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	<title>pasquale vitagliano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Facciamo Kolchoz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 05:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> È anche il racconto di una catastrofe. Anzi, di più catastrofi. Del tracollo, addirittura, della nostra civiltà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-120866" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-652x1024.jpg" alt="" width="380" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-267x420.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x.jpg 955w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Per Emmanuel Carrère la Russia è un enigma senza più alcun mistero (forse). È un enigma perché per un francese non è facile scegliere tra Tolstoj e Dostoevskij. Eppure, non è più un mistero perché è figlio di Hélène Carrère d’Encausse, la più autorevole studiosa della Russia e dell’Unione Sovietica. Il 3 ottobre 2023, cinquantanove giorni dopo la sua morte, le viene reso l’onore nazionale. La figlia di poveri esuli russi, che ha dovuto imparare il francese a cinque anni, sarà infine eletta all’Académie française e la prima donna a guidarla. Siede virtualmente sullo stesso scranno di Corneille e Victor Hugo.<br />
Carrère stesso lo afferma. Adora le storie che presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale della vita e quella verticale. Orizzontali sono i rapporti privati, l’amore, l’amicizia. Verticali sono i rapporti tra le generazioni, e dunque anche la storia, tanto quella privata quanto quella collettiva. Per dirla alla maniera di Leonardo Sciascia, predilige i cruciverba. E l’anima russa è stata spesso il centro di queste coordinate. Se in <em>Limonov </em>il percorso è stato più orizzontale, in <em>Un romanzo russo</em> è stato in prevalenza verticale. Kolchoz è perfettamente in asse. Accede contemporaneamente all’una e all’altra dimensione dell’esperienza umana. E ci offre così il segreto dei grandi libri.<br />
È anche il racconto di una catastrofe. Anzi, di più catastrofi. Del tracollo, addirittura, della nostra civiltà. Ma se il mondo crolla, resta il mestiere di persone come lui per renderne conto. Kolchoz allora è un luogo protetto. Un punto di salvezza. “Facciamo Kolchoz”. È l’invito affettuoso della madre a suoi tre piccoli. Tutti insieme sotto le lenzuola nel lettone. “Facciamo il tendone” (quello del circo), era invece la mia proposta felliniana. Chissà perché scegliere proprio il nome di una azienda agricola sovietica da parte di una figlia di esuli russi. Ironia o magari inconsapevole, malinconica nostalgia. Comunque, tutti i mondi che Carrère racconta hanno origine in questa parola. È uno snodo, un crocevia, dal quale se ne espandono altri, alcuni possiedono persino sbocchi imprevisti e imprevedibili, e ognuno di noi lettori può scegliere liberamente il suo itinerario. Non c’è modo di perdersi, anche se si sceglie di procedere a brulichio, senza un seguire un sentiero lineare.<br />
La lettura intrapresa è un viaggio stellare tra le parole scritte. Il punto di gravitazione è la storia familiare dei Carrère, e Emmanuel non si limita a raccontare tutto su sua madre. Anche il padre Louis è presente. Eccome. Forse è proprio suo padre “l’autore di queste righe”. Di questa lunghissima storia è stata sua madre la protagonista, ma ad avergliela dettata è stato lui dal fondo del suo studio scuro tappezzato di iuta verde bottiglia. Mi ha fatto pensare all’immenso oceano senziente del pianeta Solaris. Kolchoz, dentro questa realtà, è un’isola fluttuante nel mezzo della catastrofe dell’Occidente.<br />
I tre quarti degli uomini muoiono nel dolore, è Carrère a citare il naturalista de Buffon. La nostra speranza, non solo quella di Carrère, è di far parte del quarto restante. In fondo, si scrive e si legge per questo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La separazione delle carriere: giudici e no (Letteratura e diritto #6)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 06:00:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. Questa svolta di civiltà produce anche un mutamento antropologico. Le terribili Erinni, che sono le accusatrici di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, si trasformano in Eumenidi, le benevole. Chissà che l’inconscio collettivo della politica non riveli questo desiderio: rendere i pubblici ministeri, che rappresentano, appunto, l’accusa, più benevoli. Ammansire le procure è l’inconfessato obiettivo che una parte politica persegue dai tempi di Tangentopoli. Con il referendum del prossimo marzo siamo arrivati all’Armageddon.<br />
Sul piano giuridico il discorso si fa più lineare. La nostra civiltà, almeno sulla carta, ha già introiettato la riforma di Atena. Tanto che il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Nella pratica, si dirà, questo non avviene. Il tema, dunque, è un altro. Si dovrebbe avere il coraggio di non parlare più di carriere ma di funzione. Sarà mica che la funzione inquirente non è una funzione giurisdizionale ma poliziesca? La discussione assumerebbe tutt’altra piega e si sgancerebbe dall’attualità del referendum. Vi immaginate lo zelante ispettore Javert essere benevolo nel perseguire Jean Valjean? E chi può pensare al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamzov o al giudice istruttore Petrovic di fronte al delitto compiuto da Raskol’nikov, come a un giudice terzo? Ne Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), ci ricordiamo, anche grazie al film, l’avvocato Atticus Finch, ma non Horace Gilmer, il procuratore pieno di pregiudizi razziali niente affatto benevoli.<br />
Per trovare un giudice-eumenide bisogna andare a Porte aperte e al giudice descritto da Leonardo Sciascia (tirato per il bavero nella polemica referendaria). Impariamo da questo romanzo che il mestiere del giudice, qualunque sia la carriera, consiste, come la lingua italiana, nel “ragionare”. E mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca di scarsi ragionamenti. Il giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro voterà SI al referendum sulla separazione delle carriere. Appunto, lo avevano criticato per essere stato, in realtà, un poliziotto. Almeno, lui è rimasto coerente. Noi invece ci sentiamo più garantiti se giudici e procuratori condividono la stessa cultura della giurisdizione e dunque lo stesso ordinamento.<br />
Il sistema giudiziario italiano è, per fortuna, tra i più garantisti. Lo dimostra, se si guardano le statistiche, il fatto che, con tre gradi di giudizio, le assoluzioni prevalgono sulle condanne. Se c’è stato e persiste un abuso della carcerazione preventiva, va detto che in Italia, appena fuoriuscito dalla stagione del terrorismo (ed allora la legislazione di emergenza restrittiva delle garanzie costituzionali fu contestata da pochi), il sistema giudiziario è stato continuamente “stressato”, prima con la corruzione di Tangentopoli, poi con l’offensiva della criminalità organizzata.<br />
C’è da chiedersi perché le forze politiche che invocano la separazione delle carriere in nome del garantismo e dello stato di diritto, sono le stesse che invocano misure securitarie e repressive in materia di ordine pubblico. Questa contraddizione rivela una cattiva coscienza. “Li arrestano, poi i giudici li mettono fuori”. Quante volte abbiamo sentito questa frase da bar? Ecco, i giudici sono alla bisogna, secondo la convenienza, quelli che non rispettano i diritti della difesa, e allo stesso tempo quelli che lasciano liberi i delinquenti.  Siamo arrivati al punto. La separazione è solo un velo. Dietro questa riforma, soprattutto con lo sdoppiamento del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, c’è l’obiettivo non dichiarato di rompere l’unità della giurisdizione, che in Italia ha col tempo anche formato una cultura della giurisdizione garantista e soprattutto indipendente dal condizionamento del potere politico.<br />
Non è stato sempre così, attenzione. Fino agli anni ’70 gli uffici giudiziari di Roma venivano chiamati il “porto delle nebbie”. La stagione è cambiata con la generazione dei “pretori d’assalto”. Con le loro prime inchieste contro la corruzione ruppero la storica alleanza tra Potere e Magistratura. La volontà di una parte politica è di ritornare al passato. Le procure vanno normalizzate. Erinni con i pesci piccoli. Benevole con i potenti. Altro che garantismo. Addio indipendenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1 class="tdb-title-text"></h1>
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		<title>Overbooking: Alberto Bertoni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/30/overbooking-alberto-bertoni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alberto bertoni]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Pasquale Vitagliano</b> <br />Ogni elemento rifrange altrove, verso altri mondi. L’esito finale è quello di un’odissea allegra. I naufraghi si sono rimessi in mare, senza rimpianto per ciò che hanno lasciato e con la speranza che il ritorno alla vera dimora non sia troppo lontano.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-118007" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG.jpg" alt="" width="408" height="697" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-176x300.jpg 176w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-599x1024.jpg 599w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-768x1313.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-899x1536.jpg 899w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-246x420.jpg 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-150x256.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-300x513.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/978880626385HIG-696x1189.jpg 696w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota </strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>Di cosa parliamo quando parliamo di poesia? Principalmente d’amore, ma senza postura, con sincerità. È questa la vocazione della parola poetica. Lo è almeno nell’ultima raccolta di <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/semplici-abbandoni-alberto-bertoni-9788806263850/">Alberto Bertoni, <strong>Semplici abbandoni </strong></a>(Einaudi, 2025). Il verso è il tentativo (apparentemente) più ingenuo, eppure più lucido e preciso di trattenere ciò che resta della vita quando tutto è passato. <em>Quante cose scompaiono/ giorno dopo giorno/ se ne vanno per conto loro</em>. D’altra parte, dobbiamo lasciare che le cose passino perché diventino importanti, sacre direi. Così la memoria, non solo custodisce, ma svolge anche la sua funzione levatrice. Gli abbandoni si rivelano semplici, indolori direi, perché accettati, anzi desiderati.</p>
<p>Quante volte siamo stati felici nella vita? Il mondo vero ha il fiato corto. Cambia la domanda. Quando e dove siamo stati felici? Si sente corporea una gioia domestica e una malinconia geografica. Il cibo modenese, la calma di Parma, la nebbia di Ferrara, i bisnonni bevitori, la collana di turchesi della madre, la cugina Luisa e il ciclamino, e poi la gatta con i suoi croccantini, lo sport e la moglie Adriana. La dolcezza dei ricordi è fulminea. La memoria è sempre obliqua. Ai modenesi le madeleines possono far male. <em>I fiori qualcuno li raccoglie, te li dona/ e dopo esplodono</em>. Il poeta è un osservatore errante, capace di cogliere le insidie della nostalgia. Questa consapevolezza si acutizza progressivamente allungando il passo, raggiungendo altri luoghi, Varsavia, le Americhe, il Mondo intero, gettando sulla realtà uno sguardo storico, sulle tragedie, le epidemie, che rende il verso civile e acuminato. <em>Non è un sogno, ti giuro,/ ma un ricordo/ condensato in quell’urlo/ (…) perché il mondo è tanto più confuso/ (…) dove oggi fai fatica a dire fede,/ pronostico, impatto della vita/ contro un muro</em>. Ciascun elemento di questa poesia, dalle scelte metrico-prosodiche all’ispirazione socio-culturale, cuce un tessuto complessivo della cui trama di significati si coglie plasticamente l’espansione.</p>
<p>Bertoni non è andato a dormire presto la sera: poeta <em>che  a caccia di qualunque senso/ anche infinitesimo/ ho imparato da solo a bere forte,/ a giocarmi tutti i soldi sulle corse,/ su tutte le corse</em>. Ogni verso di questa raccolta è impastato con cose reali e concrete: luoghi, oggetti, abitudini, situazioni precise, esseri viventi in carne e ossa. Questo realismo, però, non è un esangue repertorio. Anche Bertoni mette in versi la vita. Ma senza fenomenologia. Ogni elemento rifrange altrove, verso altri mondi. L’esito finale è quello di un’odissea allegra. I naufraghi si sono rimessi in mare, senza rimpianto per ciò che hanno lasciato e con la speranza che il ritorno alla vera dimora non sia troppo lontano. <em>Ma quale sia il momento/ di tornare ogni giorno dal suo viaggio,/per l’intero tempo di lavoro/ al trattorista ignoto non lo dicono/ le rivincite del gelo tutt’attorno// Finché non condivide col mio sogno/ l’ansia dell’ippodromo vuoto</em>. Gli abbandoni poetici di Bertoni ci permettono di inspirare immaginazione e visione di un’altra realtà, e di espirare via l’acquiescenza passiva e l’autismo sociale del già-detto, del già-sentito.</p>
<p>La raccolta si conclude con quattro Requiem per quattro voci amiche che non ci sono più. Chiudono senza lutto questo poetico diario di bordo. Con un finale omaggio a Paul Celan. <em>E noi, in ordine sparso,/ a seguirlo di un passo// Di qua dal confine del senso/ del lutto</em>.</p>
<p>Più che un’elegia, un vero e proprio canto generale dei sopravvissuti.</p>
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		<title>Kafka nel Paese delle Meraviglie (Letteratura e diritto #5)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
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		<category><![CDATA[Lewis Carroll]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Può essere che Franz Kafka abbia letto Alice nel Paese delle Meraviglie? La domanda non è oziosa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-116185" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/alice.jpg" alt="" width="203" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/alice.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/alice-150x183.jpg 150w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" />Può essere che Franz Kafka abbia letto <em>Alice nel Paese delle Meraviglie</em>? La domanda non è oziosa. Se l’è posta per primo Bruno Cavallone ipotizzando che il racconto <em>Davanti alla Legge</em> sia stato ispirato dall’episodio della Porta e della Rana contenuto nel romanzo di Lewis Caroll e arricchito nel seguito-appendice Attraverso gli occhiali. Le coincidenze sono davvero impressionanti. In entrambi i casi c’è una porta da varcare e un guardiano, che nel racconto di Caroll è una rana-valletto. Questo ingresso è riservato esclusivamente alla persona che vorrebbe entrare, ma non osa farlo. Infine, tanto Alice quanto il contadino devono aspettare per anni prima che la porta possa finalmente aprirsi per loro (esclusivamente). “È vietato l’ingresso fino alla settimana dopo la prossima”. Kafka non conosceva l’inglese. È possibile che egli abbia letto una traduzione in tedesco che risale al 1869. Ai tempi della stesura del racconto nel 1914 esisteva anche un’edizione italiana del libro di Caroll dell’Istituto Editoriale Italiano destinato ai ragazzi. Può essere che sia stata questa la fonte occasionale, almeno nella sua versione aggiornata. Quella in tedesco, infatti, è successiva.<br />
La sorprendente analogia tra Alice e K. introduce un altro argomento, quello della “soglia” tra mondo interno libero e mondo esterno regolato, ovvero dell’accesso al Tribunale come paradigma del giudizio e della verità. “Il Tribunale non vuole niente da te. Ti accoglie quando vieni e ti lascia andare quando vai”. È l’enigmatica frase che il Sacerdote (Guardiano) pronuncia a Josef K. ne <em>Il Processo</em>, nel capitolo in cui viene ripreso il racconto.<br />
È quello che capita al rappresentante di commercio Alfred Traps ne <em>La panne. Una storia ancora possibile</em> di Friedrich Durrenmatt. In viaggio per lavoro, l’auto di Traps va in panne, appunto. Viene quindi ospitato per la notte dal signor Zorn, un giudice in pensione, che lo invita prima a cena e poi a partecipare con altri tre amici ad un gioco di ruolo che consiste nel simulare un processo. L’esito sarà inaspettato e tutt’altro che rassicurante. Il processo, pertanto, assume il perimetro di uno spazio ideale separato dalla vita reale. Può addirittura essere relegato dentro la testa di chi giudica e/o si sente sotto processo. In una miniatura svizzera del XVI secolo questo recinto ha forma ottagonale, come Castel del Monte, con un imprevisto ampliamento delle possibili spiegazioni della vocazione originaria di questa misteriosa architettura federiciana in Puglia.<br />
La soglia della Legge è anche quella che separa il vero dal falso. Questo, credo, sia anche il tema del film di Giuseppe Tornatore, <em>La migliore offerta</em>. Il battitore d’aste Virgil Oldman se avesse fatto subito alla donna in sedia a rotelle del bar vicino alla villa su cui tutta la vicenda è incentrata la domanda che le rivolgerà alla fine non sarebbe caduto vittima dell’inganno. Il film termina simbolicamente a Praga in omaggio alla (non casuale) suggestione kafkiana.<br />
“Noi quattro qui seduti a questo tavolo siamo ormai in pensione e perciò ci siamo liberati dell&#8217;inutile peso delle formalità, delle scartoffie, dei verbali, e di tutto il ciarpame dei tribunali. Noi giudichiamo senza riguardo alla miseria delle leggi e dei commi”, afferma il giudice di Durrenmat nel corso del gioco di ruolo. Insomma, siete proprio sicuri che senza tribunali ci sarebbero meno processi tra gli esseri umani?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fantasmi (Letteratura e diritto #4)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/25/giudici-letteratura-e-diritto-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fantasmi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Sensale]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano</strong> <br /> C’è un elemento che avvicina diritto e letteratura, altrimenti mondi lontani ... entrambe si fondano sull’interazione di due o più individui e la messa in comune di elementi di realtà, vera o presunta.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-114728" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-681x1024.jpg" alt="" width="380" height="571" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-681x1024.jpg 681w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-768x1155.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-696x1046.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4-279x420.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/figura-4.jpg 910w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />C’è un elemento che avvicina diritto e letteratura, altrimenti mondi lontani: positivo, cioè dato, obiettivo, l’uno; precaria e soggettiva l’altra, se non addirittura menzognera, addirittura, secondo Giorgio Manganelli. È l’intersoggettività, entrambe si fondano sull’interazione di due o più individui e la messa in comune di elementi di realtà, vera o presunta. Per esempio, nel saggio <em>Il falso problema di Ugolino</em>, Jorge Luis Borges precisa che la verità storica si interroga se Ugolino della Gherardesca abbia davvero esercitato il cannibalismo nel 1289. Alla verità letteraria, che in questo si avvicina a quella giuridica, processuale, invece, basta che i lettori di Dante abbiano giudicato possibile questo evento.</p>
<p>Il pretore del Quarto Mandamento di Napoli, dinanzi al quale Roberto Scotto di Tella, proprietario e locatore di un appartamento al terzo piano di Via Concezione a Montecalvario, n. 41, cita in giudizio per il pagamento della pigione l’affittuaria Margherita Franceschetti, ma costei propone domanda riconvenzionale (quando chi viene citato in giudizio si difende con delle contestazioni sue proprie) di risoluzione del contratto perché la casa è infestata dagli spiriti. Siamo nel 1915. I capitoli di prova furono confermati dai testimoni e il pretore accoglie la domanda di risoluzione del contratto. Di questi e altri casi racconta Massimo Sensale con <em>Fantasmi in Tribunale</em> (Edizioni Le Lucerne, 2023). Persino il futuro presidente delle Repubblica, Giovanni Leone, giovane giurista, annota una sentenza del 1927 del pretore di Pomigliano d’Arco Settimio Ricciardi che qualifica i fantasmi vizio intrinseco della cosa locata. Mariano D’Amelio, già capo di gabinetto del ministro della Giustizia, contesta la decisione ma senza mettere in discussione l’esistenza dei fantasmi, precisando che per il diritto non sono né persone fisiche e neppure persone giuridiche, mentre la legge non consente rapporti giuridici con esseri di natura diversa. La prima affermazione in tal senso è contenuta nel codice consuetudinario della città di Bordeaux commentato e pubblicato nel 1540 da Arnoux Le Ferrone. Nella commedia di Eduardo De Filippo <em>Questi fantasmi!</em> la loro esistenza è testimoniata dal portiere e dai vicini, né Pasquale Lojacono, pur mandato là con questo scopo, riuscirà a confutare questa verità condominiale.</p>
<p>Vale, dunque, il principio di non contestazione: se la parte convenuta in giudizio ammette la verità dei fatti allegati da parte attrice (chi cita in giudizio una persona) questi possono considerarsi provati. A maggior ragione, se una seria di testimonianze conferma gli stessi perché vox popoli, vox dei. Salvo provare che gli spettri vadano via per altri interventi diversi da quelli del padrone, allora non potranno essere considerati vizi e difetti della casa. E’ quello che in diritto si chiama tema probanda. Non è importante la verità in sé stessa ma se è stato provato ciò che è affermato in giudizio. Nel film Miracolo nella 34ª Strada del 1947, richiamato da Bruno Cavallone ne <em>La borsa di miss Flite</em> (Adelphi), la prova che Mr. Kris Kringle sia Babbo Natale viene dalle centinaia di lettere che da tutto il mondo arrivano in Tribunale dove egli ha eletto domicilio.  E’ quello che l’antropologo Henry Lévy-Bruhl chiama la ratifica della collettività.</p>
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		<title>L&#8217;amico chimico di Primo Levi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/06/08/lamico-chimico-di-primo-levi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jun 2025 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Delmastro]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Mori]]></category>
		<category><![CDATA[Svegliarsi adulti]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano</strong> <br /> All’anagrafe è Alessandro Delmastro, nato a Torino il 7 settembre 1917. Chimico come Primo Levi, che a lui dedica il racconto Ferro de Il sistema periodico e La carne dell’orso. Amante della montagna e capo partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-113888" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-675x1024.jpg" alt="" width="380" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-675x1024.jpg 675w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-768x1165.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-150x228.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-300x455.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-696x1056.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_-277x420.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/61Zw820G4LL._SL1500_.jpg 989w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Chiamatelo Ferro. All’anagrafe è Alessandro Delmastro, nato a Torino il 7 settembre 1917. Chimico come Primo Levi, che a lui dedica il racconto <em>Ferro</em> de <em>Il sistema periodico</em> e <em>La carne dell’orso</em>, nel quale, però, porta il nome di Carlo. Amante della montagna e capo partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà.  <em>Svegliarsi adulti. Vita di Sandro Delmastro, capo partigiano e amico di Primo Levi</em> (Einaudi, 2025) è la biografia che Roberta Mori gli ha dedicato. Ricercatrice del Centro Studi Primo Levi, la Mori è riuscita a vascolarizzare la sua solida ricerca, tra documenti, corrispondenza e scritti inediti, con quella passione personale che può impegnare un’intera esistenza. Pertanto, questa biografia, in bilico tra personaggio letterario e drammatica testimonianza storica, irradia un luce aurorale generativa di nuovi sentieri di lettura e di studio. Non è solo la storia di Sandro, è la storia di un’intera generazione che ha arato e seminato il terreno della libertà.<br />
Primo e Sandro si erano conosciuti all’università. Presto l’amicizia era nata tra loro. Eppure, non erano affini, non lo erano per origini, né per carattere. In comune, però, avevano l’amore per la montagna. Il padre di Sandro faceva il muratore, ma i suoi antenati erano stati fabbri e calderai nelle valli canavesane, dove d’estate da ragazzo aveva fatto anche il pastore. “Nella descrizione del carattere di Sandro”, scrive la Mori, “il confine fra realtà e letteratura si fa sottile”. La figura di Sandro risente dei personaggi avventurosi di Jack London, ma “è anche lontano parente del capitano MacWhirr, il protagonista di <em>Tifone</em> di Joseph Conrad”. Insomma, ci troviamo di fronte a un personaggio reale che proietta una sua luce speciale, quasi addirittura sapienziale e magica. Levi conserva una foto con Sandro che a tremila metri, a febbraio, mangia tranquillamente a torso nudo sotto il nevischio. Esprime una forza attrattiva che cancella tutto quello che sta intorno, anche i drammi della storia. Ad un certo punto Sandro scompare. Non abbiamo più sue notizie del periodo in cui egli è un ufficiale della Regia Marina. Lo ritroviamo, dopo l’otto settembre, in montagna, a 1480 metri in Val d’Angrogna, sopra Pra del Torno. In ottobre è stato nominato comandante del gruppo del Sap del partito d’azione. Anche Primo era in montagna, in Val d’Aosta, dove si era rifugiato con la madre e la sorella. Primo fuggiva, Sandro si nascondeva. Primo avrebbe voluto combattere, “ma non sapeva da dove cominciare”. Sandro, nella volontà di “dir no fino in fondo”, era diventato una “protesta vivente”. Arrestato dalla famigerata formazione fascista Ettore Muti, Alessandro Delmastro venne prima torturato, poi ucciso, nel tentativo estremo di mettersi in fuga, da un soldato bambino. Il cadavere venne lasciato sul selciato come monito orrendo. Quando considerarono terminata l’esposizione pubblica, gettarono il corpo inerte sopra un furgoncino dei rifiuti “con ostinato disprezzo”.<br />
L’apparato fotografico confluisce dentro il percorso di ricerca, non ne è semplice corredo. Per quell’effetto che Sciascia seppe fissare con la parola entelechia, le foto proiettano il carattere di Delmastro, contestualmente ne prefigurano il tragico epilogo. Esemplare è la foto di copertina, con Sandro seduto su un sperone di roccia sulla Rocca Sella in Val di Susa; sembra rivolto verso “un altrove spazio-temporale”, come se guardasse la linea d’ombra della sua giovinezza che la guerra non gli consentirà di oltrepassare,<br />
“Cara Ester, questo è il racconto dedicato a Sandro”. Tutto era cominciato il 24 maggio del 1974, quando Primo Levi spedì un breve messaggio alla sua vecchia compagna di Università Ester Valabrega, che di Delmastro era stata la fidanzata. Quel giorno Alessandro Delmastro era diventato Sandro. In un certo modo quella lettera segnava un <em>dies natalis</em>. La realtà, invece, vuole che egli sia sepolto a Zubiena, nella campagna piemontese. Ma il suo seme, davvero, grazie all’amicizia e all’amore per la memoria storica, è germogliato. “E’ stato raccolto e salvato”.</p>
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		<title>Giudici (Letteratura e diritto #3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/06/giudici-letteratura-e-diritto-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 05:00:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Con uno scritto del 1981, "I burocrati del Male", Leonardo Sciascia, commentando la manzoniana Storia della colonna infame, mette in guardia dal pericolo anti-illuminista e totalitario di utilizzare la funzione giudiziaria come strumento etico.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-112467 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1.jpg" alt="" width="350" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>È davvero un giudice. Ritengo sia il complimento migliore che si possa fare a un giudice. Terzo per vocazione rispetto alle parti, voce della legge. Nell’immaginario dovrebbe concentrare le migliori qualità umane dell’equilibrio, della sobrietà e di una magnanimità non lassista. Ci sarà un giudice a Berlino? È l’ultima speranza per un mugnaio di sottrarsi alle angherie dell’imperatore di Prussia. La frase erroneamente viene attribuita a Bertold Brecht di <em>Vita di Galileo</em>. In realtà, si è trattato di una attribuzione giocosa del drammaturgo tedesco Peter Hacks nella sua opera <em>Il mugnaio di Potsdam: una commedia borghese</em>. Resta la contraddizione di un tale affidamento con una concezione marxista della storia, secondo cui la magistratura è una sovrastruttura funzionale al sistema di potere. Più coerente con questa realtà è il giudice di <em>Pinocchio</em> per Carlo Collodi, cioè uno scimmione della razza dei gorilla. Anche Fabrizio De André diffida dei giudici la cui altezza – allusivamente – non supera un metro e mezzo. Anche George Simenon non aveva una grande stima dei giudici. Infatti, l’alter-ego dell’ispettore Maigret è il giudice istruttore Ernest Coméliau, che si distingue per la sua ristrettezza di visione. Eppure, in uno dei libri più intimi e crudeli, <em>Lettera al mio giudice</em>, il protagonista, condannato a morte per l’uccisione dell’amante, si rivolge ad un giudice che porta quello stesso cognome. “Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”. Mi sono domandato se questa lettera sia stata un effetto, in qualche modo, della sindrome di Stoccolma.<br />
All’angustia dei giudici di Maigret si aggiunge il loro carattere minaccioso in due autori molto sensibili al tema, Dostoevskij e Kafka. La figura del giudice assume un’immagine tetra e per niente rassicurante. La terzietà scompare. Il giudice svetta con la sua forza accusatrice rispetto all’imputato che si sente già colpevole e condannato. Il giudice diventa un persecutore. Con uno scritto del 1981, <em>I burocrati del Male</em>, Leonardo Sciascia, commentando la manzoniana <em>Storia della colonna infame</em>, mette in guardia dal pericolo anti-illuminista e totalitario di utilizzare la funzione giudiziaria come strumento etico. Punto di riferimento di una pura visione garantista, è stato, però, brandito, postumo, essendo lui morto nel 1989 prima della stagione delle stragi mafiose e dello scontro su Tangentopoli, come un’arma culturale contro la magistratura politicizzata. Eppure, con <em>Porte aperte</em>, proprio lo scrittore siciliano disegna una delle più lusinghiere figure di giudice. Il ‘piccolo giudice’, compromettendo la sua carriera, in un ambiente in cui tutti, popolo e regime, si aspettano che l’assassino sia giustiziato, si assume la responsabilità di non comminare la pena di morte, sorretto dalla sua cultura giuridica e letteraria.<br />
Per orientarsi nella polemica attuale che ha portato il governo allo scontro con i giudici a causa della separazione delle carriere tra giudicanti e inquirenti, suggerisco la lettura di un’opera teatrale, <em>Corruzione a Palazzo di Giustizia</em> di Ugo Betti, che tutto sintetizza su questo tema. Il potere di sentenziare ha come vizio inerente la corruzione: la verità giudiziaria “corrompe” sempre la verità storica; quasi mai coincidono, della seconda la prima dà sempre una versione fattuale ma microscopica, parziale ma socialmente accettabile. Solo la virtù può legittimare l’autorità. Alla fine del dramma, solo il grande corruttore, il giudice Cust, lo comprende per il peso che si porta sulla coscienza. Dunque, qualsiasi riforma deve essere una auto-riforma per essere efficace. Una conclusione (etica) che non vale solo per i giudici e la giustizia.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/" rel="noopener" target="_blank">Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/02/27/un-genere-anglosassone-letteratura-e-diritto-2/" rel="noopener" target="_blank">Un genere anglosassone (Letteratura e diritto #2)</a></p>
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		<title>Un genere anglosassone (Letteratura e diritto #2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/27/un-genere-anglosassone-letteratura-e-diritto-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo De Cataldo]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo poliziesco]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Intanto cosa è accaduto in Italia? Se la collana Urania-Mondadori dà il nome di “giallo” al genere, va riconosciuto che questi libri sono sempre stati considerati di serie B, libri adatti per le stazioni ferroviarie.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111902" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32.png" alt="" width="354" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32.png 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-177x300.png 177w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-150x254.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-300x508.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-248x420.png 248w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></p>
<p>Le ragioni per le quali il giallo è (stato) un genere principalmente anglosassone sono quelle che hanno fatto nascere in quell’area geografico-culturale il giornalismo delle note 4 domande. Sistema di autogoverno delle comunità cittadine, rete capillare di giudici di pace, cioè onorari di prossimità, modello accusatorio e non indiziario del processo penale (i fatti vanno provati in udienza davanti ad una giuria), sono elementi che formano cittadini che non percepiscono la giustizia come una statua incombente e lontana con bilancia e spada. La vicinanza solletica anche la curiosità. Ecco l’attenzione verso le notizie di cronaca. In Italia il percorso è stato molto diverso. I giudici sono quelli che incarcerano Pinocchio e i giornalisti hanno ambizioni di letterati. Per lungo tempo qui da noi sarebbe stato impensabile un film come <em>L’asso nella manica</em> di Billy Wilder in cui il protagonista va alla ricerca dello scoop della vita per un piccolo giornale di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Albuquerque">Albuquerque</a>.</p>
<p>Leonardo Sciascia fu il primo a rompere il tabù del poliziesco, al punto di pagarne pegno in prima persona, considerato in alcune antologie scolastiche non come un classico ma come autore di gialli. Per il grande scrittore siciliano il primo detective della storia è stato il profeta Daniele. È lui che risolve il caso dei due vecchioni e così salva Susanna dalla condanna. Lo stesso episodio lo analizza Bruno Cavallone, anche come docente di diritto processuale civile, considerandolo un paradigma della necessità del controesame dei testi ai fini della fondatezza della prova. Nella letteratura bisogna aspettare il XIX secolo per trovare il vero primo detective nella storia. Si tratta dell’ispettore Bucket nel romanzo <em>Casa Desolata</em> di Charles Dickens. Anche se, a dire il vero, dei proto-investigatori li troviamo ne <em>L’assassino del motorista</em> Rolsen del norvegese Maurits Hansen del 1839 e nel celeberrimo <em>I delitti della Rue Morgue</em> di Edgar Alla Poe del 1841.</p>
<p>Intanto cosa è accaduto in Italia? Se la collana Urania-Mondadori dà il nome di “giallo” al genere, va riconosciuto che questi libri sono sempre stati considerati di serie B, libri adatti per le stazioni ferroviarie. La storia cambia nella metà degli anni ’90. Anche se Carlo Lucarelli inaugura la saga del suo commissario nel 1990, è nel 1994 che esce il Birraio di Preston di Andrea Camilleri e un anno dopo <em>L’alligatore</em> di Massimo Carlotto (per cronaca, egli stesso condannato a 16 anni di carcere per un’accusa di omicidio, dopo sei anni ha ricevuto la grazia dal presidente della Repubblica). Perché le date sono importanti? In televisione nel 1984 ebbe un successo stupefacente la serie del commissario Cattani de La Piovra (l’ultima stagione è del 2001), interpretato da Michele Placido. Ma soprattutto scoppia nel 1992 Tangentopoli. La lotta alla corruzione politica e alla Mafia con le stragi del ‘93 fanno dei magistrati degli eroi. Tantissimi lo sono stati davvero. Molti ne hanno assunto solo la postura. Alcuni si sono mossi sul proscenio come calciatori o star dello spettacolo. Altri ancora sono diventati autori di polizieschi. Nel 2000 esce Romanzo criminale del giudice Giancarlo De Cataldo. Il grande successo ottenuto è la consacrazione definitiva del genere sugli scaffali della letteratura. Nel suo ultimo libro <em>Per Questi Motivi</em> (il PQM delle sentenze, che precede il dispositivo, ovvero la formula conclusiva). Autobiografia criminale di un paese (SEM, 2024), egli ha tentato di “illustrare come si arriva ad una sentenza”, in casi da lui non trattati, e “come possono aver ragionato i giudici e come possiamo ragionare oggi, a tanti anni di distanza dai fatti”. Ecco, aspettiamo con curiosità che scriva (lo ha preannunciato egli stesso in un’intervista) anche sull’omicidio di Marta Russo, essendo stato giudice relatore nel relativo processo. Intanto sul caso vi consiglio di leggere <em>Polvere</em> di Chiara Lalli e Cecilia Sala.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/" rel="noopener" target="_blank">Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</a></p>
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		<title>Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Dürrenmatt]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Scerbanenco]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=110964</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Se dagli anni 2000 in poi il giallo italiano è stato nobilitato, il filone del Diritto e Letteratura è sì apparso nei titoli di molti libri ma non ha attirato la stessa attenzione. Non esistono, neppure tra i contemporanei, autori italiani come Friedrich Durrenmatt.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111291" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-584x1024.jpg" alt="" width="380" height="666" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-584x1024.jpg 584w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-171x300.jpg 171w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-768x1346.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-150x263.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-300x526.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-696x1220.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-240x420.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_.jpg 840w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Perché Giorgio Scerbanenco non è diventato popolare come i nuovi giallisti italiani? Solo di recente lo scrittore, ucraino di nascita e milanese di adozione, è stato recuperato e rivalutato. In passato i suoi romanzi al più avevano fornito soggetti per il cinema poliziesco anni ’70, anche questo snobbato e rivisitato solo di recente sull’onda di Quentin Tarantino. In questi giorni, e per curiosità, ho visto il film di Duccio Tessari, <em>La morte risale alla notte scorsa</em>, tratto dal romanzo <em>I milanesi uccidono al sabato</em>. Nelle sale uscì nel 1970. In quel periodo non esistevano commissari italiani resi famosi dalla letteratura. Cattani arriva nel 1984 con <em>La Piovra</em>, grazie alla televisione e alla lotta alla Mafia.</p>
<p>Se dagli anni 2000 in poi il giallo italiano è stato nobilitato, il filone del Diritto e Letteratura è sì apparso nei titoli di molti libri ma non ha attirato la stessa attenzione. Non esistono, neppure tra i contemporanei, autori italiani come Friedrich Durrenmatt. Forse, solo Leonardo Sciascia si è occupato delle relazioni esistenti tra temi, parole, storie derivanti dal diritto e la creazione letteraria. Fanno eccezione singole opere, rimaste isolate. E per ironia della sorte, il grande scrittore siciliano viene presentato troppo spesso nelle antologie scolastiche come un autore di gialli, con una connotazione che sullo scaffale dei classici suona ancora come una minorità.</p>
<p>Il dialogo tra diritto e letteratura a oggi ha seguito tre distinti percorsi: studi sul diritto nella letteratura, che analizzano come gli avvocati, le indagini giudiziarie, le leggi sono descritte nella narrativa; l’ermeneutica giuridica, ovvero lo studio delle teorie sul rapporto tra il lettore di opere di diritto e il testo giuridico; infine la stilistica giuridica, ovvero l&#8217;analisi degli stili, degli elementi narrativi, strutturali e retorici dei testi giuridici. Negli Stati Uniti questo rapporto risale agli anni ’70. Esiste persino un movimento di pensiero nato nel 1973 con l’opera <em>The Legal Imagination</em> di James Boyd White. La tesi è che diritto e letteratura sono uniti da una visione del linguaggio come comunità di discorso su specifici mondi culturali. Tanto il diritto quanto la letteratura dipendono dal linguaggio e questo lega i loro mondi particolari.</p>
<p>Adelphi ha pubblicato quest’anno <em>Greco cerca greca</em> di Friederich Durrenmatt, tradotto da Margherita Belardetti. Il sottocontabile di origine greca Arnolph Archilochos non immagina che la sua vita possa cambiare radicalmente, così come considera stabile e perenne la sua gerarchia di valori e il suo personale pantheon di grandi personalità. Sarà un innocente ma inconsulto annuncio matrimoniale a stravolgere la sua esistenza, non solo sentimentale ma anche etica. Una dopo l’altra cadranno tutte le sue certezze. Cosa che avviene progressivamente man mano che egli si trova a salire rapidamente e facilmente la scala sociale grazie all’incontro con una connazionale, la bellissima Chloé Saloniki. Il destino di Achilochos è quello di un Giobbe capovolto, al quale all’improvviso comincia ad andargli tutto bene, fino a raggiungere traguardi impensabili e imprevedibili. In ciò sta il mistero e in fondo la sua tragedia. L’intero sistema sociale nel quale verrà a trovarsi si rivelerà fondato sull’impostura, facendo della sua caduta il paradigma del crollo di un intero continente e della sua civiltà. Cosa rimane? A quale valore finale affidarsi? Le storie nere o gialle, angoscianti o grottesche di Durrenmatt non sono interessate alla meccanica dell’investigazione, che invece disarticola quasi con godimento. Eppure, questa profondità non ne ha limitato la capacità d’ispirazione più popolare come nel cinema. Su tutti ricordo <em>La promessa</em>, film perfetto girato da Sean Penn nel 2001. Insomma, Durrenmatt non ha avuto tanto bisogno di commissari.</p>
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		<title>Tutto il resto è letteratura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/08/12/tutto-il-resto-e-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Aug 2024 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Musicaos Editore]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorino Curci]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> A questo punto, quello che l’autore ci propone è di azzerare col mezzo della parola. Resettare il peso semantico e il frastuono verbale con la poesia. Emulare il silenzio con l’armonia musicale della scrittura. Credo che ci sia riuscito proprio grazie alla sua vocazione musicale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-109305" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore.png" alt="" width="350" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore.png 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore-202x300.png 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore-150x223.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore-300x446.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/vittorino-curci-tutto-il-resto-e-letteratura-musicaos-editore-282x420.png 282w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />La prima domanda che mi faccio accingendomi alla lettura dell’ultima opera di Vittorino Curci, <em>Tutto il resto è letteratura</em> (<a href="https://musicaos.org/">Musicaos</a>, 2024), è se all’interno troverò questo “resto” o altro. E, dunque, sono anche curioso di sapere cos’è l’altro. Cosa rimane oltre la Letteratura? Si sente allora la formazione musicale dell’autore che scrive poesie come una partitura, che lui saprebbe anche accompagnare col suo sax. Se per Pessoa si scrive quando la vita non basta, per Curci l’una è controcanto dell’altra. Anzi, mi trovo di fronte ad un contrappunto in cui l’una insegue l’altra imitandola. Tuttavia, se l’effetto melodico è musicale, quello armonico è pienamente letterario. <em>Per te, lettore, che resti solo/ con la verità del libro, il senso compiuto/ ha sperato un’altra notte di quiete</em>.</p>
<p>La prima notte di quiete è quella mortale, nella quale si dorme senza sogni. La poesia ci consente di morire più volte? Beneficio, e privilegio, concesso anche all’amore fisico. E perché dobbiamo sperare in un’altra notte senza sogno? Il sogno, forse, ci addolora. Ci priva della consapevolezza della vita reale, quella senza Letteratura. <em>Eternizzare stanca e se non pensi ad altro/ vieni tra queste righe che slegano il ricordo/ qui c’è un teatro di anime morte/ che tramuta in sogno quelle giornate</em>. Sin dal titolo si ha l’impressione che in questa fase l’autore abbia provato ad abdicare alla funzione poetica della parola. Per esempio, come un’onda la prosa rifrange contro i versi che sembrano ritirarsi, ma senza cedere troppo spazio. Resistono, anzi, quasi per sfida, diventano radi, talvolta si spezzano, eppure sopravvengono. Vogliono riprendersi il tono principale dell’opera. La poesia assume il profilo di uno spettro che si aggira per un territorio che l’autore ha provato a liberare dalla Letteratura per (ri)consegnarlo intonso alla vita vera. E come si fa? È un’aporia. Infatti, la poesia si fa sentire come un arto fantasma che continua a dolere per la sua amputazione. <em>In questo supplemento di vita/ sei cieco, ascolti i rumori/ della strada, sai cose/ che prima non sapevi</em>.</p>
<p>Perché Vittorino Curci ha voluto fare questa esperienza? Penso di capirlo, come tutti coloro che non si rassegnano al sentimento di perdita che si prova in un’epoca storica come la nostra affetta da una forma sociale di alzheimer. <em>Le cose che non ricordo non sono mai esistite.</em> È un’affermazione terrificante. Specie se aggiungo il mio corollario che ciò che resta alla fine ne costituisce l’anima. Pertanto, senza memoria non solo perdiamo la nostra coscienza, addirittura, azzeriamo la nostra realtà. Non siamo più nulla, né siamo mai esistiti. Neanche la realtà social ci può salvare, perché nessuno saprà più riconoscere le immagini. Di fronte, a questa perdita <em>la tentazione di chiudere gli occhi è forte. L’orfanezza della parola è inconsolabile.</em></p>
<p>A questo punto, quello che l’autore ci propone è di azzerare col mezzo della parola. Resettare il peso semantico e il frastuono verbale con la poesia. Emulare il silenzio con l’armonia musicale della scrittura. Credo che ci sia riuscito proprio grazie alla sua vocazione musicale. Infatti, i versi di questo libro sono essenziali senza essere necessari, non più di un gesto, un saluto, un atto della nostra vita. <em>I bambini tracciavano con le braccia/ ampi cerchi nell’aria. era l’estasi/ della loro momentanea immortalità</em>. Parafrasando l’indimenticabile canzone di Ivano Fossati, Una notte in Italia, la lettura dei versi di Vittorino Curci ci motivano a non arrenderci, senza retorica, perché è tutta Letteratura, ma come vedi la dobbiamo cantare; è solo Letteratura, ma la dobbiamo imparare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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