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	<title>Paolo Pecere &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La vita lontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Minervini]]></category>
		<category><![CDATA[anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[estratti]]></category>
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		<category><![CDATA[La vita lontana]]></category>
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					<description><![CDATA[Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, &#8220;La vita lontana&#8221;, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini. Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura. di Paolo Pecere Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72887" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg 186w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte.jpg 404w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" /><em>Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, &#8220;La vita lontana&#8221;, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini.</em><br />
<em>Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura.</em></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie deserte, come una coppia di palombari nello scafandro dell’auto, sonnolenti e senza direzione. Elio guidava piano, rideva fuori sincrono, mi sfiorava dolcemente il braccio. Nella pancia sentivo un solletico elettrico. Forme di vita cominciavano a uscire di casa per procurarsi cibo e giornali, il vento palpitava sotto i panni appesi, i filamenti delle nuvole si aprivano. Dai tetti delle palazzine scese una scala musicale: l’esercizio di un musicista al flauto, appena distinto tra gli sbuffi dei motori, o un miraggio uditivo di cui una voce bisbigliante in me giurava l’esistenza. Un giorno sei stata felice.<br />
– Mare? – disse Elio, e poi silenzio. Comunicavamo col pensiero, seguendo una traccia invisibile, centrifuga, per un istinto migratorio che portava via dalla calotta della città, oltre l’agro romano, verso un’altra vita.</p>
<p><span id="more-72886"></span>Sostammo al recinto di un cantiere abbandonato, ai margini di Casal Monastero. L’erba spuntava dalle spaccature del cemento tra gli avamposti di mattoni rossi, mossa dal vento secco e pulito. Qui mancava una scuola, osservai. Per Elio, come sempre, non bastava: bisognava abbattere, rifare tutto da capo, come disse, passando la mano sul profilo preistorico di un escavatore chino al suolo, poi sul mondo intero. Gli accarezzai la testa, già scaldata dal sole. Ripartimmo. La campagna si allargò intorno a noi.<br />
Persi l’orientamento nel terreno senza linee, forse mi addormentai, mentre Elio procedeva sicuro. Una sterpaglia bruciava in lontananza, sotto una macchia di grigio. Il vento secco mulinava impregnato di fumo. Il forte calore piegava la luce, mischiando boschetti e lotti edificati all’orizzonte. Poi scomparvero i riquadri colorati delle costruzioni: qui il passato assomigliava al futuro, e saremmo potuti essere chiunque.<br />
Ritrovammo l’orientamento sulla via Pontina, dove ci fermammo a rinfrescarci all’ombra di una bancarella della frutta. Due giovani sikh fumavano appoggiati alle biciclette. Ci dissero di essere fratelli. Elio fissava i capelli neri e il fuoco sulle sigarette con la concentrazione introvertita che adoravo. Il fruttivendolo accettò di scattarci una foto: noi due con i fratelli indiani, tutti con espressioni imbarazzate, disposti a riconoscere il destino in quell’incontro casuale.<br />
Tirammo ancora gli sportelli. Il crepitare di cicale e aghi di pino frantumati sull’asfalto riprese, si perse nell’urto dell’aria, tornò distinto mentre ci veniva incontro e si fermava il lungomare del Circeo. Scivolammo tra le nostre ombre sulla sabbia, unendoci ai gruppi di bagnanti rifugiati sotto il monte, tra la cresta dei cespugli e il mare. Oltre la duna scomparivano le auto e il dormiveglia collettivo era lo sfondo di un film di cinquant’anni prima, dove la somiglianza tra Elio e Marcello Mastroianni diventava quasi identità: osservai la distesa della fronte incresparsi lievemente mentre s’inginocchiava, affondava il braccio fino al gomito, traeva la terra nera, piantava l’ombrellone. Per la fibrillazione degli ormoni fantasticavo dettagli surrealisti alla deriva: atleti greci, bronzi metafisici, torri nel nulla.<br />
Sfilammo i libri dalle borse. Sulla spiaggia, tra caldo, gravità e ingloriose sfide a racchettoni, tutti cedevano al torpore, e leggere era un modo di riaffermare chi eravamo. Sfilai il segnalibro da un romanzo austriaco che mi sforzavo di finire, in cui non si capiva se la narratrice amasse un fantasma o un personaggio reale. Elio sfogliava la rivista Focus, numero doppio con dieci ipotesi sull’autodistruzione della specie umana, commentando a voce alta. La luce era accecante e il litorale, oltre il riparo delle ciglia, assomigliava al cartone preparatorio di un dipinto che non si è potuto finire. Sotto il cielo smaltato riposavano figure primitive, due buchi neri e un taglio muto al posto del viso. Un cane fissava qualcosa nello spazio turchese.<br />
Elio mi lesse, con la voce a tratti cancellata dal vento, l’articolo tipicamente estivo sulla scoperta di un gruppo di psicologi californiani. Parlava di un sogno identico sognato da migliaia di persone: l’alta marea che sale lentamente intorno alle caviglie, mentre nessuno si allarma, finché l’acqua arriva al collo. Uomini e donne stancamente sorpresi, mentre i vestiti diventano una seconda pelle e il peso del corpo si confonde con la corrente, osservano con muta rassegnazione la superficie del mare che sale, scambiandosi occhiate che esprimono domande primordiali: di chi è la colpa, e perché non fa qualcosa. Una rappresentazione nell’inconscio collettivo di una catastrofe prossima ventura, che Elio riportò seccamente alle sue convinzioni.<br />
–  Tutti sanno, ma non reagiscono: che fine miserabile!<br />
–  Sciocchezze. E poi, tu che ne sai?<br />
–  Non posso prevedere il futuro. Ma so che è brutto.<br />
L’apocalisse, nientemeno. E rieccolo a gesticolare verso i bagnanti, colpevoli di letargia morale. Ma la giornata mi appariva dolce. Tenendomi una mano sulla pancia, appoggiai il libro aperto tra le gambe, vidi le pesche e le banane calcate nel borsone di stoffa e, oltre il bordo dell’ombrello, il profilo di un torso: tutto sembrava un rebus della Settimana Enigmistica, l’attesa equanime di una soluzione. E ancora il nostro gioco sfaccendato, che andava avanti in pratica dai tempi del liceo: lui che s’indispettiva per il pianeta abusato, disperando della resistenza ai fatti della specie umana, della stupidità come malattia autoimmune, col sorriso che cercava una reazione; io che gli davo un po’ di corda, fidandomi dei suoi eccessi più che dei miei compromessi, ma concludevo che le cose si sarebbero aggiustate, non sapevo come. Due bambini giocavano a rincorrersi tra gli schizzi, sotto la linea dell’orizzonte. In quel momento per me il mondo – non il pianeta – era bello, fatto apposta per gli occhi e i pensieri sublimi.<br />
Alle dodici spaccate il libro si bagnò. L’acqua impregnò le lettere fino a gonfiarle.<br />
– Non ho sentito niente! – dissi. Solo un vago bruciore.</p>
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		<title>150 anni di Alice e oltre: regali e segnalazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2016 07:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[150 anni di Alice]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Castellari]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano Baricelli]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Baila]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pecere]]></category>
		<category><![CDATA[Pulcinoelefante]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;anniversario di Alice è trascorso da poco, ma continuano ad arrivare contributi e omaggi e quindi non vedo perché interrompere la serie.  I post già pubblicati si possono trovare QUI. Oggi pubblico alcune cose che mi sono state prontamente segnalate o inviate (NDF). Inizio con le immagini di un piccolo libro pensato da Elena Baila [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;anniversario di Alice è trascorso da poco, ma continuano ad arrivare contributi e omaggi e quindi non vedo perché interrompere la serie.  I post già pubblicati si possono trovare <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/150-anni-di-alice/">QUI</a></strong>. Oggi pubblico alcune cose che mi sono state prontamente segnalate o inviate (NDF). </em></p>
<p style="text-align: justify;">Inizio con le immagini di un piccolo libro pensato da <strong>Elena Baila</strong> e realizzato da <strong>Pulcinoelefante</strong>, edizioni minuscole, della misura giusta per una tana di coniglio o per il buco di una serratura da cui si intravede un giardino incantato.<em> </em></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;..ma serbando curioso modo</p>
<p style="text-align: right;">nel decifrar l’enigma..&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alicecopertinabassa-ris-199x300.jpg" alt="alicecopertinabassa ris" width="370" height="559" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alicecopertinabassa-ris-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alicecopertinabassa-ris-678x1024.jpg 678w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alicecopertinabassa-ris-900x1359.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alicecopertinabassa-ris.jpg 1356w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58922" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alice-tiratura-bassa-ris-198x300.jpg" alt="alice tiratura bassa ris" width="370" height="562" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alice-tiratura-bassa-ris-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alice-tiratura-bassa-ris-675x1024.jpg 675w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alice-tiratura-bassa-ris-900x1366.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/alice-tiratura-bassa-ris.jpg 1349w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguo con le illustrazioni a china e penna bic e l&#8217;immaginario inquieto di <strong><a href="http://www.cristianobaricelli.it/">Cristiano Baricelli</a> </strong>e segnalo <a href="http://neuramagazine.com/alice-di-cristiano-baricelli-centocinquantanni-di-inquietudine/">un articolo a firma <strong>Anna Castellari</strong> su Nèura</a>, riguardo le opere dell&#8217;artista in mostra fino al 15 gennaio alla Galleria libreria dell’Arco, Via dell’Arco 17, Santa Margherita Ligure.</p>
<figure id="attachment_58925" aria-describedby="caption-attachment-58925" style="width: 370px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-58925" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/sornione1-209x300.jpg" alt="sornione1" width="370" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/sornione1-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/sornione1-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/sornione1-900x1293.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/sornione1.jpg 1426w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /><figcaption id="caption-attachment-58925" class="wp-caption-text">Sornione</figcaption></figure>
<figure id="attachment_58924" aria-describedby="caption-attachment-58924" style="width: 370px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-58924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/la-colazione--207x300.jpg" alt="la colazione" width="370" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/la-colazione--207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/la-colazione-.jpg 663w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /><figcaption id="caption-attachment-58924" class="wp-caption-text">La colazione</figcaption></figure>
<p>Infine <a href="http://www.prismomag.com/alice-carroll-influenza/">un ricco saggio di <strong>Paolo Pecere</strong> apparso su Prismo</a>, che esplora Alice e le sue varie mutazioni cinematografiche: da Disney a Tideland di Gilliam, a Miyazaki, Kubrick e Lynch.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58928" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Chihiro-1024x743-300x218.jpg" alt="Chihiro-1024x743" width="370" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Chihiro-1024x743-300x218.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Chihiro-1024x743.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Chihiro-1024x743-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Chihiro-1024x743-900x653.jpg 900w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p><em>Buon viaggio dietro al vostro coniglio!</em></p>
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		<title>2001 Prima del contatto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/21/2001-prima-del-contatto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2005 07:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pecere]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Pecere «Sono le dieci. Non mi chiama. Dice che sono obeso. Perché fa così?», disse il suo amico G., cercò di sospirare mentre sbadigliava, poi allungò le gambe sul divano. «Lo sai che è fatta così», disse P. Poi cominciò a ripetere cose già dette, sulla loro storia, per rendersi utile. G. si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Paolo Pecere</b> </p>
<p><img loading="lazy" alt="divano.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/divano.jpg" width="129" height="102" border="0" /> <align =left> «Sono le dieci. Non mi chiama. Dice che sono obeso. Perché fa così?», disse il suo amico G., cercò di sospirare mentre sbadigliava, poi allungò le gambe sul divano. «Lo sai che è fatta così», disse P. Poi cominciò a ripetere cose già dette, sulla loro storia, per rendersi utile.<br />
G. si era addormentato.<br />
<span id="more-969"></span><br />
<b>P. </b>uscì lasciandolo sul divano. Doveva andare a San Pietro, il papa si sarebbe affacciato in un paio d’ore. Il pezzo non doveva superare le 500 battute. Aveva sonno e nessuna voglia di lavorare e l’idea di <b>G. che russava </b>sul suo divano lo innervosiva. Prima di scendere sotto la metro chiamò Veronica. «Ciao piccola, come va?». «Ciao». «Che fai?». «Vado a scuola». «Come va quella bambina che ieri ha sbattuto la testa?». «Lo saprò tra venti minuti». «Ah, certo. E… poi?». «Poi cosa?». «Esci alle cinque?». «Ho la riunione con i genitori». «E che si è deciso per il tempo pieno?». «P. Ho fretta». «Va bene, ti chiamo dopo». «Perché?». «Ok ciao».<br />
Di fronte a lui stavano seduti <b>due bambini che giocavano con un coltellino</b>. Quello che stava in braccio alla madre venne punto dal fratello, e cominciò a piangere. Allora la donna si svegliò e disse ai figli di dormire un po’.<br />
Quando uscì dalla metro lo chiamò <b>sua madre</b>. «Va tutto bene?». «Ho fretta, ma». «Volevo solo sapere se mio figlio è vivo e se ha bisogno di qualcosa». «Ciao».<br />
Telefonarono dall’ufficio. Non più di 450 battute. Nel pomeriggio conferenza stampa di <b>Berlusconi</b>.<br />
Il papa disse delle cose che non si capivano, interrotto continuamente dagli applausi. Arretrò senza voltarsi, come fosse una sagoma di cartone, poi chiusero la finestra. P. telefonò a <b>Veronica</b>, raccolse il cellulare dentro la mano come una fiammella. «C’è qualcosa che non va?», disse, distribuendo il fiato con dolcezza. «No, sono in pausa». «E allora?». «Allora cosa? Ma che hai, P.?». Si sentì come il suono del mare in una conchiglia. «Che hai detto?». «Ho sbadigliato. Ho sonno».</p>
<p>Berlusconi disse: «Questa sinistra non cambia mai. Cambiano il nome, ma non gli uomini, e i metodi stalinisti. Come si fa a dialogare?».<br />
Il giornalista seduto accanto a P. stava dormendo. P. si voltò a sinistra, per cercare uno sguardo. Due giornalisti con il pugno sulla bocca. Chiese qualcosa all’altro vicino, che gli fece una smorfia felina che era uno sbadiglio. «Presidente, i sindacati abbandonano il tavolo delle trattative. La posizione del governo resta inflessibile?». Berlusconi restò un po’ con la bocca spalancata, mentre la sua fronte si stringeva. Si portò la mano sulla bocca. «Perdonatemi», sorrise, «ma siete voi che fate sempre le stesse domande». P. sentì le mucose ostruite di un collega della fila posteriore. Squillarono diversi cellulari. Alle 17.00 si presentava il nuovo simbolo di un partito.</p>
<p>«Sono stanco», disse G. «Non riesco a lavorare». «Ma non sei contento che oggi è stata carina?» «Sì, sì. Sarà la tensione accumulata». «Sei ancora sul mio divano?» «No, sono sul mio». «Senti. Prima è successa una cosa molto strana».</p>
<p>Erano un centinaio, sotto il palazzo, e tutti aspettavano Berlusconi, stringendosi addosso ai microfoni, ai registratori, ai taccuini. Un vento gelido li investiva, faceva attaccare i pantaloni alla pelle,  toglieva sensibilità alle cosce, poi scivolava via, faceva il giro della piazza, tornava a colpire. Telefonò sua madre. «Ti senti bene?». «Siamo un branco di creature semiconsce, prossime alla morte siderale: sì». «Hai messo i pantaloni di lana, quelli doppi?». «Per carità di Dio, mamma». «Ma tu vuoi farmi ammalare? Che hai?». «Niente», disse P. lontano dal telefono. «Mi gira male». «…stasera?» «Mamma arriva Berlusconi devo andare ciao».<br />
Rimasero tremanti ad aspettare che li facessero salire, per qualche ora. <b>La voce dei telecronisti del calcio, ronzìi delle radioline, ricordava epoche prelavorative</b>, dava un morbido senso di attesa, rassicurava. «Dormirei tre giorni», disse qualcuno. «Ne parliamo quando torno, cristosanto», alzò la voce qualcun altro. Quando scesero trovarono uno di loro avvolto nella giacca, che dormiva sulle scale.<br />
Chiamò Veronica, che accettò di vedere un film insieme. Il film era inutilmente triste. Lei si addormentò dopo mezz’ora e P. andò a casa. Faceva molto freddo, e alcuni barboni si erano sistemati sotto il palazzo. Un gatto dormiva vicino a un piatto di pasta pieno. Sul sedile posteriore dell’auto dei carabinieri c’era un uomo che dormiva. Accese la TV e vide Kofi Annan che si girava e tornava nel suo ufficio. Svitò il microfono e sostituì le pile.<br />
Non era felice, con Veronica, ma era certo che avrebbe potuto esserlo. Ma gli sembrava che le cose non sarebbero mai cambiate. Rimase sveglio quattro ore, sul divano. Poi le telefonò, sapendo che lei si sarebbe arrabbiata. Il telefonò squillo una cinquantina di volte, distribuite su tre tentativi.<br />
«Ma che c’è!», si sentì alla fine.<br />
«Niente. Volevo sentirti».<br />
«Cioè non è successo niente di grave?»<br />
«Forse sì».<br />
«Che vuol dire? Stavo dormendo».<br />
«Possiamo parlare?»<br />
«Domani devo fare dieci ore. Ho molto bisogno di dormire molto, in questo periodo. Te ne sei accorto?»<br />
«Posso dire una sola cosa? Che riassume tutto?»<br />
«Oh mio Dio. Dai».<br />
«Vorrei. Sentirmi. Utile».<br />
«Che vuol dire?»<br />
P. cominciò a spiegare. Dopo cinque minuti si fermò e chiese qualcosa.<br />
«Scusa scusa, davvero: sto dormendo», sussurrò Veronica.</p>
<p>La sera della diretta, nella casa del Grande Fratello, <b>i ragazzi si addormentarono tutti contemporaneamente </b>e dovettero mandare qualcuno a svegliarli. P. inserì la notizia sul sito dell’agenzia e rimase a pensare. <b>Rutelli</b>, quel pomeriggio, parlò della necessità di eliminare la parola socialdemocrazia, e P. vide con i suoi occhi le teste dei giornalisti appoggiate sui banchi delle prime file. Attesero tre ore che scendessero Berlusconi e i rappresentanti della comunità islamica, mentre sulla piazza allagata c’era un gruppetto di leghisti che cercavano di scrivere sull’asfalto «FUORI DALLE BALLE». Chiamarono dall’ufficio: 350 parole. Chiamò G.: «Sto male P. sto male P.». «Dove sei?» «Sul divano di casa di M.» «Che è successo? Pronto? Che è successo?». «Le solite cose, mi tratta da cani, da cani, non ce la faccio più…» «Scusa, mi allontano». P. uscì dal mucchio di giornalisti ammassati per tenersi caldo con i corpi, «… tre giorni che non risponde nessuno…», sentì dire a qualcuno, poi corse e si riparò dalla pioggia sotto le insegne di un bar. «Pronto G.? G.? Ci sei?»</p>
<p>Sua madre chiamò e lui la mandò al diavolo. Poi lui chiamò Veronica: «Non lo faccio più», disse lei per la decima volta negli ultimi dieci giorni. Ricominciarono a parlare di quel viaggio da farsi insieme in India, che era ormai una scusa per scherzare insieme della loro stessa bugia patologica. Chiamò l’ufficio sull’altro telefono e dissero qualcosa sulla fiera dei materassi. Veronica gli mandò un bacio e lo salutò di fretta. «E’ uno scherzo?», disse P. a uno dei telefoni.<br />
Alle otto entrò in casa con il cibo cinese e accese la TV. «Qual è, secondo un recente sondaggio, il maggior luogo comune secondo gli Occidentali? Rimangono: 1) L’orrore dell’incesto e 3) i bambini africani affamati. Su una questione così delicata, signora, lei si gioca 100.000 euro. Si prenda tutto il tempo che vuole».<br />
Quella notte disse a Veronica che non sopportava più la situazione, che lei non lo cercava mai. La porta sbattuta spaccò i cardini e tornò indietro come un osso rotto. P. spense il cellulare. Alle otto arrivò in ufficio per aprire e vide con i suoi occhi due colleghi che dormivano sulle tastiere, mentre i telefoni suonavano. La carta usciva dal fax. Sui monitor comparivano notizie. <b>Il calendario Unicef era fermo sul mese di agosto.</b> Il collega che russava aveva la faccia felice e le labbra che rimasticavano il sonno. P. chiamò G. «Devo dirti una cosa, G. Sta succedendo qualcosa, ascoltami. Ci sei?». G. sbadigliava, non riusciva a parlare.</p>
<p>Quella mattina P. si alzò. Preparò la caffettiera e la appoggiò sul fornello. Si tirò su i pantaloni. Aveva dolori alla schiena e alla testa, faceva lentamente i movimenti abituali osservando le traiettorie delle mani che si muovevano da sole spostando le cose, sparivano e riapparivano. Inghiottì il caffè, girò tre volte la sciarpa intorno al collo, infilò la giacca. Il telefono squillò. Accese la televisione e la spense. Si sfilò una scarpa. Accese il computer. Si sbottonò la camicia. Prese una bottiglia d’acqua e un bicchiere, entrò nella camera da letto ancora buia, chiuse la porta. Il telefono e il cellulare continuavano a squillare fuori sincrono. P. si raggomitolò nelle lenzuola e, per la prima volta in tre giorni, si addormentò.</p>
<p>Sognò di andare a letto con sua madre.<br />
<b>La madre faceva capolino dalla porta della stanza, in vestaglia.<br />
Lui da sotto le coperte diceva: «E va bene. Aiutami tu».</b>Diceva: «Vorrei sentirmi necessario per qualcuno».<br />
La madre entrava nel letto facendo il suono della sabbia che scorre in una clessidra.<br />
«Non ti sembra assurdo?», disse P.<br />
Ma la madre, per noia o appagamento,  si era addormentata.</align></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non potevamo più</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/non-potevamo-piu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2005 14:04:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pecere]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Pecere Nella sala si entrava scendendo per scale strette, e poi schivando costose casse stereo allineate come sassi rituali. Seguendo l’invito del commesso si accomodarono nell’ambiente, racchiuso da una porta di vetro infrangibile. P. vide le pareti rosse e irregolari, ricoperte di quel materiale spugnoso che serve a spegnere e contenere le vibrazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Pecere</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/televisori.jpg" border="0" alt="televisori.jpg" hspace="4" vspace="2" width="320" height="240" align="left" /> Nella sala si entrava scendendo per scale strette, e poi schivando costose casse stereo allineate come sassi rituali. Seguendo l’invito del commesso si accomodarono nell’ambiente, racchiuso da una porta di vetro infrangibile. P. vide le pareti rosse e irregolari, ricoperte di quel materiale spugnoso che serve a spegnere e contenere le vibrazioni sonore. C’era un solo divanetto, senza schienale, e all’altra estremità dell’ambiente una fila di amplificatori e casse da collegare. Gli schermi appiattiti sulla parete sembravano pannelli di un tempio, di cui non si leggeva più il messaggio. «La soluzione migliore», disse l’uomo del negozio, «potrebbe essere questa». Sollevò da un angolo un altoparlante piuttosto compatto, sul cui lato si aprivano complesse aperture circolari concentriche. «Non ha la mascherina. Si usa come spia. Ma ha il miglior rapporto qualità-prezzo. Il visore è al plasma, quello al centro».<br />
<span id="more-889"></span><br />
«L’essenziale è che sia bello», disse S., con una vocina liquida e narcotizzata. P., senza guardarla, pensò che era incredibile, che lei non si rendesse conto di parlare in modo così fasullo. Non la guardava eppure era concentrato sul fantasma di lei, che aveva appena fissato: appollaiata sull’angolo del divanetto, che impietosamente ne faceva spiccare la magrezza da anoressica sul fondo insensato di un groviglio di fili.<br />
«Vi faccio vedere», proseguì impassibile il commesso, ed era ormai chiaro che nessuno stava guardando nessun altro, e che le cose sarebbero andate avanti così per un po’.</p>
<p>La porta si richiuse al terzo ascolto, il commesso raggiunse una coppia di clienti che si stavano ringhiando a bassa voce intorno all’oscurità di un proiettore. P. contemplava la monolitica cassa stilo che diffondeva una musica da lui del tutto ignorata. Gli schermi in fondo erano come creature mute che chiedevano aiuto, offrendogli il piacere di ignorarle, almeno loro. In quel volume di suono intenso, come un muro d’acqua, cercava di distinguere il discorso di S., che continuava come nulla fosse. «Non mangiare, almeno non abbuffarsi», diceva S., alzando la voce per puro entusiasmo. «E astenersi dai rapporti sessuali».<br />
P. giungeva le mani, mentre riprovava quella sensazione inevitabile di sollevamento, intellettuale e morale, al di sopra di lei che si confidava. Un distacco, una asimmetria nauseante, che lo riempiva di solitudine, ma che non poteva evitare. Poteva solo cercare di spremersi per entrare in quel pensiero, sperando che la cosa la incoraggiasse e la avvicinasse a lui, al mondo, a qualcosa cui tenersi stretta. Di quanto era dimagrita, nell’ultimo anno? Quindici, venti chili?</p>
<p>S. faceva scivolare le parole sulla lingua come fossero gioielli estratti da un astuccio di velluto.<br />
«Oltrepassare la carne, non capisci?».<br />
«Ti ho già detto di sì. Solo, mi pare che aggiungi tante cose non necessarie ad altre con cui sono d’accordo. Dici che vuoi avere rapporti sessuali soltanto con una persona amata. Sono d’accordo! Ma che bisogno c’è di aggiungere questi discorsi ascetici. Puoi limitarti a cambiare il tuo comportamento, ma non capisco il valore del sacrificio».<br />
«Il sacrificio, il sacrificio», disse S. come continuando. «Oggi la gente non crede in nulla, ognuno fa quello che gli pare. Io lo so io lo so, ne ho sentiti tanti. Vanno a letto con tutti e poi dicono: “era un grande amore, forse”, ogni volta è un grande amore. Calma! As-pet-ta-re! Nessuno ha il coraggio di farlo.»<br />
«Ma che ne sai che le cose vanno così? Ti assicuro che molta gente prova a capirsi, a stare insieme, si mette in gioco. Descrivi le cose come se tutti fossero ipocriti, solo per rafforzare quello in cui credi tu.»<br />
«Non dico ipocriti, attenzione. Magari non se ne rendono conto».<br />
«Ma chi, scusa!»<br />
«Tutti. O quasi tutti».<br />
«Ah, sì? Puoi darmi una percentuale?»<br />
«Credo che il 60-70% dell’umanità sia così»<br />
«Così come?»<br />
«Ferina».<br />
«E tu da dove esci fuori?»<br />
«Non dico a te. Siamo in pochi».</p>
<p>Sugli schermi l’onda si gonfiò e ricoprì tutto come un lenzuolo morbido. Dalla schiuma affioravano piccole schegge di legno che erano tronchi, piloni, assi, portoni. Nel ribollire sporco dell’acqua, che gradualmente ripuliva la terra, P. si sforzava di distinguere quelle masse marroni e disarticolate che erano i corpi. Un ultimo gesto di disperazione, per aggrapparsi, nella luce sgranata composta sulla superficie delle macchine. Temeva che S. li vedesse, quei simulacri di uomini. Temeva quel che avrebbe pensato, quel che avrebbe trovato confermato, di quei pensieri che la stavano uccidendo. Scottava di pietà per lei, costretta a disprezzare i suoi simili come solo modo di trovare un senso delle cose; e insieme di rabbia per quel suo disprezzo impietoso. “Insegnarle ad amare l’uomo”: non era forse un discorso comicamente spostato, e spinoso, e senza uscita? Una cosa troppo grande e astratta per un problema molto concreto e urgente? Le guance scavate quasi taglienti, le occhiaie che descrivevano il segreto dello scheletro, le gambe dei pantaloni afflosciate sopra gli stivaletti a punta in equilibrio instabile. Perché doveva dar credito alle sue affermazioni malate? Solo per testimoniare tra sé un affetto vero, per lei, quello stesso cui doveva aggrapparsi – espressione della sua capacità di comprensione – per non perdere il controllo delle cose? Tutto questo lo smarriva, sospendeva ogni certezza: e solo così, fatalmente, sullo strapiombo del divano secco che dava sulla stanza disabitata e illuminata dai dieci schermi deturpati da bagliori lividi, sentiva che erano vicini, ancora una volta, per un po’.</p>
<p>«Questo è integralismo.», disse P.<br />
«Ed è bello. Le cose giuste devono restare pure. O vince il corpo o vince l’anima».<br />
«No ho sbagliato parola. È fondamentalismo. Ma nemmeno, perché tu non ti richiami a un testo o ad un’autorità precisa. Che cos’è quest’illuminazione ascetica. La lotta tra anima e corpo. Dove pensi che ti porti? Perché non puoi vedere che le cose, nel mondo sono più complicate, precarie sì, ma sempre in gioco, perfettibili? Lo dice anche la chiesa cui dici di riavvicinarti. Tu non puoi giudicare gli uomini in blocco. È ridicolo..»<br />
«Tu sei un eclettico. Non hai un filo conduttore. Ti va bene tutto. “Vantaggi secondari”, così si chiamano in psicoanalisi. Hai una spiegazione per tutto, tutto si giustifica.»<br />
«Continui a confondere comprensione e giustificazione. Io dico solo che deformi le cose come stanno, per dar più forza alle tue personali idee».<br />
«L’uomo è una bestia, non dico che sia una colpa. Dico solo che voglio affermare l’ideale, vorrei che tutti, invece di disperdersi e raccontarsi storie, potessero essere educati».<br />
«Ma stai parlando con me. Diciamoci le cose come stanno, non è per ridurre quel che dici. Tu stai rinne.. stai riflettendo criticamente sul tuo passato, su quello che hai fatto, in termini di rapporti con gli uomini; trovi una regola, un valore: ma ecco che per affermalo devi dire (perché sei fragile) che tutti hanno sbagliato e sbagliano, come e peggio di te, che tutti devono pensarla come te. O c’è il giusto o c’è il peccato».<br />
«Io ho rinunciato da tanto tempo al sesso, con gli uomini. Non mangiare, astenermi, mi fa stare meglio di tutto. È la vittoria, capisci? Le endorfine si posso produrre anche in altri modi. Ogni volta che non mangio cioccolato, io vinco.»<br />
«Ma sei, sei&#8230;»<br />
«Le cose vanno dette come stanno, senza indulgenze. I tentativi di cui parli sono tutte costruzioni: uno si dice che ci sta provando, invece di attenersi a una regola.»<br />
«Un sacramento».<br />
«Certo, perché no? I simboli sono importanti, noi ci nutriamo di simboli. Così si può sanzionare un sentimento vero».<br />
«Ma come fai a capire quale sarà, la persona giusta?»<br />
«Per me non è più un problema. Io l’amore l’ho avuto con te, una volta, e non si può ripetere. In generale: bisogna saper aspettare».<br />
«Le tue idee di purezza (anche se tu non faresti mai certe cose) sono come quelle dei nazisti, del Ku Klux Klan».<br />
«L’anima deve prevalere».<br />
«S.: ripeto che in quello che dici c’è qualcosa che condivido, cui mi sono sempre attenuto, che apprezzo. Ma l’arroganza, ce n’è bisogno? Senti come parli di me. Io non perdono tutto a tutti. Io ho un filo conduttore. E non è vero che “mi voglio divertire”. Le cose mi fanno soffrire come fanno soffrire te. Tu puoi seguire il tuo ideale: ma è come dipingi il mondo, che è sbagliato, forzato. Le cose sono più complicate, aperte. Vorrei che trovassi la forza di sopportare le cose. Te la darei io, in qualche modo, ma devi anche trovarla tu».<br />
«Sei la persona più intelligente che conosco, certamente più di me, amore».<br />
«S.?»<br />
«Il mondo di oggi è senza valori.»<br />
«Ma non è questo, S.. Non così».<br />
«Tu hai paura».<br />
«Tu hai paura».</p>
<p>Lei disse che ci avrebbe pensato e sfilò via dal negozio. Faceva così, era l’unico capriccio che si concedeva. Uscire e andare a provare vestiti, a visionare prodotti. Senza comprare nulla, o quasi. Diceva che era come una cura disintossicante, una diminuzione graduale, un farmaco necessario per uscirne. Parlava sempre di uscire dalle cose, e parlava di una verità in cui era entrata alla fine di un sentiero.</p>
<p>S. era seduta su quella sedia “stilografica” che si era comprata con gli ultimi soldi. Ferma con le mani tra le gambe, le ginocchia unite, i piedi in fuori. Sembrava un mucchio di legni appoggiati l’uno contro l’altro, i capelli sollevati e rinsecchiti un ceppo d’erba secca, in attesa di essere acceso. Avevano discusso ancora. Lui veniva da lei e discutevano e lei gli parlava dei principi, lo chiamava “amore”, e lui si sentiva tanto distante, distaccato da lei che parlava così e non capiva che rapporto fosse, quello. Sullo schermo era cominciato il telegiornale: lo squillo di trombe della sigla inghiottì la vibrazione esausta che seguiva le loro parole strascinate ormai e gonfie. P. stava tremando, sentiva che le energie finivano, sentiva che erano di nuovo in un tunnel sbagliato, diretto al centro esatto del dolore, come quando erano stati insieme, per tanti anni. E lei continuava a parlare di quell’amore come l’ideale, carezzava il piacere dell’espiazione. Nel mondo vedeva solo puttane e re corrotti e disgraziati sofferenti. P. non riusciva più a districare quel suo groviglio di abbagli e impulsi giusti, di violenza cieca e senso di giustizia. «Prova a pensare la trascendenza, a modo tuo», le aveva detto lei dopo aver accettato di mordere un biscotto. «La purezza dei valori senza compromessi. L’intransigenza. Spazzare via l’ipocrisia e la schiavitù del corpo». Era tutto mischiato, nelle sue parole, il motivo giusto e il delirio, la compassione e la furia distruttiva, e se non fosse stata lei forse P. l’avrebbe lasciata perdere da tempo alle sue follie, che molto probabilmente, peraltro, erano fabbricate ad uso e consumo dell’unica persona con cui lei parlava, cioè lui.<br />
Si vedeva un aereo che passava velocemente nel cielo, poi una luce informe che divorava tutto il resto. O forse non era un aereo. La guerra, la nuova guerra. O magari un meteorite. P. non aveva ascoltato le notizie, perso com’era nell’ossessione di quel braccio piatto e rigato di vene blu.<br />
S. pareva tremare, su quella sedia che toccava appena con l’osso sacro. Sembrava inchiodata in un punto, mentre il resto si muoveva in qualche vento.<br />
«Che c’è S.? Che c’è?»<br />
«Hai visto? Ancora».<br />
«Continuerà per sempre, forse», disse lui, per colpirla con una verità tagliente.<br />
«Oh Dio, P. Oh Dio, guarda».<br />
Sullo schermo la luce scompariva nel fumo e riappariva a coprire tutto, non si sentivano urla, non c’era commento. La casa sembrava tremare, forse per il vento fuori.<br />
Allora P. capì che lei non avrebbe potuto sopportarlo. Che l’avrebbe perduta per sempre nelle sue idee che tristi gocciolavano in uno stagno morto, avvelenando tutto. Doveva proteggerla: era questo che voleva lei, che lei aveva voluto fin dall’inizio, dicendolo in mille forme, prima esplicite, poi sempre più cifrate. Inutile perdersi nelle astrazioni. In quel momento occorreva far valere i bisogni primari e cancellare tutto il resto, scoperchiare i propri poveri affetti, racimolati e scaduti, e innalzarli nella luce più alta, a dispetto di tutti i discorsi e le spiegazioni e i dubbi in cui passava il tempo; e in questo istante accaldato, ancora, gli parve che fossero di nuovo uniti nell’accordo. Come sarebbe bello ritrovarsi così, dalla parte della ragione, insieme, e urlarlo senza freni contro questo mondo imperiale e disumano, violento e inesorabile come una pressa, come un deserto spazzato dal vento, in cui sappiamo che saremo sempre sconfitti. Così, prima di capire cosa fosse quella cosa che rompeva la logica dello schermo, P., che per mesi si era impedito di farlo come prima e unica regola di coerenza e prudenza per non fare peggio, la abbracciò, la strinse a sé.</p>
<p>Sentì raccogliersi sotto le dita le sue ossa morbide, affondò in profondità nella pelle e se la incastrò nel petto come una bambina spaventata, nascondendole lo schermo e fissandolo con l’intenzione del coraggio. Strinse. E continuò a stringere, con forza, finché non fu finita, quella catastrofe indistinta, quel conato del mondo sofferente; finché in quel dramma comparve, con ritardo immane: l’uomo – seduto alla scrivania – che cominciò a parlare, e le parole divennero spiegazioni, e le spiegazioni riportavano in gioco i discorsi, i dubbi, la sopportazione, cose che per un attimo anche lui aveva perduto, e solo allora allentò la stretta da quel corpo che si ammollò tra le sue braccia, senza più fiato in bocca.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nuovo cinema post-paraculo: la destra maldestra che è in noi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/11/10/nuovo-cinema-post-paraculo-la-destra-maldestra-che-e-in-noi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Nov 2004 23:53:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[michael moore]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pecere]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Pecere Con deplorevole ritardo posto questo pezzo di su Fahrenheit 9/11 [C.R.] L’autore di “Bowling at Columbine” riusciva eccellentemente a: 1) mostrare alcune mostruose assurdità legate al possesso di armi negli USA, o in alcuni stati degli USA; 2) Suggerire accostamenti intriganti tra questo fatto, la psicosi paranoica di diversi soggetti americani, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Pecere</strong></p>
<p><em>Con deplorevole ritardo posto questo pezzo di su <strong>Fahrenheit 9/11</strong> [C.R.]</em></p>
<p><align =left><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/moore.jpg" alt="moore.jpg" border="0" height="111" width="117" /> L’autore di <strong>“Bowling at Columbine”</strong> riusciva eccellentemente a: 1) mostrare alcune mostruose assurdità legate al possesso di armi negli USA, o in alcuni stati degli USA; 2) Suggerire accostamenti intriganti tra questo fatto, la psicosi paranoica di diversi soggetti americani, e la strage nella scuola di Columbine; 3) abbozzare un’analisi socioeconomica della diffusione di certe nocive abitudini con le pistole; 4) declamare una semplice ed efficace semiotica della diffusione televisiva del panico, indicando i legami tra quest’ultimo, la suddetta paranoia di alcuni soggetti americani,  e la giustificazione di guerre in paesi lontani organizzate dal governo Bush; 5) Duellare da primo attore con Charlton Heston senza apparire antipatico, e anzi facendo apparire il Michelangelo de “Il tormento e l’estasi” come una mummia nazista (quale molto probabilmente è).<br />
<span id="more-698"></span><br />
BaC era simpatico e procedeva a macchia d’olio, senza concentrarsi su una tesi o su un argomento, selezionando tra gli intervistati quelli più vistosamente candidabili a un casting kubrickiano. Non c’era pretesa di completezza documentaria, né la distinta figura di un colpevole (per trascurare la favola della “paranoia originaria dei Padri Pellegrini” nel cartoon degli autori di South Park). Uscendo dal cinema volevo consigliarlo a tutti come qualcosa su cui si possa definire un accordo comune: un tizio irresistibile, un libro, una pomata miracolosa. Qualcosa di nuovo, coraggioso, giovanilmente procedente a scatti, intuitivamente dalla parte della ragione, frizzante, gustoso sembrava comparso nel mondo del documentario, o meglio accanto ad esso. Avremmo passato volentieri una serata a sbicchierare con Michael Moore.</align></p>
<p><strong>Fahrenheit 9/11 pretende di dimostrare molte tesi mai distintamente enunciate, tutte concentrate su un colpevole stavolta manifesto: il famigerato, enigmaticamente demente-e/o-molto-scaltro G.W.Bush.</strong> Scegliendo di alzare la posta, e di andare ben oltre l’analisi del suo quartiere e dei programmi che scorrono sulla sua TV, Moore cerca meno la risata empatica dello spettatore, prediligendo un menu non proprio appetitoso di violenza e lutto, ben attento alla colonna sonora. <strong>Il risultato è un film anti-Bush che, nonostante i numerosi scarti metanarrativi, non riesce a non sembrare un’immagine dello stesso problema che – senza risparmio di lacrime, carne cotta e battute irresistibili – l’autore sta cercando di denunciare, tirandosene fuori.</strong></p>
<p>Il problema, prima di tutto, sta nella pretesa del film di non essere uno spot o un dissacrante videopamphlet, ma l’indagine non autorizzata su diverse scottanti verità. I punti effettivamente scottanti sono molti: le lobbistiche irregolarità nell’elezione di Bush, certi legami dei Bush con diversi gruppi finanziari tra cui i sauditi Bin Laden, gli interessi economici di notabili membri dell’amministrazione Bush nella ricostruzione di remoti paesi ancora intatti, le buone vecchie relazioni commerciali e strategiche tra Bushsenior, Bin Laden mujahiddin ammazzarossi e Saddam Hussein, il tragico slittamento semantico alla base dell’invasione dell’Iraq: il film, però, contiene in proposito un taglia e cuci di telegiornali e quotidiani. Tutte cose già documentate e rese note, spesso cose trascurate, ma nessuna scoperta. Come pure si sapeva che Moore fosse l’autore americano di riferimento per chi è sottoposto da tre anni allo stillicidio della apparente inefficacia di queste cose sull’opinione pubblica americana e non solo; lo si sapeva, appunto, già prima di vedere il suo nuovo film.</p>
<p>Sorge il dubbio che l’autore si stia rivolgendo a un’opinione pubblica eufemisticamente definibile come disattenta, quella americana che sta per rivotare Bush, e dunque sia interessato a sottolineare bene con l’evidenziatore, la musica e le gag, ciò che dovrebbe essere di dominio pubblico, per dire allo spettatore, come si legge nell’ultima schermata sopra l’indirizzo www.michaelmoore.com: “fai qualcosa”. Il che, se non si sposa a un elevato rigore documentario, e magari si concede la tentazione di strafare al prezzo di qualche scorrettezza logica, è la definizione di una tecnica pubblicitaria.<br />
Brancolando tra le rapide zoomate, i pop up, i salti di montaggio, <strong>mentre cerco di raccapezzarmi sulla sgargiante mappatura dell’impero economico di Bush proposta da Moore, penso alle analoghe animazioni da videogame che scorrevano dietro uno svuotato Powell all’ONU</strong>, mentre questi &#8211; come ci ricorda anche Moore &#8211; illustrava la mappa dei siti in cui Saddam costruiva armi finedimondo. È un po’ come la scena del film di fantascienza in cui l’hacker, danzando con le dita sulla tastiera e guardando i segni azzurri che scorrono sul monitor a velocità superiore alla soglia di percezione di un comune apparato umano non bionico, spiega che “La macroscheda del cervellone centrale di V.I.C.K.I. sta cercando di isolarci da queste subdirectories mononucleari di macrocrediti circondate da fottuti demoni a 350Mega – vedi questi cerchietti qui?”</p>
<p>Osservo da diverse angolature il volto non proprio mefistofelico di GWBush, mentre la calda voce di Moore gli pone domande cui egli non sa o non può rispondere. E la mia testa saltella impaziente, destra e sinistra, come saltando la prefazione di un nuovo libro tanto atteso. E mi domando: questo GWB pensa che gli americani siano abbastanza stupidi da essere convinti con storie sul Principe del Male: ci è o ci fa? L’importante, comunque, è capire come lui o i suoi presunti burattinai riescano a convincerlo, questo pubblico: ed ecco che il film di Moore, negli intervalli tra gli ampi salti logici della sua indagine sul vero impero del male (quello dei Bush), ritorna alla sua precedente analisi della “politica della paura”. Che in questo caso conduce a: Bush racconta frottole usando il caro vecchio espediente del capro espiatorio, e la legge mediatica secondo cui ‘se Lo nomini e nomini sempre e solo lui, precisando che è LUI il problema &#8211; o volete forse dire che non vi importa di quelle vittime innocenti?! &#8211; prima o poi li convinci che le prove sono schiaccianti’. (È stato anche realizzato un interessante grafico, pubblicato in Italia da La Repubblica, con ascissa “data del calendario romano” e ordinata “numero di volte in cui viene nominato in discorsi ufficiali”, che chiariva bene il concetto sul passaggio dalla curva Bin Laden alla curva Saddam, e sulla loro piatta assenza dalla bocca di GWB prima dell’11/9/01). Però, se questa legge è una legge dello stomaco, o comunque psicologica (e Moore invita un diplomatissimo “Psychiatrist” per spiegarcelo), se fa leva sulla rabbia potenzialmente forcaiola di un’opinione pubblica colpita dagli attentati dell’11/9, che cosa fa Moore?</p>
<p><strong>Moore mira a quello stesso stomaco, e colpisce. Ci mostra per gran parte del film volti distrutti dalla paura, dall’angoscia, dal dolore. Oppure &#8211; ed è quasi un’altra metà del film &#8211; tenta di farci improvvisamente ridere con sterzate dal grottesco (le frasi chirurgicamente estratte da filmati di vari politici americani), al puramente demenziale (la galleria di paesi della “Army” antiirachena e filoamericana: con Dracula a rappresentare la Romania, vichinghi per l’Islanda, un accannato per l’Olanda, scimmie per il Marocco, indigeni con le lance per Tonga – esattamente come nel memorabile e panamericano <em>Indipendence day</em>).</strong> La risata, in fondo, è il gesto smarcante preferito da Moore, laddove l’evocazione del Male quello di Bush: ma entrambi, il film lo mostra bene, si servono di entrambi.</p>
<p>Il punto più basso del film è Moore che dialoga con la madre della famiglia più militarmente impegnata degli USA, e dopo averci lucidamente ricordato che famiglie come queste sono economicamente quasi-costrette a raccomandare il lavoro col mitra, le si rivolge serio dicendo che quello della madre e dei suoi figli è “un grande dono al Paese”. Ci mostra poi lucidamente, in interviste degne di <em>Full metal jacket</em>, impressionanti soldati carnefici in Irak; ce li mostra un attimo dopo vittime che tornano nelle bare, e si domanda infine, tra lo slogan e l’elegia: “si fideranno ancora del loro governo?”. Come se, con un governo più affidabile, che non mandasse i soldati allo sbaraglio, gli arruolamenti di massa e l’invasione bombarola di un vero paese colpevole fossero senz’altro cose accettabili, degne valorizzazioni del nobile sacrificio della famiglia americana di provincia. Moore chiude con un’interminabile sequenza sui conati di pianto della stessa madre, che versa lacrime sul figlio morto di fronte a una casa bianca blindata. Su questo ultimo piano sequenza, mentre la camera resta muta di fronte ai lamenti della donna che fa finta di non vederla e di parlare da sola, si sente lo sgradevole odore dell’artificio e del reality. Il messaggio, in definitiva, resta poco chiaro.</p>
<p>Ambiguità come queste fanno rabbrividire (si pensi al fatto che Kerry ritiene la guerra in Iraq semplicemente malcondotta, non di per sé ingiusta) soprattutto considerando il latente razzismo che serpeggia nel film, altra traccia di analogie di impostazione tra il documentatore e il documentato. Già ho citato l’esilarante galleria di paesi esotici, che fa da pendant al “Presidente che fa bombardare paesi di cui non conosce il nome” di BaC. <strong>C’è poi il passaggio in cui il film definitivamente si perde, quello in cui, dopo aver sottolineato le contiguità tra i Bush e alcuni delle dozzine di membri della famiglia Bin Laden in diversi consigli d’amministrazione di società private americane, Moore imbandisce una carrellata di foto in cui esemplari-Bush stringono la mano o camminano, in luoghi non specificati, a fianco di sauditi avvolti nel turbante bianco. Come a dire: “vedete?”. Tutte espressioni che, quanto a cogenza esplicativa del messaggio, oltrepassano di ben poco le barzellette sui negri e i maccheroni mafiosi.</strong></p>
<p>Poi c’è quella che forse è la scena più forte del film, la donna irachena che invoca Allah tra le macerie, seguita da Britney Spears che da sotto il cerone invita a fidarsi del Presidente. E a questo punto penso: Ma sì!: è vero che il film rischia di confondere l’idea stessa di documentario; è vero che, dopo che si è tanto parlato di censura, <strong>il film vincitore di Cannes, che ovviamente se ne è giovato, risulta procedere più come la <em>Passione</em> di Mel Gibson che come l’inchiesta che spregiudicatamente scoperchia la verità</strong>. Ma in fondo, se sposta qualche voto nelle elezioni americane, chi se ne frega, e ben venga! Poi vengo a sapere che oggi Bush 52% e Kerry 41%, e penso che il film potrebbe limitarsi a confondere l’idea stessa di documentario, e renderla poco perspicuamente affine a quella di spot elettorale. Tutte cose che, in Italia, suonano come benzina sul fuoco.</p>
<p>La questione, in definitiva, è se un film come questo metta in atto una forma auspicabile di impegno. Chiara &#8211; e pienamente condivisibile &#8211; la tesi anti-Bush, essa è però sviluppata secondo il metodo della propaganda di Bush. E un domani, passato il momento elettorale, non sarà forse questo modo di fare a costituirne l’eredità, somministrato ai potenziali elettori per demolire Bush ma senza scalfirne minimamente la forma mentis televisiva, senza far nulla per sradicare il concetto di Bush? Che cosa lascia il film all’ex elettore di Bush che un domani si trovasse di fronte a un film speculare: questo Kerry, a sentire qualcuno dei suoi ex-commilitoni (i filmati con le loro interviste, realizzati di recente da entrambi i fronti, per la campagna elettorale americana, sono in perfetto stile-Moore &#8211; o meglio è Moore che ne rispecchia lo stile da calunnia elettorale), questo Kerry, diranno, è uno Skull, si sa che appartiene a potenti lobby, ha sposato il ketchup e il capitale, dietro il suo sorriso c’è un progetto quasi satanico, anzi, dicono sia un satanista coprofago, che sotto le felci vietnamite si accovacciava nudo a succhiare il midollo dei vietkong. Tutto potrebbe ridursi a voci, mezze verità, approssimazioni o pure e semplici dita puntate, ma in qualche modo il film si potrebbe mettere su, tutto si può pretendere con un’abile regia. Non apparirebbe, un film del genere, come il negativo del film di Moore? Non è forse potenzialmente dannoso flirtare con i metodi dell’avversario, quando questo avversario è la politica dell’interesse economico senza scrupoli, del mascheramento propagandistico, dell’apologia fatta rilanciando con le più spinte calunnie? A voler superare l’originale sul suo stesso terreno, seguendo il suo stile, si rischia forse di perdere, ma peggio ancora si mantiene il sostenitore dell’originale assopito nella sua logica fatta di simpatia per il compaesano rabbia e approssimazione; si lascia intatto lo sfascio della comunicazione nella propaganda, e magari si finisce col favorire un replicante dell’originale. <strong>L’impegno, in questo senso, non è solo questione di prendere la posizione giusta: è, altrettanto e prima ancora, questione di stile.</strong></p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un&#8217;umanità da cani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2003 09:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[dogville]]></category>
		<category><![CDATA[lars von trier]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pecere]]></category>
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					<description><![CDATA[Dogville di Lars Von Trier di Paolo Pecere «Dogville è un geniale apologo sulla malvagità umana. La Grazia (una struggente e bellissima Nicole Kidman, riconsacrata al cinema d’autore dopo l’affaire Kubrick) venuta a dare un’ultima occasione alla Comunità umana-americana, si scontra con la comune crudeltà e ipocrisia, per tramutarsi infine in violenza distruttiva e&#8230; purificazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dogville di Lars Von Trier</strong></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>«<em>Dogville</em> è un geniale apologo sulla malvagità umana. La Grazia (una struggente e bellissima Nicole Kidman, riconsacrata al cinema d’autore dopo l’<em>affaire</em> Kubrick) venuta a dare un’ultima occasione alla Comunità umana-americana, si scontra con la comune crudeltà e ipocrisia, per tramutarsi infine in violenza distruttiva e&#8230;  purificazione o provocazione? &#8230; Il geniale regista danese mette ancora una volta in scacco i nostri&#8230; toccare le corde più&#8230; trasparente e feroce come nessun altro&#8230; a nudo le nostre&#8230; » ecc. – così, forse, Lars Von Trier avrà immaginato la prima recensione al suo ultimo film.<br />
<span id="more-238"></span><br />
<strong>In effetti, <em>Dogville</em> si presenta come un apologo tragico, con premessa, climax e catarsi, e rinuncia a qualunque altro strumento cinematografico che ritiene superfluo alla percussiva trasmissione dello choc morale, dallo scenario alla steady camera, dalla verosimiglianza psicologica alla credibilità dei dialoghi</strong>. L’operazione si snuda fino all’essenziale, uno schema in cui a violenza inferta corrisponde, nel finale, violenza corrisposta. Ricorda il procedimento di mio figlio che 1) ti dice «tu hai fatto qualtosa di cattivo!», puntando un dito accusatorio e cominciando a caricare la rincorsa e 2) ti mira col pugno e sentenzia: «Ci penso io a te!», 3) carica e suscita gratuita e divertente lotta.<br />
Qui nel film di Von Trier, l’imputato,  è inequivocabilmentre qualcosa come l’Uomo, ma presentiamo nei dettagli gli elementi del film:</p>
<p><strong>Plot</strong>: Grace (Nicole Kidman) arriva nella cittadina (Dogville), popolata da una ventina di persone, che nella presentazione che ce ne fa la voce narrante e il cicerone-filosofo che ospiterà la stessa Grace si dividono in 1) peccatori impenitenti (“quello va al bordello”, “quelli del negozio sono tirchi” ecc.); 2) handicappati (“quello è cieco, ma non lo ammette e non esce di casa”, “quella è storpia”, “quello è ritardato”); 3) bambini con nomi mitici (Giasone, Teseo ecc.); 4) il giovane-filosofo stesso, inquieto e insicuro, mille volte più insopportabile di Zeno Cosini, che, incontrando Grace, decide di mettere alla prova le virtù dei suoi concittadini con un esperimento. Grace, che è in fuga dai gangster, e dunque manifestamente innocente (cosa mai messa in discussione dagli homines non sapientes che popolano il paesino) si nasconderà qui per qualche tempo. Il problema, di fronte a questa scandalosa proposta (?!) sarà: sono o non sono i dogvillesi (Cittadicanesi? Cagneschi? Accaniti? Canopoletani?) una Comunità davvero odiosa e ributtante di vizio, o colgono essi l’occasione per assolversi? <strong>Il teorema Von Trier, senza fornircene ragione, comincia con la conclusione</strong>. Che Grace possa restare nella comunità, presso la casa del giovane che desidera ospitarla, è questione da sottoporre al Gran Consiglio della Parrocchia; la discussione sarà aspra, e risulterà, grazie alla vis retorica del filosofo morale, nel conciliante verdetto: sì, ma deve lavorare come sguattera per tutti gli abitanti. Ergo: <strong>Dogville è fin dall’inizio la peggiore fogna umana dove uno sventurato possa capitare, peggiore della peggiore cittadina di provincia ipocrita della storia letteraria e non</strong>: isolate e distillate i vizi e le violenze di Aci Trezza, della periferia romana-pasoliniana, del bassofondo newyorkese di scorsesesca memoria, di Twin Peaks, della New York 1999 di Carpenter o di quella sprangatutti dei Guerrieri della notte, agitate con zelo e otterrete un luogo più abitabile e gentile di questo perfido e invelenito agglomerato di abitazioni, che senza dubbio è votato fin dall’inizio e ingoiare Grace nella sua merda e a restare in malora.</p>
<p>Eppure i personaggi discutono, vociferano, esitano, provano fugaci simpatie, dunque, pare, l’Autore ci vuole presentare simulacri di esseri umani,  non una surreale nidiata di demoni nel rapido antefatto di un inseguimento con la motosega. <strong>Esseri umani colpevoli fin dall’inizio, se si pensa che nessuno lascia il paese e che ospitare Grace viene presentata come una prova da superare, dunque l’espiazione di una comunità cui manca ancora la patente di vivere</strong>.</p>
<p>Ma i vuoti psicologici del microcosmo di Von Trier (forse messi dallo sceneggiatore sul conto della rinuncia a ogni realismo) emergono anche altrove, nelle scene in cui Grace dapprima si accattiva gli abitanti della cittadina, poi all’improvviso si scontra con la loro crudeltà senza scurpoli. La bella servetta conquista il cieco, che, lo ricordiamo, nega la sua cecità, aprendo le tende della sua stanza e commentando la bellezza del paesaggio. Lui: “tu capisci molte cose, vero?”. E ancora: Grace diventa simpatica al ritardato aiutandolo a fare i compiti (lo vediamo infine mangiare tre dame con un sola mossa al filosofo allibito!), piace al caminionista puttaniere perché sa capirlo (“Ognuno deve prendersi i proprio piaceri”, se lo ingrazia: e lui, che sorride con uno sguardo inequivocabilmente infantile, ricambierà stuprandola), e in generale suscista l’interesse dei maschi di ogni età, che poi la stupreranno a catena di montaggio, maschi dei quali sappiamo solo che: 1) hanno la mente di bambini; 2) sono sessualmente repressi e dunque perversi – sadici e masochisti – a cominciare dal bimbo Giasone (così, vedete?, Grace sarà come la furiosa Medea! – eroina dell’omonimo film  &#8211; 1988 &#8211; di Von Trier) che, per quello che sembra un desiderio frustrato verso la bella straniera, le implorerà di batterlo, per poi denunciarla con la madre e cominciare a infangarne la reputazione.<strong>Insomma, a Dogville nascono come legni storti e non crescono mai.</strong></p>
<p>Così, l’inevitabile inversione. La polizia porta sempre più annunci di ricompense per la cattura di Grace, il denaro dunque invita già a vendere la domestica ai suoi probabili aguzzini; poi il piccolo Giasone (bambini immorali è proprio l’ultimo trend del più hollywoodiano cinema indipendente) sputtana Grace, il burbero contadino, padre di Giasone,  vuole da lei “rispetto” (=scopata) durante la raccolta delle mele, e la violenta, poi racconta alla moglie di essere stato tentato, e la moglie stessa fracassa le statuette che Grace aveva faticosamente comprato con i suoi risparmi (“che rappresentano per Grace il legame tra lei e gli abitanti di Dogville”, ci chiarisce la voce narrante a scanso di equivoci), poi Grace tenta di scappare corrompendo il mansueto camionista e convincendolo a farla nascondere tra le mele da portare fuori paese, ma quello la tradisce, prima la violenta poi la restituisce alla popolazione incagnita, che decide di incatenarla a una pesante ruota di metallo; Grace viene tradita anche dal sensibile filosofo, che la accusa di un proprio furto (immotivato, forse frutto di cleptomania): finisce così che Grace viene considerata meretrice e ladra, così tutti che tutti i maschi in età virile si sentono infine liberi di stuprarla. Il filosofo non si oppone, sta al gioco dell’amore platonico, ma infine, siccome sotto sotto è geloso, la vende ai gangster.<br />
Ma i gangster erano peggio di loro.<br />
<strong>Il finale ci mostra Grace, che è la figlia del grande capo-gangster, che decide di assumere il potere finora rifiutato. Voleva vedere se l’umanità merita la crudeltà di una vita gangster che lai mal accettava: e ancora esita se assolvere i microcefali di Dogville. Ma infine, rimuginando sulle violenze subite, si risolve (“meritano di morire più di ogni altra cosa”) e ordina di sterminarli tutti e bruciare il paese. Il filosofo, che lei amò di amore platonico, cade per sua mano. Sopravvive solo il cane &#8211; Mosé! ! &#8211; che abbaia la sua disperazione allo spettatore.</strong><br />
E ora alcuni cenni su altri aspetti del film.</p>
<p><strong>Scenario</strong>.<br />
Von Trier desidera che lo spettatore sappia che il suo film è una finzione. La cittadina è disegnata col gesso su un pavimento, e frequentissimamente inquadrata dall’alto come il tabellone di un gioco. Non ci sono pareti, ma gli attori aprono porte invisibili, con tanto di doppiaggio. I margini della cittadina sono indistinti, bianchi o neri a seconda dell’ora del giorno. Von Trier ha probabilmente letto Beckett, ma la sua intenzione sembra nientemeno che quella di evitare un coinvolgimento dello spettatore, e concentrarne l’attenzione sull’azione, sull’apologo.</p>
<p><strong>Dove si svolge il dramma? </strong><br />
In un nessundove, ma nello stesso tempo in un isolato paesino americano. È il primo film di una trilogia sull’America, pare, e Von Trier desidera ricordarcelo con una sigla finale in cui si celebra il suo geniale e visionario distacco provocatorio, con canzone sulla <em>Young Americans </em>su foto in bianco nero di americani homeless. La comunità si riunisce in parrocchia per deliberare le scelte comuni, ma l’unico rito cui si assiste è l’allestimento di festoni per il 4 luglio, giorno in cui cui Grace viene stuprata dal RACCOGLITORE di MELE (!!!!!!!, !!, !). Dopodiché, il posto potrebbe essere anche una campagna ibseniana o checoviana, con i suoi storpi e il suo giovane intellettuale frustrato innamorato della giovane borghese. Ma<br />
<strong>Perché, innanzi tutto, il film fallisce?</strong><br />
Concesso lo scenario astratto – le velleità brechtiane di alienazione e apologo teatrale, l’affannante e dogmatica camera a spalla, i titoletti e il narratore barrilyndoniano disgraziatamente doppiato da un Albertazzi volutamente irrochito, i personaggi-tipo – resta il fatto che la sceneggiatura ridicola non incide mai, tantomeno a quel livello di shakespeareana universalità da cui vorrebbe vulnerare l’umanità tutta. <strong>I personaggi sono inverosimili e piatti, ma vabbé, siamo o non siamo sul tabellone di un gioco? (che magari è un “play” come la Vita), ma anche le loro frasi, i loro drammi, le loro crudeltà, non sembrano che i gesti nervosi con cui Von Trier rovescia i pezzi della partita che sta giocando.</strong> Ne risultano scatti improvvisi nell’azione, che se colpiscono lo fanno esclusivamente sotto la cintura, con i consueti espedienti della crudeltà mostrata, dell’umiliazione inflitta e subita, da un personaggio che non reagisce per lasciarne maturare il frutto allegorico in vista della catarsi finale. Si è parlato, fin dal martirologico Le onde del Destino, di cristianesimo. <strong>Se lo è, è quella versione inviperita e marcia di cristianesimo che dapprima apparecchia la rappresentazione del mondo in modo tale da sottolinearne i vizi, con pesanti pennellate di trucco, lividi, ceffoni su guance bagnate di lacrime e piacevolmente arrossate, accalca i suoi rifiuti umani in un cul de sac infernale, per poi lamentare la loro irrevocabile perdizione, indicando così la sola luce di una trascendenza purificata col filtro</strong>.<br />
Ma secondo me queste sono parole grosse. La verità su Von Trier la dice tutta un suo vecchi film &#8211; forze il più riuscito -: <em>The Kingdom </em>(1994). Polpettone televisivo contro le regole, un po’ il Twin Peaks svedese, divertentissimo anti-ER. Vi si raccontano gli episodi surreali di un gruppo di medici, tra cui un norvegese paranoico e aggressivo, appena arrivato, che odia gli svedesi come razza, e un primario accannato somigliante a Hannibal Smith dell’A-team: la vicenda procede per accumulo, tra flirt incredibili, fecondazioni di corridoio, casi clinici dominati da patologie psichico-cerebrali, e l’immancabile momento splatter-viscerale del futuro autore di <em>Idioti</em>, con la bambina resa demente da un intervento alla testa che dondola e sbava per lunghi secondi in primo piano, mentre il chirurgo colpevole urla e se ne lava le mani. Ci sono poi i down lavapiatti nel sotterraneo, che ovviamente conoscono la storia dell’edificio (tipo <em>Pet cemetery</em>) e ne discutono con voci lynchiane, finché compare il fantasma della bambina che fu uccisa, e si procede verso il paranormale-splatter. Lo stesso regista, dopo che la sua testa viene partorita nell’ultima seguenza, viene a informarci di averci preso per il culo, come se non si fosse capito. <strong>Il genere potrebbe battezzarsi, citando Schrader, “trascendente da baraccone”, ed è uno stile verso cui convergono, senza mai toccarne però questa vanificante purezza, i vari Lynch, Coen e altri nipotini di Kubrick. Il regista ama toccarci lo stomaco, tamburellare sul cervello stimolando voci come “Morte”, “Aldilà”, “Deformità”, “Provocazione”, “Malignità”, “Vanitas vanitatum”, “Camera a spalla”, e dunque la seducente coppia “Vero/Falso”.</strong> Il risultato non lascia traccia, né l’autentico malessere di alcuni film di Lynch (primo di tutti l’ultimo, finalmente capace di trovare la chiave giusta), né il divertito compiacimento e la vena commovente di alcuni dei Coen, né tantomeno la potenza e la ricchezza di tutti i film di Kubrick. Rispetto a questi, Von Trier mostra più iperconsapevolezza tecnica e più radicale volontà metacinematografica, e nella stessa misura perde in capacità visiva e tecnica, per non parlare delle sceneggiature.</p>
<p>In conclusione, Dogville si può collocare a mezza strada tra due analoghi film apologo, anch’essi bipartiti, aperti e chiusi dalla violenza (in quanto violenza-della-società) e certo noti al metaregista svedese: <em>Arancia Meccanica</em> di Kubrick e <em>Decalogo 5</em> di Kieslowski (uscito in sala come Breve film sull’uccidere). Il primo fa anche ridere, al rischio del coinvolgimento e dell’identificazione entusiasta con il giovane protagonista Alex, e se enuncia lo fa con il paradosso, avvelenando le stesse risate che suscita e mutandole in sorrisi raggelati; il secondo è rigorosissimo e cupo, e afferma la sua tesi a chiare lettere nell’ultima sequenza. In entrambi i casi, siamo invitati a riflettere sull’origine e sulla gestione della violenza nella nostra società (ben riconoscibile anche nell’iperbole kubrickiana). <strong>Dogville dice che l’uomo e il potere sono maligni, liquida le ambivalenze kubrickiane (come la simpatia estetico-erotica per le stesse gesta di Alex) in un tautologico e antitragico “Foul is Foul”, ma in definitiva lo fa alzando la voce in modo tale che scorgiamo i pugni stretti del suo autore: il film, rispetto agli altri due, non è rigoroso e non fa ridere: infine si autodistrugge come un petardo senza scherzo.</strong><br />
(Forse saranno colpevoli anche i tagli per l’edizione italiana: o sono solo scene di stupro e altri bambini chiamati Isacco che vengono sgozzati?).</p>
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