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	<title>pedofilia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 06:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Barbara Lisci Io quando sono nata me lo ricordo. Mia madre strinse le labbra fra i denti, che tanto sapeva che gridare non le sarebbe servito a nulla. E nemmeno imprecare. Io ero il suo secondo, atroce, dolore. Lo sapeva dal primo: mio fratello. Aveva sputato, gridato infamie, pregato Iddio. Ma il dolore non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Barbara Lisci</strong></p>
<p>Io quando sono nata me lo ricordo. Mia madre strinse le labbra fra i denti, che tanto sapeva che gridare non le sarebbe servito a nulla. E nemmeno imprecare. Io ero il suo secondo, atroce, dolore. Lo sapeva dal primo: mio fratello. Aveva sputato, gridato infamie, pregato Iddio. Ma il dolore non era cessato. Anzi, era stato un crescendo vorticoso che la faceva impazzire. In quelle grida strazianti, vi si poteva leggere di tutto: il terrore di finire come tzia Mariedda, inferma sulla sedia a rotelle, l&#8217;orribile fracasso degli ossicini rotti, com&#8217;era accaduto a signorina Elvi, quando avevano dovuto estrarle con la forcipe il bambino ormai morto, la frustrazione di una vita passata senza gioie, ma solo rassegnazione e sacrifici.</p>
<p>Eppure venni al mondo rosea e liscia, come se non avessi ereditato alcuna sofferenza. I primi anni li passai nella totale incoscienza, ma con una curiosità irresistibile verso il mondo delle cose, delle persone e dei colori. Mio fratello, di quindici mesi più grande, era il mio eroe. Io lo emulavo in tutto, persino quando pisciava nel vasino. Anch&#8217;io machio – dicevo, abbassandomi i calzoncini e le mutande. Mi tiravo il bottoncino dell&#8217;ombelico e con una mano tenevo il vasino. Ma poi la pipì usciva da “ancora più sotto”, formando una pozza calda sul pavimento. I miei ridevano, ma certe volte mia madre strillava che aveva appena lavato il pavimento. E io non capivo cosa avessi sbagliato.</p>
<p>Fervente cattolica, all&#8217;asilo mia madre ci mandò dalle suore in su bixiau becciu. Capii presto che lì, era vietato sbagliare. Vietato sporcarsi il grembiulino rosa, vietato portare i calzoncini per le bambine, vietato urlare di gioia scendendo dallo scivolo. La trasgressione veniva sancita in punizioni corporali, castighi che duravano ore restando immobili nel corridoio e nel continuo stillicidio psicologico del “Gesù si arrabbia”! L&#8217;ultima volta che Gesù si arrabbiò avvenne quando mio fratello scappò dall&#8217;asilo. Stanco di stare in piedi a contare le pietruzze incastrate nelle mattonelle, quatto-quatto, Andrea aveva varcato l&#8217;uscio, attraversato il cortile di ghiaia e scavalcato il cancello. Le suore l&#8217;avevano cercato dappertutto, prima di chiamare i carabinieri, svuotando persino la vasca dei pesci rossi. Mio fratello era semplicemente tornato a casa, a riposarsi. Aveva attraversato mezzo paese, e pure i binari della ferrovia, fermandosi davanti alle locandine del cinema, per leggere la programmazione in corso.</p>
<p>Le suore avevano nomi inusuali. Si chiamavano suor Candida, suor Immacolata, suor Maria. Qualche tempo dopo scoprii che non erano altro che nomi fittizi, scelti nel noviziato da loro stesse. In realtà, all&#8217;anagrafe, avevano nomi lunghi e desueti: Ermenegilda, Veneranda, Eustachia. Io, ingenuamente, ne avevo dedotto che se alla nascita ti appioppavano un brutto nome, l&#8217;unica salvezza che ti restava per cambiarlo, era quella di diventare suora! Quello che non riuscivo a capire però, era perché la parola divina del vangelo dispensasse tanto amore e loro, le serve di Dio, fossero così cattive.</p>
<p>La volta che mi toccò la più grande punizione eravamo sotto Natale, quando il “Gesùbambino” dell&#8217;asilo mi aveva portato una bambola di pezza. Fu anche la mia prima delusione, perché avevo pregato tutto l&#8217;anno e speravo di ricevere il camion come quello di mio fratello. Invece tra le mani, lo sguardo terrorizzato della bambola di pezza, guardava proprio me. Avevo strillato e pianto come un&#8217;ossessa tutto il pomeriggio, fino a farmi mancare il respiro. Quando mio padre arrivò a prenderci, io me ne stavo buttata a terra con la faccia tutta rossa e i pugni stretti in una morsa di rabbia e disperazione. Ma non c&#8217;era verso di farmi ragionare.<br />
&#8211; Le femmine giocano con le bambole, disse mio padre.<br />
Ma non aveva molta pazienza, e nemmeno argomenti convincenti. Così, mi strappò dalle mani quell&#8217;orrore di pezza, lo portò dalle suore e tuonò: &#8211; Datele il camion!<br />
Loro, rosse dalla vergogna, avevano dovuto ricapitolare e io sapevo che l&#8217;avrei pagata cara.</p>
<p>A cinque anni, curiosa come una scimmia, mi apprestavo a compiere il mio primo progetto di sabotaggio della Fede. Da sempre, ebbi la convinzione che sotto il loro velo, le suore portassero i capelli corti come quelli dei soldati. Se fossi riuscita ad averne le prove, giurai a me stessa che non avrei più indossato una gonna. Misi le dita a mo&#8217; di pinzetta e tirai con tutte le mie forze di bambina. La testa svelata di suor Candida era rasata e grigia, piena di forfora e chiazze rosse. Per poco non bestemmiò, tirandomi un ceffone e riprendendosi il suo velo nero. Le altre suore erano accorse in suo aiuto e io fui portata per un orecchio dalla direttrice. Mia madre fu chiamata a rapporto, mi picchiò anche lei e tornammo a casa con la pena di venticinque preghiere al giorno e con la promessa che non l&#8217;avrei fatto mai più.</p>
<p>All&#8217;epoca mi ero messa in testa che da grande volevo fare la missionaria. Scoprire mondi lontani, viaggiare con l&#8217;aereo, andare a conoscere i bambini che morivano di fame, perché quando non volevo mangiare il minestrone coi cavoli, le suore mi obbligavano a finire tutto nel piatto dicendomi: &#8211; Per ogni volta che non vuoi mangiare il minestrone, un bambino sta morendo nel Biafra. E io, per quanto spremessi le meningi del mio piccolo cervello, non riuscivo a capire il nesso tra il minestrone e il bambino che muore di fame. Ma nonostante tutto, il mio senso di colpa era perenne. Un giorno dell’ultimo anno d&#8217;asilo, ch’era il 1978, faceva un’afa insolita, tant&#8217;è che le suore abbassarono tutte le saracinesche perché il vento, simile a quello che emetteva il phon, non disturbasse il quotidiano riposino pomeridiano. Stavamo tutti chini con la testa sul banco a far finta di dormire, per far piacere a Suor Maria quando bussarono alla porta e Suor Giovanna entrò in lacrime: &#8211; Hanno ucciso Aldo Moro, disse, e si abbracciarono tra le lacrime e le convulsioni. Quando tornai a casa dissi a mia madre: &#8211; Mamma oggi è morto un vicino di casa delle suore. Mia madre cominciò a piangere anche lei, però alternando risate e lacrime e io non ne capivo il perché.</p>
<p>Ho fatto la comunione vestita da monachella con l’abito di mia cugina, perché mia madre non aveva soldi per comprarmi il vestito da sposina come quello di Flavia, la mia amica del cuore. Dopo di che, ho cominciato a bigiare la messa; un po’ per la vergogna di essere stata immortalata con quella orribile tunica color crema e quel velo ch’era simile a quello di suor Candida; un po’ perché la messa era uguale a quella della domenica precedente e dell’altra ancora e io ne conoscevo a menadito tutto il procedimento: in piedi, seduti, in ginocchio. E quando mia madre ci dava le 100-200 lire per l’offerta ai poveri, io uscivo di casa col vestito della domenica e trainavo mia sorella ai giardinetti. Con quei soldi compravo un sacchetto di patatine, e dividendocele, convincevo Emanuela a non dire nulla a mamma, che tanto eravamo poveri anche noi.</p>
<p>Quando trovarono il ragazzino, nudo, sulle gambe di Don Lecca, nel mio vicinato scoppiò un casino: c&#8217;era chi parlava di pedofilia (ma io non sapevo cosa volesse dire), chi ritirò i suoi figli dal catechismo, chi difendeva il parroco dicendo che le sue mani erano quelle di gesù, ricordando i versetti del vangelo: Lasciate che i pargoli vengano a me. Io, dal quel giorno, non misi più piede in una chiesa e smisi di credere nelle favole.</p>
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		<title>La miniera di fango</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[aprile 2013]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[(Questo articolo è stato scritto quando ancora si disponeva soltanto del papa dimissionario, ma neppure l&#8217;aitante Francesco potrà più dormire sonni tranquilli. È di queste settimane, ad esempio, il lancio pubblicitario di Mea maxima culpa: silenzio nella casa di Dio di Alex Gibeny per la collana Real Video di Feltrinelli&#8230;) Di Andrea Inglese I credenti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo articolo è stato scritto quando ancora si disponeva soltanto del papa dimissionario, ma neppure l&#8217;aitante Francesco potrà più dormire sonni tranquilli. È di queste settimane, ad esempio, il lancio pubblicitario di</em> Mea maxima culpa: silenzio nella casa di Dio<em> di Alex Gibeny per la collana Real Video di Feltrinelli&#8230;)</em></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>I credenti, quelli di verace fede cattolica, che ancora io presumo esistano anche nella miscredente Europa, dovrebbero avere mente soprattutto intesa ai misteri della fede, che sono un po’ come i mattoncini su cui si edifica tutta la dottrina loro, e anche la pratica, e di questi misteri poi, come la trinità divina e il ciclo incarnazione-ressurezione del Cristo, è proprio il re del Vaticano ad esserne sommo custode, e anche per ciò stesso infallibile, come già ratificava il previdente Pio IX nel 1870, con il primo Concilio. <span id="more-45466"></span>Ma è pur vero che questi stessi veraci credenti sono poi sottoposti alle brutture del nostro mondo, sempre più informatico e informato, un mondo in cui a sera, dopo la spesso lugubre giornata lavorativa, hanno voglia pure loro di distrazione, e di scandalo, e di godibile rimestamento dei fanghi. E di questo rimestamento, c’è una sfrenata golosità: sarà per vocazione di alcuni alla trasparenza democratica, sarà per tornaconto di altri, che sulla pagina stampata, o sul filmato audiovisivo, ci devono campare, e possibilmente bene, c’è comunque una grande fame di misteri. Perché un conto è una notizia data, un conto è un mistero violato, e rivelato. È questa una merce più rara, nel notorio profluvio d’informazioni in cui viviamo. È noto, perché spesso ribadito dai paesaggisti del contemporaneo, che il paradigma ermeneutico, costruito sul sospetto, sul disvelamento, sull’interpretazione di ciò che sfugge a una prima, serena, lettura, pare oggigiorno morto e sepolto, per via di Facebook, dove ogni frase o immagine dicono solo se stesse, in un’ilare danza della superficie cangiante. Nello stesso tempo, però, vi è questa diabolica convergenza tra apprendisti detective e venditori di fanghi: tra WikiLeaks e Vatileaks. E nulla sollecita maggiormente questa industria, profana e profanatrice, che il mistero: di Stato, bancario, sessuale. Questa epocale circostanza ha reso il Vaticano, e il suo monarca, insuperabili protagonisti dell’esposizione mediatica in questi ultimi anni. Essi, per questo loro stile medievaleggiante, fatto di opacità bancaria, barbariche e occulte pratiche sessuali, canagliesche faide istituzionali, hanno riscosso una straordinaria attenzione: una miniera di fango pare nascondersi sotto le tonache e le mitre. Il giornalismo anglosassone, che è più schiettamente secolarizzato del nostro, inaugura il filone, capendo che la domanda di scandalo incontra in Vaticano un’offerta (purtroppo) inesauribile. Un primo compendio di successo e ben documentato sui misteri tutti terreni e relativi alla violazione del quinto, settimo e decimo comandamento da parte delle gerarchie vaticane apparve nel 2003 a firma dello statunitense Paul Williams, <i style="mso-bidi-font-style: normal;">The exposed</i> <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Vatican. Money, Murder, and the Mafia</i>. In quello stesso anno usciva anche <i style="mso-bidi-font-style: normal;">The Da Vinci Code</i>, che pur essendo assai meno documentato, divenne però un best seller mondiale. Del 2006, è invece il documentario prodotto dalla BBC <i>Sex crimes and the Vatican</i><span style="mso-bidi-font-style: italic;"> di Colm O’Gorman, sul sistema omertoso della Chiesa nei confronti dei casi di preti pedofili. Con lieve ritardo, ma non senza efficacia, anche il giornalismo italiano ha cominciato a seguire il filone: il best seller di Gianluigi Nuzzi, <i>Vaticano S. P. A.</i>, è del 2009. Ormai la via è aperta, e i libri-inchiesta si moltiplicano. Un titolo per tutti: <i>101 misteri e segreti del Vaticano</i>, del 2011. A peggiorare le cose, infine, ci si mettono pure gli scienziati sociali. L’ultimo numero (gennaio 2013) dell’eminente rivista del Québec, <i>Sciences religieuses</i>, contiene uno studio intitolato <i>I lati oscuri di Madre Teresa</i>, realizzato da un’équipe di studiosi diretti da Serge Larivée, psicologo ed epistemologo, specialista per altro di pseudoscienza e frodi scientifiche. Nemmeno la neobeata è al riparo dal disincanto. Ma se il papa, infallibile nei misteri della fede, è poi fallito per i malcelati misteri del suo regno secolare, neppure il peso politico dei cattolici italiani è potuto essergli di sostegno: essi si sono misteriosamente dispersi ai quattro venti, lasciando a Casini un modestissimo 1,75%. Ritorno del sacro, forse. Ma probabilmente non a Città del Vaticano.<br />
*<br />
<em>[Questo articolo è apparso sul n° 28 di &#8220;<a href="http://www.alfabeta2.it/2013/04/03/sommario-del-n28-aprile-2013/" target="_blank">alfabeta2</a>&#8220;]</em></span></p>
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		<title>La stanza del disordine (lettera aperta a un Curato carrucese)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 09:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Balsamo Gentile Signor Curato: ci ricordiamo di tanti Curati a Carrù. Di nome, però, ricordo solo un suo successore: Don Luigino, che creò il Carnevale dei Cuori in festa, e s’è lasciato dietro tanto affetto in paese, meritato a parer mio. Ma, di fatto, ricordo molto meglio Lei, Signor Curato, sebbene, mi perdoni, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gian Balsamo</strong></p>
<p>Gentile Signor Curato:</p>
<p>ci ricordiamo di tanti Curati a Carrù. Di nome, però, ricordo solo un suo successore: Don Luigino, che creò il Carnevale dei Cuori in festa, e s’è lasciato dietro tanto affetto in paese, meritato a parer mio. Ma, di fatto, ricordo molto meglio Lei, Signor Curato, sebbene, mi perdoni, abbia scordato il suo nome. Penso che molti dei miei coetanei di Carrù la identificheranno facilmente. Lei era alto e smunto e, strano manierismo, nei locali dell’Azione Cattolica ci diceva sempre: “spengi la luce,” invece di <em>spegni</em>. E uno alla volta, non l’avrà dimenticato, ci portava a turno nella Stanza del Disordine della Casa Canonica, la stanza immediatamente a destra della porta d’entrata. Oggi le scrivo per spiegarle la maniera in cui Lei mi indusse a lasciare Carrù. Mentirei se sostenessi che mi accingo a raccontarle l’unica ragione per cui me ne sono andato dal paese natale. Ma dopo aver letto questa lettera, dovrà riconoscere che Lei mi privò di alternative: rimanendo a Carrù, ero destinato a morire di fame.</p>
<p>Oggi comprendo che, per ragioni di censo, e anche in quanto ero il perenne primo della classe, ero un intoccabile, e infatti Lei mi toccò proprio poco nella Stanza del Disordine. Non ricordo altro che carezze sulle mie gambe nude; a quei tempi portavamo tutti pantaloncini esageratamente corti. È vero che potrei avere scordato altri dettagli, ma non lo credo; la moda di disseppellire memorie rimosse ha fatto scalpore qualche anno fa, devastando le vite di tanti suoi confratelli, però non mi pare che questo tipo di ricordo vada cercato col lumicino. Non so nemmeno fin dove Lei si spingesse con gli altri bambini.</p>
<p>Sono diventato scrittore anche grazie a Lei, perché mi ha aiutato a scoprire, intorno agli otto anni o giù di lì, la trama del triangolo amoroso. Questa stessa trama l’avevo vista rappresentata nei film proiettati al Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ma ero troppo giovane per capirla. Poi un giorno, nella Casa Canonica, l’ho vissuta in prima persona, pur continuando a non comprenderla. Era d’estate? Lo penso, perché noi bambini trascorrevamo interi pomeriggi nella Casa Canonica. Non saprei dire perché, in quei giorni, venissimo nella Casa Canonica invece che nei locali dell’Azione Cattolica, nostra destinazione naturale, dove avevamo il ping-pong per giocare, il calciobalilla, etc. Forse i locali dell’Azione Cattolica erano in fase di costruzione o di ristrutturazione? È probabile. Fatto sta che, giorno dopo giorno, Lei ed io ci appartavamo nella Stanza del Disordine, dove mi prendeva in braccio e, canticchiando, mi accarezzava le gambe nude. Il senso di amore paterno e il conforto che mi comunicavano quelle sue carezze erano uno stimolante irresistibile. Tanto che ogni nuovo giorno anelavo a quei nostri abbracci; illuminavano le mie giornate.</p>
<p>Poi venne il giorno in cui la vidi avviarsi verso la stanza del disordine in compagnia di un altro bambino. In uno sprazzo, la mia mente infantile fu in grado di eseguire la semplice equazione: Stanza del Disordine uguale abbraccio. Ma non fui in grado di eseguire l’altra equazione, altrettanto evidente: 1 + 1 = 2. Così, terzo incomodo, vi seguii entrambi. La porta della Stanza del Disordine era già chiusa quando la raggiunsi. La spalancai. Al mio apparire sulla soglia, non solo lessi il cruccio colpevole sul suo viso, Signor Curato, ma anche la sorpresa indispettita sul viso del bambino al suo fianco. E vidi anche, in un lampo (come se fossi nella posizione privilegiata di un dio o d’un narratore onnisciente), i muscoli del mio viso contrarsi nell’espressione di un sentimento che non mi era per niente familiare, e di cui non conoscevo nemmeno il nome, credo: la gelosia. Avevo forse otto anni, e scoprivo in quel momento, in anticipo su ogni esperienza di delusione amorosa, il potere evocativo di una delle trame letterarie più comuni: il tradimento amoroso. È la trama che conosco meglio fin dall’infanzia, ma al tempo di questo incidente non potevo raccontarla ad altri che a me stesso. Mi bastava chiudere gli occhi per veder scorrere, come in un film, la sequenza delle scene: lei che cammina con un intruso al fianco; io che vi seguo, trovo la porta chiusa, la spalanco e compaio sulla soglia&#8230;</p>
<p>Questa esperienza mi ha facilitato, più tardi, nella scoperta del potere evocativo di tante altre trame: l’invidia, l’ambizione, la brama, la paura, la nostalgia, il desiderio. Le ho sfruttate tutte, una ad una, nei romanzi che ho firmato col nome di Luigi Ferdinando Dagnese. Ma la trama della mia gelosia di quel giorno lontano non l’avevo mai raccontata, finora.</p>
<p>Oh, Signor Curato, perché mi ha tradito?</p>
<p>È a causa sua, Signor Curato, che non sarei potuto sopravvivere a Carrù. Sulla porta della Chiesa Parrocchiale venivano affissi settimanalmente i titoli dei film mostrati nel Cinema Moderno di mio nonno Francesco, ed ogni titolo era seguito dal grado di peccato, veniale o mortale, di cui si sarebbe macchiato lo spettatore. I grandi film che hanno lasciato una traccia indelebile sulla cultura nazionale e internazionale, da <em>Otto e mezzo</em> di Fellini all<em>’Avventura </em>di Antonioni, provocavano immancabilmente peccati mortali. Ma Lei mi insegnava che non faceva molta differenza, che io li vedessi o no, quei film. C’era ben altro, a lordare la mia anima: nel proiettare quei film a pagamento, la mia famiglia <em>vendeva il peccato</em>. Un giorno, lo ricordo come se fosse ieri, alcuni bambini scrissero il proprio nome e cognome su una parete posticcia, in compensato, nei locali dell’Azione Cattolica. Quando io manifestai il desiderio di imitarli, Lei si limitò a chiedermi: “Il tuo nome, Balsamo, qui?” Ricordo specialmente il sorriso, un po’ crudele, un po’ ottuso, con cui mi disse queste parole.</p>
<p>Bambino cattolico irreprensibile, sentivo che era compito mio espiare la vendita del peccato per conto di tutti quanti i miei famigliari. E ce n’erano davvero tanti, di colpevoli da redimere, oltre a Nonno Francesco: la famiglia di mio padre Agostino, il droghiere, e quelle dei suoi due fratelli Domenico e Franco. Il cibo che i miei genitori, mia sorella ed io mangiavamo a tavola, nel retro della drogheria, era acquistato con i frutti di proventi immondi; ogni boccone, dunque, mi spingeva nello stomaco un’oncia di peccato. E il peccato  ̶  immagino che Lei lo sappia bene, Signor Curato  ̶  è indigesto. A fasi alterne, smisi di mangiare oppure ridussi i miei pasti, per così dire, all’osso. Espiavo. I miei coetanei dovettero rinunciare a chiamarmi “ciccione,” perché pienotto, sì, lo ero stato, ma non lo ero davvero più. Digiunavo e mortificavo la carne alla maniera, senza rendermene conto, dei primi eremiti cristiani d’Egitto e di Palestina. Sono diventato un mistico perché, grazie a Lei, non potevo più considerarmi cattolico.</p>
<p>Ma, Signor Curato, se ero degno di sederle in grembo, non sarei stato anche degno di sedere in grembo a San Pietro?</p>
<p>È certo che sarei finito male, se avessi speso il resto della mia vita  a Carrù. Già a vent’anni sapevo che, per salvarmi dall’anoressia, sarei dovuto scappare dalle case e dalle strade che avevano visto crescere e radicarsi in me quel complesso assurdo. Anche Lei è scappato da Carrù, mi risulta, o meglio, venne rimosso precipitosamente dalle proprie mansioni di Curato. La fuga da Carrù m’è costata sacrificio ma m’è anche valsa avventure impagabili. Lo racconto, se le interessa, nella “Lettera a mio figlio” che ho appena pubblicato, a mo’ di introduzione alle mie memorie carrucesi, in <em>Amori, americhe e amarezze</em>. E Lei come se l’è cavata, dopo Carrù? Dov’è finito?</p>
<p>Mi creda, Sinceramente,</p>
<p>Gian Balsamo</p>
<p><em>ricevo questo testo da Balsamo, e lo posto volentieri; lui stesso, nella lettera di presentazione, lo definisce &#8220;un artefatto letterario che sostituisce l’ironia al legalismo e al rancore&#8221;; GS</em></p>
<div>
<p>(Gian Balsamo ha pubblicato di recente un memoir, “Carrù,” in <em>Amori, americhe e amarezze</em> a cura di Danilo Manera (Araba Fenice, 2012). È autore di <em>Lettera alla venere in pelliccia</em> (BdV, 1993) e <em>Joyce’s Messianism</em> (University of South Carolina Press, 2004). Vive a Palo Alto in California.)</p>
<div></div>
<p><em><br />
</em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>RECIDIVI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 15:12:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni &#8220;Uno dei più grossi errori che si possono fare per risolvere i problemi, è continuare a comportarsi nello stesso modo, aspettandosi risultati diversi&#8221;. Queste parole sono state pronunciate da Yvonne Murphy, il giudice irlandese che ha redatto il &#8220;Cloyne Report&#8221;, un&#8217;inchiesta commissionata dal governo irlandese nel 2009 per accertare lo svolgimento dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Uno dei più grossi errori che si possono fare per risolvere i problemi, è continuare a comportarsi nello stesso modo, aspettandosi risultati diversi&#8221;. Queste parole sono state pronunciate da Yvonne Murphy, il giudice irlandese che ha redatto il &#8220;Cloyne Report&#8221;, un&#8217;inchiesta commissionata dal governo irlandese nel 2009 per accertare lo svolgimento dei fatti in numerosi casi di pedofilia avvenuti nella diocesi di Cloyne.<br />
Specificamente dall’inchiesta si evince che, tra il 1996 e il 2005, almeno cinque sacerdoti della Diocesi e lo stesso Arcivescovo John Magee omisero di denunciare all’autorità giudiziaria ben 17 casi di abusi su minori a loro segnalati &#8211; vincendo più che comprensibili ritrosie &#8211; dalle giovani vittime. &#8220;Abbiamo tristemente appurato &#8211; ha detto Murphy presentando il rapporto &#8211; che i membri della Chiesa hanno sistematicamente mancato al dovere di denucia in merito ai casi di pedofilia”.<br />
Presentando il rapporto al parlamento &#8211; 421 pagine che ricostruiscono l&#8217;atteggiamento dei membri della Chiesa in merito ai casi di abuso sessuale avvenuti dal 1996 al 2009 &#8211; il primo ministro irlandese Enda Kenny ha accusato la Santa Sede di &#8220;disfunzione, disconnessione e elitarismo&#8221; per avere “incoraggiato i vescovi a non denunciare gli abusi alle autorità ufficiali”. Kenny ha inoltre esplicitamente denunciato &#8220;il tentativo della Santa Sede di bloccare un&#8217;inchiesta in uno Stato sovrano e democratico non più di tre anni fa, non trent&#8217;anni fa&#8221;.</p>
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		<title>Non avere paura, sono le mani di Dio. Storie di ordinaria pedofilia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 06:01:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[mario gelardi]]></category>
		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carmen Pellegrino &#160; Quasi contemporaneamente alla visita di Ratzinger in Gran Bretagna e alle sue ammissioni sulla piaga della pedofilia nella Chiesa (&#8220;L&#8217;autorità della Chiesa non è stata sufficientemente vigilante, né sufficientemente veloce e decisa nel prendere le misure necessarie”), è uscito in Italia un libro che in maniera significativa contribuisce a rompere il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/fiducia.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-36736" title="fiducia" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/fiducia-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div id="_mcePaste">Quasi contemporaneamente alla visita di Ratzinger in Gran Bretagna e alle sue ammissioni sulla piaga della pedofilia nella Chiesa (&#8220;<em>L&#8217;autorità della Chiesa non è stata sufficientemente vigilante, né sufficientemente veloce e decisa nel prendere le misure necessarie</em>”), è uscito in Italia un libro che in maniera significativa contribuisce a rompere il muro della consegna del silenzio. Si tratta di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895797175/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895797175&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Liberami dal male</em></a> (edizioni Ad est dell’equatore, prefazione di R. Saviano), scritto senza artifici letterari da Mario Gelardi, già noto al grande pubblico come autore teatrale e regista (è suo l’adattamento teatrale di <em>Gomorra</em>).<span id="more-36735"></span></div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div id="_mcePaste">Con una prosa asciutta, magistralmente intervallata da passi scelti di preghiere, Gelardi racconta la storia di Marco Marchese, un bambino siciliano entrato in seminario a 12 anni (nel 1994) per il desiderio acerbo di farsi prete, e costretto poi a subire le attenzioni morbose e gli abusi del diacono, don Sergio. In quei corridoi lunghi e stretti, in quelle stanze fredde scopre tutto sul sesso. Quello sbagliato, però, quello di un adulto con un bambino, quello di un superiore con un “sottoposto” inerme: &#8220;<em>Non devi parlarne con nessun</em>o&#8221;, gli ripete il diacono, &#8220;<em>il nostro è un rapporto unico, non è peccato e quindi non lo devi neanche confessare</em>&#8220;.</div>
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<div id="_mcePaste">Marco è  un bambino docile, timido, timorato di quel Dio che secondo don Sergio lo accarezza attraverso le sue mani; è bello Marco, ha capelli neri e occhi verdissimi, e una fottuta paura di raccontarsi quello che gli sta accadendo (“<em>avvicinò la sua bocca al mio viso e iniziò a baciarmi fino a sfiorarmi le labbra. Mi baciò intensamente come nessuno aveva mai fatto, come avevo visto fare solo in televisione. Non riuscivo a capire cosa stava accadendo</em>”). Introietta tutto, e ne risente precocemente: uno stato di agitazione costante lo prende a ogni inizio di giornata; ha continui spasmi alla pancia e poi lo stomaco come stretto in pugno, respira a fatica all’avvicinarsi dell’ora in cui avvengono gli abusi, e piange da solo. Ma piangere da soli non aiuta, Marco lo sa. E allora piange di notte, e piange tanto che non si ferma più. Poi una volta ci pensa a farla finita, ingurgita medicine e certo starà meglio di prima. Solo che lo salvano. E non capiscono niente, non lo sentono il suo grido muto e disperato. Ma come potrebbero? Che ne sanno di come ci fai i conti con una vita a singhiozzi? Che ne sanno di una fede che non muore in un Dio che non scende a cercarti, che non sente, non vede quello che fanno in suo nome?</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div id="_mcePaste">E’ stanco Marco ma don Sergio è il tramite di Dio, con lui prega e anima la messa. Tanto tra un po’ lui andrà a fare il prete in qualche parrocchia e non lo vedrà più. Sì, andrà così, tra poco tutto passerà e non ricorderà più niente</div>
<div id="_mcePaste"><em>(Liberami dal male, Signore Gesù, se del male è stato fatto su di me, sulla mia anima, sul mio corpo…fa che da questo stesso momento possa ritornare in piena grazia)</em></div>
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<div id="_mcePaste">Solo che non va così, e anche quando il diacono lascia il seminario non lo libera dalla voragine a cui lo ha costretto; gli si impone come padrino di cresima e anche da lontano lo cerca, lo manda a prendere, lo vuole. Tanto lui è un ponte verso Dio, no? ”e se non riuscissi a portarti più vicino a Dio, non sarei stato un vero amico”. E’ solo Marco, sull’orlo di tutti gli abissi. Ma tace e aspetta, e intanto cresce. In fondo è forte Marco, ma che può mai questa forza sua? E poi, diciamocelo, anche se un ragazzino è stato stuprato in un seminario, non c&#8217;è bisogno di alzare un polverone, certe vicende vanno taciute, sotterrate nel silenzio, che poi un ragazzino esagera sempre, si sa, s’impressiona, e certo non gli si può permettere di infangare con gli scalpitii suoi l’onorabilità di certe istituzioni. Pregasse piuttosto, o facesse discernimento. In ogni caso tacesse, per Dio.</div>
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<div id="_mcePaste">Ribellarsi è dunque inutile, come è inutile scrostare muri di indifferenza o cercare di fermare la centrifuga del tempo che non riesce più a trattenere nulla. Allora meglio lasciare tutto, rinunciare ai sogni e fuggire via, tanto loro, i preti, il culo se lo parano sempre, in questa vita e in quell’altra.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div id="_mcePaste">Come in un film dell’orrore, quei luoghi che dovevano essere i più sicuri, al riparo da sputi e bestemmie del mondo di fuori, diventano all&#8217;improvviso la peggiore delle trappole, il teatro triste di un rituale imposto dopo la messa, protetto dal segreto della confessione; l&#8217;altra faccia della pedofilia, subdola, silenziosa, in agguato nell&#8217;oscurità di seminari, chiese, sacrestie. Un crimine odioso, “una carneficina di bambini e sogni”, un reato declassato a peccato, da assolvere e dimenticare, dopo averlo coperto di penitenze e inni. E su tutto una cortina di silenzio nero. E poi depistaggi, menzogne, pressioni delle curie sulle famiglie per metterle a tacere, e i fedeli mobilitati in massa, e le omelie e i grani dei rosari snocciolati durante qualche processo.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div id="_mcePaste">Era il 2009 e un’inchiesta del settimanale <em>l’Espresso </em>portava alla luce uno dei più tristi, gravi e inquietanti casi di abusi sessuali  praticati in Italia da preti e religiosi su bambini sordomuti. Una galleria dell’orrore scoperchiata dalle denunce di almeno 15 degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, una scuola che da un secolo accoglieva i bambini sordomuti delle famiglie più povere del Nord-est contadino, che nella più nera penuria di mezzi affidavano i loro figli alle cure pietose dei preti. Un’accusa di gruppo, sottoscritta da oltre 60 ex allievi entrati bambini lì dentro. Quasi mezzo secolo di sevizie tra le mura dell’edificio al riparo da ogni intrusione, uno stillicidio di violenze, abusi, percosse, anche in confessionale, persino sotto l’altare.</div>
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<div id="_mcePaste">Ricorda Giuseppe: &#8220;Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia&#8221;. E Bruno, che era il &#8216;bello&#8217; della sua classe, tira fuori l&#8217;incubo che lo tormenta da una vita: &#8220;Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai preti e fratelli”.</div>
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<div id="_mcePaste">Padroni di un universo apparente, ripetono un rituale che è sempre lo stesso: una stanza scarna con il Cristo in croce appeso, un ragazzino nudo, carezze: &#8220;Non avere paura, sono le mani di Dio&#8221;. Sullo sfondo il pianto soffocato di un bambino che diventa adulto così, senza averne sospetto.</div>
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<div id="_mcePaste">Eppure il cattolicesimo, fra tutte le religioni, è quella con il maggior numero di simboli infantili,  e forse per questo, come si fa con i bambini, continuamente dispensa premi e punizioni. Il buon cattolico è colui che osserva, crede, obbedisce, confessa ogni sorta di prurigine e si pente prima di fare la comunione, meglio se tutte le domeniche, con l’ostia somministrata dal sacerdote. Una ideologia potente, che prevede tappe di controllo continuato dalla nascita (battesimo) alla morte (estrema unzione); una ideologia del sacrificio perpetuato in ogni celebrazione liturgica, con un rischio ben segnalato dalla psicoterapia: inculcare il sacrificio di vittime innocenti come un rituale sacro, espiatorio, purificatore può confondere, in più di qualche caso, le menti.</div>
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		<title>Sakineh?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 16:50:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg" alt="" title="PIETRE" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-36707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di Napoli. <strong>Teresa Buonocore</strong> aveva 41 anni e 3 figli. È stata uccisa mentre guidava la sua Hyundai grigia per andare al lavoro, con quattro colpi di pistola calibro 9, la mattina del 20 settembre, a Napoli, sotto il ponte dei Francesi, lungo una via di accesso che da Portici, dove la donna abitava, conduce direttamente all’interno del porto di Napoli.  Le piaceva Will Smith, il sito Amalficoast.net, Radio Kiss Kiss, la nutella, i Simpson, il dj David Morales, la cappella Sansevero, Richard Gere. Aveva scaricato su Facebook un’applicazione chiamata “Come sarai tra dieci anni (solo per donne)”. L’ultimo link che aveva condiviso sul social network era dedicato a <strong>Sakineh</strong>. Si intitola: “Dite a tutto il mondo che ho paura di morire”. Il penultimo – con la foto in primo piano di un cucciolo di cane – si chiama “A chi condivide, domani accadrà qualcosa di bello”.<br />
<span id="more-36706"></span></p>
<p>Nel 2008 Teresa Buonocore aveva testimoniato nel processo per le molestie subite da sua figlia da un vicino di casa, <strong>Enrico Perillo</strong>, un geometra – o, anche, stando a quanto poco chiaramente raccontano i giornali, un “imprenditore di Torre Annunziata”- di 57 anni. Il 9 giugno 2010 l’uomo è stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione per violenza sessuale, ed è tuttora detenuto nel carcere di Modena. Secondo l’accusa, aveva abusato di due minori &#8211; una delle quali era appunto la bambina di Teresa Buonocore &#8211; che frequentavano la sua abitazione perché amiche delle sue figlie gemelle. In precedenza, Perillo era stato condannato – patteggiando la pena – a 3 anni di carcere per detenzione di armi e materiale esplosivo. Durante le indagini, la polizia aveva ritrovato in un garage una pistola calibro 9 con matricola cancellata; una Colt 45; un fucile calibro 12; due coltelli da lancio con lame di circa 25 centimetri, due coltelli a serramanico della lunghezza rispettivamente di circa 10 e 30 centimetri; una pistola d’epoca artigianale; 400 proiettili di vario calibro, 38 &#8211; 45 magnum &#8211; 7,65; 3.000 bossoli, inneschi e ogive di vario calibro; in più, varie attrezzature necessarie al confezionamento dei bossoli.<br />
Stando a quello che riportano le ultime notizie, in Questura sarebbero sotto interrogatorio in queste ore tre persone: il fratello e la moglie di Enrico Perillo, assieme al presunto esecutore materiale dell’omicidio.<br />
In un’intervista a Repubblica, <strong>Elena Coccia</strong>, l’avvocato che aveva assistito Teresa Buonocore durante le denunce e il processo, e che in passato aveva difeso <strong>Matilde Sorrentino</strong>, 49 anni, la donna di Torre Annunziata che aveva denunciato, e fatto arrestare, un giro di pedofili che avevano violentato anche suo figlio, e che per questo nel 2004 era stata sparata in pieno volto e uccisa da un killer che aveva bussato alla porta di casa, ha detto: “<em>Teresa era una madre che nella sua vita aveva sofferto e lottato tanto. Che differenza c’è, mi chiedo, fra la lapidazione e quello che accade qui da noi? Davanti a un omicidio come questo, davvero, si perde davvero ogni speranza per il futuro di questa città</em>”.</p>
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		<title>Ora anche basta però</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 06:42:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[via Metilparaben, via Don Zauker. edit: crediti completi nella pagina originale del video.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="o44loprfxKA"><iframe loading="lazy" title="8 x 1000 alla Chiesa Cattolica: ora anche basta." width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/o44loprfxKA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>via <a href="http://metilparaben.blogspot.com/2010/04/avete-fatto-gia-troppo-mo-basta-pero.html">Metilparaben</a>, via <a href="http://www.donzauker.it/">Don Zauker</a>. <ins datetime="2010-04-25T12:14:00+00:00">edit: crediti completi nella pagina originale del video.</ins></p>
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		<title>Cattolicesimo e pedofilia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/cattolicesimo-e-pedofilia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 16:21:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>
		<category><![CDATA[Tarcisio Bertone]]></category>
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					<description><![CDATA[Comunicato In questi giorni in cui si sta tentando di nascondere la verità sugli abusi perpetrati ai danni di minori innocenti, evocando assurdi parallelismi tra omosessualità e pedofilia, Arcigay, ArciLesbica, AGEDO, Famiglie Arcobaleno, Circolo Mario Mieli, MIT, Certi Diritti, Dì Gay Project lanciano un appello ai cittadini e alle associazioni per una manifestazione contro la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Comunicato<br />
In questi giorni in cui si sta tentando di nascondere la verità sugli abusi perpetrati ai danni di minori innocenti, evocando assurdi parallelismi tra omosessualità e pedofilia, Arcigay, ArciLesbica, AGEDO, Famiglie Arcobaleno, Circolo Mario Mieli, MIT, Certi Diritti, Dì Gay Project lanciano un appello ai cittadini e alle associazioni per una manifestazione contro la pedofilia e in sostegno delle vittime per sabato 24 aprile a Roma in Piazza Santi Apostoli alle ore 16.30.<br />
Distorcere la questione della pedofilia, come ha fatto il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, porta a scaricare su altri innocenti le gravi accuse che da tutto il mondo piovono sulle gerarchie vaticane. La questione non è identificare o meno l’orientamento sessuale del pedofilo, ma perseguire con fermezza chiunque si macchi di tali abusi, soprattutto se investito di responsabilità educative o spirituali.<span id="more-33230"></span><br />
La Chiesa cattolica risponda davanti ai tribunali e all’opinione pubblica dei colpevoli insabbiamenti avvenuti in tutto il mondo. Per questo il nostro appello va alle donne e agli uomini di qualsiasi fede religiosa o non religiosi, che non possono tacere di fronte alla violazione dell’infanzia: che tutti i casi vengano portati allo scoperto.<br />
Per adesioni e contatti: stop.vaticanabuse@gmail.com</p>
<p>Paolo Patanè – Arcigay<br />
Francesca Polo – ArciLesbica<br />
Rita De Santis – AGEDO<br />
Giuseppina La Delfa – Famiglie Arcobaleno<br />
Rossana Praitano &#8211; Circolo Mario Mieli<br />
Porpora Marcasciano – MIT<br />
Sergio Rovasio – Associazione radicale Certi Diritti<br />
Imma Battaglia – Dì Gay Project</p>
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		<title>Contrappunti &#8211; La pedofilia. E il masochismo italiano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/06/18/contrappunti-la-pedofilia-e-il-masochismo-italiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2007 08:25:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fiorello cortiana]]></category>
		<category><![CDATA[franco cardini]]></category>
		<category><![CDATA[giulietto chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[massimo mantellini]]></category>
		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Mantellini Mia figlia Francesca ha 4 anni. Ieri, mentre pensavo all’eventualità di dedicare il Contrappunti odierno alle ultime notizie sulla lotta alla pedofilia in rete mi è venuto in mente di estrarre il cellulare e scattarle questa foto. Dateci una occhiata: mi serve come premessa (e come difesa) a quanto sto per scrivere. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.deandreis.it/l/profilo.aspx?n=massimo+mantellini">Massimo Mantellini</a></p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/n.jpg" alt="n.jpg" align="left" hspace="5" />Mia figlia Francesca ha 4 anni. Ieri, mentre pensavo all’eventualità di dedicare il Contrappunti odierno alle ultime notizie sulla lotta alla pedofilia in rete mi è venuto in mente di estrarre il cellulare e scattarle questa foto. Dateci una occhiata: mi serve come premessa (e come difesa) a quanto sto per scrivere.<br />
<span id="more-4051"></span><br />
Nei giorni scorsi Epolis, giornale gratuito distribuito in molte città italiane ha organizzato una imponente <a href="http://petizione.epolis.sm/">raccolta di firme</a> per censurare un sito web tedesco nel quale si inneggia al partito dei pedofili. Non ne scriverò qui il nome (che del resto tutti conoscono) per le ragioni che capirete fra poco. L’appello accorato è stato firmato da moltissimi cittadini italiani, capeggiati da noti politici quali Walter Veltroni e Sergio Cofferati, Giancarlo Galan e Roberto Formigoni (come si vede una vera campagna bipartisan), ministri come Paolo Gentiloni e Giuseppe Fioroni, autorevoli storici come Franco Cardini, scrittori per adolescenti inquieti come Federico Moccia.</p>
<p>50.000 italiani, da Renzo Ulivieri a Marina Salomon, da Enzo La Russa a Fiorello Cortiana, da Marcello Veneziani a Giulietto Chiesa, passando per Rosy Bindi ed Antonio Di Pietro, hanno chiesto a gran voce che il sito dei pedofili olandesi fosse allontanato dallo sguardo degli abitanti della penisola al grido di “Fermiamo gli orchi”.</p>
<p>Ed il Ministro Gentiloni infine, nella giornata di venerdì, <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2019599">annunciava</a> alle agenzie l’avvenuto miracolo: il sito dell’orgoglio pedofilo era stato finalmente oscurato, utilizzano la tecnica della blacklist dei DNS già messa in pratica in passato per i siti web di scommesse e per i siti web stranieri a contenuto pedopornografico.</p>
<p>Ora, mi spiace per i 50.000 italiani che ci hanno creduto, mi spiace per il Ministro Gentiloni che continua a misconoscere la natura della rete Internet ma tutta la vicenda si presta ad essere interpretata in maniera assai differente da quella suggerita da Epolis, entusiasta della rapidità con cui il Ministro delle Comunicazioni ha risposto al proprio appello.</p>
<ol>
<li>Il sito web in questione (non ne faremo il nome) con ogni probabilità (non lo abbiamo visitato in effetti, abbiamo solo letto le descrizioni del suo contenuto) non conteneva alcuna immagine a contenuto pedopornografico e nel caso in cui violasse leggi dello Stato Italiano tale ipotetico crimine, l’apologia della pedofilia, dovrebbe essere probabilmente considerato nella selva spinosa dei reati di opinione. Eppure in questo paese (nel quale per esempio abbondano siti web a contenuto neofascista) non esiste per esempio il reato di apologia del cannibalismo: chiunque di voi domani avesse la bella idea di aprire una pagina su Internet nella quale narra le meraviglie della “suocera in stufato” non correrebbe alcun rischio legale. Almeno fino al giorno in cui una corposa legione di politici e personalità note non decidesse che tutto questo è una vergogna. Se le cose stanno in questi termini il Ministro delle Comunicazioni ha censurato in modo arbitrario alla visione degli italiani (o almeno ha tentato di farlo) un sito web assai riprovevole da un punto di vista dei contenuti e delle opinioni contenute ma non più illegale di tanti altri. E perfettamente legale in tutti gli altri paesi europei.</li>
<li>Il passaparola è l’anima della rete. Internet vive di questo e in questi giorni i soggetti che hanno stimolato i cittadini italiani a dire NO al sito web olandese del partito dei pedofili (non ne scriveremo il nome) possono essere divisi in due tipi. Quelli come Don Fortunato di Noto o il Moige che, lottando contro la pedofilia in rete, con iniziative del genere fanno utile propaganda a se stessi e tutti gli altri che, spesso senza averne cognizione, hanno suonato la grancassa ad un sito web che, se non fosse stato per la campagna di Epolis e l’attivismo del Ministro Gentiloni e dei suoi colleghi (Il Ministro Bindi ha scritto una lettera al Ministro Amato ed al Ministro Mastella al proposito), nessuno avrebbe visitato per una semplice ragione: non se ne sarebbe saputo nulla e il sito in questione sarebbe rimasto perso accanto a milioni di altre pagine web idiote.</li>
<li>Ovviamente le misure prese dal Ministro, come sempre avviene in questi casi, sono risultate salde come un budino al cioccolato. Il sito web (non vi diremo come si chiama), nonostante i provvedimenti presi di concerto con gli ISP continua ad essere tranquillamente visitabile dall’Italia (o direttamente o attraverso alcuni banali espedienti tecnici) cosi come da tutti gli altri paesi europei (nei quali nessuno si sogna di creare un inutile can-can mediatico istituzionale come quello al quale abbiamo assistito da noi in questi giorni e dove infatti l’intera grave vicenda è passata del tutto sotto silenzio) ed il risultato finale di tutto questo sproporzionato impegno moraleggiante è complessivamente negativo e potrebbe essere così riassunto; 50000 italiani hanno fatto da testimonial pubblicitari ad un sito web olandese nel quale si fa l’apologia della pedofilia.</li>
</ol>
<p>Ma le cose sono anche peggio di così. Questa storia ci insegna come non esista oggi in Italia una comprensione minima delle dinamiche di libertà che riguardano la rete. Racconta di come in questo paese si sia tutti sui blocchi di partenza in attesa di proclamare la prossima “fatwa” contro il Salman Rushdie di turno. Rushdie è l’esempio perfetto della tragica variabilità di opinione nel mondo: la regina d’Inghilterra giusto in questi giorni lo ha nominato “sir”, gli islamici integralisti per anni hanno tentato di ucciderlo per il contenuto espresso in suo libro di vent&#8217;anni fa.</p>
<p>Tornando a noi, l’ipotesi iniziale, quella di monitorare tutta la rete bannando di volta in volta ogni sito che si ritenga inadatto alle nostre menti è talmente sciocca ed impraticabile da non poter essere nemmeno considerata. Eppure questo è ciò che il Ministro delle Comunicazioni, evidentemente assai malconsigliato (o in alternativa interessato più ai ritorni mediatici delle sue scelte che non a tutto il resto) sta facendo. Fatti salvi i reati commessi sul territorio nazionale il resto di questa attività di protezione ed ecumenica pretesa di controllo delle comunicazioni del pianeta che unisce la lotta contro la pedofilia e il punto di vista molti italiani che chiedono a gran voce la chiusura di questo o quel sito web, temo debba essere archiviata senza troppi scrupoli alla voce “censura di Stato”.</p>
<p>Ma assai prima di tutto questo il risultato evidente è quello di mostrare a se stessi e al mondo quanto poco si sia capito Internet, quanto poco si sia capaci di trasferire al singolo individuo la responsabilità etica di scegliere cosa sia e cosa non sia adatto per sé e per i propri figli, e questo proprio nel momento in cui esiste uno strumento che apre potenzialità enormi fino a ieri inimmaginabili. Quanto poco si sia, in definitiva in grado di navigare in autonomia fra le miserie umane e le loro molteplici manifestazioni. A ciò si aggiunge, da parte dello Stato, un deficit di fiducia nella autonomia dei propri sudditi (se così li vogliamo chiamare) sul quale i sudditi sembrano non avere troppo da obiettare.</p>
<p>Poco importa se gli agitatori di simili spettri siano sacerdoti antipedofilia, politici ultracattolici e riformisti o intellettuali che si fanno stampare le mail dalla segretaria: il risultato finale di simili teatrini è quello di rendere noto a tutti quanto poco i primi dieci anni di Internet abbiano inciso nelle nostre vite, quanto poco abbiano saputo aprire nuovi spiragli di comprensione e differenti percorsi di conoscenza, agitando invece timori e mostri nei confronti dei quali una antica abitudine ci consiglia di demandare ad altri decisioni che dovrebbero invece essere nostre.</p>
<p>C’e’ un prezzo da pagare per migliorare la qualità delle nostre vite, un prezzo di responsabilità individuale e di curiosità, ed in questo paese continuiamo a scegliere di non pagarlo.</p>
<p>Nello stesso tempo la Santa Inquisizione degli illetterati digitali ammorba l’Italia e promette prossimi ulteriore sfracelli. Occorre farsene una ragione e capire che da queste parti una rete Internet nella quale ognuno sceglie per sé è una pia illusione. Ed una rete Internet nella quale non sia possibile scegliere ognuno per sé è un po’ come dire nessuna rete Internet.</p>
<p>&#8212;<br />
[Testo soggetto a <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/">Licenza Creative Commons BY-NC-SA</a><br />
Pubblicato in prima stesura su <a href="http://www.mantellini.it/">Manteblog</a> e in versione finale su <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2021220">Punto Informatico</a> il 18/6/2007]</p>
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		<title>Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 04:05:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[corporate paedophilia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Savella Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" /></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che acquistano maggiore valore, cioè che vengono riportati da tutti i telegiornali nazionali nei titoli di apertura, riguardanti la pedofilia, sono però essenzialmente di due tipi: una “retata” su commercio e scambio di materiale pedopornografico su internet che vede coinvolti spesso centinaia di persone di varie regioni italiane; una serie di arresti, spesso circoscritta a poche persone, di particolare rilevanza, come nel caso di insegnanti e personale scolastico o sacerdoti (con tre casi eclatanti negli ultimi anni, a Torre Annunziata, Brescia e, recentemente, Rignano Flaminio), a prescindere dalle successive sentenze di innocenza o colpevolezza emesse dalla magistratura.<br />
<span id="more-3987"></span><br />
<a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii.JPG"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii.JPG" /></a><br />
Va detto però che quando il caso di pedofilia avviene all’interno di una famiglia, i termini “pedofilia” e ”pedofilo” tendono molto facilmente a scomparire, per essere sostituiti con altri come “abusi”, “violenza”, “l’arrestato”, “il cliente”, (nel caso di una minorenne costretta dalla madre a prostituirsi). Si vedano due casi molto recenti avvenuti tra Palermo e provincia: in nessuno dei due casi (<a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia.html">1</a> e <a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia.html">2</a>) Repubblica.it parla esplicitamente di “pedofilia”. La vicenda criminale, è chiaro, non cambia, ma cambia certamente la percezione per così dire istintiva che ne ha il lettore, se è vero, come è vero, che la parola “pedofilo” esercita una presa diversa, un’indubbia maggiore sensazione di avversione e sconcerto rispetto a tutte le altre possibili in questo contesto.</p>
<p>Eppure si ha la percezione che dietro la faccia più evidente del crimine della pedofilia quale è veicolata da giornali e tv, dunque quella dei casi mediaticamente più rilevanti e, meno esplicitamente, quella delle violenze contro i bambini avvenute in famiglia, si nasconda un ambiguo comportamento da parte chi dovrebbe poi tutelare incondizionatamente i minori; e dunque difendere la loro immagine dalla strumentalizzazione per fini di lucro, o addirittura dalla deformazione che la loro immagine subisce per strizzare l’occhio a un certo target di adulti e finanche da persone potenzialmente o già attivamente vicine alla pedofilia.</p>
<p><a href="http://www.tai.org.au">Corporate paedophilia</a>, o ‘pedofilia aziendale’, è il titolo di uno studio australiano dell’ottobre scorso che rileva l’impennata di immagini pubblicitarie con protagonisti bambini e pre-adolescenti ritratti in pose fortemente sessualizzate, pose – sottolineano le curatrici – modellate su quelle degli adulti. La ricerca fa l’esempio soprattutto di riviste australiane con un target dai 5 ai 13 anni, dove la visione di queste immagini da parte di coetanei dei bambini e ragazzini ritratti, di ambo i sessi, ma prevalentemente femminile, causa scompensi e problemi comportamentali negli stessi minori, e avverte anche che «the sexualisation of children could play a role in ‘grooming’ children for paedophiles – preparing children for sexual interaction with<br />
older teenagers or adults» (p. 5).</p>
<p>Il legame tra utilizzo di immagini sessualizzate di minori e la loro presenza all’interno di messaggi pubblicitari in generale è in realtà molto sottile: se è vero che vi sono certamente spot televisivi e non che accentuano esplicitamente le caratteristiche ‘adulte’ di persone ancora bambine, grazie a pose particolari o al trucco, è anche vero che ve ne sono altri in cui non si interviene direttamente sul bambino, ma sulla percezione che ne ha lo spettatore adulto, facendo indossare ai minori un abbigliamento leggero o, nel caso soprattutto dei neonati, mostrando l’intero corpo nudo.<br />
Eppure il Parlamento italiano, nel 2003, aveva un po’ a sorpresa, e forse senza una reale volontà, approvato una norma che impediva l’utilizzo di minori di 14 anni negli spot televisivi (ma non nelle televendite), sulla scorta anche dell’allora recente studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile, a cura della psicologa Anna Oliviero Ferraris, che indicava come in un giorno qualsiasi di programmazione televisiva su una rete pubblica e una privata, in uno spot su tre il protagonista fosse un minore, e nella fascia di prima serata quasi in uno su due (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGOO">1</a> e <a href="http://www.osservatoriolavorominorile.it/documenta/spot_pubblicitari.ppt">2</a> ). Si trattava dell’emendamento dell’on. De Simone, di Rifondazione Comunista, che ostacolò il cammino della Legge Gasparri alla Camera, causandole un rinvio dell’approvazione finale con un nuovo passaggio al Senato, dove l’allora maggioranza di centro-destra decise di non eliminare l’emendamento per non creare ulteriori ritardi all’iter parlamentare della legge. Come molti ricorderanno, si trattò di una delle poche rilevanti sconfitte subite in aula dal centro-destra, e fu dunque soprattutto per questo motivo che i quotidiani di allora diedero ampio spazio alla notizia. «Il corriere della sera» dedicava titolo in prima pagina («I franchi tiratori rallentano la legge tv») e tutta la pagina 3 alla cronaca politica (nel lungo <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPY">articolo</a> di Roberto Zuccolini l’unico riferimento al contenuto dell’emendamento oggetto della polemica è «Fino all’“incidente” ribattezzato dei “pannoloni” [sic] per il divieto di esibire bambini negli spot», due righe su ottanta), e recuperava in un box a parte a pagina 2 le conclusioni dello studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile (ridotto peraltro a una sequenza di numeri). «la Repubblica», pur riportando un resoconto più esauriente del dibattito in aula sull’emendamento De Simone, bolla tutta la questione col titolo di pagina 3, <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGQY">«E lo spot sui pannolini travolge le file della destra»</a>.</p>
<p>«la Repubblica» riporta anche una breve intervista al pubblicitario Marco Testa, che parla di censura e del danno economico creato dall’emendamento, perché <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPL">«i bambini, lo sappiamo, inteneriscono»</a>. Sempre Marco Testa interviene sul «Financial Times» del 19 luglio 2004, affermando che «In Italia, sicuramente, tendiamo a usare i bambini negli spot per andare dritti ai genitori. Fa parte del nostro spirito latino», mentre per Pier Silvio Berlusconi «la pubblicità che vede protagonisti bambini secondo me non fa male a questi ultimi e danneggia solo il mondo pubblicitario» (<a href="http://www.supercom.it/web/001453/00145322.html">fonte</a>). L’emendamento approvato veniva invece definito «il più stupido della serie» dall’on. Rotondi (Dc), mentre il ministro Gasparri lo etichettava come «insignificante, un dettaglio» (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGRNp1">link</a>). Invece si trattava di un provvedimento, comunque lo si voglia intendere, che interveniva in un campo lasciato esclusivamente in mano ai pubblicitari, molto più che un emendamento «salva-pannolini», come i maggiori quotidiani in quei giorni lo etichettavano, ben sapendo che i bambini erano (e sono) utilizzati negli spot di qualunque prodotto, dai telefonini ai prodotti alimentari all’abbigliamento. Gli stessi quotidiani del 2 ottobre 2003 davano spazio pressoché esclusivo alla cronaca politica, ai ‘dietro le quinte’, alle voci del Transatlantico, alle sotterranee manovre della corrente di An che aveva contribuito ad approvare l’emendamento per motivi di visibilità all’interno dell’esecutivo, dedicando invece pochissime righe di approfondimento su ciò che era stato realmente approvato, sul punto che riguardava direttamente il lettore e il cittadino, ovvero la tutela del minore.</p>
<p>Ad ogni modo, sotto la pressione delle organizzazioni dei pubblicitari, veniva approvata due anni dopo, in prima lettura alla Camera e in seconda, il 25 gennaio 2006, al Senato, la ‘leggina’ che modificava l’art.10 della Gasparri, sopprimendo le parole che vietavano l’utilizzo dei minori negli spot televisivi (<a href="http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=leggigu&amp;doclocatorserver=doclocator&amp;id=37&amp;anno=06">Legge n. 37/2006</a>, a firma degli on. Santanché, Romani, Bianchi Clerici, Caparini e altri), ovviamente dalla maggioranza di centro-destra (inclusi coloro che avevano votato due anni prima l’emendamento che ora veniva modificato). Una legge, questa, che viene per ironia della sorte (o forse no) promulgata appena prima della Legge 38/06 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) che oscura del tutto sui quotidiani la notizia della modifica della legge Gasparri. Il giorno dopo l’approvazione del provvedimento alla Camera gli unici quotidiani a parlarne sono «Liberazione», con un ampio articolo, e «Il Giornale» con un box di poche righe. All’approvazione definitiva in Senato la notizia è ripresa solo dal «Giornale» (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/060126/9qrom.tif">link</a>), dove si legge che la norma cancellata «avrebbe fatto registrare effetti distorsivi per il comparto pubblicitario senza assicurare comunque un’effettiva tutela dei minori». In realtà, ci avevano già pensato gli stessi pubblicitari ad aggirare la legge, in quei mesi, girando i loro spot televisivi nei teatri di posa e con bambini di San Marino, arrivando a selezionare il 10% della popolazione infantile della piccola repubblica (<a href="http://www.terre.it/giornale/articoli/288.html">link</a>).</p>
<p>Non esiste dunque oggi una normativa che regoli se e in che modo è possibile utilizzare immagini di minori nelle pubblicità. E così, in un mini-catalogo di abbigliamento estivo per bambine dai 3 agli 8 anni di un’azienda che, a guardare il suo sito web, parrebbe produrre esclusivamente bambole, compaiono bambine con le pose più innaturali e sguardi ammiccanti che è difficile non definire erotizzati. Immagini che rendono quanto mai evidente di quanto sia sottile il confine tra la caccia al pedofilo e la lecita mercificazione dei corpi dei bambini.</p>
<p>Succede anche a Gaia e Luna, due sorelle di nove e sei anni, il cui videoclip è tra i più visti su YouTube, dove si trova anche una loro “intervista doppia”. Di loro, e del loro primo singolo “Come Vasco Rossi” (“Vasco lo sai, per me sei un dio / spero che un giorno lo sia anch’io”, cantano nel ritornello), ha parlato Silvia Santalmassi (proveniente dalla redazione di Verissimo) sul tg5 delle 20 del 15 maggio scorso (<a href="http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=tg5&amp;data=2007/05/15&amp;id=16219&amp;categoria=servizio&amp;from=tg5">link</a>). Il padre, Agostino Carollo, musicista e discografico, ha messo in vendita su I-Tunes a 99 centesimi il brano, che ha raggiunto il primo posto tra i download. Ma la giornalista sottolinea come abbia anche lui tutelato i minori: in una delle citazioni dei brani di Vasco Rossi, infatti, «cazzi suoi» viene sostituito con «cavoli suoi».</p>
<p>&#8212;<br />
<em>Foto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/User:KF/Details">KF</a>, <a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG">rilasciata nel pubblico dominio</a> su Wikimedia Commons.</em></p>
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