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	<title>parola &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Se la sete è abbaiare la condensa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 05:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> Di nuovo, appesi all'infinito e a questo spazio, se l'appeso è un aspettare, il gioco è dire basta, morire nella cassa toracica del niente. <br \/>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Mariasole Ariot</strong> </p>
<p><center><iframe loading="lazy" src="https://giphy.com/embed/ANsFGyzsKazni" width="480" height="374" frameBorder="0" class="giphy-embed" allowFullScreen></iframe></p>
<p><a href="https://giphy.com/gifs/black-and-white-dead-death-ANsFGyzsKazni"></a></p>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width: 300px;">
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<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-107727-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/bach-bwv914-stehlik.mp3?_=1" /><a href="https://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/bach-bwv914-stehlik.mp3">https://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/bach-bwv914-stehlik.mp3</a></audio>
</div>
<p><small>Johann Sebastian Bach, Toccata in E minor (Stehlik, B.)</small></p>
<p></center></p>
<p>Appaiono nella dimensione più alta i gorgogli della casa, dicono di arrivare e dirigere il verbo del fare al passato, una parola già pronunciata, l&#8217;accalcarsi di greggi e datazioni, il gorgo avvicendato dalle forme dimenticate – e ancora si chiudono corolle in direzione contraria al nascituro, dove e quando le mandrie di madri ricordano la caduta di un&#8217;esistenza masticata fino all&#8217;osso.<br />
È questa la buca che separa, la dannata condizione che sborda ad ogni istante, un solo secondo per il dire, una camminata lenta alla fuoriuscita del feretro e del feto: se non ho mai parlato, se la voce è compressa in una cassa, l&#8217;eco si  accascia nello specchio. </p>
<p>*** </p>
<p>Queste facce in forma di persone, le mascherine degli insetti che ronzano nell&#8217;attorno di ogni androne, quando le finestre sono chiuse e appiccicate al vetro si attaccano le scimmie. Avere il tempo dilatato per condensa, la voce che si adunca a petizione, la penitenza delle colpe ripetute, se ridendo come foglie a primavera mi formicano gli interni. L&#8217;esserino non si muove e ricorda una menzogna dell&#8217;attesa a ricompensa: ma quanto vero è il vero quando il cielo non ripete. Le ossa, questo piccolo ricordo di un corpo ormai scordato, lo strumento che s&#8217;insegue, la postura di una donnola nel mentre di un amplesso. </p>
<p>*** </p>
<p>Il ritorno non ci affanna, s&#8217;innaffiano le cose mute e già mangiate, è questo diventare il mio passato, è questo il divenire e il suo contrario. La porta che ci è data non respira, la devozione che divina – ma il sospeso è domandato, la domanda è una bocca che ferisce.<br />
Dare e dire cosa, il presente che sfiorisce, questo manto addormentato che sborda come un angolo del petto, ho ancora una parola: il gettito che sente la tua voce e mi sovviene: l&#8217;agito che è già verbo, verbale è ciò che agisce. Di nuovo, appesi all&#8217;infinito e a questo spazio, se l&#8217;appeso è un aspettare, il gioco è dire basta, morire nella cassa toracica del niente. </p>
<p>*** </p>
<p>Più delle grida è lo snodo che sorregge, la durezza tradotta per errore ci muove testa a testa con la croce, un chiodo che si pianta è questo nostro mondo, la lingua che ingenera una morte, il terreno già sospeso – e dici il puntello della rosa, si fissa a tormentare nelle mani, un manico di falce deprime la mia testa. Aprire il corpo e scoprire un territorio.<br />
È così che cede il ventre, così si cede un panico al suo astro: immobile a sanguigna l&#8217;eremita ci passeggia le budella, e quanta pioggia serve al derivare delle rive. I defunti che servono alle tombe, lo zampillo delle pozze: il nucleare ricordo della sete.  </p>
<p>Immagine di copertina: Josef Koudelka </p>
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		<title>Se il virtuale trabocca nel reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 05:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere. Foucault &#160; Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-83103" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/ai-weiwei-good-fences-make-good-neighbors-ny-e1582538350885.jpeg" alt="" width="500" height="334" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di </em><em>scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. </em><em>Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.</em></p>
<p style="text-align: right;">Foucault</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla carta, un giorno  nella gabbia siamo entrati.</p>
<p>Ora, le regole della gabbia sono schizzate fuori dalle grate, invadono le strade, ci gonfiano gli occhi al mattino, dispercepiscono le relazioni, modellano come creta una morte che non sarà più morte: perché tutto resta. Modellano la vita togliendo grammi di vita alla vita.</p>
<p><em>Le bocche spalancate, la pelle dei corpi senza pelle, la vendetta dei bisogni, la chiusa del peso specifico del sogno, avere fili al posto degli arti, avere arti al posto dei figli.  </em></p>
<p>Prima era l’oggetto guardato, usato. Poi l’oggetto ci “ha diventati” – e ora, la coincidenza tra l’io che fruisce del dispositivo e il dispositivo stesso ha oggettificato i fruitori e soggettivato l’oggetto.</p>
<p>Scorrendo la “propria” bacheca passano milioni di informazioni, e il tempo e lo spazio e l’attenzione dedicati ad ogni singolo elemento è pressoché identico: una foto di mare del compagno di scuola, un quadro di Schiele, una dichiarazione di guerra, la morte di un padre, uno schizzo di sangue, la nascita di un figlio, una riflessione a margine dell’esistenza, un lettino d’ospedale, un pianto, un grido, un lamento, una citazione, un verso, uno sputo.</p>
<p>L’indice scivola veloce sullo schermo, e la frequenza con cui lo si apre e si chiude e si riapre cresce esponenzialmente: eppure non è una schiavitù, piuttosto la scelta inconscia di essere scelti: perché rassicura, perché non richiede sforzo ma solo posizionamento.</p>
<p>Ma se prima i meccanismi perversi della rete restavano nel loro interno, ora sono usciti nel fuori: la gabbia in forma di animale impazzito si è gonfiata al punto da non poter più contenere i propri organi e le proprie leggi, e così organi e leggi che la governavano sono diventate le leggi che governano le intimità (mancate) del mondo esterno.</p>
<p><em>Un’allucinazione cenestesica che sborda i confini e si riversa nel reale. Il dato diventa un fatto assoluto: se sorride in foto è felice. Se non scrive più è venuto a mancare. Se è mancato, va dimenticato. </em></p>
<p>E in questo sbordare, in questo traboccare del retroscena nella scena del mondo, raccogliamo fotogrammi per le strade, brevi informazioni, poche parole, un singulto, il dettaglio minimale di un abito, qualche silenzio per farne narrazione arbitraria di un altro che non vogliamo più conoscere ma che vogliamo conoscere perché crediamo di aver già conosciuto, di saperlo già: il potere di un sapere vuoto che sorpassa e supera e ingoia il desiderio di una piena conoscenza.</p>
<p>Se il sapere non concede dubbi, la conoscenza (che è movimento) li apre: e se i dubbi sono buche nel mondo, riconcepirli significa disporsi al sommottamento. Significa: disfare l’io, smontarlo. Significa: togliere strati solidi all’esistenza: un’operazione intollerabile.</p>
<p>Come intollerabile diventa la minima crepa: imbattersi nel fuori in un dettaglio non corrispondente alla narrazione che abbiamo costruito ci permette il diritto di togliere la parola all’altro con la stessa velocità con cui con un tastino in rete lo si banna.</p>
<p>Oppure: l’opposto. Un accoppiamento tra simili che si accoppiano perché l’algoritmo dice: compatibilità.In una bulimia del raccolto non è possibile raccogliere nulla: tutto è perdita, tutto va in perdita in una compulsione al legame ridicolo, la progressiva perdita di lettura della realtà: guardare non è vedere. Il voyeurismo solitario si spinge al collettivo, gli argini sono caduti.</p>
<p><em>Migliaia di esserini come acini uno uguale all’altro, dove tutti diventano tutti, quando il noi scompare, quando il tu non serve, quando noi è  dire io, quando io è dire io, come acini uno uguale all’altro aggrappati a grappoli per non dirsi soli  &#8211;  ma quanto siamo soli.</em></p>
<p>In un’epoca in cui l’interno vacilla, lo slittamento delle dinamiche malate dei luoghi di scambio illusorio ha aperto la strada alla sua chiusa: il virtuale trabocca nel reale: andare sul sicuro, smetterla coi territori accidentati, vanificare la scoperta, la possibilità di delusione o di stupore, non contemplare la frana, lo scricchiolio, l’imperfezione, l’abbaglio – e la scelta slitta all’indietro, anticipa sé stessa in un cortocircuito che non ha tempo di perdere tempo.</p>
<p>La pancia della gabbia è piena, vomita nel fuori gli organi che ha concepito. Resta la resistenza degli spazi minimali, allargare gli interstizi, disinquinare lo sguardo dai codici con cui ci stiamo eliminando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Good fences make goood nieghbors&#8221; by Ai Weiwei per il Public Art Fund a New York. Courtesy Ai Weiwei Studio</p>
<p>*a <strong>Sergio</strong>, alle sacche di resistenza</p>
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		<title>La staticità dell&#8217;assenza</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 05:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; John Cage In a Landscape [1944-45] &#160; La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1.jpg" alt="" width="700" height="534" class="aligncenter size-full wp-image-110344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1-150x114.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1-696x531.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1-551x420.jpg 551w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Floating-away-1-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-81289-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.cc-seas.columbia.edu/wkcr/sites/default/files/audio/10%20In%20a%20Landscape.mp3?_=2" /><a href="https://www.cc-seas.columbia.edu/wkcr/sites/default/files/audio/10%20In%20a%20Landscape.mp3">https://www.cc-seas.columbia.edu/wkcr/sites/default/files/audio/10%20In%20a%20Landscape.mp3</a></audio>
<p><small>John Cage <em>In a Landscape</em> [1944-45]</small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra. E’ questo dolore immobile, la staticità dell’assenza, le presenze che gridano la stanza.<em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><em> Una bocca</em><em><br />
non è una parola</em></p>
<p>Si richiamano le certezze antiche, riemergono dal fondale e s’insinuano piano, il cercare estenuati la riproduzione, accoppiarsi col presente per far nascere il passato. E allora dire: basta, e poi ripetere: ancòra.<br />
Tutto il mondo è messo a silenzio, l’urlo degli arti eretti si affianca alle ossa.</p>
<p>Chiedersi perché non finisce e ostinarsi per non farlo finire, mantenere questo occhio spalancato con la sbarra per non dire è un lutto, per non fare un lutto, per piegare il lutto sulle ombre, perché l’ombra che è l’ombra che hai visto e rivisto e ancora rivedi rassicura la tua specie. Allora riposizionare i passi, amputarsi le zampe per tagliare un cordone. Ma un parto non è una nascita.</p>
<p style="text-align: left;">Le maledizioni, l’usura dei rapporti umani, quando alla voce si risponde con il bianco muto e i denti scheggiati, e la muta non avviene, e cadono i corpi sulle strade affollate : i passanti si fermano a guardare, si dilata la pupilla e poi ricomincia a camminare, un rìvolo di sangue, il respiro di un suono senza suono, il morto lasciato morire.</p>
<p><em>La solitudine<br />
</em><em>non è un’assoluzione.</em></p>
<p>E bruciano soli sulla pelle, si anneriscono le superfici, una superstizione di pochi, quando dicono: la salute, il grembo pieno, un colorito.<br />
Di nuovo tornare, curvare la biografia alla tua domanda, affogare la testa, tappare le buche dei timpani, smetterla di sentire, i granelli nella cornea, questo disabitare il sé reciso, lasciare la decisione a un dolore tra le gambe – e poi strapparsi, e poi tornare, e poi  chiedere: il permesso all’esistenza.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La tendenza a coniugarsi all&#8217;infinito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/06/05/la-tendenza-a-coniugarsi-allinfinito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jun 2019 04:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[﻿﻿ &#160; di Mariasole Ariot &#160; Le visage est signification, et signification sans contexte. Levinas &#160; Sulla faccia muovono ossessioni, carteggiano mani abili di millenni come api operaie, cade una vita dove cade, dove il movimento è una ferita, una città spalancata nell&#8217;occhio, il mormorio incostante del lamento – e mentre passa non passa, passano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" class="giphy-embed" src="https://giphy.com/embed/l46Cy4bGg0N0LVEJi" width="480" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align:right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="RIGHT"><i>Le visage est signification, et signification sans contexte.<br />
Levinas<br />
</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulla faccia muovono ossessioni, carteggiano mani abili di millenni come api operaie, cade una vita dove cade, dove il movimento è una ferita, una città spalancata nell&#8217;occhio, il mormorio incostante del lamento – e mentre passa non passa, passano di passati i passanti, le vostre ricorrenze, le alture dei corpi, le gabbie ruggiscono elementi – e cadono, cadono dalla nicchia in cui vi siete separati.<br />
&nbsp;</p>
<p><i>Se l&#8217;umano è un sentire, un verso duro la manciata di parole, la tendenza a coniugarsi all&#8217;inifinito.</i><br />
&nbsp;<br />
<span id="more-79387"></span></p>
<p>Arrivano sulla faccia lembi di scorticati per puntellarsi il bulbo, spingere fino a quando, ancora, arrivare al luogo inferiore della parola, sradicarla, non poter più scrivere, scrivere il niente dello scrivere, una cosa morta, il rancore del riflesso : non riconoscersi, una vescica chiusa, la chiusa di un fiume.<br />
&nbsp;<br />
<i>Se il deserto si piega inghiottito, se dici: è il movimento della schiuma, e invece il vento. La parola vuota, un albero in secca, gli anelli dicono poche ore : vita, questa vita che piove, questo sradicarsi, questo rumore. </i><br />
&nbsp;<br />
<i>L&#8217;esistenza come una vivisezione.</i><br />
&nbsp;<br />
Allo specchio si scarnifica, poi riprende, bolle di spirito nero lo sconfinare la mancanza del bordo: e allora taglia ripristina il silenzio recupera il grido inghiotti l&#8217;eccesso. Ancora cadono, cadono i corpi, si separano arti e nervi e i vermi nascosti negli interni. E cadono, cadono i corpi.<br />
&nbsp;<br />
<i>Se l&#8217;indicibile coincide con la morte, se è già morto, se i fiori sono nudi, se non c&#8217;è un gambo, se hanno amputato le gambe, se non muovo, se si muove, se non muore, se rimane.</i><br />
&nbsp;<br />
Sulla faccia il territorio è uno strazio, creiamo tetti per non bruciarci le pupille &#8211; un seme piantato nella nuca: germoglia se il pianto, germoglia se ride, germoglia se è chiaro.La chiara del bosco e la sua muta. Entro ed esco dalla stanza rossa, accendo la fiamma nella bocca, estraggo i denti con forza, amputo vallate, i corridoi del volto, le alture, la punta delle labbra.<br />
&nbsp;<br />
<i>L&#8217;esistenza,un desiderio di macerie. </i><br />
&nbsp;<br />
Nei volti si aggirano significati: il foro di una montagna, la sua miniera, le sacche, le mammelle per raccogliere il maturo e poi il pontile, ancora il getto, il gettito del male che raccoglie. Nei volti non c&#8217;è giustizia di parola, le grandinate attese, il campo di lavoro nello sterno: un abete mi esce dalla bocca.</p>
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		<title>Un bacione a Saviano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2019 12:31:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo. Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/3IxBoULQ59M" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo.</p>
<div dir="ltr">
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<p>Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, nella sua produzione ipervelocizzata, in cui tutto ciò che appare, appare per un secondo e poi slitta, e slitta fino a scomparire.<span id="more-79406"></span></p>
</div>
<p>Probabilmente è anche questa una scelta voluta: dire, e potersi permettere il lusso che il detto venga presto tralasciato.</p>
</div>
<p>Ecco, io non credo che le dichiarazioni che partono da un bacio ad un uomo sotto scorta dai suoi 26 anni, che è minaccia, un bacio che poi dal singolo si estende a tutte le figure che (da sempre, dall&#8217;inizio) ha attaccato, si possano tralasciare, ci si possa scorrere sopra, accanto, forse dichiarare per un momento il proprio disgusto, e poi aggiungere: suvvia, non ha presa, suvvia, si sgonfierà, suvvia, non ha peso, il peso cade, è già caduto.</p>
</div>
<p>Perché Salvini non è un&#8217;eccezione, un&#8217;eccedenza, un elemento meteora solitario. Quel respiro d&#8217;odio, che dice perversamente: godo nell&#8217;angosciarti/nell&#8217;<wbr></wbr>angosciare, è una cifra che va considerata del nostro tempo.</p>
</div>
<p>Che entra negli interstizi, nel discorso comune, dove non c&#8217;è più nemmeno l&#8217;imbarazzo e il rossore nel dichiare il proprio disgusto e l&#8217;odio verso l&#8217;Altro.</p>
</div>
<div>Salvini nasce e si muove all&#8217;interno di queste coordinate storiche e sociali che fanno da risonanza armonica: lui parla, viene ascoltato, gli altri parlano, lui ascolta, lui ridice. In parte a capo di un discorso che lui stesso genera, in parte portavoce di una narrazione che negli anni si è radicata.</div>
<div></div>
<div>Non può passare nel silenzio un video, la parola in cui viene dichiarato l&#8217;intento e il desiderio di decidere per la vita &#8211; perché di questo si tratta &#8211; di soggetti a rischio, in pericolo, in un paese in cui quel pericolo esiste nel sottosuolo e ai gradi più alti &#8211; e che la storia ci ricorda a cosa ha portato, quali vittime ha esposto, che sono esposte,  e poi ha  bruciato.</div>
<div>Non può sparire sottotraccia il paradosso del &#8220;non interverrò su casi personali&#8221; quando l&#8217;inizio &#8211; e l&#8217;inizio, l&#8217;incipit è sempre una dichiarazione d&#8217;intento &#8211; va nella direzione opposta.</div>
<div></div>
<div>Ma oltrepassando quel bacio iniziale diretto a Roberto Saviano, il bacio si espande, oltrepassa un limite. Che quel dire sia un dire che all&#8217;interno di uno Stato di Diritto non possa concretamente modificare le decisioni seguenti non è un deterrrente per chiudere un occhio, per lasciar cadere.</div>
<div>
<p>Non sono solo i fatti, gli agiti, a mettere in movimento: come scriveva Canetti, &#8220;nell&#8217;oscurità, le parole pesano il doppio&#8221;.</p>
<div class="yj6qo"></div>
<div class="adL"></div>
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<div></div>
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</div>
</div>
</div>
<p><!--more--></p>
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		<title>Della liquefazione del &#8220;tu&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 04:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221; G. Bataille Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-75762" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman.jpg" alt="" width="511" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-160x120.jpg 160w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221;<br />
G. Bataille</p>
<p>Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola che proviene dalla propria bocca, come dalla bocca dell’altro. Il presupposto quindi per cui un soggetto venga in qualche modo prodotto e sia in continua produzione è in primo luogo il fatto che vi sia parola, in secondo luogo, che questa parola venga ascoltata o sia ascoltata, in terzo luogo, che questo incontro si dia all’interno di una zona vuota.</p>
<p>Dove abita il troppo, non può darsi nulla, se non l’incessante ripetizione di ciò che già c’era. È questo forse il più difficile nodo da aggirare: significa spogliarsi, denudare gli spazi, creare nuove pareti e nuovi confini, aprire interstizi atemporali e aspaziali. Qualunque incontro avvenga all’interno di un dispositivo già ammobiliato, già previsto, già costituito – dove nulla c’è da attendersi se non ciò che già ci si attende – non produce movimenti significativi nei soggetti. Al contrario: siamo di fronte alla caduta della soggettività e alla presa di potere del potere stesso, un potere fine a sé stesso, che non ha più bisogno di niente, che si basta da solo.<br />
Se cade la soggettività, cade anche, di conseguenza, la possibilità di produzione di nuovi significanti e significati e il passaggio liquido di produzioni attraverso la porosità dei corpi della lingua.<br />
Non si tratta di uno svuotamento, del porsi come esseri vuoti, ma di saper aprire zone vuote all’interno di corpi pieni.<br />
Quando ciò non accade, quando corpi e spazi restano come masse informi di carni compatte, non c’è più incontro con l’Altro ma piuttosto un incontro con la devitalizzazione di una possibilità mancata – che a sua volta produce non perdita dell’io ma perdita del vitale.</p>
<p>Il soggetto si immobilizza, diventa ossa, sasso, pietra, ombra di sé stesso.<br />
Se questa devitalizzazione si realizza fino al compimento, se nasce da un incontro già previsto, che non contempla stupore, non possiamo credere che questo passi sotto traccia senza incidere i soggetti dell’incontro: piuttosto li scarnifica. Un “non è” non significa che quel “non è” non sia attivo, che non agisca sui corpi e sulle soggettività in causa: agisce per difetto, portando a desertificazione.<br />
Eppure: non siamo forse al centro di un’epoca in cui il tu non è più un tu soggetto singolare ma piuttosto un tu espanso fino alla sua dissolvenza? In cui si smette di parlare ad un singolo (in una danza tra il dire e l’ascolto) e si parla solo alla moltitudine in una produzione di un incessante rumore di sottofondo che scarnifica la parola fino a farla diventare l’ombra di ciò che potrebbe essere?</p>
<p>Un’esigenza di spalancare la bocca di fronte a un tutti che in fondo è un nessuno, un proliferare di frasi, elementi, tracciati rivolti a una platea in forma di corpo unico che non ha teste.<br />
Perdute le teste degli altri, cade anche la propria, scollata dal contingente, scollata dall’infinito, testa che si addobba di decori e si dilata fino ad occupare tutto lo spazio presente.<br />
E dove lo spazio è chiuso, dove non esiste più spazio all’interno dello spazio, là muore il linguaggio, là muore l’incontro, là muore il dire, là avviene l’indicibile: miliardi di <em>io</em> cantano sordomuti della parola.</p>
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		<title>Nannetti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/27/nannetti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2015 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Il peso della parola / su Nannetti di Paolo Miorandi di Mariasole Ariot BIANCHI RUMORII,associati, radiali passaggi sopra la tavola con il messaggio-nella bottiglia (P. Celan) Un libro come un muro lungo 180 metri per 2, perché lo spazio non è una questione di dimensioni. Tre voci o forse una : come Nannetti graffiava l&#8217;intonaco con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il peso della parola</strong> / su <em>Nannetti</em> di <strong>Paolo Miorandi</strong></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>BIANCHI RUMORII,associati,</em><br />
<em> radiali</em><br />
<em> passaggi</em><br />
<em> sopra la tavola</em><br />
<em> con il messaggio-nella bottiglia</em><br />
<em> (P. Celan)</em></p>
<p>Un libro come un muro lungo 180 metri per 2, perché lo spazio non è una questione di dimensioni. Tre voci o forse una : come Nannetti graffiava l&#8217;intonaco con la fibbia degli internati per costruire una parola – quando le voci interne possono uscire dalla gola per potersi finalmente pronunciare &#8211; così la penna di Miorandi incide piano la pagina bianca, per ogni parola uno scavo preciso, non ferita ma feritoia : non una scena che si mette in scena ma un invito alla sospensione, come sospesa è la punteggiatura. Solo i nomi restano maiuscoli.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nannetti Oreste Fernando N.O.F 4</strong> : reparto Ferri del Carcere di Volterra.</p>
<p><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-55065 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/220px-NOF4_da_giovane.jpg" alt="220px-NOF4_da_giovane" width="220" height="285" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il messaggio-nella-bottiglia di N.O.F.4 ha rotto i vetri che lo costringevano, sconfinato e tracciato un nuovo confine attraverso i tratti delle sue parole, così Paolo Miorandi, riprendendo nuovamente la poesia di Celan si <em>ascolta, porge/ascolto a un mare/lo beve/per giunta, e disvela/le mal praticabili/bocche</em>.</p>
<p>Il narratore torna nei luoghi, entra nelle zone interstiziali, piega l&#8217;occhio per affondare la vista, parla con Aldo l&#8217;infermiere, custode della parola e traduttore : l&#8217;uomo che ha trascritto l&#8217;intero muro su carta, segno dopo segno, riconoscendo, traducendo lettere, simboli, stelle, onde radio, compagno di viaggio di un <em>austronautico ingegnere minerario del sistema mentale</em>, alieni con il naso ad Y, e ancora segni, e ancora lettere, e dichiarazioni, e simboli, e onde radio, e mani minerarie e stelle &#8211; e le tre voci diventano unico suono che restituisce non il racconto di un uomo ma il racconto di un racconto, che inclina la testa da parte a parte ad ascoltare il mondo dell&#8217;altro, dell&#8217;altro-dell&#8217;altro e del proprio.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-55067" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-1024x683.jpg" alt="panchina nannetti" width="700" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-900x600.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Se Nannetti incideva le lettere attorno al bordo dei compagni seduti sulla panchina (tre vuoti che segnano l&#8217;ombra antica di tre corpi), così la scrittura dell&#8217;autore non chiede all&#8217;altro di piegarsi, non spinge strattonando per aprire uno spazio forzato ma circonda con la parola il vuoto necessario al lettore per appoggiarsi a quel muro. Le sagome date per sottrazione comportano così una doppia testimonianza : la testimonianza di chi scrive, la testimonianza di chi legge.</p>
<p>La voce di Miorandi – come pure si dispiega nella realtà fisica quando parla : pacata, cadenzata, una grazia ipnotica &#8211; restituisce così l&#8217;ostinazione di un urlo che per poter urlare ha bisogno della pazienza e dell&#8217;incisione lenta.</p>
<p>Ogni parola porta un peso specifico : non una pietra che cade ma un muro che, non potendo cadere, decide di parlare.</p>
<p>***</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-55204" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/Copertina-Nannetti.png" alt="Copertina Nannetti" width="183" height="258" />Estratti da <strong>Nannetti</strong>, Paolo Miorandi,<em> il Margine 2012</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[1]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">la prima volta che si sale per la stretta strada nel bosco dopo essersi lasciati alle spalle il pomeriggio estivo ed essere piombati di colpo in un precoce imbrunire, passata una curva, i padiglioni appaiono senza preavviso, come visioni venute dal nulla, o come gigantesche carcasse d’automobile abbandonate lungo il bordo di certe strade del sud e ormai diventate elementi del paesaggio naturale, rocce, sassi e tronchi seccati; la prima volta che si va avanti non facendo caso al divieto d’accesso e si supera quella che doveva essere la guardiola della portineria generale, e che, parcheggiata la macchina nello spiazzo, si prosegue a piedi guidati dal richiamo dei corvi, da quel loro gridare e scappare come bambini impauriti al sopraggiungere dell’oscurità; quando, entrati nel cortile del Ferri, adesso stanco e remissivo come una cittadella sconfitta, aperta al termine dell’assedio, e senza riuscirci si prova a vedere, e allora si avanza ancora di qualche passo guardando con maggior attenzione, come se in quella luce ombrosa e spessa gli occhi facessero fatica a distinguere i contorni delle cose e le tracce umane si confondessero in perfetta mimesi con i segni naturali, con la corteccia rugosa dei tronchi, l’ondeggiare dei rami, l’intreccio delle sterpaglie; quando poi, diradata la nebbia dallo sguardo, prima davanti e solo in seguito ai lati, si cominciano a percepire i richiami delle cicatrici di pietra, fratelli e sorelle, fratellastri e sorellastre, come tracce di antichi tagli, 1927, Nannetti Mara, alta un metro e settantacinque, sorellastra, nonna e madre; Nannetti Oreste Fernando, il nome che più di ogni altro hai inciso sul muro, alto un metro e sessantacinque, fratellastro; e ancora, cugini, bocca stretta, cuginastri e cuginastra, nonnastra, 1900, sempre bocche strette; Nannetti Oreste Fernando, il nome che ti hanno consegnato quando sei arrivato qui, lungo da scrivere e che un’altra volta hai scritto sul muro, questo muro che adesso si apre come un libro di fronte agli occhi; N.O.F. 4, grado colonnello, nato nel 1925, 1927, ventinove, trentadue, nato a Roma, capitale dell’Impero, nella congiunzione astrale tra il triangolo e il rame, il triangolo della faccia, il rame dei fili elettrici; assieme agli altri uscivi da quella porta, in fila indiana come uno scolaretto alla ricreazione, esco da quella porta e vengo in questo cortile, porta, cortile, muro, ogni giorno, anche se piove </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">[2]</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">basta che non piova a dirotto perché in tal caso non ci portano all’aria e allora non posso scrivere; quando piove dobbiamo girare tutto il tempo attorno al tavolo del refettorio come piccoli pianeti dall’orbita stretta, saturno, mercurio, nettuno, questa tua ossessione per i nomi degli astri e dei minerali, sole uranio, stella uranio, rame, luna urania, lancio su stella 2040, visioni dell’era spaziale che sta per venire; se piove a dirotto, quando giriamo attorno al tavolo del refettorio, accade sempre che qualcuno prima o poi diventa nervoso, attacca briga e si azzuffa, per questo l’infermiere di turno è costretto a intervenire; ma anche se ci chiamavano infermieri, a quei tempi noi ci sentivamo più che altro guardiani, perché questa in fin dei conti rimaneva pur sempre una prigione, sbarre, celle di contenzione, filo spinato; gli stessi superiori ci consideravano guardiani, soldi per loro ce ne davano pochi, noi dicevamo, con i soldi che ci date non potete mica pretendere che li curiamo, ma chi v’ha detto che dovete curarli, voi dovete sorvegliarli, punto e basta; di matti non ne sapevamo nulla, obbedivamo agli ordini, oggi turno al secondo piano, domani turno alle serre, si obbediva agli ordini dell’ispettore generale e del medico, poi ognuno si regolava come meglio poteva; allora l’infermiere di turno dice, la volete piantare sì o no, poi dice, ve l’ho detto già una volta di piantarla, poi è costretto a chiamare l’altro infermiere di turno e portare via quello che dà noia e non vuole più girare attorno al tavolo del refettorio; allora gli infermieri devono prenderlo per le braccia, uno per un braccio e uno per l’altro, devono riportarlo in camerata e se necessario usare le fasce, una da una parte e una dall’altra parte del letto, ma è certo che non sono io quello che gli infermieri devono portare via, io continuo a girare attorno al tavolo del refettorio seguendo il cerchio della mia orbita, non do noia a nessuno, non attacco briga, sto zitto e aspetto che la pioggia finisca; se era bel tempo si usciva in cortile, ognuno faceva le sue cose, lui stava sempre per conto suo; conosciuto? sì l’ho conosciuto, per come era possibile conoscere uno come il Nannetti; ne sono passati di anni, adesso non ci vengo quasi più, è come se questo posto mi mettesse paura, anche se paura non è la parola corretta, ha visto com’è ridotto? lasciato andare in rovina, le racconto volentieri quello che so, no, non si preoccupi, il tempo non mi manca</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[5] </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">ma di certo io non scoppio, ho il muro, ho la fibbia del gilet che è la mia penna e la mia matita e non ho bisogno d’inchiostro; gli altri si fanno l’acciarino con la fibbia del gilet, acciarino è una parola piena di stranezza, li ho guardati, usano la fibbia del gilet e un bottone di madreperla, usano la scatoletta di latta delle pastiglie per la gola, un filo e un cencio bruciacchiato; io non faccio gli acciarini, tolgo la fibbia dal panciotto, ce l’abbiamo tutti qui dentro, e la uso per scrivere sul muro, è la mia penna e la mia matita; posso indossare il panciotto anche senza fibbia, per me fa lo stesso, gli infermieri lo sanno e non mi dicono più, dove hai ficcato la fibbia del panciotto? non farai mica scherzi vero? sanno che non faccio scherzi; hai scritto, sono l’uomo invisibile armato di fibbia catodica, i fantasmi sono formidabili, dopo la seconda apparizione prendono sembianze materiali; adesso vai dall’Aldo e gli chiedi una cicca, e lui te la dà se è di luna buona, gli dico, Aldo me la dai una cicca, e lui me la dà, ma non tutti i giorni, e se non me la dà non insisto, avrà i suoi motivi, mi dico, l’insistenza è una brutta cosa, per il resto me ne sto per conto mio, non parlo con nessuno e nessuno parla con me; qui tutti erano soli, ma se c’era qualcuno ancora più solo degli altri, quello era il Nannetti; non aveva nessuno, non possedeva nulla; quando l’hanno condotto in fagotteria per la consegna degli effetti personali non aveva niente con sé eccetto i vestiti che indossava; </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[6]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">se loro non mi parlano arrivano le ombre, strisciano lungo le pareti del corridoio, entrano nella camerata e si accostano al mio letto, gli dico, andate via, ma non vanno via, alzo la mano, la sposto e la ruoto per migliorare la ricezione, ma non sento niente, dico, uno, due, tre, qui Forte Forestal, ricevente attivata, parlate, ma non è in corso nessuna trasmissione, loro non parlano, ci sono solo le ombre; hanno attraversato le inferriate della finestra, non sono certo le inferriate che possono fermarle, sono entrate nella camerata, hanno strisciato lungo il pavimento e si sono accostate al mio letto, gli dico, andate via, ma non vanno via, sono nere e lucide come petrolio e possono passare anche sotto le porte, entrano da ogni buco, mi tappo le orecchie con le mani e sto fermo senza respirare, ma poi devo respirare e allora faccio un respiro corto come un singhiozzo, quando riapro gli occhi sono ancora lì, qui Forte Forestal, Volterra, Pisa, pronto pronto, ricevente attivata, ma ci sono solo disturbi catodici, telequadrante a scariche cosmiche, nubifragi elettrici, e freddo, freddo come in inverno; le ombre sono vive, dopo la seconda apparizione prendono sembianze materiali, la luna nel pozzo è sparita, Saturno, Mercurio, Nettuno, sole uranio, stella urania, luna urania, andate via per favore, dico, stella pazza, due soli fanno due ombre, rispondetemi; aiutami Milena, cara cugina Bianca, rispondimi e mandami mille lire che qui di tutto abbiamo bisogno, in questa casa della misericordia mentale, avamposto nucleare, mia cara Milena, la tua bocca di madreperla, un manicaretto domenicale per il tuo bambino, aiutami, lancio da Forte Forestal, divisione territoriale inglese, lancio su stella 2010 (duemiladieci), lancio su Urano, settore natalizio; trasmissione nel sistema telepatico da base missilistica di San Finocchi, Ospedale Psichiatrico di Volterra, reparto giudiziario, quarta sezione, settore territoriale della svizzera sovietica, lancio su stella 2040, Nannetti Fernando, Ferri, Ferruccio, ferroviere, fischietto, sezione quarantaquattresima, Parigi, possedimenti coloniali francesi d’oltremare, possedimenti coloniali franco-spagnoli, linea costiera, trasmissione notturna da Forte Forestal, base missilistica neuronale, ricevente attivata su frequenza catodica, trasmissione, uno due, pronto, pronto? nel silenzio non si sa, meteorismo cosmico, non sento niente, nessun rumore nella camerata, nemmeno il respiro grasso di Pampana, non sento passi nel corridoio, tintinnare di chiavi, né rumore di padelle in cucina, non sento gorgogliare l’acqua nei tubi, non è la pioggia, sento solo il latrare di un cane, ma so che non è un cane </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Coro degli «aspiranti» scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 00:46:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[nostro tempo]]></category>
		<category><![CDATA[parola]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[Da un social network letterario: Benvenuti in PensieriParole, enciclopedia di citazioni con 13.506 autori e oltre 92.500 frasi (più altre 869 in attesa di essere valutate), divise tra Frasi, Aforismi, Barzellette, Freddure, Citazioni di Film, Indovinelli, Poesie, Racconti e Proverbi da tutto il mondo. Inoltre, non manca uno speciale approfondimento per le Leggi di Murphy [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Da un social network letterario:<em> Benvenuti in PensieriParole, enciclopedia di citazioni con 13.506 autori e oltre 92.500 frasi (più altre 869 in attesa di essere valutate), divise tra</em><em> Frasi, Aforismi, Barzellette, Freddure, Citazioni di Film, Indovinelli, Poesie, Racconti e Proverbi da tutto il mondo. Inoltre, non manca uno speciale approfondimento per le Leggi di Murphy e le Frasi utili per ogni Occasione!</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p><em>Noi</em> <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo&#8230; (ridete pure, sghignazzate pure, sollevate il sopracciglio con aria di sufficienza, per quel che ci riguarda lo scriveremo anche dinanzi ai vostri lazzi, nonostante le vostre risa, contro le vostre oscenità, con la  determinazione di chi sa che ce ne sono più di quanti voi pensiate, più di quanti vadano in giro a fare sfoggio di sé, più di quanti sia consentito vederne, più di quanti vi faccia comodo non vederne)&#8230;<span id="more-26473"></span></p>
<p><em>Noi</em> <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali di questo nostro tempo in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia nel pensiero un segno di arretratezza culturale, saremo pure (chi più chi meno) degli illusi, alcuni di noi anche dei poveracci (pochi quattrini, poco allure), persino un po’ patetici nel nostro tentativo di commisurare le parole alle cose che diciamo, evochiamo, storpiamo, dissezioniamo o proviamo a far deflagrare&#8230; nella convinzione, antiquata, che è dissennato, ingiusto e anche un po’ disonesto, sì, a volte <em>molto</em> disonesto, dissipare un <em>bene prezioso</em> come le parole. Così siamo soliti concepirle nel nostro intimo, prima ancora di pronunciarle&#8230; per una sorta di abitudine mentale ostinata e alquanto inattuale; per ossequio convinto nei confronti di una lezione impartitaci da scrittori e intellettuali o scrittori-intellettuali migliori di noi; per senso di responsabilità.</p>
<p>Perché, in fine dei conti, cos’è uno scrittore o un intellettuale, o uno scrittore-intellettuale, cosa è stato e cosa dovrebbe essere più che mai in tempi in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia nel pensiero un segno di arretratezza culturale?</p>
<p>Un tessitore di senso, o anche di nonsenso, attraverso orditi di parole <em>circostanziate</em>.</p>
<p>Questa definizione non sarà esaustiva, certo, però nemmeno così imprecisa. Tessitore di senso, o anche di nonsenso, attraverso orditi di parole <em>circostanziate</em>&#8230; <em>circostanziate</em> anche quando si piegano in torsioni impossibili o si librano in slanci funambolici, o ancora, si scagliano in attacchi terroristici contro tutta l’ottusità, l’inespressività, la cieca conformità di cui sono impastate le nostre esistenze.</p>
<p>Qualcuno potrebbe dire: «Una cosa sono gli scrittori, altra cosa gli intellettuali, e altra cosa ancora gli scrittori-intellettuali». Avrebbe ragione. Ci sarebbe molto da dire, ridire e contraddire. Ma non è di questo che intendiamo parlare, in questa occasione. Qualcuno potrebbe dire: «Come vi permettete a definirvi scrittori, scrittrici, intellettuali o scrittori/scrittrici-intellettuali! Non sarete certo voi a consacrarvi tali!» Avrebbe ragione. Ma non è neanche di questo che intendiamo parlare. Di un’aspirazione, piuttosto, di una tensione cui alcuni hanno dedicato, con esiti mirabili, gran parte della loro vita e altri provano ancora oggi a farlo, con esiti che&#8230; si vedrà. È di un <em>fare con le parole</em> proprio degli scrittori, degli intellettuali, degli scrittori-intellettuali che vogliamo parlare, di un modo di concepire quel <em>fare con le parole</em>.</p>
<p>In questi nostri tempi in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia, l’esercizio stesso del pensiero un segno di arretratezza culturale – a costo di farci dare degli ingenui, degli antiquati, dei velleitari – vogliamo difendere e rivendicare quell’idea suicida («disperata, inutile», direbbe Pasolini) che hanno alcuni <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali o intellettuali-scrittori del nostro tempo&#8230; e diciamo «aspiranti», perché non c’è niente di più marginale e ininfluente, oggi, di tipi così che perseverano nell’idea suicida, appunto, che le parole siano l’unico bene che gente come noi può ritenere di aver conquistato, e dirlo con l’orgoglio con cui si conquista un amore difficile o si imparano a conoscere pezzetti di terre straniere (reali o immaginarie, poco importa), e dirlo con la consapevolezza di aver imboccato un solco segnato da altri migliori di noi, e dirlo assumendosi tutta la responsabilità di un <em>noi</em>, che è un <em>io</em> condiviso, anche se disseminato, disperso, marginale, indesiderabile nella sua prosaicità, e oltremodo ininfluente.</p>
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