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	<title>paolo nori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vi avverto che vivo per l’ultima volta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/13/vi-avverto-che-vivo-per-lultima-volta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Achmatova]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura russa]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Gianni Biondillo</strong> intervista <strong>Paolo Nori </strong> <br /> 
Dopo il 24 febbraio 2022 mi è sembrato chiarissimo che la vita di Anna Achmatova, la società crudele, orribile e insensata nella quale viveva erano molto simili alla nostra.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-114441" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori.jpg" alt="" width="413" height="635" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-768x1180.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-300x461.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-696x1070.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cop-nori-273x420.jpg 273w" sizes="(max-width: 413px) 100vw, 413px" /></strong><strong>Gianni Biondillo</strong> intervista <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p style="text-align: right;">Paolo Nori, <em>Vi avverto che vivo per l’ultima volta</em>, Mondadori, 2023</p>
<p><strong>Paolo, volevi scrivere un libro su una grande poeta russa, l&#8217;irruzione della guerra in Ucraina ha stravolto il tuo progetto.</strong></p>
<p>Dopo il 24 febbraio 2022 mi è sembrato chiarissimo che la vita di Anna Achmatova, la società crudele, orribile e insensata nella quale viveva erano molto simili alla nostra. Leggevo di cose successe cento anni fa e mi sembrava di leggere di quel che stava succedendo nel 2022. È stata un’esperienza abbastanza stupefacente alla fine della quale, però, <em>Vi avverto che vivo per l’ultima volta</em> a me sembra ancora un libro su Anna Achmatova.</p>
<p><strong>Contro la tua stessa volontà ti sei trovato al centro di una polemica rimbalzata in tutto il mondo. Cosa siamo diventati?</strong></p>
<p>Quando mi hanno mandato una mail per dirmi che le quattro lezioni che mi avevano chiesto di tenere su Dostoevskij erano sospese «per evitare tensioni» io non riuscivo a crederci. L’ho riletta tre volte, quella mail. E poi ho risposto «Non ho parole. Ma credo che ne troverò». Quando poi, il giorno dopo, ho acceso il Pervyj kanal, l’equivalente di RaiUno in Russia, dopo cinque minuti ho sentito parlare di me, del fatto che avevano vietato le mie conferenze su Dostoevskij. Non è stata una mossa tanto intelligente, secondo me.</p>
<p><strong>Che popolo commovente è, come racconti, un popolo pronto a rinunciare al cibo ma non alla poesia?</strong></p>
<p>Se qualcuno dice di me che sono filorusso ha ragione: la lingua russa, la cultura russa, la letteratura russa, il popolo russo, sono straordinari, e questo, credo, è il momento in cui vale la pena di dirlo a voce alta.</p>
<p><strong>Sciascia diceva che non poteva stare né con, né senza, la Sicilia. Il tuo libro ci insegna la stessa cosa, per tutti noi, nei confronti della Russia.</strong></p>
<p>Ho cominciato a studiare russo nel 1988, quando la Russia era parte dell’Unione Sovietica; non avevo nessuna inclinazione per il regime sovietico, e la cosa non mi ha impedito di innamorarmi, sempre di più, della Russia e dei russi. Credo che nessuno pensi che i molti studenti stranieri che vengono ogni anno in Italia siano attirati dai nostri governi. Mi piacerebbe, però, conoscerlo, qualche ragazzo o ragazza che è venuta in Italia perché affascinata da Giorgia Meloni, o da Matteo Renzi, o da Giuseppe Conte. Anzi forse no, non mi piacerebbe.</p>
<p><strong>Possiamo augurare all&#8217;Europa &#8220;salute e pace&#8221;?</strong></p>
<p>Io credo che riusciremo, alla fine, a costruire un mondo dove non sarà più necessario augurarsi la pace. Ci credo.</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, nel 2023</em>)</p>
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		<title>Seia due : Paolo Nori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/14/seia-due-paolo-nori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[La quinzaine de Seia]]></category>
		<category><![CDATA[paolo nori]]></category>
		<category><![CDATA[Seia Montanelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Apprendistato sentimentale di un padre e di una figlia di Seia Montanelli Se io fossi il biografo di Paolo Nori, sceglierei il titolo del suo primo libro, “Le cose non sono le cose” (Fernandel, 1999) quale paradigma della sua intera produzione letteraria. Perché se da un lato è difficile raccontare a qualcuno che non l’ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-piccola-Battaglia-portatile.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-54923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-piccola-Battaglia-portatile-188x300.jpg" alt="La-piccola-Battaglia-portatile" width="267" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-piccola-Battaglia-portatile-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-piccola-Battaglia-portatile-640x1024.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-piccola-Battaglia-portatile.jpg 768w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Apprendistato sentimentale di un padre e di una figlia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Seia Montanelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se io fossi il biografo di Paolo Nori, sceglierei il titolo del suo primo libro, <a href="http://www.fernandel.it/jupgrade/catalogo/collana-fernandel/161-paolo-nori-le-cose-non-sono-le-cose">“Le cose non sono le cose” (Fernandel, 1999) </a>quale paradigma della sua intera produzione letteraria. Perché se da un lato è difficile raccontare a qualcuno che non l’ha mai letto, cosa scrive, o meglio, sarebbe semplice dirgli «in pratica, in quasi tutti i suoi libri, racconta più o meno i fatti suoi adoperando ora uno pseudonimo, ora un altro, come voce narrante», ma una cosa così non renderebbe giustizia al suo lavoro, perché le cose appunto non sempre sono le cose; dall’altro è semplice dire cosa non sono e cosa non c’è nei suoi scritti: non sono romanzi, non sono racconti, non sono reportage, non sono biografie, né autobiografie, non c’è auto-fiction, ma nemmeno fiction (per dirla come quella che scrivono ora sui giornali a proposito di libri, e non si fanno capire, perché non lo sanno nemmeno loro quello che c’è nei libri di cui parlano).</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa migliore sarebbe prendere dalla libreria un suo titolo a caso e prestarlo a ogni lettore che non l’ha letto, ma allora non avrebbe senso nemmeno che io sia qui ora a scrivere questo pezzo per parlare de “<a href="http://www.marcosymarcos.com/libri/la-piccola-battaglia-portatile/">La piccola Battaglia portatile”</a> appena uscito per Marcos y Marcos, ma io ci terrei davvero a scrivere di questo libro quindi ci provo, a dire di cosa parla.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il racconto, frammentario, aneddotico e apparentemente destrutturato, del rapporto dello scrittore con la Battaglia, sua figlia di dieci anni. Ci dice l’autore che a un certo punto si è messo a segnare «le cose, ma piccole, minuscole, che mi sono successe nello star vicino alla Battaglia, quando era piccola, segnarmele tutte su un quadernetto con su scritto Battaglia che poi è diventato due quadernetti poi tre quadernetti poi quattro quadernetti poi cinque quadernetti e così via, ecco io, dicevo, segnarmi queste cose io adesso mi tornano in mente delle cose che altrimenti me le sarei scordate», stilando una sorta di diario in cui annotare tutto ciò che la riguarda sin fa quando è nata, per cui nel testo ci sono episodi che risalgono anche a quando era più piccola, quasi a ricostruire una &#8211; sentimentale e del tutto personale &#8211; cronologia della paternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra tutti i suoi libri, questo è il più intimo forse, anche senza voler aderire all’idea dell’autobiografismo estremo nella sua opera. Persino restando nella definizione di pseudo-autobiografia, che spesso lo stesso Nori – cedendo forse a reiterate domande di qualche intervistatore &#8211; ha utilizzato per parlare delle sue cose, “La piccola Battaglia portatile” sembra il suo libro più autentico (sebbene egli scriva: «quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un’altra cosa, e io, anche io non sono esattamente io, io sono il Babbo della Battaglia» (perché le cose non sono le cose, no?). Il testo, rispetto ad altri suoi, è meno giocato sull’Io ipertrofico dello scrittore spesso insoddisfatto e con un carattere quantomeno ostico (cosa di cui è consapevole: «quando qualcuno mi invita a cena», osserva, «è come se mi offendesse, Ma pensa che non abbia niente da fare?, mi vien da chiedermi»). C’è un padre e c’è una figlia, e non c’è alcuna retorica.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive del rapporto con sua figlia, o meglio del rapporto della Battaglia e del suo Babbo (diciamo così per farlo contento), dei viaggi che hanno fatto insieme, dei musei che hanno visitato, della loro vita quotidiana. E in questo c’è un Nori ancora più esposto, che guarda il mondo attraverso gli occhi “nuovi” e stupefatti della bambina e finisce per stupirsi anche lui; e ci sono delle piccole tenere reticenze («una volta mi ha detto Sei gentilissimo, mi sono imbarazzato») nelle parole di affetto per quella bimba che è diventata il suo «intellettuale di riferimento» (le darebbe il premio Oscar e il premio Nobel tutti e due insieme), e che non è semplicemente sua figlia &#8211; «se mi chiedessero Ma la Battaglia è un tuo parente?, io risponderei No, la Battaglia non è un mio parente, la Battaglia è la Battaglia, che discorsi sono?» &#8211; , e che lui amerebbe anche se non fosse suo padre, semplicemente perché lei è come è.</p>
<p style="text-align: justify;">“La piccola Battaglia portatile” è una dichiarazione d’amore in centoquarantatré pagine suddivise in centonovanta paragrafi che sembrano non arrivare mai da un punto A al punto B, perché si perdono in centinaia di digressioni e citazioni, e osservazioni, quasi a inseguire la vita mentre scorre e si presenta davanti all’autore. Ma è anche una sorta di trattato di pedagogia perché Nori si interroga su cosa sia il suo ruolo di “babbo”, anche rispetto alla tradizione che conosce, quella emiliana del “buon capofamiglia”, che forse è anacronistica, ammette, salvo poi raccontare che un giorno dopo aver sgrida la Battaglia dicendo «Secondo me non va bene, che fai così», lei si ferma lo guarda e gli dice «Tu non devi dirmi Secondo me, tu devi dirmi Non va bene». E poi in relazione al mondo che oggi accoglie sua figlia e alle aspettative che la società ha verso i genitori, ecco che tira fuori una riflessione illuminante sulla questione dei valori da infondere ai propri figli: «io penso che ognuno i valori, dovrebbe trovarseli per conto suo» &#8211; e ancora «è questo l’unico modo, secondo me, in cui sono capace di influenzare i valori di mia figlia, facendo come se non li influenzavo e per via della scuola io forse preferirei che a scuola le dessero degli strumenti, anziché dei valori».</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente anche “La piccola Battaglia portatile” stilisticamente ruota intorno alla musicalità della lingua come tutti i libri di Paolo Nori; il testo si presta moltissimo a essere letto ad alta voce, con periodi lunghi, pieni di subordinate che sembrano a volte girare a vuoto, ma che alla fine trovano una direzione. E soprattutto ci sono suggestioni e citazioni e rimandi ad altri libri, ad altri autori e quando chiudi il libro hai comunque imparato qualcosa di nuovo, che non sapevi e che vuoi approfondire (di quanti libri si può dire lo stesso?).</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio si scopre in questo libro che l’uso che spesso Nori fa di riprendere cose già scritte in altri libri suoi già pubblicati, non è mica una cosa così, che fa con leggerezza o come riempitivo: dipende dall’effetto Kulesôv, ossia da un esperimento raccontato da questo regista sovietico in libro del 1941 in cui spiega come il significato che si attribuisce a una cosa, cambia a seconda delle cose che la circondano.</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo le cose non sono le cose con Paolo Nori, e mi viene in mente che il libro inizia con una dichiarazione di impotenza quasi, «Non so bene come chiamarmi, non so bene come vestirmi, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo», ma più in là nel testo, man mano che il suo apprendistato di Babbo si arricchisce di esperienza, i dubbi si dissipano e l’unica certezza che conta è che lui «è il Babbo della Battaglia», con tutto quello che questo comporta di responsabilità e porta con sé come dono quotidiano, e alla fine tutto torna.</p>
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		<title>InRitiro: Soggiorni di Studio sull&#8217;Appennino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/11/inritiro-soggiorni-di-studio-sullappennino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2015 11:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[QUI la pagina con tutte le informazioni e i link alle schede dei corsi. &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://sassiscritti.wordpress.com/2015/05/05/calendario-di-soggiorni-di-studio-in-appennino/"><strong>QUI</strong></a> <strong>la pagina con tutte le informazioni e i link alle schede dei corsi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-54650 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-1024x1024.jpg" alt="inritiro-011" width="700" height="700" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/inritiro-011-900x900.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
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		<title>Il treno della storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/08/il-treno-della-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 12:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato</em> Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. <em>Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di essa, dai carnefici del passato agli officianti di oggi dei riti laici della memoria. a.i.]</em></p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>E noi, come se fossimo tutti agli ordini di quella voce lì, quel giorno lì ci ricordiamo della shoah. E ne parliamo, siamo qua per quello no? E andiamo ad Auschwitz, che va benissimo, ma il fatto che non sia una decisione che ciascuno di noi ha preso per conto suo, ma che abbiamo <span id="more-49077"></span>risposto a una specie di ordine, e di permesso, a me fa venire dei dubbi.<br />
Cioè è come se noi fossimo un po’ al servizio di qualcuno, che si può chiamare, adesso sono argomenti enormi, però siamo qua per quello, per parlare di cose enormi, oggi abbiamo il permesso di parlare di cose enormi, e allora, scusatemi, io lo uso, è come se fossimo al servizio di qualcuno, o qualcosa, che si può chiamare: la storia.</p>
<p>Che quando succede, nel presente, adesso è una banalità, uno quando è dentro la storia, non se ne accorge, della storia. È come uno che vive di fianco alla ferrovia, i primi giorni non riesce a dormire, ma basta poi poco, qualche settimana, dopo qualche settimana non lo sente neanche, il rumore dei treni.<br />
Il rumore dei treni, per lui, non esiste. E così, per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono «Ti dà fastidio, il rumore dei treni?», ci vien da rispondere «Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?»<br />
Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore.<br />
E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.<br />
Non so, io, per esempio, l’anno scorso, quando ho fatto questo viaggio, mi ero appena accorto di un rumore di un treno che c’era sotto casa mia già da qualche anno, ma che era un treno che io non avevo mai individuato bene, lo confondevo, c’è un traffico, come si sa, il traffico ferroviario, a Bologna, e anche a Borgo Panigale, che è il posto dove abito io, in periferia, ma c’è anche la stazione ferroviaria, a Borgo Panigale, e c’è anche la fabbrica della Ducati, ma questo non c’entra, oggi c’è un traffico, come si sa, di treni, sia regionali, che interregionali che intercity che eurostar adesso hanno messo anche l’alta velocità, la freccia rossa, che è un treno che una volta, io, arrivando a Bologna con un interregionale proveniente da Parma, l’ho trovato fermo in attesa di entrare in stazione gli siam passati davanti noi poveretti dell’interregionale, eravam d’un contento, su quell’interregionale lì, le soddisfazioni dei poveretti, che si pagheranno con gli interessi negli anni a venire per esempio col fatto che le prossime volte che ci toccherà andare a Roma, o a Milano, o a Firenze, ci saran solo frecce rosse o come si chiamano, che anche lì, la freccia rossa, che fantasia, con i nomi, la freccia rossa tra l’altro era il nome di un treno notturno di lusso che collegava Mosca a San Pietroburgo che lì, almeno, l’Armata rossa, la piazza Rossa, un senso ce l’aveva, qui meno, mi sembra, ma lasciamo perdere.<br />
Ecco io l’anno scorso, dicevo, mentre stavo facendo questo viaggio, mi ero appena accorto di una cosa che durava da degli anni ma che io non avevo mai individuato bene per il suo verso.<br />
Cioè io mi ero accorto che l’anno scorso, in Italia, c’era pieno di gente che quarant’anni fa era atea e comunista adesso eran diventati cattolici, avevo pensato.<br />
Io, non lo so, ho pensato, se trovassi qualcuno che quarant’anni fa era cattolico e adesso è ateo e comunista, sarei curioso di andarci a cena insieme, con uno così, invece non esco mai di casa, praticamente.<br />
Ecco queste cose qua, praticamente, son cose anche belle, a guardarle. Cioè ci son delle conversioni, in questi anni, che a guardarle da fuori, dall’alto, dal settimo piano, son stupefacenti.<br />
Della gente che te mai e poi mai avresti detto che fossero cattolici, scopri che ti eri sbagliato, eran cattolici. Della gente che fino a vent’anni fa in tutti i cortei ti sembrava di averle viste sotto le bandiere del comunismo, improvvisamente scopri che non erano loro.<br />
O meglio, erano loro, ma allora, adesso no. Loro prima sì, andavan di lì, ma adesso no, vanno di qua. Han cambiato treno. Cioè non sono loro, che han cambiato treno, sono i treni che sono cambiati. Però, aspetta un attimo. Questa metafora dei treni, alla lunga non so se funziona. Mi sembra che si debba cambiare. Che è una cosa che un po’ mi dispiace perché i treni a me sono dei posti che mi piacciono molto. Io sui treni tra l’altro, se devo dire una cosa mia personale che probabilmente non interessa a nessuno, com’è giusto che sia, ma io sui treni, ho pensato in questi giorni, mi ci innamoro.<br />
Io mi innamoro in assenza, sui treni, quei momenti che non riesci a parlare e hai dentro la testa uno spazio che ti vien da pensare che sarebbe bellissimo, e poi subito dopo, Ma cosa vai a pensare?, ti vien da pensare, e sono momenti che tu, come si dice, sei cullato dal treno, e son dei momenti che non te li dimentichi finché scampi, come leggere un articolo di Šklovksij.<br />
Però la storia, ammesso che esista, e noi ammettiamo di sì, diversamente dai treni, io sui treni non è che mi ci innamoro per via di una particolare proprietà di quel treno, mi ci innamoro per degli altri motivi che adesso proprio non è il caso di specificare e non mi innamoro del treno, mi sto ingarbugliando, quello che voglio dire è che la storia, diversamente dal treno, ti fa far delle cose.<br />
È come se ti piegasse ai suoi fini, ammesso che la storia abbia dei fini. È come se ti desse degli ordini, mi viene da dire. Il treno è, come dire, il movimento, il vettore, ma chi ti obbliga a andare su quel treno lì, mi viene da dire, è la storia.<br />
Facciamo un esempio. Che poi era l’esempio che avevo in mente l’anno scorso quando ho fatto questo viaggio qua che faccio anche adesso.<br />
Io allora avevo appena finito di scrivere un romanzo dove uno dei temi principali era il rapporto tra intellettuali e potere, tra storia e letteratura, si potrebbe dire, e si faceva l’esempio di una celebre telefonata tra Stalin e Pasternak.<br />
Questa telefonata risaliva al 1933, e riguarda un altro poeta russo, Osip Mandel’štam, che in quell’anno, 1933, aveva scritto una poesia contro Stalin che faceva così:</p>
<p>Noi viviamo e non sentiamo più il paese, / I nostri discorsi non raggiungon dieci passi, / E dove c’è posto per mezza discussione, / Ti parlan sempre del montanaro del Cremlino. / I suoi ditoni sono grassi come vermi, / E le parole giuste, pesi di ginnasta, / I suoi occhiacci ridono / E i suoi gambali scintillano. // E intorno a lui della gentaglia fine di collo / Si trastulla con corvées da mezzi uomini. / Chi fischia, chi miagola, chi singhiozza, / Solo lui mazzuola e dà spintoni. / Come ferri di cavallo dà via decreti su decreti / Nell’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in faccia. / Ogni tormento è per lui una pacchia, / E ampio è il torace dell’osseta.</p>
<p>Questa poesia non era stata pubblicata, non credo fosse possibile, né immaginabile, nel 1933, pubblicare in Unione Sovietica una poesia contro Stalin, però Mandel’štam sembra che andasse da tutti i suoi conoscenti e gliela recitasse. Andava da un suo conoscente, da Anna Achmatova, per dire, e gliela recitava, poi rimaneva un po’ lì a sentire il silenzio che c’era e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». Poi aspettava ancora un attimo, e scoppiava a ridere. Poi salutava, andava da un altro conoscente e la recitava. Poi aspettava un attimo, e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». E scoppiava a ridere. E così via.<br />
C’è una critica russa che si chiama Emma Gerštein che dice che nessuno dei conoscenti di Mandel’štam dubitava del fatto che se Stalin, il montanaro del Cremlino, avesse saputo di quella poesia lì di Mandel’štam, l’avrebbe fatto fucilare.<br />
Quando poco dopo Mandel’štam venne arrestato, e quando si seppe che era stato condannato al domicilio obbligato in una piccola città, tutti pensarono che Mandel’štam era stato graziato, praticamente.<br />
E pochi giorni dopo l’arresto di Mandel’štam, a Pasternak arriva una telefonata di Stalin. Pasternak va al telefono pensando forse a uno scherzo e invece al telefono c’è proprio Stalin, che gli dice che loro (il governo, probabilmente) stavano esaminando l’affare Mandel’štam, e che tutto sarebbe finito bene.<br />
Poi Stalin chiede a Pasternak come mai lui, Pasternak, non si è rivolto a lui, Stalin, e non si è dato da fare per Mandel’štam. «Se io fossi un poeta» dice Stalin a Pasternak «e un mio amico fosse caduto in disgrazia, io avrei saltato i fossi per il lungo, per aiutarlo».<br />
Pasternak è confuso, è comprensibile, non sa cosa rispondere, dice che non è che Mandel’štam sia proprio un suo amico. Stalin chiede «Ma è un maestro?»<br />
Pasternak risponde «Ben ma, non è questo, il problema».<br />
«E qual è il problema?» chiede Stalin.<br />
Pasternak dice che gli piacerebbe parlare con Stalin, incontrarsi con lui.<br />
«Parlare di cosa?» chiede Stalin.<br />
«Della vita e della morte» risponde Pasternak, e Stalin dice «Credevo che lei fosse un grande poeta, invece è un grande mistificatore» e mette giù.<br />
Adesso io di questa telefonata, non c’è naturalmente una sbobinatura, non c’è una registrazione, o se c’è non è disponibile, io ho fatto un riassunto delle molte versioni che di questa telefonata han circolato, le ho trovate in vari libri di memorie pubblicati in questi ultimi cinquant’anni, e queste versioni su certi dettagli sono discordi, ma sono tutte versioni di persone alle quali Pasternak stesso aveva raccontato la telefonata, e sono tutte concordi nel dire che Pasternak era molto malcontento di sé, delle cose che aveva detto e soprattutto di quel riferimento finale a parlare della vita e della morte, e che connetteva a questa telefonata il fatto di essere caduto in disgrazia presso Stalin (sembra che fino a pochi mesi prima Stalin considerasse Pasternak il principale poeta sovietico, e sembra che anche Pasternak avesse una buona opinione di Stalin, se è vero che pochi mesi prima gli aveva scritto, in una lettera pubblica, pubblicata sulla «Literaturnaja gazeta», che pensava a lui profondamente e accanitamente, come a un artista, prima di tutto).<br />
Molti dicono che Pasternak piangesse, rievocando questa telefonata (Pasternak era molto sentimentale).<br />
Ecco io poco più di un anno fa, ho sentito uno per radio, in Italia, che parlava di Sciascia, e diceva che Sciascia gli aveva detto che si era convinto a entrare in politica pensando alla telefonata di Pasternak a Stalin.<br />
Una sera, aveva raccontato Sciascia, Pasternak aveva telefonato a Stalin e Stalin gli aveva chiesto «Cosa mi hai telefonato a fare?»<br />
E Pasternak gli aveva detto «Per parlare della vita e della morte».<br />
E Stalin, spaventato, aveva messo giù.<br />
Allora adesso, io non voglio dire Sciascia, a me Sciascia per esempio quando scrive dei romanzi mi piace, e molto, è uno che è bravissimo per esempio a usar la punteggiatura, che non è una cosa facile, io adesso non voglio dire, a me però quando ho sentito questa cosa è venuto in mente Calvino, che negli anni cinquanta, quando era stato mandato dall’«Unità» a fare dei reportage dall’Unione Sovietica, aveva scritto che in Unione Sovietica la gente bevevan solo dei succhi di frutta.<br />
Allora se consideriamo che in Russia, io ci son stato, ma non è necessario neanche andarci, basta conoscere il russo, si dice sempre che gli eschimesi hanno quaranta modi diversi di dire bianco, be’, i russi hanno quaranta modi diversi per dire ubriachezza, e dire che i russi bevon solo dei succhi di frutta è come dire che gli eschimesi davanti a casa han dei prati all’inglese e viene da chiedersi che bisogno c’era, di raccontar queste balle (e questa è, ufficialmente, una balla, anche Calvino qualche anno dopo riconoscerà che i russi bevevano, e che lui queste cose le aveva scritte così, per non far fare brutta figura all’Unione Sovietica).<br />
Allora, la cosa che un po’ mi vien da pensare è questa qua: Stalin era un tiranno, come dice oggi la storia, Pasternak era un grande poeta, come dice oggi la letteratura, allora a Stalin oggi bisogna sputargli in faccia sempre e comunque, Pasternak sempre e comunque elogiarlo.<br />
E, io non lo so, ma chi oggi la pensa così, secondo me sessant’anni fa avrebbe sempre e comunque elogiato Stalin e sempre e comunque sputato in faccia a Pasternak. Perché allora era quello che diceva la storia, e la letteratura.<br />
E allora bisogna poi stare attenti. Cioè secondo me il rischio è di trasformarci tutti in strumenti. Delle belle vanghe. Belle luccicanti. Son molto utili, le vanghe.<br />
Che adesso io non lo so, ma pensateci, c’è qualcuno di voi che nel 1940 si sarebbe preoccupato degli ebrei? Ecco, quei due o tre che se ne sarebbero preoccupati, ma preoccupati veramente, dico, son delle persone, gli altri, che siamo qui, siamo tutti delle vanghe. Perché quello che ci muove a andare a visitare i campi di concentramento oggi, quella cosa che sta in alto, e che ha istituito il giorno della memoria, nel 1940 ci avrebbe mosso in una direzione opposta e contraria e noi, esclusi due o tre, avremmo ubbidito.<br />
Tra le braccia della storia, avremmo fatto il nostro lavoro docili e utili come delle vanghe.<br />
Ecco. Sembra un’affermazione un po’ forte, alla quale si potrebbe obiettare «Ma cosa dici, io sono uno che penso con la mia testa». Beato te.<br />
Perché quella cosa lì, di pensare, è una cosa che, oggi, ma probabilmente è sempre stato così, io non so per voi, ma per me è molto difficile. Io per esempio non ho la televisione perché altrimenti le cose che sento dire dalla televisione mi entrano dentro la testa e mi si piantano nel cervello come dei pali intorno ai quali mi si arrotolano poi i pensieri, allora sono vent’anni che non ho la televisione e questa cosa qua, di non avere la televisione, e di non leggere i giornali, io non leggo neanche i giornali, e di sentire poco la radio, io se riesco sento poco anche la radio, produce degli effetti stupefacenti. Io, questa cosa la racconto spesso, un po’ di tempo fa, quando è morto l’ultimo papa, io di questa morte del papa, e del successivo convegno di cardinali per eleggerne un altro, l’avevo saputo per via che nel bar dove andavo a far colazione, sotto casa mia, a Bologna, eran diventati tutti dei vaticanisti.<br />
Un bar che fino a pochi giorni prima era frequentato da bancari, studenti, pensionati, commercialisti, idraulici, sarti, professori di ginnastica, tabaccai, ortopedici, musicisti, impiegati comunali, bidelli, avvocati, fisioterapisti, garagisti e bibliotecari, tutto d’un tratto, dans l’espace d’un matin, come si dice, era diventato il bar dei vaticanisti.<br />
E discutevano fra loro, e si dividevano in fazioni, e c’erano i bene informati e i male informati, e c’era chi assicurava che il giorno successivo tutto sarebbe finito, e chi diceva che no, che per altri tre giorni niente fumata bianca, e facevano anche le facce, come se si sforzassero di ragionare, e era in tutto e per tutto quello che un mio amico chiama la recita del pensare.<br />
Adesso come sapete una delle cose di cui si è parlato molto quest’anno è la crisi dell’Alitalia, e io, dieci giorni fa, il 17 gennaio, compiva gli anni mio fratello, sono andato a mangiare con la mia famiglia, che abita a Parma, i miei due fratelli e mia mamma, e i primi venti minuti che eravam lì a cena, non si è parlato altro che di trasporti aerei, e ne parlavano con dei termini, eran diventati come esperti di trasporti aerei, sapevano tutto, e, per me, sentirli discutere, era stupefacente, e dopo venti minuti ho detto a mia mamma «Mamma, te non hai mai preso un aereo nella tua vita, cos’è successo, hai fatto un corso?»<br />
Allora, pensare, come dicevo, è una cosa difficile, e io quando trovo quella che mi sembra una manifestazione di pensiero, è come se mi si allargasse il cuore, e a me questo effetto lo fa per esempio la manifestazione del pensiero di un signore che si chiama Sergej Dovlatov, che è uno scrittore russo che in Russia non ha mai potuto pubblicare, e che è emigrato in America e lì gli hanno pubblicato subito un racconto sul «New Yorker», e Kurt Vonnegut gli ha scritto una lettera dove lo salutava come uno dei migliori scrittori contemporanei, e in America ha poi fondato un giornale, e è diventato uno scrittore conosciuto e stimato, e a un certo punto, sul finire degli anni ottanta scrive:</p>
<p>&#8220;Io non discuto. Lo stato sovietico non è il posto migliore al mondo. E laggiù c’erano tante cose spaventose. Tuttavia c’erano anche cose che non dimenticheremo mai.<br />
Sgozzatemi, squartatemi pure, ma i nostri fiammiferi erano meglio di quelli americani. È una sciocchezza, tanto per cominciare.<br />
Andiamo avanti. La milizia a Leningrado agiva più operativamente.<br />
E non parlo dei dissidenti. Delle malefatte del KGB. Parlo dei normali, banali poliziotti. E dei normali, banali teppisti…<br />
Se si urla su una via di Mosca «Aiuto!», la folla accorre. Qui ti passano accanto.<br />
Là, in autobus, cedevano il posto agli anziani. Qui non succede mai. In nessuna circostanza. E va detto che ci siamo abituati in fretta pure noi.<br />
In generale c’erano molte buone cose. Ci si aiutava a vicenda un po’ più volentieri. E ci si azzuffava senza paura delle conseguenze. E ci si congedava dall’ultima banconota senza tormentosi indugi.<br />
Non sta a me criticare l’America. Io per primo sono sopravvissuto grazie all’emigrazione. E amo sempre di più questo paese. Cosa che non mi impedisce, penso io, di amare la patria che ho lasciato…<br />
I fiammiferi sono una sciocchezza. Sono altre le cose importanti. Esiste il concetto di pubblica opinione. A Mosca era una forza reale. Una persona si vergognava di mentire. Si vergognava di adulare le autorità. Si vergognava di essere venale, furba, cattiva. Le avrebbero chiuso le porte in faccia. Sarebbe divenuta uno zimbello, un reietto. E questo era peggio della galera.&#8221;</p>
<p>Ecco. Questa è la descrizione di una società dove si sarebbe realizzato un altro male assoluto del novecento, il male sovietico, e è un po’ diversa dalla vulgata contemporanea, sia in un senso che in un altro, non che bevessero solo dei succhi di frutta, ma non è che fossero neanche tutti delinquenti, o schiavi, o coglioni e questa descrizione mi è particolarmente cara perché parla di quel posto così come l’ho conosciuto io, un posto popolato da uomini che ne avevano viste tante, guerre civili, pogrom, culti della personalità, atrocità, dissacrazioni, falsità, riabilitazioni, nuove falsità, autocritiche, nuove riabilitazioni, nuovi culti della personalità, e che non avevano ormai nessuna fiducia nei loro governanti, e in un certo senso, nella vita di tutti i giorni, che non è poco, perché tutti i giorni son tutti i giorni, si governavano da soli, e non credevano più alle voci che venivano dall’alto.<br />
Adesso la cosa è cambiata anche là, sembra.</p>
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		<title>I poeti appartati: Osip Mandel&#8217;štam</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2014 07:28:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[osip mandel'stam]]></category>
		<category><![CDATA[paolo nori]]></category>
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					<description><![CDATA[La conchiglia di Osip Mandel&#8217;štam Forse non ti sono necessario, notte; dalla voragine totale simile a una conchiglia senza perle sono stato gettato alla tua riva. Di schiuma gonfi impassibile le onde, canti scontrosa; eppure l&#8217;amerai, l&#8217;apprezzerai, la bugia dell&#8217;inutile conchiglia. Le giacerai accanto sulla sabbia, la indosserai come la tua pianeta, tenacemente unite intreccerete [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="userContent"><strong>La conchiglia</strong></span></p>
<p><span class="userContent">di</span></p>
<p><span class="userContent"><strong>Osip Mandel&#8217;štam</strong></p>
<p>Forse non ti sono necessario,<br />
notte; dalla voragine totale<span class="text_exposed_show"><br />
simile a una conchiglia senza perle<br />
sono stato gettato alla tua riva.</p>
<p>Di schiuma gonfi impassibile le onde,<br />
canti scontrosa;<br />
eppure l&#8217;amerai, l&#8217;apprezzerai,<br />
la bugia dell&#8217;inutile conchiglia.</p>
<p>Le giacerai accanto sulla sabbia,<br />
la indosserai come la tua pianeta,<br />
tenacemente unite intreccerete<br />
l&#8217;immensa campana delle increspature,</p>
<p>e le pareti della fragile conchiglia<br />
come il guscio di un cuore inabitato<br />
riempirai dei sussurri della schiuma,<br />
di pioggia, nebbia, vento.</p>
<p>1911</span></span></p>
<p><span class="userContent">Osip Mandel&#8217;štam , Poesie, a cura di Serena Vitale , collezione I Garzanti .1972 ,Garzanti editore.</span></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Osip Mandelstam" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/JxOLapStb1s?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>L’anno scorso, sull’isola di Sevan in Armenia, passeggiando nell’erba che mi arrivava alla cintola, ammiravo il fiammeggiare ateo dei papaveri; vividi come il dolore di una operazione chirurgica, lievi pseudo-cotillons, grossi, troppo grossi per il nostro pianeta, incombustibili libellule dalla bocca semiaperta i papaveri crescevano su ributtanti steli pelosi.</em><br />
<em> Invidiavo i bambini che davano accanitamente la caccia alle ali di papaveri tra l’erba. Mi chinai una volta, poi un’altra; il fuoco mi divampava tra le mani, quasi un maniscalco mi avesse offerto carboni ardenti.</em></p>
<p>[Osip Mandel&#8217;štam, Sulla poesia, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, Bompiani 2003, p. 173]</p>
<p>Questa nota, il cui titolo è <strong>Troppo grossi per il nostro pianeta, </strong>l&#8217;ho letta sul blog di <a href="http://www.paolonori.it/troppo-grossi-per-il-nostro-pianeta/">Paolo Nori</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La meravigliosa utilità del filo a piombo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[noi e i governi]]></category>
		<category><![CDATA[paolo nori]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. La meravigliosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/"><em>La meravigliosa utilità del filo a piombo</em></a></strong> di <strong>Paolo Nori</strong> (Marcos y Marcos, 2011) è un <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8871685873/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8871685873&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario.<span id="more-38828"></span> Infatti <strong>“per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”</strong>. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’<em>aura</em>, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude &#8211; di essere eterno, sicuro, <em>infrangibile</em> &#8211; nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che <strong>“secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”</strong>, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo <em>Noi e i governi</em>, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.</p>
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		<title>Gli specchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 07:25:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo nori]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[[Prime pagine del nuovo libro di Paolo Nori. La meravigliosa utilità del filo a piombo. Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così. G.B.] di Paolo Nori Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso. Cioè io, nel 2009, dopo sei o sette anni che non ci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg" alt="" title="La_merav" width="196" height="308" class="alignleft size-full wp-image-38742" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a>[<em>Prime pagine del nuovo libro di <a href="http://www.paolonori.it">Paolo Nori</a>. </em>La meravigliosa utilità del filo a piombo. <em>Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso. Cioè io, nel 2009, dopo sei o sette anni che non ci andavo, sono andato alla fiera del libro a Torino. Il giorno prima di andare a Torino sono andato a Parma, con mia figlia, abbiamo dormito a Parma, da mio fratello, e poi son tornato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, in stazione e, senza passare da casa (abito lontano dalla stazione), ho preso un treno che mi ha portato a Torino. Era tutto calcolato andava bene. Solo che, a Parma, a casa di mio fratello, mi sono macchiato i pantaloni. Allora non potevo andare a Torino star via due giorni coi pantaloni macchiati, e mio fratello mi ha prestato un paio dei suoi. Solo che erano dei pantaloni con la vita bassa, che io non mi ero mai messo, e, il mattino dopo, nel tragitto che, in autobus, porta da casa di mio fratello alla stazione di Parma, mi sono accorto che mi sembrava che mi cascassero continuamente, mi sono trovato a tirarmeli su una ventina di volte, e ho pensato che non potevo star via di casa due giorni con quella sensazione lì che ti caschino le braghe che per me è proprio una sensazione sgradevolissima. <span id="more-38741"></span><br />
Allora quando siamo arrivati nel piazzale della stazione,  era giorno di mercato, con mia figlia siamo andati in una bancarella di cinesi, ho comprato un paio di braghe cinesi. Cinque euro. Un affare. Siamo andati nel bagno della stazione, mi sono cambiato le braghe, con mia figlia che mi guardava. Siamo usciti, era tutto a posto, tranne che, d’un tratto, mi è venuto in mente che avevo lasciato lo zaino sull’autobus. Noo, ho detto a mia figlia, ho lasciato lo zaino sull’autobus. Lei mi ha guardato mi ha detto Noo. Mia figlia ha cinque anni, allora ne aveva quattro. Mi ricorderò sempre il modo in cui mi ha detto Noo. Non so perché, è stata una cosa memorabile. Fatto sta che poi mi sono tastato le spalle, lo zaino ce l’avevo sulle spalle. Allora niente. Eravamo così contenti. Dopo è andato tutto come previsto, sono andato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, ho preso il treno, sono andato a Torino, son stato a Torino e son venuto indietro. Solo che, quelle braghe cinesi lì, che mi era sembrato che mi avessero salvato, e in un certo senso mi avevan salvato davvero, devo dire che mi sentivo a disagio, con quelle braghe lì. Con le tasche sui fianchi, e un elastico in vita e dei lacci, sia in alto che in basso, per stringerle. Ma che braghe ho? mi chiedevo continuamente. Tutti gli specchi e le superfici riflettenti eran l’occasione per veder come stavo, non ero nelle mie braghe, e continuamente pensavo a come sarebbe stato bello tornare a casa e rimettermi nelle mie braghe.<br />
Ecco io, di solito, quando vado in giro, prendo con me dei taccuini, per scriverci sopra le cose che vedo. E uno ce l’avevo anche lì a Torino, e pensavo che mi avrebbero colpito un mucchio di cose, eran degli anni che non andavo a Torino, alla fiera del libro, ero curioso. Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.</p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 10:41:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Verifica dei poteri 2.0 prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"><img loading="lazy" style="background-image: none; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto; padding-top: 0px; border-width: 0px;" title="def 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1_thumb.gif" border="0" alt="def 1" width="500" height="228" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati. L’articolo, che esce in questi giorni sul n. 61 di «Allegoria», è stato inviato a scrittori e critici insieme ad alcune domande. Le loro risposte saranno pubblicate nei prossimi giorni su NI. La versione pdf è disponibile <strong><a href="http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf" target="_blank">qui</a></strong>.</em>]</p>
<h2><span style="font-weight: normal;"><em> </em></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;">Verifica dei poteri 2.0 </span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009)</em></span></h4>
<p>di <strong>Francesco Guglieri</strong> e <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Si tratta di registrare gli strumenti critici,</span></em><br />
<em><span style="font-size: xx-small;">di verificarne i poteri, di decidere a quale livello<br />
del mare cominciano i nostri calcoli,<br />
entro quale arco di meridiani e di paralleli<br />
consideriamo validi i nostri discorsi. </span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Franco Fortini, <em>Verifica dei poteri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Produrre degli effetti in un campo,<br />
non foss’altro che semplici reazioni di resistenza<br />
o di esclusione, significa già esistervi.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Pierre Bourdieu, <em>Le regole dell’arte</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Tutto ciò che so l’ho imparato da google.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">anonimo web</span></p>
<p>«I luoghi dell’opinione e del gusto letterario», scriveva Fortini nel 1960,</p>
<blockquote><p>sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.[1]</p></blockquote>
<p>Rileggendo oggi viene naturale chiedersi come abbia reagito “la società letteraria” all’informatizzazione. E prima ancora alla progressiva concentrazione dell’editoria e dell’informazione sotto il controllo di pochi grandi gruppi.<a name="_ftnref2_8741"></a></p>
<p>Sì, ma quale società letteraria?</p>
<p><span id="more-38514"></span></p>
<h4>1. La crisi della critica negli anni ’90, tra industria culturale e “tradimento dei critici”</h4>
<p>Per provare a capire cosa ha rappresentato Internet nel campo letterario italiano, bisogna tenere ben presente il contesto in cui la rete ha fatto irruzione. Il panorama dei tardi anni ’90 appariva, a chi ci viveva, tanto desolante da far scrivere ad uno sconsolato Alfonso Berardinelli che, addirittura, «di industria culturale e dei danni connessi alla sua influenza non si parla quasi più». La situazione è così grave che «arrivato a un certo grado di inefficacia permanente, il pensiero critico e la cosiddetta <em>Kulturkritik </em>si arrendono. Non ci sono più né rimedi né alternative».[3] Se la “macchina” dell’industria culturale pervade tutto, ogni anfratto, ogni piega sociale e immaginaria, se neutralizza, perché la prevede e anzi la richiede, ogni critica e ogni tentativo di resistenza, allora non resta che abbandonarsi (non senza un pizzico di <em>ressentiment</em> o di cinica euforia) allo spettacolo del crollo (altri, parafrasando Žižek che a sua volta parafrasava un film di fantascienza,[4] qualche anno dopo avrebbero detto «al deserto del reale»). Questo il clima intellettuale, verrebbe da dire <em>emotivo</em>, che respirava chi, in quegli anni, faceva o si apprestava a fare critica.</p>
<p>Quello di cui si faceva dolorosa esperienza era (ed è tuttora) la progressiva erosione degli spazi nei quali classicamente si esercitava l’autonomia della critica. Chiariamoci: autonoma in senso bourdieusiano, ovvero che risponde principalmente alle regole del campo di produzione ristretta, a quelle che il sociologo francese chiamava le “regole dell’arte”. Ma allora a quale autonomia appellarsi se non solo non ci sono più i luoghi in cui esprimerla, ma sembra venuta meno l’idea stessa di un “campo di produzione ristretta”? In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)».[5] Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.[6]</p>
<p>La critica accademica, per contro, riesce a sottrarsi a questo abbraccio solo al prezzo di un isolamento che a volte rischia di tradursi in uno sdegnato arroccamento. Negli anni ’90 appare cristallizzata soprattutto in dolenti analisi del proprio stato. Non solo in Italia, certo: da <em>Vere presenze</em> di Steiner al <em>Canone occidentale</em> di Bloom, fino al recente Todorov della <em>Letteratura in pericolo</em>, la bibliografia (anche limitandosi ai nomi più importanti e ai testi divulgativi) è lussureggiante. Nel nostro paese si passa dalle <em>Notizie dalla crisi </em>di Cesare Segre (1993), all’<em>Eutanasia della critica </em>di Mario Lavagetto (2005), fino al caso di un Ferroni che <em>Dopo la fine</em> (sottotitolo: <em>Sulla condizione postuma della letteratura</em>, 1996) torna a lamentare l’«evaporazione di una cultura critica» in <em>Scritture a perdere</em> (2010).</p>
<p>Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.</p>
<p>Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:</p>
<blockquote><p>Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.[7]</p></blockquote>
<p>Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.</p>
<p>(<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/2/">segue alla pagina successiva</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<div><strong></p>
<hr size="1" /></strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[1] F. Fortini, <em>Verifica dei poteri</em>, in Id., <em>Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie</em>, nuova edizione accresciuta, il Saggiatore, Milano 1969, p. 41.</p>
<p>[2] I riferimenti d’obbligo per questo processo che, avviatosi negli Stati Uniti, ha investito Inghilterra, Francia e Germania prima di acuirsi anche in Italia, sono P. Bourdieu, <em>Une révolution conservatrice dans l’édition</em>, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 126/127, 1999, pp. 3-32, e i due volumi di A. Schiffrin, <em>Editoria senza editori</em> e <em>Il controllo della parola</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2000 e 2006).</p>
<p>[3] A. Berardinelli, <em>Dov’è finita l’industria culturale</em> [2004], in Id., <em>Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione</em>, Quodlibet, Macerata 2007, p. 83.</p>
<p>[4] Un film, <em>Matrix</em>, che, guarda caso, ipotizzava un’umanità segregata in un’illusoria realtà virtuale, schiava di un’acefala “macchina mondiale” computerizzata…</p>
<p>[5] P. Bourdieu, <em>Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario</em>, il Saggiatore, Milano 2005, p. 434.</p>
<p>[6] T. Scarpa, <em>Fantacritica (nel senso dell’aranciata)</em> [1997], in Id., <em>Che cos’è questo fracasso?</em>, Einaudi, Torino 1999, pp. 27-30.</p>
<p>[7] E. Trevi, <em>Istruzioni per l’uso del lupo</em>, Castelvecchi, Roma 2002, p. 10. La prima edizione – a cui queste parole della nuova <em>Introduzione</em> fanno riferimento – è del 1993.</p>
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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010 LIBERTA&#8217; Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può collaborare con giornali non allineati? La polemica infuria sul web. A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>da<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578"> il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
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		<title>Non c&#8217;è altro tempo da perdere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 21:04:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Giglioli Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue quaestiones assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-29596" title="trivio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue <em>quaestiones</em> assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia. Troppo mutati i termini, troppo lontana una certa idea di intellettuale come rappresentante dell’universale obbligatoriamente schierato dalla parte giusta, da troppo tempo defunta ogni pretesa e speranza di un’egemonia culturale della sinistra (concetto mal compreso, peraltro: chi ne parla oggi cita Gramsci ma in realtà ha in mente Paolo Mieli. <span id="more-29595"></span>A Gramsci di &#8220;dettare l’agenda&#8221; non poteva importargliene di meno). E puerile, perciò, oltre che dannosa, la polemica che si è scatenata intorno al caso di Paolo Nori che collabora con Libero, dove alla malafede di chi di queste beghe ha fatto una professione (il solito processo stalinista!, cfr. l’esemplare articolo di Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa) si è purtroppo affiancato lo zelo degno di miglior causa di chi ha sostenuto l’argomento che, fatta salva la libertà individuale di chiunque, a collaborare con certi fogli si offre loro una legittimazione culturale. Roba da matti: come se ne avessero bisogno. Sono i padroni del paese, navigano da vent’anni con il vento in poppa della più compatta e incontrastata egemonia culturale reazionaria mai vista in epoca moderna (una miscela di razzismo e liberismo, amoralità ipocrita e pragmatismo maneggione, nichilismo e genuflessioni baciapile), intercettano e informano ogni giorno un senso comune largamente maggioritario: sai che se ne fanno della nostra legittimazione. Bene hanno fatto perciò Marco Bascetta e Benedetto Vecchi a riportare il problema alla sua vera altezza: che ne è in concreto del ruolo, della funzione e delle possibilità di vita e di autonomia di chi lavora nella vasta, sfrangiata e contraddittoria galassia della produzione di sapere, linguaggio, immaginario, ideologia? Il &#8220;caso Nori&#8221; avrebbe dovuto essere discusso solo dai suoi amici intimi: ma davvero vuoi andare a cena lì, non vedi cosa mangiano? Dopo cena cosa fate, il Karaoke o osteria numero venti? Contento te. Rilevanza politica e culturale ce l’ha però il fatto che tante persone intelligenti e benintenzionate siano cadute nella trappola di confermare chi già ne era convinto nell’idea che gli intellettuali sono un ceto terminale e superfluo capace solo di beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino mentre li portano al macello. In questo ha ragione Pierluigi Battista: davvero non hanno di meglio da fare (come lui, che infatti non fa altro da vent’anni)? Un vecchio precetto reazionario suona più o meno: nella disputa vince sempre l’inferiore, perché il superiore si è abbassato a disputare. E’ da respingere, perché non c’è niente di buono da aspettarsi da chi si crede in diritto di essere superiore, fosse pure di sinistra. Però… Però, visto che la modalità retorica dominante dell’ideologia retriva che ci ammorba è il battibecco, un consiglio di prudenza per tutti da ricavare da questa triste faccenda potrebbe essere questo: meno reattività, meno fretta, meno ansia di presenza, non accettare il terreno del nemico (o avversario, come si dice in questi tempi putibondi), il cellulare è spento, il signore non è in casa: se li facessero da soli i battibecchi. Poi bisogna davvero dimostrare di avere altro da fare. Mica facile, vista la situazione, ed è per questo che non c’è proprio tempo da perdere.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><em>(pubblicato su il manifesto 24/01/2010)</em></span></p>
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