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	<title>Paolo Musìo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pandemia: lo Stato dell&#8217;Arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 12:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Gobetti]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Musìo]]></category>
		<category><![CDATA[teatro e pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un&#8217;idea di teatro di Marco Gobetti con E-Loquenze di Paolo Musio &#160; &#160; &#160; Cosa ho sognato, stanotte? Ormai lo ricordo solo a sprazzi, speriamo che serva comunque a qualcosa. Quello che è certo è che nel sogno il nuovo DPCM, per fortuna, entrava in vigore il mattino dopo e io, quel mattino stesso, cercavo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="">
<div class="_1mf _1mj">
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-84552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/600x337_gettyimages-3363964-300x169.jpg" alt="" width="432" height="255" /></p>
<p><strong>Un&#8217;idea di teatro</strong></p>
<p>di <strong>Marco Gobetti</strong></p>
<p>con<strong> E-Loquenze</strong></p>
<p>di <strong>Paolo Musio</strong></p>
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<p>Cosa ho sognato, stanotte? Ormai lo ricordo solo a sprazzi, speriamo che serva comunque a qualcosa. Quello che è certo è che nel sogno il nuovo DPCM, per fortuna, entrava in vigore il mattino dopo e io, quel mattino stesso, cercavo al volo il nuovo modulo di autocertificazione su internet e lo compilavo con il primo indirizzo utile a muovermi al di fuori delle precedenti possibilità. Generalità e indirizzo dei miei genitori: Cimitero Comunale, Viale San Giacomo, cap…, città…, provincia (non do, qui, i dettagli precisi). Infilo l’autocertificazione in “Dei Sepolcri” di Ugo Foscolo – credo per dare maggiore credibilità a quanto dichiarato, i sogni son strani, si sa – e salto in macchina. Neanche un chilometro e trovo un posto di blocco dei carabinieri: mi fermano. Consegno “Dei Sepolcri” con modulo incluso: non l’avessi mai fatto! Uno dei due lo prende per una minaccia di morte e mi ficca sotto il naso la canna della mitraglietta; il profumo è inconfondibile: cioccolato fondente 70% al peperoncino. Addento, succhio e lecco la canna sino a distruggere la camera di scoppio. In mano al militare restano manico e otturatore, è basito. Il secondo militare, nel frattempo, aveva estratto la pistola d’ordinanza e saltellava dietro al collega cercando la giusta angolatura per spararmi senza farlo secco; io ingrano la marcia e parto sgommando. Dal finestrino lo vedo dilatare le gambe, puntare e sparare; ma la pistola, probabilmente tenuta in mano troppo a lungo e surriscaldata oltre misura (capita), gli esplode in mano; prima di dileguarmi scorgo chiaramente il volto del carabiniere farsi nero di cioccolato liquefatto. Salto la visita dai congiunti al cimitero per dire cosa è successo dopo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Semi, spore, propaguli</h2>
<p><iframe loading="lazy" title="SEMI, SPORE, PROPAGULI" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/7g0UvOvMsFg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Appena tornato in macchina vado sul web dal cellulare (volevo appunto chiarimenti sul significato del termine “congiunto”, metti mai che bastasse avere toccato, o dato la mano in passato a qualcuno, per potere compilare un’altra autocertificazione) e trovo la rete impazzita: incredibilmente, la presa di posizione della CEI, che ora denuncia addirittura la violazione della libertà di culto, pare avere risvegliato nella cittadinanza la coscienza di tutte le altre libertà violate… Intere categorie di lavoratori e cittadini si domandano perché per produrre “cose” e garantire il PIL, doverosamente protetti, si possa andare ovunque e perché non sia possibile praticare, doverosamente protetti, qualunque altra attività che faccia capo a imprescindibili – o addirittura inalienabili – diritti costituzionali. Tutti paiono avere dimenticato l’invito del Presidente a rimanere cittadini perbene. Tutti, a doverosa distanza di sicurezza e ben mascherati – dunque assai poco identificabili – scendono in piazza, in quantità tali che risulta difficile fare contravvenzioni o controllare le autocertificazioni; alle forze dell’ordine saltano così i nervi ovunque e i militari, nel tentativo di sparare sulla folla, si imbrattano rovinosamente il volto di cioccolato impugnato troppo a lungo.</p>
<p>Nel frattempo – ascolto ora dalla radio, partendo – nascono persino rivendicazioni da parte di categorie di lavoratori escluse da ogni considerazione nel discorso serale del Presidente; sento di miei colleghi attori che si sono riversati in strada a protestare e si dichiarano pronti a recitare anche sulle piazze, dove è più facile garantire le distanze di sicurezza, basta che il Governo o chicchessia garantisca un cachet. La confusione è tanta… Ma, parallelamente, pare si verifichi almeno un blackout totale dello streaming teatrale gratis et amore Dei: pare si siano tutti accorti che lo streaming suggerisce malsani pensieri in un Ministro della Repubblica, il quale comincia a scambiare i teatranti per gioiosi pauperisti, mecenati di sé stessi votati all’intrattenimento di cittadini perbene. Così, almeno, gracchia una radio libera… e allora imbocco uno svincolo e sfreccio verso la prima grande città che mi capita a tiro: voglio scendere in piazza mascherato. Anch’io. Chissà mai che serva a qualcosa. E, soprattutto, la protesta enorme e pacifica è confortata dalla natura ormai mangereccia delle armi che, sciolte come neve al sole, servono solo più a imbrattare le mani e il viso di chi tutela la sicurezza nazionale.</p>
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<p>La protesta aumenta: mi perdonerete se, nel sogno, mi sono concentrato sulla categoria che mi riguarda, ma vi assicuro che – da ciò che leggevo online, giunto in città e sceso dalla macchina – la rivolta stava investendo ogni ambito sociale.</p>
<p>Ecco, accade ora che le richieste dei teatranti abbiano risposte immediate: i sogni sono strani, si sa. Ma effettivamente stava succedendo qualcosa di incredibile, che non poteva non sensibilizzare l’intera classe dirigente e quella datoriale, imprese teatrali private e teatri stabili inclusi: migliaia di teatranti (attori, tecnici, sarte, direttori di scena ecc.) – molti di loro autori delle discussioni e dei gruppi nati online in occasione dell’emergenza epidemica – si erano, in poche ore, iscritti in massa ai sindacati di categoria; pare avessero capito che tale mossa poteva servire ad aumentare la rappresentatività del sindacato e, conseguentemente, la sua autorevolezza nei confronti delle categorie produttive e del governo; e che non è mai proficuo fermarsi ai giudizi su quanto “ha fatto” oppure no un’organizzazione di categoria e, solo su questa base, scegliere di farne o non farne parte.</p>
<p>Un post a caso di uno di loro, online:</p>
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<div class="_1mf _1mj">«Iscriversi a un sindacato significa anche – o soprattutto – potervi creare un fermento vitale, rimpolparne le fila, accrescere le possibilità future di confronto interno ed esterno; e, conseguentemente, la maturità di deleganti e delegati. Ben vengano le riflessioni di gruppo e gli spiriti associazionistici nati sull’onda esclusiva dell’emergenza attuale; ma queste stesse energie (senza assolutamente zittire il confronto eterogeneo sulle piattaforme web) potrebbero pure innervare di forze fresche un’organizzazione che garantisce una capillarità consolidata sul territorio e un’interlocuzione già avviata con le altre parti sociali. Se tutte le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, da quelle/i al primo contratto a quelle/i di lungo corso che ancora non lo avessero fatto, aderissero a un’organizzazione sindacale, forse il primo risultato sarebbe che si cancellerebbe davvero il silenzio pesante che ci riguarda; e si fugherebbe almeno un po’ il rischio di paventate, recenti derive o immobilità. Credo che non bastino più, ora, le voci dei singoli; perché, seppur in buona fede e meritevoli di riconoscenza, rischiano di perdersi, dopo qualche giorno, nel magma della comunicazione di massa: occorre dimostrare una volontà reale di collaborazione, che superi ombre di pensieri unici e generici richiami a “bellezze” da difendere. Chissà che non possano, così, trarne giovamento in futuro anche utili “discorsi a parte”, capaci, in primis, di non prescindere dal passato e di affrontare inevitabili e proficue implicazioni poetiche; e chissà che pure le organizzazioni datoriali non sappiano, parallelamente, accogliere con sempre maggiore responsabilità l’eterogeneità della filiera produttiva. Non è neppure trascurabile, tra l’altro, la variazione di sguardo che potrebbe derivarne, nei nostri confronti, proprio da parte dei lavoratori di altri settori. La storia ci insegna quanto le reciproche sensibilità, in ambito sociale, risultino vincenti, soprattutto nelle difficoltà».</div>
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</blockquote>
<div class="_1mf _1mj">
<p>E succede, appunto, l’impensabile: proprio mentre i teatranti sollecitano a gran voce da tutte le piazze l’intervento dei datori di lavoro al loro fianco, perché premano sul governo affinché siano riaperti i teatri oppure – minacciano – reciteranno solo più in strada e solo se pagati almeno il doppio del minimo sindacale a giornata (dicono proprio così); proprio in quel preciso istante, il Presidente del Consiglio dei Ministri, coadiuvato da quattro staff di esperti (aumentati nel frattempo), accoglie la richiesta della CEI e ammette l’esistenza della violazione dell’esercizio della libertà di culto nell’ultimo DPCM: consente dunque l’apertura delle chiese per le funzioni religiose, con le dovute precauzioni sanitarie. Accade allora che tutte le associazioni datoriali in campo teatrale, a partire da FederVivo, abbandonati gli abiti perbene, invitino ad aprire i teatri per protesta: «Perché le chiese sì e noi no? Noi possiamo garantire entrate contingentate, né più che meno delle chiese!». E la CEI, ancora una volta, diventa inconsapevole motore di rivolta: le infinite prese di posizione politiche che appoggiavano la CEI si accaparrano le nuove proteste, provando demagogicamente a cavalcarle; si narra in rete, che il Presidente della CEI sia svenuto più volte nelle ultime ore.</p>
<h2>Paesaggio con figura</h2>
<p><iframe loading="lazy" title="Paesaggio con figura" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QWHybj_okvI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Per quanto riguarda il teatro, la situazione si fa incandescente: almeno metà dei manifestanti dichiara che la riapertura dei teatri non basta e che non abbandoneranno le piazze, unico luogo in cui d’ora in avanti reciteranno, pretendendo con ogni mezzo la debita retribuzione.</p>
<p>Incredibilmente, il direttore di un Teatro Stabile dichiara di volere intrecciare l’attività su strada degli attori ribelli a quella in sala, intravedendo la possibilità di trasformare l’ostacolo in una opportunità di rinnovamento. Mentre corre voce che il direttore in questione sia stato sottoposto a un TSO forzato e portato in un luogo sconosciuto, compare un suo nuovo post sui social, in cui afferma:</p>
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<div class="_1mf _1mj">«Il teatro ha il dovere di “conquistare” il suo pubblico, stimolandone la sensibilità, non attendendolo solamente nei luoghi deputati e ibridandosi con le più svariate sfere delle arti e della conoscenza e con ogni area della socialità. Per fare questo, occorrerà che armonizziamo le ragioni produttive con quelle ragioni avventurose, “irregolari”, che sono espressione irragionevole – mi perdonerete l’ossimoro di ritorno – e imprescindibile della natura più profonda del teatro, riconducibile all’ancestrale specifico teatrale. Il problema è a monte. Sono convinto, infatti, che occorra appunto guardare alla crisi precedente del sistema teatrale, di cui la situazione attuale favorisce l’aggravarsi. La “produttività” non può escludere la provvisorietà e l’apertura verso una produzione e una programmazione che interpretino un reale “movimento” culturale. So che questo inciderà sulla natura stessa degli spettacoli, ma lo si potrà fare contaminando la produzione “normale di spettacoli”, non necessariamente sostituendola. Si potrà preservare qualunque forma, moltiplicandone i contenuti per calarli in nuove forme; sino a portare a uno, cento, mille “travasi di genere” paralleli. In questo senso – lo scrivo a mo’ di esempio – un unico attore, con il “Teatro di riciclo” (esperimento interessante di cui ho letto in rete), potrà fare vivere uno spettacolo imponente, che non c’è più, semplicemente evocandolo in un’ora tramite la narrazione e la locandina mostrata. E lo potrà fare ovunque. Ciò potrà essere fatto anche da un musicista, un pittore performer, un danzatore, un medico, un letterato (a seconda della natura dello spettacolo e delle scintille culturali che lo costellano); ma dirò di più: potrà essere fatto anche per uno spettacolo che contemporaneamente venga tuttora realizzato in teatro, dove, per i posti limitati a causa del distanziamento, necessariamente sarà replicato sino a quattro volte al giorno, in orari anche inconsueti. Il “teatro di riciclo” di quello stesso spettacolo, portato in bar, librerie, strade, piazze, biblioteche da bande di attori, artisti o studiosi che agiscano singolarmente, in simultanea ai turni delle repliche in teatro, potrà creare volano per le repliche stesse, generare interesse inedito (garantito dal “travaso di generi”) e addirittura diventare stimolante mezzo di approfondimento per chi quello spettacolo avrà già visto. Ecco che in questo modo la crisi epidemica avrà almeno una ricaduta positiva, incoraggiando un movimento culturale nuovo, o almeno rinnovato; favorirà inoltre l’accrescimento culturale dei singoli artisti e della cittadinanza; oltre che la nascita di nuovi linguaggi che non prescindano da un tessuto culturale eterogeneo, fucina di proficue discontinuità. Creiamo un decentramento che, pur non radicato, faccia leva su quel bisogno che è il minimo comune denominatore culturale della cittadinanza: il bisogno di tornare a scoprire, praticandoli, i meccanismi della nascita del pensiero e dell’emozione, belli o brutti che siano (valgono le infinite gradazioni intermedie). Mi rivolgo ai miei colleghi, direttori di Stabili e di imprese private: assumiamo gli attori ora ribelli per impegnarli nelle azioni teatrali (parallele alla programmazione in sala) in ogni luogo della città, calmieriamo e armonizziamo i costi di produzione, quadruplicando, almeno, le quote di denaro da fondi pubblici destinate all’assunzione degli attori; chiediamo ai registi di scendere eccezionalmente a patti immaginifici con il pubblico, che, comunque, già dovrà farsi una ragione della mascheratura degli attori. Distribuiamo agli spettatori il prologo dell’Enrico V di Shakespeare insieme agli abbonamenti e ai biglietti e, per un anno, usiamo solo materiale di recupero per realizzare le scenografie. Con i soldi risparmiati, assumiamo disoccupati per praticare un trovarobato sfrenato e giovani attori per creare doppi cast per ciascuno spettacolo prodotto, così da garantire le quattro repliche giornaliere per ogni tenuta su piazza. Chiediamo poi alle istituzioni di pareggiare, almeno, l’incidenza dei parametri poetici con quella dei parametri economico-produttivi negli indici di valutazione di ogni bando di sovvenzionamento; e di implementare o creare ex novo sostegni mirati al teatro amatoriale, per creare spazi di ricambio e di confronto reale con il teatro professionistico ed eliminare il limbo di compagnie e attori senza un’idea di teatro, nati solo per scimmiottare un professionismo a sua volta spesso svuotato di ogni profondità culturale. Ritroviamo noi, un’idea di teatro».</div>
<div></div>
</blockquote>
<div class="_1mf _1mj">E ora che alzo gli occhi e fuori albeggia, mi rendo conto che non ho sognato proprio niente, perché non ho preso sonno, nella notte fra il 26 e il 27 aprile 2020.</div>
</div>
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<div class="_1mf _1mj">
<p>E corro a cercare informazioni sul web, per raccapezzarmi: il nuovo DPCM è già in vigore o dovremo aspettarlo una settimana?</p>
<p><em>Marco Gobetti, 27 aprile 2020</em></p>
</div>
</div>
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		<title>Immondi paralleli: Carlo Michelstaedter, Paolo Musìo, Alessandro Piperno e Silvia Avallone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/10/20/immondi-paralleli-carlo-michelstaedter-paolo-musio-alessandro-piperno-e-silvia-avallone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2013 18:15:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo michelstaedter]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Musìo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Avallone]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Idiòt]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Ieri sono andato con Giulia a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo. In una piccola sala, spazio teatrale Idiòt in zona Porta Palazzo a Torino. Si entra da un fatiscente portone dai muri scrostati, scenografia urbana involontaria che tanto sarebbe piaciuta a Luca Ronconi; si attraversa un terrazzo a ringhiera di vago [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ieri sono andato con Giulia a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo. In una piccola sala, spazio teatrale Idiòt in zona Porta Palazzo a Torino. Si entra da un fatiscente portone dai muri scrostati, scenografia urbana involontaria che tanto sarebbe piaciuta a Luca Ronconi; si attraversa un terrazzo a ringhiera di vago sapore siciliano, e da una porta si accede nelle tre salette, rigorosamente bianche su cui spiccano un vecchio lavacro di pietra, panche di legno, e un jukebox oracolare.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p><em>Quando stamattina ho aperto davanti a me i due inserti, <strong>La lettura</strong> del Corriere, e il <strong>Domenicale</strong> del Sole 24 ore, ero indeciso da quale cominciare. <strong>La lettura </strong>corrisponde, in un immaginario meeting di atletica, a una corsa di 200 metri, fai in fretta a trovare in mezzo al chiacchiericcio generale proposto quell&#8217;un-due articoli in grado di giustificare la spesa. <strong>Il Sole</strong> ha quasi sempre il respiro ritmato e costante della maratona. Poche cose inutili, poco guizzo però.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46705" alt="1385902_10152108206288814_1261261380_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg" width="259" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p><em>«Non chieder più nulla,<br />
sappi goder del tuo stesso dolore,<br />
non adattarti per fuggir la morte;<br />
anzi da te la vita nel deserto<br />
fatti – che sia per gli altri nuova vita;<br />
non disperare, ma rinuncia ai vani<br />
aspetti della vita, e nel deserto<br />
sarai tranquillo: dalla tua rinuncia<br />
rifulgerà il tuo atto vittorioso,<br />
APГIA sarà il tuo porto ΔI’ENEPГEIAΣ»</em></p>
<p>Il dialogo-intervista a cura di Cristina Taglietti, con Alessandro Piperno e Silvia Avallone si può trovare <a href="http://alfiosironi.wordpress.com/2013/10/20/i-libri-cambiamo-noi/">qui</a>, mentre i versi che avete appena letto, da una poesia di Carlo Michelstaedter, li potete ritrovare in un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/una-ricerca-di-assoluto/">delicatissimo articolo</a> del nostro Sparzani, di qualche tempo fa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-46707 alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; cursor: default; float: left; border-width: 0px;" alt="1380448_1419408191621290_243965741_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg" width="208" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n-300x292.jpg 300w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /></a></p>
<p>Ieri sono stato a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo, <strong>Eremos</strong>, per la regia di Theodoros Terzopoulos. Il testo, tratto dall&#8217;opera “La persuasione e la Rettorica” di Michelstaedter (Adelphi) è stato adattato dall&#8217;interprete. Sabato era la quinta data e la media di spettatori è di venti per rappresentazione. Venti spettatori disposti su due file di panche messe una di fronte all&#8217;altra. Un proiettore di luce ad altezza uomo è puntato sull&#8217;attore che ad esso si rivolge durante tutto il monologo. Noi spettatori siamo presi nel mezzo di questi due flussi, di luce e di parole, luce e parole che agiscono sul corpo dell&#8217;attore, lo scorticano, lo trasformano negli umori, sudore e saliva che modellano il terriccio stretto prima nei pugni e poi lasciato cadere ai propri piedi. Un&#8217;esperienza radicale, militante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>Avallone, libero, Piperno stopper, ci dicono qualcosa in difesa della letteratura. O almeno vorrebbero e per capire da chi o da cosa un&#8217;idea ce la danno sicuramente titolo e cappello introduttivo alla <em>chiacchierata</em>.</p>
<p><strong>La letteratura non è militante</strong><br />
<em>«I libri cambiano noi, non la società. Niente impegno politico, solo spazi liberi»<br />
</em><br />
Ma per entrare nel merito della questione riporto un passaggio che secondo me offre spunti interessanti, a proposito.</p>
<p>&#8220;Claudio Magris sostiene che l’utopia di Don Chisciotte, destinato comunque a essere sconfitto, è un movente per scrivere, che la letteratura ha il compito di far sentire, in qualche modo, questa necessità di migliorare il mondo.&#8221; recita il redazionale.</p>
<p>PIPERNO — <em>Per me no. Credo che la letteratura possa al limite migliorare chi legge e chi scrive, ma credo che contaminarsi sia anche un pericolo per l’arte stessa. Se pensi troppo a migliorare il mondo e non a fare un buon libro, non va bene. E un buon libro può anche peggiorare il mondo. Si dice sempre che nella Germania nazista c’era un gran consumo di musica classica, di cultura alta, di autori come Goethe. Ci sono società operaie che non hanno alcuna attitudine alla lettura e che sono tanto meglio della borghesia nazista. Pure la parola migliorare mi lascia perplesso.</em></p>
<p>AVALLONE — <em>Nel libro puoi essere impopolare, raccontare storie fastidiose, ma tutto questo è vitale. È fondamentale nella scuola: per diventare cittadini curiosi gli studenti devono imparare a esercitare questa libertà. Più che un impegno politico alla maniera di Sartre, è un impegno morale che, per me, significa non essere indifferenti. È un’altra virtù della letteratura: vivere le vite degli altri senza giudicare, benché siamo in una società violenta che, come in certi programmi televisivi, ama inchiodare una persona a un ruolo, a un reato. La letteratura complica l’esperienza, oltrepassa il giudizio e ti permette di vedere il mondo attraverso altri occhi. È un modo per prendersi cura delle vite degli altri.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/unaltromare.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-46708" alt="unaltromare" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/unaltromare.jpg" width="129" height="198" /></a><br />
Perché questo passaggio? Forse perché Claudio Magris ha dedicato a Carlo Michelstaedter un posto privilegiato nel romanzo “Un altro mare”, (Milano, Garzanti- Gli Elefanti 2003) che ha per protagonista Enrico Mreule, insieme a Nino Paternolli, grande amico del giovane filosofo? Forse, più semplicemente perché è l&#8217;unico passaggio di tutta la conversazione, piacevole tutto sommato e nient&#8217;affatto &#8220;pretenziosa&#8221; espressamente dedicato alla questione, <em>affaire</em> di questi tempi classificato come <em>&#8220;intellò stronzi e peggio ancora se romanzieri intellò&#8221;</em>. Se la risposta di Piperno può sulle prime lasciare perplesso e sulle seconde pure, più precisa è Silvia Avallone quando ci ricorda che la parola impegno debba intendersi non necessariamente come politico, &#8220;alla Sartre&#8221; ma morale, alla Camus, aggiungiamo noi. Ma allora cosa è un impegno morale? Una professione da intellettuali, un mestiere da romanzieri o una vocazione da uomini e donne di cultura?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>http://youtu.be/RQTbRVHmtmA</p>
<p>La voce dell&#8217;attore sorge da una parola doppia, biascicata, dionisiaca, incomprensibile e soltanto dai due toni riconducibile a due anime diverse. Anche il corpo, figura dell&#8217;interprete, è in dialogo costante con l&#8217;ombra che gli fa da controfigura sullo sfondo, <em>doublure</em>, in francese,  risvolto del personaggio, due volte defigurato. Sembra di essere nel mito platonico della caverna, e la ricerca di assoluto e di verità, di Michelstaedter\Musìo, tutta rappresentata in quella frontalità con la luce, le fiamme che generano dalle cose, dalla loro verità, soltanto l&#8217;ombra. Noi spettatori fissiamo allora il volto di chi vede in faccia le cose, la vita, la morte, ma soprattutto il tempo-immagine senza il quale nessuno e niente sarebbe possibile. In un dialogo impossibile tra il tutto, il troppo, e il niente come nell&#8217;epigrafe testamento del giovane filosofo, didascalia di un disegno di una lampada fiorentina.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-46710 alignleft" alt="Lampada fiorentina 3 Michelstaedter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg" width="198" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a><br />
<em>La lampada si spegne per mancanza d&#8217;olio<br />
io mi spensi per traboccante sovrabbondanza</em></p>
<p>Il testo, le note di Carlo Michelstaedter si uniscono molecolarmente ai frammenti di Eraclito, recitati senza testo a fronte, arcaici, appena appena riconoscibili. Sembra accadere alle parole quanto viene &#8220;detto&#8221; poco dopo:</p>
<p><em>Due sostanze si congiungono chimicamente: cessano entrambe dalla loro natura, mutate nel vicendevole assorbimento. La loro vita è il suicidio. Per esempio il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell’idrogeno, esso non vivrà che per l’idrogeno. L’idrogeno sarà per lui l’unico valore del mondo: il mondo.<br />
Per quell’atomo di cloro è questione di vita o di morte. Da quando, in qualunque modo, avvenuto alla vita mortale, ebbe coscienza clorosa, ha sperato disperatamente; il suo occhio guardava la tenebra e non vedeva cosa che fosse per lui: la sua vita è stata un dolore mortale. Se noi ora gli avviciniamo l’idrogeno, nell’oscurità gli apparirà una luce lontana, indistinta, ed esso si risveglierà nel crepuscolo a una più precisa speranza, finché giunto l’idrogeno nella data vicinanza, il cloro vedrà tutto chiaro l’orizzonte, ed affermerà la sua vita ormai certa – nel piacere mortale dell’amplesso. Ma soddisfatto l’amore, la luce anch’essa sarà spenta, e il mondo sarà finito per l’atomo di cloro. Cloro, idrogeno. I loro mondi diversi ma correlativi così che dall’amplesso mortale avesse d’attender poi e soffrir la sua vita: l’acido cloridrico.<br />
Nella lontananza dell’idrogeno, il cloro attende inerte. La condizione per il suo volere non è in lui, ma in ciò che è per lui mistero, infinita oscurità, contingenza delle cose, caso.<br />
– In questa attesa, per questo sentimento del tempo inutile il cloro nella lontananza dell’idrogeno s’annoia.</em></p>
<p>(Lo spettacolo si replica il 25-26-27 ottobre, ore 21, Spazio idiòt, via S.G.B. La Salle 16 A, 10152 Torino)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>La sensazione che ho avuto, a lettura ultimata della discussione è stata non tanto quella di una vera e propria solitudine, autentica matrice di ogni creazione letteraria. Non solitudine, ma isolamento da intendersi qui nel suo significato medico di convalescenza. Ancora una volta, si ha come la percezione che il pensiero, la libera creazione, la cultura, non ne vogliano più sapere della battaglia, dell&#8217;ideologia, della comunità; basta i <em>J&#8217;accuse </em> ma pure Zola, il romanziere francese, mentre per Zola calciatore sardo si potrà soprassedere. Sembra, a conti fatti, permanere l&#8217;equivoco di fondo, sul senso da dare alla parola impegno. E una domanda, semplice quasi banale, sembra affacciarsi, timidamente, sulla questione: ma oggi dove e come l&#8217;impegno intellettuale sta monopolizzando la creazione? A me sembra che dalla fine degli anni settanta manchino, purtroppo, per fortuna, in Italia, parole d&#8217;ordine, partiti della cultura, obblighi politici per gli intellettuali, linee editoriali dettate dai partiti, anche perché i partiti pare che se ne siano andati da molto prima. Insomma mi sembra che tutti vogliano disertare la battaglia quando della battaglia non si hanno tracce da un bel po&#8217;. L&#8217;impegno, ha ragione Silvia Avallone, è morale, ricerca della verità, e la verità può a volte costare la vita, come nel caso dell&#8217;appena ventitreenne Carlo Michelstaedter. O la prova fisica e morale che un interprete come Paolo Musìo ha voluto dare in una piccola sala di teatro di ricerca, nel cuore del mercato di Porta Palazzo, l&#8217;unico mercato a mantenere qualcosa d&#8217;umano. In questo presente.</p>
<p><em>Né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, ché tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, se niente l’aspettasse nel futuro, non si continuerebbe: cesserebbe di esser vita. Tante cose ci attirano nel futuro, ma nel presente invano vogliamo possederle.<br />
Io salirò sulla montagna – l’altezza mi chiama, voglio averla – la ascendo, la domino; ma la montagna come la posseggo? Ben son alto sulla pianura e sul mare, e vedo il largo orizzonte che è della montagna; ma tutto ciò non è mio. Non è in me quanto vedo.<br />
Il mare brilla lontano. In altro modo esso sarà mio. Io scenderò alla costa, io sentirò la sua voce. Ma se mi tuffo nel mare, se bevo il salso, se esulto come un delfino – se m’annego – ma ancora il mare non lo posseggo: sono solo e diverso in mezzo al mare.<br />
Né chi cerchi rifugio presso alla persona ch’egli ama – potrà saziar la sua fame: non baci, non amplessi o quante altre dimostrazioni l’amore inventi li potranno compenetrare l’uno dell’altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di fronte all’altro. –<br />
Tutti lamentano questa loro solitudine, ma se essa è loro lamentevole – è perché, essendo con se stessi, si sentono soli: si sentono con nessuno e mancano di tutto.<br />
Ognuno vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di se stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a se stesso in ogni presente.<br />
Così si muove a differenza delle cose diverse da lui, diverso egli stesso da se stesso: continuando nel tempo. Non sa ciò che vuole, non sa ciò che fa perché lo faccia: non ha se stesso: finché vive in lui irriducibile, oscura la fame della vita.<br />
Perciò è ognuno solo e diverso fra gli altri, ché la sua voce non è la sua voce ed egli non la conosce e non può comunicarla agli altri. </em></p>
<p><em>“La persuasione e la Rettorica”</em> di Carlo Michelstaedter (Adelphi)</p>
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		<title>Lettere a chiunque : Paolo Musio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 07:05:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Castello Pasquini di Castiglioncello]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Morganti]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Musìo]]></category>
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					<description><![CDATA[La lettera di Paolo Musio che segue è in risposta alla lettera aperta di Claudio Morganti che lancia un appuntamento di profonda urgenza culturale, il 20 novembre 2011 al Castello Pasquini di Castiglioncello, per tutti gli artisti che vogliano iniziare una riflessione sulla loro ricerca attuale. effeffe Stato della ricerca di Paolo Musìo Sono attore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La lettera di Paolo Musio che segue è in risposta alla <em>lettera aperta </em>di Claudio Morganti che lancia<a href="http://www.teatroecritica.net/2011/09/lettera-aperta-agli-artisti-della-scena-di-claudio-morganti/"> un appuntamento di profonda urgenza culturale,</a> <strong>il 20 novembre 2011 al Castello Pasquini di Castiglioncello</strong>, per tutti gli artisti che vogliano iniziare una riflessione sulla loro ricerca attuale. <strong>effeffe</strong></p>
<p><strong>Stato della ricerca</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Musìo</strong></p>
<p>Sono attore e scrivo testi e adattamenti. Sono impegnato da qualche tempo in un piano di smantellamento, di semplificazione e approfondimento a beneficio della comunicazione.<br />
Cerco di smantellare tutto ciò che mi sembra accessorio, fatto solo per essere gradito, riconosciuto. Citazioni, mascheramenti, tecnologia. Ho bisogno di uno spazio vuoto da togliere il fiato. Da non saper più cosa fare, dove girarmi. Cosa dire.<br />
Semplificare è necessario quando c&#8217;è urgenza e in un certo senso pericolo.<br />
Approfondire è necessario a fare in modo che solo ciò cui si è concesso tempo e un po&#8217; di cura abbia qualche possibilità di fiorire.<br />
<span id="more-40776"></span><br />
Come attore cerco di aprire la via all&#8217;energia del corpo per conquistare spazi di libertà.<br />
Nella scrittura mi occupo della dimensione ritmica, fisica delle parole, perché il più possibile scrittura e pronuncia pubblica del testo siano una azione sola, e diano atto del massimo di intimità in cui le parole sono nate e del massimo di pubblicità in cui si consumano. A volte combatto per piegare la letteratura ai miei scopi, spesso perdo, ma su questo fronte devo ancora sbagliare un bel po&#8217;. Costruisco testi macchina che tendono a stritolare colui o coloro che li abitano. Questo conflitto mi interessa, come lotta di chi intraprende un&#8217;azione e deve fare fronte, in pubblico, alle conseguenze che ne derivano, a ripetuti, continui fallimenti. Mi sembra che significhi bene l&#8217;avventura umana. Mi piacerebbe portare sempre più nel mio lavoro, una autentica dimensione contemplativa, non fatta di atmosfere più o meno evocative, in cui chiunque possa partecipare emotivamente al conflitto ma al tempo stesso osservarlo a distanza.<br />
Ho la necessità di concentrare la mia attenzione sul fluire del tempo, di ascoltare e interrogare il silenzio. Individuare ciò che senza riuscirci cerca di opporre resistenza al continuo mutamento, avere sempre presente questa doppia dimensione di costruzione e distruzione.</p>
<p>Nel lavoro mi trovo sempre più spesso ad osservare la vita dal punto di vista del morto, o nel dialogo con il morto. Cerco di non perdere mai di vista questo sfondo davanti al quale ogni azione umana si svolge. In quella condizione trovo qualcosa di profondamente connesso a quella che per me è l&#8217;essenza del teatro. Un luogo in cui la memoria divora il presente, ed il presente crea nuova memoria, un luogo in cui può bruciare la vita più intensa nel conflitto con la sua negazione. In questa ricerca, pur da solo, sono in ottima compagnia, tra i morti e qualche vivo col quale di tanto in tanto mi capita di parlare di questo. Solo da tali premesse posso e voglio poi occuparmi di contenuti, di vero e di falso, di storie e di Storia, di forma e di stile, di letteratura, di cronaca, di moda e anche di chiacchiere.</p>
<p>Ho l&#8217;esigenza di condividere con altri artisti e soprattutto con il pubblico questo percorso così spinto nell&#8217;ambito individuale. La ricerca di compagni di viaggio è uno dei punti centrali. So che questo lavoro ha senso solo in una prospettiva politica, solo come azione politica. Più precisamente come tecnica di creazione di libertà condivisibili.<br />
Ho tempo, è chiaro che queste riflessioni vengono in mente a uno che ha tempo. Sempre più gente attorno a me ha tempo e mille preoccupazioni, come me. A volte penso che il destino della mia generazione sia stato quello di avere così tanto tempo per sé, fuori da schemi di potere, da dover trasformare questa specie di condanna in una opportunità. Non so se ci stiamo riuscendo. La vita è così breve e l&#8217;arte è tanto grande.<br />
Mi dispiace vedere troppo spesso che gli artisti non si sentono contro il potere, ma lo cercano, un po&#8217; come i suicidi cercano la morte. Credo che sia necessario lottare oggi per fornire a noi stessi ed a chi partecipa al nostro lavoro sempre più efficienti strumenti interpretativi della realtà, lottare per educare le nuove generazioni al libero pensiero, all&#8217;elaborazione delle informazioni, ed anche alla ribellione nelle più varie forme. Vivendo assolutamente privo di speranza sento che ancora nell&#8217;arte è contenuta una possibile azione, qualcosa di buono.</p>
<p><em>Vivo a Torino, ho 48 anni, tre figli. Sto per aprire un piccolissimo spazio a Porta Palazzo. I progetti in cui sono attualmente impegnato sono: Eremos, dai testi di Carlo Michelstaedter, con la regia di Theodoros Terzopoulos, Fatzer di Brecht, regia di Fabrizio Arcuri, Operette Morali di Leopardi, regia di Mario Martone e Voce, performance da un mio testo.</em></p>
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