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	<title>Paolo Sperandio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le scimmie all&#8217;aeroporto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sperandio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; [ img © ,\\&#8217; ] di Paolo Sperandio Esimio Scrittore, &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;quella che legge non è una storia vera, non è una storia inventata, forse non è una storia. Tutto quello che è sta nel titolo, che sta nella mia memoria del Poeta. Avevo oltrepassato la sua esistenza come il sangue scavalca un grumo venoso, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><center></p>
<table width="100%" height="470px" style="border:0px solid #8B7D6B;" align="center" cellspacing=0 cellpadding=46>
<tr>
<td background="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/small.gif">
<p ALIGN="center"><img loading="lazy" style="border:0px solid #8B7D6B;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/le-scimmie-dell-aereoporto.gif" alt="" width="247" height="243" /></p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 350px;"><small><strong>[ img © ,\\&#8217; ]</strong></small></p>
<p ALIGN="center">di <strong><big>Paolo Sperandio</big></strong></p>
<p><code><font size="3"><strong>Esimio Scrittore,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;quella che legge non è una storia vera, non è una storia inventata, forse non è una storia. Tutto quello che è sta nel titolo, che sta nella mia memoria del Poeta. Avevo oltrepassato la sua esistenza come il sangue scavalca un grumo venoso, che c’è però non fa male, finché non ho letto il Suo articolo. Più che un articolo un monito, un richiamo al rispetto: abbiate rispetto del Poeta. A chi è rivolto? Se, come Lei afferma, “<em>il mondo è dei mediocri</em>”, sono i mediocri a leggere i giornali. Come me. <span id="more-11740"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Li leggo nelle pause, tra due infarti, tra un’angina e un’aritmia sistolica. Nei monitor brilla lo zig-zag di quella striscia verdina che tratteggia la vita dei pazienti. Quella del Poeta è la più irregolare, dalla stanzetta in fondo al corridoio rimanda le sue torsioni elettriche per rimanere vivo. Come qualsiasi altro malato. E’ il ronzio uniforme delle macchine che dovrebbe rassicurarmi, e che mi fa invece dubitare delle mie decisioni. Che farò quando si metterà a vibrare, quando la spia rossa lancerà un fischio di allarme perché i contorcimenti del Poeta stanno avendo la peggio? Sarà il momento che ho atteso, senza saperlo, da trent’anni, eppure ancora ne ignoro la ragione. Abbassare il volume, allacciarmi meticolosamente le scarpe e uscire senza fretta, magari fermandomi in bagno, perché muoia una buona volta, e da solo… Oppure precipitarmi coi farmaci e il defibrillatore già acceso, salvarlo? Il gelo di queste luci bianche condensa blocchi interi di stanchezza, sento che dovrei partecipare più da vicino agli eventi, stare vicino a me stesso mentre sta compiendosi tutto. Ma Lei ha ragione, al Poeta “<em>si può fare del male con poco</em>”. Troppo poco, per una vendetta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ questo che vorrei farLe capire: pur essendo un mediocre non ambisco vendette. Lei così introspettivo, così attento indagatore dell’anima, mi domanderà allora perché decisi di fare medicina, perché di darmi proprio alla cardiologia. Sarebbe arguto collegare la scelta ai malesseri di quell’ombroso adolescente, di cui già la Poesia turbava il cuore con le sue irrequietezze. Più blandi, i malesseri miei dell’età, credo ormonali, non meritavano che lui li considerasse, non erano degni del suo sguardo “<em>al mondo nella sua interezza</em>”. Perché (mi permetto nuovamente di citarLa) già allora il Poeta scopriva che “<em>esiste un altro livello a cui si può convocare la vita, e sentirla, accusarla, denunciarla, avversarla e, nonostante tutto, volerla</em>”. Mi chiesi allora (e non ho smesso di chiedermi) se al di sotto di questo livello non c’è altro che colpa. Se perché annusavo le ragazze, perché mi appassionavo alle motociclette e alle avventure spaziali più che a Gide, se per questo meritassi un disprezzo così intenso, così definitivo e aggregante.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Era la strategia del Poeta. Aggregava intorno a un nucleo di insulti i seguaci di passaggio, li caricava del medesimo spregio rivolto verso bersagli cangianti, vittime mobili inclini a scambiarsi di posto coi seguaci, secondo i tempi. La mia condanna era di essere poco seguace e quasi sempre bersaglio. Avvertivo il suo lavorio per escludermi dalle gite infarcite di cannabis, dalle blues-session cui non davo alcun apporto musicale. Lei oggi mi spiega che ero parte di un “<em>mondo grasso e volgare</em>”, e ben mi sta perciò, retrospettivamente ben mi stava.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il ronzio delle apparecchiature ha la stessa linearità di un passato troppo distante per smuovere alcunché. Sto curvo seduto sul lettino, in calzini e con un camice ricucito buono per una periferia della sanità e dello spirito. Mi va largo, da quando ho sperimentato io stesso l’ischemia. E’ ciò che unicamente avrebbe finito per legarci, se non l’avessero ricoverato proprio qui. Non altro, non ricordi cui siamo diventati estranei né alcuna misericordia di ritorno. Se il Poeta non giacesse sedato nell’ultima camera laggiù, non mi preoccuperei del mio cuore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;In seguito ho riflettuto che la sua Poesia poteva aver bisogno dell’antipoesia come Cristo di Giuda, se no non è tale. Gli anni avevano una durata ingenua, fatta di eternità ripetute: da un capo all’altro della spiaggia, dall’inizio alla fine di un trimestre, senza mai un troncamento, una cesura avvertita come tale. Giocare a carte per lui non era degno, a calcio sì, presumevo valori e disvalori segreti, noti solo al Poeta. Mi incolpavo di scorgere nel gioco solo il gioco. Lui emanava verdetti repentini. Sciocchi i motori, vana la lotta sociale, al fondo di ogni esistenza Celine più che la vera esistenza. Io non ci arrivavo. Forse perché non studiavo le religioni orientali, forse non amavo abbastanza Celine… E tuttavia in quei pomeriggi sorridevo, di più se era maltempo e il tonfo della pioggia ci dotava di un riparo e caffè, e tranquillamente veniva la burrasca notturna.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Perché nel nostro mondo piccolo, di numeri e spazi contenuti, sentivo principalmente protezione, dall’uno all’altro di noi. Contavo sull’affetto di mia madre, forse, non so lui. Agli analisti sancire se è una colpa anche questa. Se lo è, in me corrispondeva all’innocenza. Che persi per azione deliberata del Poeta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ stato il momento della realtà, della crescita, direbbe uno scrittore. E’ stata la chiazza di sangue su un cespuglio quando alle feste si attraversava la campagna. Un annegato risospinto a riva dal mare, nella calca dei bagnanti. E’ stato il male, intravisto ma ancora sconosciuto. Un’estate intera di nuotate, i dopopranzo assorbiti dall’afa e dalla musica, alla sera sigarette fino a tardi. Insieme. In cinque, ricordo il numero nel mio ragionieristico approccio, mi scuserà. Eravamo in cinque. Il Poeta in realtà non mi scusava, criticava subdolamente i miei dischi, la mia allergia alla pittura. Capivo di essere l’ultimo in classifica e tuttavia mi industriavo a permanervi, sentivo nei nostri stivaletti una forza che sopravanzava i miei demeriti, nel nostro slang da beatnik di provincia. Ero il solo a portare occhiali scuri. Mentre le lenti spesse del Poeta attestavano un nevrotico tormento, analogo a Ginsberg almeno quanto io differivo da Kerouac, e nonostante le camicie a quadri. Oggi ancora mi pervade lo sgomento ricordando di quando rientravo a sera un po’ brillo, allegro di un’ebetudine mia sola, in virtù unicamente della quale riflettevo che in fondo, tutto sommato eravamo noi pure un bel gruppetto di amici. Ho appreso presto che l’allegria degli altri era di natura maligna, se c’era aveva me come pretesto, la mia rimarcata grullaggine. Rincasando, un giorno non diverso dagli altri, udii parlare di coincidenze e di treni, di permanenze in stazione che si annunciavano lunghe. Senza il coraggio delle domande dirette, appresi che era in programma un viaggio, che si partiva per Londra presumibilmente martedì. Che si partiva in quattro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ognuno ha solcato il momento in cui l’innocenza si smarrisce, l’istante interminabile che cambia tutto per sempre, che cambia soprattutto il passato. Si scopre un bozzo, una malformazione interiore, ed è un mistero dove se ne sia stata e come abbiamo potuto non sentirla. Non so dire quanti anni avevamo. So dire il colore della maglia di qualcuno, la rivista che stava sfogliando qualche altro. Non cambiò niente, seguitammo a sfilare lungo la via deserta con le mani nelle tasche dei calzoni, il Poeta se non sbaglio era davanti. Nessuno mutò di andatura o smise di fischiettare. Le stelle persistevano in una crittografia indecifrabile. Ci salutammo dopo un po’, come ogni volta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Poi mi sono detto che combatteva così la solitudine: a spese dei più sciocchi, dei più attaccabili del gruppo. E che se non fosse stato lui allora, sarebbe stato presto o tardi un altro. Ma fu lui. Fu lui a suscitare per me il male, un male che neanche supponevo esistesse tanto era strisciante, occulto, tanto era immotivato. Per questo, quando ho scorto il Suo titolo (“<em>Il male nobile della poesia</em>”) avrei voluto che mi spiegasse cosa dobbiamo intendere per male, e come la sua nobiltà si manifesta. Nel Suo trafiletto, oltre al titolo, Lei adopera quattro volte la parola poesia, cinque la parola poeta. Sono io, peraltro, ad usare costantemente la maiuscola.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma sono storie di ragazzi. La vita, si sa, va avanti e travolge questi drammi da nulla. Il viaggio si tenne ed ebbe fine, tutto riprese uguale, ognuno aveva bisogno degli altri perché infine tutti eravamo poco più che ragazzini. Mi iscrissi a medicina, Le giuro, per il vago desiderio di riuscire utile agli altri; se preferisce: per il bisogno che gli altri avessero bisogno di me. Il Poeta seguì la sua via. Aiutato a sopravvivere perché aveva scarsi mezzi, perché era malaticcio e l’astrazione doverosa dell’arte ne escludeva qualsiasi senso pratico. Altri se ne facevano carico: parenti, conoscenti (non oso scrivere: amici)… Piccoli sostegni accettabili, affari di cucina, lavanderia, pratiche burocratiche. Era giusto così, lo penso ancora. Era giusto addirittura che non lavorasse, se fosse stato possibile. Che altri lavorassero per lui, che tutti lavorino per chi non può lavorare. Io la penso così, Poesia o meno. Ma non era giusto il suo disprezzo. Che non era verso il lavoro, non verso la lavanderia e la cucina, bensì verso chi lavorava, verso chi aveva famiglia e andava ogni giorno in ufficio. Verso chi accudiva una casa. All’artista si addice un certo infantilismo, al genio una dose di sprezzante crudeltà. Ma per ciascun connotato di cui era privo, il Poeta covava un sotterraneo rancore: per chi era innamorato, era sano, o soltanto viveva una normale routine.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lui, naturalmente, si professava innamorato di un’idea. La figlia prepubere di un vicino di casa, la mendicante di una foto del National Geographic… In seguito ho saputo di qualche fidanzata. Non mi sono fatto domande, né me ne faccio. Però non riesco a stupirmi che nessuna sia ancora venuta a fargli visita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lei ha certamente ragione: “<em>il lavoro di un poeta non è dare musica alla vita, ingentilirla, passeggiare nei boschi a primavera, descrivere l’odore dell’aria, parlare d’amore</em>”. Fatto sta che lui d’amore parlava. Di un suo amore folle e visionario, poetico perché impossibile o impossibile perché poetico? Comunque disperatamente unico e diverso. Diverso dai nostri amorazzi, dalle cotte che ci hanno ridotto in pantofole davanti a una tv sempre accesa… Qualcuno doveva farcela pagare, in anticipo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ultimo maltrattamento che mi riservò fu come sempre indiretto. Fui tra i primi a impiegarmi. In un ambulatorio scalcagnato. A cena prese a inveire contro l’oscenità dei pullman di pendolari, contro il pranzo tenuto al caldo nel thermos: meritava la vita chi viveva così?, esagerava con ilare sarcasmo. La birra induceva all’accordo, il vino a ridere di un’umanità degradata. Per una volta, non so perché, mi ribellai. Commosso dal suo ultimo sonetto, bellissimo e struggente, ho avuto pena di me: gli ho rispedito il suo odio, ho accettato di restare da solo, finalmente. Contavo sull’affetto di mia moglie, forse, neanche rammento se ero sposato o no. Con lui sono rimasti commensali irretiti dal calduccio del camino, dai tardivi spinelli e dall’ora. Me ne andai senza nemmeno salutare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ero già medico, la mia specialità era il cuore. Palpitazioni il Poeta ne lamentava da sempre, le attribuivamo (le attribuiva?) all’angoscia del mondo, alla Poesia. Speravo invece in un accidente dei ventricoli? Non credo. Tuttavia, anteponendo l’ordine alla vendetta, mi pareva quella la sola condizione per ricondurlo al riguardo, alla pietà per le banali altrui cose: che ne avesse l’urgenza, un’urgenza più disperata dei suoi versi. No, mai gli ho augurato la percussione di un frastuono al torace, ma da qualche parte covavo questa immagine, il Poeta ridotto all’umiltà di un battito impazzito, in balia del casuale cardiologo di turno.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;In un’ora qualsiasi del passato ci eravamo incontrati. Era mattina, facevo la mia stupida passeggiata salutista, in parallelo alle onde. Lui seguiva probabilmente il filo di una rima. Qualche collina lontana attestava di una sincerità praticabile. La linea degli agrumeti o delle nuvole, o le colline stesse scrivevano forse una storia. Ci eravamo parlati in confidenza. Mi aveva detto di un sogno nel quale io scrivevo un racconto, addirittura me ne annunciava il titolo, al momento lo presi come augurio, senza coglierne la mortificante costrizione. Mi illudevo di stare nel sogno di Bob Dylan, “<em>I dreamed a dream that made me sad, concerning myself and the first few friends I had</em>”. Mi illudevo di amici che non erano tali. Prima o poi ogni cosa si spezza, secondo quello che chiamiamo verità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si spezzò tutto. Non ci siamo visti mai più, sebbene ci incrociassimo ogni giorno. Il mio tempo è trascorso, vuoto come ciascuna speranza. Del tempo del Poeta apprendo, grazie a Lei, che lo impiegò a “<em>cambiare discorso</em>”, a “<em>scavalcare i limiti della comprensione e della logica</em>”. E’ certamente così: il suo compito era “<em>non incrementare la bellezza dell’ovvio, ma trovarla dove non c’è. Dove nessuno la cercherebbe. Avere il senso acuto della morte. Essere cavia di se stesso</em>”. Compito nobile. Che fece cavie di noi, della nostra giovinezza da poco.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando il cuore mi si è contratto di colpo, in parte morendomi dentro, non pensavo affatto al Poeta. Non ci pensavo da anni (anni ed istanti si affastellano nel ritmo scompensato del narrare, mi perdoni). Sono rimasto in terapia intensiva riflettendo, al pari di ogni ammalato, quanto è intempestiva la morte. La morte di chiunque. Quella sensazione mi è ritornata in mente col Suo scritto. Nel quale invoca giustizia per il Poeta, cui la Poesia “<em>non ha mai procurato alcun utile, alcun avanzamento di carriera, alcuna notorietà, alcun incarico, alcun premio in denaro o in altro tipo di merce</em>”. Quasi a sancire una fretta, a dire: “fate presto”. Signor Scrittore: ma è tutto ciò che il Poeta nobilmente, coerentemente, poeticamente disprezzava! Proprio di questo accusava la restante umanità. E’ giusto, piuttosto, che io non scordi il male con cui mi ha investito. E non lo faccio. Che i nostri bassi cieli di ragazzi rimangano striati di disillusione e di bianco, resti così per tutti. Ogni cosa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da un attimo all’altro fischierà la spia rossa, i trattini verdi guizzeranno nel sobbalzo di un richiamo, lancinante. Ancora non riesco a credere che soltanto il Poeta sia in pericolo di vita. La vita stessa è in pericolo, comunque vada a finire. Mi vado assuefacendo a una respirazione convulsa, curiosamente analoga a quella che proviene da laggiù. Impropria in un cardiologo di turno. Da dove giunge il frastuono che mi copre la voce, dal torace di chi?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ciascuna menzogna si spezza in ciò che consideriamo verità. Sotto le barche nascondevamo i panni rimanendo in costume, una maglietta mi fu rubata senza rischio. Una maglietta celeste, con le righe. Ne fui ferito tanto da fare finta di niente, o avrei indotto l’ironia del Poeta. Cos’altro poteva spezzarmi? Merita di essere detta una verità tanto insulsa? Non ho studiato medicina. Sono impiegato di banca. Non ho mai scritto un rigo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Meno che mai potrei adesso, con questi tubi alle braccia, con questi fili che mi collegano ai monitor. Con questo pianto che mi sta dentro da allora e non riesce a scoppiare. Sotto il gelo di luci che percuotono i muri della stanza, la penultima alla fine del reparto. Il mio racconto me lo sono scritto in testa. Parola per parola, in silenzio, nella ripetizione interiore di segni cui non corrisponde alcun senso se non quello “<em>acuto della morte</em>”. Che è unico per ognuno, e dal quale non pretendo affinità inesigibili. Uno solo è il Poeta, io di unico conservo la linea degli scogli, l’aria che respirammo e i versi della canzone in quell’ora. Tornava da uno dei loro viaggi, in India questa volta. Si era messo per collana un rosario comprato lì, fatto di grani di giada. Quali animali avessero visto sbarcando dall’aereo si poteva immaginare. Il suo comando fu che scrivessi una storia. Si sarebbe chiamata <em>Le scimmie all’aeroporto</em>. Poi si era accoccolato sulla rena, come posandomi una mano sulla nuca, nell’imperturbabilità delle colline. Immobili, le nuvole mi sembrò che leggessero.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Consapevolmente lo assecondo, in questa propaggine di esistenza in cui è viva solamente la vita. In cui la differenza tra noi è il numero della camera e la probabile ora del decesso, così come, in fin dei conti, è stato sempre. Ora che siamo vicini come non mai ad essere amici. E che il solo ricordo che non sfuma è quello di una luce inquieta, di una voce, di un tragitto in parallelo alle onde.</strong></font><br />
</code>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>[ <em>E&#8217; veramente una lettera più che un racconto, quella che precede. I suoi fatti sono in massima parte reali. Lo scrittore cui non l&#8217;ho mai spedita è <strong>Diego De Silva</strong>. Il giornale dell&#8217;articolo è <strong>Il Mattino</strong>. Del poeta, il cui nome non pronuncio da anni, ho il diritto di non dire altro. P.S. </em>]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
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		<title>Libro della camera triste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Libro della camera triste]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sperandio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160; [ Mario Sironi (1885-1961) Composizione ] di Paolo Sperandio __Siamo in undici. Pare un po’ lugubre come sede di una casa editrice, ma forse è un ufficio secondario. Quando sono arrivato c’erano già un giovanotto barbuto e una signora di mezza età dall’aspetto comune. Di lui si poteva pensare che fosse un aspirante scrittore, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p ALIGN="center"><img title="mario_sironi_composizione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/1_mario_sironi_composizione.jpg"/>&nbsp;&nbsp;<img title="mario_sironi_composizione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2.jpg"/>&nbsp;&nbsp;<img title="mario_sironi_composizione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/3.jpg"/></p>
<p ALIGN="center"><small> [ Mario Sironi (1885-1961) Composizione ]</small></p>
<p ALIGN="center">di <strong>Paolo Sperandio</strong></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>Siamo in undici. Pare un po’ lugubre come sede di una casa editrice, ma forse è un ufficio secondario. Quando sono arrivato c’erano già un giovanotto barbuto e una signora di mezza età dall’aspetto comune. Di lui si poteva pensare che fosse un aspirante scrittore, mentre lei correggeva forse le bozze di sera, dopo le faccende di casa. Nel giro di mezz’ora sono arrivati gli altri, ognuno aveva in mano una copia del libro. Così si è capito che eravamo lì tutti per la stessa ragione, e ci siamo messi a parlare.  <span id="more-8796"></span><br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Non ha importanza di quale libro si tratta, non è molto famoso, c’è chi lo ha letto e chi no. In quella sala d’attesa però l’avevamo letto tutti. E non soltanto questo ci accomunava, come abbiamo scoperto. Un anziano ben vestito, col sussiego che è tipico di taluni accademici, è stato il primo a raccontare i dettagli. Ha trovato l’errore a pagina 86, nel suo caso è una sostituzione, c’è scritto “palissandro” là dove doveva esserci “andamento”. Falsava tutta la frase, si è accorto immediatamente dello sbaglio. Il giorno dopo è tornato in libreria e ha fatto la scoperta. Tutte le altre copie del volume avevano a pagina 86 il più consono “andamento”, di “palissandro” non c’era traccia. Come può capitare un errore di stampa in una copia sola? Allora aveva telefonato alla casa editrice (che è della nostra città, e in verità non ha una grande diffusione). Gli hanno dato un appuntamento per questa mattina, così da verificare l’incidente, ringraziandolo per il suo zelo di lettore.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E’ successo più o meno così a tutti. La ragazza che da più di un’ora è seduta al mio fianco ha scoperto una parola mancante proprio nell’ultima pagina, la 217. Inizialmente non ci si è soffermata, poi l’ha presa la curiosità, quell’omissione alterava il meccanismo della storia. Anche lei si è rivolta alla casa editrice, più che altro per conoscere la parola saltata, ma invece di dirgliela l’hanno convocata qui.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Abbiamo appurato che manca un “portagioie” (che è poi l’arma del delitto), tutti noi ce l’abbiamo, anche nel caso della ragazza il refuso sembra essere unico e perciò inspiegabile. Un’omissione sta pure a pagina 129 del volume che ci ha mostrato un insegnante di scuola inferiore, è arrivato per ultimo un po’ preoccupato per il ritardo (è un tipo ansioso) ma non ha esitato a entrare nella conversazione. “Ricovero” è il termine estromesso, ci ha fatto caso perché aveva già letto il libro, prestatogli da un collega. Ci siamo complimentati per la sua memoria eccellente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>In un caso la particolarità riguarda i caratteri di stampa. L’impiegato postale che ne è vittima ha spiegato che la parola “tentativo”, circa a metà del settimo capitolo, è scritta “TENTATIVO”, in maiuscolo. Abbiamo controllato, nei volumi che abbiamo qui c’è un “tentativo” minuscolo, la pagina è la 184. L’impiegato dice di averlo interpretato come un modo di rafforzare l’idea, una specie di sottolineatura dell’autore. In seguito però, trovandosi in libreria nella pausa del pranzo, ha potuto accertare che nelle altre copie le maiuscole mancavano, c’era un ordinario “tentativo” del tutto omogeneo al contesto. Ha chiesto al commesso se non fosse una diversa tiratura, apprendendo così che non ci sono state ristampe, e che tutti i volumi in distribuzione provengono da un’unica partita. Poi il solito contatto con l’editore, l’appuntamento, ed ora quest’attesa che si va facendo enigmatica, oltre che stranamente lunga.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>C’è anche un libraio, un ometto sottile che muove le dita in sincronia coi lineamenti facciali. Ha scovato due sbagli in un’unica copia, che è quella che ha prelevato dal mucchio per leggersela a casa. Si tratta ancora di sostituzioni, ma abbastanza singolari. A pagina 47 “ocra” è diventato “arco”, mentre alla 202 al posto di “irto” si legge “otri”. Magari a un’unica svista del genere non avrebbe dato importanza, invece due ha dovuto notarle per forza. Quante probabilità ci sono che per due volte un termine venga sconsideratamente invertito nel suo letterale contrario?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Discutendo giorni dopo con un cliente, lo ha avvisato della particolarità, invitandolo a controllare le pagine della copia acquistata. Ma alla 47 un lineare colore “ocra” pervadeva il paesaggio, e alla 202 un certo arbusto era “irto” secondo conformazione naturale.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Che ci abbiano fatto venire tutti insieme (ammesso che davvero siamo tutti, e non ci sia altrove qualcuno in procinto di intraprendere la medesima trafila) risponde secondo alcuni a un’esigenza pratica: liquidare in una volta sola questa imbarazzante faccenda. Si giustificheranno probabilmente con l’incuria di un tipografo distratto, o col sabotaggio di un autore rifiutato. Qualcuno ritiene che possa trattarsi di errori volontari, attuativi di un’inconsueta forma di marketing o di una strategia pubblicitaria. Secondo il libraio le parole sbagliate (o mancanti) potrebbero essere gli elementi di un crittogramma, e tutti noi, senza accorgercene, i partecipanti a un concorso. E’ pure possibile, come suggerisce la mia graziosa vicina di sedia, che il mistero da svelare sia numerico, racchiuso nella sequenza delle cifre delle pagine alterate. Più semplicemente, altri ipotizzano una ricerca di lettori particolarmente attenti, magari per premiarli o assumerli come correttori di bozze.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ragioniamo con una certa foga, che ci ha impedito sinora di fare caso all’arredamento del locale che ci ospita. In verità c’è poco da notare. Le sedie stanno allineate su due lati contigui della stanza, che ha due porte, quella da cui siamo entrati (che si direbbe aperta solo per noi) e un’altra che comincia a apparire minacciosa, dato che nessuno ne è ancora uscito a incontrarci. Su un tavolinetto giacciono delle riviste, neanche una delle quali è di letteratura. La finestra dà su un cortile interno, in cui non si scorge nessuno.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ciò che richiama l’editoria è solo la scaffalatura posta a metà parete, su cui poggiano i titoli più importanti pubblicati. Il cristallo che li protegge dalla polvere (e dai furti) gode della tutela vistosa di un lucchetto.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>C’è anche il “nostro” libro, ovviamente, cui ci rammarichiamo di non avere accesso. L’aria è grigia, a causa della poca luce di una giornata opaca ma anche delle ragnatele che coprono i vetri e certi rimasugli di carta negli angoli. Deve essere anche per questo che nessuno alza la voce, l’ambiente ha un che di biblioteca, e del suo necessario silenzio.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Comunque, dal brusio che abbiamo prodotto finora si sono tenuti fuori due ragazzi che devono essere universitari, e che si limitano a parlottare tra loro. Mi sono accorto che qualcuno li ha guardati di sbieco, quasi biasimandone l’insistita esclusione. Alla fine, interpellati dal signore elegante, si sono scambiati un’occhiata prima di rispondere, che è parsa analoga a una carezza lenta.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Entrambi hanno il libro con sé, riferiscono di avere individuato per caso le difformità. Uno dei due, incuriosito da un abbigliamento che a pagina 60 era qualificato “disgiunto”, ne ha chiesto all’altro, nel cui esemplare esso era però (con meno impatto) “sconnesso”. Allora si sono messi a cercare altre differenze. Quella di pagina 135 era più banale, come un normale errore di stampa: il gelo di una sera invernale passava da “artico” ad “antico”, e perciò a un’enfasi falsamente poetica.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Quel che è sembrato strano è che i due non abbiano preteso di esaminare le altre copie. Sono rimasti seduti senza mai intervenire, come temendo di esteriorizzare (e in qualche modo perdere) il loro oscuro legame tipografico. Naturalmente c’è stato chi ha provveduto per loro. Sui libri che abbiamo qui l’abbigliamento è soltanto “bizzarro”, mentre il gelo è tale e basta.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Questo si spiega ancor meno, come pure che i due siano rimasti svagati, oltre che seduti vicino.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Nella prosecuzione dell’attesa è lecito ravvisare un progetto, o uno sviluppo guidato. Al mistero degli studenti, uniti sino alla (o persino dalla) collocazione ed esclusività dei refusi, si è aggiunto quello della donna dall’aria trascurata che non smette di fumare e si mantiene discosta. Le è capitata un’inversione delle coppie di righi, secondo lo schema b-a, d-c, f-e, etc., per cui la pagina 151 è illeggibile. Nei turni di notte in ospedale (è infermiera) ha pensato a un disturbo degli occhi, prima di realizzare l’oggettività del fenomeno. Tutti i righi. Di tutta una pagina, e una sola. Troppo curioso come accidente casuale.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E’ stato l’insegnante, chiamandomi in disparte, a farmi notare come, per effetto dello spostamento, una stessa parola venga così ad essere (come invece non è) la prima e l’ultima della pagina in questione. Probabilmente per caso quella parola è “tabacco”. Salvo che l’infermiera ne sia stata in qualche misura influenzata, e non sia per questo che seguita ad accendere una sigaretta dopo l’altra.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il cielo si va oscurando, finirà per piovere. Abbiamo dovuto accendere la luce, che non è bianca come si addirebbe a un ufficio (o a un ufficio moderno) ma gialla e appannata di macchie. L’impiegato è il solo ad avere l’ombrello, con ciò prospettando di andar via se continuerà a non succedere nulla. Magari deve presentarsi al lavoro, o il suo interesse sta cedendo alla noia. Ai colleghi, c’è da giurarci, non racconterà niente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>La mia vicina, nonostante discorra con tutti, sembra rivolgersi di preferenza a me. Non si è ancora alzata, ma anche seduta ha movimenti liquidi, e caviglie che attraggono per la fragilità inusuale. Comincia a trasparire l’impazienza, più voci lamentano l’assenza di caffè. Ho insinuato che la lunga attesa serva a verificare quanto siamo coinvolti, una specie di selezione preliminare. “Io non ho fretta” mi ha sorriso lei, mostrando un candore al contempo di spirito e di conformazione dentale. Al contrario l’insegnante sembra inquieto, ha preso a calcare da una parete all’altra il pavimento lungo una diagonale immaginaria. Ho offerto alla ragazza una mentina, per vederla sorridere di nuovo.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Nello stallo che si è determinato, i due studenti hanno preso un’iniziativa inattesa. Furtivi si sono avvicinati ai ripiani, mettendosi a armeggiare col lucchetto per forzarlo. La giovane donna ha incoraggiato il tentativo, fornendo una forcina che si è tolta dai capelli con una certa grazia. La ciocca che le è ricaduta sulla tempia mi ha commosso, svelandola più giovane e più fragile.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Non è stato possibile però consultare quella che può definirsi la copia autentica, l’originale di cui le nostre sono riproduzioni (evidentemente) imperfette. Il catenaccio ha retto, al che uno dei ragazzi ha fatto per frantumare il vetro, ma l’altro l’ha provvidenzialmente trattenuto.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Magari hanno ragione, la spiegazione di tutto è proprio lì. Però allo stesso modo potrebbe trattarsi di una trappola, e quel volume contenere inganni ulteriori. L’uomo anziano ha condannato il loro gesto, rimarcando il carattere di esca che la scaffalatura assume a questo punto, mentre la mia vicina li ha difesi (“Ci stanno maltrattando. E’ giusto che ci ribelliamo”). Per parte mia approvo tutto ciò che può indurla a animarsi, e a respirare più forte.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il libraio e l’infermiera denotano, negli ultimi minuti, un avvicinamento. Confabulano, gesticolano dissimulando una segretezza che in realtà pare un richiamo. Il vecchio infatti non ha tardato a unirsi al gruppetto, ho capito che si vanno formando degli schieramenti. Sono deciso a rimanerne fuori, così come il barbuto e la massaia, il cui interesse non supera qualche cenno sporadico di assenso. Non vorrei, però, che il non parteggiare finisca per aggregarci in una coalizione ulteriore. Se devo stare in un gruppo, voglio rimanere accanto (in tutti i sensi) alla mia deliziosa compagna di posto.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ho sentito che hanno preso di mira l’insegnante. “Dice di avere scoperto l’errore a memoria – bisbigliavano – Come è possibile? Non lo conoscerà mica parola per parola… Chi è in realtà?”. Di questo passo ci accuseremo l’un l’altro, ci sarà più colpa nel palissandro o nel ricovero? Nelle pagine pari o in quelle dispari?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>L’altra compagine insisteva nel progetto di effrazione. Sulla copia originale si verificherà, asserivano, l’esatta portata di ogni sbaglio, ma non si decidevano a forzare la mano. Vorrei che fosse lei a provare, per vederle i polsi nervosi che la camicetta ricopre.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Poi, senza nessun preavviso, il primo schieramento è andato via. “Torniamocene a casa, c’è un imbroglio qui sotto” ha fatto torvo il libraio. L’accademico ha lanciato un’occhiata di minaccia, e aggiunto “Già. Non piove ancora…”. Quanto all’infermiera, se ne è uscita silenziosa lei pure gettando la sigaretta al centro della stanza, senza darsi la briga di pestarla.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Sarebbe stato opportuno controllare se veramente sono andati via. Se hanno potuto lasciare questo palazzo che, sebbene stia nel cuore della città, pare occupare sempre di più uno spazio erratico. Dalla finestra non si vedono che muri, alcuni frammenti di aiuole senza fiori ed un vuoto che è forse più un’idea di vuoto. Comunque, una volta chiusa la porta di ingresso, non abbiamo udito più nulla.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Chi è rimasto non ne ha tratto sollievo. Anzi, una simile uscita di scena è fuori luogo, una sorta di errore nell’errore. Si è osservato, pure, che potrebbe esistere da qualche parte un libro in cui è narrata la storia del libro che ha interessato noi (e delle sue incongruenze), e che potremmo esserne noi i personaggi. In questo caso sparire così, dall’uscita principale, sarebbe un’incongruenza aggiuntiva.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Visibilmente, il nostro addetto alle poste non accetta di stare in un’opera che ignora. Piuttosto pare che stia riepilogando mentalmente tutti i romanzi che ha letto. Nella voce denota un fondo di paura. Ha rievocato quella situazione teatrale i cui protagonisti si ritrovano, non si sa perché, in un vano non diverso da questo, in attesa di un nulla che non capita perché è già capitato. Scoprono, dopo ricapitolazioni incessanti, di essere morti, e di attendere solo la fine di ogni attesa. Nessuno dei presenti ha dato segno di reagire, la nostra situazione è ben diversa, crediamo.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Per esserne certi non c’è che da tornare all’aperto. Abbandonare i libri e questa camera triste, nonché l’eventualità (ormai remota) di ottenere una qualche spiegazione. E’ quello che hanno fatto, lui e l’insegnante. “Arrivederci” hanno detto, senza estendere ad altri il riparo costituito dall’ombrello. Dalla trama connessa al nostro testo, a quanto sembra, è possibile agevolmente depennarsi.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Dopo poco sono balzati su i due studenti. Pensavo che si fossero decisi a rompere la vetrina, invece hanno provato ad aprire l’altra porta, quella interna, che potrebbe immettere in un altro ufficio vuoto così come in una dimensione paradossale ed estranea. Più realisticamente, la porta è rimasta chiusa, è di quelle che, senza chiave, si aprono da un lato soltanto.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Così si sono dileguati anche loro, senza parlare. Lo sguardo che hanno rivolto alla ragazza, e che lei ha ricambiato brevemente, non so se contenesse un appello: a unirsi a loro finché c’è ancora tempo, oppure a sorvegliare attentamente gli eventi. Deve essere proprio ciò che intende fare, perché ha voltato la testa e non si è mossa.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Mi fa piacere che siamo rimasti in pochi e che, per l’immobilità silenziosa dell’uomo con la barba e della donna matura, io possa quasi considerarmi solo con lei, con la mia sorridente compagna. Si è alzata, finalmente. Ho apprezzato la sua leggerezza, e che mi abbia sfiorato prendendo la borsetta. Ho apprezzato pure che non abbia esclamato “Ora cosa facciamo?”, ma accondisceso a una complicità che è tratteggiata in muti segni di intesa, nelle sue ciglia, o nel tacito unisono al cui battito siamo rimasti qui.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Mi sono tirato su per sgranchirmi, o per accostarla di nuovo. Guardandoci non ci siamo detti niente, quegli altri due ci osservavano senza darlo a vedere. Con un cenno lei me li ha indicati per avvertirmi del pericolo. Poi mi ha invitato nell’angolo più buio della stanza.<br />
“Ci stanno ascoltando” ha mormorato, il suo fiato era lieve di erbe, così vicino al mio. “Non ricordo di quali errori hanno parlato”, mi sono girato a guardarli, la barba dell’uomo versava nella stessa inerzia dei suoi occhi. Della massaia era plausibile che stesse riflettendo, dentro il recinto di pochi pensieri obbligati. “E se fossero della casa editrice?” ha paventato la mia dolce amica.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Mi ha intenerito la sua ingenuità, sostenuta dalla speranza tenue che io potessi proteggerla. Non avevo in animo di farlo ma non ho potuto non dirle il mio nome, come dandole un bacio a tradimento. Anche la mia speranza era tenue, ed entrambe avviate a cadere. “Così è lei – mi ha apostrofato – Lei è…”, ci siamo vergognati tutti e due di quel che ero, e ho preso a fissare il pavimento.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ancora per qualche istante è durata l’illogica possibilità che lei mi perdonasse, di vedere spuntare dalla borsa l’astuccetto del trucco per carpire un altro poco di tempo, e ripensarci. Invece la borsetta si è chiusa, i suoi passi sono risuonati di rabbia e io sono rimasto a occhi bassi. Non ho provato a trattenerla, né a guardarle un’ultima volta le caviglie.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E’ sicuro, oramai, che l’uscio da cui è sparita sia realmente tale, che nessun baratro (o nessuno striminzito cunicolo) ne sia dislocato al di là. E’ sicuro che sia andata via solamente. Quei due mi scrutavano, in virtù di un distacco impercettibile dalla loro morte apparente. Insomma, è certo che non ci siano altri disguidi in questa trama irrealistica. Quando si sono alzati insieme, come automi, ho compreso che hanno udito il mio incauto approccio alla ragazza. I loro gesti nell’afferrarmi erano definitivi, più che davvero malevoli. “Burocrati” ho pensato.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>“Ora finalmente ci berremo un caffè” ha fatto la donna con calma, estraendo da non so dove una chiave. Mentre credevo che le servisse a prendere il libro dallo scaffale, si è fermata, come se l’ultimo paragrafo mancasse. “Sa bene che l’errore di cui dobbiamo occuparci è a pagina 21” ha detto, senza aggiungere “Perché, poi? Cosa sono questi stupidi trucchi?”, come temevo facesse. Mi hanno buttato contro la porta interna, accingendosi a usare la chiave per aprirla. E’ curioso che proprio ora io non riesca a ricordare che cosa c’è oltre la soglia, e nemmeno (sebbene sia l’unico a doverli conoscere tutti) quale sia l’errore di pagina 21. Nell’essere risospinto all’interno, nel buio, ho udito ancora la loro risatina, “Ma davvero ha creduto che siamo solo impiegati? Soltanto di una casa editrice…?”</p>
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		<title>Dentro Babele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 08:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Dentro Babele]]></category>
		<category><![CDATA[J. L. Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sperandio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Sperandio [ Relativity, 1953, Maurits Cornelis Escher (1898 &#8211; 1972) ] Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è quasi una miracolosa eccezione. J. L. Borges [24 agosto 1899 – 14 giugno 1986] La biblioteca di Babele [1941] &#160;&#160;&#160;&#160;Fu stranamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Sperandio</strong></p>
<p align="center"><a href="http://www.mcescher.com/Gallery/back-bmp/LW389.jpg" target="_blank"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6093" style="margin-top: 10px; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 10px" title="escher" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/escher.gif" alt="" width="385" height="381" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Relativity, 1953, Maurits Cornelis Escher (1898 &#8211; 1972) ]</small></p>
<table style="border:0px solid #7F7F7F;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="40%"></td>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="60%"><em>Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è quasi una miracolosa eccezione. </em></p>
<p align="right"><strong>J. L. Borges</strong><br />
[24 agosto 1899 – <strong>14 giugno</strong> 1986]<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la-biblioteca-di-babele_-j-l-borges.doc" target="_blank"><strong>La biblioteca di Babele</strong></a> [1941]</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fu stranamente afoso l’autunno del 1941 a Buenos Aires. Notizie di una guerra mondiale ma lontana animavano le nostre serate ai caffè: non c’è argentino tanto argentino da trascurare ciò che accade in Europa. Col pretesto di un’assonanza di nomi o di una foto, ci esaltavamo al conflitto come fosse una sfida tra <em>gauchos</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Io in verità partecipavo soprattutto per incontrare Adelaida, assidua alle dispute sui comunicati militari e sulle novità letterarie. Dato che ho poca inclinazione per gli eserciti, il più delle volte mi limitavo ad ascoltare la sua voce calda, un po’ roca di sigarette senza filtro, osservando come le labbra le danzavano mollemente nel parlare.<span id="more-6081"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di più intervenivo quando si discuteva di questo o quell’autore. Terminata l’infatuazione per Lynch, le nostre lettere propendevano momentaneamente (almeno così speravo) all’ambientazione urbana di Edoardo Mallea, Enrique Larreta e Leopoldo Marechal. Adelaida condivideva con me l’antipatia per il romanzo sociale, prediligendo certi territori dell’inconscio sopra cui agivano i talenti meno conformisti. Di mondi laterali, di universi in ombra ragionavamo fino a tardi tra camerieri esausti che certamente ci maledicevano, ignari delle smisurate ipotesi dischiuse dietro angoli bui, o nelle profondità degli occhi verdi di Adelaida.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In quel verde mi perdevo come nel colore del sogno. L’ultimo tram mi avvicinava ancora di più ad Adelaida, perché lo prendevamo soli soli: mi sembrava di entrare insieme a lei dentro il lato oscuro delle cose. Avrei voluto proporle di non venirne fuori mai più, certo com’ero che il capolinea di quella ferraglia doveva essere un posto dove esistevamo noi solo. Lei però scendeva prima di me, mi stringeva la mano e andava via senza che io comprendessi come aveva fatto ad accorgersi che eravamo già in Avenida Lugones.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andò così anche l’ultima sera. Avevamo parlato per tutto il tempo dell’ultimo libro di Borges (“<em>Il giardino dei sentieri che si biforcano</em>”, Buenos Aires 1941 – n.d.a.) e delle rivelazioni che offriva. La conformazione circolare e labirintica dell’universo, che tante volte ci aveva infervorato discutendo dell’opinabilità del reale, vi era asserita in poche pagine indicate come “Biblioteca di Babele”. Rammento ancora il vigore con cui Adelaida aveva redarguito gli scettici.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oggi che percorro senza riposo i cunicoli esagonali della Biblioteca, il ricordo di quel diverbio mi conforta nelle mie scelte di allora, e mi rende più dolorosa e presente la mancanza di Adelaida.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dall’oceano dové arrivare in quell’attimo la cenere dei bombardamenti, a ottenebrare i tanti esegeti in servizio. Fu l’orrore della miseria e della morte a indurre del brano una lettura simbolica: “racconto fantastico” lo definirono. Io soltanto ne rivendicavo il realismo. Adelaida prese le mie parti, anche se oggi sospetto che volesse attrarre così l’attenzione del giovane critico Vaquero, dalle dita ipnoticamente affusolate. Che l’universo consista in una serie concatenata di gallerie con scaffali; che in essa dimorino tutti i possibili libri formati dalla combinazione dei venticinque segni ortografici; che la Biblioteca sfugga alla normale concezione del tempo: Adelaida difese queste verità con ardore, di fronte all’incredulità dei presenti e alla mia commozione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vaquero fu molto pacato, evitò di ingiuriarci e prese a obiettare con calma, rigirando quelle mani volubili. I suoi argomenti riguardavano l’inutilità: poiché nella Biblioteca sarebbero annoverate tutte le possibili combinazioni di lettere, la maggior parte di esse non avrà senso, diceva. Vi sarà il libro, infatti, composto solo dalla lettera m ripetuta centinaia di volte, o quello formato solo da consonanti palatali, o ancora quello fatto di un unico interminabile fonema che nessuno riuscirà mai a pronunciare. Esclusi i libri idonei alla cognizione (un frammento, nella vastità dell’insieme), a cosa serviranno tutti gli altri? Quelli privi di alcun significato, o quelli che travisano un’opera famosa, o che da un’opera differiscono soltanto per una virgola o un sinonimo…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Assurdità!, pensai e continuo a pensare. Vaquero e i suoi accoliti pretendevano di intendere il trascendente con l’umano, di chiarire segreti indecifrabili. Riflettei che il flagello dei mortai ne avrebbe opportunamente umiliato le ragioni, se mai si fosse esteso al Sud America, oltre che devastato i corpi. Ma al momento il corpo di Vaquero restò intatto, e la furia con cui Adelaida prese ad attaccarlo somigliava a una schermaglia amorosa. Allora non me ne preoccupai, e riferii alla nostra tenerezza lo slancio con cui lei lo aggredì.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Naturalmente tu credi solamente a ciò che vedi” lo accusò, “diffido dei tipi come te”. Io che avevo fantasticato in gioventù esistenze galattiche dal respiro di zolfo e dalla pelle liquida, avrei voluto inginocchiarmi a venerare ogni sua sillaba. Ondeggiava le spalle parlando, lanciava occhiate analoghe ai lampi di quella guerra che ignoro se sia finita e se abbia lasciato superstiti. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Enunciava un assioma tutto nostro, Adelaida, e cioè che non l’uomo è la misura di tutto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vaquero acconsentiva, non immaginavo perché, a mantenere alla discussione un tono astratto, non chiese mai “Insomma, dove li vedete questi vostri volumi e corridoi?”. Sorrideva nel confutare Adelaida, trascinava le dita da un posacenere all’altro. Lei supponeva insolite chiavi di lettura per i testi della Biblioteca, e illimitate. Perché una, affermava, potrebbe stare nel rapporto fra le virgole e i punti; un’altra fare riferimento ai soli righi che iniziano con la lettera p; un’altra ancora, non meno plausibile, dedursi dalla trasposizione musicale attuata sovrapponendo un pentagramma a ogni cinquina di righi di ciascuna pagina (va ricordato, con Borges, che ogni pagina contiene 40 righi, un multiplo esatto di cinque). Ma i detrattori insistevano. Devo ammettere che Vaquero risultò il più elegante nello sminuire il resoconto di Borges ad artificio letterario. Altri ci insultarono evocando pallottole e forni, e reclamandone il crepitio ai danni delle nostre bubbole. Un anziano avvocato giunse a definirci “sabotatori della geometria sociale”, né riuscii a dargli torto. Vaquero invece, nel congedarsi, non mancò di baciare la mano di Adelaida, e di stringere cavallerescamente la mia. Mi ferì il poco tempo che le sue labbra indugiarono sulla pelle di lei, ma di più mi ferì l’osservazione di Adelaida: “Di tutti, è quello dalla prospettiva più alta…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non mi ci soffermai. Ero troppo immerso nel connubio che mi legava a Adelaida, in quella notte di scelte. “Quanto a lei – mi aveva apostrofato Vaquero – non mi meraviglierei che se ne partisse da solo a esplorare le sue gallerie”. Su un solo punto sbagliava: che intendevo portare Adelaida con me. Il rigore architettonico di Borges imponeva decisioni finali: se la Biblioteca era il mondo, bisognava che io e Adelaida la percorressimo insieme, fino all’origine della nostra unione. “Non è di Adelaida – pensavo – un’esistenza di notiziari e pratiche d’ufficio”. E nel chiudere la radio e la porta di casa quella sera, constatavo che già la mia vita era cambiata. Il meccanismo della Biblioteca era già in me (in noi, speravo), sopito fino allora in qualche agglomerato di cellule.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per questo, ritornando con il solito tram, presi a confidarle i miei progetti. “Siamo i personaggi di un libro, Adelaida. Non scendiamo alla solita fermata – le dissi – questo tram ci porterà più lontano…”. “Ma sì – replicò – meglio tagliare i ponti con certa gente che non vede al di là dei suoi passi. Ci sono circoli più stimolanti dintorno, e anche <em>mate</em> più caldo”. Conoscevo la sua avversione per il <em>mate</em> immancabilmente tiepido che servivano al nostro caffè, ma pensai che parlasse per metafora. “Andiamo insieme mano nella mano” perciò aggiunsi. Ma non doveva avermi bene inteso, perché ribatté fuori luogo “Ha belle mani, d’accordo, ma non è detto che abbia ragione per forza…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si riferiva a Vaquero con un’enfasi eccessiva rispetto al passo che stavamo per fare, ma forse voleva compiacermi, e rinsaldare i nostri propositi. “Ritroveremo anche lui” sostenni, rivolto alla perfezione che è propria della Biblioteca. Perfezione come totalità: non esiste concetto o farragine o astrazione che la Biblioteca non ospiti, unitamente a ogni possibile variante e ai rispettivi contrari. Non esiste complesso di periodi, di iati, di dissonanze o stridori verbali che non riposi su un qualche scaffale in qualche poco illuminato corridoio esagonale. Ne deducevo che avremmo trovato presto o tardi anche il libro incentrato su Vaquero, per motivarne i rancori. “Ritroveremo anche lui” dissi a Adelaida che guardava fuori con dolce noncuranza. Fui grato alla Biblioteca che la sua perfezione implichi unicità: mai in alcun modo potrebbe contenere due volumi uguali, sicché per leggere ci saremmo messi vicini, stretti stretti.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pensai che un bacio, il nostro primo, doveva suggellare l’accordo. Presi piano con la mia la mano bianca di Adelaida, mi avvicinai alla sua bocca e la sentii esclamare “Oh, siamo già in Avenida Lugones. Ti saluto, a domani”. E stringendomela in fretta corse via.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Così da decenni vago da solo per questi anfratti grigiastri. Il bizzarro comportamento di Adelaida fissò la mia decisione. “Me ne andrò lo stesso”: quest’idea mi rimbombava dentro col fragore di un bazooka (subivo la suggestione dei ripetuti bollettini). Darmi alla Biblioteca fu il conforto all’incomprensione di Adelaida.   Soltanto lì potrò ritrovarla, mi dicevo, solo nella dimensione illimitata del possibile. Quando avrà compreso finalmente quanto è angusta questa vita, e quanto è fatuo Vaquero, non potrà non raggiungermi. Allora io sarò lì ad accoglierla, a mostrarle le mie scoperte, le leggerò il libro dove è scritto che lei non poteva mancare di venire.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi consolava che il viaggio non sarebbe stato infinito. La Biblioteca è provvista di confini. Tutte le possibili combinazioni di un  numero dato di simboli entro un numero dato di pagine assommano a un totale finito. Non stetti a immaginare questa cifra (risultante, ripeto, da ciascun rapporto tra loro dei 25 simboli in uno spazio di 410 pagine, quante ciascun volume ne contiene) ma, rincuorato di potere forse un giorno tornare, partii.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da allora girovago frugando ripiani e scansie, in cerca di qualcosa che ancora ignoro cos’è. La mia speranza di incontrare un giorno Adelaida si è andata spegnendo, nell’accertare quanto sono lontani i nostri mondi. Anni di cammino e di pericoli (la Biblioteca non è priva di insidie) hanno fiaccato la mia risolutezza: anni di letture al chiarore oscillante di un lumino, di assalti a scaffali riposti, di dure ascese ai piani superiori… La mia testa deve essere bianca, i miei occhi riarsi, ma non ci sono specchi a duplicare gli inganni del tempo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ora so che Borges aveva ragione, ma non so più perché mi trovo qui. Il ricordo di certe frasi di Vaquero, di un suo compiacimento in quella sera fatale, suggerisce che presagiva ciò che si andava compiendo. La degnazione con cui mi strinse la mano, come a un rivale sconfitto, affermando “Non mi meraviglierei che se ne partisse…”: completava il suo piano, invogliandomi a levarmi di torno. Mi toccherà leggere prima o poi la mia storia come quella di un innamorato schernito…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho appreso dalle pagine l’inconsistenza di esistere, dai versi la forza costrittiva delle frasi. Mi è parso alcune volte che poesie tanto pure non potessero che ispirarsi a Adelaida. Così mi sembrava che fosse ancora vicina.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Però forse la guerra ha raggiunto Buenos Aires e lei. Ho un modo di appurarlo.    Esiste un libro, uno solo, che può spiegare cosa davvero è successo, qual è il destino di Adelaida e quale il mio, e se potremo un qualche giorno riunirci: è <em>il libro scritto da me</em>, il racconto che ho composto senza saperlo per completezza della Biblioteca e del racconto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da tempo non ricerco nient’altro. Conoscenze, misteri (quello dell’A-bao-A-Qu, per esempio, entità che un trattatello di zoologia fantastica asserisce viva solo mentre qualcuno sale le scale), tutto ho sacrificato al ritrovamento casuale di un nome sopra una copertina. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vagabondando da un cunicolo all’altro ho incontrato altri ricercatori, folli che rimandavano il mio sguardo. Inutilmente chiedevo se avevano incontrato mai nel cammino una signora dai profondi occhi verdi e dalla voce roca, il loro biascichio non si fermava.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oggi che ancora mi trascino come un rettile ferito, sento parlare talvolta di suicidi, di bibliotecari caduti in un’impossibile fuga (l’universo non ammette altri spazi), o di sette che incendiano volumi. La Biblioteca ha fragilità e efferatezze. Io stesso ho assistito all’accoppiamento tra due libri, praticato da una banda di intersettori di fogli. Ma non ricordo quali libri erano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Adelaida, Vaquero, le nostre discussioni, la guerra… Non ricordo nemmeno se davvero esiste da qualche parte Buenos Aires coi suoi circoli e le sue donne, o se non stanno soltanto in qualche mia lettura. Comprendo invece i tanti esploratori che si sono lasciati morire per spezzare un tracciato che è destinato alla replica, o a replicare una replica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La cecità mi ha fatto andare avanti. Il vuoto forse, che altri chiama<em> </em>l’<em>amore</em>. Mi ha spinto lungo una strada che non doveva aver meta. Invece una meta c’era, c’è: l’ho con me, qui tra le mani, il mio libro…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo tocco, lo sfioro incerto della sua consistenza, del peso… Carezzo la piegatura, il taglio grossolano, respiro l’odore di carta, mi tremano le dita. Quasi ho paura di ciò che vi sta scritto. Ora con cautela lo apro, lo sfoglio, ho le mani sudate, stringo quel che mi resta degli occhi, infine leggo: “Fu stranamente afoso l’autunno del 1941…</p>
<p align=center>&nbsp;</p>
<p><small>[ immagine da <a href="http://www.mcescher.com/" target="_blank">www.mcescher.com/</a>]</small></p>
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		<title>CAMPING</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[camping]]></category>
		<category><![CDATA[Cortazar]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sperandio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Sperandio [ con il nickname di niky lismo commenta spesso su Nazione Indiana &#8211; questo è un suo racconto &#8211; obliquo e deponente di disarmo autunnale &#8211; malinconico per accumulo di domande senza risposta &#8211; reticente sulla crudelta e su quella distrazione inspiegabile dei destini che sempre sfiora il consumarsi delle stagioni del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Sperandio</strong></p>
<table style="border:0px solid #7F7F7F;" border="0">
<tbody>
<tr>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="1%"></td>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="99%"><small>[ <em>con il nickname  di </em><strong>niky lismo</strong><em> commenta spesso su Nazione Indiana &#8211; questo è un suo racconto &#8211; obliquo e deponente di disarmo autunnale &#8211; malinconico per accumulo di domande senza risposta &#8211; reticente sulla crudelta e su quella distrazione inspiegabile dei destini che sempre sfiora il consumarsi delle stagioni del tempo e delle vite</em> ]</small></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="center"><img loading="lazy" style="margin: 10px; border: 0 none #000000;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/de_chirico_l_enigma_dell_oracolo.jpg" border="0" alt="G. De Chirico L'enigma dell'oracolo, 1910" hspace="8" vspace="8" width="413" height="312" /></p>
<p style="text-align: center;"><small>[ Giorgio De Chirico (1888 -1978), L&#8217;enigma dell&#8217;oracolo ]</small></p>
<table style="border:0px solid #7F7F7F;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="40%"></td>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="60%"><em>&#8220;L&#8217;altra sera, mentre riponevamo la nostra roba e sistemavamo le provviste comprate a Saint-Pierre, abbiamo sentito le voci delle persone che occupano l&#8217;altra ala del bungalow&#8221;</em></p>
<p align="right"><small>J.Cortazar, &#8220;Storia con ragni&#8221;</small></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Siamo venuti qui perché è squallido abbastanza per le nostre colpe. Gli alberi radi e gli arbusti coperti di polvere attestano in immagini la nostra desolazione, le poche tende sparpagliate illustrano una mappa di rimpianti che siamo chiamati a percorrere.<br />
Siamo in due, in un bungalow che è un cumulo di assi erette ad abitazione solo dal riparo del tetto. E che è un riparo soprattutto per i vermi del legno, e per le cimici che abbiamo trovato nello zucchero. Le perdite che si avvertono in bagno, specialmente di notte, sono connesse alla nostra idea di eternità. Eterno è l&#8217;impulso al male che di volta in volta ci prende, e che rende futile il computo delle nostre vittime.<span id="more-5928"></span> Di fronte al bungalow scorre una fila di piazzole spelacchiate, dove il vuoto prevale sopra i campeggiatori occasionali e sulle auto che transitano alla ricerca asfissiata dell&#8217;uscita. Il paesaggio fa perno su pochi elementi centrali che abbiamo imparato già a focalizzare: un traliccio dell&#8217;alta tensione, la piscina coperta di foglie secche, lunghe pile di sedie di plastica in disuso. Alla nostra destra un bungalow gemello provvede la contiguità di una coppia con cane: la donna è morbida e bionda, lui tende allo scuro, anche per i capelli crespi e gli occhiali che si toglie di rado. Dalle piazzole laterali arrivano i richiami di bambini che vediamo sfrecciare verso i camper, o musichette che nessuno ascolta. Le docce sono quasi sempre libere.<br />
Il suono che più ci incuriosisce viene dalla catena che il cane si trascina appresso nel suo circoscritto andirivieni, e che serve da metafora banale. In realtà è un cane buonissimo, che anche senza catena non devierebbe dalla parca topografia che i suoi padroni hanno tracciato per lui. Scodinzola appena sente i passi dell&#8217;uomo, alla donna lecca la mano quando gli va vicino. Non scappa mai, non salta. Al guinzaglio non tira, una lingua gocciolante gli barcolla dentro quello che ci pare un sorriso, e che deve apparire tale a tutti perché quando passano i campeggiatori, da soli o in gruppetti sparuti, sempre lo accarezzano, lo chiamano, gli strofinano il muso come se in qualche modo vi fossero tenuti.<br />
Il cane li lascia fare, non recrimina neppure ai bambini che gli tirano la coda: l&#8217;attesa dei padroni lo esime da qualunque diversivo, la sua devozione da ogni aggiuntiva incombenza.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Solo da qualche ora si è alzato il vento, ma già abbiamo scordato quando non c&#8217;era. Consideriamo che il vento non possa non illividire i tronchi spogli e gelare la luce dei lampioni. I lampioni per metà sono spenti, l&#8217;altra metà sembra che insegua dei fuggitivi cui non è dato riparo. Nuvole nere, di sabbia o di moscerini, li oscurano brevemente, non avvertiamo quasi differenza tra il giorno e la sera.<br />
Siamo in due, così come la vittima e il carnefice. Il secondo di noi gioca con il cane dei vicini, gli porta pezzetti di pane intinti nei residui del pasto. Quando rientrano, i vicini sorridono con un certo automatismo, lei borbotta in una lingua zeppa di gutturali scuotendo il codino biondo, mentre lui ci spiega con difficoltà ma amabilmente che il cane non può mangiare fuori orario. Gli danno dei cubetti aromatizzati, gli danno acqua con dentro delle gocce vischiose. Gli spalmano un liquido bruno all&#8217;attacco di una zampa, lungo una striscia di pelle piagata.<br />
I giochi che il secondo di noi pretende di imporre al cane fanno da preliminare ai bocconcini: lui accetta di giocare ma con scarso entusiasmo, la sua attenzione si appunta sul cibo e sul ritorno dei proprietari. Non li abbiamo mai incontrati alle docce. E tuttavia paiono sempre freschi, mai una maglietta intrisa, mai una peluria eccessiva. Non alzano la voce. Non litigano. Cucinano nel bungalow con le finestre aperte, sul terrazzino mangiano senza sporcare. Poi lui si carica le stoviglie ai lavatoi, se incontra qualcuno scambia qualche battuta ardua ma cordiale, conosce quasi tutti. Pensiamo che sia per via del cane.<br />
Il secondo di noi tiene il conto delle carezze impartite dai passanti, anche sommersi di panni da lavare, anche in accappatoio e coi capelli bagnati, nel corso di sbiaditi pomeriggi. Quelle rivolte al cane o al padrone dai frequentatori del camping sono le sole parole che sentiamo, e sempre in tono basso. Tra di loro i vicini non pronunciano che frasi sporadiche, di cui nemmeno comprendiamo il senso, lei a volte accompagna una sillaba con un gesto delle dita. Capita pure che si accosti all&#8217;uomo quando riempie il suo piatto, allora le si vede un tratto profondo di pelle, noi percepiamo un sentore che viene da tanto tempo fa, ed è così languido e opprimente che dobbiamo chiuderci dentro a occhi chiusi.<br />
Di notte il vento si snoda simile a un interminabile dolore. Lo immaginiamo penetrare tra le assi schiodate, sotto gli infissi, non ci opponiamo al pensiero di ciò che smuove nei bungalow accanto al nostro. Solamente ci sforziamo di rimanere immobili. In qualche caso il secondo di noi singhiozza piano, allora gli diamo un fazzoletto perché possa asciugarsi.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Pure se il silenzio è uno, di notte ne cogliamo tonalità variegate, inesauribili in numero e sfumature. Il silenzio che persiste nell&#8217;intercapedine tra le pareti esterne degli alloggi ha natura di vibrazione, proviene da un movimento così regolare e incessante da rasentare l&#8217;immobilità. Tremiamo nel sentirlo.<br />
Siamo in tre in questo sconsiderato rifugio, dato che un aguzzino tende fatalmente alla replica. Il terzo di noi provvede alla cucina e ad una pulizia che non giova, specialmente perché ci rammenta la pulizia innata dei vicini. Il cane ultimamente appare fiacco, ha smesso di compiacere il secondo di noi nei giochetti, mangia di meno e con minore ingordigia. I campeggiatori sono sempre più rari. Ora le tende sono diminuite al punto che il panorama include la base del traliccio elettrico, che prima non vedevamo, e che schiaccia il peso congiunto dei massi di pietra e del ferro. Non significa nulla, però ci fa male guardarla.<br />
Il terzo di noi ha assistito a un congiungimento della coppia. Salva una certa attitudine a soffrire, fa male anche quello, a guardarlo. Prevedibilmente, i loro incontri sono fatti di tocchi rigorosi, di movimenti asciutti, non sudano, non emettono che pochi sospiri controllati. La scansione dei tempi è progressiva, e presumibilmente appagante. I loro corpi mostrano peli radi, che non si staccano a deturpare le lenzuola. Quello che non abbiamo avuto modo di appurare è se in tali occasioni il cane viene lasciato nella stanza. Se è così, se ne sta probabilmente accucciato presso un fianco del letto, inerte ai colpi che non lo scuotono dalla sua atonia.<br />
Quando hanno terminato si occupano di lui. Uno dei due lo accompagna in una passeggiata da cui ritorna ogni volta più stanco. Beve piano, scodinzola debolmente. Al terzo di noi è venuto il sospetto che allunghino ogni volta di un po&#8217; la passeggiata. Di queste crudeltà abbiamo pratica. Fatto sta che il cane non gioca più con nessuno, a chi gli liscia il pelo rivolge appena un&#8217;occhiata e si rimette giù steso.<br />
Ogni giorno fa scuro più presto, il blocco uniforme della sera adegua il nostro rimorso al transito dei nuvoloni e dei pochi ospiti che si affrettano non comprendiamo dove né perché. Vagano intorno spossati, hanno palpebre arrossate dai fumi e itinerari girovaghi. Ora che siamo in cinque qui dentro, nella proporzione che si instaura in un carcere tra prigionieri e custode, osserviamo i loro vestiti ogni giorno più lisi, analoghi alla magrezza che non riescono a occultare. Osserviamo pure i grumi freddi dietro le nuche o sulle tempie, dove più duri picchiano solitamente i manganelli.<br />
Il quarto e il quinto di noi dormono insieme, si abbracciano in una comune convulsione, è possibile che sognino di quando il cane uggiolava a ciascuna carezza. Solamente per i due stranieri la dimensione semplificata del campeggio seguita a restare fissa sui pasti, su una detersione personale tuttora misteriosa e sulle cure che di continuo ostentano di prodigare al loro animale. Adesso sta quasi tutto il tempo disteso, non mangia quasi più nulla. Gli praticano delle iniezioni cui non dà nessun segno di reagire. Quelli non hanno smesso di sorridere. Senza esibirla espongono una pelle soda, dietro abiti casuali ma avvolgenti. Sorridono ancora, mentre al cane disinfettano le ulcere.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Il quarto di noi ha la febbre, forse perché è rimasto fuori stanotte. Gironzolava intorno alla casa vicina, deve avere cercato di guardare all&#8217;interno. Il cane lo ha ignorato. Un altro di noi ha provato a domandare alla donna qualche medicina, lei faceva un&#8217;aria smarrita, poi ci ha portato del sapone liquido. Nel metterlo sul davanzale abbiamo visto il suo polso, il suo avambraccio rotondo. Così abbiamo deciso di digiunare per tutta la giornata, di starcene in veranda con una coperta addosso.<br />
Il cane non apre quasi più gli occhi. Ha il pelo intirizzito, le chiazze di disinfettante gli si sono rapprese dappertutto. Ci sembra di condividere la sua agonia, quando è uscito l&#8217;uomo con le pentole ha appena allargato le narici. L&#8217;uomo ci ha salutato affabilmente ed è sparito.<br />
Più tardi è venuto il titolare del campeggio. E&#8217; un vecchietto senza capelli che si sposta in bicicletta, è possibile individuarlo dal cigolio dei pedali. Era un po&#8217; affaticato, ansimando ci ha informato che da giovedì prossimo la struttura chiude. Senza aggiungere altro è andato via. Siamo rimasti seduti, ma confessiamo di avere fatto uno sforzo per non metterci a seguirlo. Ai vicini non ha detto niente, né ha accarezzato il cane. Le ruote della bicicletta hanno traballato fino a un cumulo di rami spezzati, non immaginiamo il motivo per cui vengono accatastati in quel modo. L&#8217;ultimo gruppo di frequentatori si stava avviando a testa in giù verso l&#8217;uscita. Quando non c&#8217;è stato più nulla in movimento, abbiamo percepito il respiro aritmico del cane.<br />
Siamo in undici in questo villino inospitale, poiché a nessun persecutore è concesso di rimanere da solo. L&#8217;ottavo di noi soffre d&#8217;asma, la sua respirazione si sovrappone a quella della bestia, ci impedisce anche un minimo di sonno. Da uno soltanto degli ultimi due bungalow occupati trapela un poco di luce, a indicare che è notte.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Ci laviamo di frequente usando il sapone liquido della ragazza. Le mani, il collo, a volte le pieghe dell&#8217;inguine. E&#8217; un flacone azzurro, intonato al pullover con cui di solito spalanca le finestre al mattino. E&#8217; pure quello un gesto che ferisce la memoria. Non riusciamo a stare per molto senza pulirci. Tuttavia ci preoccupa la quantità limitata del sapone, che scema miseramente a ogni lavaggio. Per fortuna siamo soltanto in tre, nel nostro angusto rifugio.<br />
In bagno facciamo turni comodi, la dose a disposizione di ognuno tutto sommato è accettabile. Il terzo di noi riesce a lavarsi anche i piedi. Dividiamo il tempo che rimane tra l&#8217;osservazione del cane e la conta delle nostre colpe. Due operazioni retrospettive ed inutili: alla colpa non è data espiazione, ed il cane è già morto. Si trattava, dice il secondo di noi, di un testimone: addestrato per scrutare tutto, soppresso perché non riveli nulla. Il male cui siamo propensi ci fa ritenere che i vicini lo abbiano coscientemente avvelenato, è plausibile con quelle viscide fialette, così simili al contenuto del flacone.<br />
Sta lì lungo per terra come prima, non sbuffa, il vento gli arruffa il pelo in piccoli intrichi nodosi. Domani è giovedì, per una concordanza inquietante la bottiglietta azzurra è quasi vuota. Non ci chiediamo dove andranno a stare, come tratteranno il cadavere per poterlo trasportare, né dove andremo noi. I lampioni ora si accendono prestissimo, la luce bianca investe di silenzio tutta l&#8217;area, di cui non si vede più la recinzione. Ciò di cui dubitiamo è se le loro infamie basteranno ad alleviare le nostre.<br />
Il terzo di noi non si alza più dalla sedia. Rimane lì a occhi stretti e pare che non respiri, ci aspettiamo che il vento gli intrichi fra i capelli piccoli nodi arruffati. Devono tenersi anche loro al riparo delle finestre, spiano la nostra inerzia già assuefatti a quella del cane, probabilmente sgranocchiano biscotti senza lasciar sfuggire una briciola. Da subito siamo stati consapevoli della loro inflessibilità. Dato che, se il cane era un teste, essi non possono essere che giudici. Domani è giovedì, passeremo la notte in veranda, senza osservare e senza respirare, esposti al loro controllo. A una certa ora ci volgeremo verso il loro abitacolo, aspetteremo che la febbre ci salga e che si spenga la luce.</p>
<p align="center">******</p>
<p>Immobili sulla panca qui fuori, assistiamo alla partenza della coppia. C&#8217;è una foschia bruna, il consueto maglione di lei ci è sembrato macchiato. Caricando il furgone usavano gesti misurati, si scambiavano frasi indifferenti alla nostra sorveglianza. Abbiamo ritenuto che fosse l&#8217;equivalente di un bacio, o di un resoconto segreto. La piscina cade ancora nel nostro campo visivo, ma è ormai lontanissima. Abbiamo dovuto constatare che tutto si è dilatato, i tralicci si perdono simili a escursionisti nella nebbia.<br />
Quando sono stati pronti non hanno fatto che montare su ed avviarsi, il sibilo delle gomme ha tagliato il campeggio isolando il nostro villino all&#8217;abbandono. Li vedevamo ancora, da una distanza che ignoriamo se misuri la nostra condanna oppure sia la condanna. Uno di noi gemeva, come per una sofferenza che non è chiaro se è già iniziata e se avrà fine.<br />
Le nostre teste sono rimaste rigide, non possiamo altro che ruotare i globi oculari emettendo qualche lamento fioco. Nell&#8217;angolo più estremo del campo visivo abbiamo scorto il furgone arrestarsi e lasciarsi avvicinare da un&#8217;auto. Sul portabagagli c&#8217;era una bicicletta, dentro il padrone calvo. Lui e il nostro ex vicino sono scesi a scambiarsi qualcosa, forse delle chiavi, uno di noi ha urlato poi sono andati via tutti. Della cancellata che delimita il campeggio, se c&#8217;è, avvertiamo la costrizione blanda, tutto sommato superflua. Mai come adesso la miseria del posto ha costituito, più che rispecchiare, il peccato. Siamo venuti per questo. Ciascun albero è la putrefazione di se stesso,  e in ogni zolla risiede la sostanza di un&#8217;anima rinsecchita. Ci è negato di dare un&#8217;occhiata ancora al cane, al corpo infossato nel terriccio, trafitto dal pentimento e dalla ghiaia, e che è al contempo l&#8217;ultima nostra vittima ed il boia.<br />
Ci appare, ora, penosamente chiaro l&#8217;uso dei rami accatastati: è tale il senso di una palizzata, o di un falò. E&#8217; chiaro pure che, oltre al cane e a quei due (tre, col proprietario), il camping stesso ci ha riconosciuti. E&#8217; destinato a permanere, può darsi, o a imputridire col resto. Anche se, con il freddo che già sopraggiunge, qualsiasi macerazione andrà a rilento.</p>
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