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	<title>PeQuod &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Francesco Iannone: il mestiere della cenere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/28/francesco-iannone-il-mestiere-della-cenere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Iannone]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[È uscita per peQuod la raccolta poetica Prima opera del gesto di Francesco Iannone. Ospito qui alcuni estratti dal libro, in anteprima. &#160; *** &#160; Questo è il sangue, questa è la numerazione la voce pacificata dei giorni dopo il danno dopo il nostro abbattimento. &#160; Siamo qui perché è la legge e io ci credo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 54">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<div class="page" title="Page 36">
<div class="layoutArea">
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-97539" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone.jpg" alt="" width="1357" height="887" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone.jpg 1357w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-300x196.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-1024x669.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-768x502.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-150x98.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-696x455.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-1068x698.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/iannone-643x420.jpg 643w" sizes="(max-width: 1357px) 100vw, 1357px" /></p>
<div class="column">
<p style="text-align: justify;">È uscita per <strong><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">peQuod </span></strong><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">la raccolta poetica </span><em>Prima opera del gesto </em>di <strong>Francesco Iannone</strong>. Ospito qui alcuni estratti dal libro, in anteprima.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div class="column">
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il sangue, questa è la numerazione</p>
<p>la voce pacificata dei giorni</p>
<p>dopo il danno dopo</p>
<p>il nostro abbattimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo qui perché è la legge</p>
<p>e io ci credo</p>
<p>come l’ultima folata</p>
<p>che rimette in cammino la fiamma</p>
<p>e così vivremo</p>
<p>reali in questo spargimento</p>
<p>saremo il lampo che solleva</p>
<p>la cenere dal mucchio</p>
<p>e ricompone il reperto in alto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto muore un’altra volta e si consegna</p>
<p>alla durata</p>
<p>c’è una guerra qui e ci si ama</p>
<p>come si potrebbe amare un posto</p>
<p>del prima, un glorioso luogo</p>
<p>della gioia</p>
<p>c’è una guerra qui e la goccia che cade</p>
<p>fa tremare la tua ombra nella pozza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nuovo mondo assomiglia al nome</p>
<p>che non si staccherà mai più dalla sorgente</p>
<p>come un codice inciso sullo stemma</p>
<p>chiama il suo significato dal fondo</p>
<p><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">mai più, mai più</span></p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 37">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>le poesie, le foglie se cadono</p>
<p>coprono il disastro, tolgono</p>
<p>peso alle rovine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il campo, qui è feconda</p>
<p>ogni mutilazione</p>
<p>ci salveremo allargando lo scavo</p>
<p>restituiremo il frammento all’intero</p>
<p>luce dopo luce fino al gesto,</p>
<p>al dettaglio, al panorama.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fammi abitare ogni lettera del tuo nome</p>
<p>la mia voce cavalcherà ogni sillaba</p>
<p>in essenza</p>
<p>come l’impavido fantino cavalca</p>
<p>il puledro più spericolato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>è perché ti amo che ogni interstizio</p>
<p>è la casa ampia del raggio, l’ultima</p>
<p>avventura del tramonto.</p>
<p>Ti chiamerò da una sperduta</p>
<p>isola di me</p>
<p>ti racconterò laggiù come si vive.</p>
</div>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Siano le mie tristezze le micce sulle fibre dell’incendio quando si attraversano gli anelli. Salto dopo salto, tutte le volte delle vampe. Gemere nel blocco è il mestiere della cenere e il nostro.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
</div>
<div class="page" title="Page 62">
<div class="layoutArea">
<div class="column" style="text-align: justify;">
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo quell’attesa in alto della fame, la vitrea intonazione delle biglie che la terra ingoia nel suo festante oblio. Quell’eco sulle vele del racconto avanzerà nel nome di ciò che siamo stati, l’immagine rifluita nelle fughe, lo stacco della luce e le sue progeniture di bene, le cantine della preparazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
</div>
<div class="page" title="Page 66">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Estrai i tuoi vocaboli nuovi dall’ossario. Esponili alla loro ovvia brillantezza, ai loro crampi di dolore. Con la voce appoggiata al filo spinato, col sole che ci inoltra le sue mille lame nel petto. Oggi siamo felici. I bambini fiatano nella bocca del mondo e fanno luce aprendo le mani. Non andartene più, e dalle ciglia ti volano semi d’oro, attese, tormenti.Tu dillo, e saremo. Con le fiamme fra i denti, saremo. L’ultimo grammo di ossigeno che si insinua in una frattura. Saremo noi stessi la frattura, lo sfogo del getto d’acqua, un’alluvione nella memoria. E saremo gentili nella lotta, radunando dolcemente cadaveri e fogliame.Vi prego, corpi di qui. Vi amo, corpi di qui. C’è dell’acqua sulle dune delle vostre pance gonfie. C’è un tremolìo di anelli, una radice trasparente, una nascita, il sangue.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
</div>
<div class="page" title="Page 70">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Se torneremo a cucire l’orlo alla veste del mondo, se sapremo saltare la fune, fendere il sacco. Se i muti resteranno con i loro vocaboli dimenticati nel cesto. Gli angeli si toccano i genitali nel buio. Da qui si vede che erano umani e che nei loro corpi agivano maree. Si spaccano i petti a furia di tossire. Hanno le unghie piene di nero, i denti rotti a metà. La gioia è una belva con le rughe. E ora mostriamo al mondo le nostre teste calve. Vagiti. Nudità. Deragliamenti. Spostiamo vagoni di noi, avanziamo scrostando la ruggine sulle rotaie. Ammucchiamo le ossa sotto gli archi. I nomi soprattutto. Ha espulso il feto. Si è crogiolato nel suo rosso. La fine. È già stata qui mille volte.</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Come non diventare se stessi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/11/come-non-diventare-se-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2019 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio maria russo]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Costa]]></category>
		<category><![CDATA[Me non più]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eugenio Maria Russo Un estratto da Me non più (in uscita a maggio per Italic e Pequod) e una conversazione con l’autore, Massimiliano Costa.   Partiamo dal titolo: chi è “me” e “non più” cosa? “Me non più” è una frase che ripete tra sé e sé Jaco, il protagonista del romanzo: un consulente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<b> Eugenio Maria Russo</b></p>
<p><span lang="it-IT">Un estratto da </span><span lang="it-IT"><i>Me non più</i></span><span lang="it-IT"> (in uscita a maggio per Italic e Pequod) e una conversazione con l’autore, Massimiliano Costa</span><span lang="it-IT"><b>.</b></span></p>
<p><span lang="it-IT"> </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Partiamo dal titolo: chi è “me” e “non più” cosa?</b></span></p>
<p>“<span lang="it-IT">Me non più” è una frase che ripete tra sé e sé Jaco, il protagonista del romanzo: un consulente aziendale (potrebbe lavorare in McKinsey o Bain o Deloitte, ad esempio) che arriva a un punto della sua pure breve vita in cui ripensa a come è finito a fare quel tipo lavoro, alle scelte che lo hanno portato fino a lì. La storia si snoda attraverso due piani temporali, uno in cui Jaco è un giovane consulente rampante e l’altro in cui è un rampollo della buona borghesia provinciale italiana alla fine delle scuole superiori. Nonostante parta da una posizione privilegiata (ha talento per la musica, va bene a scuola senza sforzo, ha tanti amici, una ragazza comprensiva e una famiglia solida alle spalle) si trova in un momento di grande insicurezza, smarrito, incapace di decidere. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Erano due racconti staccati che poi hai unito?</b></span></p>
<p><span lang="it-IT">No, il romanzo è partito da una visione e da un sentire. Mentre lavoravo in consulenza ho avuto la visione di un’alba bellissima alla fine di una lunga giornata di lavoro e ho sentito una profonda stanchezza, nonostante fossi ancora molto giovane. Per esprimere questa sensazione ho creduto di dover raccontare un personaggio complesso. Dovevo raccontare anche le radici di quella visione e di quel sentire, che affondano negli anni giovanili. Da lì la struttura dei due piani temporali. Poi ho cercato di lavorare sul non detto, tanta parte importante della vita di Jaco non viene raccontata. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Quali sono esattamente i termini della scelta che Jaco diciottenne deve compiere?</b></span></p>
<p><span lang="it-IT">Seguire la sua passione per la musica classica oppure provare una via più standard, cercando di entrare in una università prestigiosa. La difficoltà della carriera artistica che Jaco potrebbe intraprendere è rappresentata soprattutto dall’incertezza sul proprio talento: </span><span lang="it-IT"><i>ho abbastanza talento e passione per fare il violinista tutta la vita? Oppure dovrei ascoltare tutti quelli che mi consigliano di andare a Oxford e lasciar perdere la musica?</i></span><span lang="it-IT"> Questo si chiede in sostanza Jaco, ma senza avere gli strumenti necessari per trovare una risposta. Allora cerca di non diventare se stesso, sforzandosi piuttosto di adattarsi a un modello dettato da una pressione sociale ma che non gli appartiene davvero. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>La lingua del libro è molto particolare: si passa dal dialetto piemontese all’italiano inglesizzato dei consulenti, che però lascia spazio talvolta a una lingua più lirica. Come hai creato questo impasto linguistico? </b></span></p>
<p><span lang="it-IT">La mia terra, le Langhe, ha sempre esercitato un influsso poetico su di me e la poesia è stata la prima forma letteraria che ho praticato: nel romanzo ne sono rimaste alcune tracce. La lingua più brutalizzata e anglicizzata è, invece, quella che effettivamente si ritrova non solo in consulenza ma anche in molti contesti aziendali: termini come “fittare”, “weakness”, “deliverare” sono parte della vita parlata e scritta (mail e whatsapp) di un consulente. Di dialetto in realtà ce n’è pochissimo ma ho avuto bisogno di usarlo per esprimere meglio certe sensazioni. Lo sperimentalismo linguistico vuole rifarsi a Fenoglio, albese come me, che della commistione ha fatto una cifra stilistica. Anche se per Fenoglio l’inglese è lingua letteraria mentre nel mio libro è la lingua colloquiale della consulenza. </span></p>
<p><a name="_GoBack"></a><span lang="it-IT"><b>A proposito di Fenoglio, ho ravvisato una certa somiglianza tra il finale del tuo romanzo (che non anticipiamo) e quello di “Una questione privata”. È stata una cosa casuale?</b></span></p>
<p><span lang="it-IT">Assolutamente un caso, forse un rimosso, “Una questione privata” è stato uno dei miei libri preferiti ai tempi del liceo ma da allora non l’avevo più ripreso e il finale l’avevo completamente dimenticato. O è un rimosso o un caso, non è una citazione voluta. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Le figure femminili sono poco presenti nel tuo romanzo, come mai? </b></span></p>
<p><span lang="it-IT">Il mondo della consulenza è e rimane prettamente maschile, nonostante tutti i tentativi più o meno di facciata fatti per cercare di renderlo più bilanciato ed equo da un punto di vista di genere. Di donne ce ne sono molto poche perché non è un mondo fatto per chi debba o voglia prendersi cura di una famiglia. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Quale è stata la motivazione principale che ti ha spinto a raccontare questa storia?</b></span></p>
<p><span lang="it-IT">Io vorrei con questo romanzo porre la questione dell’importanza di alcune scelte, in particolar modo delle prime che ci troviamo a fare da giovani. Io sono convinto che la scuola, la famiglia e la società in generale dovrebbero aiutare di più i ragazzi a orientarsi nella scelta su cosa fare da grandi. I giovani hanno bisogno di essere guidati su base individuale, non di rifugiarsi in percorsi che vanno bene un po’ per tutti (l’università blasonata, la facoltà spendibile sul mercato del lavoro, la professione ben pagate). Poi volevo dare un’immagine da insider del mondo della consulenza, dandone un ritratto basato sulla mia esperienza diretta. Ma non voglio scoraggiare i giovani dall’entrare in questo mondo, quanto piuttosto usarlo come allegoria. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><b>Il tuo esordio è molto vicino alla tua vicenda autobiografica. Che esperienza hai accumulato dopo aver lasciato The Boston Consulting Group e cosa è lecito aspettarsi come tuo prossimo lavoro?</b></span></p>
<p><span lang="it-IT">Dopo la consulenza sono entrato nel mondo delle start up: un mondo affascinante che potrebbe finire in un prossimo romanzo, oppure in dei racconti. Ma non c’è ancora niente di concreto. Vorrei anche mettere ordine e pubblicare le poesie che ho scritto prima di dedicarmi alla narrativa con “Me non più”. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Estratto</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">&#8220;</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT"><i>Fuck</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">.&#8221;</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Rantolò. Spense la sveglia e buttò l’iPhone sul comodino. Si lasciò cadere supino, il debole corpo schiantato dalla forza di gravità. Le braccia aperte, il busto scoperto, gli occhi sbarrati sul soffitto. Immobile, sentiva svanire dalla pelle il tepore del sonno e dalla testa i sogni di quella notte interrotta.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">&#8220;Dai dai dai dai&#8221; si incitò con un filo di voce. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Aveva già posticipato la sveglia due volte e non poteva concedersi il lusso di altri cinque minuti. I piedi, buttati fuori dalle coperte per primi, caddero sul pavimento di marmo ghiacciato con l&#8217;inaccuratezza di un quarto di manzo inerte. Un brivido freddo risalì rapido lungo la schiena prima di posarsi alla base del collo. Di colpo fu in lui sveglia la coscienza di un nuovo giorno in cui andare. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Riprese di soprassalto il cellulare. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Ma come cazzo è possibile?” disse ad alta voce guardando lo schermo che elencava ventitré mail non lette.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Con movimenti inesorabili inforcò le ciabatte e, sollevatosi finalmente dal letto, si trascinò nudo verso il bagno. La testa pesava e dolevano gli occhi. La luce del mattino rendeva il candore dei muri insostenibile. Richiudendo gli occhi, si sedette sulla tavoletta e portò le mani alla testa, sentendola pulsare insistente e regolare. La mente cadde inconsciamente sul fragore animale del suo getto: tanto rumoroso da sopportare che dovette deviarne la traiettoria verso più discreti anfratti.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Scorse lo schermo rapidamente per verificare che non ci fossero mail importanti. Sembravano tutte innocue. Tutte, tranne una, che aveva le tre peggiori caratteristiche: la parola &#8220;URGENTE&#8221; come oggetto, il partner come mittente, unico destinatario diretto: lui stesso. Ora di invio 6:47. Bestemmiò ma, invece di sbloccare il telefono per leggere il contenuto della missiva, lo lanciò sprezzante sul pianale del lavandino distante oltre un metro, per ribadire a se stesso che di quell&#8217;oggetto, costoso sì ma aziendale, non gli importava nulla. Poi decise di scrostarsi il sonno di dosso con una veloce sciacquata e di conservare le turbe della mail per la colazione con gli altri.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Si avviò ciondolando verso la doccia, pregustando il caldo effetto massaggiante, ma si fermò, abboccato all&#8217;impressione di aver visto qualcosa di strano passando davanti allo specchio. Si girò lentamente per dare tempo a quel fantasma discolorato e curvo di nascondersi ma, ritrovandoselo ancora davanti, decise di studiarne lo sguardo. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">Appoggiò le mani sul marmo bianco venato di verde e si piegò sulla propria immagine nel grosso specchio appeso sopra il lavandino. Le occhiaie parevano l&#8217;opera di un artista gotico. Una tinta rossa sottostava al blu dominante, dandogli un aspetto violaceo che diventava intenso sulle palpebre. Dall&#8217;angolo esterno degli occhi si dipartivano almeno quattro rughe, sottili ma nette, sotto le quali si malcelava una macchiolina marrone, non più lunga di un centimetro e larga ancora meno: una piacevole addizione dell&#8217;ultimo mese. Stirò un sorriso esagerato per meglio scovare il percorso di quelle rughe e delle altre che sarebbero a breve spuntate. Passò poi la mano destra aperta tra i capelli, dissotterrandone a decine bianchi sulle tempie. Sparute tracce di bianco si trovavano ormai ovunque, piccoli parassiti irreprensibili che stavano colonizzando capello dopo capello anche la parte più alta della testa. Torcendo poi il collo al massimo da entrambi i lati, notò un primo accenno di doppio mento, visibile misura della rilassatezza non solo della pelle del collo, ma di ogni turgida giovinezza del corpo. Molle il torace, largo il ventre, flaccido il membro.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span lang="it-IT">&#8220;Schifo&#8221;, disse con una smorfia e uscì dallo specchio. </span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sei poesie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/17/sei-poesie-3/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/17/sei-poesie-3/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2014 08:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[il rovescio del dolore]]></category>
		<category><![CDATA[luigi socci]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luigi Socci Da Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013. Il viaggiatore ignoto Accappatoi fregati negli alberghi saponi con i peli appiccicati sfoghi d’acne da treno: segni inequivocabili di viaggio più o meno. L’avviso ai naviganti era criptato. Era evidente il posto era sbagliato. Scelte per punto fermo come riferimento stelle cadenti e vento. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Luigi Socci</strong></p>
<p>Da <em>Il rovescio del dolore</em>, Italic Pequod, 2013.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/luigi-socci.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-47751" alt="luigi socci" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/luigi-socci.jpg" width="144" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: center"><strong><em>Il viaggiatore ignoto</em></strong></p>
<p>Accappatoi fregati negli alberghi<br />
saponi con i peli appiccicati<br />
sfoghi d’acne da treno:<br />
segni inequivocabili di viaggio<br />
più o meno.</p>
<p>L’avviso ai naviganti era criptato.<br />
Era evidente il posto era sbagliato.</p>
<p>Scelte per punto fermo<br />
come riferimento<br />
stelle cadenti e vento.</p>
<p>Era evidente il posto era sbagliato<br />
col cane che non solo<br />
non riconosce ma persino<br />
staccare dal polpaccio è complicato.</p>
<p>Era evidente<br />
il posto era sbagliato:<br />
tizi mai visti<br />
spazi ridotti, pieni di rischi.<br />
non ho<br />
amici con divani come questi.</p>
<p>Come in una morale<br />
senza l’ombra di fiaba<br />
era evidente io stesso ero sbagliato,<br />
andato a finire<br />
e tornato.</p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: center"><em><strong>0.8</strong></em></p>
<p>Chino nel mio cunicolo.</p>
<p>Munito di binocolo.</p>
<p>Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo.</p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: center"><strong><em>28 agosto 94</em></strong></p>
<p style="text-align: right"><em>per Franco Scataglini</em></p>
<p style="text-align: justify">Nerastro miramare<br />
funereo zittarsi di triglie<br />
bare a vela.</p>
<p>Onde con l’ombra al collo,<br />
il loro andar di sale<br />
ingozza il porto.</p>
<p>Cozze col cuore a pezzi<br />
tette a lutto.<br />
Il sole simultaneo<br />
traduce sassi in terra<br />
(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)</p>
<p>Curioso capolino<br />
di vermi o cicche spente?<br />
Dentro le sabbiature<br />
lenta lebbra dei vivi.</p>
<p>Un morto vive altrove.</p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: center"><strong>In attesa dell’onda anomala delle 15.30</strong></p>
<p>Lei si legge l’oroscopo si scambia<br />
messaggini carini, fa il sudoku<br />
(a lei niente pertiene<br />
di questa apocalisse<br />
in un bicchiere d’acqua e nelle vene<br />
a lei niente ne viene)<br />
si controlla e si tocca<br />
per vedere se c’è<br />
ancora il suo sedere.</p>
<p>Abbi pietà di noi<br />
nave superveloce per la Grecia<br />
di noi che ti preghiamo<br />
di passare d’urgenza in barba ai limiti<br />
di chiuderci nel gorgo<br />
(noi che non siamo a bordo) di strapparci<br />
gli asciugamani a nodi marinari<br />
via dalle mani.</p>
<p>Prima della liquefazione<br />
dello sgocciolamento del calippo<br />
prima che le mie membra<br />
finiscano di spargersi di crema<br />
prima del compimento<br />
dello smutandamento,<br />
al largo (l’acqua in bocca)<br />
portaci a un punto dove non si tocca.</p>
<p>Venga l’acqua<br />
alla gola<br />
che si sloga e si sgola<br />
che per ogni parola<br />
che dice si allaga.<br />
Annegherai i parei,<br />
gli infradito di prada<br />
e piangerà anche lei<br />
ma l’acqua farà sì che non si veda.</p>
<p>Scrivo, con la pistola ad acqua<br />
a spari sul bagnato<br />
di profonde immersioni<br />
nelle proprie ferite<br />
fatte da uno che ha appena mangiato.</p>
<p>Nuova forma di nuoto<br />
invoco<br />
verso il fondo<br />
imploro la marea<br />
che mi nasconda<br />
e mi alzo mi abbasso<br />
faccio l’onda.</p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: center"><em><strong>Di proprio pugno</strong></em></p>
<p>Mi scrivo una tua lettera<br />
finché dura la mano<br />
finché mi regge il pugno, finché stringe<br />
finché so l’italiano.<br />
Come consolazione o per rivalsa<br />
mi scrivo una tua lettera<br />
falsa.</p>
<p>Mi scrivo di mio pugno<br />
(la grafia non è mia)<br />
senza fare la brutta<br />
copia, senza bisogno<br />
di sprecare saliva<br />
per chiudere o affrancare.<br />
Mi scrivo una tua lettera.<br />
Poi te la faccio firmare.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Questa poesia non è<br />
per te né per nessuno<br />
non lascia alone<br />
ha l’aut. min. ric.<br />
non odora di chiuso<br />
e poi<br />
non si fa i fatti miei<br />
ha tutte le carte in regola<br />
è ochei.</p>
<p>Questa poesia è bielastica<br />
può essere una esse<br />
o volendo un’ixelle,<br />
questa poesia si stende<br />
come una parte del corpo,<br />
una pelle.</p>
<p>Questa poesia non quadra<br />
il cerchio casomai<br />
si acumina in un rombo,<br />
questa poesia non è<br />
per te che sparirai<br />
prima che tocchi il fondo.</p>
<h6 style="text-align: justify">(Per chi fosse interessato, una prossima doppia presentazione della raccolta di Luigi Socci e de <em>Il sangue amaro</em> di Valerio Magrelli si terrà a Roma giovedì 20 marzo alle 18.30 presso l&#8217;Esc Atelier autogestito di via dei Volsci 159, con la presenza di entrambi i poeti e il coordinamento critico di Andrea Cortellessa.)</h6>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Sacrificio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/23/sacrificio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 06:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Giacomo Sartori, Sacrificio, peQuod, 189 pag, 16,00 euro. Sacrificio riunisce in sé due primati: è uno dei libri italiani più belli che ho letto quest&#8217;anno ed ha, sicuramente, la copertina più brutta che io abbia mai visto. Un vero e proprio suicidio editoriale. Sono un difensore della piccola editoria ma, al di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/90_sartori1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/90_sartori1.jpg" alt="" title="90_sartori" width="168" height="268" class="alignnone size-full wp-image-40437" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giacomo Sartori, <em>Sacrificio</em>, peQuod, 189 pag, 16,00 euro.</strong></p>
<p><em>Sacrificio </em>riunisce in sé due primati: è uno dei libri italiani più belli che ho letto quest&#8217;anno ed ha, sicuramente, la copertina più brutta che io abbia mai visto. Un vero e proprio suicidio editoriale. Sono un difensore della piccola editoria ma, al di là della lungimiranza di peQuod di aver pubblicato Sartori, bisogna dirlo che non sempre “piccolo è bello”. Una copertina così raffazzonata allontana sia il “lettore occasionale” che quello “forte”, perdendo l&#8217;occasione di leggere un libro che reputo fra i più profondamente tragici che sono stati scritti in questi anni.<br />
<span id="more-6217"></span><br />
Un gruppo di ventenni, un posto qualsiasi del Trentino, in una valle senza sole, umida e depressa, dissipano i loro giorni, senza nessuna prospettiva, senza nessuna via di fuga (e senza neppure desiderarla, la fuga). La morte di Andrea, nelle prime pagine di <em>Sacrificio </em>&#8211; morte assurda, illogica, avvenuta per un&#8217;insensata scommessa &#8211; non ha insegnato nulla al branco: a Diego, guardaparco apatico, innamorato di Katia, che finge una ribellione che non possiede; a Frank, etilista e violento, a Marta, che spicca per sensibilità e per debolezza caratteriale.</p>
<p>La loro è una vita prigioniera, una esistenza quasi primitiva, pre-civile, pre-storica, non ostante i fuoristrada o i telefonini. Impossibilitata a liberarsi, destinata a una coazione a ripetere, a tornare sempre negli stessi soffocanti luoghi fisici e dell&#8217;anima. È la noia infinita al pub, la sera, è l&#8217;impossibilità a trovare significato alla propria esistenza, magari in un tradimento, o in un autolesionistico desiderio incestuoso.</p>
<p>Giacomo Sartori ha scritto un libro davvero crudele e necessario, con una lingua altrettanto crudele, che non ammette sconti o ammiccamenti al lettore. <em>Sacrificio </em>è un buco nero, un libro disperato, violento, è uno sguardo impietoso sul vuoto esistenziale del Nord Est, e, in modo estensivo, dell&#8217;intero universo giovanile della provincia italica. Un libro senza luce, che frantuma le coscienze di chi lo legge. Che commuove.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n.24, del 10 giugno 2008</em>]</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Porta Marina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/porta-marina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2008 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
		<category><![CDATA[Porta Marina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Gezzi, Adelelmo Ruggieri Viaggio a due nelle Marche dei poeti 2008, peQuod [ pubblicazione promossa da ITALIA NOSTRA, sezione del Fermano ] Adelelmo Ruggieri Il poggio [ in Porta marina cit. ] Monte Rosato. Verso mare, dopo la pista di motocross, inizia la selva. Non c’è anima viva. La vista sulla città è incomparabile. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">di <strong>Massimo Gezzi, Adelelmo Ruggieri</strong><br />
<em>Viaggio a due nelle Marche dei poeti</em><br />
2008,<em> peQuod </em></p>
<p align="center"><img loading="lazy" style="border: 1px solid #000000;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/portamarina.JPG" border="1" alt="Porta marina" width="276" height="394" /></p>
<p align="center"><small>[ pubblicazione promossa da ITALIA NOSTRA, sezione del Fermano ]</small></p>
<p align="left"><strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
<em>Il poggio</em><br />
[ in <em>Porta marina</em> cit. ]</p>
<p>Monte Rosato. Verso mare, dopo la pista di motocross, inizia la selva. Non c’è anima viva. La vista sulla città è incomparabile. Ridiscendo piano. Tutto questo silenzio m’intimorisce e insieme mi porta a rallentare, quando ecco che mi taglia la strada uno scoiattolo. Di quelli grigi che si sono messi in competizione con gli scoiattoli rossi. Mi vengono in testa due versi di Zanzotto che dovrebbero fare così: «valgo l&#8217;onda minuscola / che fu tua sete scoiattolo un giorno».</p>
<p><span id="more-5935"></span>Cammino verso casa, è sera tardi. In via Marchetto Morrone una voce squillante da una finestra ripete tre volte, squillando a crescere: <em>è concettualmente allucinante, è concettualmente allucinante, è concettualmente allucinante</em>. Chissà che è successo, forse sta guardando il TG. L’ora è quella. Ora sbucano da San Domenico due ragazzine che iniziano a correre felici. Svolto a sinistra per la ripida via Regina Amalasunta. Paolo Volponi ha scritto una pagina che racconta del suo amore per Fermo. Per molti aspetti gli sembra «la sorella carnale di Urbino». Più avanti in quella stessa pagina dice di Amalasunta che «l’aveva prescelta, incantata dai suoi balconi e dagli smalti delle marine e delle ripe».</p>
<p>Sta svanendo il suono della corsa in discesa delle bambine. Ora la piccola e ripida via si allarga. Una coppia decisamente spaesata mi chiede: “Dov’è via Cesare Battisti?”. Spaesato da solo più di loro in due non so che rispondere, eppure sta lì, a venti metri, e l’avrò fatta non meno di diecimila volte.</p>
<p>Stamattina una foschia grigia e invernale assedia la città. Nel tempio di San Francesco è tutto bruno scuro. Brillano come rocce rare le cinque vetrate dell’abside centrale. Non riesco a riconoscervi pressoché nulla. Riconosco Innocenzo III. Riconosco naturalmente Francesco che predica agli uccelletti. Quella lì dovrebbe essere la scena della morte. Francesco sta dicendo: «Laudato si’, mi’ Signore,  per sora nostra morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare».</p>
<p>Peregrino sulle creste dell’Ete. Il sole fra poco tramonterà. Ora sono sopra una collina di fronte Monte Rosato. Si chiama Lavandare il posto. Ed è come se anche qui questa parola (a leggerla sul cartello) venisse cadenzata da una gora. Ci stanno due pini marittimi e maestosi che segnano l’ingresso all’ultimo podere sul colle. Un uomo sta raccogliendo le olive. Sta tirando la stoffa dove batterle. Tre cagnoletti mansueti, e abbaianti, gli girano intorno per tutto il tempo. È soverchiante tanta umile magnificenza. <em>Sei tu forse il primo che è nato, – o sei stato formato prima dei colli?</em> chiede Elifaz (se non sbaglio) a Giobbe&#8230;</p>
<p align="center">*</p>
<p><em>Martedì</em>. Nel 1983 David Gascoyne scrisse la premessa a una nuova edizione dei <em>Collected Poems</em> di Eliot tradotti da Roberto Sanesi nel ’66. In essa ci dice di un saggio che Eliot scrisse nel ’19, «Dopo quei quattro anni che possono essere definiti fra i più angosciosi che il mondo avesse mai conosciuto».<br />
Quel saggio si chiama: <em>Tradition and the Individual Talent</em>, e in esso c’è questa frase qui: «La poesia non è libero sfogo delle emozioni, ma una fuga dall’emozione, non è una un’espressione della personalità, ma una fuga dalla personalità».</p>
<p>Io non so come sta scritta in lingua inglese ma letta a questa maniera, in italiano, è qualcosa di enormemente complesso a decifrare. Mette insieme sfogo e fuga, emozione ed impressione.<br />
E le mette insieme entro una cornice che ha per lati la parola «personalità»: la qualità e la condizione di un uomo-di una donna in quanto rappresenta una parte in una società.<br />
Anche «sfogo» (inteso come espressione di affetti trattenuti) insieme ad «emozione» (intesa come turbamento dell’anima) non è che aiuti a comprendere.<br />
(E che altro può fare un cuore che ha costipato in sé l’affettività, se non turbarsi? E così fuga ed emozione: sono turbato e dunque fuggo: anziché capire fuggo&#8230;).<br />
Rimane da dire della dissonanza fra «libero» che è moltissime cose (ma la prima delle quali è “sciolto da impedimento”) e «poesia» (che è poche cose, ma la prima delle quali è comporre: porre insieme di modo che le parti facciano un tutto), e della parentela invece fra «non libero» e «poesia» (a questa maniera qui intesa).</p>
<p><em>Sera</em>. Sto sulla cresta di una collina&#8230; Forse l’olmo è quello lì&#8230; Ma no&#8230; Figurati&#8230; Di sicuro il fianco della piccola chiesa&#8230; i rami contro le nubi pungolate dall’inverno&#8230; Sulla didascalia logora c’è scritto che questo è un punto nevralgico della viabilità antica&#8230; luogo ideale di preghiera e pellegrinaggio&#8230; Che un punto nevralgico della viabilità antica sia luogo di preghiera uno lo capisce, ma basterebbe  dire questo, il resto viene da sé&#8230;</p>
<p>Passammo da qui un martedì di carnevale&#8230; M*** una volta mise in testa alla sua mole di 120 chili un cappello da fatina con il fiocco che il vento lo svolazzava&#8230; aveva anche la bacchetta magica&#8230; Impassibile – esile nel gesto – bacchettava tutti quanti, e tutti si avvicinavano, ridendo, per capire che folle maschera adorabile fosse mai quella&#8230; Era il ’74&#8230;<br />
L’altro ieri ho dovuto chiamare il termoidraulico. La caldaia è sul terrazzo. C’è una pianta fiorita di margherite gialle. A un certo punto mi fa: “i fiori sono il segreto della terra. Ogni minima mutazione di temperatura li fa scattare”. Mica male no?<br />
Stava sistemando il vaso di espansione, e intanto riusciva a dire una cosa come questa. L’avevo chiamato  alle 8.00 e alle 9.15 eccolo lì. Porta sempre l’auricolare per accontentare tutti quanti, “ma specie i vecchietti / ogni cosa l’impaurisce”. Speriamo arrivi un altro tempo che le statue nella piazze le faranno per le persone come lui.</p>
<p>Dopo pranzo. Un caro amico che è nato nel ’22 e che tiene a cuore la poesia mi ha dato un libretto stampato a Fermo nel 1969. Si chiama <em>Fiuri de casa nostra</em>. La premessa è di Gabriele Nepi. Scrive che poeti e linguisti di valore ebbero grande stima per il nostro dialetto, e fa i nomi di Giosuè Carducci, Diego Valeri – che qui a Fermo ebbe la sua prima cattedra, ci dice – e Dino Provenzal.<br />
E questa cosa qui non gli appare casuale se alcuni fra i maggiori lessicografi vengono dalle Marche: Fernando Palazzi da Arcevia, Enrico Mestica da Apiro&#8230; Panzini, Vicoli&#8230; Gabrielli&#8230;</p>
<p>Mi ha reso enormemente felice questo dono. In quell’antica plaquette insieme agli amici delle <em>Recite</em> compaiono altri poeti di qui, dei quali leggo commosso, e per la prima volta, i nomi: Domenico Polimanti detto DO-PO di Monsampietro Morico del 1889, OttorinoProsperi di Servigliano del ’13, Nazzareno Sardellini di San Claudio di Corridonia del ’17, Raffaele Detto di Monturano del ’27.<br />
Prosperi a pagina 42 ricorda di sé un passato remotissimo quando correva sempre e prendeva i grilli. La sera giocava a <em>buscarella</em>, e gli amici lo portavano a <em>bagnà jò lu vallutu</em>.<br />
A leggere queste parole ho pensato a Wolfgang Sachs quando ci chiede di modificare la nostra idea di mobilità.<br />
Le mete si sono allungate. Dobbiamo fare una quantità enorme di strada per fare tutto quanto. E per molti, inoltre, la mobilità si è drammaticamente ridotta – a parità di mete allungate.<br />
Basta pensare ai bambini, dice, che non possono più andare a scuola da soli.<br />
<em>Mercoledì.</em> Conosco poche poesie di Anna Malfaiera, nata a Fabriano nel 1926. Tre volte mi sono messo sulla strada per raggiungerla, tre volte ho desistito. Avevo in testa una sua poesia molto bella: <em>Di sera alla rondine</em>. Fa parte di una antologia di poeti marchigiani che si chiama <em>Immagini della terra</em> e appare rapidissima digitando nella rete: <a title="Di sera alla rondine di Anna Malfaiera" href="http://associazionebartola.univpm.it/curiosita/poesie.htm#di sera alla rondine" target="_blank">http://associazionebartola.univpm.it/curiosita/poesie.htm#di sera alla rondine</a>.<br />
Ma un conto è digitare, un conto è ricordare, un conto rimettersi in viaggio.<br />
C’erano due posti che volevo vedere: il primo è dove il fiume incontra il torrente. L’altro è un viale che ho incontrato in una antica foto, e che dentro di me è rimasto impresso a questa maniera: una schiera di case, un filare di giovani piante e in fondo a tutto quanto un poggio, alto e scintillante.<br />
Ma di sicuro non l’avrei trovato, di sicuro non avrei potuto ripetere proprio lì, questi tre versi di Anna:</p>
<p>Un passo che conosco ha l’inverno,<br />
tardi chiarori e brume agli Appennini<br />
e pungoli di gelo.</p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/ilpoggio.JPG" border="1" alt="il poggio" hspace="30" vspace="30" width="318" height="249" /></p>
<p><strong>Massimo Gezzi</strong><br />
<em>Il mar da lungi. Viaggio (o vagabondaggio) nelle Marche dei poeti</em><br />
[ in <em>Porta marina</em> cit.]</p>
<p>Naturalmente il mare e il porto non sono percepiti sempre e soltanto [dai poeti delle Marche] come luogo industrialmente degradato. Per altri la lunga costa marchigiana può rappresentare un’apertura storico-politica, «oltre il quieto Adriatico» (De Signoribus) e verso quei martoriati Balcani da cui fuggono uomini e donne costretti ad emigrare e destinati talvolta a ricevere l’accoglienza volgare e razzista di qualche difensore dell’Integrità e della Purezza nazionali. Per altri, invece, il mare si carica di valenze simboliche e metafisiche, come una sorta di fondale perennemente sfondato verso l’oltre, o di «altare azzurro in fondo alla scena» (D’Elia) su cui si proietta lo sguardo pensante, montalianamente incapace di appagarsi di tutte le immagini che «portano scritto ‘più in là’». D’altronde, se è vero che «ognuno», come ha sostenuto Predrag Matvejevic, «ha la sensazione di aver qualcosa da dire del mare e del suo aspetto e che si tratti di una cosa effettivamente importante», ciò sarà particolarmente vero per chi scrive versi in una regione interamente adagiata, per il lato lungo, sulla sponda adriatica; una regione in cui, con una bella intuizione di Piero Bigongiari, si avverte «sempre quel sospetto di mare all’orizzonte» [&#8230;].<br />
Per le donne e gli uomini nati e cresciuti nelle Marche, dunque, il mare costituisce uno di quegli «stampi immaginativi» che sin dall’infanzia, come sapeva bene Cesare Pavese, strutturano la percezione dello spazio e del mondo. Non stupirà, allora, che il mare spesso sia la quinta naturale su cui i poeti delle Marche proiettano le immagini del ricordo e dell’infanzia. Ecco, per esempio, tre dei più apprezzati poeti italiani contemporanei, tutti e tre marchigiani, alle prese con l’insorgenza lancinante e nostalgica del ricordo su uno sfondo marino: Eugenio De Signoribus (Cupra Marittima 1947), in questo testo tratto da <em>Istmi e chiuse</em> (Marsilio 1996), considera il «mare infantile» come «lo spazio che si apre e non ha margine»; la spiaggia ricoperta di sassi, mormoranti o «scroscianti» a seconda che il passo di chi la percorre sia lieve o veloce, alla fine si trasfigura, per via di associazione mnemonica, nella montagna in cui il bambino andava in cerca di «fossili ammiccanti», in seguito al comando ricevuto da un immaginario re divino che occhieggia, fiabescamente, da «una spira d’ammonite»:</p>
<p>lo spazio che si apre e non ha margine<br />
è il mare infantile su una costa<br />
che complici non ha se non i sassi</p>
<p>in dune parlanti ai lievi passi<br />
o scroscianti nelle volanti corse<br />
acclamanti screziate le conchiglie&#8230;</p>
<p>viene al ricordo una spira d’ammonite<br />
fissata in una roccia d’Appennino<br />
severa di luce come un occhio<br />
di re divino che ordina al bambino<br />
di ritrovare tutte le altre pietre<br />
e riportarle a fronte dello stretto&#8230;</p>
<p>così che la valigia del ritorno<br />
fu un gran sasso di fossili ammiccanti,<br />
una montagna che andò da maometto&#8230;</p>
<p>Umberto Piersanti (Urbino 1941), invece, richiama alla memoria un mare lontano sia dal punto di vista spaziale-geografico (come quello leopardiano delle Ricordanze e di <em>A Silvia</em>) sia da quello memoriale. Piersanti, infatti, è il poeta delle Cesane, dei fossi e delle valli, è il poeta di una Urbino classicamente composta in una cerchia di colli che conserva ancora i tratti del paesaggio che fece da sfondo ai quadri di Raffaello. In questa poesia tratta da <em>Nel tempo che precede</em> (Einaudi 2002), invece, Piersanti richiama l’ambiente marino dell’unica vacanza («allora non usava») fatta insieme alla giovane madre. Quel ricordo conforta il poeta ormai adulto, sebbene la distanza tra quel tempo e il presente alieno sia incolmabile e immedicabile, impressa addirittura nell’aria, «così diversa» da quella di allora:</p>
<p><em>L’osteria del mare</em></p>
<p>quell’osteria, madre,<br />
in quale vicolo persa,<br />
laggiù, sul mare?<br />
madre, giovane madre,<br />
fu la nostra vacanza,<br />
la sola forse,<br />
allora non usava,<br />
e quei fischioni rossi<br />
con foglie verdi<br />
mai ne ho trovato altri<br />
così perfetti<br />
e l’azzurro d’intorno<br />
ci cerchiava,<br />
ci ubriacava la luce<br />
sulla panca</p>
<p>sono sceso alla costa<br />
l’ho cercata,<br />
ma il tempo muta<br />
e le strade e le case,<br />
cambia perfino l’aria</p>
<p>era l’aria allora<br />
così diversa<br />
io la solcavo<br />
stretto alla tua mano,<br />
la tua veste leggera che risplende<br />
contro l’Ardizio<br />
verde come il fosso<br />
dove fatica la gente<br />
del mio sangue</p>
<p>io quei giorni<br />
me li porto dentro,<br />
il cammino mi fanno<br />
più leggero.</p>
<p>Se Piersanti dipinge la madre sullo sfondo azzurro e infantile del mare, Gianni D’Elia (Pesaro 1953) su una quinta simile proietta la figura del padre. Siamo a Pesaro, sono quasi le sette di sera, e chi scrive compie un improvviso flash-back ricordando le passeggiate in bici che faceva insieme al genitore, «dal centro al lungomare» fino al «molo del porto-/ canale». L’immagine di quella figura cara viene poi amplificata dalla ricomparsa improvvisa del profumo «degli spiedini alla brace, sulla rola / che una signora girava». Il ricordo dell’affettuosa complicità tra il figlio e il padre che gli comprava le seppioline arrosto all’insaputa della madre fa «svenire di rimpianto» il poeta ormai adulto. Ecco il XLVII “canto”, in terzine, di<em> Bassa stagione</em> (Einaudi 2002):</p>
<p>XLVII<br />
«Era quasi questa, l’ora, verso le sette<br />
di sera, della passeggiata con te, papà&#8230;<br />
in bici, piano, dal centro al lungomare,</p>
<p>si costeggiava la ressa dei pedoni<br />
davanti agli hotel, là, con gli stranieri<br />
seduti agli aperitivi, prima di cena&#8230;</p>
<p>a volte, anche più tardi, dopo avere<br />
annaffiato l’orto e le aiuole di stagione,<br />
si prendeva, affiancati, la via del mare,</p>
<p>fino alla meta, che era il molo del porto-<br />
canale; ma tu non volevi, per prudenza,<br />
che ti stessi a fianco, e insistevi nella</p>
<p>pretesa che ti seguissi a ruota&#8230; oh, il lampo<br />
di questa sera in cui ogni sera ha scampo<br />
di quelle che vivemmo pedalando allora</p>
<p>io e te, tanto più grande e più alto&#8230;<br />
ma quel che mi fa svenire di rimpianto<br />
è l’odore che sul molo si spandeva – ricordi? –</p>
<p>degli spiedini alla brace, sulla rola<br />
che una signora girava, col ventaglio<br />
che rendeva il tizzone rossobianco</p>
<p>per l’afrore di seppioline da sballo&#8230;<br />
e a volte me le prendevi, ed era segreto o vanto<br />
con la mamma, quell’antecena, che ora canto&#8230;».</p>
<p>[Dall’intervista a Massimo Raffaeli, in appendice al volume]:</p>
<p>Gezzi: <em>So che sei piuttosto allergico – e io condivido la tua stessa malattia – alla retorica dell’Identità, anche in chiave regionalistica. Perché? Quali sono i rischi che questo tipo di discorso può comportare, per la realtà politica e anche per quella letteraria?</em></p>
<p><em>Raffaeli</em>: Sì, “identità” è per me una parola impronunciabile, perché evoca immediatamente la retorica del sangue e del suolo: è sinonimo di reclusione o di vincolo ad alcuni elementi più o meno primordiali. Sappiamo invece che qualsiasi “identità” è costruita, frutto di uno sviluppo e insieme di un continuo negoziato; essa nasconde, cioè, un processo storico nello stesso momento in cui proclama un dato <em>ab origine</em> e per così dire naturale. Ogni retorica dell’identità non solo è dogmatica ma, potenzialmente, xenofoba; trasforma dei semplici aggettivi qualificativi (cristiano, musulmano, ebreo, ma anche rumeno, italiano, americano e persino lombardo e marchigiano) in temibili sostantivi: insiste cioè su differenze da ritenersi esclusive, mai inclusive, fissa dei confini solo per chiuderli e tramutarli in frontiere. Considero la retorica identitaria come la peste intellettuale del secolo, qui come altrove: se ne alimentano le attuali “guerre di civiltà”, il disprezzo per tutto quanto sappia di illuminismo nonché i diffusi rigurgiti medievali. A proposito di identità, un saggista di cui ho grande stima, Stefano Levi Della Torre, ha scritto di recente in <em>Zone di turbolenza</em> (Feltrinelli 2003): «Nella sua forma elementare, l’identità è un far tutt’uno di se stessi e del proprio gruppo di appartenenza.[&#8230;] È una neotribalizzazione delle società postindustriali. È la versione etnologica del corporativismo che rivendica territori sociali e diritti esclusivi. [&#8230;] La cultura, intesa come attitudine critica per il superamento delle inerzie e dei condizionamenti sociali, si volge a un altro significato, cultura in senso antropologico, cioè conferma e conservazione di mentalità sedimentate, di usi e costumi». Non c’è altro da aggiungere. E in che cosa consisterebbe, poi, l’attuale “identità” dei marchigiani? Nel santino di Leopardi o nelle lasagne di Rossini, o magari nelle scarpe di Diego della Valle da opporre alle camicie verdi e alle ampolle con l’acqua del Po? Lasciamo perdere, per favore.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>in <a href="http://www.licenzepoetiche.it/" target="_blank">LICENZE POETICHE</a><br />
(festival internazionale di letteratura aggiornata)<br />
Insieme a <strong>Renata Morresi</strong>,<strong> Luigi Socci</strong> e <strong>Giampaolo Vincenzi</strong>,<br />
<strong>Massimo Gezzi</strong> e <strong>Adelelmo Ruggieri</strong>,<br />
autori di<br />
“<em>Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poet</em>i”<br />
(peQuod 2008)<br />
saranno presenti a Macerata<br />
sabato <strong>24 maggio</strong><br />
alle<strong> ore 10,30</strong><br />
alla <strong>Biblioteca Statale</strong><br />
in occasione della  Tavola Rotonda<br />
“<em>L’onda marchigiana – ipotesi su una linea poetica marchigiana?</em>”.</p>
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