei inventare. Mi sembrava che fosse tutto lì il senso, nel reagire al suo movimento, cercare di addomesticarlo, insomma capirlo. Lo studio era immersivo, si direbbe oggi, in ogni momento delle giornate della vita e senza nemmeno un dubbio o una stanchezza, tutto il resto spariva su altri piani meno interessanti, rimandabili di fronte a una necessità più che evidente, lampante, in perenne mutamento. Interno o esterno, anfratti, muri per ore, lampadari, da solo o con gli altri. Bisognava studiare, fare meglio, qualcuno faceva meglio di altri, il controllo totale però era escluso a priori, qualcosa di mai del tutto addomesticabile era costantemente sotto i nostri occhi stupiti da tanto insegnamento. All’epoca era il primo addestramento e l’unico nel vero senso della parola, i libri scolastici non reggevano il paragone. Ognuno sceglieva il suo punto di vista da cui operare nello studio e, proprio allo stesso tempo è costretto a sceglierlo dalle peculiari caratteristiche fisiche e psicologiche che ora, man mano, scopre di avere o non avere. Si imparano anche le regole del gioco, le prime regole di gioco di cui si sente parlare, chiare, intoccabili, così si crede, provenienti forse dall’inizio di tutto, per il resto si va a tentoni ma con i piedi, tra la polvere o il fango a seconda delle epoche dell’anno che sono tutte sterminate, senza limiti di campo. Si impara che siamo una squadra e che ci sono limiti utili dell’individualismo, mai oltre quelli che servono a superare l’ostacolo. A volte i campi di gioco sono così vasti che sconfinano nel fiume, qualcuno di noi c’è anche morto per recuperare la palla sacra, divina.<br />
Quando lo svedese Kurt Hamrin arriva, la Fiorentina è una grande squadra. Io da romano ero diventato viola per la vita perché in quel periodo mio padre faceva il cuoco durante il ritiro estivo all’Abetone e Miguel Montuori mi aveva carezzato sulla testa. Miguel Montuori era il primo grande 10 della Fiorentina, dotato poi di una sfortuna grandissima.<br />
Ed ecco che arriva l’esempio, l’insegnamento, la prima via da seguire. Ripeto, anche col vantaggio ulteriore di non rendersene conto, con quell’unico grande vantaggio di non saperlo non sapevamo che lo studio della Via consiste solo nel seguire, caso per caso, il corso degli eventi. A pensarlo e a dirlo semmai abbiamo imparato dopo.<br />
E all’epoca poi bastava giocare a pallone coi calzettoni abbassati fino alle caviglie per scoprire chi si voleva essere al mondo e dichiararlo. O almeno quello per cui si veniva portati da un certo tale detto Destino di cui non sospettavamo l’esistenza. Un ribelle, un irregolare e, badiamo bene ancora, la fortuna stragrande è di non saperlo. La prima sfida che ne prometteva molte altre, senza sapere nemmeno che le sconfitte supereranno talmente le vittorie tanto da cancellarle. C’è da dire che portare i calzettoni giù, arrotolati fino sui rozzi scarpini era un gesto da attaccante, un gesto irridente e puro, voleva dire agli arcigni terzini avversari coi calzettoni alle ginocchia, non solo che incarnavano gli sbirri di ogni epoca e luogo nella storia del mondo ma che mai ci avrebbero preso. Coi calzettoni giù infatti non si portavano i parastinchi, così quelli avrebbero potuto farti male, magari spaccarti una gamba ma il chiaro messaggio era: non mi prenderai mai sbirro!, e poi ci si poteva comportare di conseguenza, con la libertà e l’agilità che il più delle volte si credeva solo di avere ma bastava e avanzava per tentare. Sivori, Meroni, Corso, Hamrin erano gli esempi da seguire per quelli che volevano rovinarsi la vita nella cerchia più stupida e insensata al mondo, chiamata svagata libertà. Per me soprattutto l’ultimo, Hamrin Kurt, basso biondino svedese, soprannominato l’Uccellino. Il mio primo maestro è stato uno svedese, e io qui lo onoro per questo.<br />
L’ultima volta l’ho visto in un video, già qualche anno fa. Era a Firenze dove viveva, sotto la sede della Fiorentina Calcio. Non ricordo in che occasione erano lì con Giancarlo Antognoni, l’Eterno Dieci e alcuni tifosi. Siccome c’era un pallone in circolo se lo passavano come si fa da sempre, ognuno provava qualche palleggio prima di darlo agli altri. I tifosi erano scarsi al riguardo, perfino Giancarlo ha avuto qualche problema coi pantaloni e le scarpe da città, poi l’hanno data a lui. Quasi non riusciva a alzare i piedi, lui che certe volte pareva proprio volare, radente ai prati per poi atterrare improvviso nell’area di rigore, difatti era sunnominato l’Uccellino e sfidava la legge con l’onestà del coraggio.<br />
Piccolo, biondo, col ciuffo ci ha regalato pochi momenti come questi belli, come dice il poeta. Io all’inizio avevo capito Hambrim.<br />
Era il periodo degli svedesi. La loro nazionale era arrivata in finale ai Campionati del Mondo, l’aveva persa col Brasile di Pelè. L’allenatore di quella nazionale aveva dichiarato di essersi ispirato alla tattica della Fiorentina, in quel momento una delle squadre più forti sul globo terracqueo. Kurt era arrivato in viola subito dopo la vittoria del primo scudetto per sostituire Julinho all’ala destra, e ci è rimasto fino alle soglie del 1968, proprio quando il mio interesse defluiva, scemava, ma solo per una pausa confusa di qualche anno.<br />
Quello irridente non è il modo giusto per affrontare un dribbling, insegnava Hamrin, soprattutto a gambe nude. Non come i sudamericani, Sivori ad esempio. Tanto, il terzino o chi per lui si sentirà comunque irriso, è nella sua natura. L’ideale sarebbe coinvolgerlo nell’euforia del gioco, ma siccome è impossibile ognuno stia al posto suo. Se vuoi irriderlo sei già nella posizione coinvolta della sua eventuale violenza, sei nella combriccola ed è facile che reagisci. Non mi ricordo che Kurt sia mai stato espulso per un fallo di reazione, e non ho voglia né bisogno di guardare le statistiche. Fateci caso, altro insegnamento: il fallo di reazione, anche se lieve, viene considerato più grave perfino della violenza bruta e comunque scatenante, anche moralmente intendo. Si imparava molto allora, era un campo talmente vasto da sconcertare, con le gambe marcate a vita da lividi e cicatrici. È il gran vantaggio di essere ignoranti.<br />
Lui insegnava la calma, nella lotta, ma questo per noi era veramente troppo, lo è anche oggi: il vincente prima vince poi scende in campo, il perdente prima scende in campo poi cerca il modo di vincere. Il dribbling di Hamrin presupponeva la calma, in stile nordico, ma non significa per niente algido.<br />
Scendeva sulla fascia destra saltando gli avversari come birilli, così si dice in gergo, voleva arrivare in porta con la palla al piede, così si dice, una volta l’ho visto con i miei occhi già sulla linea tornare indietro, perché gliene mancava uno e voleva completare il suo compito con diligenza. Depositare alla fine la palla nella rete veniva come istanza solo necessaria, e non era mettere ma depositare, fin lì giungeva l’eleganza.<br />
Altezza 1,69, peso 69 kg., come sottotitolavano le figurine, biondo figlio di un imbianchino di Stoccolma, col ciuffo che certo doveva scuotersi all’aria alle sue movenze, figuratevi un canarino, altrettanto svagato all’apparenza. Passetti brevi, e bravi, il manto erboso lo piluccava con cura. Scatto, dribbling stretto, allungo, guizzo. Essere basso, avere il baricentro basso era un vantaggio allora più di quanto lo sia oggi, permetteva il movimento improvviso, lo scattare, lo sgusciare, permetteva la fuga. Gli alti, i rocciosi, i difensori dell’ordine costituito ci mettevano più tempo per scuotersi e provare a seguirti, braccarti, era la loro natura. Il 2 febbraio 1964, io avevo dodici anni, una domenica certo, segnava 5 goal nel 7-1 a Bergamo con l’Atalanta, un record ineguagliato. Io e mio padre mettevamo la radio al centro del tavolo di formica, solo posso inventare cosa sia successo al centro nel mio cuore basandomi su cosa mi succede adesso a raccontarlo.<br />
E qui si apre uno squarcio, l’interrogativo gigante: io la racconto al naturale, ma come facevamo a sapere, a vedere tutto se scarsi, sfocati e traballanti erano i riflessi cosiddetti in tivù, le immagini delle partite? Eppure giuro che eravamo in grado di descrivere per ore i gesti di ognuno, al <em>ralenti</em>, imitarli <em>frame by frame</em>, farli fruttare come orientativi, educativi. Delle due l’una: o avevamo facoltà adesso dimenticate o mi sto inventando tutto. O sono i miracoli dell’elaborazione fantastica, per me allora ne eravamo capaci e nessuno mi può smentire.<br />
Fiducia, mi insegnava la fiducia Kurt perfino quando è scriteriata, e che altro modo non c’è come questo bello. La mente resta alta pure se la testa bisogna tenerla bassa, a seguire le voglie del pallone, per assecondarlo e sottrarlo a chi vuole te soprattutto, per punirti, la palla in fondo gli interessa meno. Per forza che a volte gli si risponde con un tunnel, la palla sotto le gambe, l’affronto.<br />
Fino dall’antichità si vocifera che ci sia un dio dentro, nell’aria lì racchiusa, e la riprova la vediamo nei rimbalzi e nei contrasti che fa ogni volta che uno di costoro, i benedetti, gli eletti se ne appropria, va da loro ogni volta, l’attirano come se gli appartenesse per diritto imperituro, per una qualità della giustizia.<br />
Devo inventarmi pure questo, non del tutto forse. Forse dopo il suo insegnamento e l’addestramento che ne è seguito in ogni partita in cui non c’era l’arbitro, nel dubbio dei falli chiedevano a me, la mia opinione era risolutiva nelle contese, anche gli acerrimi avversari, come se uno potesse essere autorevole a dieci anni.<br />
Oggi e da tempo portare i calzettoni abbassati è considerato illegale e la scusa è la solita: è per il tuo bene, per la tua sicurezza. Vale a dire non solo le gambe, puoi rovinarti la vita. Ipocritamente, velatamente qualche arbitro permette a qualche eletto di portarli a mezz’asta, Totti ad esempio, o K&#8217;varatskhelia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: Kurt Roland Hamrin era nato a Stoccolma il 19 novembre 1934, figlio di un imbianchino. Da adolescente ha lavorato come zincografo, anche mentre giocava nell&#8217;AIK Stoccolma dato che le squadre svedesi erano semiprofessionistiche. Dopo il secondo posto della Svezia ai Campionati del Mondo, finale persa contro il Brasile di Pelè, viene in Italia, preso e poi scartato dalla Juventus. Dal Padova passa alla Fiorentina, e dopo nove anni al Milan dove vince la Coppa dei Campioni. Conclude la carriera tra Napoli e IFK di Stoccolma. Viveva a Coverciano.</em></p>
<div dir="ltr"></div>
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		<title>Gente che chiacchiera, che mormora, che cincischia:  una lettura di &#8220;Ridondanze&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2023 05:12:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Celati]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Malerba]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Bàino]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[Testaccio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Ecco, Morelli chiacchiera, anzi, strachiacchiera, stracincischia, e in generale stra-perde-tempo: è un fiume in piena, ma appunto sommesso, come se mormorasse al vento. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Mentre leggevo <em>Ridondanze </em>(anzi, <em>/</em> <em>ri.don.dànze /</em>, Exòrma, 2022), strampalata – a prima vista – raccolta di storie romane, o meglio testaccine,  composte da Paolo Morelli, mi è tornata in mente la mia polverosa insegnante di greco del ginnasio (ahimè, agli antipodi dei rari insegnanti, che poi ci sono stati, capaci di incendiare d’amore i ragazzi per questa splendida lingua), la quale, al chiacchiericcio mormorato ma continuo che opponevamo alla rigida noia che lei cercava di instaurare, esplodeva con il mantra: <em>cosa? cosa? gente che chiacchiera, che mormora, che cincischia</em>&#8230;. Ecco, Morelli chiacchiera, anzi, strachiacchiera, stracincischia, e in generale stra-perde-tempo: è un fiume in piena, ma appunto sommesso, come se mormorasse al vento. La letteratura, molto spesso (non sempre) racconta storie e ogni tanto, nel raccontare, divaga, ma in questo libro è la divagazione a regnare sovrana, è il centro della narrazione, e sembra essere la vera direttrice del tutto.</p>
<p>Spesso parlando dei suoi libri (e anche di questo) si è chiamato in causa Manganelli (di cui ricorreva nel 2022 il centenario della nascita, e ancora non si è spento l’eco delle commemorazioni, arte in cui la necrofila critica italiana eccelle) o Celati (morto anche lui, proprio nel 2022, e il delizioso <em>In viaggio con Gianni, Celati</em>, Tic 2021, appunto di P. Morelli, ne è stato una sorta di profetica, anticipatrice – rieccola&#8230; – commemorazione), o ancora Malerba. E cominciando il libro si potrebbe anche essere tentati di scomodare il Moravia un po’ bozzettistico dei <em>Racconti romani</em>, o ancora il Benni di <em>Bar sport</em>, che il bozzettismo lo immerge in una surreale comicità; un po’ più avanti nella lettura, e per certi versi all’opposto, si penserà magari a Campanile o a Ionesco, per l’uso devastante che fanno della surrealtà (per altro ben più profondo di quello di Benni).</p>
<p>Questi possibili punti di riferimento però sono come scontati, persino banali: Morelli infatti non li imita, neanche li cerca, anche se certo li conosce, e (almeno i primi sunnominati) li ha senz’altro assunti e digeriti, disciolti nella sua prosa – che non in essi tuttavia trova la chiave della propria originalità. Così, mentre avanzavo nella lettura, è un altro lo scrittore che mi si è delineato all’orizzonte, il più grande di tutti e, mi verrebbe da dire, il Maestro dello straparlare e del divagare: Miguel de Cervantes. Intendiamoci, non è che voglia paragonare Morelli al genio spagnolo (e universale), del resto è probabile che lo stesso Morelli non lo abbia neanche pensato come esplicito punto di riferimento (ma forse sì, mi piacerebbe chiederglielo); voglio semplicemente dire  che mentre mi perdevo nelle pagine di <em>/ ri.don.dànze /</em>, inizialmente anche esasperandomi per questo filo che perdevo e ritrovavo in continuazione, mi è tornata in mente la lunga, dapprima faticosa, poi appassionante, insostituibile lettura del <em>Qujote</em>. E di più: quando mi è venuta in mente mi sono reso conto che mi si era già affacciata dentro – ma come un’ombra, come quelle associazioni che non riusciamo a compiere sino in fondo, e restano allo stato larvale – leggendo più o meno un anno prima <em>Il cielo per Roma </em>(2021), di Mariano Bàino, sempre edito da Exorma.</p>
<p>Ora questi due libri sono diversissimi, e mai sarei stato probabilmente tentato di confrontarli: il primo (Bàino) è infatti aereo, come fantascientifico, letteralmente intergalattico, in quanto capace di viaggiare attraverso le epoche, e garbatamente ma intensamente dotto; il secondo (Morelli) è terrestre, avvitato al suo spazio, e ancor di più al suo (mitico) tempo, ai suoi riferimenti ristretti, rionali, anche se dottissimo anche lui, pur se in modo molto più nascosto, e ironico. Ma ecco: per poterli seguire veramente, l’uno come l’altro, si deve accettare di perdercisi dentro. Voglio dire: ci sono libri, la maggior parte di quelli che si impongono oggi nel mercato, in cui il filo, l’incastro dei dettagli, quel che vi si racconta, sorprese incluse, sono programmati secondo schemi precisi, il lettore deve solo restare concentrato, per navigare tranquillo (tranquillo anche nelle sorprese), e per carità! evitare di perdere colpi, battute,  altrimenti non capirà più nulla: se però giustamente resta attento, il risultato è garantito. Altri libri, appunto come quelli di Bàino e Morelli, richiedono invece pazienza, rilassatezza più che concentrazione, anzi la concentrazione (ansiosa), l’attenzione ossessiva al dettaglio, al filo, l’intreccio, porta il lettore inevitabilmente alla resa. Fanno parte insomma di quella categoria di libri che più che meticolosità logica richiedono abbandono, persino distrazione, e un consapevole, paziente atteggiamento di <em>lasciar venire</em>. (Immagine: andare a vedere un film di Tarantino, aspettandosi Antonioni o Bergman, o anche – il che è forse peggio – viceversa&#8230;).  Per l’appunto (ed ecco il collegamento): pazienza, abbandono, gusto per la distrazione etc. sono i requisiti indispensabili – nella mia esperienza – per gustare a fondo il capolavoro dello scrittore spagnolo, che a sua volta sviluppa ulteriormente queste disposizioni, insegnando in un certo senso ad esercitarle nella vita, è leggendo il <em>Qujote </em>che mi ci sono per la prima volta consapevolmente confrontato.</p>
<p>Dice (di nuovo la mia professoressa di greco): <em>dice? dice? ma che dice? gente che chiacchiera&#8230;</em> (io), etc&#8230; È vero, sto straparlando, sto divagando anch’io – ma lo faccio per scelta, nel senso che un po’ di straparlìo divagante è il modo migliore per avvicinarlo, questo libro, prima di dire cosa concretamente racconti. In due parole, si tratta di una dozzina di storie, dodici variazioni (più una premessa e un’appendice), tutte ambientate nel “rione”, cioè il Testaccio, e tutte rocambolesche: tre amici, appunto testaccini, fanno un incidente di macchina sulla strada del ritorno, da cui segue un’improbabile gita sulle montagne della Maiella per vedere in una cappella  gli affreschi di un improbabile pittore che rappresentano il Ciclo delle quattro notti (e ogni personaggio, ogni cosa, ogni Notte, entra in una nuova scatola, con un meccanismo alle <em>Mille e una notte</em>, dove le storie sembrano non aver quasi nulla a che fare l’una con l’altra, invece&#8230;); uno  <em>sconvoltone</em> (la droga&#8230;) esce ogni giorno dal rione in bicicletta e passa sempre alla stessa ora di fronte a un antico monumento dove centinaia di turisti scattano sempre la stessa foto e lui ci si ritrova dentro sino a diventare, come il monumento, eterno; due nemici-amici, fortunato l’uno, sfortunato l’altro, vittorioso e sconfitto, riuscito e fallito (dove la riuscita è, alla Cossery, fare un lavoro che permetta di non lavorare, elevando la <em>scioperataggine </em>a virtù civile<em>&#8230;</em>), mettono retoricamente le loro vite a confronto; sempre al rione si confrontano i destini paralleli degli artisti e dei topi, che prima erano grassi e pochi (e morti di fame, perché la fame paradossalmente li ingrossa, gli artisti e i topi) adesso molto più numerosi ma rimpiccioliti; il redattore di una rivista di viaggi trova la formula per narrare e difendere dall’assalto delle folle i posti belli ancora da scoprire (il dilemma: solo il silenzio protegge la bellezza, ma la bellezza scoperta dà voglia di parlare, soprattutto al Testaccio, dove nessuno viaggia ma sono tutti gran chiacchieroni – appunto&#8230; Ma è ancora possibile viaggiare? Esistono ancora i posti belli? Ecco, sto divagando&#8230;) – e segue il suo racconto&#8230; etc. O forse si dovrebbe meglio dire: non storie testaccine, ma variazioni dello stesso Testaccio, sinfonia della sua essenza. Di tempo e appunto di musica più che di spazio: di fatto  chi cercasse nel libro di Morelli (ed ecco un altro punto di contatto con quello, pur diversissimo, di Bàino) tracce concrete del Testaccio, e di Roma, vie, piazze, monumenti, descrizioni, rimarrebbe molto deluso. Il Testaccio di Morelli è un’utopia, è un luogo che non esiste, o se vogliamo una realtà derealizzata, fatta di sogni, di ricordi, di speranze, di pura immaginazione anche, di suoni – come la lingua che si avvita in alcune ruggenti cadenze romanesche, verosimili più che vere, opera di fina letteratura più che di riproduzione vernacolare (viene ovviamente da pensare al romanesco di Gadda), o ancor più semplicemente come i nomi dei personaggi, Pocaluce, Volume, Battiscopa, Merdara Rognoso, Ritorti, Sarchioni, Ruggero Maglione&#8230; Non sarà inutile, in tal senso, notare che il libro di Morelli come quello di Bàino non solo sono editi dalla stessa casa editrice, ma anche appartengono alla stessa collana: <em>quisiscrivemale </em>(questo è il suo nome!), che antifrasticamente evoca una letteratura libera dai generi omologati e lisci – quelli che dominano il mercato, insomma, anche grazie alla loro facile fruibilità – ma ossessivamente attenta alle parole, allo stile.</p>
<p>Dice (di nuovo lei, l’insegnante, che avrebbe probabilmente fulminato Morelli): <em>gente che parla, gente che ripete.</em> Ma senza ripetizione (e diciamolo, ossessività) non c’è arte. Così, la chiacchiera, il ritornare sugli stessi incatenamenti variandoli all’infinito – e in questo senso straparlano i personaggi non meno del loro autore – dirige il libro e lo fa rigurgitare di parole, come un fiume in piena, un delirio febbricitante, come quando qualcuno ti attacca un implacabile bottone che non la finisce più – ma a un certo punto (lo dicevo, occorre pazienza), ci si accorge che quella febbre ha un senso, e il fiume in piena comincia a scorrere maestoso, persino educato, calmo. Le storie si sciolgono l’una nell’altra, alcuni personaggi (la ripetizione) riaffiorano qua e là, forse è un romanzo? no, piuttosto un ipnotizzante esercizio zen – per questo occorre non cercare di afferrarsi a un ramo, a un dettaglio, ma semplicemente lasciarsi trasportare  – che finalmente, come se di colpo si alzasse la nebbia, fa emergere nitidi i contorni, il senso di tanto raccontare. Sì, c’è un mondo, fatto di cose, di gesta, di emozioni, ma noi in realtà non lo vediamo, ne vediamo solo la crosta, la sua vera vita si dispiega al di là di quella: il (rac)contatore  ci permette appunto di coglierla.</p>
<p>Gli antichi Greci esaltavano, in alternativa alla logica della visione/immagine, quella dell’audizione/parola, che dava accesso al misterioso universo del mondo-tempo: non a caso il cantore che trasportava il pubblico era antonomasticamente cieco – le orecchie vedono, non gli occhi. Ecco, è in questo senso profondo che Morelli mescola l’Oriente lontano con l’antica tradizione epica Occidentale,  in cui l’immaginazione e il raccontare sono più importanti dei fatti raccontati, anzi questi fatti, ora glorie e trionfi ora disgrazie, sono distribuiti dagli dèi agli uomini affiché altri uomini futuri possano svelarle nel canto, e solo in questo canto, o racconto, acquistano finalmente senso. Insomma (se esiste, è questa la morale del libro) raccontare è tutto, raccontare e divagare (perché non si può raccontare senza divagare), a resuscitare tramite la parola mondi, gratuitamente, dando fondo all’immaginazione, ridendo e danzando, appunto, ridon-dan(zan)do: per diventare liberi. Cioè per conquistare pienamente la propria umanità.</p>
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		<title>L’INVOLUZIONE DIGITALE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2021 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[La postura del guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe A. Samonà Queste righe vogliono innanzitutto testimoniare la mia gratitudine per un agile ma denso libretto di Paolo Morelli, La postura del guerriero: Addestramento etico e altre modeste proposte (Sossella, 2020), che in poco più di cento pagine esprime, provando a dargli una prospettiva terapeutica, un disagio che è mio e di altri, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-88265" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-768x1046.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-752x1024.jpg 752w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-250x341.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-200x272.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina-160x218.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/postura-copertina.jpg 850w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></a>Queste righe vogliono innanzitutto testimoniare la mia gratitudine per un agile ma denso libretto di Paolo Morelli, <em>La postura del guerriero: Addestramento etico e altre modeste proposte </em>(Sossella, 2020), che in poco più di cento pagine esprime, provando a dargli una prospettiva terapeutica, un disagio che è mio e di altri, sparsi e isolati per il mondo, e che tuttavia non arriviamo a tirar fuori chiaro e forte. Anche vorrei provare a spiegarmi – scrivere è pensare – e spiegare pubblicamente come mai questo libro singolare, prezioso, sia rimasto sostanzialmente invisibile. Con breve premessa (innanzitutto per Morelli): le riflessioni che questa lettura ha messo in moto, o piuttosto risvegliato, vanno al di là, o al di qua (forse), di quel che il suo libro vuole dimostrare – ma in fondo proprio questo è il bello degli itinerari di pensiero che s’incontrano e s’intrecciano.</p>
<p>Lo constatiamo ogni giorno con Facebook: fra gli intellettuali, gli scrittori, accanto a coloro che difendono entusiasticamente il mezzo e le sue presunte virtù – il dialogo, la spontaneità, la libertà che si esprime contro il potere, il famoso <em>è stato prezioso nelle primavere arabe</em>,  etc. –  un buon numero di coloro che lo utilizzano ne parla globalmente male: un po’ come ai tempi della Democrazia Cristiana, votata, magari di nascosto, dagli stessi che la criticavano, anche aspramente. Si va dai moderati che ricordano come nel suo ambito ci siano possibilità e veleno, o ancora che <em>dipende da come lo usi</em>, sino ai più marginali, coloro che pur non trovandoci nessuna parcella di luce vi restano comunque impigliati, sia pur appunto marginalmente, perché <em>è un lusso poterne stare fuori</em>. E Facebook, nonostante il suo immenso bacino di utenti, è una scheggia quasi <em>ringarde </em>dello smisurato universo virtuale, forse oramai lo sono persino i più moderni Instagram e Twitter, con i suoi cinguettii in cui tutto deve poter esser detto in 140 o 280 caratteri, nella versione più generosa. In generale, Google e le diverse vie della comunicazione digitale avvolgono, permeano il mondo, e l’esistenza di questo sistema, che piaccia o meno, è globalmente vissuto come un’ineludibile fatalità. Quasi nessuno sente l’urgenza di contestarlo.</p>
<p>Intendiamoci, le critiche vere, articolate non mancano e, al di là dei social, investono appunto tutto il sistema Internet: da quelle psicologiche, sulla dipendenza, i suoi possibili effetti negativi, etc., alla Patricia Wallace (che tuttavia analizza questi pericoli per <em>salvare </em>il sistema); a quelle diciamo ontologico-contenustitiche, ma anche in certo senso di superficie, alla Umberto Eco (<em>Internet dà diritto di parola agli imbecilli&#8230;</em>); o più radicali, politiche, alla Evgeny Morozov, che spiega ad esempio come lungi dal favorire le rivoluzioni arabe Facebook abbia permesso al potere di controllarle, mostrando in generale come <em>questo </em>Internet e <em>questo </em>capitalismo siano indissolubilmente legati, e dunque non mette sotto accusa in generale il progresso tecnologico della comunicazione, ma un certo tipo di progresso; passando per quelle socio-economico-filosofiche che in realtà continuano, attualizzano le riflessioni biopolitiche di Foucault e di Deleuze sulla società di sorveglianza, il controllo panottico, la servitù volontaria, cui la rivoluzione digitale ha dato un impulso impensabile anche solo venti, trent’anni fa: in questo senso Eric Sadin, Philippe Vion-Dury, o Shosana Zuboff (cito semplicemente quelli che han fatto parte delle mie disordinate letture) si sono recentemente occupati della Silicon Valley. Per altro, molte delle critiche radicali, che mettono in luce la natura spietatamente ultracapitalista di questa falsa rivoluzione, spesso vengono proprio (che sollievo) da giovani intellettuali-attivisti formatisi <em>dentro la grande mutazione digitale</em> (l’espressione è di Giuliano Santoro) e che si muovono agilmente attraverso il multiforme universo in cui si incontrano le avanguardie antagoniste e le controculture giovanili (punk, musica elettronica, galassia hacker, etc.): in Italia per esempio c’è il collettivo Ippolita, gruppo di ricerca interdisciplinare che svela gli aspetti più oscuri della Rete (e insegna a difendersene), o ancora – sempre le disordinate letture&#8230; – giornalisti, scrittori agguerriti come appunto G. Santoro, o Valerio Mattioli, che in poche pagine smonta il voluminoso <em>Game </em>del festante Baricco&#8230;</p>
<p>Basti pensare in tal senso – è sotto gli occhi di tutti – a cosa nasconda la gratuità di Google, Facebook e molti altri grandi servizi digitali: il lavoro non remunerato, e quindi di fatto schiavizzato, che noi utenti forniamo volontariamente a ogni passo che inoltriamo là dentro, in termini di informazioni poi sfruttate a fini pubblicitari, il che di fatto dà luogo a una forma inedita e spaventosa di alienazione collettiva: è quello che prendendo in prestito il titolo dell’ultimo lavoro di Shoshana Zuboff, 2019, potremmo appunto definire <em>il capitalismo della sorveglianza</em>. Questo nuovo capitalismo, in cui le grandi aziende digitali, quelle già nominate, o ancora Microsoft, Amazon, Apple, con tanto di iPhone, e altre, sono in testa in termini di fatturato, ma certo non di occupazione, governa ormai il nostro pianeta. (Ne <em>L’impero virtuale</em>, 2015, Renato Curcio ricapitola e <em>spiega</em>, in senso letterale, l’intelaiatura e la dinamica di questi dispositivi digitali, in termini appunto di profitto e di controllo sociale – ma di nuovo, il libro è stato sostanzialmente ignorato: forse a causa dell’<em>inavvicinabile</em> passato dell’autore e della sua odierna marginalità? O forse è proprio questa sua marginalità che l’ha spinto a riflettere su questo tema centrale?) Anche, è sotto gli occhi di tutti – tutti hanno almeno sentito parlare di Assange, o di Snowden – come il passaggio dall’ottica del profitto e del subliminale controllo sociale alla sorveglianza vera e propria, in ottica prettamente politica, sia <em>informaticamente </em>breve, e sia continuamente varcato, il che è del resto una sorta di continuo ritorno alla vocazione primitiva: com’è noto, Internet nasce negli USA, per scopi militari, cioè sostanzialmente per spiare e sorvegliare. Eppure anche le più convincenti di queste critiche, anche il più potente docu-film sulla cyber-sorveglianza, sui lati nascosti del Web (ne girano diversi), anche le più eclatanti rivelazioni sulle ultime fughe di dati da Facebook, non modificano l’attitudine globale della società, non la smuovono: è come se abitassimo, ci spostassimo dentro una palude da cui è impossibile venir fuori. A differenza degli anni Sessanta o Settanta questo capitalismo non sta, almeno idealmente, <em>fuori</em>, non possiamo posizionarcelo di fronte, per eventualmente combatterlo, in fabbrica, a scuola: è come una colla, una materia gassosa che infiltra la struttura stessa delle nostre vite, del nostro immaginario. Così, diversamente ad esempio da quel che avviene per l’ecologia, per cui molti settori sani, giovani della società si mobilitano per denunciare il disastro di questo modello di sviluppo, a parte alcune rare voci dissenzienti nessuno riesce a immaginare una contestazione, un’opposizione globale alla digitalizzazione della società.  Che la si giudichi individualmente in modo più o meno positivo o del tutto negativo, questa rivoluzione digitale sembra costituire una tappa irreversibile della storia umana, il suo ineludibile contesto: è <em>progresso</em>, e il progresso non si può fermare, è sempre sostanzialmente unico, buono<em>. </em>O no?</p>
<p>È in questo quadro che si inserice la voce radicalmente critica di Morelli, che non si confronta direttamente con i meccanismi della rivoluzione-palude velocemente schematizzata qui sopra, ma ne porta allo scoperto alcune conseguenze antropologiche fondamentali, in una prospettiva triplicemente originale, tanto più che il suo ragionamento si costruisce attingendo a una sorprendente bibliografia, apparentemente eterogenea, marginale (rispetto a quel che si vuole dimostrare), e che tuttavia acquista via via coerenza, ed efficacia. Per non citare che quelli che mi sono arrivati più vicini, ché ce ne sono anche diversi altri: Camillo Berneri, Simone Weil, Riccardo Piglia, Daniel Dennet, Mac Luhan, Cristina Campo, Pierre Hadot, Enzo Melandri, Jaime Semprun, Walter Benjamin, e più lontano nel tempo e  nello spazio, dentro un universo biforme che per i più si rivela misterioso, Parmenide, Pitagora, Epitteto, Liu An, Wen Zi, Zhuang Zi, Zang Bo Duan, Huang Bo, Dōgen, Lao Zi&#8230;</p>
<p>Morelli, innanzitutto, osserva il mondo, questo mondo, con occhiali da scrittore, attento soprattutto alle parole, al loro uso, al loro valore. In secondo luogo, lo ispira il costante riferimento alla saggezza antica, anche se – terza originalità! – quest’antichità è letta essenzialmente, se non reiventata, alla luce del pensiero cinese, che l’autore studia da molti anni: e ne ha fecondamente il diritto – l’antichità è sempre stata interpretata attraverso una qualche prospettiva esterna. E attenzione: questo richiamo alla parola degli antichi non serve a metter su una nostalgica lamentela, vagheggiando un mitico tempo andato in cui gli umani sarebbero stati più felici, meno alienati. Al contrario: serve ad armare un canto di resistenza, di lotta, persino di speranza, comunque di necessaria dignità, che guarda al futuro. Perché questo è il proprio della letteratura e dell’arte in generale, come anche della filosofia: le grandi questioni che riguardano il come stare su questa Terra sono già mirabilmente enunciate all’inizio della nostra storia, da questo punto di vista non c’è <em>progresso</em>, ma solo inaccessibili picchi – e da lontano i picchi si vedono meglio e aiutano a capire, soprattutto l’epoca dentro la quale si vive. (E vorrei anticiparlo esplicitamente: si potrebbe discutere dei dettagli, magari contestarli, o irritarsi per questa o quella affermazione: che so, l’antipatia per Cartesio, l’uso molto largo del termine sciamanesimo etc. Ma che importa! tante sono le piste che il libro apre, e forte il suo messaggio globale, privo di qualunque mestiere, nel più volgare senso del termine.)</p>
<p>In questa prospettiva, la rivoluzione digitale ci appare piuttosto come una dirompente involuzione che, come l’acqua quando non contenuta, riempe con i suoi rivoli ogni angolo della nostra esistenza anche dove non immaginiamo di trovarla. La sua chiave fondamentale è <em>l’esilio del corpo</em> <em>dall’attività della conoscenza</em>, alla ricerca di una grottesca onnipotenza dentro un mondo dematerializzato; vi comanda un’immortalità artificiale e malata, schiava proprio nel momento in cui crede di affermare la propria libertà, ingabbiata com’è in una società che assomiglia sempre di più a una <em>caserma</em>: l’esilio del corpo si rivela essere un <em>esilio dalla vita</em>. Questo va insieme a una deriva dello scientismo, a una messa al bando dell’immaginazione in nome di un mal compreso primato assoluto della ragione, che si potrebbe definire come <em>epistemologia della certezza</em>: con una martellante opera di manipolazione collettiva, la società si purifica, elimina, vorrebbe eliminare le impurità, tutto quel che è sgradevole, financo nel linguaggio, e combatte i rischi, cioè non più la malattia, bensì la possibilità stessa di ammalarsi, di morire (ma poi, in realtà, si tratta solo di alcuni rischi, quelli che si vedono; le malattie, le morti che si possono nascondere non fanno nessun problema, e anzi si moltiplicano: i profughi che affogano in mare, i milioni di bambini dei paesi lontani travolti dalla fame&#8230;) È ineluttabile, si dice, è il progresso del mondo, ma questo progresso, questo <em>ineluttabile</em>,<em> ha una forte somiglianza di famiglia con il fascismo</em>, che sempre si nutre della <em>miseria senza riscatto</em>. Ma poi, perché ineluttabile? Il progresso è veramente unico e sempre socialmente utile? (La bomba atomica, ad esempio, è un progresso?) È ineluttabile? Non è piuttosto il frutto di scelte e dunque <em>uno dei tanti possibili</em>? Ed ecco – ed è dal mio punto di vista, per la mia storia, una delle cose più importanti e dolorose del libro: <em>notabile&#8230; la passività, l’acquiescenza, l’entusiasmo addirittura con cui l’impianto mentale illuminista e poi marxista ha accolto ed accoglie, del tutto acriticamente, ogni innovazione o novità tecnologica, anzi è fiero di mettersi in paro, al passo dei tempi&#8230; </em>(Breve, doverosa precisazione: questo benessere da schiavi dentro il quale prosperiamo nelle nostre società, ipnotizzati innanzitutto dalle presunte comodità e praticità che ci fornisce – e che sono oggi, più del pugno di ferro, le vere armi di governo, del potere! –, si fonda sullo schiavismo miserabile ed esplicito dentro il quale vive l’umanità al di là della nostra vista, o quasi, fatto di miniere, sfruttamento concreto, anche di minorenni, migrazioni, fuga dalla fame e dalle guerre&#8230; Questa è forse, da un certo punto di vista, l’epoca più schiava della storia umana!)</p>
<p>Tale fenomeno<em> ha tendenza globale</em>: la democrazia non sembra di fatto sempre più fragile? sempre più difficilmente conciliabile con il progetto di dominio totale del capitalismo nella sua ultima versione? E forse ancor più che di fascismo si dovrebbe parlare di totalitarismo, sottolineando tuttavia che si tratta d’un totalitarismo affatto nuovo: per la prima volta nella storia dell&#8217;umanità, i controllati, gli oppressi offrono volontariamente a invisibili controllori e oppressori le chiavi della loro cella, e per di più pensando di affermare la propria libertà. Tanti sono i modi per raccontarlo. In un articolo di pochi mesi fa sulla Germania di ieri e di oggi (Corriere della Sera, 04/08/2020), Claudio Magris – che certo non è uso ai toni apocalittici alla Giorgio Agamben – rileva che <em>al posto del Grande Fratello del famoso romanzo di Orwell, 1984, sembra esserci, anche e soprattutto nelle mentalità, un impersonale termitaio, in cui la singola termite non obbedisce a un Capo supremo, ma fa quello che deve né può né sa fare altro. Obbedire senza sapere di obbedire né a chi obbedire&#8230;  </em>Morelli si riferisce alla <em>competenza senza comprensione </em>della psicologia cognitiva, e aggiunge: <em>come</em> <em> nei formicai &#8230;, in cui tutti agiscono ma senza sapere bene perché</em>! Chi difende le meraviglie del mondo virtuale sottolinea sempre come i dati  raccolti da Google, Facebook e compagnia, lo siano unicamente in modo anonimo e a fini pubblicitari: ma tutti sappiamo che non è vero e che, come si è già detto, ci sono continue sbandate, falle, che fanno pensare con terrore a cosa succederebbe se un potere completamente totalitario si affermasse. E soprattutto, come si anticipava sopra, il vero problema è altrove, è radicale, <em>in sé</em>, sta nel fatto che la stessa pubblicità e il sistema di commercio e consumo che implica <em>sono già</em> una sofisticata forma di controllo, sono lo strumento che ha permesso l&#8217;affermazione del capitalismo totale, la <em>colla</em>, che <em>è già</em>, pienamente, totalitarismo. E anche, si diceva, alienazione: che diventa ancora più radicale, <em>totale</em>, se si considera l’assoluta mancanza di nesso tra l’attività virtuale, quel che inconsapevolmente produciamo, e la nostra, sempre più impalpabile, implicazione reale&#8230; Galleggiamo, scivoliamo: da quando? Un po’ come si scivola dentro le droghe apparentemente lente e in realtà potenti, come l’oppio, che uno si chiede: ma quando arriva? ma quando arriva? perché tutto sembra sostanzialmente uguale, e a un certo punto, per via di un qualunque toc toc della realtà esterna, ci si rende conto di esserci dentro fino al collo già da un pezzo, aspettiamo cambiamenti sconvolgenti, dentro i quali in realtà già viviamo –  più o meno inconsapevoli, sino a quando, inatteso, si produce un evento rivelatore, per esempio una pandemia&#8230;</p>
<p>La parola – e lo stesso vale per le immagini – in linea con questo mutamento diventa frenetica, perché la frenesia, cioè il tempo monetizzato, ridotto a profitto (chi prima arriva&#8230;) governa il mondo: dev’essere immediata e compulsiva. Il problema allora non è Facebook come settore del mondo, ma la facebookizzazione del mondo, l’affermarsi di una vera e propria nuova civiltà, in cui si rimane impigliati anche se, poniamo, scegliamo di restar fuori dai social. Questo nuovo mondo si fonda sulla velocità e sul <em>reagire</em> al posto del <em>pensare </em>(nel tempo <em>informatico </em>azione e reazione sono idealmente sovrapposte), cioè sulla pillola immediata, la parola proiettile, la parola che funziona, colpisce come un’immagine, sempre fondata sul meccanismo narcisista, di un narcisismo primario, del selfie, che sia del proprio volto, di una scena della propria vita (cioè direttamente immagine) o appunto del proprio pensiero-pillola, che semplicemente chiede la conferma-applauso, quando non si tratti all’opposto – ma il meccanismo è identico – dell&#8217;insulto in alternativa al like, o ancora delle improvvise focose e inutili polemiche in cui ognuno ascolta solo se stesso, per una comunicazione fintamente totale che, con l&#8217;illusione di rendere tutti facilmente partecipi del &#8220;sapere&#8221;, si rivela in realtà uno straordinario terreno per rendere indistinguibili il vero e il falso, oramai trattati alla stregua di opinioni: e nel fiume perenne di parole e immagini l’opinione, nel momento stesso in cui si manifesta, diventa di per sé vera. Il che significa, in termini filosofici, che è il falso a trionfare: concretamente, del resto, i social sono strutturalmente propizi al propagarsi delle idee più balorde, pericolose, fascisteggianti – la paura e l’odio, ridotti a slogan, ci viaggiano più agevolmente che la libertà e la complessità, che è sempre esclusa. Ma c’è di più: la dematerializzazione della parola-indelebile-sul-web ha confuso la distinzione fra orale e scritto, ha oralizzato, banalizzato lo scritto e anche, reciprocamente, tolto forza all’orale, dissolvendo nell’uno e nell’altro le opposte ma complementari sacralità, che si confrontano e si completano sin dall’antichità greca ed ebraica. Lo scritto di Internet ha il ritmo continuo e facile della parola alata, ma senza averne la divina incontenibilità, la capacità di perdersi, di poter essere dimenticato per restare per sempre, perché pur volando si fa pietra e tutto, anche l’intima chiacchiera fra amici, la battuta estemporanea, lo sbuffo di un momento, lo sfogo, persino il discorsetto apparentemente articolato magari intelligente ma comunque sempre veloce e <em>bello e fatto</em>, è rivolto potenzialmente al mondo intero, in un flusso ininterrotto, compulsivamente conservato, in cui tutte le vacche diventano, di fatto, nere: in Rete, come in un incubo, siamo condannati alla traccia, a ricordare, a non poter dimenticare – Facebook addirittura ricorda per noi i nostri ricordi, anche pubblicizzando, cioè distruggendo, il nostro privato: le nostre trippe, i brandelli esposti della nostra anima stanno per sempre al balcone, mostruosamente eterni, in una condivisione di facciata che nasconde, subito dietro, la più devastante solitudine&#8230; Viceversa, a questo scritto volatile manca la possibilità di essere appallottolato, selezionato, filtrato, e soprattutto la profondità, la feconda lentezza della traccia su carta, che solo riesce a viaggiare attraverso il tempo, aspirando alla perennità composta dell’arte – che cosa resta, allora, del canone letterario?</p>
<p>Per altro, il cambiamento è talmente largo, profondo, da avere oramai implicazioni persino biologiche, nel senso che ha modificato, soprattutto per le generazioni del terzo millennio, le nostre capacità cognitive. Certo – si obietterà giustamente – tutta la storia delle grandi invenzioni è caratterizzata da profondi mutamenti fisiologici, e dai connessi adattamenti, sempre successivi, dell’umanità: basti pensare, ad esempio, proprio al passaggio dall’oralità alla scrittura, con la conseguente modificazione delle nostre capacità mnemotecniche. D’altro canto, da sempre, importanti settori dell’umanità diffidano di quei cambiamenti, e si voltano indietro, opponendo all’<em>orrido</em> presente un <em>luminoso</em> passato: quest’avvitamento di cambiamento e resistenza nostalgica è in certo senso la caratteristica stessa della cultura. Solo che ora il mutamento è talmente compresso nel tempo da assomigliare più a un terremoto che a un cambiamento: è come se il tempo esteriore fosse diventato più veloce del tempo interiore, della coscienza, invertendo, per la prima volta nella storia, quel che contraddistingue il nostro esser <em>umani</em>; un nuovo mondo fittizio, in cui le distanze, di spazio come di tempo, sono state subdolamente annullate (tutto è sempre a portata di clic) e che – nel nostro quotidiano – si sovrappone, persino soppianta quello reale, manda in tilt la nostra capacità di elaborazione, con conseguenze imprevedibili. Già da diversi anni, del resto, constatiamo che questa nostra società, ossessionata dal controllo di tutto e di tutti, non controlla praticamente più nulla, tranne i desideri manipolati delle persone: cavalca una macchina che corre sempre più rapida, al di fuori di qualunque progetto che non sia quello immediato del profitto o, in questo contesto è lo stesso, della velocità. Orizzonte totalitario, in cui <em>la letteratura</em> – quel che più interessa lo scrittore Morelli – <em>da disfunzione diventa una funzione, come</em> appunto <em>sempre avviene nelle dittature</em>: è prodotto fra prodotti, secondo un’unica legge da supermercato<em>.</em> (Divagazione, o forse no: intrecciare la storia del “progresso” umano con la crescita  demografica esponenziale. Qualche centinaia di migliaia di individui diecimila anni fa, all’inizio della rivoluzione neolitica. Oltre il miliardo e mezzo all’inizio del secolo scorso; oltre i due miliardi e mezzo all’inizio degli anni Cinquanta; vicino ai sette miliardi e mezzo oggi: possiamo adeguarci a una tale esplosione? Come?)</p>
<p>È la vita stessa, si dice tuttavia, sembrandoci sempre di più che non si possa vivere che così. E ci avvitiamo ancora un po’, magari cercando di salvare questo o quell’aspetto positivo del nuovo impero. Ma Morelli insiste: <em>non è solo il rovescio, è la medaglia tutta che è falsa. </em>A suo sostegno, occorre allora ricordare che questo non è <em>il </em>progresso, è <em>un </em>progresso possibile, la conseguenza – e il motore! – di un sistema socio-economico planetario volto allo sfruttamento senza limiti (dell’uomo come della natura), e fondato sull’alienazione, e che come tutti i sistemi è destinato a finire. Insomma, resistere e cambiare è possibile, immaginando, progettando altri usi della tecnologia.</p>
<p>In questa direzione, in questo contesto, prendono forma gli esercizi di <em>addestramento etico</em>  proposti dal libro, tutti espressione di un’originale <em>decrescita</em>, non politica, collettiva, ma personale, mentale, quasi meditante: imparare a fermarsi, a uscire dalla <em>frenesia </em>mortale, a potenziare la nostra capacità di attenzione, a promuovere attività che non abbiano nessun secondo fine, che siano cioè fine a se stesse, integralmente, veramente gratuite (eccolo, appunto, il centro di ogni vera etica), perché finalmente <em>l’intelligenza torni a essere una qualità morale</em>. Questo è del resto il cuore della nostra civiltà, sin dalla prima (non escatologica) prospettiva biblica: perseguire il bene perché è bene, non aspettando una qualche ricompensa futura, perché la ricompensa sta nello stesso <em>farlo</em>, interamente nel nostro presente terrestre (anche gli antichi Greci, sia pur con un diverso itinerario, si sono affermati al di fuori di un orizzonte escatologico).</p>
<p><em>Pieno di merito, tuttavia poeticamente, abita l’uomo su questa Terra</em>, dice un famoso verso di Hölderlin: questo <em>doch dichterisch </em>(il<em> tuttavia poetico</em>, appunto) potremmo anche declinarlo come <em>un’arte del fallimento</em>. È significativamente il titolo della seconda parte del libro che, non a caso, corrisponde alla <em>decrescita </em>evocata dalla prima: ora, concretamente, ci si prepara a combattere, e per questo bisogna cercare, consolidare <em>la postura del guerriero. </em>Ma di nuovo, attenzione: questa guerra non è una rivoluzione collettiva, politica – d’altronde, come ribellarsi collettivamente alla materia gassosa che permea le nostre stesse esistenze? –  è un’avventura individuale volta alla riconquista della nostra vera natura, che è la transitorietà insieme alla sua consapevolezza, e alla liberazione della nostra capacità di fantasticare, come alternativa all’illusione di poter controllare tutto nei limiti di un mondo in cui lo smisurato virtuale, o se vogliamo il fittizio, ha soffocato la fantasia. Il libro si trasforma allora in un curioso, praticissimo manuale di filosofia-meditazione corporale prima ancora che intellettuale – ma è proprio l’intelligenza che deve corporeizzarsi – il cui uso permette di disintossicarci, di scrollarci di dosso il falso confort con cui ci ha ipnotizzato il capitalismo digitale: la materia gassosa, appunto, la colla&#8230; Non parole, fatti, perché non si tratta “di dire di no, ma di fare di no” (F. O’Connor), con un addestramento duro, guidati da uno strano matrimonio fra pensatori, a diverso titolo, nostri – da Kierkegaard a Einstein, da Keynes a Leopardi&#8230; – e pensatori orientali, in particolare cinesi, per lo più di tradizione taoista. Sì, un praticissimo manualetto, difficile da commentare, com’è difficile da commentare, che so, una scheda di istruzioni per montare un mobile (del resto, proprio come in in manuale, ognuno dei dieci capitoletti di questa seconda parte è introdotto da stilizzati disegni orientaleggianti – opera di Carlo Bordone – che sembrano anticipare una posizione dell’intero corpo o degli occhi). Vi si alternano, con funzione di <em>stratagemmi</em>, disquisizioni etimologiche sull’origine di questa o quella parola (esempio: meditare, mederi, riflettere per curare, la stessa radice di medico)  e vere e proprio <em>bastonate</em> (esempio: per combattere bisogna rinunciare all’esercizio della forza, che è proprio degli oppressori), che ricordano quelle assennate da Pai Mei alla Sposa Uma Thurman, in Kill Bill, o più semplicemente quelle di un Maestro zen. Perché ora l’insegnamento si è fatto anche, anzi, innanzitutto corporeo: la <em>postura </em>è – molto concretamente – un posizionarsi delle gambe, delle braccia, soprattutto della respirazione, che decongestioni il cervello e lasci la mente libera di (di)vagare: cioè di diventare assolutamente attenta, riapprendendo come stare al mondo, indipendente. Può sembrare presuntuoso, e invece sono modesti accorgimenti, di cui può cercare di appropriarsi chiunque voglia tentare di disipnotizzarsi dall’incantamento del progressismo virtuale.</p>
<p>Valga come esempio di tale modestia la terza parte – nota bene: ogni parte più che continuare quel che precede lo riformula, lo ribadisce con un altro itinerario – che contiene la madre di tutti gli stratagemmi (non si dimentichi che per l’autore, scrittore, la letteratura è il cuore pulsante del mondo): <em>l’arte della viva voce</em>, e cioè, concretamente, <em>alcuni suggerimenti pratici per la lettura ad alta voce dei testi letterari </em>– con una premessa in cui si ricorda il<em> lato epico della verità </em>che solo si rivela nell’oralità (<em>Narrami o diva del divino Achille&#8230;</em>), insieme alla predisposizione primordiale dell’uomo ad accogliere racconti (ricordo improvviso di una frase di Karen Blixen, che sembra riassumere tutto il libro: <em>si sono raccontate storie da quando esiste il linguaggio e senza storie la nostra specie si sarebbe estinta, come si sarebbe estinta senz’acqua</em>&#8230;). Anche potremmo parlare, in questa forma di narrazione sociale (si legge almeno per un’altra persona), dello sbocciare della fantasia. Ma ecco: <em>sembra &#8230; che il mondo nuovo che si va instaurando abbia due nemici giurati: l’esperienza diretta&#8230; e la fantasia quando ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue della letteratura. </em>Bisogna riaffermare questa primordiale necessità umana e riafferrarne, e trasmetterne, le tecniche, che riguardano la voce, la capacità di narrare, ma anche l’orecchio, l’interna capacità di ascoltare: i venti suggerimenti che seguono, molti dei quali ‘meramente’ tecnici, corporali (in particolare sul come impostare, organizzare, vivere il respiro), mirano a liberare entrambe, insieme liberando la nostra capacità di immaginare, comprendere il mondo. Con un ventunesimo suggerimento che non è scritto ma che è implicito in tutti gli altri: la narrazione dovrà prodursi in presenza, non virtualmente. Così, con l’apporto di tutto quel che è stato costruito nelle precedenti pagine del libro, emerge infine una sorta d’itinerante guerriero-aedo che mescola insieme il candore lucente dell’Idiota di Dostoevskij e la disincantata lentezza dell’Oblomov di Gončarov con la determinazione del più impassibile dei samurai, e che in ogni caso, pur impegnandosi con spasmodica serietà nella sua battaglia, non si prende mai sul serio. (Sono a mio avviso, quelle delle terza parte, le otto pagine più forti, belle di tutto il libro, e anche no: perché ce n’è una quarta&#8230; Ed è forse questa la caratteristica principale di questo testo ostico e leggero: è come se il senso si liberasse, anche esteticamente, e si facesse sempre più chiaro avanzando verso la conclusione.)</p>
<p>E tuttavia uscire completamente dalle panie ipnotiche dell’impero digitale sembra impossibile, intrappolati come siamo in un diabolico circolo vizioso: anche per scrivere e rendere pubbliche queste parole, del resto, passerò per google e social. Eppure la strada è quella, anche se aspra e lenta: far conoscere a chi lo ignora come il <em>mondo nuovo</em>, cioè il capitalismo della sorveglianza, si fondi sornionamente sull’ingabbiamento progressivo delle nostre umane libertà, moltiplicando a diversi livelli disperazione e miseria; cercare, individualmente e collettivamente – insieme a coloro che già hanno privilegiato la più scomoda, inquieta via del mondo reale – di sottrarsene, nella misura del possibile, un po’ come ci si sottrae alla dipendenza da una droga o, più concretamente, alle più sciagurate scelte antiecologiche (del resto lo scempio contro la natura e la decorporeizzazione delle nostre vite sono fra loro complementari). Innanzitutto, evitando i luoghi di scambio virtuale più infetti (facebook in testa&#8230;); quindi e soprattutto opponendo agli spazi virtuali, nuovi spazi reali, aperti, fatti di incontri concreti, di carezze, di sguardi, di chiacchiere e discussioni (ricordate le piazze? le bandiere? i cortili o i prati dove giocano a palla i bambini, i ragazzi? le milonghe? I circoli di incontri e lettura? dove la letteratura, appunto, è concretamente vissuta e scambiata, condivisa, trasmessa). Altro che tornare indietro: si tratta di andare avanti e ritrovare il pieno senso del progetto umanità.</p>
<p>Il libro è stato pensato prima della pandemia, ma proprio adesso – i libri veri sanno reiventarsi nel tempo – assume un valore particolare. Il virus infatti, ben oltre l’aspetto sanitario, ha messo a nudo, rinforzandola, la devastazione, la fragilità proprie della nostra società già da molti anni; anche, la sua totale mancanza di progetto – basta guardare i giornali, che oramai non possono andare più in là del computo dei contagi o delle vaccinazioni  giorno per giorno, eccezion fatta per qualche lampo sui colpi che le diverse forme di terrore assestano alle nostre sempre più fragili democrazie: quest’impossibilità di guardare in avanti, socialmente e psicologicamente, non è più subdola, devastante dello stesso rischio di ammalarsi&#8230;? Ed ecco: tutto ciò ha dato un impulso formidabile – era ovvio, è stato persino utile, a tratti –  ai potenti mezzi numerici, dall’home working ai lanci dei libri su zoom sino agli skype con gli amici&#8230; Anzi, le tesi degli entusiasti del digitale e del capitalismo (oggi è lo stesso), quelli che da tempo spingono perché il più possibile delle attività lavorative e d’insegnamento si svolgano da casa (immaginate il risparmio, cioè il profitto che questo comporta&#8230;), sembrano aver fatto un importante balzo in avanti. (Mi limito a evocare il discorso complesso, per cui ci vorrebbe una riflessione a parte, del balzo in avanti fatto, sia pur <em>a fin di bene</em>, dal tracciamento e dalla schedatura virtuali della popolazione&#8230;) Eppure, con i mesi che passano, sempre di più, anche fra i giovani, ci si accorge finalmente della desolante <em>solitudine accompagnata</em> del virtuale, della malsana vanità della spirale del <em>più veloce, più veloce</em>, di un lavoro che il “distanziamento sociale” – formula mostruosa che annuncia una mostruosa visione di mondo – ha ridotto a sfruttamento puro, spogliato di qualunque umanità, e si riscopre la necessità di un mondo fatto di abbracci e di scambi reali, di una conoscenza lenta, non frenetica, che insieme alla mente mobiliti il corpo, e che solo può aspirare a diventare più libero e giusto&#8230; Una falla, paradossalmente, si sta aprendo nel perfetto mondo numerizzato, e nuovi orizzonti sono possibili. Bisogna cominciare a percorrerli.</p>
<p>Con urgenza, con determinazione, ma anche con pazienza, con calma, senza mai prendersi sul serio. È quello che predicano il <em>Dao De Jing </em>e lo <em>Zhuang Zi</em>, antichi testi taoisti, che con quattro brevi splendenti stralci in traduzione e con testo a fronte (non per snobismo, ma a ricordarci luminosamente quanto sia vasto il mondo che ci appartiene, a tutti) formano soprendentemente la quarta e ultima parte del libro. Sorprendentemente, e subito necessariamente, beneficamente: nutrono, con la loro arte del distacco, la nostra capacità di ingaggiarci in una battaglia estremamente difficoltosa.</p>
<p>p.s. (per chi è arrivato sino in fondo) Ah, già, come mai di questo libretto prezioso non parla quasi nessuno? Perché quelli che dovrebbero parlarne, i manovratori delle parola critica, pubblica, sono quasi sempre tranquillamente, più o meno felicemente, accomodati, dondolati nell’ipnosi del mondo nuovo, di cui comunque non avvertono il pericolo&#8230; Spesso invece avvertono quello del nuovo capitalismo illimitato, sempre più irreversibilmente autoritario e ecocida: eppure, per combatterlo, bisogna proprio cominciare con lo smontare l’incantamento digitale che lo tiene in vita.</p>
<p><em>(Ringrazio Daniele Garritano, cui devo fra altre le “giovani” letture italiane qui evocate, anche per gli scambi che da diversi anni abbiamo su questi temi)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: del libro di Paolo Morelli &#8220;La postura del guerriero: Addestramento etico e altre modeste proposte&#8221; (Sossella, 2020), attorno al quale si dipanano i lucidissimi ragionamenti di Giuseppe Samonà, Nazione Indiana ha pubblicato in passato un frammento: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/la-postura/">qui</a></em></p>
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		<title>La postura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/la-postura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[La postura]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Sossella Editore]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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<p>La formula della cosiddetta decrescita felice sembra passata di moda, se mai lo è stata. Si presenta ogni volta e si arena immediatamente sulla spiaggia delle buone intenzioni, calmierante, da ricchi. Si capisce subito che si basa sugli stessi presupposti che hanno creato la deriva in atto, un ulteriore affinamento del sapere tecnologico ad esempio che presuppone ulteriori sfruttamenti di uomini e cose, messo al servizio di una maggiore ‘facilità’, benessere, comodità o supposta semplificazione della vita. Per ogni sogno che si avvera per il mondo di qua, tipo l’auspicabile mobilità elettrica, si apre un nuovo incubo nel mondo di là, fatto di miniere, terre devastate, altre sofferenze, carestie, malattie, sfruttamento, migrazioni etc. etc. Sofferenze che poi ritornano. È la assai ragionevole ultima spiaggia di un pensiero esausto. Dopo c’è il nulla, finalmente ci si può rilassare, affidandosi all’ineluttabile.<br />
Tuttavia una certa sostenibilità, o sopportabilità sia ambientale che mentale dovrà pur esserci, perfino dando per scontato l’ineluttabile. Una forma di resistenza diciamo cosí, giacché l’ineluttabile prende qui la parvenza di qualcosa sì di nuovo, ma con una forte somiglianza di famiglia col fascismo, e in piú con una caratteristica assai stimolante: ha tendenza globale. E noi ben sappiamo che la riuscita di ogni avvenimento che abbia una forte somiglianza col fascismo abbisogna per svilupparsi di un terreno di miseria, non povertà che può essere dignitosa, può essere perfino un buon affare, ma proprio una miseria senza riscatto. In primo luogo certo quella dei mezzi di sussistenza, esiste però anche la prospettiva concreta di un detrimento dell’intelligenza con una forte somiglianza di famiglia con la miseria piú nera.<br />
E, naturalmente o quasi, qualsiasi catastrofe o emergenza di quelle che sembrano attenderci nel futuro non potrà che peggiorare le cose, ogni volta di un grado o più.<br />
Il dato di fatto da cui partire è che il mutamento in atto è di quelli epocali nel senso pieno della parola, il cui esito può essere esiziale appunto, oppure una occasione per tutto quello che abbiamo fin qui chiamato umanità. Una di quelle fasi eccezionali nella storia dell’uomo in cui la scelta fin troppo radicale potrebbe formularsi come bestializzazione/mutazione, tenendo ben fermo il fatto che oggi ogni conflitto pare si sia interiorizzato.<br />
In un presente che ci appare sempre più insensato, senza tempo né progetto, policentrico e soprattutto, checché se ne dica, senza un vero controllo da parte di alcuno, in un campo di azione in cui il vero non possiede piú alcun privilegio sul falso ed è quindi destinato a soccombere, a sparire dalla faccia della terra ed essere sostituito dalla legge spuria del basso istinto, la critica, è ovvio, non dovrebbe provare ad essere altro che radicale; la direzione, come <em>ultima ratio</em> certo, non può essere altra che verso le basi, all’essenziale, liberandosi in prima istanza da un intralcio che a fatica definiamo umanista, vale a dire una fiducia mal messa sulla capacità umana di controllare i cambiamenti non solo antropologici ma addirittura biologici offerti dalle tecnologie da essa stessa create. Non è mai stato vero, dalla ruota in poi, basti pensare alla perdita delle capacità mnemoniche seguito all’invenzione della scrittura ad esempio, giacché ogni strumento inventato o utilizzato, lo affermano i paleoneurobiologi, non può che finire per alterare la nostra organizzazione cerebrale. “È curioso che l’uomo occidentale non abbia mai considerato una nuova invenzione come una minaccia al suo sistema di vita”, avvertiva il visionario McLuhan già nel 1964, e già ritenendo quanto l’attributo di occidentale sarebbe divenuto superfluo. Eppure lo sentiamo dire ogni giorno che tutto dipende da come le si usa, e vale per le armi come per le tecnologie. In questo nostro caso odierno poi è la potenza invasiva del sistema nervoso centrale cui sono abilitate le nuove strumentazioni, con una velocità di esecuzione e uno schiacciamento temporale mai visto nei millenni ad aver creato le condizioni, alle prese con un atteggiamento della mente che le usa, che crede di usarle, palesemente inadeguato.<br />
Molto ma molto piú insomma di un semplice cambiamento di prospettiva come ce ne sono stati miliardi da quando c’è aria, quasi un terremoto, un ribaltamento per le nostre modalità cognitive.<br />
Una volta liberati da tale presunzione lesiva del nostro buon nome di esseri pensanti non potremo più dubitare di quale sia la fonte del mancato privilegio di un vero qualunque nei riguardi del falso, la causa almeno principale per cui nessun vero si distingue ormai dal falso: un modo di ragionare che non funziona più, al cospetto dei mutamenti in atto.<br />
Stiamo entrando infatti, non proprio a passo danza, nella pazzia all’epoca della sua riproducibilità tecnica. Se il vero ha sempre avuto difficoltà a farsi credere, la menzogna e la pazzia, o ancor peggio forse la mera stupidità si sa quanto siano incontrollabili e moltiplicabili con facilità. Oggi approfittano di possibilità immense. Non si vede perché non dovrebbero riprodursi a dismisura come gli altri nostri messaggi, ma con maggiore efficacia penetrativa. Non si vede perché assieme ai forum e agli appelli per la pace la base di diffusione pressoché illimitata non debba favorire pure il proselitismo dei tagliagole o la brutalità da salotto dei frustrati di cui è pieno il mondo. O che la condivisione social non possa essere viatico per emulazione dell’idiozia stragista, giacché la violenza come gioco narcisistico non soltanto è pericolosa ma inarrestabile. O che, infine, lo stato turpe di “solidarietà negativa” (Hannah Arendt) non possa essere amplificato dalla comunicazione digitale. Non è solo il rovescio della medaglia, è la medaglia tutta che è falsa. Ecco che il vero sta diventando delinquenziale, o almeno quello che è stato selezionato per vero dalla società che ci ospita. Ecco che siamo in grado di apprezzare solo il finto, l’edulcorato, l’artificioso, il complicato e ci danno fastidio non solo le cose autentiche e le più semplici ma anche quelle ricche di complessità. Non abbiamo altra chance che prenderne coscienza.<br />
Eccoci quindi all’<em>ultima ratio</em> che si trasforma in buona occasione: mai come ora può apparire chiaro come la totale esperienza del mondo dipenda dall’orientamento della mente. Ad esempio, l’ambiente mentale e umano mutato dall’invasività delle tecnologie, le condizioni percettive e cognitive del tutto nuove, rendono improvvisamente inattuale e inadatta la concezione finora dominante, quella che tende a contrapporre il tempo autentico, il tempo interiore della coscienza al tempo esteriore del mondo. E se il tempo interiore ha consentito la costituzione del concetto di coscienza individuale come luogo di emancipazione, ha anche determinato la riduzione dell’esperienza al momento della coscienza, rimuovendo gli elementi dell’inconscio come il nostro ‘essere nel mondo’ corporeo.<br />
Dalla smaterializzazione delle esperienze e dell’esistente, con susseguente estetizzazione (l’allontanamento delle cose ritenute sgradevoli è corroborato in prima istanza dall’instaurazione del linguaggio corretto: non-vedente per cieco, ‘interrogatorio intensificato’ al posto di tortura…; viatico poi per un ulteriore passo dell’addio al buon senso: che so, il cambio del finale alla <em>Carmen</em> di Bizet per femminicidio com’è successo tempo fa al Maggio Musicale Fiorentino, o magari preparando il terreno con notizie che non si può sapere quanto siano false, tipo quella del blocco alla Sorbona de <em>Le Supplici</em> di Eschilo per razzismo), all’esilio del dalle attività della conoscenza, all’esilio dalla vita in definitiva. Altro esempio, facciamo i conti con un progressivo restringimento della nostra prospettiva dovuto a molte ragioni, e una è certamente l’ansia forzosa da presentificazione come un effetto collaterale dell’irriducibilità del nostro tempo psichico con quello informatico che tende, anzi pretende, la simultaneità di azione e reazione.<br />
Ora che all’intelligenza per millenni considerata la più evoluta, quella ‘sequenziale’, si sostituisce quella ‘simultanea’ caratterizzata dalla capacità di trattare allo stesso tempo più informazioni senza però essere in grado di stabilire una successione o gerarchia o ordine, ecco come si impoverisce il pensiero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sarebbe un insulto ai saggi definirlo un saggio. Comunque sia, tratta (prova a trattare) della necessità, per me urgente anzi imprescindibile di un addestramento, per riacquistare lo spirito critico che ognuno crede fortemente di avere e invece perde a fronte dei mutamenti percettivi e cognitivi, per lo più senza accorgersene.</em><br />
<em>Sto cercando di spiegarlo in poche (64) parole, ma è più sghembo di così.</em><br />
<em>Poi però ci sono i disegni originali di Carlo Bordone, allora le parole diventano settantanove.</em></p>
<p style="padding-left: 630px;">P.M.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il testo di Paolo Morelli fa farte della raccolta &#8220;La postura del guerriero&#8221;, pubblicato recentemente da Sossella, che ha gentilmente concesso il permesso di riportarlo qui</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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