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	<title>partigiani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Partigiani d’Italia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/21/partigiani-ditalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2021 23:31:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[E&#8217; online e consultabile dal 15 dicembre 2020 lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza. Il portale è pubblicamente e stabilmente consultabile. Previa registrazione gratuita, è possibile accedere ai dati e alle riproduzioni digitali delle schede originali. Attualmente sono pubblicate le schede delle Commissioni Campania, Emilia-Romagna, Estero, Lazio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium aligncenter" src="https://www.partigianiditalia.beniculturali.it/wp-content/uploads/2018/09/SL_026-1.jpg" width="627" height="352" /></p>
<p>E&#8217; online e consultabile dal 15 dicembre 2020 lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza.<br />
Il portale è pubblicamente e stabilmente consultabile. Previa registrazione gratuita, è possibile accedere ai dati e alle riproduzioni digitali delle schede originali. Attualmente sono pubblicate le schede delle Commissioni Campania, Emilia-Romagna, Estero, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte. Entro il 25 aprile 2021 saranno pubblicate le schede delle Commissioni Lombardia, Toscana, Umbria. Le schede delle restanti Commissioni saranno pubblicate entro il 2021.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.partigianiditalia.beniculturali.it/?fbclid=IwAR1mnoDhvMjurwnjRxCjrMGwx3C__Tr0aWT2CaK5LkywGCUkD91222e-PaQ" target="_blank" rel="noopener"><strong>I partigiani d&#8217;Italia</strong></a></p>
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		<title>Danilo De Marco: lo stile della libertà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/04/lo-stile-della-liberta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Forum Editore]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Fulvio Dell'Agnese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fulvio Dell&#8217;Agnese &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; «Che accadrebbe – si chiedeva un artista – se l’universo fosse leggibile? Forse c’è questo, nascosto dietro alla spaventosa bellezza della realtà. Ci accorgiamo che qualcosa parla con noi. Conosciamo quella lingua. Eppure non capiamo una parola»1. È il problema che spesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fulvio Dell&#8217;Agnese</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Copertina-libro.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73253" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Copertina-libro-256x300.jpg" alt="" width="256" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Copertina-libro-256x300.jpg 256w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Copertina-libro.jpg 480w" sizes="(max-width: 256px) 100vw, 256px" /></a></p>
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<p>«Che accadrebbe – si chiedeva un artista – se l’universo fosse leggibile? Forse c’è questo, nascosto dietro alla spaventosa bellezza della realtà. Ci accorgiamo che qualcosa parla con noi. Conosciamo quella lingua. Eppure non capiamo una parola»1.<span id="more-73199"></span><br />
È il problema che spesso si addensa – come una velatura opaca o una vernice troppo scintillante – anche su una fotografia, limitandone il grado di attendibilità nella lettura del suo tempo. Ma non in Danilo De Marco.<br />
Lui sembra saper capire quel che gli sta intorno, ed è capace di farlo soprattutto con la parte più complessa della realtà: i nostri simili, che ci propone nella loro molteplice, irripetibile individualità.<br />
A Danilo le persone interessano al punto che se le va a cercare (a onor del vero, alcune le evita con attenzione, ma quello è un settore dei suoi rapporti umani che, pur interessante sul piano psicologico, esula da un discorso sulla fotografia). E spesso ne scaturiscono viaggi in realtà lontane – Messico, Ecuador, Brasile; Turchia, Etiopia, Zanzibar&#8230; – alla ricerca di quanto di meno esotico l’obbiettivo possa indagare. Sono storie condivise di esodi e genocidi, di sopravvivenze e isolamenti, che grumi di rullini nello zaino riportano impresse a distanza di mesi, al rientro del fotografo a Udine o a Parigi. Sulla pellicola, occhi che guardano dritto in macchina, occhi in cui qualcuno si è riconosciuto.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/001-Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73256" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/001-Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004.jpg" alt="" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/001-Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/001-Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/001-Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p>Un esempio? Il Bimbo di Haiti dalle vesti stracciate: nella sua minuscola figura c’è la dignità drammatica di un Ecce Homo, capace di precipitarci nel breve abisso di storia che la strada sfuocata apre alle sue spalle.<br />
Perché la composta eleganza delle sue mani raccolte, striate di fango, mi commuove, mentre – dirò una cosa politicamente scorretta – non sopporto gli spot televisivi di associazioni umanitarie che propongono primi piani di sventurati bimbi africani denutriti? Credo che tutto stia nel modo in cui viene gestita l’immagine, in contesti e secondo logiche comunicative che nel secondo caso avverto quale parte del problema più che della soluzione. Nessun accento sul pathos, invece, nelle fotografie di Danilo, che mantengono sempre un sostanziale equilibrio fra chi opera lo scatto e chi, per qualche momento, lo fa partecipe del suo presente e della normalità con cui qualsiasi condizione umana finisce per essere vissuta, quando quotidianamente si ripete: per averne una prova, guardate come si muovono i profughi curdi dietro i teli di plastica, nella tendopoli divenuta proiezione coatta della loro idea di comunità.<br />
In questo senso, il nostro testimone è veramente un artista alla Courbet. Il richiamo alla distaccata obiettività del Realismo può suonare come un paradosso, perché proprio la partecipazione umana è alla base dell’integrazione dello sguardo di Danilo nel contesto. Ma appunto in quanto integrato, lo sguardo non è quello – pur ben intenzionato – dell’occidentale su un mondo altro. La situazione viene vissuta dal di dentro mantenendo distinte le identità, e il fotografo sembra totalmente consapevole che la sua condizione, defilata e provvisoria ma necessaria, è quella di catalizzatore umano di un dialogo – discorso fra uno sguardo e chi lo cattura, per conservarne il riflesso –: «Sono giustificato perché transitorio, io che scorro sotto la costante domanda dei tuoi occhi»2.<br />
Consideriamo il vaglio cui viene sottoposto l’autore dal Carbonaio brasiliano che lo osserva appena in tralice dal suo ordinario inferno, o la complice stilettata visiva che gli riserva il Minatore, definitivo come Efesto alle soglie del suo antro-fucina; o ancora, lasciamo scorrere le tante Maternità (Congo, Haiti, Brasile, Colombia, Uganda, Ecuador), varianti di uno schema iconografico che la nostra cultura conserva fra le radici più profonde e che nella sua versione andina ribalta ogni convenzione rappresentativa, nel momento in cui da sotto il feltro masticato della tesa gli occhi della madre si alzano verso di noi, improvvisamente elevati su uno sfondo terroso profondo quanto l’azzurro screziato di nubi di una pala d’altare.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73258" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/003-Ecce-Homo-Haiti-2001-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p>In tutti questi casi si percepisce il lento accostamento del fotografo al soggetto, alle persone e ai luoghi: «Voglio arrivarci a passi lenti, con riverenza»3, sembra dire Danilo. E questo gli vale la fiducia di chi si offre all’obbiettivo nell’incisa immediatezza d’una conclusione di percorso.<br />
Unico livello a cui sancire un discrimine è quello di astrazione estetica, di geometria compositiva in grado di sublimare le situazioni, senza tuttavia abbandonare il terreno della realtà in cui i personaggi sono radicati. Così ad Haiti il Bimbo con le patate regge sulla testa il suo cilindrico, sfilacciato fardello con la medesima eleganza dei putti in bronzo di Ivan Theimer nel loro indossare tube debordanti come cornucopie di mediterranei grappoli d’uva. E i Lavoratori della canna da zucchero, seppur incontrati in India, sono costruiti centralmente, di sottinsù per gradini prospettici, come una pala rinascimentale: non si offenderà d’essere chiamato in causa Lorenzo Lotto con la sua Elemosina di Sant’Antonino, che dal transetto della chiesa di San Giovanni e Paolo genialmente introduceva i fedeli veneziani alla carità di Dio su per un differente traliccio geometrico; iconostasi e tappeti persiani in luogo di lamiera pressata. Le Mondine delle alghe, poi, emergono dalle maree di Zanzibar con una grazia da ninfe che riesce a contenere la consapevolezza di quanto luminosamente faticoso sia il loro mondo di acque cristalline. E anche la Levatrice delle Ande tiene in bocca il filo del suo orizzonte con la forza di una figura del mito, mentre la solennità con cui due donne brasiliane impastano tra le mani sfere di fango pare quella di un rito ctonio.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/008-Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73259" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/008-Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013.jpg" alt="" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/008-Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/008-Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/008-Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p>Chiamavo prima in causa Gustave Courbet. Nel suo Atelier dell’artista, una celebre tela del 1855, la gente di cui finora si è parlato si collocherebbe nella parte sinistra del quadro, dove il pittore disponeva gli attori della quotidianità, impegnati in una lotta per la sopravvivenza che andava necessariamente testimoniata. Ma sulla destra, alle spalle di Courbet che dipinge, ci sono gli intellettuali.<br />
E per Danilo chi compone la variegata, opinabile categoria? Scrittori e artisti, d’accordo, ma solo quelli che vengono riconosciuti coerenti nel dare un indirizzo al loro percorso etico ed estetico.<br />
«Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità»4. Danilo sembra pretendere una condivisione di questo atteggiamento da parte dei suoi protagonisti. Di quella oscurità, di quel «fascio di tenebra»5 si può eventualmente sorridere, ma bisogna esserne consapevoli; non sono tollerati atteggiamenti superficiali. Altrimenti subentrano delusione e rifiuto – e quante volte non è successo, anche nell’ufficialità delle occasioni importanti, con una radicalità che ai più ragionevoli appariva persino eccessiva? –, si rimane con un gusto amaro in bocca: «E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come l’aria esce da un pallone rotto»6. Così Danilo si tiene stretti i suoi compagni di cordata, affidabili nonostante la celebrità.<br />
Le fotografie li ritraggono in contesti e atteggiamenti diversi, da cui qualcosa sempre trapela delle circostanze dell’incontro, o del ritmo di una prolungata frequentazione: alcuni sono inquadrati in primissimo piano, altri asserragliati fra i loro libri – come Jacques Le Goff – o immersi nel labirinto del proprio universo creativo (Ivan Theimer).</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/010-Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73260" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/010-Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998.jpg" alt="" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/010-Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/010-Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/010-Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p>Aldo Colò ci guarda dal reticolo pittorico delle sue astrazioni in perenne penombra, mentre lo scheletro di un lucernaio proietta in un geometrico, incombente scenario Miklós Hubay. Armando Pizzinato ha gli occhi dolci di sempre, immerso nel nido vegetale del suo giardino veneziano, mentre di John Banville lui medesimo potrebbe dire, come di un suo personaggio, che «la luce forte che entrava dalla finestra dava al suo viso un’espressione cruda, strofinata»7.<br />
A volte i protagonisti rivolgono al fotografo il sorriso condiscendente che si riserverebbe a un bambino (Guido Davico Bonino, Franco Loi, Álvaro Mutis), sono disponibili allo scherzo (Roberto Micheli, Velasco Vitali). Alcuni (Aldo Colò, Ida Vallerugo, Gian Carlo Venuto) comunicano la volontà di stare al gioco tramite le mani, altri con un pupazzo (Fernando Savater); in altri casi ci impongono una circospetta spontaneità, in domestico profilo contemplativo (Peter Handke) o lasciandoci intendere che ci sia posto anche per noi sul gradino della scala (Novella Cantarutti) e che la porta si chiuda per dare amichevole riservatezza alla visita (John Berger).</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73257" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/002-Serge-Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p>Nella maggior parte dei casi, il fotografo pretende gli occhi del proprio interlocutore, «lince penetrador de lo que piensa»8. E, in tutti i casi, riconosce un’onestà di pensiero che forse, all’inizio del percorso, non avrebbe ritenuto di poter incontrare così spesso9. Invece, per molti come per lui, la resa non è concepibile. Perché Danilo, alla fine, con chi sta? Con gli oppressi o con gli intellettuali? Saltuariamente, con entrambi. Ma è, stabilmente, vicino a un’altra schiera di persone che – intrecciandosi spesso con le altre due – attira i suoi scatti: i combattenti.<br />
Ecco allora i ritratti di anarchici quali Lucio Urtubia e Armand Gatti: uno serafico come il vecchio Renoir nella diagonale estrema delle tovaglie cerate di un bistrot, l’altro esuberante come se fosse agli esordi del suo ‘teatro di agitazione’. È in questi incorreggibili ribelli, e soprattutto nei volti di Partigiani – inseguiti negli anni fino a divenire interminabile serie – che di nuovo «la fotografia si sposa all’occhio, trapianta sul consorte/unilaterali brandelli di verità»10. Di questi anziani artigiani della Resistenza, anni fa scrivevo in termini che mi sentirei ancora di sottoscrivere: «È un discrimine sottile quello che viene messo a fuoco dal fotografo: come in un ritratto fiammingo o di Antonello da Messina, quel che cresce sull’epidermide ci si presenta con evidenza tridimensionale accentuata; quanto rimane appena oltre il piano di contatto fra l’immagine e il nostro spazio, invece, qui perde bruscamente definizione, isolando lo sguardo di chi ci fissa nell’istante dello scatto – e del suo presente –, ma al contempo accompagnando il volume del suo volto in una profondità – allusa e non descritta – che appartiene alla dimensione storica e sentimentale».<br />
Dalla memorabile strizzata d’occhi di Sylvie – che pare condensare l’incredulità nei confronti del mondo che le si para innanzi – fino alle iridi di Rado-Leroux – diafane e ipnotiche come il mare di Zanzibar –, a guardarci è gente che è stata abituata a vivere sul filo del rasoio. Aperti nei confronti del fotografo, sono capaci, come il Cid, di riservare una sorta di piglio inquisitorio a noi, che siamo qui senza meriti o atti di volontà particolari, in qualche modo paragonabili a quelli dell’autore che stanno dietro a ogni scatto.<br />
Alla fine, «ogni atto ha il proprio stile di libertà»11: quello di chi fatica per campare un altro giorno, l’atto creativo del poeta, la ribellione al sistema capitalista del muratore ‘espropriatore’ di Belleville… Del senso di simili azioni, sintetizzate nella loro irregolarità dal volto gorgonico di Federico Tavan, che fa trasalire il suo piccolo vicino di tavolo al bar, nutrono i propri chiaroscuri le fotografie di Danilo. E osservandole, immagine dopo immagine, ci si avverte meno distanti dall’affermare quello che sarebbe bello poter dire della realtà nel suo complesso: che «la libertà ha ceduto il proprio nome allo stile con il quale le cose accadono»12.</p>
<p>1 1. D. Kehlmann, I fratelli Friedland, Milano, Feltrinelli, 2015 [2013], p. 211.<br />
2 H. Crane, Paesaggio [1926], cit. in H. Bloom, Il canone americano, Milano, Rizzoli, 2016 [2015], p. 504.<br />
3 C. Nooteboom, Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone, Milano, Iperborea, 2017 [2015], p. 40.<br />
4 G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Milano, Nottetempo, 2008, p. 14.<br />
5 Ivi, p. 15.<br />
6 D.F. Wallace, Il pianeta Trillafon e la cosa brutta [1987], in Questa è l’acqua, Torino, Einaudi, 2009, p. 69.<br />
7 J. Banville, La chitarra blu, Milano, Guanda, 2017 [2015], p. 126.<br />
8 L. de Góngora, Favola di Polifemo e Galatea, 37, 5: «Lince che scruta la sua fantasia». Si fa riferimento all’edizione a cura di E. Cancelliere, Torino, Einaudi, Torino, 1991.<br />
9 «Quand’ero giovane, presuntuoso e senza esperienza, ritenevo che il mondo dell’arte fosse corrotto. Oggi so che non è vero. Il mondo dell’arte è pieno di persone amabili […]. È l’arte in sé, come sacro principio, che purtroppo non esiste». (D. Kehlmann, I fratelli Friedland cit., p. 200).<br />
10 D. Thomas, Poesie, Milano, Guanda, 2017, II, pp. 22-23: «The photograph is married to the eye, / Grafts on its bride one-sided skins of truth».<br />
11 L. Cohen, Parassiti del paradiso, Roma, Minimum fax, 2011, pp. 36-37: «Every act has its own style of freedom».<br />
12 Ivi, pp. 36-37: «Freedom lost its name to the style with which things happen».</p>
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<p><em>NdR: questo testo è contenuto nel catalogo &#8220;<a href="http://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/i-tuoi-occhi-per-vedermi">Danilo De Marco &#8211; I tuoi occhi per vedermi</a>&#8220;, Forum Editrice Universitaria (2018), della retrospettiva &#8220;Defigurazione&#8221; del fotografo alla Galleria Bertoia di Pordenone (aperta dal 3 marzo al 27 maggio), della quale si parla <a href="https://www.avvenire.it/agora/pagine/de-marco">qui</a> e <a href="http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2018/03/01/news/danilo-de-marco-inviato-di-se-stesso-in-defigurazione-1.16542058?refresh_ce">qui</a>; l</em>e fotografie che lo accompagnao sono, in ordine:</p>
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<li><em>Campo-di-rifugiati-di-Odek-Uganda-2004</em></li>
<li><em>Ecce-Homo-Haiti-2001</em></li>
<li><em>Ivan-Theimer-Scultore-pittore-Monteggiori-Lucca-2013</em></li>
<li><em>Roberto-Micheli-Giornalista-grafico-pittore-Roma-1998</em></li>
<li><em>Serge Latouche -Teorico-della-decrescita-Economista-filoso-Latouche-Parigi-2010</em></li>
</ul>
<p><em>La mostra, a cura di Arturo Carlo Quintavalle, sarà aperta  da mercoledì a venerdì, dalle 16 alle 19,30 e sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19,30. Per informazioni Fondazione Zanolin tel. 3890131195.</em></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/012.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73261" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/012.jpg" alt="" width="450" height="338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/012.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/012-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73254" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/La-mostra-a-Pordenone-I-volti-partigiani-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
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		<title>Partigiani in mostra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/23/partigiani-in-mostra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2015 12:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; fotografie di Danilo De Marco Puntare l’obiettivo sullo sguardo dei vecchi partigiani vuol dire proporre figure che hanno perso forse tutto della loro immagine originaria, della forza della gioventù, ma non la fissità, l’intensità, la certezza dello sguardo, quello che da ultimo inevitabilmente si appannerà, ma adesso quello sguardo rappresenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57466" rel="attachment wp-att-57466"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-57466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid-300x167.jpg" alt="Locandina_1_01_rit_rid" width="300" height="167" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>fotografie di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p>Puntare l’obiettivo sullo sguardo dei vecchi partigiani vuol dire proporre figure che hanno perso forse tutto della loro immagine originaria, della forza della gioventù, ma non la fissità, l’intensità,<span id="more-56920"></span> la certezza dello sguardo, quello che da ultimo inevitabilmente si appannerà, ma adesso quello sguardo rappresenta ancora una consapevole certezza. Il resto del volto, le rughe, i segni che scavano le ombre, sono messi ai margini, sono contorno, restano dunque solo quegli sguardi. E la scelta di costruire un’immagine per piani sovrapposti per De Marco ha un senso: «Ritrovo nei mille possibili piani dell’immagine e delle diverse esistenze la molteplicità dei ‘centri’ come nelle composizioni di Luigi Nono o nella pittura di Paul Klee». Lo spazio piatto, ritagliato, di tanti acquarelli, di tanti dipinti di Paul Klee, che mette sullo stesso piano decine di elementi che sono simbolo, traccia, indice di un complesso molto più articolato che va oltre il senso di ogni singolo dettaglio dipinto, quello spazio che De Marco intende ricreare va scoperto non in una singola opera ma nel complesso, nell’insieme di questa creazione imponente e terribile, devo dirlo, che sono i ritratti dei partigiani.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57469" rel="attachment wp-att-57469"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia.jpg" alt="004  Simone Ducreux Untitled-2 copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57468" rel="attachment wp-att-57468"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57468" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia.jpg" alt="007  Kapun Alojse 'andrej' Untitled-1 copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57467" rel="attachment wp-att-57467"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia.jpg" alt="005  Pierette Rossi 'Denise e Roland' Untitled-2 copy copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57472" rel="attachment wp-att-57472"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-57472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia.jpg" alt="Trieste 010" width="415" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></a>Claude Roland Souchet &#8216;Pinson</p>
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<p><em>(queste fotografie fanno parte di quelle esposte nella mostra a palazzo Gopcevich a Trieste, si veda la locandina sopra; il frammento di testo, di Artuto Quintavalle, è tratto dal volume che la accompagna)</em></p>
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<p>Trieste 010</p>
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		<title>Topolino nel West</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/06/topolino-nel-west/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria della Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[“Mi piacevano le belle ragazze”, dice Luigi. “Mica volevo andare a combattere”. Il ragazzo che è seduto accanto a me, con una maglietta rossa e un foulard al collo, ascolta e sorride. Per lui Luigi Fiori è un eroe, non ci piove. La sua volontà di combattere è fuori discussione. Ha comandato centinaia di uomini, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg" alt="COPERTINA BAUMAN DEFINITIVO" width="358" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg 358w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /></a>“<i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Mi piacevano le belle ragazze”, dice Luigi. “Mica volevo andare a combattere”. Il ragazzo che è seduto accanto a me, con una maglietta rossa e un foulard al collo, ascolta e sorride. Per lui Luigi Fiori è un eroe, non ci piove. La sua volontà di combattere è fuori discussione. Ha comandato centinaia di uomini, ha visto la morte in faccia, ha sofferto. Dire che non voleva combattere, è un </span></span></i></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">understatement</span></span></span><i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> che lo rende ancora più grande. </span></span></span></i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E sia. Uomini come Luigi sono grandi. Ma sono uomini.</i></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">(Così si apre l&#8217;introduzione di <i>Eravamo come voi</i> di Marco Rovelli. Un libro “fuori tempo massimo” in una società che ha dimenticato tutto. Che ha dimenticato persino perché può permettersi di dimenticare. Ma lavori di scavo vivo e presente come quelli di Marco sanno restituirci quella dimensione etica della società che appare perduta. Solo così riusciamo a comprendere perché dobbiamo dire grazie alle ragazze e ai ragazzi che hanno combattuto per noi. E che erano come noi, allora. Marco ci regala un capitolo del suo libro e noi per questo lo ringraziamo di cuore. <em>G.B.</em>)</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Poi c&#8217;era Topolino. Che è stato uno dei partigiani più giovani tra tutti i partigiani. E che infatti dopo la guerra gli hanno dato pure la medaglia d&#8217;argento al valor militare. L&#8217;ho conosciuto a casa di Franco, perché dopo la guerra anche Topolino è stato un gran contrabbandiere. Che se ne andava per le montagne tutto da solo, e portava indietro tabacco e sigarette.</p>
<p>Luigi Fovanna ha solo 86 anni, quando ci vediamo da Franco davanti a un caffè corretto alla grappa. E ne dimostra molti di meno. Imponente, due gran baffi, lo definirei un montanaro distinto, tenuto in ottima forma e tempra dall&#8217;aria di montagna. Che chissà com&#8217;era quando aveva quattordici anni, pensi.</p>
<p>Ecco, mentre ci parlavo mi immaginavo di avere davanti il Pin, quello dei nidi di ragno.</p>
<p>A quattordici anni Luigi scappa di casa per andare con i partigiani. Era come un western, dice. Anche se allora gli western non li vedeva mica. Li vede adesso, e allora resta sveglio anche fino a mezzanotte. Altrimenti alle nove e mezzo è già a letto, fa così da sempre, in montagna ci si alza all&#8217;alba.</p>
<p>Guarda gli western, adesso, perché è la sua vita che era un western, si combatteva sulla frontiera della fame.</p>
<p>Se gli chiedi se andava a scuola, ti guarda come venissi da un altro mondo (e in effetti, è da un altro mondo che vieni). “Ho fatto la prima, dice, a sette anni era già finita. Andavo a <i>fa&#8217; l pastur</i>, sopra Trasquera. Adesso mandi i figlioli a Rimini, di qua, di là, una volta ti mandavano a far da servitore a un contadino che poi ti dava niente, solo da mangiare e basta, ed era già manna!</p>
<p>Ti facevano la minestra, la polenta, ma col latte scremato, perché col resto ci facevano il burro. Pasta e riso tutto assieme, un miscuglio così. Si mangiava <i>ul</i> <i>strutt</i>! Era così in montagna, il contadino mangiava sempre gli scarti, la roba fresca doveva venderla!”.</p>
<p>Che poi siccome alla frontiera della fame ci si stava in tanti, e un ricordo tira l&#8217;altro, Franco ricorda: “Quando eri all&#8217;alpe con le mucche, il latte lo mettevi in una padella e lo lasciavi un giorno o due per togliere la crema per fare il burro, magari ci finiva dentro qualche topo? prima di tirarlo via lo leccavamo, il topo, che aveva la crema!”</p>
<p>“Eh, la gente oggi non è temprata per la vita”, chiosa Luigi. Per quella vita, no di certo.</p>
<p>Luigi era piccolino che venne via da Montecrestese. Prima a Varzo, dove ha fatto l&#8217;unico anno di scuola, poi verso i dodici anni a Vogogna, con quattro fratelli. Luigi è uno che vuole farlo capire che il suo era proprio un altro mondo, e che lui in quel mondo ci sapeva stare, e lo reggeva bene. Reggeva bene anche il vino. “Mia mamma mi raccontava che un giorno mi aveva lasciato a casa da solo, e quando è tornata mi ha trovato che ghignavo, ghignavo, ridevo&#8230; Mi metteva sullo sgabello da una parte e cadevo dall&#8217;altra&#8230; <i>Poi ag vegn in ment da vardà ul fiasc da vin sul taul</i>, ne mancava un bel po&#8217;! Hai capito<i>, ero ciuc, a dui agn</i>!”.</p>
<p>Temprato dalla vita, con il padre che non trovava un lavoro (ma Luigi capirà solo dopo il perchè), da ragazzino faceva i mille lavori della montagna. Portava su e giù la legna dal monte, e alla sera dormiva nel bosco da solo. Andava ad aiutare chi doveva far <i>starnu</i>, il letto di foglie delle mucche. Andava ad aiutare a fare il cemento. Quel che c&#8217;era da fare, lo si faceva. “E mi cercavano, perché rendevo <i>cume &#8216;n om</i>!”.</p>
<p>E quando a dieci anni sei in grado di dormire nel bosco da solo, affrontando gli spiriti della notte, e le streghe di quel folto, ché in Ossola è pieno di streghe, allora sei in grado di fare qualunque cosa. Come scappare di casa per andare coi partigiani, anche se non sai mica bene chi sono.</p>
<p>“<i>Gh&#8217;era</i> il Beldì, il Corani che era mio coscritto&#8230; sì, il fratello piccolo di Malombra&#8230;<i>Gh&#8217;era</i> l&#8217;Aldo Marta&#8230; era un po&#8217; più grande di me, ma a quei tempi mica pensavi hai <i>un an pussée che mi, un an meno da mi</i>, eravamo tutti ragazzi che si giocava assieme&#8230; A un certo punto il Marta è sparito, <i>duv&#8217;è andà</i>&#8230; E ti dicono, con i partigiani, con Superti. E poi ci va il Corani. <i>C&#8217;è andà lu, ci vo anca mi</i>.<i> Alura mi sun scapà di cà e son andà coi partigiani. </i>Sono andato a Rumianca, sapevo che lì c&#8217;erano dei partigiani. Appena sotto la centrale, nella casa di uno che si chiamava Terzi, li ho trovati lì, c&#8217;era un tenente che si chiamava Franz, e subito m&#8217;han preso. Eran <i>forestè</i>, però han visto che ero un <i>bocia</i> deciso e mi han tenuto là. Che dopo venivano giù delle belle ragazze che mi baciavan sulla bocca, eh, <i>mi ero un bocia</i>&#8230; Però mia mamma e mio papà han saputo e son venuti a vedere per <i>portà a cà el fiol</i>. Portatelo pure a casa, ma guardate che se questo vuol star qui ci torna! E infatti mia mamma, conoscendomi, <i>Lassumal lì</i>, almeno sappiamo dov&#8217;è&#8230;”.</p>
<p>E&#8217; il febbraio del &#8217;44, Luigi è con la Di Dio, divisione Valtoce. E diventa Topolino. “Sì, il cartone animato c&#8217;era già, ma Topolino perché ero un ragazzino”.</p>
<p>Alla sera Topolino dorme in una cascina sopra Rumianca, e alla mattina scende allo stabilimento, va al deposito biciclette, ne prende una e gira per la valle. Guarda cosa succede in giro nei paesi, e riferisce. Relaziona sui movimenti dei fascisti, come quando vede che hanno catturato un partigiano e lo fanno camminare in testa a un plotone per andare a recuperare una mitragliatrice nascosta sotto il ponte del Migiandone.</p>
<p>Una volta porta una busta al battaglione di georgiani arruolati coi tedeschi, erano accampati a Mergozzo, c&#8217;erano stati dei contatti per farli disertare e passare coi partigiani, lui ne vede uno alla stazione, un po&#8217; a caso, che se non era il georgiano giusto poi, ma non ci pensa due volte, il georgiano lo porta fuori dalla stazione, scende in un campo di mais, legge la busta, e gli risponde Noi andiamo a Borgomanero, facciamo fuori il comandante e poi veniamo da voi. Poi il <i>bocia ciapa la bici</i> e torna a Rumianca.</p>
<p>A volte c&#8217;è da recuperare cibo per dei partigiani nascosti, e allora lui, con i “biglietti” dei partigiani, che è come cartamoneta sulla fiducia, si fa dare farina, riso, formaggio, latte. Il negozio del Beldì a Vogogna, per esempio, lui gliene dà sempre, o il Ripamonti al mulino. E se non glielo danno, come al dopolavoro di Pieve Vergonte, entra nello scantinato di nascosto e fa provviste da solo.</p>
<p>Anche se non porta armi è un partigiano, e gli fanno una divisa. E&#8217; in telatenda, come si diceva, non l&#8217;ideale per un guerriero, ma Topolino ne va orgoglioso. Un giorno si va fino a Nonio a ritirare un lancio degli americani. A Topolino tocca uno zaino bucato. Ma il carico è lo strutto, e la strada è lunga e faticosa. Lo strutto comincia a colare giù per la schiena. Quando si arriva a Rumianca, la divisa è da buttare. E questa fu una delle grande delusioni della guerra per il <i>bocia</i> partigiano.</p>
<p>Che poi i partigiani, la prima volta, li aveva visti a Villadossola, l&#8217;8 novembre, il giorno dell&#8217;insurrezione, che il giorno dopo arrivarono perfino gli aerei a bombardare, e il Redimisto Fabbri lo torturarono e fucilarono a Pallanzeno con altri cinque. Luigi, che ancora non era Topolino, aveva sentito che c&#8217;erano dei tumulti ed era andato a vedere, perché lui era mica uno che c&#8217;aveva paura di qualcosa, lui, e aveva visto un tedesco moribondo su un carrettino per portare le verdure, tremava smodatamente come un epilettico, e anche se Luigi non sapeva cos&#8217;era un epilettico aveva gli occhi per vedere quella cosa schifosa che è la morte.</p>
<p>Il giorno dopo aveva seguito l&#8217;onda, quando tutti erano dovuti scappare da Villadossola, ed era andato verso la centrale di Pallanzeno che c&#8217;erano già i tedeschi che giravano, e un tizio che scappava con lui gli aveva dato una Beretta calibro nove, “tienila poi me la ridai quando ci vediamo”, l&#8217;aveva presa disarmando i carabinieri ma adesso era più prudente non averla dietro, quello era un <i>bocia</i> e non correva rischi, che poi insomma anche per il <i>bocia</i> non era il caso di averla, ma col suo <i>curai dela madona</i> se la lega in mezzo alle gambe e torna verso casa, che al ponte di Pallanzeno incontra una di quelle macchine scoperte che chiamano scim-sciam, insomma una Fiat con la capotta, sono tedeschi, lo vedono a distanza e gli fanno segno di avvicinarsi, che lui avvicinandosi correndo si accorge di avere le pallottole nel taschino e pensa Adesso mi cadono, e invece non gli cadono e i tedeschi quando vedono che è un <i>bocia</i> lo lasciano andare, e allora lui via verso casa, e nasconde la pistola nel casale diroccato vicino casa, proprio vicino al ponte di Dresio, e adesso ce l&#8217;ha lì una pistola, e sai come ci si sente forti con quella, che già non hai paura di niente, e con quella sei fortissimo, di cosa puoi aver paura con quella, va nel casale di tanto in tanto a tirarla fuori dal nascondiglio e se la guarda, se la strofina, è sua, non sa cosa può farci e contro chi e perché ma è sua come sue sono le braccia e le gambe, e forse ci ha perfino guardato dentro il buco della canna come Pin nella pistola del tedesco, fatto sta che il papà si accorge che va troppo spesso in quel casale come a un santuario, e scopre la Beretta, caccia degli urli che non ti dico, se la prende, la dà a degli amici, che la diano ai partigiani.</p>
<p>“Per me andare coi partigiani era un&#8217;avventura. Come un western, <i>capìo</i>?”.</p>
<p>(La colonna sonora di quel western era anche per Topolino <i>Marciar marciare</i> – e chissà come gli risuonava alle orecchie quel verso, <i>Mamma non piangere</i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></span></p>
<p>“Se mi avessero detto chi sono i fascisti? Gente come noi che <i>mangian pussée ben, gh&#8217;en </i>ben vestiti e stanno meglio di noi”.</p>
<p>“Non ho fatto il partigiano come il patriota convinto&#8230; Sbarcavo il lunario, poi mi son trovato che stavo peggio che prima. E poi una volta che sei lì non puoi venire via quando vuoi&#8230;”</p>
<p>“Ho cominciato a capire quando mi dicevano <i>vai qui vai là passa a vedere</i>&#8230; Una volta capito a Anzola, c&#8217;erano tedeschi e fascisti, e sottolineo fascisti. A un certo punto sento sparare raffiche, davanti alla cooperativa, c&#8217;erano 22 o 23 mitragliatori messi giù, e in una roggia c&#8217;erano quattro o cinque ragazzi, distesi per terra, uno aveva una tuta da ginnastica blu, con la barba. Me lo ricorderò sempre”.</p>
<p>Ecco, questo ti dice Topolino, se gli chiedi quando ha cominciato a capire.</p>
<p>I grandi lo proteggevano dalla morte, però. Il comandante Ugo, in particolare, aveva dato disposizione che lui non vedesse mai qualcuno che muore. Come quella volta che è in una stalla a dormire tra i cavalli, sente degli spari, allora esce per vedere che succede. Arriva e vede un uomo per terra, che grida “Vigliacchi, avete ucciso vostro fratello”&#8230; Saprà il giorno dopo che era una spia che aveva fatto prendere due partigiani a Pallanzeno, era stato preso e, pensando che lo avrebbero ucciso, era scappato: per quello gli avevano sparato. Ma non assiste all&#8217;agonia dell&#8217;uomo: un partigiano gli grida: Vai a dormire!</p>
<p>Quando arriva la Repubblica, Topolino fa il <i>bocia</i>, molla la Di Dio e se ne va a Domodossola. “Ero il <i>bocia partigiano</i>, chi mi baciava, chi mi prendeva in spalla, chi mi dava da mangiare, insomma tutti mi volevano vicino, specialmente magari quelli che avevano timore perché magari avevano fatto qualcosa contro i partigiani e allora si ingraziavano un ragazzino, perché gli altri erano <i>pussée</i> dritti e mica si lasciavano infinocchiare come un <i>bocia</i>!”. Prende dimora a Villa Tibaldi, dove prima erano i tedeschi, e dove anche Arialdo aveva fatto la guardia: “stavo bene lì, mangiavo e bevevo! Poi passa qualche giorno, entrano i miei della Di Dio, Hai abbandonato la squadra, <i>ti fusilan sicur</i>! Scherzavano, ma m&#8217;ero preso una paura&#8230; Insomma sono tornato a Ornavasso con loro, facevamo il servizio di guardia al passaggio a livello. E le pallottole che fischiavano quando sono arrivati i tedeschi!”.</p>
<p>A Ornavasso Topolino incontra il padre. Anche lui era con la Valtoce, ma mica si erano mai incrociati, Topolino non sapeva che fosse pure lui un partigiano. Si vedono allo spaccio dove davano le sigarette. A quattordici anni mica si fumava. Suo padre lo vede con un pacchetto di tabacco. Glielo prende, gli dà le sigarette in cambio: “Piglia queste che ti fanno meno male”. E poi se ne va con la sua squadra.</p>
<p>Il padre di Luigi era elettricista, lo avevano cacciato da due stabilimenti perché non aveva la tessera del fascio. Tanto che i primi anni di guerra aveva dovuto andare nel bergamasco, a lavorare la terra.</p>
<p>E adesso che lo vede partigiano, Luigi capisce. Non era solo per la povertà che lui non aveva la divisa dei balilla, e piangeva perché non ce l&#8217;aveva, e il massimo che avevano potuto fare i suoi era comprargli i calzettoni verdi con la riga nera che solo con quelli Luigi si sentiva chissà chi; capisce che anche se qualcuno gliel&#8217;avesse comprata, la divisa, non gli avrebbero permesso di metterla.</p>
<p>Eh sì, i fascisti erano quelli che mangiavano e erano vestiti bene. “Che da Fontana dovevo andare a piedi fino a Bertogno, che adesso è un passo, ma a quei tempi era una distanza enorme, con la neve, gli zoccoli ai piedi, un freddo bestia e senza mangiare, arrivavi a casa e non trovavi niente da mangiare. Quelli invece eran tutti bei rotondi e mangiavano, mi avevo una <i>fam dela madona</i>&#8230;”</p>
<p>Poi arrivano i fascisti, che al ponte dov&#8217;erano di guardia il Ghiringhelli viene sbalzato via da una cannonata ma neanche un graffio, ed era bianco come se l&#8217;avessero messo in un sacco di farina, e più in su una cannonata porta via un angolo della casa dove adesso c&#8217;è il museo della resistenza, e Topolino prende una scheggia nella gamba che non ci fa caso ma la scheggia c&#8217;è e poi comincia a gonfiare e far male, e quando arriva a Crodo dopo tanti di quei chilometri di andirivieni che non sa come ha fatto si butta su un mucchio di segatura per riposarsi, e lì è la seconda e ultima volta che vede suo padre durante la guerra, che lui guidava un camion per portare in salvo chissà cosa e poi alla cascata del Toce i tedeschi lo catturano, il papà, e decidono di fucilarlo, ma un istante prima della fucilazione altri partigiani tirano una bomba a mano ai fucilieri e il papà di Topolino se ne fugge in salvo con gli stivali dei tedeschi, e intanto anche Topolino riesce ad arrivare in val Formazza per scappare, e ci arriva in moto perché non poteva più camminare, e poi giù in teleferica verso la Svizzera, e siamo salvi.</p>
<p>Topolino è di quelli che tornano in Italia. Arriva alla casa di Vogogna, ma gli dicono che i fascisti lo cercano, e allora torna in montagna: ma la Valtoce non c&#8217;è più, e così trova la Redi, brigata Garibaldi, e va con loro. Si becca anche un rallestramento il 25 marzo che devono scappare e mentre scappano su un sentiero cade una gavetta, il rumore segnala la posizione dei fuggiaschi, i tedeschi sparano, centrano Topolino al piede.</p>
<p>Lo caricano in spalla, lo mettono in una coperta e lo portano giù al paese di Ponte, a una specie di infermeria. Ma qualcuno fa la spia: “sento un casino, non capivo, tra il freddo la fame e il sangue perso mi sembravano i ragazzi che escono di scuola quando corrono. E invece era la gente che gli bruciavano il paese. I fascisti cercavano il ferito. Hanno ammazzato una donna incinta, col mitra, e poi uno che veniva dall&#8217;ospedale di Omegna che aveva in tasca una preghiera dei partigiani che gli aveva dato una suora. Lo hanno legnato negli stinchi finché si sono spezzate le gambe, poi lo hanno ammazzato”. Doveva essere la preghiera del garibaldino che aveva voluto il comandante della Garibaldi della Valsesia, Cino Moscatelli, corredata con tanto di icona di San Michele Arcangelo che trafiggeva il demonio. E questo indemoniava i fascisti ancora di più.</p>
<p>Entrano anche nella casa dov&#8217;è Topolino, i fascisti, lui sta rinserrato in un buco dove si entra per un passaggio segreto dietro la credenza, ma gli va bene, ché quando i fascisti se ne sono andati riescono a spegnere l&#8217;incendio e lo mettono in salvo. Passerà il resto del tempo prima della Liberazione prima in un buco di una grotta e poi su una cengia, sotto un larice, dove lo calavano giù la mattina e lo tornavano a prendere la sera, che almeno la notte era meglio dormisse in una baita.</p>
<p>Finita la guerra, Luigi si mette a lavorare. E il suo lavoro sarà il contrabbandiere. Poi, ereditando il sapere paterno, diventerà un bravo elettricista, e per molti anni girerà il mondo per i cantieri dove costruiscono centrali elettriche. Ma sempre con la nostalgia per il contrabbando, per la solitudine della montagna, quell&#8217;intimità con la smisuratezza delle cime. Per quel passare le frontiere in silenzio, di nascosto da tutto e da tutti.</p>
<p>&#8220;Il mondo è nato senza frontiere, le frontiere le ha fatte l&#8217;uomo. La legge dell&#8217;uomo ti condanna, la legge di Cristo non ti condanna mica. Però la questione è che se ti mettono in galera, non viene mica, Gesù Cristo!&#8221;.</p>
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		<title>25 Aprile. Resistenza o resilienza?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/27/25-aprile-resistenza-o-resilienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 12:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Ovadia]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Jamila Mascat  A due giorni dalla Festa della Liberazione, tornare a parlarne ha meno del post e più della considerazione inattuale. Ma tant&#8217;è. La parola resilience mi pare che ricorra più spesso in inglese, forse come conseguenza dei dibattiti in voga nelle scienze sociali anglofone, dalla psicologia del lavoro alla sociologia ambientale. In italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-53533" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg" alt="leyla" width="800" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Jamila Mascat </strong></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">A due giorni dalla Festa della Liberazione, tornare a parlarne ha meno del post e più della <em>considerazione inattuale</em>. Ma tant&#8217;è. </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">La parola <em>resilience</em> mi pare che ricorra più spesso in inglese, forse come conseguenza dei dibattiti in voga nelle scienze sociali anglofone, dalla psicologia del lavoro alla sociologia ambientale. In italiano salta subito agli occhi quanto pericolosamente i due sostantivi <em>resistenza</em> e <em>resilienza</em> si somiglino. Il primo, non c&#8217;è dubbio, gode di un&#8217;eufonia che l&#8217;altro se la sogna, anche se solo per poche lettere di differenza. A livello semantico, a prima vista e grossolanamente, i due termini potrebbero parere altrettanto affini: in fondo tanto i resistenti quanto i resilienti possono essere rubricati nel novero degli individui alle prese con una situazione di difficoltà a cui devono sapere far fronte con coraggio. Solo che il coraggio dei resilienti consiste nella capacità di adattarsi ai cambiamenti e reagire positivamente ai traumi, mentre quello dei resistenti consiste nella determinazione a lottare contro. (Che poi “l<span style="color: #333333;">a resistenza al mondo, creduta eroica, – scriveva Fortini –  sembra per attimi, con orrore, infantile rifiuto dell’arido vero”</span>, è un altro discorso che non c&#8217;entra con la Resistenza al maiuscolo). </span></span>La distinzione, quindi, non è di poco conto. Ma per farla breve: un&#8217;impresa preferisce impiegati <i>resilienti;</i> invece <i>resistenti</i> sono i partigiani – e i combattenti per la libertà di ogni tempo e luogo.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">In mezzo alle tante manifestazioni romane, come ogni anno da quattordici a questa parte, il comitato </span></span><a href="http://www.exsnia.it/comunicati/2015/25-aprile-pigneto-quartiere-in-festa-giorni-di-liberazione/" target="_blank"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>Quell@ che il 25 aprile</i></span></span></a><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> ha organizzato la giornata della Liberazione al Pigneto, durante la quale, tra la altre cose, si rendeva omaggio alla memoria degli abitanti resistenti del quartiere attraverso il percorso guidato </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“</span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Pigneto &#8217;44 – Ribelli&#8221;</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Mentre a fine pomeriggio sul palco si discuteva dell&#8217;esperienza della resistenza curda di Kobane, ricevo su whatsapp una vignetta in bianco e nero che recita: “Antifascism is the worst product of fascism”, firmato &#8220;A. Bordiga&#8221;. Nel dire che “il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l&#8217;antifascismo”, Bordiga combatteva quelli che riteneva essere i limiti macroscopici di una risposta democratico-borghese al fascismo. Nonostante le attenuanti – trattasi di un&#8217;espressione </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">malamente estrapolata che meriterebbe in ogni caso di essere discussa e compresa nel suo contesto </span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> – una frase del genere risuona profondamente blasfema e difficilmente condivisibile. Eppure dice qualcosa, suo malgrado, rispetto a un pericolo  che minaccia e anzi già incrina la cultura della Resistenza, cioè quella costellazione di discorsi, riflessioni e commemorazioni che mettono a tema la storia e l&#8217;eredità dell&#8217;antifascismo e si condensano intorno alle celebrazioni del 25 aprile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Finemente raccontata e tramandata dagli storici specialisti, la storia della Resistenza italiana (gli esperti obietteranno che ce ne sono più d&#8217;una, ma la semplificazione è d&#8217;obbligo in questo post, e per la complessità è bene leggere <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-32015-ora-e-sempre-resistenza-dal-23-aprile-in-edicola-libreria-ebook-e-ipad/" target="_blank">altrove</a>, in particolare i contributi originali di D. Broder e F. Giliani) è nel bene e nel male patrimonio di tutti. Nel bene (è ovvio) e nel male (per quell&#8217;effetto &#8220;intramontabile&#8221; – a dispetto dei tentativi osceni di scrivere storie diverse, brutte e revisioniste – che ha il sapore del navy blue per i completi da uomo: buono per tutte le stagioni). </span></span></p>
<p>Quel che lascia perplessi, del resto, non è il paradosso ecumenico per cui, solo per fare un esempio, il sindaco Marino e i centri sociali che l&#8217;amministrazione romana si diverte sgomberare da mesi, celebrino, ciascuno a suo modo, la Giornata del 25 aprile. Piuttosto, quel che lascia perplessi è che si possa convertire il capitale simbolico della Resistenza in una sorta di invariante metafisico, invocato e santificato ovunque, e tuttavia indeclinabile e perciò condannato a essere conservato solo in luoghi (istituzionali) freschi e asciutti.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ma se si vuole evitare di trattare la Resistenza come un salume pregiato, allora non si tratta semplicemente di conservarla. Si tratterebbe invece di consumarla e mobilitarla al presente – &#8220;Ora e sempre Resistenza&#8221;, recita la famosa poesia di P. Calamandrei –  perfino in luoghi afosi e bagnati di sangue come i Territori Palestinesi, a qualche mese di distanza dall&#8217;operazione Protecting Edge contro Gaza. </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Pochi, e tra questi Moni Ovadia sul <a href="http://ilmanifesto.info/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/" target="_blank">manifesto</a>, hanno risposto per le rime al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, che ha annunciato qualche settimana prima delle celebrazioni previste per il 25 aprile che la sua organizzazione avrebbe disertato i festeggiamenti, dopo che anche l&#8217;Aned e le Brigate ebraiche avevano confermato di <a href="http://www.deportati.it/news/corteo-del-25-aprile-a-roma-ANPI-e-aned-chiedono-intervento-del-sindaco.html%20" target="_blank">non prendere parte</a> al corteo di Porta San Paolo, storico raduno antifascista della Capitale. “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Dato che sarà Shabbat non saremo presenti – ha dichiarato Pacifici – ma non ci saremo anche </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> perché i palestinesi, che saranno al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti&#8221;.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #363636;">Risponde Ovadia che: “i<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">l gran muftì di Geru­sa­lemme Amin al Hus­seini, mas­sima auto­rità reli­giosa sun­nita in terra di Pale­stina fu alleato di Hitler, favorì la for­ma­zione di corpi para­mi­li­tari musul­mani a fianco della Ger­ma­nia nazi­sta e fu fiero oppo­si­tore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel ter­ri­to­rio del man­dato bri­tan­nico. Men­tre la bri­gata ebraica com­bat­teva con gli alleati con­tro i nazi­fa­sci­sti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne desti­tuito e arre­stato: oggi vedendo una ban­diera pale­sti­nese a chi viene in mente il gran muftì di allora?”. Piuttosto – continua Ovadia – “oggi la ban­diera pale­sti­nese parla a tutti i demo­cra­tici di un popolo colo­niz­zato, occu­pato, che subi­sce con­ti­nue e inces­santi ves­sa­zioni, che chiede di essere rico­no­sciuto nella sua iden­tità nazio­nale, che si batte per esi­stere con­tro la poli­tica repres­siva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più ele­men­tari ed essen­ziali. Un governo che lo umi­lia esco­gi­tando uno stil­li­ci­dio di vio­lenze psi­co­lo­gi­che e fisi­che e pseudo legali per ren­dere esau­sta e irri­le­vante la sua stessa esistenza”.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ecco, forse, affinché la memoria della Resistenza non affoghi nel magma della resilienza, bisognerebbe continuare a resistere e non solo <em>resilire</em> (in questo caso, <a href="http://ilmanifesto.info/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/" target="_blank">appunto</a>, “pervertire” il senso della Resistenza). Ricordando e celebrando, insieme a (e non contro) gli ex-deportati e i  partigiani rossi e <a href="http://www.razzapartigiana.it/?p=408" target="_blank">neri</a>, generazioni di palestinesi resistenti contro i crimini israeliani.</span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Dall&#8217;appunto al frammento.  Raccontare la Resistenza oggi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/23/dallappunto-al-frammento-raccontare-la-resistenza-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo verri]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri Beppe Fenoglio appuntava, su fogli recuperati dalla vita quotidiana della famiglia, i propri ricordi partigiani. Ricordi accesi, ancora attaccati alla carne. Ma con parole cercate tra tante e tante per dire un’esperienza eccezionale. Eccezionali, le esperienze, solo per chi le vive. Gli altri non le hanno esperite e non le esperiranno mai, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_39812" aria-describedby="caption-attachment-39812" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria-300x228.jpg" alt=" Partigiani attraversano piazza Beccaria per ricongiungersi alle forze alleate e continuare la Liberazione verso il Mugnone e oltre Firenze © Istituto Storico della Resistenza Firenz" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-39812" class="wp-caption-text">Partigiani attraversano piazza Beccaria per ricongiungersi alle forze alleate e continuare la Liberazione verso il Mugnone e oltre Firenze © Istituto Storico della Resistenza Firenze</figcaption></figure>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>Beppe Fenoglio appuntava, su fogli recuperati dalla vita quotidiana della famiglia, i propri ricordi partigiani. Ricordi accesi, ancora attaccati alla carne. Ma con parole cercate tra tante e tante per dire un’esperienza eccezionale. Eccezionali, le esperienze, solo per chi le vive. Gli altri non le hanno esperite e non le esperiranno mai, ne sentono parlare, ne sentono i verbi fremere nell’aria, sono come il povero contadino che raccoglie le fole, le gesta di qualche cavaliere cantato sulla piazza, di chi aveva sconfitto il drago mai veduto o era stato sotto l’impero malvagio di un filtro stregonesco.</p>
<p>L’esperienza se n’era andata, dunque. Restava il racconto. Scottante dentro, interno e conficcato negli occhi e nella pancia. Fenoglio strappava fogli, tirava su dal basso i propri appunti per stendere in bella copia, per costruire sé stesso e il proprio passato e il passato di tutti. Scriveva per fermare il caos, il ribollire dell’esperienza, per portare l’esperienza fuori di sé e consegnarla a ciò che di più straniero e assoggettante c’è per l’individuo: la propria lingua. Appunta la propria storia, chiedendo il permesso al proprio linguaggio, sperando che la storia di Beppe diventi la storia di tutti. Ma spesso è Babele ad avere la meglio. Al partigiano di qui non convince la Resistenza narrata da quello di là, tutti traditori di un’esperienza d’eccezione. Il racconto e la parola sono meno o molto di più, troppo di più, di ciò che è stata la vita. Ma <em>quella</em> vita, quella esperienza non c’è più. Parlano attorno al vuoto. Bisogna accontentarsi delle parole e dei motti. Gli appunti partigiani, quelli di Beppe Fenoglio, quelli asciutti e robotici di Vittorini, quelli fiabeschi di Calvino o minerali e fisiologici di Meneghello, o quelli del più ignorante e analfabeta e bestia d’un partigiano, hanno dato inizio all’ultima era della parola.</p>
<p>Gli appunti hanno tenuto su il gran telo della vita. I racconti si sono inanellati l’uno nell’altro, rotolando a valle, diventando grandi e grossi. Parole, parole, parole, soltanto parole. Tutte traditrici? L’uomo non può vivere in pace senza parole, l’uomo adora l’adulterio. Nell’esprimersi, la Resistenza ha conosciuto i limiti della profondità, quando la profondità vuole essere detta, e si è voltata in cruccio, o si è perduta nell’encomio odioso, o si è contentata, per rabbia, o per ironia, o per cinismo, dei lati oscuri e bui del fare Resistenza. Perché la chiarezza lampante dell’azione diventa più nera dei peccati, degli errori, dei tradimenti, quando è ora di dirla. Se poi il mondo, come è accaduto, ha iniziato a distrarsi dal suo passato, allora la memoria ha preso a viziarsi. A giocare con se stessa e con l’avanzo di guazzabuglio che ancora abitava le menti di chi ci fu. E vide.</p>
<p>Ma il viaggio compiuto dal racconto della Resistenza a partire dall’appunto è mai approdato all’opera piena? Forse no, neppure con <em>Il partigiano Johnny</em>. I miti sono invecchiati e non vale la pena di tenerli vivi imbellettandone l’involucro, se dietro non c’è nulla. <strong>Tutte le idee hanno una scadenza e poi diventano museo. È stato così per il Risorgimento, sta accadendo per i caduti di cento anni fa. Sarà anche per la Resistenza. È una legge</strong>. Occorre però farla morire con stile. Non a caso ho dedicato i miei racconti <em>Ai condannati all’oblio</em> <em>della Resistenza italiana</em>: il cui indirizzo è ambiguo: coloro che l’hanno fatta e ora vengono dimenticati? Oppure coloro che, oggi, sono destinati a perdere la memoria di allora? In ogni caso, credo che dall’appunto si sia passati direttamente al frammento. La memoria odierna non può che essere disorganica, non può che essere disintegrata in scaglie di passato che bucano il presente con i particolari magari più insignificanti. Ma il frammento non è tanto il <em>contenuto della memoria</em> (che mantiene sempre quell’ombra di epicità) ma <em>ciò che la memoria è diventata in sé o ciò a cui sono ridotti i possessori di memoria</em>.</p>
<p>Settant’anni sono passati; per dirla con Dante, è passata una vita intera. La Resistenza è accaduta <em>una vita fa</em>. Il passato è perciò visto di scorcio, in maniera indiretta, attraverso filtri, cartilagini, fogli di alabastro ingiallito: assomiglia alla ricostruzione di un plastico, alle pagine di un quaderno gualcito; chi parla di quelle esperienze, avendole vedute con i propri occhi, è ormai gente anziana, che mostra intera la decadenza fisica e la stanchezza dei lustri. Sono frammenti, essi stessi, di vita. Frammenti incommensurabili e inaccomodabili. La memoria non può essere che frammento.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il 25 aprile di mio padre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 08:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio C&#8217;è una casa nel corso del tempo dove un uomo non parla, un bicchiere di whisky sta sulla libreria scura, una sigaretta accesa sta sul bordo dello sgabello, un televisore trasmette gli anni settanta, un bambino squaderna sul pavimento il libro di Gianni Rodari, una palla rotola sul parquet scheggiato, un gatto entra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45308" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/liberazione.jpg" alt="liberazione" width="800" height="569" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/liberazione.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/liberazione-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/liberazione-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><br />
di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>C&#8217;è una casa nel corso del tempo dove un uomo non parla, un bicchiere di whisky sta sulla libreria scura, una sigaretta accesa sta sul bordo dello sgabello, un televisore trasmette gli anni settanta, un bambino squaderna sul pavimento il libro di Gianni Rodari, una palla rotola sul parquet scheggiato, un gatto entra dal terrazzo, centinaia di volumi crescono negli scaffali fino al soffitto: di letteratura, storia, teatro, poesia, sociologia, denuncia, compromesso, reazione, rassegnazione, rivoluzione e provocazione.</p>
<p>Ma il libro numero uno è lui, il signore in poltrona.</p>
<p><span id="more-45307"></span><em>Quello coi pantaloni di fustagno e il golf da marinaio?</em></p>
<p>Esatto. Lui è il libro in un’altra lingua, quella che non conosci.</p>
<p><em>Non farti illusioni. Non dirà nulla neanche oggi.<br />
</em></p>
<p>Lo so. Ma ci provo lo stesso.</p>
<p>“Che vuol dire che eri partigiano?”</p>
<p>(<em>silenzio</em>)</p>
<p>“Che cos’è la Resistenza?”</p>
<p>“E’ la guerra.”</p>
<p>“E la guerra cos’è?”</p>
<p>“Uno schifo.”</p>
<p><em>Che ti avevo detto? Non parla molto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>&#8211; II &#8211;</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso s&#8217;apre una finestra e al giorno segue la notte, il re distratto dei conti che non tornano fa l’unica cosa che sa: passa, si lascia rimpiangere e l’uomo non ne ha più sessanta ma settantaquattro e il bambino ne ha venti e conversano in una fessura tra la moquette, la nicotina, l&#8217;intonaco che si distrae e sgretola, la porta di compensato, la miscela per il ciclomotore, la sciatica dell&#8217;anziano, il freddo alle ossa, l&#8217;ulcera domestica, l&#8217;illusione della famiglia ed ecco che qualcuno domanda: “Cosa studi all’università?”</p>
<p><em>E&#8217; l&#8217;uomo. L&#8217;ha chiesto l&#8217;uomo.</em></p>
<p>Brava. Il bambino risponde: “La storia” e “fai bene&#8221;, commenta l&#8217;uomo, &#8220;la storia è importante” e la sigaretta ora è un mozzicone che annerisce il legno, il gatto non c’è più, il televisore trasmette gli anni novanta, l’uomo a volte sragiona, non ricorda, scende le scale, va al bar, cade, si rompe un femore, lo mettono su una sedia a rotelle, cambia casa, ha paura di camminare, guarda Berlusconi in tv e s’impressiona, si ammala, guarisce, si ammala di nuovo mentre il bambino parte, ritorna, parte ancora e un giorno s&#8217;incontrano circondati dal bianco.</p>
<p>L’uomo giace in un letto bianco che è enorme.</p>
<p><em>Ti sbagli. Il letto è normale. È lui che è diventato piccolo.<br />
</em></p>
<p>È vero. Sembra che una strega gli abbia fatto un incantesimo. Guarda com’è magro! Il bambino si appoggia a una parete e saluta l’uomo, che tra poche ore morirà. Muore verso l’alba e quindi ciao.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>&#8211; III &#8211;</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su questo muro è appeso un diploma in Resistenza. Il diplomato era mio padre, fiero dell’attestato e se lo teneva vicino. Vuoi descriverlo tu?</p>
<p><em>Non posso. La tua malinconia mi ha abbassato la vista.</em></p>
<p>Un disegno di Renato Guttuso. Il volo di una ragazza. Veste di rosso. Si aggrappa a una bandiera tricolore. Più sotto appaiono parole e aggettivi che <strong><a href="http://blog.rassegna.it/blogs/sullasfalto/file/00(1).mp3">letti tutti insieme dall’inizio alla fine dicono</a>&#8230; </strong></p>
<p>Vedi almeno la medaglia e le firme?</p>

<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile.jpg'><img width="150" height="150" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile-120x120.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0125aprile.jpg 671w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile.jpg'><img width="150" height="150" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile-120x120.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0425aprile.jpg 533w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile.jpg'><img width="150" height="150" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile-120x120.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0225aprile.jpg 473w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile.jpg'><img width="150" height="150" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile-120x120.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0325aprile.jpg 563w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>

<h3 style="text-align: center;"><strong>?</strong></h3>
<p><em>Se dici che ci sono, mi fido.</em></p>
<p>Stava nei Gap di Roma.</p>
<p><em>E non ti ha mai raccontato nulla. Forse ponevi le domande sbagliate.</em></p>
<p>Ho trovato una storia in un vecchio libro. Il tre marzo del 1944, di fronte alla caserma di viale Giulio Cesare, alcune donne romane chiedono la liberazione di compagni, figli e fratelli presi dai nazifascisti. Una di loro, Teresa Gullace, mentre cerca di parlare col marito detenuto nel carcere: la uccide un colpo di pistola. Pallottola nazista. Hai capito di cosa sto parlando?</p>
<p><em>Certo. E’ uno degli episodi più noti dell’occupazione. Ispirerà </em>Roma città aperta<em> di Rossellini e il personaggio interpretato da Anna Magnani.</em></p>
<p>I partigiani decisero di reagire. Leggi qui:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Il Comando Militare</p>
<p style="text-align: right;">del Partito Comunista</p>
<p>predisponeva</p>
<p style="text-align: right;">tempestivamente</p>
<p style="text-align: left;">un attacco di sorpresa<br />
da parte dei GAP</p>
<p style="text-align: right;">centrali</p>
<p>diretti da Mario Fiorentini<br />
e Franco Calamandrei.</p>
<p style="text-align: right;">All’azione</p>
<p>presero parte anche</p>
<p style="text-align: right;">il GAP della I zona,</p>
<p>comandato da Alfredo Orecchio,</p>
<p style="text-align: right;">e con compiti di copertura</p>
<p>quello della II zona</p>
<p style="text-align: right;">di Trastevere,</p>
<p>comandato da Mario Carrani»</p>
<p style="text-align: right;">(Lorenzo D’Agostini e Roberto Forti<em>,<br />
Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943, </em>Roma, 1965, p. 211<em>).</em></p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Va bene. Mi hai convinta. Il tuo eroe, però, non ha voglia di vantarsi. Perché non lo lasciamo in pace?</i></p>
<p>Chiamerò un amico. Gli chiederò di riporre il faldone, sigillare la busta, inscatolare la vita rinata dalla polvere: nella polvere.</p>
<p><em>E lui lo farà?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>&#8211; IV &#8211;</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa direbbe se potesse parlarmi, ora?<strong><br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Ti sei mai sentito</p>
<p style="text-align: right;">in colpa?</p>
<p style="text-align: left;">Hai mai avuto<br />
dieci anni</p>
<p style="text-align: right;">nel fascismo,</p>
<p style="text-align: justify;">vent’anni</p>
<p style="text-align: right;">nel fascismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Senza libri in casa.</p>
<p style="text-align: right;">Senza<br />
democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei mai stato</p>
<p style="text-align: right;">un poeta?</p>
<p style="text-align: justify;">Sei mai nato</p>
<p style="text-align: right;">fascista?</p>
<p style="text-align: justify;">Ti sei mai rivoltato</p>
<p style="text-align: right;">contro te stesso?</p>
<p style="text-align: justify;">Ti sei mai</p>
<p style="text-align: right;">partorito?</p>
<p style="text-align: justify;">Gravido di te</p>
<p style="text-align: right;">per metterti al mondo</p>
<p style="text-align: justify;">nuovo</p>
<p style="text-align: right;">e affiorare</p>
<p style="text-align: justify;">dal liquido amniotico</p>
<p style="text-align: right;">diverso</p>
<p style="text-align: justify;">arrabbiato</p>
<p style="text-align: right;">spaventato</p>
<p style="text-align: justify;">nudo e in cerca</p>
<p style="text-align: right;">di altri padri.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gettare via</p>
<p style="text-align: right;">una divisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai mai desiderato</p>
<p style="text-align: right;">assassinare?</p>
<p style="text-align: justify;">Sei mai stato</p>
<p style="text-align: right;">arrestato?</p>
<p style="text-align: justify;">Sei mai stato</p>
<p style="text-align: right;">clandestino?</p>
<p style="text-align: justify;">Ti sei mai dovuto</p>
<p style="text-align: right;">scusare</p>
<p style="text-align: justify;">per essere nato</p>
<p style="text-align: right;">nel regime?</p>
<p style="text-align: justify;">Discolparsi di essere stato</p>
<p style="text-align: right;">giovane,</p>
<p style="text-align: justify;">redimersi,</p>
<p style="text-align: right;">convincere.</p>
<p style="text-align: justify;">Che stanchezza!</p>
<p style="text-align: right;">Non ne posso più.”</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_45402" aria-describedby="caption-attachment-45402" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-45402" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/truman-1024x576.jpg" alt="The Truman Show" width="700" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/truman-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/truman-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/truman.jpg 1278w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption id="caption-attachment-45402" class="wp-caption-text">Un&#8217;immagine da &#8220;The Truman Show&#8221; (Peter Weir, 1998)</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>La firma di mio padre sul suo certificato di Resistenza non si vede quasi, è rossa e stinta. Da sempre.<br />
<strong>Solo perché so che c&#8217;è, posso vederla</strong>.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="liberazione" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/-1LO_Zdz4fU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Firmò col rosso. Gli hai mai chiesto il motivo?</em></p>
<p>No.</p>
<p><em>E&#8217; un gesto incomprensibile. Io avrei usato il nero.</em></p>
<p>Camuffò il nome nell&#8217;inchiostro sbiadito. Si nascose tra la carta, il colore e il vetro. Nessun grassetto.</p>
<p><em>Tu cosa pensi? Non si sentiva all&#8217;altezza della storia? Era troppo delirante?</em></p>
<p>La causa era il sospetto, immagino, nello sguardo degli altri; che aveva infettato il suo. Ma, per quanto autografasse con l&#8217;inchiostro simpatico, non poteva mica dileguarsi. L&#8217;Italia l&#8217;aveva liberata anche lui. Ne andava fiero. Il diploma era prezioso. In una casa lo teneva appeso accanto al letto. Si addormentava vicino alla medaglia. L&#8217;atto della seconda nascita, testimonianza del giorno in cui si mise al mondo, presidiava il suo riposo.</p>
<p><em>Con una firma invisibile, che sapeva solo lui. Forse desiderava presente e futuro. Gli aveva fatto davvero schifo combattere, inseguire, scappare, nascondersi, temere.</em></p>
<p>Insomma la guerra.</p>
<p><em>Sì.</em></p>
<p>Gli aveva fatto schifo.</p>
<p><em>Sì. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45316" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/resistenza.jpg" alt="resistenza" width="1024" height="732" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/resistenza.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/resistenza-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/resistenza-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/resistenza-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>&#8211; V &#8211;</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il 25 aprile di mio padre<br />
</strong>I giornali, i compagni, l&#8217;abito migliore. Ha letto, ha parlato, indossa. Esce. Mio padre. Non ancora mio padre. Un uomo più giovane di me. Non ha trent&#8217;anni. Ne ha ventinove.</p>
<p>[Nel ripensarlo o riscriverlo io sono il vecchio e lui è il giovane. Perché oggi sono più vecchio di lui quel giorno. Dovrei essere il saggio, e lui il selvaggio. E nel mio pensiero o scrittura che lo resuscita, divento il padre e lui il figlio. La sua resurrezione nella mia riscrittura, nella mia scelta paterna di concepirlo e rimetterlo al mondo: sulla pagina, nel pensiero, non per sempre; solo per un altro po&#8217;.]</p>
<p>Lo guardo: vincitore, libero, fuori dall&#8217;intestino della guerra civile. Non è il mio eroe. Non m&#8217;interessano gli eroi. Sono innamorato di questa storia, una storia vera. Via Veneto. Siede al caffè. Conversa col giornalista famoso. Il futuro, il lavoro, l&#8217;eiezione del fascismo. Provano a rubare profezie l&#8217;uno all&#8217;altro, dalle pupille. Ora passeggia fino al Tritone. Incontra un amico e festeggia con lui. Ora offre da bere a un&#8217;amica che dentro la Galleria Colonna con candore gli chiede: &#8220;Cosa fai stasera?&#8221;</p>
<p>Ha un impegno. Il cotone della primavera e le gonne al ginocchio. Le gonne di lana fresca, i comitati, le pietre scorticate, i frantumi dell&#8217;anno zero. Cammina verso Campo Marzio. Oltre. Attraversa il Tevere. Entra nel quartiere sabaudo. Varca un portone. Sale due piani di scale. Una donna gli apre. Il primo bacio. L&#8217;appartamento. Due bicchieri di vino. Un altro bacio. Ride e ascolta ridere. (Ridere è un atto di fiducia: la donna mostra i denti, le labbra, il palato.) Sul divano. Accolti dal velluto. Il silenzio. Le sfila via le calze. Slaccia la camicia. Solleva la gonna. Farà l&#8217;amore fino a domani.</p>
<p><em>Non è andata così!</em></p>
<p>Ti sbagli. Non vedi che l’ho già scritto? Ormai è successo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>&#8211; VI &#8211;</strong></h2>
<p><em><br />
</em>Potremmo calarci negli anni. Accorgerci ad alta velocità della vita. Dieci, venti, trenta, sessant&#8217;anni dopo. Snobbare Praga, Budapest, Togliatti e Berlinguer, i matrimoni e i divorzi, la consistenza del divenire. Potremmo aspettare la morte. E, dopo, aprire il cassetto e la scatola. Trovare le carte. Tutte queste carte! Queste foto e queste lettere. Un passato insopportabilmente presente. Ma ne vale la pena, se raccogli un foglio scritto a macchina. Questo riesci a leggerlo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45346" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0-867x1024.jpg" alt="0" width="700" height="826" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0-867x1024.jpg 867w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/0.jpg 1857w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>Se potessi vorrei</p>
<p style="text-align: right;">non diventare matto.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che disastro. Insomma non si salva nulla? Mi fai piangere.</em></p>
<p>Ci salviamo noi. Senza il 25 aprile, pensi che sarebbe esistito un blog? Pensi che saremmo stati liberi di conversare liberamente su un libero blog?</p>
<p><em>Non credo.</em></p>
<p>Forse dovremmo ringraziare.</p>
<p><em>Tuo padre?</em></p>
<p>E tutti quelli come lui. Quelli del 25 aprile.</p>
<p><em>Va bene. Allora grazie.</em></p>
<p>Grazie.</p>
<p><em>Adesso, però, spegni tutto e usciamo. Andiamo a vivere.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Scene dal buio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 10:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[ligura]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica di Salò]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Il disastro non era che si accorgesse che m&#8217;ero svegliato da poco, ma che avevo dormito a casa. E ogni giorno si ripeteva la stessa scena: io che facevo in tempo ad alzarmi, a lavarmi faccia e denti, e poi mi sedevo a tavola con loro, e lui che se ne accorgeva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43833" rel="attachment wp-att-43833"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43833" title="magliani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani.jpg 321w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p>Il disastro non era che si accorgesse che m&#8217;ero svegliato da poco, ma che avevo dormito a casa. E ogni giorno si ripeteva la stessa scena: io che facevo in tempo ad alzarmi, a lavarmi faccia e denti, e poi mi sedevo a tavola con loro, e lui che se ne accorgeva subito, perché quella cosa lì, intendo che avevo dormito in casa, non mi riusciva di nascondergliela. Lui era mio padre. E io ormai da un anno, ossia da quando non frequentavo più l&#8217;università perché s&#8217;era sfasciato tutto, dormivo in casa. Lui non voleva. Diceva che prima o poi venivano, mi prendevano e mi mandavano in Germania, oppure mi attaccavano al muro e ci attaccavano anche loro, lui e mia madre. I primi tempi, parlo di settembre, erano tornati i soldati, sbandati e mezzi in borghese, a piedi o in treno, da soli e in gruppetti, e sembrava che fosse finito davvero tutto, poi un giorno, verso la fine del mese, i soldati hanno iniziato a sparire e a nascondersi nei beudi, molti a salire  in montagna. Allora mio padre disse che dovevo sparire anch&#8217;io. Che un giorno a l&#8217;altro prendevano anche gli studenti e li facevano andare in quella cosa di Salò. Mio padre le cose le vedeva. Quel giorno infatti erano arrivati i tedeschi a rastrellare la valle fin giù a Sanremo e s&#8217;erano portati via tutti. La sera girò voce che tra i presi c&#8217;era gente d&#8217;ogni età e tra i giovani, chi si era salvato è perché aveva aderito a quella cosa là di Salò. A uno gli avevano sparato mentre scappava. E quel giorno no, ma il giorno dopo mio padre tirò fuori dalla cantina un vecchio materasso di lana e me lo mise in spalla. L&#8217;umidità aveva appesantito il materasso, sembrava d&#8217;avere in spalla un sacco di olive, con la differenza che per portare un materasso devi continuamente fartelo girare addosso. Ricordo che mio padre mi guardava che barcollavo e scuoteva la testa. Non andavamo molto d&#8217;accordo, esami non ne avevo mai dato, ma mia madre mi proteggeva. Lui diceva che m&#8217;ero iscritto a lettere per non far niente e che anche un professore di Genova gli aveva detto che un&#8217;aquila non lo ero e che perdevo tempo.</p>
<p>Passammo un portico e una vigna e finimmo davanti all&#8217;entrata del Beudo Grosso. Il beudo, per capirci, è un condotto. Una valle ligure è costituita da tante vallette e gole, e ogni valletta ha il suo condotto d&#8217;acqua piovana, che a volte è asciutto, coperto o scoperto, e porta giù al torrente o ad altri beudi. Là dentro ci trovammo a dormire sei o sette uomini, un paio di giovani come me, dalla voce, gli altri dovevano essere sui trent&#8217;anni o giù di lì. Uno degli anziani disse che non c&#8217;era più posto, ma mio padre non ci pensò due volte a sistemarmi il materasso e disse che se non c&#8217;era posto si stringevano. In realtà ci si stava anche in centocinquanta. Mi sedetti sul materasso, mio padre mi passò la mano sui capelli e se ne andò. Doveva camminare curvo, perché il soffitto in certi punti era basso, e anche perché mio padre era grande, zoppo per una ferita rimediata sul Carso, ma grande per essere ligure. Rimasi a sentire i suoi passi che si allontanavano e rimbombavano e quando non li sentii più pensai che con mio padre ci parlavo sempre troppo poco.</p>
<p>Tremavo dal freddo, e così rimasi sveglio fino all&#8217;alba. Ogni tanto si sentivano dei versi di bestia. E uno che era accanto a me, ma senza materasso e mi aveva chiesto se poteva sdraiarsi un attimo da un lato, mi disse che era la civetta che si fermava all&#8217;entrata e aspettava che uscissero i topi. Aveva una bella voce anche se balbettava un po&#8217;. Un bersagliere sardo, così almeno me lo presentò quello che balbettava sdraiato accanto a me e traduceva cosa diceva (spiegandomi che il bersagliere aveva disertato e aspettava la volta buona per contattare i partigiani e mettersi con loro) disse in sardo che la civetta era una bestiaccia e sputò sulle pietre. Le pietre erano fredde, ogni tanto se ci mettevi la mano ti saliva addosso uno di quei ragni o di quei grilli che vivono nelle tane, pieni di antenne. Che fossero ragni e grilli me lo disse quello sdraiato accanto a me, a me sembravano formiche. E c&#8217;erano anche le formiche e le salamandre e le lumache che lasciavano la bava, e c&#8217;erano i nidi di ragno, mi disse sempre quello accanto. Gli chiesi come si chiamava. Italo, studente anche lui, agraria, prima a Torino, poi a Firenze. Forse ti ho già visto alla spiaggia, gli ho detto. Forse se all&#8217;alba uscivamo e ci guardavamo ci riconoscevamo.</p>
<p>All&#8217;alba tornai a casa, Italo disse che non usciva. Dormii in camera tutta la mattina e quando mio padre tornò e mi trovò in pigiama se la prese con mia madre. Che era pericoloso, che non dovevo presentarmi e lei anziché lasciarmi dormire mi doveva rimandare nel beudo. Quando mi ripresentai nel beudo portai qualche mela e la rosicchiammo in silenzio con Italo. Sul materasso ci si era sdraiato uno. Un po&#8217; ce lo lasciai, poi lo feci sloggiare. Una mezz&#8217;ora soltanto disse. Va bene, dissi. Ma il tempo laggiù non si riusciva mica a dire. Come si faceva a dire se era giorno o era di nuovo notte. Secondo Italo era già notte. Mi aveva raccontato di dov&#8217;era, viveva nella villa sulla strada per San Giovanni. Suo padre studiava le piante, il giardiniere di casa era quel ragazzo coi capelli ricci e lunghi che avevo visto un mucchio di volte. Poi stavamo delle ore senza parlare.</p>
<p>Rimasi nel beudo qualche giorno, mio padre mi portava delle patate bollite, delle mele, acqua, ma poi a volte mi prendeva un attacco e allora andavo a dormire a casa e a mezzogiorno quando mio padre entrava si arrabbiava. Io gli dicevo che ero appena arrivato, che ero venuto per cibo o per un impacco di varma agli occhi che si riempivano di orzaioli. Ma lui non ci credeva e se la prendeva con mia madre. Si mordeva un dito, che per lui significava: mi tengo dal metterti le mani addosso.</p>
<p>Nel beudo parlavo solo con Italo. A volte non ce lo trovavo perché era uscito anche lui per una scappata a schiena bassa nelle vigne fino a casa. E poi tornava con uva e uova sode. Gli altri non erano sempre gli stessi. Il bersagliere sardo girava voce che fosse passato coi partigiani, e Italo mi assicurava che era anche per lui questione di giorni e poi con suo fratello salivano coi garibaldini di Vittò. Cosa farai quando sarà finito tutto, gli chiesi una volta. Lo scrittore, disse. E cosa scriverai? Scrittore di teatro. Poesie alla Montale. Guarderò la Liguria di giorno, finalmente di giorno, e la scriverò. L&#8217;ubagu e l&#8217;aprico. Agraria, dissi, sarebbe piaciuto farla a me. Facevo lettere perché a Genova avevamo una zia che viveva vicino alla facoltà e ci lavorava, e mio padre s&#8217;era intestardito per le lettere. Non io. Insistetti per farmi dire cos&#8217;aveva scritto e cos&#8217;altro avrebbe scritto là sotto se solo avesse avuto carta e inchiostro e una candela. Romanzi sulla resistenza, e racconti per bambini, disse. Mi rivelò un segreto. A Sanremo, nella pensione ebrea, ci aveva vissuto un tal Walter Benjamin, scrittore tedesco di origine ebrea che poi era morto sui Pirenei, e lui sapeva dove questo Benjamin aveva nascosto una valigia pieni di racconti per bambini, e quando finiva tutto andava in quel posto che era una soffitta e si portava la valigia e  traduceva i racconti dal tedesco, si faceva aiutare. Ma di suo, gli chiesi, cos&#8217;avrebbe scritto? Disse di tutto. Racconti soprattutto, ne aveva in mente a centinaia. Pesci grossi, pesci piccoli. Le storie di Adamo, che era il giardiniere di casa e si chiamava Libereso. Bastimenti pieni di granchi. I loro bagni, le ultime estati innocenti, prima della guerra. Storie di caccia, a Colla Bracca. Le storie di Giuà dei Fichi e di Marcovaldo. Io sbadigliavo. Storie di campagna, disse credendo che mi piacesse la campagna. Ma io dissi che non mi piaceva neanche la campagna, avrei semplicemente voluto fare agraria perché mi sembrava semplice, mio padre era contadino, aveva 1.500 piante di ulivi e se finita agraria o se nel mezzo di agraria mollavo potevo sempre andare in campagna. Quando gli raccontavo cose del genere, sospirava come se ci pensasse.</p>
<p>Un giorno tornarono i tedeschi e bruciarono delle case sopra san Giovanni o San Romolo, o in entrambi i posti. Neanche mia madre seppe dirmi con precisione. Io, che dopo il pranzo, scacciato da mio padre, rientravo nel buio, quel giorno ripassai svelto sotto i portici e mi infilai terrorizzato negli orti prima ancora di uscire dalle case. Da quella sera il Beudo Grosso si popolò tanto che non mi fu nemmeno facile trovare Italo. Ne convenimmo che non era più un luogo sicuro. E lui disse che a breve sarebbe andato via. Anzi, una volta o l&#8217;altra rientravo e non ce lo trovavo più. Mi chiese se volevo salire con lui in montagna. Cosa facevo là dentro, a sentire le bestie, i topi e le lumache passare, in quella puzza che ci saremmo mai più tolti di dosso. C&#8217;era il grande Cascione, u megu, in montagna, c&#8217;era la libertà. Io dissi che mio padre i partigiani non li poteva soffrire, erano straccioni e avevano i pidocchi. Queste cose lo irritavano e per rispondermi che non era vero balbettava ancora di più.</p>
<p>Siccome il Beudo Grosso ogni giorno che passava era davvero sempre più affollato, Italo disse che andava a trascorrere gli ultimi giorni nel Beudo della Polveriera, un beudo che stava tra casa nostra e il paese di Bastieto, e dai miei orti ci si arrivava benissimo in tre minuti di scorciatoia o di risalita del Beudo delle Capre. E così lo persi di vista, ossia, anche se forse non l&#8217;avevo mai visto, non lo vidi mai più. Chiesi a mio padre di condurmi nel Beudo della Polveriera, ma mio padre disse che là dentro un giorno o l&#8217;altro ci entravano i tedeschi perché ci giravano troppi delatori a Bastieto. Ed ebbe ragione. Un giorno si sentì una cagnara e i saloini si misero a correre inviperiti per i carruggi di Bastieto, e spararono a più di uno. Gli spari dentro il Beudo Grosso, dove mi trovavo ancora in quel tempo, si sentivano come da un&#8217;altra valle e fin dopo la fine della guerra non saprò mai che Italo quella notte s&#8217;era salvato ed era riuscito a salire in montagna.</p>
<p>Il Beudo Grosso era ormai diventato pericoloso, c&#8217;era mezza Sanremo. Si poteva tentare nel Beudo della Crosa, secondo mio padre. Il Beudo della Crosa raccoglie le acque di diverse vallate ed è coperto, un tunnel perfetto, col soffitto a volta, di blocchi di pietra tufalina. Mio padre le cose se le sente. Un mezzogiorno viene dall&#8217;uliveto, mi dice che nel giro di mezz&#8217;ora arrivano i tedeschi e si portano via mezzo paese. Mi ordina di prendermi due stracci e di seguirlo nel Beudo della Crosa. E infatti, quando è un po&#8217; che son là sotto le campagne della Crosa, nascosto nel beudo, in quel nuovo odore di umido (perché ogni beudo ha il suo odore),  con la mano che devi sempre toglierti le ragnatele davanti, sento il soffitto rimbombare e le camionette dei tedeschi che bloccano le uscite del paese. Spari pochi, ma urla e luci che penetrano l&#8217;entrata del Beudo della Crosa. Io e la dozzina della mia età che eravamo lì siamo indietreggiati in salita. E stavamo lí, immobili, seduti perché in piedi non ci si stava. Uno mordeva una mela e si è mangiato un calcio negli stinchi da uno dei più vecchi. Non c&#8217;è cosa che viaggia come i minimi rumori nei beudi. Lo impari presto. Mi dicevo: ecco che questa cosa ti mancava, ci passavi cento volte al giorno per la mulattiera della Crosa e qui dentro non ci conoscevi, quest&#8217;odore te lo saresti perduto. Ragionavo come Italo ormai, mi raccontavo le storie. O forse lo facevo perché mi mancavano i suoi sospiri che avrei riconosciuto tra i sospiri di cento persone.                                                     Quando tutto tacque, gli spari, e i passi, uno dopo l&#8217;altro uscimmo. Il sole tramontava, era luce che feriva.</p>
<p>Nel 44&#8242; mi nascondevo ancora nel Beudo della Crosa. I partigiani avevano preso una batosta. Quel comandante Cascione, medico, era stato ucciso, aveva risparmiato un prigioniero e questo bastardo era riuscito a scappare e aveva portato in montagna i tedeschi, li aveva condotti nel luogo dove si accampavano e c&#8217;erano stati molti morti. Pensavo a Italo, alle storie che non gli avevo mai raccontato e che ora mi inventavo durante l&#8217;ozio. Erano storie piene di luce e di amicizia. Ne avevo sempre in mente una, che avevo sognato una volta che avevo la  febbre in quel freddo. Era la storia di due ragazzi di Sanremo che non si conoscevano e che per puro caso, esattamente nello stesso tempo, avevano letto un manuale su come si costruiscono i trampoli e allora s&#8217;erano messi a fabbricare i loro trampoli, in cantina o in soffitta, e quando li avevano pronti erano andati a provarli in piazza – nella stessa piazza e c&#8217;erano arrivati esattamente assieme. Era una piazza dove non passavano né tram, né bici, né carri, per questo era venuta loro in mente. E si erano messi i loro trampoli, uno da un angolo della piazza e l&#8217;altro dall&#8217;altro e si erano mossi, a piccoli passi, prima rasente i muri e poi senza tenersi a nulla, fin quando non stavano bene in equilibrio e procedevano, stupiti, mentre si avvicinavano incerti uno all&#8217;altro e si sorridevano, fino ad arrivare a un passo uno dall&#8217;altro senza riuscirsi a dir nulla.</p>
<p>Passavano i mesi, i partigiani riformavano le file e progettavano colpi di mano alle polveriere. A volte scendevano fino in città. Mio padre non li poteva soffrire perché gli rubavano la verdura, ma sotto, lo sapevo, stava dalla loro parte.</p>
<p>Dormivo sempre nel Beudo della Crosa, ci avevo portato un altro materasso. Di giorno mangiavo a casa, e quel paio d&#8217;ore al caldo a letto in attesa che mio padre rientrasse dalla fatica e si pranzasse, era un lusso. Un mezzogiorno mio padre mi chiese quanti eravamo là sotto. Gli dissi che non lo sapevo, c&#8217;era pieno, e sul  materasso, dall&#8217;alba a mezzogiorno quando non c&#8217;ero ci si sdraiava Beppe, il figlio di quello delle bottiglie, che poi nel pomeriggio non si voleva togliere perché diceva che là sotto le cose erano di chi se le prendeva. E allora risate e quando uno faceva aria di nuovo risate&#8230; Allora il vecchio non volle che gli dicessi altro e finito il pranzo ordinò a mia madre di mettermi qualche straccio in un sacco da olive, di prepararmi un bottiglione d&#8217;acqua di vichy, e un sacchetto di mele e arance e cosa c&#8217;era. Quando lei preparò tutto, lui si prese il sacco in spalla, tanto, disse, lui non dava nell&#8217;occhio perché zoppo com&#8217;era non lo mandavano neanche in Germania. All&#8217;imbrunire ci trovavamo nelle terrazze di San Giovanni, dietro quel casone bruciato, ben sopra la villa di quello che l&#8217;anno prima si nascondeva con me nel Beudo Grosso, disse. Al primo buio, attenzione, le giornate sono corte, mi avvisò. Io dissi che allora andavo a recuperare il materasso nel Beudo della Crosa, era roba nostra, perché lasciarcelo. Ma lui non ha voluto, davo  nell&#8217;occhio, poi quelli che erano lì parlavano: “Ha tolto il materasso perché ha cambiato posto&#8230;”. E mi avrebbero seguito. Ma dietro il casone bruciato non c&#8217;erano beudi, dissi. Te obbedisci, disse. Quel pomeriggio, prevedendo che la notte seguente avrei dormito ben male – anche se mia madre era contraria, temendo più le scenate che avrebbe fatto lui se l&#8217;avesse saputo, che per il pericolo di finire in Germania se mi sorprendevano in casa i tedeschi – feci una dormita nella mia stanza come se fosse l&#8217;ultima, colazione abbondante, e all&#8217;imbrunire uscii di casa e mi nascosi sotto il portico. Secondo gli ordini, dovevo aspettare che la colonna di gente che veniva dalla campagna attraversasse il ponte e risalisse tra le case. Mio padre non si fidava di nessuno. Era la fine di febbraio, l&#8217;aria ancora umida e il pettirosso balzellava sui rami. Il torrente era gonfio, e copriva gli zoccoli dei muli che risalivano le rampe. Ma quando voltavano e passavano per la stradina di là del portico si sentiva tutto, anche i colpi di frusta che ogni tanto Bacì da Nea, attaccato alla coda, dava al bue. Li lasciai passare, aspettai il giusto e mi infilai giù per la stradina incassata tra le case. Le capre nelle stalle mi sentivano e scornavano le tavole. I lumi nelle finestre erano accesi, ma tempo un amen iniziava il coprifuoco e si sarebbe spento tutto.</p>
<p>Passai il ponte, e poi rasente i muri, e davanti a villa Meridiana tirai un sospiro. Avrei voluto chiedere se avevano notizie di Italo. Se era vivo. Avrei voluto parlare con quel giardiniere che dicevano conoscesse le erbe come i vecchi. Poi arrivai a San Giovanni, non c&#8217;era luna, e faticai a trovare il casone bruciato. Poco dopo sentii mio padre. Lo annunciarono gli scarponi inzuppati, era scivolato in qualche bealera, immagino. Mi bisbigliò un ordine. “Vai su fino ai limoni, e non voltarti a guardare, dalle prime canne ti ci infili, entri profondo e mi aspetti. Ubbidisci senza aprir bocca”. Mentre ubbidivo sentii un rumore di passi arrivare da sotto. Capii che l&#8217;avevano seguito o avevano seguito me. Lo sentivo allontanarsi con i suoi scarponi che facevano rumore nell&#8217;erbaccio. Io una volta dentro le canne m&#8217;ero fermato un attimo a guardare. Gli inseguitori si chiamavano, urlavano, spari, qualcuno si avvicinava al canneto. Entrai.</p>
<p>L&#8217;avevano ucciso, avevano ucciso mio padre? Stavo lì, mezzo piegato come se stessi cagando, e pensavo a tutte le cose che mi erano passate per la mente in quei mesi quando mi toccava sopportare le prediche di quel vecchio zoppo al quale ora stavano sparando. Trovavo sempre molto umiliante tutto questo obbedire senza poter dir la mia, mentre i miei coetanei erano sui monti a imbracciare il 91. Gregorio Sanderi, anni 21, studente di lettere a Genova, residente nei condotti perché saloini e nazisti gli danno la caccia. Saolini e tedeschi non sanno manco che esista un Gregorio Sanderi, ma lui ha la sfortuna di abitare a Sanremo, nido di teste calde, sfollati, renitenti di leva, profughi ebrei, e allora se danno la caccia a costoro, potrebbero mettere le mani pure su di lui. Evidentemente non era nemmeno questo (quanta gente scappava a schiena bassa in quel periodo o si infilava nei beudi), era che la mia vita l&#8217;avevo sempre lasciata decidere da quel padre che fra poco moriva. O era già morto.</p>
<p>Non sparavano più, ma gridavano ancora. I passi da intorno al canneto s&#8217;erano allontanati, ma non ne ero sicuro. Non ero più abituato ai rumori che non fossero rumori sotterranei, dopo un po&#8217; che si sta in un beudo non si distinguono più le cose come una persona normale, ma come un grillo o una lumaca. E più passava il tempo, più ogni vibrazione si allontanava, più mi era chiaro che quell&#8217;uomo che non dava mai consigli, ma parlava come se la sua parola fosse legge, se n&#8217;era andato. E ci aveva sempre indovinato. Ci pensavo ora, che uscivo con la testa dalle canne e guardavo le montagne buie. Poi rientrai e prosegui nel folto, forse in una specie di solco di quelli che si fanno le bestie, le volpi e i tassi.</p>
<p>A un certo punto inciampai in qualcosa. Stoffa ruvida&#8230; Era il sacco. Doveva essere stato qui nel pomeriggio e aveva già portato il sacco, o era il sacco di stracci di qualcun altro che passava le notte nelle canne? Lo aprii, toccai. C&#8217;erano mele e stracci, e dal tatto riconobbi il giaccone di fustagno che avevo chiesto a mia madre di infilare nel sacco. Mi sedetti su una pietra e attesi.  Ora da qualche parte entrava uno sputo di luce di luna, o forse era il chiarore di colpi di mortaio. Arrivavano rimbombi, echi lontani. Un campanile suonò delle ore. Dopo un po&#8217; davanti a quel chiarore passò qualcosa. Rumori che si avvicinavano come qualche ora prima. Era lui. Me lo disse per non spaventarmi. Io lo rassicurai, sapevo che era lui, dissi. A chi altri veniva in mente di entrare in certi posti, se non a lui e a me che dovevo ubbidire. Non parlare, disse, scemo. È possibile che sei sempre così scemo, non lo capisci che una parola si sente fin giù sul ponte? Taci allora, gli dissi. Il sacco, disse, l&#8217;ho portato io, è nostro. Di chi altri poteva essere, chi vuoi che venga qui, dissi di nuovo, a farsi sparare dai fascisti. Chi è furbo se ne sta nel Beudo della Crosa, che è bello asciutto, e stanotte dorme sul mio materasso. Non mi stava neanche a sentire, diceva che l&#8217;indomani si rompeva il tempo perché gli faceva male la gamba.</p>
<p><em>(questo racconto deliziosamente maglianesco uscirà su &#8220;Reportage&#8221;, n. 12, ottobre-dicembre 2012, in uscita la prossima settimana; l&#8217;immagine, scelta dall&#8217;autore: Farideh Farivar-Bölling, &#8220;der Ursprung&#8221;, alias &#8220;L&#8217;origine&#8221;)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 19</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-strampalata-n-19/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 10:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Quando erano più piccole, le mie nipotine pesaresi adoravano far impazzire i grandi che le interrogavano sui numeri: “Quanto fa 10 più 10?” chiedeva, melenso, l’adulto sorridente. “Undici”, rispondeva implacabile Teresa. “Ma no, sono sicura che lo sai, 10 più 10, come le dita, quanto fa?” “Quindici”. “Su, non fare la sciocchina”, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alpini_05.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alpini_05-300x225.jpg" alt="" title="alpini_05" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-35721" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alpini_05-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alpini_05.jpg 700w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Quando erano più  piccole, le mie nipotine pesaresi adoravano far impazzire i grandi che le interrogavano sui numeri: “Quanto fa 10 più 10?” chiedeva, melenso, l’adulto sorridente. “Undici”, rispondeva implacabile Teresa. “Ma no, sono sicura che lo sai, 10 più 10, come le dita, quanto fa?” “Quindici”. “Su, non fare la sciocchina”, sospirava la nonna, “guarda le due mani: quante dita ho”? “Quattro” era la risposta. Di solito, il benevolo esame finiva lì e si andava comprare il gelato (fuori casa i piccoli mostri capivano perfettamente la differenza tra “2 palline”, “3 palline” e “4 palline con panna”).</p>
<p>Qualcosa del genere succede probabilmente anche al <em>Giornale</em> dove, il 9 giugno, Feltri ha lanciato la sua campagna per tagliare i fondi alle associazioni come l’Anpi, commissionando un articolo intitolato “Pochi fondi agli ex soldati: fanno incetta solo i partigiani”. Qualcuno potrebbe magari obiettare che i partigiani <em>erano </em>soldati, visto che il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia era un organismo riconosciuto non solo dal governo dell’Italia liberata ma anche dalle potenze alleate, che mandavano armi, uomini e istruzioni. Il comandante<br />
militare era Raffaele Cadorna, generale dell&#8217;esercito regolare italiano. Ma forse è troppo chiedere che “Littorio” Feltri (come lo ha soprannominato Marco Travaglio) si sia accorto di queste cose a soli 65 anni dal 25 aprile 1945 e a 62 anni dall’approvazione della Costituzione (che il suo datore di lavoro vuole cancellare perché è “un inferno”).<br />
<span id="more-35668"></span></p>
<p>Sorvolando sul fatto che la distinzione “ex soldati/partigiani” è fasulla e puzza di apologia del fascismo, un piccolo sforzo avrebbe almeno potuto essere fatto per far quadrare le tabelline. Scrive infatti Fausto Biloslavo: “Nel 2009 oltre 600mila euro sono andati a finire nella casse di sodalizi come l’Associazione nazionale partigiani d&#8217;Italia (165.500 euro), l’Associazione nazionale dei martiri caduti per la libertà della patria (65.000), l’Associazione reduci della prigionia, dell’internamento e della guerra di liberazione (81.500), l’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate (80.500). La frammentazione delle associazioni legate alla Resistenza favorisce la divisione sbilanciata della torta. Per cui anche la Federazione italiana delle associazioni partigiane si è beccata 28mila euro. La Difesa da soldi pure all’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini (i partigiani «rossi»), alla Federazione italiana volontari della libertà (96.500) e altri ancora.”</p>
<p>Beh, una calcolatrice tascabile, di quelle che una volta davano in omaggio con Amica, avrebbe permesso di scoprire che 165,5+65+81,5+80,5+96,5 non fa affatto “oltre 600mila euro” ma, semmai,  489.000, che in realtà sono 408.500 se si depenna il contributo alla l’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione <em>inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate</em>, che dovrebbero essere cosiderati soldati perfino dal ministro La Russa; un totale che diminuisce ulterormente se si sottrae almeno metà dei contributi (81.500) che riceve l’Associazione dei reduci della prigionia e dell’internamento, la maggioranza dei quali erano soldati dell’esercito di Mussolini internati dai tedeschi in Germania dopo l’8 settembre 1943.</p>
<p>Il totale corretto è quindi 367.750 euro: che differenza c’è tra 367.750 e “oltre 600.000”? Circa il 40%: il <em>Giornale</em> ha gonfiato del 40% la somma delle cifre che lui stesso pubblica (evidentemente contando sul totale analfabetismo matematico dei propri lettori, che poi si lamentano di pagare troppe tasse).</p>
<p>Per promuovere gli umori bellicosi delle signore impegnate nello shopping in via della Spiga, l’autore prosegue scrivendo di “Briciole a paracadutisti e alpini”. In effetti: i primi hanno diritto solo a 15.500 euro, mentre l’associazione nazionale alpini ne ottiene 27.000, i bersaglieri meno di 20.000 e i fanti sono fermi a 10.500. Occorre però fare le somme dei contributi maggiori  che qualche malevolo caporedattore ha inserito nella tabella incorporata nell’articolo: Associazione nazionale combattenti e reduci, 212.000. Lega Navale, 44.000. Opera nazionale dei figli degli aviatori, 28,500. Ex carabinieri, 13.000 euro,e via distribuendo.</p>
<p>La tabella permette di fare rapidamente i conti di quanto le tradizionali associazioni combattentistiche care ai nostalgici dell’impero ricevono ogni anno (in migliaia di euro). 212+80,5+44+28,5+27+20+15,5+13+10,5+4, a cui va aggiunta metà dei contributi che riceve l’Associazione dei reduci della prigionia e dell’internamento, cioè 40.750 euro. Il totale fa 495.750 euro, che è parecchio di più dei 367.750 euro destinati ai “partigiani” che “fanno incetta”.</p>
<p>Sempre il 9 giugno, in un’altra pagina del <em>Giornale</em>, Giuseppe Bedeschi attacca, con 65 anni di ritardo, il governo Parri, che avrebbe voluto –orrore!- epurare i fascisti: nel 1945, il partito d’azione, scrive l’articolista, esigeva “un’epurazione radicale contro tutti coloro che avessero collaborato in qualche modo col fascismo o avessero occupato cariche, piccole o grandi, nell’Italia fascista: il che significava epurare una grossa parte del popolo italiano”. Anche qui con i numeri non ci siamo; chi avrebbe dovuto essere allontanato dalla vita pubblica erano i dirigenti del fascismo, gli alti funzionari, i magistrati e i poliziotti: qualche decina di migliaia di persone. Una “grossa parte del popolo italiano” avrebbero dovuto essere 10 o 15 milioni di persone, una frottola colossale.</p>
<p>Bedeschi e tutti i nostalgici, naturalmente, dimenticano di precisare che l’epurazione <em>non si fece</em>, nemmeno in minima parte: il 22 giugno 1946 l’odiatissimo Togliatti, ministro della Giustizia, fece promulgare l’amnistia con cui si metteva fine anche ai pochi processi in corso contro i criminali fascisti. </p>
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		<title>Danilo De Marco: R/ESISTENZE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[testo di Erri De Luca il partigiano &#8220;Cid&#8221; la partigiana &#8220;Dorica&#8221; I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30525" title="Cid VISO 002 copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg 554w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30748" title="VISO-030-copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg 382w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p><span id="more-30500"></span></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza  in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.<br />
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30747" title="VISO-029-copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg 383w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a> il partigiano &#8220;Cino da Monte&#8221;</p>
<p>Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riusci da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna d’Europa. E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30750" title="Walchiria T copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg 367w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a> la partigiana &#8220;Walchiria&#8221;</p>
<p>L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.<br />
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.</p>
<h5>(tratto da: <em>CID il Partigiano</em>, ed. Circolo culturale Menocchio, 2009)</h5>
<address style="text-align: center;"> </address>
<address style="text-align: center;">***<br />
</address>
<address> </address>
<address>Ed ecco nei due testi che seguono come il fotografo Danilo De Marco descrive &#8211; in questa nostra epoca di revisionismi &#8211; il suo progetto (non ancora concluso) R/ESISTENZE:</address>
<p><em>&#8220;Ho raccolto in questi anni i volti dei partigiani italiani, &#8220;francesi&#8221; (armeni, ebrei, polacchi, tedeschi), greci, austriaci&#8230;: i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti a mio avviso che ci riguardano e ci concernono. L’inquadratura ripetitiva e chiusa, come si usa con le foto segnaletiche dei delinquenti, dei banditi, tutta concentrata sul volto: meglio ancora sugli occhi. </em><br />
<em>Gli occhi, unico punto di messa a fuoco, unico centro rimasto, forse, di un tempo salvato. </em><br />
<em>Ma la memoria sembra scivolare, scappare da quegli occhi sui piani del volto che via via si sfuocano, e lo spazio, quello spazio della vita per cui avevano combattuto, cancellato. </em><br />
<em>Con la perdita della memoria rischiamo di perdere la continuità di significato e giudizio.&#8221; </em><br />
<em> </em></p>
<p><em> </em><em>&#8220;Qui, dove?<br />
Resistere a chi e a che cosa?</em><br />
<em></em><em>E chi dà nome a ciò che le persone scelgono di essere, quando rifiutano il conformismo e lo stato di fatto (partigiani o banditi, resistenti o terroristi, patrioti o criminali)? Chi definisce, dove sta il confine, chi lo fissa e difende, come muta?<br />
Dal 2004 attraverso le strade d’Europa cerco queste persone: cerco i volti<br />
di quelli che hanno accettato di rimettersi in “gioco” in questa doppia sfida della memoria e del tempo.<br />
Ecco qui allora i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti che ci riguardano e ci concernono.&#8221;</em></p>
<p><em></em><em> </em><em>Danilo De Marco</em></p>
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