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	<title>percival everett &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Il paese di Dio&#8221; di Percival Everett</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 09:40:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[percival everett]]></category>
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					<description><![CDATA[[Esce oggi in libreria il nuovo romanzo di Percival Everett, Il paese di Dio (Nutrimenti, 16 euro), di cui pubblico un estratto dal primo capitolo. Come nel precedente Ferito, Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western, stavolta con il suo feroce umorismo, concentrato sul peccato originale americano: l’identità dei neri e degli indiani d’America [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/886594000X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=886594000X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38383" title="Paese_Dio" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Paese_Dio-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><em>[Esce oggi in libreria il nuovo romanzo di Percival Everett, </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/886594000X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=886594000X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Il paese di Dio</a><em> (Nutrimenti, 16 euro), di cui pubblico un estratto dal primo capitolo. Come nel precedente Ferito, Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western, stavolta con il suo feroce umorismo, concentrato sul peccato originale americano: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. m.r.]</em></div>
<div id="_mcePaste">***</div>
<div id="_mcePaste">Il saloon era una topaia con qualche finestrella e le porte a vento che cigolavano ogni schifosissima volta che le aprivi. Quando siamo entrati ormai s’era fatta sera e le poche lanterne accese proiettavano una luce giallastra ancora più sconfortante del buio. Blind Mitch, il pianista negro, pestava i tasti che ancora funzionavano al ritmo di una giga quasi impossibile da fischiettare. Mi sono appollaiato al bancone accanto a Wide Clyde McBride. Puzzava da fare schifo e mi è venuto il dubbio che pure io non dovessi essere fragrantissimo, cribbio. Poi Terk mi ha piazzato sotto il naso un whisky e mi sono detto che se un uomo non può puzzare di merda in una taverna piena di uomini che puzzano di merda come lui, per di più imbottiti di alcol, allora dove andremo a finire. Mi sono scolato il bicchiere e mi è venuto un accesso di tosse.<span id="more-38381"></span></div>
<div id="_mcePaste">“Che ti è successo?”, ha chiesto Wide.</div>
<div id="_mcePaste">“Banditi”, ho risposto.</div>
<div id="_mcePaste">Terk ha indicato la freccia che avevo appoggiato sul bancone. “Gli hanno infilzato il cagnolino”, ha detto.</div>
<div id="_mcePaste">“Che selvaggi”, ha commentato Wide.</div>
<div id="_mcePaste">Io ho scosso il capo e indicato il bicchiere vuoto. “E non è finita qui”, ho detto. “Mi hanno bruciato la casa e il fienile, mi hanno ammazzato la vacca da latte e il miglior mulo da tiro, e poi si sono presi la mia Sadie, la mia donna, la luce dei miei occhi”.</div>
<div id="_mcePaste">Wide si è girato verso gli sparuti clienti ai tavoli e ha gridato: “Sentito, ragazzi? Quei bastardi gli hanno ucciso il cane”.</div>
<div id="_mcePaste">“Li hai visti bene in faccia?”, ha chiesto Wide. Un paio di tizi che stavano giocando a poker si sono alzati e sono arrivati alle sue spalle.</div>
<div id="_mcePaste">“Mica ne sono sicuro. Però era una banda di mattacchioni, se la ridevano e se la spassavano di brutto”.</div>
<div id="_mcePaste">“Tapellerossa?”, ha chiesto uno. Era di una spanna più alto di Wide e aveva il labbro leporino, così non si capiva quasi mai cosa stesse blaterando. Per quanto ne sapevamo noi, si chiamava Taharry.</div>
<div id="_mcePaste">“Erano vestiti come bianchi, ma erano armati di frecce. Le scoccavano da tutte le parti e mi hanno bruciato la casa come fanno i pellerossa. Non lo so cos’erano”.</div>
<div id="_mcePaste">Wide ha preso la freccia e l’ha studiata bene, poi l’ha passata al compare accanto. Entrambi hanno borbottato qualcosa e scrollato il capo.</div>
<div id="_mcePaste">“Riconoscete la mano?”, ho chiesto al gruppo.</div>
<div id="_mcePaste">“Naaa”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ennò”.</div>
<div id="_mcePaste">“Io, per quanto mi riguarda, non so distinguere una tribù di selvaggi dall’altra”, a parlare così era un piccoletto tutto agghindato mai visto prima, “ma so riconoscere un uomo stanco, amico mio, e tu mi sembri a pezzi. Che ne dici se ti rimetto in sesto con un piccolo ricostituente?”. Pensavo che mi volesse offrire da bere, invece ha tirato fuori una bottiglia dalla tasca della giacca.</div>
<div id="_mcePaste">Terkle si è sporto verso il piccoletto e gli ha intimato: “Questo è il mio locale. L’unico torcibudella che si serve qui lo servo io”.</div>
<div id="_mcePaste">“Amico mio, questo non è liquore. Anzi, è l’esatto contrario. Questo è il Formidabile elisir di Indiana Dan: ti rimette in pista, ti lubrifica gli ingranaggi e ti dà una bella raddrizzata, garantito. Diamine, perfino il governatore del Kansas raccomanda questo favoloso toccasana che, per altro, è sia per uso interno che per uso esterno, a seconda della natura del problema e dell’effetto desiderato”.</div>
<div id="_mcePaste">L’abbiamo squadrato. Fosse per me l’intruglio l’avrei pure provato, ma Wide ha afferrato il tizio per il panciotto e ha detto: “Com’è che ti chiami tu?”. Wide era capace di incattivirsi senza alcuna ragione, così da un momento all’altro. Una volta Terk aveva insinuato che Wide non pisciasse mai. Diceva che l’aveva visto stazionare al bancone per cinque o sei ore filate e scolarsi una birra dietro l’altra, senza mai uscire per cambiare l’acqua al merlo.</div>
<div id="_mcePaste">“Greenfeld”, ha risposto il tizio.</div>
<div id="_mcePaste">Wide ha guardato Terkle e ha aggrottato la fronte, poi ha fatto lo stesso con me e infine, a turno, con tutti gli altri. Poi, al piccoletto: “Che accidenti di nome è?”, e gli ha dato una piccola scrollata che il piccoletto non deve aver gradito visto che una carta da gioco gli è spuntata da chissaddove ed è planata a terra dove ha attirato lo sguardo di tutti.</div>
<div id="_mcePaste">Taharry ha detto: “Tabaro”.</div>
<div id="_mcePaste">Così tutti hanno preso Greenfold e gliele hanno suonate, tranne me. Ho colto al volo l’occasione per scroccare un sorso dell’elisir lasciato incustodito sul bancone. L’intruglio mi ha lasciato senza fiato e mi sono ritrovato piegato in due a cercare di vomitarlo e a lanciare versacci disumani, tanto che gli altri hanno smesso di pestare il povero Greenbelt e quello è riuscito a sgattaiolare verso l’uscita e tagliare la corda.</div>
<div id="_mcePaste">Tutt’ora mi vanto di avere salvato la vita a quel nanerottolo, ma allora i compari al bancone non l’hanno presa per niente bene e, se non ce l’avevano con me, certo erano delusi che quel beverone non mi avesse procurato un’orribile e spassosa morte alla quale si sarebbero potuti vantare di aver assistito. Io, invece, non ho nemmeno vomitato. Loro, per spiattellarmi il loro disappunto, hanno smesso di mostrare interesse verso i crimini perpetrati ai danni della mia fattoria e della mia persona. A parte Terkle, che mi ha rinfacciato il solito debito.</div>
<div id="_mcePaste">Poi Wide si è ripresentato e ha preso di nuovo in mano la freccia. “Hai bisogno di un braccatore, uno che ti aiuti a stanarli”.</div>
<div id="_mcePaste">Senza alzare gli occhi dalla nuova mano di poker sul tavolo, Taharry ha detto: “Tabubba tè tequi”.</div>
<div id="_mcePaste">“Chi è Tabubba?”, ho chiesto a Terk.</div>
<div id="_mcePaste">“Bubba”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ah”. Chi era Bubba lo sapevo. Bubba era il braccatore nero. Taharry aveva ragione. Bubba era il miglior segugio di tutto il circondario. Una leggenda. Un negro. E forse proprio per questo, temo, di base accomodante. “Già”, ho detto, più a me stesso che a quelli che m’ignoravano al bancone. “Bubba può aiutarmi a identificare questa freccia e a ritrovare la mia Sadie”.</div>
<div id="_mcePaste">Sono rimasto lì per un po’ a cercare di inalare gli ultimi fumi del mio whisky dal bicchierino, ad ascoltare Terkle che tamburellava le dita sul bancone e a guardare Taharry sputacchiare sugli altri luridi parassiti al tavolo da gioco, abbastanza vicino a Wide Clyde da potermi considerare nascosto dietro il suo tanfo. Qualche romanzetto sulla frontiera l’avevo pur letto, in fondo come cittadino era mio dovere accertarmi che raccontassero la verità, e in generale quei libricini erano abbastanza attendibili, solo che non facevano mai un accenno alla puzza che c’era. Diavolo, eravamo allergici al sapone, il nostro stomaco non faceva altro che gorgogliare e portavamo gli stivali senza calze. Un avvoltoio non ci avrebbe attaccati da vivi e, poco ma sicuro, non ci avrebbe degnati manco da morti. Vivevamo lontani gli uni dagli altri per una semplice questione di buonsenso. Ci trovavamo al saloon e in chiesa più o meno per rassicurarci che le nostre puzze fossero normali e non un segnale di avanzata decomposizione.</div>
<div id="_mcePaste">Un tempo in paese c’erano stati i bagni pubblici. Il proprietario era uno spilungone segaligno che si lavava troppo, o almeno questa era l’impressione generale. A me sembrava proprio così. A casa sua il tizio aveva tre tinozze e sapone a volontà, ma il fatto era che profumava troppo o roba del genere perché dava sui nervi a tutti. Insomma, entrava nell’emporio o nella stazione delle diligenze e tutti si zittivano e sniffavano a più non posso. Aveva un odorino così buono che quasi sovrastava il fetore degli altri. È durato un annetto, poi Wide Clyde l’ha impiombato. Sosteneva di averlo beccato a sbirciare attraverso una tendina mentre si alzava a lavarsi il fondoschiena. O almeno questa era la versione di Wide. Raccontava: “Mi sono appoggiato ai bordi della tinozza e ho tirato fuori le chiappe dall’acqua per darci qualche passata con lo straccio e quello era lì che sbirciava dietro il lenzuolo ingiallito appeso all’entrata. Mi aveva visto il batacchio, allora gli ho sparato”. Hanno inchiodato le assi all’entrata e non so che fine hanno fatto le tinozze, ma dubito che Wide Clyde McBride se n’è portata a casa una.</div>
<div id="_mcePaste">Mi sono incamminato fuori, ho preso il cavallo e l’ho guidato lungo l’assito, oltre l’emporio e la stazione delle diligenze, al di là di una fila di mangiatoie, fin dentro la stalla. Era abbastanza buio, ma riuscivo a vederci perché c’era una grande luna e le porte del fienile erano state lasciate aperte, forse per far respirare gli animali. Era una notte umida e afosa e gli animali puzzavano da fare schifo, ma se non altro il caldo aveva costretto le bestie a muoversi il meno possibile. Ho allentato il sottopancia del cavallo e ho lasciato cadere la sella per terra. Non c’era un’anima, così l’ho legato al palo e con un paio di pedate gli ho sistemato un po’ di fieno davanti. Mi ha lanciato uno sguardo che sembrava carico di rimprovero, come a dire che quel giorno non c’era bisogno di spremerlo tanto, e così gli ho detto: “Chiudi il muso e mangia”.</div>
<div id="_mcePaste">Ho allentato le bretelle, mi sono sdraiato su una balla di fieno e ho chiuso gli occhi.</div>
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		<title>Io non sono Percival Everett</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 09:11:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[percival everett]]></category>
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					<description><![CDATA[[Due estratti del nuovo romanzo di Percival Everett Io non sono Sidney Poitier, che l&#8217;editore Nutrimenti mi ha gentilmente concesso di pubblicare. E&#8217; Percival Everett a mettersi in scena come Percival Everett, di fronte a un allievo che si chiama &#8220;Io non sono Sidney Poitier&#8221;. La consueta arguzia everettiana, che ti tiene fino in fondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895842715/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895842715&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-36984 alignleft" title="poitier_everett_min" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/poitier_everett_min.jpg" width="140" height="221" /></a></div>
<div><em>[Due estratti del nuovo romanzo di Percival Everett </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895842715/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895842715&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Io non sono Sidney Poitier</a><em>, che l&#8217;editore Nutrimenti mi ha gentilmente concesso di pubblicare. E&#8217; Percival Everett a mettersi in scena come Percival Everett, di fronte a un allievo che si chiama &#8220;Io non sono Sidney Poitier&#8221;. La consueta arguzia everettiana, che ti tiene fino in fondo nelle sue traiettorie oblique. </em>“E tu chi sei?”. “Non Sono Sidney”. “Ok, ma allora chi sei?”. “Te l’ho detto. Non Sono Sidney”. “Perché qualcuno ti ha detto che sei Sidney?”. “Non hai capito: Non Sono Sidney”.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Ha detto Everett a proposito del libro: “L’idea del libro è scaturita dalla mia passione per la più semplice delle asserzioni della logica, il principio di identità, e dalla constatazione che niente può essere identico a sé stesso. Questo è il presupposto, poi naturalmente c’è la mia esperienza di nero in America, il mio chiedermi come diavolo sia possibile che i bianchi mi scambino in continuazione per qualcun altro con la pelle nera, quando l’unico tratto che abbiamo in comune è, più o meno, il colore della pelle”. E poi: “Ho scelto Sidney Poitier perché è alto, scurissimo, parla e si presenta bene: è il simbolo stesso della dignità nera. Ma sebbene negli anni Sessanta Poitier sia certamente stato una star del cinema, non si può certo dire che egli rappresentasse l’esperienza nera, se mai ne sia esistita una; Poitier non è stato altro che il mezzo per soddisfare la necessità di avere una faccia nera sullo schermo”. m.r.]</em></div>
<div>*</div>
<div>È arrivato un autunno ancora più caldo dell’estate appena passata, un caldo tremendo, umido, rovente che rendeva impossibile restare asciutti. Io, almeno, non riuscivo a essere meno che fradicio di sudore. Era settembre ed ero uno studente universitario, uno studente universitario in un lago di sudore, fatto che non sembrava avere importanza dal momento che, come ho avuto subito modo di imparare, all’università ero un reietto quanto al liceo, con l’unica differenza che lì invece di picchiarmi e prendermi in giro semplicemente mi ignoravano. Avrei potuto rendere il mio primo giorno più facile se avessi visitato il campus in anticipo.<span id="more-36980"></span> Così almeno mi sarei fatto un’idea di dove si trovassero un paio di edifici, e invece no, me ne sono rimasto in disparte a leggere e a pensare. Quest’ultima attività, ne ero certo, sarebbe stata la mia rovina. Rovina suona un po’ melodrammatico o perfino vanesio, sicuramente romantico, come se fossi convinto di occupare o mi aspettassi di raggiungere chissà quale status, ma la verità era che secondo me pensare o pensare troppo alla fine non mi avrebbe aiutato granché, forse per niente. Forse non sto nemmeno parlando di pensare, ma di ponderare o riflettere o studiare o qualsiasi diavolo di cosa io stia facendo qui.</div>
<div id="_mcePaste">Mi sono iscritto a tutti i corsi, come faceva ogni matricola che si rispetti, e con altrettanto stupore, immaginavo. Era una faccenda complessa che poteva o non poteva implicare l’uso di un computer. Le lezioni erano quelle che uno si aspetta, prevedibili corsi di orientamento, qualche esercitazione e un’infarinatura di calcolo. Ho deciso di provare a iscrivermi a un corso d’inglese avanzato chiamato Filosofia dell’assurdo, tenuto da un tizio chiamato Percival Everett. Avevo bisogno della sua firma per aggiungerlo al piano di studi e così mi sono recato al suo ufficio. Ho trovato la porta aperta e prima di bussare allo stipite per annunciarmi ho notato che la stanza era piena zeppa di articoli sportivi, palloni da basket sia gonfi sia sgonfi, racchette da tennis e da squash, una mazza da hockey, una da baseball, un guanto da baseball sulla scrivania e un paio di guantoni da boxe appesi al muro in mezzo ai ritratti di James Joyce e Terry McMillan. Più in alto c’era una fotografia di un altro uomo. Ho bussato.</div>
<div id="_mcePaste">“Prego, si accomodi”, ha detto Everett, senza alzare gli occhi da Sporting News. “In cosa posso esserle utile?”.</div>
<div id="_mcePaste">ÒHo bisogno della sua firma”, gli ho detto. “Voglio seguire il</div>
<div id="_mcePaste">suo corso sull’assurdo”.</div>
<div id="_mcePaste">“A che anno è?”. Continuava a ignorarmi.</div>
<div id="_mcePaste">“Sono una matricola”.</div>
<div id="_mcePaste">“Le hanno mai detto che assomiglia a Harry Belafonte?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Mai”.</div>
<div id="_mcePaste">“La cosa non mi sorprende. Dov’è il libretto?”.</div>
<div id="_mcePaste">Ho fatto scivolare il libretto verso di lui e per la prima volta mi ha guardato. “Non c’entra niente con Belafonte”, ha detto. Ha guardato il libretto. “Non Sono Sidney?”.</div>
<div id="_mcePaste">ÒÈ il mio nome”, ho detto.</div>
<div id="_mcePaste">ÒAltrimenti non starebbe sul libretto”, ha commentato. “Mi piace. Gioca a golf? E non intendo minigolf”.</div>
<div id="_mcePaste">“Mai giocato”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ottimo. È un gioco stupido. Un maledetto spreco d’acqua per tenere tutto quel verde vivo e brillante. Cosa mi dice della mensa? Ci va mai?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ogni tanto”.</div>
<div id="_mcePaste">“Anch’io. Andiamo, le offro qualcosa di quello che qui dentro spacciano per cibo. La gente come la chiama?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Mi chiama raramente, ma quando lo fa, mi chiama Non Sono Sidney”.</div>
<div id="_mcePaste">Lui mi ha guardato. “Che gran peccato”. Poi ha ispezionato la scrivania. “Vede per caso i miei occhiali?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ce li ha in testa”, ho indicato.</div>
<div id="_mcePaste">Lui ha annuito. “Il posto ideale. Credo che ce li lascerò. Mi segua, signor Poitier”.</div>
<div id="_mcePaste">“Posso chiedere chi è quello nella foto?”, ho indicato.</div>
<div id="_mcePaste">“Può farlo e l’ha fatto”, ha detto. “Signor Poitier, quello è Pinto Colvig, uno dei più grandi artisti e pensatori della nostra epoca”.</div>
<div id="_mcePaste">“Mai sentito”.</div>
<div id="_mcePaste">“Forse lo conosce sotto un altro nome. È stato il primo a interpretare Bozo il Clown. Un genio. Ah, ce ne sono stati di Bozo dopo, ma non ci sarà mai più un altro Pinto Colvig. Nemmeno il figlio Vance era come Pinto. E che nome… Pinto Colvig. Quanto gli dev’essere costato non usare quello vero”.</div>
<div id="_mcePaste">Everett era più basso di me e zoppicava leggermente, appoggiandosi soprattutto sulla gamba destra, ma camminava veloce, anche se non proprio in linea retta. Dopo aver strusciato per la terza volta la spalla contro di me, ha detto: “È più forte di me, vado a zigzag”.</div>
<div id="_mcePaste">“Si è fatto male alla gamba facendo sport?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ho infilato il piede nella tana di una marmotta. Che stupido, eh? Non stavo guardando. Adesso ci sto sempre attento. Ovviamente parlo in senso metaforico. Qualsiasi cosa voglia dire”.</div>
<div id="_mcePaste">Siamo arrivati alla mensa dello studentato. Abbiamo preso i vassoi e li abbiamo riempiti di cibo. Io ho scelto un hamburger con le patatine mentre Everett si è riempito un piatto di insalata e un altro di ricotta. Mentre eravamo in fila, ha guardato prima il mio vassoio e poi il suo. “Riesce a credere che vogliono farci pagare questa merda?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Non sembra tanto male”, ho detto.</div>
<div id="_mcePaste">Lui ha annuito. “Forse”.</div>
<div id="_mcePaste">Ci siamo seduti a un tavolo rotondo accanto alla parete a vetrate e ci siamo messi a osservare i passanti. Lui ha infilzato un pomodoro ciliegino e si è girato a guardarmi. “Lei è una pecora, signor Poitier?”.</div>
<div id="_mcePaste">“No”, ho risposto. “Non credo”.</div>
<div id="_mcePaste">“La maggior parte delle pecore non pensa di essere una pecora.</div>
<div id="_mcePaste">Chissà cosa si credono… Piccioni, forse”.</div>
<div id="_mcePaste">Ho mangiato una patatina e ho guardato la gente di passaggio.</div>
<div id="_mcePaste">“Allora, come mai ha scelto il mio corso?”, ha chiesto.</div>
<div id="_mcePaste">“Assurdo”, ho risposto schietto.</div>
<div id="_mcePaste">“Bene”. Ha riso. “Continui così. Lei faccia la sua parte e io farò la mia e tutto finirà dritto a Ramengo. O a Atlanta. O magari perfino a Vattelappesca”.</div>
<div id="_mcePaste">“Come si articolerà il corso?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Chi lo sa…”, ha detto. “Forse impareremo qualcosa. Leggeremo della roba, magari parecchia roba. Ma non so ancora cosa. Voi studenti farete delle tesine, credo. Vi annoierete e purtroppo annoierete a morte anche me. Ci saranno con tutta probabilità dei compiti da svolgere. Non cose troppo lunghe. Non lo sopporterei.</div>
<div id="_mcePaste">Non sono una persona pignola”. Finalmente ha mangiato il pomodorino che aveva sulla punta della forchetta. “Lei vive nel campus?”.</div>
<div id="_mcePaste">La domanda mi ha colto di sorpresa. Per qualche ragione non mi era mai venuto in mente di cercare alloggio lì. “Ancora non ho deciso”, ho detto.</div>
<div id="_mcePaste">Lui non ha esitato. Con il bicchiere alle labbra, ha detto: “Le conviene prendere una decisione. I dormitori si riempiono in fretta, pare. Non mi chieda il motivo. Sembra di stare in galera”.</div>
<div id="_mcePaste">“Pensa che sia una buona idea?”.</div>
<div id="_mcePaste">Lui ha fatto spallucce. “C’è molta goliardia e parecchie confraternite nel campus”. Mi ha guardato: sembrava soppesare le parole. “Ma a lei potrebbero anche piacere. Chi lo sa? Dovrebbe parlarne con qualcun altro. Non sono la persona migliore a cui rivolgersi. Adesso dove vive?”. Prima che potessi rispondere ha aggiunto: “Non me lo dica. In realtà non me ne importa un fico secco. E poi è buona regola non fidarsi mai di chi ti spiattella in faccia tutto subito. Posso rubarle un paio di patatine?”.</div>
<div id="_mcePaste">Ho fatto un gesto per dire che non era un problema.</div>
<div id="_mcePaste">Se n’è infilata una in bocca. “È già stato allo Spelman College, quello femminile?”.</div>
<div id="_mcePaste">“No”.</div>
<div id="_mcePaste">“Beh, allora in lei ci deve essere qualcosa che non va. È l’unico motivo per cui i ragazzi vengono al Morehouse. L’unica buona ragione”.</div>
<div id="_mcePaste">“Pensavo che fosse per il glorioso passato”, ho detto, rubando la frase da un opuscolo pubblicitario.</div>
<div id="_mcePaste">“Certo, anche. Qualsiasi cosa sia. Esiste ormai qualcosa senza un glorioso passato?”. Everett si è ficcato in bocca altre due patatine.</div>
<div id="_mcePaste">“Ci vediamo a lezione, signor Poitier”.</div>
<div id="_mcePaste">Ma non si è alzato. Si aspettava che me ne andassi io, era chiaro.</div>
<div id="_mcePaste">Mentre prendevo il vassoio, lui ha tirato fuori un sigaro.</div>
<div id="_mcePaste">“Non si preoccupi”, ha detto. “Mica lo accendo qui. Alla gente prenderebbe un colpo. Di solito non li accendo proprio. In un libro sul generale Grant, ho letto che questi affari gli hanno fatto venire un cancro alla lingua. Nei suoi ultimi giorni, ogni volta che deglutiva gli sembrava di ingoiare una lametta da barba. Io non ne ho mai ingoiata una, ma immagino sia tremendo”.</div>
<div id="_mcePaste">“Arrivederci”, ho detto.</div>
<div id="_mcePaste">“Cerchi di non essere una pecora, signor Poitier. Va bene qualsiasi cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una pecora”.</div>
<div id="_mcePaste">“Va bene”.</div>
<div id="_mcePaste">“Cerchi di essere un geco o un ornitorinco. Una pantera o un passero, ma non una pecora. Me lo prometta”.</div>
<div id="_mcePaste">“Va bene”.</div>
<div id="_mcePaste">Me ne sono andato e sono uscito dall’edificio. Le persone mi sfilavano accanto come animali e in effetti lo erano quanto lo ero io, eppure sembravano così distanti. O almeno così mi sentivo io: come uno studio di Eadweard Muybridge. Ogni tanto mi sentivo addosso lo sguardo di qualcuno, come se mi stessero spiando, e mi immaginavo che si chiedessero, vista la velocità della mia andatura, se i miei piedi non si staccassero da terra insieme, come un cavallo al trotto.</div>
<div id="_mcePaste">*</div>
<div id="_mcePaste">Alle otto della mattina successiva mi sono presentato in classe da Everett, con la mia lurida maglietta rossa e gli occhi rossi. Quella mattina passando accanto alla mia sedia non ha mugugnato niente, ma si è fatto un giretto per la classe, gli occhi chiusi e aperti allo stesso tempo, mentre giocava con un gessetto. Ha fatto lezione così, come se parlasse tra sé e sé, anche se in realtà non era così.</div>
<div id="_mcePaste">“Immagino che in questo corso dovremmo parlare di arte. Se non è così, allora mi sono perso, ma tanto mi sono perso comunque. Almeno mi è già capitato di perdermi e funziona sempre così. Proviamo a considerare l’arte come una specie di dissacrazione, magari una specie di discontinuità epistemologica senz’ombra di dubbio connessa o se non altro riconducibile a un amalgama di fattori sociostorici molto comuni eppure altamente improbabili. All’interno di tutto questo, cioè la fine della nostra rapida espansione nell’urbanizzazione massmediatica e industrial-popolare, che non solo cambia quotidianamente in sé e per sé, ma che trasforma anche la tessitura e l’intessitura della vita e del parlato quotidiani, troviamo il grado di espansione o di evoluzione modificato e testato dalla dimensione e dallo spiegamento paralleli delle tendenze morali e ideologiche, perfino quelle o forse soprattutto quelle della religione e dei tradizionali depositari del cosiddetto e cosivvisto sacro”.</div>
<div id="_mcePaste">Gli studenti si guardavano, facevano spallucce, erano spaventati, cercavano disperatamente di estrapolare qualcosa da appuntare sul bloc-notes. Io sapevo che diceva un mucchio di sciocchezze, ma non mi era chiaro se lo sapesse anche lui. Secondo me no. Non lanciava occhiate di sarcasmo a me o a qualcun altro, tantomeno a uno specchio immaginario. C’era solo la sua voce attaccata alla sua testa. Ha continuato a blaterare su quella falsariga per un’altra ventina di minuti, finché non ho alzato la mano. Dopotutto scucivo</div>
<div id="_mcePaste">molto più di tutti gli altri per questa cosiddetta e cosivvista istruzione.</div>
<div id="_mcePaste">“Cosa c’entra tutto questo con l’assurdo?”, ho chiesto, e mentre lo chiedevo mi sono reso conto di quanto fosse profonda la mia domanda.</div>
<div id="_mcePaste">ÒEsatto”, ha risposto. Poi ha guardato l’orologio. “Poco importa dove siete, il gatto è in macchina, il cane è in cucina. C’è un elefante che canta per la zarina e il nonno strimpella la chitarrina”. Ha guardato fuori dalla finestra. “La lezione è finita”.</div>
<div id="_mcePaste">Io e i miei compagni di classe siamo usciti e dai loro commenti ho capito quant’erano in soggezione. “È grande”, ha detto una ragazza dello Spelman. “Mi piacerebbe poter capire cosa dice”, ha fatto eco un’altra. “Sarebbe carino, se non fosse così grasso”, ha detto la terza e ultima ragazza della classe. Un paio di figli di papà sembravano ugualmente impressionati. Allora ho cominciato a dubitare di me stesso e ho deciso di fare un salto nell’ufficio di Everett per vedere di capire qualcosa in più.</div>
<div id="_mcePaste">E così ho fatto, di nuovo verso l’ora di pranzo, e questa volta l’ho trovato che schiacciava un sonnellino con un libro aperto sulle gambe. Ho bussato allo stipite della porta.</div>
<div id="_mcePaste">Lui ha aperto gli occhi e mi ha guardato. “Signor Poitier…”.</div>
<div id="_mcePaste">“Buongiorno, professore”.</div>
<div id="_mcePaste">“In cosa posso esserle utile?”.</div>
<div id="_mcePaste">Mi sono accomodato sulla sedia accanto alla scrivania. “Oggi non ho capito una parola della sua lezione”.</div>
<div id="_mcePaste">“Cos’è, stupido?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Non credo”, ho detto.</div>
<div id="_mcePaste">“Neanche secondo me”, ha detto. “Senta, signor Poitier, sto per rivelarle un segreto. Io sono un impostore, un pallone gonfiato, un mistificatore, un ciarlatano, un venditore di fumo, un gabbamondo, un truffatore”.</div>
<div id="_mcePaste">“Vuol dire che è tutto senza senso?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Non ho detto questo”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ma lo direbbe?”, ho chiesto.</div>
<div id="_mcePaste">“No, direi di no”.</div>
<div id="_mcePaste">“Allora quello che ha detto in classe un senso ce l’aveva?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Tecnicamente, sì. La mia bocca si muoveva e io emettevo dei suoni”. Si è zittito e mi ha guardato in faccia. “Lo sa cosa vedo quando la guardo?”.</div>
<div id="_mcePaste">“No”.</div>
<div id="_mcePaste">“Vedo Sidney Poitier”.</div>
<div id="_mcePaste">“Ma…”.</div>
<div id="_mcePaste">“Lo so, lo so cosa sta per dire: ‘Non Sono Sidney Poitier e non sono Sidney Poitier’, ma in un certo senso lei è Sidney Poitier come chiunque altro”. Ha aperto la scatola sulla scrivania, ha preso un sigaro e me l’ha puntato contro. “Lei crede che io stia scherzando, che la stia prendendo in giro, ma invece…”. Si è bloccato.</div>
<div id="_mcePaste">“Ha mai giocato a squash con la pallina dura, signor Poitier?”.</div>
<div id="_mcePaste">“No, a squash non ci ho proprio mai giocato”.</div>
<div id="_mcePaste">“Se ne vergogni”.</div>
<div id="_mcePaste">“Può spiegarmi di cosa trattava la lezione di oggi?”, ho chiesto.</div>
<div id="_mcePaste">“Esatto. Adesso se mi fa il favore di uscire dal mio ufficio e chiudere la porta, io potrò sedermi accanto alla finestra aperta e godermi questo sigaro senza che gli addetti ai controlli si accorgano della mia infrazione, ci siamo capiti?”.</div>
<div id="_mcePaste">Sono andato verso la porta.</div>
<div id="_mcePaste">“Vuole sapere cosa penso, signor Poitier?”. Quando ho annuito, è andato avanti: “Penso che dovrebbe leggere Althusser e Habermas. Io non l’ho mai fatto. Oh, ci ho provato ma non ho capito un’acca. Qualcosa sull’ideologia che punta a oscurare le vere condizioni dell’esistenza o stronzate simili. O almeno così me l’hanno raccontata. Ad ogni modo, li legga lei, così poi magari me li spiega”.</div>
<div id="_mcePaste">“Lei non li ha letti?”.</div>
<div id="_mcePaste">“E non ne ho la minima intenzione”.</div>
<div id="_mcePaste">“Allora perché dovrei farlo io?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Lo prenda come un compito per casa. Oppure non lo prenda per niente. Potrà dirmi che non li ha letti o mentire e dire che li ha letti. Potrà anche inventarsi quello che dicono. In ogni caso non avrà alcuna incidenza sul voto. A proposito, lei ha preso otto”.</div>
<div id="_mcePaste">“Di già?”.</div>
<div id="_mcePaste">“Tutti quanti avete preso otto. I voti non hanno senso. Vi darò il voto che preferite, ma l’otto è proprio un bel numero”.</div>
<div id="_mcePaste">“E se non imparo niente?”, ho chiesto.</div>
<div id="_mcePaste">“Beh, cavoli suoi. Mica è un mio problema, no?”. Mi ha liquidato con un gesto. “Ci vediamo giovedì”.</div>
<p>È arrivato un autunno ancora più caldo dell’estate appena passata, un caldo tremendo, umido, rovente che rendeva impossibile restare asciutti. Io, almeno, non riuscivo a essere meno che fradicio di sudore. Era settembre ed ero uno studente universitario, uno studente universitario in un lago di sudore, fatto che non sembrava avere importanza dal momento che, come ho avuto subito modo di imparare, all’università ero un reietto quanto al liceo, con l’unica differenza che lì invece di picchiarmi e prendermi in giro semplicemente mi ignoravano. Avrei potuto rendere il mio primo giorno più facile se avessi visitato il campus in anticipo. Così almeno mi sarei fatto un’idea di dove si trovassero un paio di edifici, e invece no, me ne sono rimasto in disparte a leggere e a pensare. Quest’ultima attività, ne ero certo, sarebbe stata la mia rovina. Rovina suona un po’ melodrammatico o perfino vanesio, sicuramente romantico, come se fossi convinto di occupare o mi aspettassi di raggiungere chissà quale status, ma la verità era che secondo me pensare o pensare troppo alla fine non mi avrebbe aiutato granché, forse per niente. Forse non sto nemmeno parlando di pensare, ma di ponderare o riflettere o studiare o qualsiasi diavolo di cosa io stia facendo qui. Mi sono iscritto a tutti i corsi, come faceva ogni matricola che si rispetti, e con altrettanto stupore, immaginavo. Era una faccenda complessa che poteva o non poteva implicare l’uso di un computer. Le lezioni erano quelle che uno si aspetta, prevedibili corsi di orientamento, qualche esercitazione e un’infarinatura di calcolo. Ho deciso di provare a iscrivermi a un corso d’inglese avanzato chiamato Filosofia dell’assurdo, tenuto da un tizio chiamato Percival Everett. Avevo bisogno della sua firma per aggiungerlo al piano di studi e così mi sono recato al suo ufficio. Ho trovato la porta aperta e prima di bussare allo stipite per annunciarmi ho notato che la stanza era piena zeppa di articoli sportivi, palloni da basket sia gonfi sia sgonfi, racchette da tennis e da squash, una mazza da hockey, una da baseball, un guanto da baseball sulla scrivania e un paio di guantoni da boxe appesi al muro in mezzo ai ritratti di James Joyce e Terry McMillan. Più in alto c’era una fotografia di un altro uomo. Ho bussato.“Prego, si accomodi”, ha detto Everett, senza alzare gli occhi da Sporting News. “In cosa posso esserle utile?”. ÒHo bisogno della sua firma”, gli ho detto. “Voglio seguire ilsuo corso sull’assurdo”.“A che anno è?”. Continuava a ignorarmi.“Sono una matricola”.“Le hanno mai detto che assomiglia a Harry Belafonte?”.“Mai”.“La cosa non mi sorprende. Dov’è il libretto?”.Ho fatto scivolare il libretto verso di lui e per la prima volta mi ha guardato. “Non c’entra niente con Belafonte”, ha detto. Ha guardato il libretto. “Non Sono Sidney?”.ÒÈ il mio nome”, ho detto.ÒAltrimenti non starebbe sul libretto”, ha commentato. “Mi piace. Gioca a golf? E non intendo minigolf”.“Mai giocato”.“Ottimo. È un gioco stupido. Un maledetto spreco d’acqua per tenere tutto quel verde vivo e brillante. Cosa mi dice della mensa? Ci va mai?”.“Ogni tanto”.“Anch’io. Andiamo, le offro qualcosa di quello che qui dentro spacciano per cibo. La gente come la chiama?”.“Mi chiama raramente, ma quando lo fa, mi chiama Non Sono Sidney”.Lui mi ha guardato. “Che gran peccato”. Poi ha ispezionato la scrivania. “Vede per caso i miei occhiali?”.“Ce li ha in testa”, ho indicato.Lui ha annuito. “Il posto ideale. Credo che ce li lascerò. Mi segua, signor Poitier”.“Posso chiedere chi è quello nella foto?”, ho indicato.“Può farlo e l’ha fatto”, ha detto. “Signor Poitier, quello è Pinto Colvig, uno dei più grandi artisti e pensatori della nostra epoca”.“Mai sentito”.“Forse lo conosce sotto un altro nome. È stato il primo a interpretare Bozo il Clown. Un genio. Ah, ce ne sono stati di Bozo dopo, ma non ci sarà mai più un altro Pinto Colvig. Nemmeno il figlio Vance era come Pinto. E che nome… Pinto Colvig. Quanto gli dev’essere costato non usare quello vero”.Everett era più basso di me e zoppicava leggermente, appoggiandosi soprattutto sulla gamba destra, ma camminava veloce, anche se non proprio in linea retta. Dopo aver strusciato per la terza volta la spalla contro di me, ha detto: “È più forte di me, vado a zigzag”.“Si è fatto male alla gamba facendo sport?”.“Ho infilato il piede nella tana di una marmotta. Che stupido, eh? Non stavo guardando. Adesso ci sto sempre attento. Ovviamente parlo in senso metaforico. Qualsiasi cosa voglia dire”.Siamo arrivati alla mensa dello studentato. Abbiamo preso i vassoi e li abbiamo riempiti di cibo. Io ho scelto un hamburger con le patatine mentre Everett si è riempito un piatto di insalata e un altro di ricotta. Mentre eravamo in fila, ha guardato prima il mio vassoio e poi il suo. “Riesce a credere che vogliono farci pagare questa merda?”.“Non sembra tanto male”, ho detto.Lui ha annuito. “Forse”.Ci siamo seduti a un tavolo rotondo accanto alla parete a vetrate e ci siamo messi a osservare i passanti. Lui ha infilzato un pomodoro ciliegino e si è girato a guardarmi. “Lei è una pecora, signor Poitier?”.“No”, ho risposto. “Non credo”.“La maggior parte delle pecore non pensa di essere una pecora.Chissà cosa si credono… Piccioni, forse”.Ho mangiato una patatina e ho guardato la gente di passaggio.“Allora, come mai ha scelto il mio corso?”, ha chiesto.“Assurdo”, ho risposto schietto.“Bene”. Ha riso. “Continui così. Lei faccia la sua parte e io farò la mia e tutto finirà dritto a Ramengo. O a Atlanta. O magari perfino a Vattelappesca”.“Come si articolerà il corso?”.“Chi lo sa…”, ha detto. “Forse impareremo qualcosa. Leggeremo della roba, magari parecchia roba. Ma non so ancora cosa. Voi studenti farete delle tesine, credo. Vi annoierete e purtroppo annoierete a morte anche me. Ci saranno con tutta probabilità dei compiti da svolgere. Non cose troppo lunghe. Non lo sopporterei.Non sono una persona pignola”. Finalmente ha mangiato il pomodorino che aveva sulla punta della forchetta. “Lei vive nel campus?”.La domanda mi ha colto di sorpresa. Per qualche ragione non mi era mai venuto in mente di cercare alloggio lì. “Ancora non ho deciso”, ho detto.Lui non ha esitato. Con il bicchiere alle labbra, ha detto: “Le conviene prendere una decisione. I dormitori si riempiono in fretta, pare. Non mi chieda il motivo. Sembra di stare in galera”.“Pensa che sia una buona idea?”.Lui ha fatto spallucce. “C’è molta goliardia e parecchie confraternite nel campus”. Mi ha guardato: sembrava soppesare le parole. “Ma a lei potrebbero anche piacere. Chi lo sa? Dovrebbe parlarne con qualcun altro. Non sono la persona migliore a cui rivolgersi. Adesso dove vive?”. Prima che potessi rispondere ha aggiunto: “Non me lo dica. In realtà non me ne importa un fico secco. E poi è buona regola non fidarsi mai di chi ti spiattella in faccia tutto subito. Posso rubarle un paio di patatine?”.Ho fatto un gesto per dire che non era un problema.Se n’è infilata una in bocca. “È già stato allo Spelman College, quello femminile?”.“No”.“Beh, allora in lei ci deve essere qualcosa che non va. È l’unico motivo per cui i ragazzi vengono al Morehouse. L’unica buona ragione”.“Pensavo che fosse per il glorioso passato”, ho detto, rubando la frase da un opuscolo pubblicitario.“Certo, anche. Qualsiasi cosa sia. Esiste ormai qualcosa senza un glorioso passato?”. Everett si è ficcato in bocca altre due patatine.“Ci vediamo a lezione, signor Poitier”.Ma non si è alzato. Si aspettava che me ne andassi io, era chiaro.Mentre prendevo il vassoio, lui ha tirato fuori un sigaro.“Non si preoccupi”, ha detto. “Mica lo accendo qui. Alla gente prenderebbe un colpo. Di solito non li accendo proprio. In un libro sul generale Grant, ho letto che questi affari gli hanno fatto venire un cancro alla lingua. Nei suoi ultimi giorni, ogni volta che deglutiva gli sembrava di ingoiare una lametta da barba. Io non ne ho mai ingoiata una, ma immagino sia tremendo”.“Arrivederci”, ho detto.“Cerchi di non essere una pecora, signor Poitier. Va bene qualsiasi cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una pecora”.“Va bene”.“Cerchi di essere un geco o un ornitorinco. Una pantera o un passero, ma non una pecora. Me lo prometta”.“Va bene”.Me ne sono andato e sono uscito dall’edificio. Le persone mi sfilavano accanto come animali e in effetti lo erano quanto lo ero io, eppure sembravano così distanti. O almeno così mi sentivo io: come uno studio di Eadweard Muybridge. Ogni tanto mi sentivo addosso lo sguardo di qualcuno, come se mi stessero spiando, e mi immaginavo che si chiedessero, vista la velocità della mia andatura, se i miei piedi non si staccassero da terra insieme, come un cavallo al trotto.<br />
*Alle otto della mattina successiva mi sono presentato in classe da Everett, con la mia lurida maglietta rossa e gli occhi rossi. Quella mattina passando accanto alla mia sedia non ha mugugnato niente, ma si è fatto un giretto per la classe, gli occhi chiusi e aperti allo stesso tempo, mentre giocava con un gessetto. Ha fatto lezione così, come se parlasse tra sé e sé, anche se in realtà non era così.“Immagino che in questo corso dovremmo parlare di arte. Se non è così, allora mi sono perso, ma tanto mi sono perso comunque. Almeno mi è già capitato di perdermi e funziona sempre così. Proviamo a considerare l’arte come una specie di dissacrazione, magari una specie di discontinuità epistemologica senz’ombra di dubbio connessa o se non altro riconducibile a un amalgama di fattori sociostorici molto comuni eppure altamente improbabili. All’interno di tutto questo, cioè la fine della nostra rapida espansione nell’urbanizzazione massmediatica e industrial-popolare, che non solo cambia quotidianamente in sé e per sé, ma che trasforma anche la tessitura e l’intessitura della vita e del parlato quotidiani, troviamo il grado di espansione o di evoluzione modificato e testato dalla dimensione e dallo spiegamento paralleli delle tendenze morali e ideologiche, perfino quelle o forse soprattutto quelle della religione e dei tradizionali depositari del cosiddetto e cosivvisto sacro”.Gli studenti si guardavano, facevano spallucce, erano spaventati, cercavano disperatamente di estrapolare qualcosa da appuntare sul bloc-notes. Io sapevo che diceva un mucchio di sciocchezze, ma non mi era chiaro se lo sapesse anche lui. Secondo me no. Non lanciava occhiate di sarcasmo a me o a qualcun altro, tantomeno a uno specchio immaginario. C’era solo la sua voce attaccata alla sua testa. Ha continuato a blaterare su quella falsariga per un’altra ventina di minuti, finché non ho alzato la mano. Dopotutto scucivomolto più di tutti gli altri per questa cosiddetta e cosivvista istruzione.“Cosa c’entra tutto questo con l’assurdo?”, ho chiesto, e mentre lo chiedevo mi sono reso conto di quanto fosse profonda la mia domanda.ÒEsatto”, ha risposto. Poi ha guardato l’orologio. “Poco importa dove siete, il gatto è in macchina, il cane è in cucina. C’è un elefante che canta per la zarina e il nonno strimpella la chitarrina”. Ha guardato fuori dalla finestra. “La lezione è finita”.Io e i miei compagni di classe siamo usciti e dai loro commenti ho capito quant’erano in soggezione. “È grande”, ha detto una ragazza dello Spelman. “Mi piacerebbe poter capire cosa dice”, ha fatto eco un’altra. “Sarebbe carino, se non fosse così grasso”, ha detto la terza e ultima ragazza della classe. Un paio di figli di papà sembravano ugualmente impressionati. Allora ho cominciato a dubitare di me stesso e ho deciso di fare un salto nell’ufficio di Everett per vedere di capire qualcosa in più.E così ho fatto, di nuovo verso l’ora di pranzo, e questa volta l’ho trovato che schiacciava un sonnellino con un libro aperto sulle gambe. Ho bussato allo stipite della porta.Lui ha aperto gli occhi e mi ha guardato. “Signor Poitier…”.“Buongiorno, professore”.“In cosa posso esserle utile?”.Mi sono accomodato sulla sedia accanto alla scrivania. “Oggi non ho capito una parola della sua lezione”.“Cos’è, stupido?”.“Non credo”, ho detto.“Neanche secondo me”, ha detto. “Senta, signor Poitier, sto per rivelarle un segreto. Io sono un impostore, un pallone gonfiato, un mistificatore, un ciarlatano, un venditore di fumo, un gabbamondo, un truffatore”.“Vuol dire che è tutto senza senso?”.“Non ho detto questo”.“Ma lo direbbe?”, ho chiesto.“No, direi di no”.“Allora quello che ha detto in classe un senso ce l’aveva?”.“Tecnicamente, sì. La mia bocca si muoveva e io emettevo dei suoni”. Si è zittito e mi ha guardato in faccia. “Lo sa cosa vedo quando la guardo?”.“No”.“Vedo Sidney Poitier”.“Ma…”.“Lo so, lo so cosa sta per dire: ‘Non Sono Sidney Poitier e non sono Sidney Poitier’, ma in un certo senso lei è Sidney Poitier come chiunque altro”. Ha aperto la scatola sulla scrivania, ha preso un sigaro e me l’ha puntato contro. “Lei crede che io stia scherzando, che la stia prendendo in giro, ma invece…”. Si è bloccato.“Ha mai giocato a squash con la pallina dura, signor Poitier?”.“No, a squash non ci ho proprio mai giocato”.“Se ne vergogni”.“Può spiegarmi di cosa trattava la lezione di oggi?”, ho chiesto.“Esatto. Adesso se mi fa il favore di uscire dal mio ufficio e chiudere la porta, io potrò sedermi accanto alla finestra aperta e godermi questo sigaro senza che gli addetti ai controlli si accorgano della mia infrazione, ci siamo capiti?”.Sono andato verso la porta.“Vuole sapere cosa penso, signor Poitier?”. Quando ho annuito, è andato avanti: “Penso che dovrebbe leggere Althusser e Habermas. Io non l’ho mai fatto. Oh, ci ho provato ma non ho capito un’acca. Qualcosa sull’ideologia che punta a oscurare le vere condizioni dell’esistenza o stronzate simili. O almeno così me l’hanno raccontata. Ad ogni modo, li legga lei, così poi magari me li spiega”.“Lei non li ha letti?”.“E non ne ho la minima intenzione”.“Allora perché dovrei farlo io?”.“Lo prenda come un compito per casa. Oppure non lo prenda per niente. Potrà dirmi che non li ha letti o mentire e dire che li ha letti. Potrà anche inventarsi quello che dicono. In ogni caso non avrà alcuna incidenza sul voto. A proposito, lei ha preso otto”.“Di già?”.“Tutti quanti avete preso otto. I voti non hanno senso. Vi darò il voto che preferite, ma l’otto è proprio un bel numero”.“E se non imparo niente?”, ho chiesto.“Beh, cavoli suoi. Mica è un mio problema, no?”. Mi ha liquidato con un gesto. “Ci vediamo giovedì”.</p>
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		<title>Percival Everett in Italia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/16/percival-everett-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 22:03:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[percival everett]]></category>
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					<description><![CDATA[Percival Everett sarà in Italia la settimana prossima per presentare il nuovo libro &#8220;Deserto americano&#8221; (Nutrimenti). Da non perdere. Torino &#8211; Lunedì 23 novembre ore 18.00 &#8211; Scuola Holden, Corso Dante 118 &#8211; Con Giorgio Vasta Milano &#8211; Martedì 24 novembre, ore 18.00 &#8211; Feltrinelli International, Piazza Cavour 1 &#8211; Con Tullio Avoledo, Luigi Sampietro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Percival Everett sarà in Italia la settimana prossima per presentare il nuovo libro &#8220;Deserto americano&#8221; (Nutrimenti). Da non perdere.</p>
<p>Torino &#8211; Lunedì 23 novembre ore 18.00 &#8211; Scuola Holden, Corso Dante 118 &#8211; Con Giorgio Vasta</p>
<p>Milano &#8211; Martedì 24 novembre, ore 18.00 &#8211; Feltrinelli International, Piazza Cavour 1 &#8211; Con Tullio Avoledo, Luigi Sampietro e Sara Antonelli</p>
<p>Roma &#8211; Mercoledì 25 novembre ore 18.00 &#8211; Casa delle Letterature, Piazza dell&#8217;Orologio, 3 &#8211; Con Luca Briasco ed Emanuele Trevi</p>
<p>Roma &#8211; Giovedì 26 novembre ore 18,30 &#8211; Libreria Giufà, Via degli Aurunci 38 (San Lorenzo) &#8211; Con Flavio Soriga, Sara Antonelli, Leonardo G. Luccone</p>
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		<title>Le verità elementari di Percival Everett</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/23/le-verita-elementari-di-percival-everett/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 07:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[nutrimenti]]></category>
		<category><![CDATA[percival everett]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Leggi &#8220;Ferito&#8221;, l&#8217;ultimo romanzo di Percival Everett, pubblicato ancora una volta da Nutrimenti, e resti sorpreso. Ti aspetti ancora un testo frammentario, disseminato, traversato da riflessioni linguistiche e filosofiche, da flussi torrenziali: un romanzo che si dice &#8220;sperimentale&#8221;, insomma. E invece, stavolta, una narrazione lineare, una storia che ti tiene passo passo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/ferito1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-22652" title="ferito1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/ferito1-150x150.jpg" alt="ferito1" width="150" height="150" /></a></span></div>
<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<p><span>Leggi &#8220;Ferito&#8221;, l&#8217;ultimo romanzo di Percival Everett, pubblicato ancora una volta da Nutrimenti, e resti sorpreso. Ti aspetti ancora un testo frammentario, disseminato, traversato da riflessioni linguistiche e filosofiche, da flussi torrenziali: un romanzo che si dice &#8220;sperimentale&#8221;, insomma. E invece, stavolta, una narrazione lineare, una storia che ti tiene passo passo, fino allo scioglimento atteso. Una storia, però, incatalogabile: c&#8217;è la frontiera del west, con un &#8220;rancher nero&#8221; protagonista, con cavalli e pick-up (del resto è la vita di Everett, questa, ché lui in un ranch ci ha vissuto davvero), ma non è un romanzo &#8220;western&#8221;; ci sono gli elementi classici per la costruzione di una storia &#8220;thrilling&#8221; – un omicidio che apre il racconto &#8211; ma non è un thriller, perché l&#8217;autore ti fa intuire che cosa sta per accadere, e tu lettore sai che cosa ti aspetta, ed è su altro che poni l&#8217;attenzione; il ragazzo ucciso è gay, e il romanzo, che prende spunto dall&#8217;omicidio di Matthew Shepard nel 1998, parla dell&#8217;odio per i &#8220;diversi&#8221; (&#8220;E&#8217; un paesino normale. Quasi tutti bianchi. Gli indiani sono trattati di merda. Insomma, l&#8217;America&#8221;), ma non è – o almeno non è solo &#8211; un romanzo &#8220;sociale&#8221;. Forse il modo più fecondo di leggere questo libro è legarlo a quelli precedenti, per cogliere, contro l&#8217;apparente contrapposizione, una assoluta omogeneità sostanziale. <span id="more-22650"></span>Negli altri libri la continua sperimentazione linguistica non faceva che giocare il postmoderno contro se stesso: se postmoderno è giocare con le superfici e con l&#8217;ironia, in un continuo pastiche di frammenti senza centro ove non è possibile individuare un nucleo sostanziale di &#8220;senso&#8221;, Everett ha sempre usato le superfici e l&#8217;ironia per andare &#8220;al fondo delle cose&#8221; &#8211; e al fondo delle cose ci sono Verità: amore, dolore, morte. Anche in &#8220;Ferito&#8221;, come nel precedente &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/il-vivo-corpo-del-male-di-percival-everett/">La cura dell&#8217;acqua</a>&#8221; (un grandissimo libro sul Male, dove uno scrittore di romanzi rosa nascondeva lo stupratore che aveva ucciso sua figlia in una cantina), c&#8217;è una profondità spaziale in gioco. Là la cantina, qui la caverna (&#8220;Ciò che mi piaceva di quella caverna, o forse di qualsiasi caverna o dell&#8217;idea stessa di caverna, era che si trattava di un posto dove la luce esterna cessava di avere un&#8217;influenza&#8221;). E&#8217; nello spazio fondo e buio della caverna che accadono le cose che contano: l&#8217;amore, la morte. In quell&#8217;internità (bandita dal postmoderno) si conosce l&#8217;amore, si salva una vita, si trova un corpo morto. Si tratta di scavare, insomma, di andare oltre ogni gioco di lingua (&#8220;il linguaggio è un universo immorale&#8221;) per fare spazio alla verità dei sensi e del corpo. Fare spazio a quelle verità &#8220;elementari&#8221; (in quanto elementi di senso della vita) che emergono quando – come conclude Gus, lo zio del rancher nero, ed è l&#8217;ultima frase del libro, ad aprire ancora una volta un universo di sensi &#8211; &#8220;è finito il tempo di parlare&#8221;. Quel silenzio &#8220;profondo&#8221; &#8211; dove si sfida la paura del buio &#8211; è lo spazio della narrazione e dell&#8217;amore: &#8220;E&#8217; bello amare qualcosa di più grande di noi senza averne paura. Qualsiasi cosa valga la pena amare è più grande di noi. E&#8217; così&#8221;. Ma nessun misticismo, qui, solo i fatti elementari della vita: &#8220;Io non capisco niente di religione, ho risposto. So che questa è la mia vita e questa è la mia casa&#8221;. La ferita del titolo, allora (e ancora, qui, una continuità assoluta con &#8220;La cura dell&#8217;acqua&#8221;), è il legame supremo, la comunicazione profonda tra gli esseri umani – quell&#8217;apertura al fatto nudo (e impossibile) dell&#8217;esistenza che, sola, è comunicazione, e vita.</p>
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