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	<title>Piergianni Curti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Piergianni Curti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Piergianni Curti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Piergianni Curti</b> <br />È così che divenni il suo angelo custode. Nell'unico modo in cui potevo esserlo: seguendolo come un'ombra.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119603" aria-describedby="caption-attachment-119603" style="width: 571px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119603" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37.png" alt="" width="571" height="551" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37.png 571w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-300x289.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-435x420.png 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-150x145.png 150w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /><figcaption id="caption-attachment-119603" class="wp-caption-text">Opera di Franyo Aatoth (dettaglio)</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;angelo custode</strong><br />
di<br />
<strong>Piergianni Curti</strong></p>
<p>Sono un angelo custode. Un autentico angelo custode. Anche se sono carnale, e mortale, almeno così credo. Non l&#8217;ho saputo da subito. Adesso, guardandomi indietro fino alla prima infanzia, vedo chiaramente che era già così da quel tempo. C&#8217;erano i segni.<br />
Il primo, e il più sicuro, era questo: la memoria. Possiedo la Memoria Assoluta. Una terribile malattia, se non fossi quello che sono. Una condanna per un uomo normale, un ferro del mestiere indispensabile per me. Ricordo tutto, i minimi dettagli. Se estraggo un istante della mia vita e lo analizzo — lo sottopongo a qualcosa che nello spazio sarebbe una zoomata, ma qui si tratta del tempo — ritrovo innumerevoli microistanti, ciascuno carico di cose da ricordare.<br />
Conoscevo a memoria nome e data di nascita di tutti i miei compagni di scuola, e di tutti i bambini di tutte le classi. Tutte le sere prima di addormentarmi passavo in rassegna un album immaginario: le facce di quei bambini, e sotto ciascuna immagine cognome, nome, data di nascita, come se leggessi sfogliando un catalogo. Ero ossessionato. Non potevo farne a meno. Era come se la loro vita dipendesse dalla mia memoria, e la mia vita da loro, dal tenere sempre acceso il ricordo di quei compagni.<br />
Erano tutti un po&#8217; circospetti con me. Ma ho imparato a diventare, se non proprio un essere sociale, un simulatore. Ho fatto così: ho fatto finta di perdere la memoria. Che ti succede? mi diceva spaventata mia madre. Non ti ricordi più? Certo che mi ricordavo. Ma non potevo più sostenere quell&#8217;handicap sociale del ricordo universale e assoluto. Sono diventato come volevano che fossi — ricordavo tutto, ma di nascosto. E ricordare di nascosto è un po&#8217; come non avere memoria.</p>
<p>Il secondo segno era questo: sentivo un bisogno irrefrenabile di seguire la gente. Mi vergognavo perché quello che facevo dovevo farlo di nascosto. Nessuno lo faceva come lo facevo io, con quella necessità. Mi sentivo come un pesce che scivola nel suo ambiente naturale. Gli altri al massimo erano dei bagnanti nel loro mondo innaturale.<br />
Mi ricordo la prima volta come mi ricordo tutte le altre, attimo per attimo. Quella fu la volta che cominciai a seguire l&#8217;amico più piccolo e smarrito che avevo, il mio compagno di banco. Lo vedevo andare sulle sue gambette sottili in calzoni corti. Qualunque caratteristica di lui che isolassi — la camminata, il movimento della testa, la posizione delle spalle, la legge matematica della velocità dell&#8217;andatura — diventava un&#8217;impronta digitale che identificava il mio amico. Di lui memorizzavo quanti passi avesse fatto, la posizione dei piedi, delle mani, quanti respiri, quanti litri d&#8217;aria immessi. Dentro di me appariva la sua essenza: fisica, dinamica, sentimentale, emotiva, razionale, felice e infelice.<br />
Da quel momento, e per tutta la mia infanzia, ho seguito con discrezione compagni di scuola, amici di un giorno, maestri, professori, e perfino mia madre e mio padre. Era nel seguirli, nel movimento e nella sua dinamica, che leggevo e mi si rendeva chiara la dinamica interiore. E contemporaneamente deglutivo miriadi di dati che non riuscivo a dimenticare, con fastidio, perché mi sembravano inutili. Cercavo di separarli dal resto della mia conoscenza di quegli esseri nei confronti dei quali, senza esserne cosciente, mi comportavo come un angelo custode in erba. Non sapevo che gli uni erano inseparabili dagli altri.<br />
Tremavo per loro. O tremavo forse per me. Che razza di compito mi aspettava nella vita? Quella di registratore impotente, di banca dati vivente che non sapeva darsi risposta alla domanda: cosa provi per loro?</p>
<p>Per qualche anno andai avanti così, da bambino socialmente perfetto, attestato su ottimi voti senza esagerare, assennato, servizievole, premuroso. Un essere umano tra parentesi. In attesa. Con preoccupazione. Ma imbattibile nella fermezza della simulazione.<br />
Nella mia classe c&#8217;erano due poveri, Gino e Guarise. Il maestro li aveva messi insieme nello stesso banco. Al pomeriggio si fermavano al doposcuola. Credo che gli dessero anche da mangiare, ma la cosa non era mai entrata nei discorsi di noi bambini normali.<br />
Gino aveva un barlume di coscienza di classe. Ogni tanto tirava fuori un temperino con la lama non più lunga di quattro centimetri e diceva: ti sbudello, ti sbudello. Il maestro cominciava le lezioni chiedendoci se quella mattina avessimo salutato il nostro angelo custode. Sì, rispondevamo in coro. Anche Gino rispondeva sì. Guarise non si accodava al coro dei sì. E non faceva commenti.<br />
Guarise non vedeva quasi nulla. I suoi occhiali erano tenuti insieme con la carta gommata e avevano delle lenti che sembravano blocchi di ghiaccio giallastro. Per leggere doveva cercarsi delle fessure nel vetro da cui potessero giungere alle sue retine frammenti di immagini. Riusciva a mettere a fuoco una lettera alla volta, e il più delle volte cercava di indovinare l&#8217;intera parola dopo aver decifrato le prime due o tre lettere. Ma quando a fatica era riuscito a leggere un&#8217;intera pagina non aveva più bisogno di rileggerla. La ricordava perfettamente. Bastava che il maestro pronunciasse la frase fatidica «legga Guarise», che lui, con la sua voce calma e orgogliosamente rassegnata, attaccava a ripetere da quel punto, senza sbagliare una virgola. Aveva anche sviluppato una formidabile memoria uditiva: teneva a mente tutte le lezioni, le domande e le risposte nelle interrogazioni, e perfino le soluzioni dei problemi. Aveva un talento in matematica: era in grado di calcolare a mente il risultato di qualsiasi operazione. Non era il primo della classe perché era lento a scrivere e il maestro non gli dava più tempo che agli altri. Io ero il primo della classe. Ma lo invidiavo.</p>
<p>Un giorno il maestro ci diede un tema: scrivi una lettera al tuo angelo custode. Sapevo come fare contento il maestro. Ogni tanto sbirciavo verso Guarise. Con gli occhiali a cinque centimetri dal foglio, le mani sudate che bagnavano tutto quello che toccava, scriveva lentamente, ma senza aver bisogno di pensare. Nella seconda parte della mattinata il maestro corresse i componimenti. Si soffermò più a lungo sul tema di Guarise. Lesse e rilesse. Poi lo chiamò alla cattedra. Gli disse che era un tema curioso. Poi lo rimproverò: tutti ce l&#8217;abbiamo un angelo custode. Gli mise un sette. Si rimangiò il voto dicendo che era dispiaciuto perché per il resto era un bel tema, anzi bellissimo, anche commovente, molto originale. Speravamo che ce lo leggesse. Poi disse che non era un tema da leggere in classe. Alla fine gli diede otto, poi gli aggiunse un mezzo punto. Come si poteva dare dieci a un tema in cui si negava l&#8217;esistenza dell&#8217;angelo custode, seppur solo del proprio?<br />
Però, forse sentendosi in colpa, gli fece una concessione. Da dopo natale lo avrebbe promosso a compagno di banco del primo della classe. Guarise timidamente ringraziò, per il voto e per il premio.<br />
Natale sarebbe arrivato fra quindici giorni. Ero inquieto e confuso. Da una parte sentivo la superiorità di Guarise, e per questo ero in ansia; dall&#8217;altra ne ero attratto. Il maestro non aveva fatto altro che apprestare un ring su cui ogni giorno si sarebbe materializzata una gara impari. Il maestro tifava per me, ma sapevo che avrebbe vinto Guarise.<br />
Il primo giorno in cui ci trovammo insieme il maestro ci dettò un problema. Guarise, prima che avessi il tempo di rileggere il testo, incrociò gli indici perpendicolarmente indicandomi il più della somma. Poi li dispose in modo da formare il per della moltiplicazione. Non volse lo sguardo nella mia direzione. Non disse nulla.</p>
<p>È così che divenni il suo angelo custode. Nell&#8217;unico modo in cui potevo esserlo: seguendolo come un&#8217;ombra. Cos&#8217;altro avrei potuto fare per lui che mi era superiore, se non riempire l&#8217;unico spazio libero e vuoto nella sua vita? La cosa era divampata di colpo, come un incendio in un deposito di carta. Mi faceva delirare che avesse bisogno di me. Ma il delirio nascondeva la verità: volevo seguirlo perché era il più forte. Volevo rubargli i segreti, mangiargli il cervello e il fegato e impossessarmi della sua potenza. In realtà era lui che mi stava facendo da angelo custode, e questo mi aveva fatto impazzire.<br />
Lo amavo e lo odiavo. Ma non potevo più vivere senza di lui. Mi riempiva d&#8217;orgoglio essere suo compagno di banco, ricevere il suo aiuto discreto, e ricambiare come potevo, suggerendogli risposte che lui già conosceva ma che per gentilezza, o complicità, o per pietà, faceva finta gli fossero necessarie. All&#8217;uscita mi aspettava e mi ringraziava. E io ero costretto a stare a questo gioco per salvarmi, il che non faceva che alimentare il desiderio e l&#8217;impellenza a seguirlo di nascosto fino al tugurio in cui abitava, lungo la ferrovia. Lui avanzava lentamente, con la testa bassa, tastando il terreno con i piedi; sapeva quanti passi dovesse fare e di quale misura. E io credevo che senza di lui non mi sarei salvato.<br />
Formalmente non eravamo amici. Durante l&#8217;intervallo lui stava solo. Ma segretamente eravamo amici. Piccoli segnali d&#8217;amicizia invisibili agli altri segnavano la nostra mattinata. E lui sapeva di dover stare al suo posto.<br />
All&#8217;inizio dell&#8217;anno seguente Guarise non c&#8217;era più. Il maestro si limitò a dire che aveva cambiato città. Qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse finito in un istituto per ciechi. Non avevo più rivali. Ma la malattia di essere il suo angelo custode non mi aveva lasciato. Anzi, era divampata. Sognavo a occhi aperti le avventure di me e di lui, di lui che aveva bisogno di me, che sentiva la necessità del mio aiuto, che senza di me si sarebbe perduto. Quello rimasto davvero solo ero io, non Guarise. Lui non aveva davvero bisogno di me.<br />
Passarono gli anni. Non mi era rimasto, in tutti quegli anni, che essere uno volenteroso e ligio al dovere. Prendevo bei voti, ero benvoluto, non era possibile decidere se fossi dotato di autentica intelligenza o di solo desiderio di emergere. Mi ero specializzato in storia della critica letteraria. Non mi ero sposato. Avevo relazioni di poco conto. Ogni volta che incontravo uno con occhiali spessi da miope provavo un tuffo al cuore. Mi innamoravo di ragazze che portavano gli occhiali e potevo mettere alla prova se il mio innamoramento fosse reale in un modo solo: seguendole. Speravo che camminassero come Guarise. Nessuna camminava come Guarise.</p>
<p>Un giorno mi aveva prestato il suo quaderno di temi casalinghi. Erano meravigliosi. Un altro giorno mi aveva scritto un racconto. Non gliel&#8217;avevo più restituito e lui non mi aveva chiesto nulla. Ma conosceva la risposta. Mi tremavano le mani quando avevo ricevuto quel regalo. E mi tremavano ancora quando lo tiravo fuori dalla cartellina in cui lo conservavo.<br />
Quando me lo ritrovai di fronte cominciai a tremare. Ero con Olga al Coleridge, a quel tempo di moda. Si era staccato dal fondo oscuro e si era avvicinato tastando il pavimento del palco davanti a sé. Incerto nell&#8217;avanzare, ma sicuro di sé nel tenere il suo strumento tra le mani. Teneva, come già da bambino, i piedi divaricati e le ginocchia flesse in avanti, come se stesse su un inginocchiatoio perenne. Gli occhiali di ghiaccio giallastro.<br />
Cominciò senza preamboli. Tre secondi immobile. Poi dal suo oboe il preludio del terzo atto di Tristan und Isolde, lavorato piano piano, a lungo, fino a farlo scivolare quasi impercettibilmente in una musica tutta sua, dal triste e disperato all&#8217;intelligente amarognolo venato di disincanto. Olga mi sussurrò che ne aveva già sentito parlare così bene. Io per l&#8217;emozione mi ero versato in grembo il rosso del mio cocktail. Le sussurrai: il mio compagno di banco. Ma stavo per tradirmi e dire: il mio angelo custode. Sudavo. Durò ore. Guarise era instancabile. Poi di colpo smise. Qualcuno andò a congratularsi con lui; gli strapazzava la mano libera e lui si limitava a stringere l&#8217;oboe a sé. Salii anch&#8217;io.<br />
— Guarise.<br />
— Il mio angelo custode! — disse illuminandosi.<br />
Gli era bastato il suono della mia voce. Con la stessa voce pacata con cui da bambino ripeteva a memoria le pagine appena lette disse al microfono: «Questo è il mio più grande amico». Poi mi abbracciò.<br />
Raccontava a tutti che ero io che lo aiutavo a scuola, che gli suggerivo le risposte, che lo proteggevo. Non lo contraddicevo. Non ce n&#8217;era bisogno. Abitava nella Chinatown milanese. Lo seguivo fino a venti metri dalla porta di casa, poi tornavo sapendo che da questa vita non sarei più uscito. Il mio lavoro non aveva bisogno della mia mente. La mia mente era tornata alla piena sintonia con la mia vera vocazione. Ero felice della sua genialità musicale.<br />
— Era l&#8217;unica cosa che potessi fare — mi disse una sera. — Sono quasi cieco. Se avessi potuto avrei fatto il matematico. In istituto avevano un oboe. «Può servirti», mi dissero. Intendevano per chiedere l&#8217;elemosina. In effetti ho cominciato suonando in strada. Poi il signor Brovida mi ha notato e mi ha offerto di suonare qui. Mi piace. Ho cominciato a comporre. È il mio modo di fare matematica.<br />
Andammo avanti così per un anno. Poi una sera, mentre lo seguivo sotto la pioggia, un&#8217;auto sbandò, invase il marciapiede e lo scaraventò contro il muro. L&#8217;auto fuggì. Corsi a soccorrerlo. Non sapevo se mi avesse riconosciuto. Stavo lì a guardarlo, inebetito.<br />
— Non è niente — provò a dire.<br />
Cercò di muoversi, ma non ci riusciva. Si puntellò come per tentare di rialzarsi, poi ricadde. Mi feci riconoscere.<br />
— Non muoverti.<br />
— Ah, per fortuna sei qui. — Lo disse con un filo di voce.<br />
— Adesso chiamo il 118. Non muoverti. — Mi tolsi l&#8217;impermeabile e lo coprii. — Adesso chiamo.<br />
Ma non riuscivo a chiamare. Non ci riuscivo proprio. Era più forte di me. Qualcosa me lo impediva, qualcosa di profondo. Potevo solo stare lì. Stare lì senza poterci fare niente. Ero finalmente diventato, in modo inequivocabile, il suo angelo custode. Quello che faceva quello che doveva fare. Stare lì a guardare. E basta.</p>
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