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	<title>paura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Internauti &#8211; day four day five day six (the end?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2020 15:15:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani &#38; Andrea Inglese [Forse è finita bene, la quarantena, sani e salvi, e &#8211; speriamo! &#8211; pagati anche per i giorni di assenza imposti. Un ultimo bollettino sulla nostra condizione mentale, quindi.] L&#8217;assedio di effeffe Come Konrad Johnson, l&#8217;operaio protagonista del magnifico romanzo di Folke Fridell, che decide senza nessuna mobilitazione sindacale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-83244 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/87794369_10158353907478322_5193193520512368640_n.jpg" alt="" width="637" height="275" /></p>
<p>di <strong>Francesco Forlani</strong> &amp; <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>[Forse è finita bene, la quarantena, sani e salvi, e &#8211; speriamo! &#8211; pagati anche per i giorni di assenza imposti. Un ultimo bollettino sulla nostra condizione mentale, quindi.]</em></p>
<p><span id="more-83237"></span></p>
<p><em>L&#8217;assedio</em></p>
<p>di <strong>effeffe</strong></p>
<p>Come <span class="Stile6">Konrad Johnson, l&#8217;operaio protagonista</span> del <a href="https://iperborea.com/titolo/13/">magnifico romanzo di Folke Fridell</a>, che decide senza nessuna mobilitazione sindacale collettiva di non andare a lavorare, ho realizzato anch&#8217;io la mia settimana di franchigia. Non ho dovuto nemmeno deciderlo da solo di sospendere il mio <em>vero lavoro</em> &#8211; quando rispondi che come lavoro, scrivi, in genere il tuo interlocutore soprassiede prima di tornare all&#8217;attacco con la stessa domanda, di realtà aumentata; ma come <em>lavoro vero</em> che fai? Insegnante. Una circolare ministeriale aveva deciso in tal modo e, forse segnato nel fondo dalla mia esperienza di scuola militare, la Nunziatella, ho eseguito soldatescamente ognuna delle consegne, compresa quella di uscire il meno possibile, non vedere persone in condizioni di salute fragile, non prendere i trasporti pubblici e perfino quando facevo la spesa ogni tre giorni utilizzavo le casse automatiche. Ripensando a tutta la settimana che, come ricordava Andrea nel bollettino precedente, è stata tutto tranne che libera, essendosi moltiplicati tutti gli impegni pregressi e progressi, del finto lavoro, quello intellettuale, mi sono ricordato di un elemento fondamentale della storia. Nelle settimane precedenti, infatti, oltre a mettere su, una microturné letteraria di promozione del mio libro, mi sono offerto per il mio cinquantatreesimo compleanno, grazie soprattutto alle mie sorelle Titti, Rosaria, Antonella e fratelli Pio, Geppi, e mio cognato Gigi  medico e per finire l&#8217;amico di famiglia da sempre, Giustino, medico anch&#8217;egli, un <em>Check-up</em> totale, di quelli che ne fai al massimo una decina in tutta la vita. I risultati brillanti, perfino i 240 di colesterolo leggermente inferiore alla media familiare, tutto a parte il diktat del cardiologo, anche lui amico di famiglia, apposto in calce alla sua ricetta: eliminazione fumo. &#8220;Tra la perfezione e la perdizione esistono tantissimi altri livelli&#8221;, ha sancito filosoficamente verso la fine.</p>
<p>Il ritorno in Francia dunque lo facevo con, analisi nuove, taglio di capelli nuovo, vestito nuovo &#8211; il tutto compreso nel pacco regalo dei o miei mecenati- e uno slancio tutto nuovo verso la mia <em>futura umanità</em>. Prima della circolare, a dire il vero, una macchia, quasi presagio di quello che sarebbe accaduto poi, si sarebbe rivelata in quel mare calmo e piatto di <em>tuttonuovo.</em> Uno dei miei studenti, particolarmente timido, e di grande generosità mi aveva intercettato al rientro dalle vacanze di febbraio spiegandomi che di tutta questa storia potevamo davvero non preoccuparci, perché, &#8220;Professore, veda, pare che colpisca solo i vecchi.&#8221; A quel punto si era sospeso, come immobilizzato da un pensiero non formulato ma pressante, per qualche secondo prima di chiedere, con due piccoli colpi di tosse di tappeto sonoro: professore, scusi ma lei quanti anni ha?&#8221; Cinquantatré, ho risposto, aggiungendo, da due settimane. &#8220;Merde&#8221;, si è lasciato sfuggire, &#8220;ma allora lei è più vecchio di mio padre che per me è gia vecchio.&#8221;</p>
<p>L&#8217;indomani sarebbe stata invece un&#8217;altra qualità a determinare <em>la mia settimana di peccato, </em>e che si andava ad aggiungere a quell&#8217;altra di <em>vecchio italiano. </em>Onde evitare che alle prime due venisse incontro anche una terza, fancazzista, ho dovuto mettere in piedi un armamentario non da poco per non lasciarmi intrappolare dal senso di colpa di un <em>sano</em> costretto a recitare la parte del malato non immaginario ma immaginabile com&#8217;è il caso di quanti vengano messi in quarantena.</p>
<p>Questo stato di sospensione, riportato dalla cronaca al parossismo con l&#8217;immagine della nave da crociera <em>Diamond Princess</em>, presa in ostaggio dal virus e da più di un migliaio di passeggeri, ha determinato forse più di tutto il profondo disagio mentale e politico in cui ci siamo trovati. Se poi si pensa al gioco di parole del destino che aggiunge al nome <em>Diamante, </em>quello di <em>Principessa, </em>e a seguire <em>Corona, </em>come non cogliere la corrispondenza con quella di <em>vecchio italiano fancazzista?</em></p>
<p>A proposito di vecchi vorrei a questo punto stendere un tappeto rosso al direttore Mentana. Durante il suo telegiornale del venerdi&#8217;, dopo avere con vero professionismo cronicato i fatti salienti relativi all&#8217;epidemia, si è fermato di blocco, un po&#8217; come il mio studente Mohamed. E, quasi chiedendo scusa, ha preso la parola come certi interpreti che nel mezzo di una querelle tra due interlocutori di lingue diverse, decida d&#8217;un tratto di dire la sua. Anzi no, l&#8217;immagine che m&#8217;è venuta in mente è stata quella degli <em>Umarells </em>responsabili, attivi, ovvero di vecchietti in genere pensionati e altamente specializzati in un qualche mestiere del settore edile, che si mettano non soltanto a guardare attraverso le fessure delle barriere dei cantieri in corso, ma che sbottando vi facciano incursione per sottrarre una pala o una carriola a un operaio soltanto per fargli vedere davvero come si fa.</p>
<p>Ecco allora che Mentana, vado a memoria, diceva più o meno che bisogna pur finirla con questa storia del &#8220;vecchi&#8221; generalmente posposto a quella di pazienti affetti dal virus, deceduti a metà, cioè non veramente falcidiati dal virus, diciamo &#8220;aiutati&#8221;. Che tali decessi rinviavano a lutti, ad affetti a storie che di colpo venivano ingiustamente banalizzati dal Big Brother un po&#8217; stronzo delle comunicazioni. In diretta si è fatto allora passare da un assistente i dati concreti di quei vecchi inscritti nel registro dei lutti con inchiostro simpatico e quando ci ha rivelato che contemplava, tale catalogo contemporano, dei sessantenni, oltre a settantenni, e a seguire ottantenni, mi è partita una Ola, come immagino nella maggior parte delle famiglie nostro <em>vecchio continente.</em></p>
<p>Una settimana di studio, ricerche, scritture, di tutte quelle cose che hai un piacere enorme a fare, che ti riescono piuttosto bene, e per le quali non sarai mai pagato, salvo rare, sporadiche eccezioni. Verso le due del mattino di oltredomenica, dopo aver terminato due saggi, uno per l&#8217;amica fotografa Patrizia Posillipo e l&#8217;altro per un progetto di architettura e letteratura, tra un bicchiere, molti, di Calvados, e sigarette, troppe, consulto per l&#8217;ennesima volta la mail dell&#8217;Accademia di Versailles. C&#8217;è il messaggio di uno dei miei presidi che mi informa del rientro ufficiale previsto l&#8217;indomani. Nel messaggio mi indica che mi chiamerà in mattinata ma io lo anticipo, con una mail delle due di notte, che il giorno dopo potremo vederci all&#8217;alba, comme d&#8217;habitude, in istituto. Fine della quarantena, stop. In questi giorni, per uno dei miei saggi, avevo lavorato su Camus e ripreso la lettura di un&#8217;opera teatrale poco nota, <em>Lo stato d&#8217;assedio</em>, dove viene trattato il tema dell&#8217;epidemia, ma soprattutto del vero conflitto, sul terreno del linguaggio, tra la parola lirica della popolazione e quella burocratica del potere. In verità le mie direzioni non si erano mai fatte assimilare dalla freddezza delle parole circolari dritte al dunque, e quella dei colleghi men che mai. A tal proposito, nella serata di domenica, un amico scrittore, Paolo Mastroianni, ingegnere, quando gli ho raccontato della mia <em>felicità</em> provocata dalla notizia della quarantena, quando gli ho detto del mio turbamento -vedi la prima cronaca- mi ha tranquilizzato dicendo che quell&#8217;infelicità speculare di cui avevo avuto esperienza non era legata al lavoro, al mio lavoro, ma faceva parte di un&#8217;infelicità semplicemente umana. Anche la mia collega di francese Marianne, nella pausa sigaretta, senza Calvados, pochi minuti fa, mi ha detto di non preoccuparmi, c&#8217;est humain.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-83248" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas.jpg" alt="" width="960" height="394" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas-300x123.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas-768x315.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas-250x103.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas-200x82.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/ternatusaimminvas-160x66.jpg 160w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Intercettazione telefonica tra i due cinquantenni in quarantena di domenica 1 marzo, ore 16:43.</p>
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<p><em>La quarantena è una questione di fede, ma anche di dosato scetticismo. Agamben è un babbeo? Leggete comunque Hans Rosling.</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Quasi tutti hanno trattato Agamben come un vecchio babbeo, con la sua solita fissa dello stato d’eccezione, e chiusa la discussione. Agamben anche si merita, bisogna dirlo, questo trattamento, io da tempo non riesco più a leggerlo. Avevo comprato con golosità uno suo libro recente, <em>Creazione e anarchia</em>, ma mica me lo son goduto. La sua filologia filosofica mi ha stancato. Ma su questa faccenda delle quarantene e dei confinamenti per decreto, c’è come un po’ di zelo eccessivo da parte di certuni, un po’ di voglia di essere più prefettorali del prefetto. Quindi un po’ di Agamben in questo caso non fa neanche male. Ma partiamo da un punto che grosso modo è largamente condiviso: del funzionamento di questa malattia, della sua <em>effettiva </em>pericolosità (tasso di mortalità, ecc.) non è che abbiamo, per ora, delle idee chiare e dei dati inconfutabili. Ciò significa che stiamo prendendo decisioni e agendo guidati non da una precisa conoscenza dei fatti, non da una olimpica e nitida occhiata panoramica, ma da un principio precauzionale, che si appoggia su una base emotiva, su di un istinto di specie molto salutare e importante, quello della fifa di restarci.</p>
<p>Come diceva mia nonna, “Marzo pazzo”, quindi è meglio coprirsi di più, sudare semmai come un bufalo, piuttosto che trovarsi ad avere freddo a metà giornata. Vero. Però, calma nonna. Oggi ho cinquantadue anni, e tu, spero in meritata pace, te ne sei andata da tempo da questa valle di spifferi. Oggi, se mi permetti, la canottiera di lana non la metto il due marzo, e neppure quella di cotone, e se mi busco un raffreddore sono anche un po’ cavoli miei. Quando lo Stato, che sia quello francese o quello italiano, mi mette in quarantena per ragioni precauzionali, io innanzitutto obbedisco a questa ingiunzione <em>perché ci credo</em>, cioè credo che questa menata – ammesso che non mi piaccia starmene in quarantena, ma su questo ci torno dopo –, credo insomma che lo Stato abbia ragione, che sia un sacrificio che vale la pena di fare, e il mio senso civico s’inorgoglisce persino. (Sia detto tra parentesi: mia moglie sostiene che il mio senso civico sia più basso rispetto al suo, perché io reagisco con meno zelo alle ingiunzioni della quarantena. Ciò è vero, perché io ci credo ma <em>non fino in fondo</em>, e spiegherò anche da dove sorge questo scetticismo. Anche perché, in me, il senso civico se la deve vedere con il senso anarchico, che sbraita appena il prefetto si avvicina: <em>ni dieu ni maître</em>. L’ontogenesi disubbidiente combatte la filogenesi obbediente.)</p>
<p>Insomma, queste ingiunzioni dallo statuto giuridico e costituzionale non del tutto chiarissime, come non sono chiarissime le cause virali che le suscitano, non possono, in ogni caso, essere prese alla lettera. Ancora una volta, non facciamo, dal basso, da cittadini qualunque, i più prefetti dei prefetti. Prendiamo il caso francese, ossia la quarantena imposta fino a ieri (fino a domenica 1 marzo) agli allievi (e agli insegnanti) provenienti da Lombardia e Veneto, secondo alcuni, dal nord Italia secondo altri. Benissimo. In Francia, dopo due settimane di vacanze scolastiche, il rientro è stato il lunedì 24 febbraio. Quella mattina stessa mia moglie, con mia figlia al seguito, parlava con il preside sulla soglia della scuola, per discutere dell’opportunità o meno d’integrare un’allieva che era stata alcuni giorni a Milano. Il preside, persona molto in gamba e di buon senso, disse: “No, no, che entri pure. Per altro non ci sono state date indicazioni in tal senso”. Ora il principio precauzionale fu, in questo caso, platealmente applicato con un bel giorno di ritardo. Dal governo e dai provveditorati quello stesso pomeriggio intorno alle 15 arrivò l’ingiunzione della quarantena, che quindi sarebbe stata applicata l’indomani, a danno già fatto, a sciagura già avvenuta, con i possibili untori rilasciati per una giornata intera (dalle 8.30 alle 18) in spazi chiusi a seminare bacilli allegramente, tra bambini che si lavano le mani sotto minaccia al massimo a casa, prima di uscire, e quando vi tornano, a fine giornata.</p>
<p>Quindi, insomma, istituzioni? Chiudete la stalla quando i buoi sono scappati, chiudete le scuole agli untori quando già hanno insalivato i loro compagni di scuola? La quarantena, applicata solo dal martedì, valse ovviamente anche per gli insegnanti a rischio contaminazione. Nelle scuole di babbo-Stato. Nelle scuola private, in alcune almeno, ho saputo che le direttive sulla quarantena arrivarono, ben più efficacemente, domenica 23, prima del rientro.</p>
<p>Dico questo non per deridere lo Stato e i suoi prefetti, accusandoli di approssimazione, di pagliacciaggine, ecc. Capisco le difficoltà, l’imprevisto, l’umana esitazione, e quindi l’inevitabile manchevolezza istituzionale. (Non credo né a tolleranze zero né a sicurezze cento.) Capisco anche che è meglio una quarantena zoppicante di un contagio da centometrista. Però, a me cittadino, al mio senso pur civico anche se non fanatico, non me la date interamente da bere. Quindi, dopo aver contattato l’Agenzia Regionale della Sanità, e aver letto, spedite per mail, le raccomandazioni dei soggetti sottoposti alla quarantena, sottolineo mentalmente con lo stabilo boss giallo fluorescente la seguente frase che introduce il testo: “Il s’agit de recommandations de prévention individuelle qui visent à limiter le risque de « chaine de contamination », elles n’ont pas de portée contraignante.” Ora questa frase, che si trova in un testo ufficiale dell’Agenzia della Sanità, meriterebbe, lei sì, se non della filologia filosofica, almeno un po’ di filosofia analitica. Innanzitutto si dice che si tratta di “raccomandazioni” e non di costrizioni, ossia libero il cittadino di seguirle o meno. L’unica costrizione della quarantena, perché può provocare una sanzione sul piano professionale, è quella di non andare a lavorare, come insegnanti, se si viene dal nord Italia. Non riesco neppure a immaginarmi che tipo di sanzione potrebbe essere appioppata al genitore che ha portato la bambina a scuola, tacendo il suo soggiorno lombardo. Cosa fanno: annullano il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’istruzione, e espellono l’allieva per sempre dalle scuole della Repubblica? Impongono ai genitori una multa salatissima? Le mettono un quattro politico per tutto il trimestre?</p>
<p>Ma torniamo, invece, alle semplici raccomandazioni. Vediamo quelle a cui non ho ottemperato: portare la maschera, in casa, e ogni volta che si esce.  E qui apriamo un’altra parentesi: <em>le farmacie e le mascherine</em>. Se voi, in alto, voi istituzioni, voi specialisti, voi farmacie, siete davvero seri, e non fate le buffonate, io posso magari prendervi anche sul serio. Mia moglie, il primo giorno della quarantena, ha girato per ben sei farmacie, senza trovare una sola mascherina da acquistare. E si è chiesta: ma com’è possibile che i farmacisti, in una tale situazione, non abbiano preservato una scorta, un cento mascherine, da fornire esclusivamente ai casi urgenti: persone deboli (anziani, donne in cinta), persone in quarantena. Eh no, troppo facile. Anche perché, ooops!, ce n’eravamo scordati, le mascherine pare che le facciano proprio in Cina. Ma, a proposito, e in Cina? Come è andata con le mascherine? Come scriveva Francesco, l’epidemia è anche il carnevale delle mascherine, della sceneggiata che deve rassicurare, dell’ipocrisia universale. In Cina, lo dice un amico tedesco che insegna a Shangai, le mascherine si dovevano cambiare sei volte al giorno, ma vista la carenza effettiva delle stesse, c’è gente che una sola mascherina se l’è tenuta addosso dall’inizio dell’epidemia. Ma la mascherina rassicura, anche se non si sa più bene chi. <em>Sono i cittadini che devono essere rassicurati dalle ingiunzioni dello Stato o è lo Stato che deve essere rassicurato sul senso civico dei cittadini? </em>Il caso cinese – ma forse anche quello italiano – solleva legittimamente anche questa domanda.</p>
<p>A Shangai, dovunque vai, alle poste o al mercato, ti prendono la temperatura. Ok, tutto sotto controllo. Solo che, dalla posta al mercato, che distano al massimo duecento metri, nel corso dello stesso quarto d’ora, i valori della rilevazione cambiano sensibilmente: dai 36 e 5 della posta ai 37 e 2 del mercato. Insomma, rilevazioni affidabilissime.</p>
<p>Quindi molte di queste raccomandazioni, più o meno costrittive, hanno come funzione quella d’<em>inscenare</em>, di rendere teatralmente visibili, due fenomeni rassicuranti: la gesticolazione statale e lo zelo cittadino. E, attenzione, nonostante lo scetticismo e l’ironia che posso mettere in queste frasi, capisco anche l’utilità della messa in scena. E sono del tutto disposto a stare al gioco, a patto, però, che nessuno cominci a prenderlo <em>troppo alla lettera</em>, sennò finiamo davvero dritti dritti nello stato d’eccezione e nella delazione generalizzata.</p>
<p>Scusate, ma c’è stato un periodo in cui a Parigi, quando uno si sedeva a un bar o a un ristorante, faceva ben attenzione ad avere tra sé e la vetrina un bel palo portante, di modo che se fosse passato sul marciapiede un esagitato terrorista islamico molto armato non fosse proprio lui, l’avventore appena giunto, il primo e più facile bersaglio. Anche in quel caso, si è giocata una partita importante e politica intorno al principio di precauzione: più sicurezza, cari cittadini, o più libertà? E la sicurezza implica anche che a un certo punto ve ne state zitti. Perché non si può affrontare il pericolo grande, in mezzo a un baccano troppo democratico. E quella lì era peggio di un’influenza cattiva quando la incrociavi per strada: altro che mascherine, uno avrebbe dovuto girare per caffè e discoteche con il giubbotto anti-proiettile…</p>
<p>Veniamo ora alla formulazione della frase “ufficiale”, presente nel documento dell’Agenzia della Sanità. Traduco e analizzo: “Si tratta di raccomandazioni di prevenzione individuale che mirano a limitare il rischio di una “catena di contaminazione”, non hanno valore vincolante.” Qui io trovo una certa contraddizione tra “precauzione individuale” e “rischio della catena di contaminazione”. In un caso, mi sembrerebbe di capire, il bersaglio dell’attenzione preventiva sono proprio io, cittadino X, e ne va della mia salute. Nell’altro caso, invece, ci si preoccupa soprattutto della salute altrui. Già, perché di fronte al virus <em>non siamo tutti uguali</em>. Io posso essere giovanissimo, o in ottima salute, e il virus mi fa un po’ un baffo, mi ammalo e guarisco, non ci crepo. Sono invece un anziano signore malato, e rischio la pelle. Quando è iniziato il tam tam mediatico, il mio cervello, egoista senz’altro, ma anche propenso alla ragionevolezza, non si è buttato a capofitto nel tema Coronavirus in lungo e in largo. Ha registrato molto presto sopratutto il numero di morti, e poi con sollievo l’età media di questi morti. Infame, senza cuore, sciacallo: si dirà. Te ne fotti degli anziani. Non è questo, scusate. Arrivano fiumi di trasmissioni e di titoli, a scampanellare che stavolta è quella buona, ci restiamo tutti quanti, se non facciamo il salto mortale carpiato ritornato. Permettete che inizi a misurare la distanza tra me e il pericolo. Salto giù dalla finestra del terzo piano se la casa è tutta in fiamme, ma se sta bruciando il tetto permettete che prenda le scale. Tutto qui. Su faccende come queste si agisce sull’istinto atavico della specie, sulle paure primordiali. Quindi innanzitutto facciamo la tara delle paure, e vediamo chi è più esposto al pericolo: mia figlia, io, o i nonni di mia figlia? Non è mica la stessa faccenda. Allora fatemi il piacere, con la raccomandazione di misurare la temperatura due volte al giorno. Io me la sono misurata una volta sola il primo giorno della quarantena, con un termometro vecchio stile, per nulla elettronico, e dopo che è venuto fuori che avevo 36 e 2, mi sono del tutto disinteressato della cosa. Insomma, ho cercato di sistemare, per quanto mi riguardava, la fifa al posto giusto, almeno credo, almeno per le informazioni che avevo avuto fino ad allora. Non temo di morire, non temo granché di essere contaminato, ma mi rendo conto che c’è il rischio che possa contaminare altre persone, e soprattutto persone anziane o fragili di salute.</p>
<p>Sabato mattina sono andato alla base nautica, per il mio corso di kayak. Mi sono detto, girerò al largo dai compagni di corso, farò un’entrata e fuga nello spogliatoio solo per posare il mio zaino, e me ne andrò sulla Marna per i fatti miei. Una volta arrivato, però, mi son trovato di fronte il prof e alcuni partecipanti al corso. Stando a debita distanza, ho spiegato che stavo finendo la quarantena, ma che ero ancora al confino per essere stato a Milano. Non ho stretto mani e sbaciucchiato donne. E ho scoperto che i kayakisti (gli sportivi?) sono meno fifoni della media (o più irresponsabili). Han fatto qualche battuta, e ho poi integrato il gruppo per tutta la mattinata. Certo, il kayak è un’imbarcazione individuale, inoltre si tratta di uno sport a rischio, e con la Marna così impetuosa alle raccomandazioni sul virus fai precedere la cautele per non finire rovesciato in acqua, magari con il kayak incastrato tra i rami, e la testa all’in giù. Comunque mi ha commosso una collega, che pagaiando davanti a me, nello stretto corridoio controcorrente, mi ha chiesto: “Ma quindi, se sei in quarantena, vuol dire che sei malato, che hai preso il virus?”. Lei non si sarebbe neppure troppo turbata a vedermi in kayak in mezzo a loro in pieno stato influenzale da coronavirus. L’ho almeno su questo rassicurata, dicendogli che in quarantena ci vanno quelli sani, e all’ospedale i malati. Era un modo per semplificare le cose, e farmi capire al volo. Ma vedete bene l’ironia della situazione. I sani in quarantena e i malati all’ospedale.</p>
<p>Per concludere. È venuto per me il momento di leggere un libro, che ho capito da tempo sarebbe stata una lettura, tra quelle saggistiche, cruciale. Si tratta di Hans Rosling, con Ola Rosling e Anna Rosling Ronnlund, <em>Factfulness</em>, tradotto da Rizzoli nel 2018. Io l’ho appena cominciato, ma già ve lo consiglio largamente. Potete lasciar perdere Agamben, ma io non sarei così impaziente nel liquidare le sue ubbie su sicurezza &amp; libertà. Chiudo con una citazione dal libro di Rosling.</p>
<p>“Ecco un paio di titoli che non supererebbero il direttore di un giornale, perché avrebbero poca probabilità di superare il filtro [dell’attenzione del lettore medio]: ‘CONTINUA LA GRADUALE DIMINUZIONE DEI CASI DI MALARIA’, ‘IERI I METEOROLOGI HANNO AZZECCATO LE PREVISIONI: OGGI BEL TEMPO A LONDRA’. Ed ecco alcuni argomenti che sfondano facilmente la barriera del filtro: terremoti, guerre, rifugiati, malattie, incendi, inondazioni, attacchi di squali, attentati terroristici. Questi eventi insoliti fanno più notizia di quelli ordinari, e gli episodi eccezionali di cui i media ci tempestano imprimono immagini nella nostra mente. Se non prestiamo estrema attenzione, ci convinciamo che l’insolito sia solito, che il mondo funzioni così.”</p>
<p>Detto questo, Rosling aggiunge: “Questo fenomeno [attirare l’attenzione, sollecitando l’istinto atavico della paura] è imputabile non tanto alla ‘logica mediatica’ dei produttori quanto alla ‘logica dell’attenzione’ nella testa dei consumatori.”</p>
<p>Ecco, adesso il lavoro sul virus, sulla sua natura, sui suoi vaccini possibili, lasciamolo certo fare ai virologi, e il lavoro di precauzione sanitaria lasciamolo fare alle istituzioni, ma senza dimenticare che, da cittadini di un mondo relativamente sicuro*, abbiamo un lavoro da fare anche sulle nostre paure, perché – citando ancora Rosling – “Il pensiero critico è sempre difficile, ma è quasi impossibile quando siamo spaventati. Non c’è posto per i fatti, quando la mente è invasa dal terrore.”</p>
<p>Quanto alla quarantena, dovrebbe essere una misura precauzionale da diffondere, e da rendere stabile, almeno una volta all’anno, in ogni ambito lavorativo ed educativo, per ragioni non di incolumità fisica, ma di pulizia mentale e di equilibrio affettivo. Insomma, anche senza mascherine e termometri, la auguro a tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Un mondo relativamente sicuro è quello dove si costruisce un buon numero di ospedali, in rapporto con il numero di persone che potrebbero averne bisogno, e dove non se ne chiudono, per risparmiare sul bilancio, se invece già esistono e funzionano.</p>
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		<title>Internauti &#8211; day one</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2020 13:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani &#38; Andrea Inglese [Ieri cominciava il nostro primo giorno di quarantena in Francia, in quanto sospetti di aver passato la frontiera dall&#8217;Italia con il Covid-19 in corpo. Naturalmente è una quarantena dal lavoro, essendo noi insegnanti, ma purtroppo non di 40 ma di soli 14 giorni. In ogni caso, ognuno da casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Forlani</strong> &amp;<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-83152 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/eternauta-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></p>
<p><em>[Ieri cominciava il nostro primo giorno di quarantena in Francia, in quanto sospetti di aver passato la frontiera dall&#8217;Italia con il Covid-19 in corpo. Naturalmente è una quarantena dal lavoro, essendo noi insegnanti, ma purtroppo non di 40 ma di soli 14 giorni. In ogni caso, ognuno da casa propria, vi manderemo stralci del nostro giornale di bordo di espatriati al confino. FF e AI]</em></p>
<p><span id="more-83143"></span></p>
<p><em>1. Rêveries<br />
</em></p>
<p><strong>effeffe</strong></p>

<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/debussy-reverie.mp3'>debussy-reverie</a>

<p>Passo da casa alla città con una leggera distrazione che mi fa dimenticare quasi le chiavi di casa dentro. Spengo la luce e dalla penombra della scala mi ritrovo a contare di nuovo le luci dell’enorme palazzo di Place d’Italie che domina il quartiere e ogni volta mi chiedo se siano le stesse finestre sveglie o cambiano a seconda dei giorni. Per arrivare a Garges-lès-Gonesse mi ci vogliono cinquantasei minuti. Linea sette fino a Poissonnière, a piedi fino alla Gare du Nord e poi la RER D per giungere alla stazione e in conclusione prendere un autobus che mi lascia fuori scuola.</p>
<p>Mi accendo una sigaretta contemplando il nulla, seppure caotico, che mi accoglie all’arrivo alla stazione e mentre sto per fare un tiro alla seconda sigaretta del giorno ricevo una telefonata. È l’altra scuola, quella di Val d’Argenteuil in cui ho lezione nel pomeriggio. Abbiamo programmato da settimane un atelier pizza con i piccoli della <em>6ème</em> per fare &#8220;propaganda Italia&#8221; e dare manforte alle iscrizioni in italiano dei ragazzi per l’anno prossimo, quando in quinta cominceranno i corsi di lingua in opzione. Rispondo convinto che sia proprio quello il motivo della telefonata. Un problema con gli ingredienti? Forse i due tipi di farina che avevo messo nella lista della spesa trasmessa alla responsabile amministrativa. O allora i grembiuli usa e getta? I guanti? Le cuffie? Tutto l’armamentario che trasforma cuochi provetti in astronauti o in poliziotti della scientifica modello <em>Cassandra Crossing</em> ma prima ancora che l’immagine si componga in una mappa mentale, dall’altro capo del telefono, la voce amica di Claire mi dice:</p>
<p>&#8211; Francesco, oggi e per i giorni a venire sei dispensato dal fare lezione. Essendo stato in vacanza in Italia del Nord, secondo la circolare che abbiamo ricevuto, dovrai restare in quarantena, misurarti due volte al giorno la temperatura e in caso di sintomi acclamati – mi parte un colpo di tosse perché il fumo mi è andato di traverso- dovrai chiamare il numero verde che ti mando e seguire tutta la procedura.</p>
<p>In francese esiste una sola espressione che sia in grado di contenere meraviglia, stupore, sgomento: <em>ah bon.</em> E lo dico. Lei aggiunge che gli altri due istituti in cui presto servizio sono al corrente ma che sarebbe stato meglio contattarli.</p>
<p>Chiamo il vicepreside della scuola da cui mi separano solo dieci minuti, a quel punto, di autobus – il 133, proprio quello in cui sfidando le leggi della fisica ogni volta ben quattro passeggini si parcheggiano nella parte centrale. Lui mi conferma la cosa e io mi limito a dire che rimango a disposizione per tutto. E ora?</p>
<p>Ritorno sui miei passi e quasi in mood pilota automatico riprendo la RER fino a Chatelet per poi, con la linea 1, raggiungere Patrizia e Fortunato alla Tour de Babel. Mi ritrovo alla libreria con almeno due ore d’anticipo rispetto all’apertura e decido di sedermi nella <em>terrasse</em> del Boucheron che è giusto di fronte. Ordino un caffè, troppo presto per un Calvados, e mentre lo sorseggio mi colpisce la lenta ripresa della luce e delle persone all’altezza di St.Paul. Quella luce io non la conosco, ovvero non la conoscevo da un po’ visto che in settimana esco con il buio e rientro con lo stesso compagno e mi sento, d&#8217;un tratto, come uno studentello che avesse fatto filone a scuola e che si guardasse lo spettacolo del mondo in prima fila avendo tutta una spiaggia davanti a sé e un mare di tempo in cui annegare le cose che si sarebbero fatte e che invece, da circolare, mi viene impedito di fare.</p>
<p>Racconto tutto agli amici ritrovati e per un’oretta me ne sto in libreria pensando a come e a cosa fare di tutta quella libertà tanto insperata quanto assoluta. Cosa fare di questi giorni a venire? Un corso di yoga, di pesca con lenza lunga in lago largo, uno di tango, organizzare l’intervista con Michel Houellebecq, chiamare Andrea ed è questo che faccio. Anche lui è stato appiedato, gentilmente, non come una collega sentita poco dopo che raccontava di una telefonata assassina di una preside che furiosa l’accusava di aver messo a repentaglio la sicurezza di 1500 allievi nella sua scuola e che non avrebbe mai messo più piede in aula. Più, no, solo il tempo di passare la quarantena, le due settimane, come da circolare. I miei tre presidi sono stati invece comprensivi ultra gentili quasi imbarazzati dal mio senso di colpa per avere il giorno prima fatto lezione nelle classi come se niente fosse. Colpo di tosse, da fumatore. Perché poi di niente si tratta. Per il momento. Nessun sintomo ma solo precauzione. E intanto penso. Perché quella strana euforia al momento della telefonata? Perché quella felicità smisurata? Ero davvero tanto infelice poco prima?</p>
<p>Decido dopo consultazione con Patrizia e Fortunato, di rispettare il protocollo e dare il via al mio primo giorno da internauta. È una questione di responsabilità sostenibile. Casa. E un oceano di tempo in cui appoggiare quel fragile naviglio che si chiama desiderio, con il termometro a portata di mano, per misurare la temperatura due volte al giorno, come da circolare.</p>
<p><strong>*</strong></p>

<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/2Fischia-il-vento.mp3'>2Fischia il vento</a>

<p><em>2. Piccola meditazione sulla pandemia, ossia la rivoluzione per interposto virus</em></p>
<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono dispensato dal lavoro d’insegnante, mia figlia è dispensata dall’obbligo di istruirsi, per precauzione, perché potremmo essere contagiosi, essendo stati a Milano qualche giorno durante la seconda settimana di febbraio, e ora in Francia hanno stabilito delle misure abbastanza severe nei confronti non solo di chi viene dalla Cina, ma anche dalla vicinissima Italia. Potrei essere portatore di virus, potrei esser stato contagiato, come anche mia figlia, ma non provo la minima inquietudine, e se fosse per me, per il mio sentimento interno, con totale e delittuosa irresponsabilità, me ne andrei in giro con FF (alias Francesco Forlani), dal momento che anche lui gode della dispensa statale, e per quattordici giorni può farsi delle <em>grasses matinées</em>, come le chiamano i francesi, ossia quelle magnifiche mattinate, dove ci si sveglia senza trilli, dove s’indugia sotto il piumone, ripercorrendo con calma i resti ancora nitidi del sogno notturno, soprattutto se era un sogno erotico, di quelli particolarmente ignominiosi, fraudolenti, extraconiugali. Invece il mondo circostante, all’unisono, ci mette al passo: pochi grilli per la testa, restatevene davvero in casa, uscite il meno possibile, fate vita monacale. Allora, se devo fare il monaco, mi concedo un po’ di meditazione, fosse pure improvvisata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La faccenda del Coronavirus è da seguire con attenzione. Bella scoperta, direte voi, ne va della nostra vita. Vero. Ma ne va anche della nostra mente, della nostra competenza emotiva, si potrebbe persino dire. E ne va anche, soprattutto, delle nostre istituzioni, del rapporto tra sicurezza e libertà, tra democrazia e autorità. Io partirei da una domanda poco pertinente: siamo sicuri che non ci piaccia avere paura? Proviamo a fare molta attenzione, nei media, allo slittamento che in questi giorni si continua a fare – non sempre, certo – tra epidemia e pandemia. Intendo dire che si parla, a volte, della pandemia come se già ci fosse, e non come un rischio. Può capitare, soprattutto nella foga del discorso. Foga appunto. Diciamo che l’idea della pandemia in realtà ha un grande potere seduttore sui nostri animi. Che sono animi “storici” ovviamente. Il mondo va molto male, non cessiamo di ripetercelo. L’Occidente è malmesso. Quando è populista, irragionevole, prepotente, avido, come nelle politiche e nelle vociferazioni di Trump, mantiene una sua innegabile potenza di fuoco, ma è odioso, manifesta un volto di cui non ci si può non vergognare. Quando, invece, l’Occidente è democratico, cioè dibatte, discute, sciopera, manifesta, è debole, inaffidabile, caotico. Tipo la Francia, sotto Macron, con i gilet gialli, gli scioperi a non più finire, le manifestazioni a pioggia. Va bè, ma si sapeva. Quelli poi che sono ammirevoli sul piano produttivo, economico, tecnologico, quelli con la bella crescita, sono poco sensibili ai diritti dei cittadini, li trattano invece che con i guanti col temibile pugno di ferro. Vedi i governanti cinesi. Poi c’è il pianeta, che è o in fiamme, o fonde a vista d’occhio. Quando uno si stufa di piangere la sparizione degli insetti e dei rapaci, basta che guardi quel che accade agli uomini. Non è che abbiamo smesso di ammazzarci massivamente, o di torturarci, o di lasciarci morire di fame e sete. Chi passasse qualche ora senza ricordarsi di tutto ciò è perché ha lo smartphone scarico o sta giocando a Candy Crush.</p>
<p>Diciamo che, anche a livello individuale, quando le cose stanno andando male in un certo particolare momento, le persone tendono a vedere nero. Non è una visione oggettiva delle cose, ma è in genere ben motivata, e soprattutto ha dei possibili effetti nefasti: la profezia negativa che si autoavvera. Io sento nell’aria da un po’ di tempo (un po’ di anni), questo particolare gusto per la catastrofe, per il grande spavento, per farsela addosso. Spia di questa sete di paura è il funzionamento dei media. Forse stiamo diventando dei tossici della fifa. Ne abbiamo bisogno in dosi sempre maggiori. La perdita di controllo ci affascina enormemente. Forse è per quello che la gente corre nei supermercati, perché vuole finalmente, almeno in quel contesto preciso, <em>perdere il controllo</em>. Mantenere il controllo su di sé, sugli altri, sul mondo, è una fatica tremenda, e può avere conseguenze devastanti sul nostro equilibrio, sulle nostre fragili possibilità di essere, malgrado tutto, felici nel 2020. Se una catastrofe è in arrivo, allora perché preoccuparmi di perdere il lavoro, di pagare il mutuo, di fare le cure necessarie, di essere uno stronzo, o un perdente, o un povero cristo? Saltiamo sul carro del Titanic che affonda! Mica son tutti così prevedibili e conformisti da saltare su carri che vincono. La pandemia vuol dire anche che tutto si blocca. Se già con l’epidemia succede questo, figurarsi con la pandemia. L’idea che tutto finalmente si blocchi ha sempre in sé qualcosa di millenaristico e rivoluzionario. La pandemia è una rivoluzione delegata a dei microorganismi, con le persone autonome e deliberanti in veste di figuranti, di pure comparse, che non devono impegnarsi un granché. I più virtuosi se ne stanno immobili davanti ad un lavello a lavarsi le mani, i più viziosi starnutano e sputazzano in mezzo a torme radunate o in movimento. La pandemia è un bella rivoluzione – non una festa di gala –, ma senza la noiosa assunzione di responsabilità.</p>
<p>Naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia. In questo caso, però, non si tifa più inconsciamente per la pandemia, per la perdita di controllo, ma si tifa per un ritorno veramente serio, veramente professionale, con tutto l’armamentario statale in appoggio, dai poliziotti ai furgoni blindati, del <em>controllo totale</em>. Tranquilli, però, controlliamo tutto e tutti per precauzione, il pericolo è nuovo, è strano, è minaccioso. Non è bello affidarsi, finalmente, a babbo-Stato, che ci dice per filo e per segno quel che dobbiamo o non dobbiamo fare? Pensavamo che i corpi ci appartenessero, che ognuno si gestisse il suo, con movimenti certo anche involontari, ma globalmente lo portiamo a spasso a nostro piacimento, il sacco di carne. Invece il sacco di carne non è mica così nostro, tanto è vero che ci s’installa dentro il virus, e non siamo più noi a portarlo in giro, ma è lui che ci porta in giro, per diffondersi a suo piacimento. Quindi ci deve pensare lo Stato al virus, che forse è in noi, che forse ci salta addosso. Dove vorremmo, inconsapevolmente, che babbo-Stato piazzi il cursore? Precauzione sì ma <em>cum grano salis</em>, oppure meglio abbondare nella precauzione? Chiudere le frontiere, sbarrare i porti, azzerare i voli, tagliare ponti, bloccare la rete viaria? Si giocano due partite, ora, a livello simbolico. La ragione economica, che regna di solito incontrastata, esige malgrado tutto une certa dose di liberalità e pertinenza: affinché il commercio giri, è bene non lasciarsi infervorare troppo dalla pulsione di controllo totale e militaresco, altrimenti prima di morire di questa nuova influenza ci strangoliamo da soli, senza neppure l’obiettivo nobile e intelligente di una decrescita sociale ed ecologica, ossia andiamo semplicemente a capofitto verso la bancarotta mondiale. L’altra partita consiste invece nel giocare tutti, anche noi occidentali e democratici, di solito più rispettosi dei cittadini, al pugno di ferro alla cinese, e senza neppure l’efficacia di quel pugno, giusto per il gusto di dirigere e di essere diretti come si deve, come ai bei tempi, come si faceva in Europa ai tempi delle camicie tutte uguali, dai toni un po’ tristi. Anche questo è un sogno, che può essere fatto al riparo dal grande principio precauzionale.</p>
<p>Insomma, più che il calcio, più che le pop star, oggi sono i rischi di pandemia che veramente ci fanno sognare volenti o nolenti, consapevoli o ipnotizzati. Nel frattempo, magari, impariamo anche qualche rudimento di biologia molecolare, mentre interveniamo dottamente su Facebook.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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		<title>Avviso agli studenti / 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 15:01:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem Avviso agli studenti, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma). di Raoul Vaneigem L’essere umano deve potere tutto, e non dovere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem</em> Avviso agli studenti<em>, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma).</em></p>
<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
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<p><span><em></p>
<p style="text-align: right;">L’essere umano deve potere tutto, e non dovere niente.</p>
<p style="text-align: right;">Non c’erano che poche cose, in effetti, di cui non si credeva capace.</p>
<p style="text-align: right;">Non contava che tutto quello che faceva gli riuscisse: spesso non gli riusciva.</p>
<p style="text-align: right;">Ma lo poteva lo stesso.</p>
<p style="text-align: right;">
<div><strong></strong></div>
<p> </p>
<p> 
</p>
<p style="text-align: right;">Georg Groddeck</p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l&#8217;ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.</p>
<p>Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell&#8217;infanzia l’apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono &#8211; e che restano in diversa misura &#8211; il recinto familiare, l&#8217;officina o l&#8217;ufficio, l&#8217;istituzione militare, la clinica, le carceri.<span id="more-10242"></span></p>
<p>La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l&#8217;apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti.</p>
<p>L&#8217;impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l&#8217;animale sia redditizio?</p>
<p>Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi!</p>
<p>Ecco quattro muri. lì consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obbietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l&#8217;esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un&#8217;acrimonia e un malessere crescenti?</p>
<p><strong>Una scuola dove la vita si annoia insegna solo la barbarie</strong></p>
<p>Il mondo è cambiato più in trent’anni che in tremila. Mai &#8211; perlomeno nell&#8217;Europa occidentale &#8211; la sensibilità dei ragazzi ha tanto deviato dai vecchi istinti predatori che fecero dell&#8217;animale umano la più feroce e la più distruttrice delle specie terrestri.</p>
<p>Eppure, l&#8217;intelligenza resta fossilizzata, quasi impotente a percepire la mutazione che si opera sotto i nostri occhi. Una mutazione paragonabile all&#8217;invenzione dell&#8217;utensile, che produsse un tempo il lavoro di sfruttamento della natura e generò una società composta di padroni e di schiavi. Una mutazione in cui si rivela la vera specificità umana: non la produzione di una sopravvivenza sottomessa agli imperativi di un&#8217;economia lucrativa, ma la creazione di un ambiente favorevole a una vita più intensa e più ricca.</p>
<p>Il nostro sistema educativo si inorgoglisce a ragione di aver risposto con efficacia alle esigenze di una società patriacale un tempo onnipotente, tenendo conto di un solo dettaglio: che una tale gloria è al contempo ripugnante e superata.</p>
<p>Su cosa poggiava il potere patriarcale, la tirannia del padre, la potenza del maschio? Su una struttura gerarchica, il culto del capo, il disprezzo della donna, la devastazione della natura, lo stupro e la violenza oppressiva. Questo potere, la storia lo abbandona ormai in uno stato di avanzata decomposizione: nella comunità europea, i regimi dittatoriali sono scomparsi, l&#8217;esercito e la polizia virano all&#8217;assistenza sociale, lo Stato si dissolve nelle acque torbide degli affari e l&#8217;assolutismo paternalistico non è altro che un ricordo di marionette.</p>
<p>Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell&#8217;astrazione, la cui etimologia &#8211; abstrahere, tirar fuori da -esprime bene l&#8217;esilio da sè, la separazione dalla vita.</p>
<p>Finalmente agonizza quella società in cui si entrava vivi solo per imparare a morire. La vita riprende i suoi diritti timidamente come se, per la prima volta nella storia, essa si ispirasse ad un&#8217;eterna primavera anziché mortificarsi di un inverno senza fine.</p>
<p>Odiosa ieri, la scuola oggi è soltanto ridicola. Essa funzionava implacabilmente secondo i meccanismi di un ordine che si credeva immutabile. La sua perfezione meccanica tetanizzava l&#8217;esuberanza, la curiosità, la generosità degli adolescenti per meglio integrarli nei cassetti di un armadio che l&#8217;usura del lavoro trasformava a poco a poco in bara. Il potere delle cose usciva vincitore sul desiderio degli esseri.</p>
<p>La logica di un&#8217;economia allora fiorente era irrefrenabile, come lo sgranarsi delle ore della sopravvivenza che suonano con costanza a raccolta verso la morte. La potenza dei pregiudizi, la forza d&#8217;inerzia, la rassegnazione abitudinaria esercitavano così comunemente la loro presa sull&#8217;insieme dei cittadini che ad eccezione di qualche renitente, amante dell&#8217;indipendenza, la maggior parte delle persone trovava il proprio tornaconto nella miserabile speranza di una promozione sociale e di una carriera garantita fino alla pensione.</p>
<p>Non mancavano dunque delle eccellenti ragioni per spingere il ragazzo sulla retta via della convenienza, perché rimettersi ciecamente all&#8217;autorità professorale offriva all&#8217;impetratore gli allori di una ricompensa suprema: la certezza di un lavoro e di un salario.</p>
<p>I pedagoghi dissertavano sul fallimento scolastico senza preoccuparsi dello scacchiere su cui si tramava l&#8217;esistenza quotidiana, giocata ad ogni passo nell&#8217;angoscia del merito e del demerito, della perdita e del profitto, dell&#8217;onore e del disonore. Una costernante banalità regnava nelle idee e nei comportamenti: c&#8217;erano i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, i furbi e gli imbecilli, i fortunati e gli sfortunati.</p>
<p>Certo la prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio a guadagnare il denaro del mese non era atta ad esaltare i sogni di felicità e di armonia che l&#8217;infanzia nutriva, Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati di un destino che avrebbero desiderato più generoso. Delusi e istruiti dalle lezioni dell&#8217;amarezza non trovavano, nella maggior parte dei casi, altra scappatoia al loro risentimento che dispute assurde, sostenute dalle migliori ragioni del mondo. I conflitti religiosi, politici, ideologici procuravano loro l&#8217;alibi di una Causa &#8211; come dicevano pomposamente &#8211; che nascondeva loro di fatto la triste violenza del male di sopravvivere di cui soffrivano. Così la loro esistenza scorreva nell&#8217;ombra ghiacciata di una vita assente. Ma quando l&#8217;aria è ammorbata, gli appestati dettano legge. Per inumani che fossero i principi dispotici che reggevano l&#8217;insegnamento e inculcavano ai ragazzi le sanguinose vanità dell&#8217;età adulta -quelli che Jean Vigo beffeggia nel suo film Zero in condotta -, partecipavano della coerenza di un sistema preponderante, rispondevano alle ingiunzioni di una società che non si riconosceva altro motore principale se non il potere e il profitto.</p>
<p>Ma oramai, anche se l&#8217;educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, la coerenza è scomparsa: c&#8217;è sempre meno da, guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi.</p>
<p>L&#8217;insopportabile predominanza degli interessi finanziari sul desiderio di vivere non riesce più a ingannare. Il tintinnio quotidiano dell&#8217;esca del guadagno risuona assurdamente nella misura in cui il denaro si svaluta, che un fallimento comune livella capitalismo di Stato e capitalismo privato, e che scivolano verso la fogna del passato i valori patriarcali del padrone e dello schiavo, le ideologie di destra e di sinistra, il collettivismo e il liberalismo, tutto ciò che si è edificato sullo stupro della natura terrestre e della natura umana in nome della sacrosanta merce.</p>
<p>Un nuovo stile sta nascendo, dissimulato soltanto dall&#8217;ombra di un colosso i cui piedi di argilla hanno già ceduto. La scuola rimane confinata nella penombra del vecchio mondo che sprofonda.</p>
<p>Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda.</p>
<p>Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano &#8211; e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi &#8211; professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?</p>
<p>La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l&#8217;usura programmata dei loro materiali di paccottiglia.</p>
<p>In secondo luogo, perché l&#8217;istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell&#8217;immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell&#8217;odio, dell&#8217;esclusione, dell&#8217;ignoranza, dà anche garanzie a quell&#8217;immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere.</p>
<p>La scuola è al centro di una zona di turbolenza dove gli anni giovanili rovinano nella tetraggine, dove la nevrosi coniugata dell&#8217;insegnante e dell&#8217;insegnato imprime il suo movimento al bilanciere della rassegnazione e della rivolta, della frustrazione e della rabbia. Essa è anche il luogo privilegiato di una rinascita. Porta in gestazione la coscienza che è al centro della nostra epoca: assicurare la priorità di ciò che vive sull&#8217;economia di sopravvivenza.</p>
<p>Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno: la risoluzione di cancellare la noia sotto il rigoglio di un paesaggio in cui la volontà di essere felici bandirà le fabbriche inquinanti, l&#8217;agricoltura intensiva, le prigioni di ogni genere, i laboratori di affari sospetti, i depositi di prodotti sofisticati, e quelle cattedre di verità politiche, burocratiche, ecclesiastiche che chiamano lo spirito a meccanizzare il corpo e lo condannano a claudicare nell&#8217;inumano.</p>
<p>Stimolato dalle speranze della Rivoluzione, Saint-Just scriveva: &#8220;La felicità è un&#8217;idea nuova in Europa.&#8221; Ci sono voluti due secoli perché l&#8217;idea, cedendo al desiderio, esigesse la sua realizzazione individuale e collettiva.</p>
<p>Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all&#8217;incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l&#8217;armonia. Perché l&#8217;esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l’hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti.</p>
<p>Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.</p>
<p>E&#8217; tempo che il <em>memento vivere</em> prenda il posto del <em>memento mori</em> che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.</p>
<p>Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c&#8217;era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boys caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all&#8217;infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!</p>
<p>Per spezzare l&#8217;oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l&#8217;ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell&#8217;amore, della conoscenza, dell&#8217;avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua &#8220;linea di cuore&#8221; inaugura ad ogni istante.</p>
<p>La società nuova comincia dove comincia l&#8217;apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell&#8217;animale, regni da cui l&#8217;uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull&#8217;autenticità, non sull&#8217;apparire; sull&#8217;esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell&#8217;obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza. Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.</p>
<p>Una donna che ha la sfortuna di abitare un paese incancrenito dalla barbarie e dall&#8217;oscurantismo scriveva: &#8220;In Algeria si insegna al bambino a lavare un morto, io voglio insegnargli i gesti dell&#8217;amore.&#8221; Senza scadere in tanta morbosità, il nostro insegnamento, sotto la sua apparente eleganza, troppo spesso, non è stato che un abbigliamento dei morti. Si tratta ora di ritrovare fin nelle formulazioni del sapere i gesti dell&#8217;amore: la chiave della conoscenza è la chiave della libertà dove l&#8217;affetto è offerto senza riserve.</p>
<p>Che l&#8217;infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l&#8217;insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.</p>
<p>Guardatevi tuttavia dall&#8217;attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l&#8217;interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l&#8217;educazione deve avere per scopo l&#8217;autonomia, l&#8217;indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.</p>
<p>Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l&#8217;arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione, incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.</p>
<p>La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.</p>
<p>Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell&#8217;amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita dove la vita si trova e si cerca senza fine &#8211; dall&#8217;arte di amare fino alle matematiche speculative &#8211; non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitano.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* Nel testo <em>école buissonnière. Faire l&#8217;école buissonière</em> significa marinare la scuola, ma nel contesto significa una struttura di apprendimento senza rigidità, aperta alla vita.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></span></p>
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		<title>Vsevolod Ėmil&#8217;evič Mejerchol&#8217;d [28 gennaio 1874 &#8211; 2 febbraio 1940(?)]: LA MORTE È MEGLIO DI TUTTO QUESTO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 15:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto "attacco psicologico", l'una e l'altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/mejerchold.gif" border="6" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-9986-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3?_=3" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3</a></audio>
</div>
<p></center></p>
<p align="center"><strong><small>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975]<br />
Piccola Polka<br />
da Suite per orchestra jazz n. 1 op. 38b [1934]</small></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong><br />
<strong><em>2 gennaio 1940</em></strong>
</p>
<p style="padding-left: 90px">Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto &#8220;attacco psicologico&#8221;, l&#8217;una e l&#8217;altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici. I miei tessuti nervosi si dimostrarono vicinissimi al rivestimento cutaneo e la pelle si dimostrò delicata e sensibile come quella di un bambino; gli occhi furono capaci (dato il dolore fisico e il dolore morale per me intollerabile) di versare lacrime a fiotti. Mentre ero disteso sul pavimento a faccia in giù, scoprivo in me la capacità di dimenarmi e di contorcermi e di strillare come un cane bastonato dal suo padrone. Il secondino, che una volta mi conduceva indietro da un simile interrogatorio, mi chiese: &#8220;Non avrai mica la malaria?&#8221; tanto il mio corpo dimostrava la capacità di essere preso da un tremito nervoso. Quando mi sdraiai sulla branda e mi addormentai per andare poi di nuovo dopo un&#8217;ora a un interrogatorio che prima era durato 18 ore, mi svegliai, destato dal mio gemito e dal fatto che sobbalzavo sul letto come fanno i malati in delirio. La paura provoca il terrore, e il terrore spinge all&#8217;autodifesa. &#8220;La morte (o, certo!), la morte è meglio di tutto questo!&#8221;, dice tra se l&#8217;inquisito. Lo dissi tra me anch&#8217;io. E cominciai ad autoaccusarmi nella speranza che così facendo sarei finito al patibolo. E così è successo che sull&#8217;ultimo foglio dell'&#8221;incartamento&#8221; n. 537 sono apparse le terribili cifre dei paragrafi del codice criminale: 58, i punti 1a e 2. Vjaceslav Michajlovic [Molotov]! Lei conosce i miei difetti (ricorda che un giorno mi disse: &#8220;Lei cerca sempre di fare l&#8217;originale?!&#8221;), e chi conosce i difetti di un altro lo conosce meglio di chi ne ammira le virtù. Mi dica: può Lei credere che io sia un traditore della patria (un nemico del popolo), che io sia una spia, un membro di un&#8217;organizzazione trozkista di destra, un controrivoluzionario, che nella mia arte abbia fatto propaganda al trozkismo, che nel teatro abbia svolto (consapevolmente) un&#8217;attività ostile per minare le basi dell&#8217;arte sovietica? Tutto ciò è presente nell&#8217;incartamento n.537. Così come la parola &#8220;formalista&#8221; (nel campo dell&#8217;arte) divenne sinonimo di &#8220;trozkista&#8221;. Nell&#8217;incartamento n. 537 sono presenti i trozkisti: io, Il&#8217;ja Ehrenburg, Boris Pasternak, Jurij Oleša (quest&#8217;ultimo è pure terrorista), Šostakovic, Šebalin, Ochlopkov e così via.</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Nota dal 2 gennaio 1940</strong></p>
<p style="padding-left: 90px;">Qui mi hanno picchiato &#8211; un vecchio malato di sessantasei anni. Mi mettevano con la faccia in giù, picchiavano con un cordone di gomma sui talloni e sulla schiena; quando io stavo seduto sulla sedia, con la stessa gomma mi picchiavano sulle gambe (dall&#8217;alto, con molta forza) e ancora dalle ginocchia fino alle parti superiori. Nei giorni successivi, quando queste parti del corpo erano invase dall&#8217;ampia emorragia interna, ancora picchiavano su queste ecchimosi con lo stesso cordone, e il dolore era tale, che, sembrava, che sulle parti ferite e sensibili delle gambe versassero l&#8217;acqua bollente (ed io urlavo e piangevo dal dolore). Mi hanno picchiato con questo cordone sulla schiena, sul viso, con slancio dall&#8217;alto…</p>
<p>&nbsp;<br />
<em><strong>13 gennaio 1940<br />
Prigione di Butyrka</strong></em></p>
<p style="padding-left: 90px;">Il fatto, che io non abbia resistito, dopo aver perso qualsiasi autocontrollo, trovandomi nello stato di coscienza annebbiata, è stato rinforzato da un&#8217;altra causa terribile: immediatamente dopo l&#8217;arresto (20 giugno 1939) di me si è impossessata un&#8217;idea fissa che mi ha immerso nella peggiore depressione e cioè &#8220;vuol dire che alla causa serve così&#8221;. Comincia a convincermi che al Governo è sembrato che la punizione già applicata nei miei confronti (come la chiusura del teatro, lo scioglimento del collettivo, la requisizione dell&#8217;edificio che si stava costruendo, secondo il mio progetto, della nuova sede del teatro sulla piazza Majakovskij), la punizione, dovuta ai miei peccati denunciati dalla tribuna della Prima Sessione del Soviet Supremo, sia insufficiente, e che quindi io debba sopportare un&#8217;altra punizione, quella che adesso mi stanno applicando gli organi della NKVD. &#8220;Vuol dire che alla causa serve così&#8221; continuavo a ripetermi e di conseguenza il mio &#8220;io&#8221; si è spaccato in due persone. La prima si mise a cercare i delitti della seconda e quando non li trovava, si decise di inventarli. L&#8217;inquirente risultò un aiutante esperto ed efficiente in questa ricerca, e noi iniziammo a inventarli insieme, uniti… L&#8217;inquirente continuava a ripetere in modo minaccioso: &#8220;se non scriverai (il che significa inventare!), ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte soltanto la testa e la mano destra, tutto il resto lo trasformeremo in un pezzo di corpo informe, dilaniato, insanguinato&#8221;. Io ho firmato tutto fino al 16 novembre 1939. Io rifiuto queste deposizioni in quanto mi sono state estorte, e scongiuro Lei, Capo del Governo, mi salvi, mi restituisca la libertà. Amo la mia patria e ad essa darò tutte le mie energie degli ultimi anni della mia vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Vsevolod Mejerchold</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>[ Traduzione di <strong>Clara Strada Janovic</strong>, &#8220;<em>Corriere della sera</em>&#8220;, 11 giugno 1998, ripreso dal giornale &#8220;<em>Sovetskaja cultura</em>,&#8221; 16 febbraio 1989 (con alcune integrazioni)<em> </em>]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p align="center">[  <em><strong>Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d</strong> &#8211;  piccolo padre del moderno teatro di regia &#8211; un nuovo tipo di lavoro sull&#8217;attore che trasvola il naturalismo ottocentesco ed anche lo psicologismo di Stanislavskij &#8211; già nel 1906 rivoluziona le convenzioni teatrali &#8211; elimina il sipario &#8211; passerelle collegano palcoscenico e pubblico &#8211; ruolo attivo dell&#8217;attore che da mattatore ottocentesco diventa parte del disegno collettivo &#8211; primitivismo dei gesti &#8211; scenografie non naturalistiche &#8211; collaborazione con gli artisti contemporanei &#8211; Rodčenko &#8211; Malevič  &#8211; coinvolgimento del pubblico &#8211; eliminazione della &#8220;quarta parete&#8221; &#8211; gli attori si mescolano al pubblico &#8211; teatro a 360° &#8211; importanza della scenografia dal punto di vista simbolico e non naturalistico &#8211; lavoro sull&#8217;attore come lavoro sul corpo nello spazio &#8211; improvvisazione &#8211; uso di tecniche circensi &#8211; del teatro Kabuki&#038;Commedia dell&#8217;Arte &#8211; rielaborazione e lavoro sul testo che viene ogni volta reinventato e smembrato &#8211; uso della musica come elemento di clima &#8211; di sogno &#8211; di scansione temporale &#8211; collaborazione con il musicista Šostakovič &#8211; il teatro come teatro politico ma non in senso propagandistico &#8211; arrestato e fucilato come &#8220;nemico del popolo&#8221; &#8211; non restò di lui nemmeno tomba dove portare un fiore</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" target="_blank"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" /></a></p>
<p ALIGN="center"><small>[ clicca sull&#8217;immagine per ingrandirla ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
[ <em><strong>A. M Ripellino</strong> &#8211; Il Trucco E L&#8217;anima. I maestri della regia nel teatro russo del novecento, Einaudi, 1965, pag 409</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><small>[Piccola Polka da Shostakovich: Jazz &#038; Ballet Suites; Film Music<br />
Theodore Kuchar dirige la National Symphony Orchestra of Ukraine<br />
Audio CD (January 25, 2005)<br />
SPARS Code: DDD<br />
Number of Discs: 3<br />
Label: Brilliant Classics<br />
ASIN: B00067GL5A]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
</div>
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		<title>11 ottobre: libertà, non paura!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 04:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
		<category><![CDATA[telecamere]]></category>
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					<description><![CDATA[Contro l&#8217;escalation della sorveglianza una manifestazione europea congiunta contro l&#8217;abuso dei mezzi di sorveglianza attuato dai governi e dalle aziende. L&#8217;11 ottobre 2008 in piazza in tutta Europa, al grido di &#8220;Libertà, non paura!&#8221; Azioni pacifiche e creative, manifestazioni e conferenze stampa avranno luogo in molte capitali europee. Non importa quello che facciamo, a chi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9298" title="fnf2008roma" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/fnf2008roma.jpg" alt="locandina freedom not fear 2008 roma" width="450" height="634" /></p>
<p><span id="more-9297"></span></p>
<p><span class="mw-headline"> <strong></strong>Contro l&#8217;escalation della sorveglianza </span>una manifestazione europea congiunta contro l&#8217;abuso dei mezzi di sorveglianza attuato dai governi e dalle aziende. L&#8217;<strong>11 ottobre 2008</strong> in piazza in tutta Europa, al grido di &#8220;Libertà, non paura!&#8221; Azioni pacifiche e creative, manifestazioni e conferenze stampa avranno luogo in molte capitali europee.</p>
<p>Non importa quello che facciamo, a chi telefoniamo e con chi parliamo, di chi siamo amici, quali sono i nostri interessi ed a quali associazioni partecipiamo &#8211; i <a class="external text" title="http://www.bigbrotherawards.org" rel="nofollow" href="http://www.bigbrotherawards.org/">&#8220;Grandi Fratelli&#8221;</a> nei governi ed i <a class="external text" title="http://bba.winstonsmith.info" rel="nofollow" href="http://bba.winstonsmith.info/">&#8220;piccoli fratelli&#8221;</a> nelle aziende conoscono tutto sempre più approfonditamente.</p>
<p>La risultante perdita di <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Privacy" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Privacy">privacy</a> e riservatezza sta mettendo a rischio la libertà di parola, la libertà di religione ed anche il semplice lavoro di medici, giornalisti, avvocati ed anche del volontariato.</p>
<p>I programmi di riforma della sicurezza prefigurano la convergenza di polizia, servizi segreti ed esercito, minacciano la <em>separazione democratica dei poteri</em> ed il loro reciproco equilibrio.</p>
<p>Con l&#8217;uso di mezzi di sorveglianza di massa, la cooperazione paneuropea di agenzie di intelligence ed autorità di polizia ci sta portando verso la creazione di un &#8220;Fortezza Europa&#8221; che sarà utilizzata contro rifugiati politici e dissidenti, ma riguarderà da vicino anche attivisti politici, poveri ed emarginati, e perfino tifosi sportivi.</p>
<p>La sorveglianza di massa sta quindi minando il tessuto profondo di una società aperta e democratica.<br />
<strong></strong></p>
<p>Sorveglianza, sfiducia e paura stanno gradualmente trasformando la nostra società in un gregge di acritici consumatori che non hanno <em>&#8220;nulla da nascondere&#8221;</em> e che &#8211; in un fallimentare tentativo di ottenere una completa sicurezza &#8211; sono pronti a cedere le loro libertà civili.</p>
<p><strong>Noi non vogliamo vivere in una tale società!</strong></p>
<ul>
<li> Noi crediamo che il rispetto della privacy sia una parte importante della dignità umana.</li>
<li> Una società libera ed aperta non puoi esistere senza spazi di comunicazione totalmente liberi.</li>
</ul>
<p>La crescente registrazione e sorveglianza elettronica di tutta la popolazione non ci rende affatto più protetti dalla criminalità, ma ci costa milioni di euro di denaro pubblico e minaccia la privacy dei cittadini onesti.</p>
<p>In un regno della paura e di iniziative di &#8220;sicurezza&#8221; cieche ed improvvide, le classiche, &#8220;umane&#8221; ed efficaci misure di sicurezza vengono messe da parte, proprio come la necessità di risolvere i problemi della gente comune quali disoccupazione e miseria.</p>
<p>Per protestare contro la minaccia delle misure di sicurezza e contro l&#8217;abuso della sorveglianza, noi scenderemo pacificamente in piazza nelle capitali di tutta Europa l&#8217;<strong>11 ottobre 2008.</strong></p>
<p>Le richieste principali sono:</p>
<p><strong>1.</strong> <strong>Diminuzione della sorveglianza indiscriminata</strong></p>
<ul>
<li> abolizione della registrazione a tappeto delle comunicazioni telefoniche e telematiche <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Winston_Smith#La_proposta_di_legge_contro_la_Data_Retention" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Winston_Smith#La_proposta_di_legge_contro_la_Data_Retention">(data retention)</a></li>
<li> abolizione della memorizzazione indiscriminata di dati biometrici e dei passaporti <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Frequency_IDentification" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Frequency_IDentification">RFID</a></li>
<li> abolizione della registrazione indiscriminata di dati genetici</li>
<li> abolizione delle registrazioni audiovisive permanenti e di inumani sistemi automatici di riconoscimento e reazione.</li>
<li> riduzione dei fondi di ricerca per soluzioni di sorveglianza indiscriminata</li>
<li> abolizione della registrazione obbligatoria dei dati dei passeggeri <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_aeroportuale_IATA" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_aeroportuale_IATA">(PNR)</a></li>
<li> nessuno scambio indiscriminato di dati sulla popolazione e gli individui con paesi che non applicano gli standard europei di protezione dei dati e della privacy</li>
<li> divieto di infiltrazione e perquisizione occulta di sistemi informatici e telematici</li>
<li> nessun filtraggio e sorveglianza delle normali comunicazioni Internet (EU Telecompor-Package)</li>
</ul>
<p><strong>2.</strong> <strong>Valutazione delle esistenti iniziative di sorveglianza</strong></p>
<ul>
<li> Chiediamo una verifica indipendente delle attuali forma di sorveglianza con una analisi della loro efficacia, degli effetti collaterali e del rapporto costi/benefici.</li>
</ul>
<p><strong>3.</strong> L<strong>&#8216;istituzione di una moratoria all&#8217;introduzione di nuove forme di sorveglianza.</strong></p>
<ul>
<li> Dopo le recenti iniziative di controllo della popolazione, chiediamo uno stop immediato di nuove iniziative che per qualsiasi motivo tendano a comprimere ulteriormente libertà civili e diritti costituzionali.</li>
</ul>
<p><strong>4.</strong> <strong>Garantire libertà di comunicazione, informazione ed espressione in Rete <a class="external text" title="http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo" rel="nofollow" href="http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo">(Art.12)</a></strong></p>
<ul>
<li> Divieto di installazione di filtri e profilazioni da parte degli <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_Service_Provider" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_Service_Provider">ISP</a>.</li>
<li> Solo la magistratura potrà ordinare, su basi singole e non generalizzate la rimozione di contenuti criminali dalle parti nazionali della Rete.</li>
<li> Creare un diritto di citazione e <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Fair_use" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fair_use">&#8220;fair use&#8221;</a> che protegga la libera circolazione di contenuti multimediali in Rete.</li>
<li> Protezione legale per le comunità&#8217; di espressione e partecipazione in Rete quali siti collaborativi, wiki, forum e blog, minacciati oggi da una legislazione inadeguato che incoraggia e permette azioni minatorie e di autocensura (chilling effect)</li>
</ul>
<p><strong>Venerdi, 10.10.2008</strong> alle 11:00, conferenza stampa di presentazione dell&#8217;evento Freedom Not Fear 2008 presso la Sala Stampa della <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Camera+dei+Deputati+roma&amp;sll=41.90151,12.502441&amp;sspn=0.075382,0.175095&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.901031,12.478688&amp;spn=0.009806,0.021887&amp;z=16&amp;iwloc=addr">Camera dei Deputati</a> (riservata ai giornalisti &#8211; accreditarsi presso l&#8217;ufficio stampa della Camera dei Deputati)</p>
<p><strong>Sabato, 11.10.2008</strong> dalle <strong>09:30</strong> alle 13:00, conferenza-dibattito in nella sede della <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=provincia+di+roma&amp;sll=41.856265,12.495918&amp;sspn=0.166214,0.350189&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.897134,12.484524&amp;spn=0.009807,0.021887&amp;z=16&amp;iwloc=addr">Provincia di Roma a Palazzo Valentini, Sala della Pace</a>, via IV Novembre, 119/A. dal titolo<strong>&#8220;Salvare i diritti civili, fermare l&#8217;escalation della sorveglianza&#8221;</strong> (ingresso libero)</p>
<p>Aderiscono a &#8220;Libertà, non paura 2008&#8221;</p>
<ul>
<li><a class="external text" title="http://pws.winstonsmith.info/" rel="nofollow" href="http://pws.winstonsmith.info/">Progetto Winston Smith</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.partito-pirata.it/" rel="nofollow" href="http://www.partito-pirata.it/">Partito Pirata italiano</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.radicali.it/view.php?id=31/" rel="nofollow" href="http://www.radicali.it/view.php?id=31/">Partito Radicale Nonviolento</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.liberosapere.org/joomla/" rel="nofollow" href="http://www.liberosapere.org/joomla/">Collettivo Libero Sapere</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.radioradicale.it/exagora/la-lega-internazionale-antiproibizionista/" rel="nofollow" href="http://www.radioradicale.it/exagora/la-lega-internazionale-antiproibizionista/">Lega Internazionale Antiproibizionista</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.certidiritti.it/" rel="nofollow" href="http://www.certidiritti.it/">Associazione Radicale Certi Diritti</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.ush.it" rel="nofollow" href="http://www.ush.it/">ush.it &#8211; a beautiful place</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.fhf.it/" rel="nofollow" href="http://www.fhf.it/">Free Hardware Foundation</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.popolobue.tv/" rel="nofollow" href="http://www.popolobue.tv/">PopoloBue.tv</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.telematicsfreedom.org/" rel="nofollow" href="http://www.telematicsfreedom.org/">telematicsfreedom.org</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.computerlaw.it/" rel="nofollow" href="http://www.computerlaw.it/">Computerlaw 2.0 &#8211; Informatica e Diritto</a></li>
<li><a class="external text" title="http://liberius.org/" rel="nofollow" href="http://liberius.org/">Sportello Liberius &#8211; Portale di consulenza giuridica</a></li>
<li><a class="external text" title="http://netleft.org/" rel="nofollow" href="http://netleft.org/">Ne(x)t Left &#8211; la Sinistra nella Società dell&#8217;Informazione</a></li>
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		<title>Il mio piccolo mostro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 09:49:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[malattia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Irene Gironi Carnevale “E’ poco più di una formazione benigna, ma bisogna toglierla”mi dice il medico, un modo carino per spiegarmi che nel mio seno sinistro c’è un piccolo mostro pronto a espandersi e a tentare di portarmi via. Un tumore, non mi è mai piaciuto girare intorno alle cose, preferisco chiamarle con il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mostro.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mostro.jpg" alt="" title="mostro" width="269" height="272" class="alignnone size-medium wp-image-6192" /></a>di <strong>Irene Gironi Carnevale</strong></p>
<p>“E’ poco più di una formazione benigna, ma bisogna toglierla”mi dice il medico, un modo carino per spiegarmi che nel mio seno sinistro c’è un piccolo mostro pronto a espandersi e a tentare di portarmi via. Un tumore, non mi è mai piaciuto girare intorno alle cose, preferisco chiamarle con il loro nome, così le affronto meglio. Mentre cerco di capire cosa provo, il pensiero va a mia madre. Da lei ho ereditato gli occhi verdi, le gambe lunghe, il carattere impulsivo e passionale e la familiarità al tumore al seno. <span id="more-6191"></span>Se ne è andata anni fa, fortunatamente e inspiegabilmente senza soffrire per lo stadio a cui era arrivato il male. Si può dire che non se ne sia neanche accorta, almeno per lei la morte è stata dolce. Ma forse perché i suoi mali erano altri: una vita difficile, la depressione, la solitudine. In questo momento, mentre cerco di analizzare il mio stato d’animo, mi rendo conto che indirettamente è lei che mi ha salvato la vita, lei con la sua malattia mi ha costretta a stare all’erta, a fare i controlli per tempo, a non avere paura di farmi strizzare le tette da una macchina per farmi dire come stavo. Forse il cordone ombelicale che ci lega a nostra madre, va oltre il taglio della nascita, oltre gli strappi della vita, anche quelli credi definitivi, quando sbatti la porta senza voltarti indietro per conquistare una nuova libertà. Forse è un ideale passaggio di testimone da donna a donna, un senso di solidarietà istintiva che va oltre i legami di sangue, ma è insito nel nostro essere donne e basta.<br />
Nel corridoio dell’ospedale, da sola come sempre nella mia vita per le cose che riguardano solo me stessa, in attesa del chirurgo che mi spiegherà l’intervento, mi rendo conto di essere serena, tranquilla esattamente come se mi avessero detto che non ho nulla. Sono stupita dalla mia reazione. Io sono quella che si batte senza risparmio per le cause che sposa con passione, che ha imparato ad alzare la voce per dar voce a chi non ce l’ha, che cerca sempre una risposta, una spiegazione e un percorso logico o istintivo da portare a compimento. E anche quella che nella forza apparente nasconde fragilità insospettate e buchi neri di angoscia vissuti come un animale nella sua tana, lontana dal mondo. E invece adesso niente, neanche un piccolo sussulto dello stomaco, un battito accelerato.<br />
Il chirurgo mi spiega  l’intervento, mi dice che con l’operazione e un po’ di radio terapia tutto dovrebbe risolversi, mi fissa la camera operatoria per il 1 luglio, mi lascia i numeri di telefono. Ci salutiamo, esco dall’ospedale, cerco un taxi, torno a casa. Continuo a sentirmi tranquilla, so che affronterò anche questa battaglia come tutte le altre della mia vita e la vincerò, non ho dubbi. Non mi sono mai tirata indietro davanti a niente, a niente di importante. Magari ho paura dei film horror o degli scarafaggi, ma le grandi sfide non mi hanno mai piegata. Sono lucida, ho davanti la mia vita, i miei figli, gli amici, i ricordi. Mentre scorrono le immagini nella mia mente, mentre ripenso a volti, voci, odori, sensazioni, suoni,  ogni cosa la sento parte integrante di me, del mio essere e del mio percorso. Mi viene in mente la celebre battuta di Blade Runner, uno dei miei film preferiti:” Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”. Sì, ne ho viste di cose, ma non diventeranno “lacrime nella pioggia”, non ancora. Mi aspettano altri giorni e altre notti, pensieri, risate, incazzature, posti meravigliosi, tutto quello che c’è nella vita, nella mia vita. Mia madre mi ha passato il testimone che io desidero passare a tutte le donne, un testimone di forza, coraggio e determinazione. Puoi continuare a sentirti normale, a mangiare, dormire, sognare, ridere anche con il mostro dentro di te, quando sai che c’è e puoi combatterlo. Non voglio più sentire una donna dire, come purtroppo accade spesso:&#8221; Non mi controllo, sai, perchè non ho mai tempo e poi in fondo preferisco non sapere niente&#8221;. La paura che hai e nemmeno ammetti, è la peggiore delle figlie dell&#8217;ignoranza, la paura ti paralizza, si impadronisce di te e ti distrugge più del male. L&#8217;unica paura che bisogna avere è quella di accorgersi soltanto quando è ormai troppo tardi. E questo mi sembra un concetto applicabile a molte cose, non solo alla malattia. Vorrei che noi tutti, uomini e donne in generale, non preferissimo più di non sapere niente, non facessimo più finta sempre di niente per non vedere, sentire e parlare dei mostri grandi e piccoli fuori e dentro di noi. Ma imparassimo ad affrontarli come si affronta un cancro: occhi aperti,  niente paura, e si va avanti. Piccolo mostro che abiti nel mio seno sinistro hai i giorni contati, non mi avrai!</p>
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		<title>Fuori dalle palle tutti i rumeni!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 11:50:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere) ma i romeni (con la “o”). All&#8217;improvviso dotti laureati in lettere, i nostri amati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/scritta.jpg' alt='scritta.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere)  ma i romeni (con la “o”). All&#8217;improvviso dotti laureati in lettere, i nostri amati giornalisti &#8211; sempre così proni di fronte al potere costituito o agli umori della piazza &#8211; hanno dimenticato il vocabolario   preferendo, “creativamente”, una vocale ad un&#8217;altra. Di modo che, neppure troppo sottotraccia, si dia la percezione che i rumeni siano, anche linguisticamente, tutti rom-eni. Rom. Zingari. Mostri, insomma. <span id="more-4756"></span><br />
Perché abbiamo bisogno di mostri. Abbiamo bisogno di nemici da odiare, abbiamo bisogno che si sposti fuori dalle mura di casa nostra  &#8211; dove si perpetra il più alto numero di omicidi e delitti sulla persona – il sospetto della nostra intima malvagità, trasferendola, liberatoriamente, ad un intero popolo.<br />
I giornali ci hanno raccontato che un&#8217;italiana è stata uccisa da un rOmeno. Io ho visto una povera donna uccisa da un uomo. Come molta parte delle donne, che, statisticamente, muoiono molto più per omicidio, in Italia, che per malattia. Ma non è di ginocidio (non è un lapsus) che i giornali oggi vogliono parlare. Che “le nostre donne” (così scrivono sui muri i gruppi neofascisti: “le nostre donne”. Nostre di chi? Sono di loro proprietà?) se devono essere massacrate che almeno lo siano per mano italica!<br />
Che poi sia stata proprio una rumena di etnia rom a denunciare il criminale, non fa testo. Cosa ce ne facciamo di una “rumena buona”? Non fa abbastanza audience, ammettiamolo! Poi ci tocca fare il conto della serva: per un “criminale rumeno” una “rumena buona”. No, no, non va bene!<br />
È che oggi va di moda il tiro al rumeno. Come cinque anni fa al musulmano, come dieci anni fa all&#8217;albanese. Come quarant&#8217;anni fa al terrone.<br />
Ho paura, ve lo voglio dire.<br />
Ho paura degli italiani. Ho paura dei squadristi che spezzano le ossa di padri di famiglia rumeni con le spranghe, per ritorsione. Ho paura di un governo che sbanda, che segue l&#8217;onda emotiva della piazza per ragioni di gretta sopravvivenza elettorale, che di primo acchito demolisce le baracche, disperde i poveracci (per ritorsione?), decide di espellere tutti, indiscriminatamente, basta che siano rOmeni.<br />
Perché ci hanno invaso.<br />
Dimenticando che la prima invasione l&#8217;hanno subita loro, da parte degli imprenditori del neoliberismo italiano, che delocalizzavano i loro prodotti (creando disoccupazione in Italia) in Romania &#8211; e già che c&#8217;erano si scopavano le minorenni rumene – pagando con stipendi da fame gli operai del posto, mentre loro giravano per quel paese, arroganti, con SUV che sembravano astronavi, infine incrementando il mercato della prostituzione in Italia, per scoparsi le ragazzine direttamente qui, comodi comodi.<br />
Uno stato di diritto punisce un criminale, non un popolo o una etnia. Di volta in volta cambia il colore della pelle o la religione, ma la ragione profonda è un&#8217;altra. Diciamolo, ammettiamolo: non è perché sono rumeni. E neppure perché sono rom. A noi fanno paura perché sono poveri! La Moratti l&#8217;ha detto a chiare lettere: “fuori i poveri dall&#8217;Italia”, andando contro alla stessa direttiva del Parlamento Europeo sulla sicurezza. A noi questi sgraziati morti di fame fanno un po&#8217; schifo, non ci sembra neppure giusto che abbiano il privilegio di possedere dei diritti civili. Non sono cittadini veri, sono subumani.<br />
Qualcuno dice che non vogliamo guardarli in faccia perché ci ricordano troppo i nostri nonni. Ma noi, poveri, non lo siamo più! Quindi è giusto così: fuori tutti. Un rumeno ha ucciso barbaramente una italiana? Una “nostra donna”? Fuori dalle palle tutti i rumeni! E già che ci siamo: a Perugia è morta una studentessa uccisa, probabilmente da una statunitense? Fuori tutti gli americani dall&#8217;Italia. Via, via, fuori dalle palle. Un marocchino stupra? Fuori tutti i marocchini. E via così. Sai quanto spazio libero ci sarebbe!<br />
A proposito: per la giusta regola della reciprocità, però, al primo delitto commesso da un italiano in Germania o negli Stati Uniti, è giusto che le decine di milioni di italiani e figli di italiani nel mondo vengano tutti trasferiti, in massa a casa nostra. Mi pare il minimo. Sai che ridere poi.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Epolis Milano,<em> oggi, in versione più breve</em>]</p>
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