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	<title>pièdimosca edizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Minimo strutturale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/25/minimo-strutturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Eda Özbakay]]></category>
		<category><![CDATA[microfinzioni]]></category>
		<category><![CDATA[pièdimosca edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Eda Özbakay</strong> <br />
<br />
la frontiera - c <br />
<br />per oltrepassare il varco oc-<br /> corre ammorbidire la facciata<br /> della cabina di controllo con<br /> il proprio alito. in molti ri-<br /> mangono incollati con la lin-<br /> gua al vetro, le fitte in bocca.<br />
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Eda <b>Ö</b>zbakay</strong></p>
<p>file</p>
<p>ultimamente le file sui marciapiedi sono diven-<br />
tate più lunghe. rigorosamente dritte, di moto<br />
uniforme lungo tutta la linea. spesso non se ne<br />
vede l&#8217;inizio, motivo per cui la maggior parte<br />
delle volte non si sa per cosa si è in fila prima<br />
di arrivare al suo termine. la probabilità di<br />
trovarsi nella fila giusta, visto il loro costante<br />
allungarsi, si riduce di giorno in giorno.<br />
abbiamo iniziato ad alzarci all&#8217;alba, a uscire<br />
di casa in anticipo, e c&#8217;è persino chi non dor-<br />
me più, per mettersi in fila dalla sera prece-<br />
dente. ma il più delle volte, dopo una giornata<br />
di attesa, la fila risulta essere quella sbagliata.<br />
ieri il signor I., già stremato dall&#8217;attesa in<br />
quella che sperava fosse la fila che lo avrebbe<br />
condotto a casa, è stato punto da un cala-<br />
brone gigante. pur di non perdere il proprio<br />
posto, non si è mosso, assistendo alla lenta<br />
decomposizione dei suoi tessuti con stupefa-<br />
cente lucidità.<br />
è capitato così, proprio in quel punto e in<br />
quel momento, che una linea di universo si è<br />
curvata, costretta a girare intorno alla massa<br />
dei resti del signor I.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>rotor</p>
<p>quando viene la signora U. per badare alle<br />
due figlie dei vicini, le fa giocare nel rotor.<br />
salgono sulle loro biciclette nel cortile perfet-<br />
tamente cilindrico, dove prendono velocità<br />
circolando sempre in tondo. diventa scia,<br />
nella forza centrifuga, il giardino nei loro<br />
occhi, e il verde trifoglio sfuma.<br />
perde la sorella che non riesce a mantenere<br />
la rotazione e si lascia catapultare lontano,<br />
fuori dal vicinato. vince, invece, colei che<br />
continua a girare in tondo, sospesa nel vuo-<br />
to, mentre il pavimento del cortile scompare<br />
graffiando la luce, sotto i raggi di ruota.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>vanno e vengono</p>
<p>vanno e vengono con dei manti di piuma<br />
glauchi, rifiutando di fornirci qualsiasi altro<br />
contesto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<pre>la frontiera - c

per oltrepassare il varco oc-
corre ammorbidire la facciata
della cabina di controllo con
il proprio alito. in molti ri-
mangono incollati con la lin-
gua al vetro, le fitte in bocca.</pre>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un nome</p>
<p>ogni sera, alle sei, si sentiva la salva di<br />
saluto. quel cannone continuava a sparare,<br />
anche se non era rimasto quasi nessuno da<br />
salutare.</p>
<p>le case bruciavano sempre durante la notte,<br />
mai di giorno. noi vestaglie bianche, tarme<br />
intorno alle fiamme, ci radunavamo sulla<br />
sabbia in salita, in silenzio.</p>
<p>ero fortunata. abitavo su una curva stretta.<br />
troppo stretta per le camionette che nella<br />
sterzata perdevano parte del loro carico dai<br />
cassoni. un cocomero, acqua, delle cipolle.</p>
<p>quando non era rimasto più nessuno nel<br />
villaggio, misi una sedia al centro della mia<br />
stanza, in attesa dell&#8217;interrogatore. diceva di<br />
cercare un nome, un nome da dare a tutto<br />
questo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>breakfast</p>
<p><strong>colazióne</strong> s.f. [dal lat. <em>collatio -onis</em> &#8220;il met-<br />
tere insieme&#8221;]</p>
<p>di questo si tratta: di mia madre che finisce<br />
di preparare la colazione , riempiendo i bu-<br />
chi del formaggio con pezzi di formaggio, di<br />
mio padre che si siede e inizia mordendo un<br />
buco ripieno di formaggio sopra una riga di<br />
giornale. di come cadono le briciole di vacca<br />
sui trattati multilaterali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>evoluzione strutturale di un cadavere exquis</p>
<p>interiezione, articolo sostantivo pronome<br />
riflessivo verbo avverbio preposizione arti-<br />
colo sostantivo preposizione complemento<br />
indiretto.<br />
negazione pronome riflessivo verbo avverbio!<br />
articolo sostantivo aggettivo, articolo<br />
sostantivo aggettivo qualificativo aggettivo<br />
preposizione sostantivo.<br />
interiezione, avverbio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<pre>&nbsp;
la frontiera - E

ecco i tosatori specchiarsi
nella collina calva, un attimo
prima di avvertire l'impatto
del cemento sulle loro menti.</pre>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>_______________</p>
<p>I testi sono tratti da <a href="https://www.piedimoscaedizioni.com/catalogo/collane/glossa/minimo-strutturale/" target="_blank" rel="noopener"><em>Minimo </em><em>strutturale</em></a>, di <strong>Eda</strong> <strong>Özbakay</strong> (pièdimosca edizioni 2024). Con questo estratto non rendo pienamente giustizia all&#8217;impianto del libro, alla sua capacità di integrare generi e materiali pur rimanendo animato dall&#8217;indecidibile. Più che una raccolta di testi di varia natura (racconti, poesie, costruzioni verbo-visive), si tratta di una piccola opera di incastro e compiute mescolanze. Quella che a una prima lettura si direbbe una serie di microracconti, a guardar bene, con quegli a capo calibrati, le tmesi, l&#8217;allineamento a sinistra, i paragrafi/stanze, rivela una densità non dissimile da quella della &#8216;poesia&#8217;, senza bisogno dei suoi dispositivi sonici più evidenti. Anzi, ad essi sottraendosi, mantenendone al <em>minimo</em> l&#8217;intensità (nelle liste immaginifiche e nei contrappunti, per esempio), affidando il dettato al potere dell&#8217;aleatorio, sempre sull&#8217;orlo di trascinarci via con forza centrifuga, e a cambi di frequenza che rivelano, passo dopo posso, un congegno assai ben predisposto. Riconosciamo il <em>minimo strutturale</em> del narrativo: un paesaggio (su cui incombe il caos), una &#8216;trama&#8217; di rimandi possibili (indecifrabili), ma soprattutto delle forme (delle bozze) di personaggi la cui soggettività è ontologicamente debole o a rischio, coi loro corpi deformati, compressi e torturati lasciati senza spiegazione. Attraverso domesticità perturbanti, allegorie all&#8217;umor nero e metanarrazioni, il libro di Özbakay allestisce le sue microfinzioni, e le sviluppa su legature leggerissime. Lo fa soprattutto nell&#8217;uso ricorsivo dei testi &#8220;la frontiera&#8221;, seguiti da una lettera dell&#8217;alfabeto, che segnalano la particolare attenzione a un mondo ossessionato dalla classificazione, dal confinamento, dalle linee separatorie. Le figure più frequenti sono, dopotutto, geometrie claustrofobiche: le file, i cubicoli (piscine, cucine, cabine, scatole), le forme sferiche (il rotor, i crani, le &#8220;specie ad anello&#8221;). Varchi e strappi vengono a bucarle, fiotti di delirio che cercano vie d&#8217;uscita da una distopia in cui tutto è addomesticato, &#8220;è tutto legno, è tutto pareti, è tutto pavimento, è tutto tavolo e sfregamento&#8221; (33). Ѐ un furore sommesso, e una risposta elegantissima al disumano.</p>
<p>(<em>RM</em>)</p>
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