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	<title>Pierluigi Sullo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Diaz&#8221;: il film e le polemiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 May 2012 09:12:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Sono grato al manifesto perché è uno dei pochi giornali dove qualcosa di simile ad un autentico dibattito sembra ancora possibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che trovi sempre tali dibattiti fondati. Reputo, ad esempio, fuorvianti le polemiche emerse intorno al film di Daniele Vicari, Diaz, incentrato sull’irruzione delle forze di polizia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono grato al <em>manifesto</em> perché è uno dei pochi giornali dove qualcosa di simile ad un autentico dibattito sembra ancora possibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che trovi sempre tali dibattiti fondati. Reputo, ad esempio, fuorvianti le polemiche emerse intorno al film di Daniele Vicari, <em>Diaz</em>, incentrato sull’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001. Le reputo fuorvianti, ma significative. <span id="more-42403"></span>Gli attacchi al film di Vicari manifestano uno schematismo mentale che mi pare tipico di certi ambienti della sinistra radicale. Non è un discorso, però, che si può generalizzare. Sulle pagine dello stesso <em>manifesto</em> possiamo infatti trovare giudizi sul film del tutto opposti, espressi da persone che, in realtà, sono da un punto di vista politico estremamente vicine. Lo schematismo, a cui faccio riferimento, non è quindi ascrivibile a delle specifiche opinioni o pratiche politiche, ma più generalmente ad una certa idea del rapporto che dovrebbe intercorrere tra l’arte e la politica. Da questo punto di vista credo che abbia ragione Daniele Vicari, quando risponde, tacciando di “zdanovismo” molte delle critiche che “da sinistra” sono state fatte contro il suo film. Il problema riguarda in fondo quello che un militante politico si aspetta da un film di finzione. È quindi ancora il vecchio rapporto tra politica e arte, che fa capolino in questa faccenda.</p>
<p>Ho partecipato alle proteste contro il G8 del 2001 a Genova a partire da giovedì 19 luglio, partecipando al corteo dei migranti. E me ne sono andato la sera di sabato, riuscendo a prendere un treno diretto a Milano. Ricordo questo fatto, non per rivendicare un qualche privilegio del testimone (“io c’ero”), ma per sottolineare che la vicenda politica del Genova Social Forum e più in generale del movimento internazionale che in quei giorni si espresse in città è qualcosa che mi ha coinvolto in prima persona, anche se più come simpatizzante che come militante attivo nell’organizzazione degli eventi. Tutto quanto è accaduto in quei giorni è qualcosa, quindi, che mi riguarda e sotto un duplice profilo: da un lato, in quanto partecipe di un movimento politico ampio e eterogeneo che contestava l’ordine esistente, dall’altro, in quanto semplice cittadino di una paese democratico, dove questo tipo di contestazione non è vietata per legge. Per questo motivo, ho seguito in questi anni le inchieste giornalistiche, i documenti di testimonianza, gli esiti dei processi intentati alle forze di polizia, tutto quel vario lavoro, insomma, che ha contribuito a fornire una ricostruzione il più possibile chiara e oggettiva dei fatti. L’essere stato presente a Genova durante i tre giorni delle manifestazioni contro il G8 non mi ha permesso, infatti, di farmi nessuna visione globale della cose, come è inevitabile in questi casi. L’esperienza diretta che ho avuto di alcuni avvenimenti non mi avrebbe garantito da sola alcuna comprensione della dinamica generale del disastro, se non avessi potuto ricostruirlo successivamente, attraverso la raccolta di altre testimonianze dirette e indirette. Questa è stata una delle prime lezioni di Genova 2001, “la visione dal basso”, l’occhio del testimone, la partecipazione diretta non sono mai esperienze sufficienti per comprendere eventi collettivi di una certa complessità. Ed è proprio, anche per questo motivo, che ho deciso di andare a vedere <em>Diaz</em>.</p>
<p>La motivazione che mi ha spinto è stata probabilmente duplice. Sono andato a vedere il film, sperando innanzitutto di poter aggiungere un ulteriore tassello al mosaico che ho costruito negli anni. Nello stesso tempo, però, sono andato per assicurarmi che il film <em>Diaz</em> parlasse davvero di quanto io sapevo essere accaduto in quella scuola. Una parte di me andava a vedere il film per <em>scoprire</em> qualcosa di nuovo, un’altra parte ci andava per assicurarsi che quanto <em>già sapeva</em> fosse nel film presente. Quello che ho visto non mi ha deluso, se faccio riferimento almeno a quest’ultima motivazione. Ho trovato il film adeguato al suo scopo. <em>Diaz</em> è un film di denuncia. È un film che mette in scena un evento scandaloso, che non può non scandalizzare. Un evento che è nello stesso tempo traumatico: il trauma per eccellenza di tutte le società che evolvono all’interno di regimi politici democratici. Non è sufficiente parlare di “sospensione dei diritti” e di “stato d’eccezione permanente”. Nella vicenda della Diaz vi è qualcosa di più elementare: la metamorfosi del protettore in persecutore, del medico in torturatore. L’ordine democratico, per imperfetto che sia, è quello che ci permette di immaginare un baluardo istituzionale alla barbarie della pura prevaricazione. Anche la critica marxiana ai regimi democratici moderni nasce dall’insufficienza di questo baluardo, non dal suo carattere superfluo o ingiustificato. Ognuno di noi è stato un bel giorno confrontato con l’orrore del mondo. Ognuno di noi ha preso atto dell’esistenza dell’assassinio, dello stupro e della tortura, come eventi reali, per rari ed eccezionali che siano. Ma il prete pedofilo o il poliziotto torturatore ci pongono di fronte all’estrema vertigine del male: uno scenario da incubo, in cui il sentimento anche limitato di un bene possibile pare del tutto sradicato. Uno scenario che, per episodico che sia, non è in nulla diverso rispetto all’esperienza estrema del campo di sterminio: l’organizzazione istituzionale del sopruso illimitato dell’uomo sull’uomo. Quando la tensione tra crimine e istituzione si dissolve, quando il crimine è realizzato col pieno sostegno e la piena approvazione di un apparato istituzionale, ci stiamo già inoltrando in quel territorio folle, totalitario, che il nazismo ha incarnato storicamente nel modo più compiuto.</p>
<p>Il film di Daniele Vicari ha un merito indubitabile: mostra che <em>questo esiste</em>. “Esiste”, significa è reale, è accaduto, è <em>già</em> accaduto, e proprio <em>da noi</em>, nel nostro paese. L’incubo si <em>è già realizzato una volta</em>. Non è più una fantasia macabra e terrorizzante, un’esagerazione della mente, un’eventualità troppo remota per toccarci nel corso di un’intera vita. In questo senso <em>Diaz</em> è un film di denuncia. E nella denuncia di questo evento traumatico e scandaloso si esaurisce tutta la forza del film. Ciò che, infatti, è fondamentale nel ritaglio narrativo scelto dal regista non è semplicemente l’avvento del poliziotto torturatore o, se vogliamo, del poliziotto criminale. Fondamentale, nel film, è la decisione di scatenare un massacro <em>sotto gli occhi di tutti</em>. Ancora una volta, ciò che più sconvolge dell’episodio Diaz è il fatto che sia stato ordinato nel corso di un summit mondiale, con l’attenzione dei media ufficiali e di movimento puntata da settimane su Genova e, in modo ancora più ossessivo, da venerdì 19, giorno dell’uccisione di Carlo Giuliani. L’azione totalitaria può essere realizzata a volto scoperto, di fronte ad avvocati, giornalisti di tutto il mondo, società civile, cittadini di destra o di sinistra. Vicari ha fatto riferimento alla riflessione contemporanea intorno allo “stato d’eccezione”, come condizione retorica e politica che permette ai regimi democratici di approntare al loro interno spazi ed episodi totalitari, senza trasformarsi per forza in dittature. Modello di questa strategia è stata l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre. In Italia, però, lo “stato d’eccezione” che a Genova è stato messo in atto ben prima dell’episodio della Diaz non ha dovuto attendere attentati terroristici sanguinari né reazioni emotive di massa per trovare una qualche legittimazione.</p>
<p>La forza, ma anche il limite del film di Vicari, sta nella sua volontà di denuncia. Scrive giustamente Bertinotti nel <em>manifesto </em>del 20 aprile 2012: “<em>Diaz</em> è un film meta politico, perché ci mostra come nello stato di eccezione il potere sia incondizionato e incontrollato e mostri il suo volto disumano e disumanizzante”. Proprio per questo motivo, Vicari ha bisogno di fare riferimento a un fatto storico ben determinato, senza però rinunciare a considerare questa vicenda come esemplare. Da questo punto di vista mi sembrano fuori bersaglio le accuse di non aver citato i nomi dei vertici della polizia condannati il 18 maggio 2010 dalla corte d’appello del Tribunale di Genova. Quei nomi sono già stati resi pubblici sulla stampa e nella sentenza del processo d’appello a cui il film si riferisce esplicitamente nella titolazione finale, che stabilisce un nesso univoco tra verità giudiziaria e narrazione cinematografica. Il trauma dell’istituzione che programma il crimine non può essere né attenuato né reso più intollerabile dalla semplice aggiunta di quattro nomi e cognomi, che lo spettatore finirà per dimenticare nel giro di una mezz’ora, a meno che già non li conosca, per aver seguito in modo approfondito la vicenda processuale. Il vero limite del film di Vicari sta semmai proprio nell’aver voluto basarsi sulla verità giudiziaria, limitandosi a una cronaca dell’orrore. Ripeto, la cronaca dell’orrore credo sia necessaria. (Ora la vicenda della Diaz non è solo nella memoria di chi ha partecipato al movimento altermondialista, non è solo depositata in una sentenza di secondo grado, ma viene fissata in un’opera cinematografica che la rende accessibile a un pubblico più ampio e la integra non solo nella memoria politica ma anche in quella culturale del paese.) Tale cronaca però non permette di sondare in modo più articolato e sottile quella realtà che fa scandalo. Quali motivazioni hanno mosso i poliziotti massacratori, sia al vertice della catena di comando che negli esecutori?</p>
<p>Pierluigi Sullo sul <em>manifesto</em> del 18 aprile, in un articolo intitolato“Il medioevo della fiction”, stronca il film di Vicari, considerandolo l’espressione di “una specie di revisionismo storico sommario e dilettantesco, in cui la storia del nostro paese, e dei grandi movimenti che l’hanno attraversata, diventa un’incomprensibile mischia in cui si perdono i rispettivi ruoli nella tragedia e i cattivi o sono buoni o si sono assentati”. Un regista, in Italia, secondo Sullo, dovrebbe supplire attraverso un solo film al compito dello storico, probabilmente anche a quello del magistrato, e dell’intera classe politica che non ha voluto una Commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8 genovese. Qui io vedo un problema cronico nel nostro paese, che è quello delle “supplenze obbligate”. La richiesta che l’artista supplisca alla latitanza di un discorso storico sufficientemente rigoroso e condiviso assomiglia a quella tentazione tanto diffusa in una parte ben più moderata della sinistra italiana che ha cercato attraverso l’azione della magistratura di supplire alla mancanza di responsabilità politica e di una memoria storica condivisa sulle vicende cruciali degli ultimi quarant’anni. Ogni volta si vuole superare un’insufficienza grave della vita politica e civile del paese forzando ruoli e funzioni. Certo, vi sono situazioni estreme in cui tale forzatura è in qualche modo inevitabile. Ma a più di dieci anni dai fatti di Genova si può chiedere a un film qualcosa di un po’ diverso che riprendere il discorso di denuncia politica ripetuto per tutto questo tempo dai reduci del movimento. Non che tale discorso non sia importante, ma esso segue e seguirà le sue strade, sedimenterà attraverso i suoi canali. E il film di Vicari ne è stato inevitabilmente condizionato. Il solo fatto di aver scelto quel soggetto, mostra che il regista è pienamente consapevole dell’importanza di quanto accaduto durante il G8 per la storia odierna del nostro paese e non solo per essa.</p>
<p>A Sullo tutto ciò non basta. Egli riprende le critiche al film di Vittorio Agnoletto, e scrive: “Ma cosa ha scritto Vittorio di tanto urticante? Sostanzialmente che nel film (in questo come in quello su Piazza Fontana, aggiungo io) non si capisce nulla delle ragioni di fondo di tutti gli eventi. E questa ragione è il movimento. E, aggiunge Agnoletto, oltre al capo non c’è nemmeno la coda, ovvero i politici e i capi della polizia che organizzarono la ‘macelleria messicana’”. Trovo che posta in questi termini la critica sia abbastanza assurda o semplicemente troppo rozza. Come si può raccontare in modo credibile in due ore di film la storia di trecentomila persone assieme a quella dei trecento poliziotti che sono intervenuti nel pestaggio dei manifestanti presenti alla Diaz. Sullo parla del “movimento” come se si trattasse di un protagonista ben identificabile, con un profilo omogeneo e netto, che si potrebbe catturare con uno spostamento di telecamera e includere una buona volta nelle scene del film. Sinceramente non so immaginarmi come potrebbe essere un film che volesse raccontare la storia di quei trecentomila manifestanti, che per alcuni giorni, muovendosi da varie parti del mondo e dell’Italia, si sono trovati a Genova. A cosa pensano Sullo e Agnoletto: un film retorico-realistico in stile statunitense, con i protagonisti del film che corrispondono ai leader del movimento e parlano in una limpida oratoria anti-capitalistica? Una visione panoramica ed eroica che incarni in qualche personaggio suggestivo e carismatico le aspettative al mutamento di una popolazione estremamente eterogenea di militanti e simpatizzanti? Oppure s’immaginano una versione ironica e anti-realistica alla Godard? Od una amaro-picaresca alla Taviani in stile <em>Allónsanfan</em>? O un mosaico alla Jarmusch di tante storie anodine, come la mia, ai margini dello spargimento di sangue e fatte di piccole scoperte e fragili incontri?</p>
<p>In realtà, la lamentela di una mancanza di centralità del “movimento” – anche quando il soggetto esplicito del regista è un avvenimento che riguarda innanzitutto l’azione della polizia – fa pensare a una sorta di narcisismo, di continua necessità di rimirare se stessi, laddove la sfida vera, in una caso simile, consisterebbe nel penetrare le motivazioni dell’altro: quel poliziotto dal volto disumano, che può impassibilmente ordinare un massacro od eseguirlo. A più di dieci anni di distanza dai fatti, per me rimane questo, oggi, l’aspetto più enigmatico. Com’è possibile che dei poliziotti italiani abbiano potuto varcare una tale soglia di barbarie? Qualsiasi risposta riduttiva e univoca la sento come una falsificazione. Una volta che abbiamo appurato che dietro il massacro della Diaz c’è una responsabilità di uomini dello Stato e un tornaconto politico notevole non abbiamo fatto altro che compiere il primo passo di questa esplorazione. Io chiedo all’arte qualcosa che un’analisi politica o una sentenza giudiziaria non mi possono dare. Io chiedo di capire <em>come</em>, attraverso quali meccanismi, sottoculture istituzionali, abitudini e gerghi di clan, mitologie di corpo, competizioni interne, malintesi, cinismo politico, si pongono le condizioni per rendere banale la tortura esercitata da uomini dello Stato su persone innocenti e indifese. Mi rifiuto di pensare che la democrazia sia una fragilissima maschera atta ad adombrare una sorta di perpetua “macelleria messicana”. Proprio per questo sarebbe nostro interesse, al di là della denuncia politica e del sostegno per una verità giudiziaria, interessarci a come il potere democratico prepara le sue eccezioni. Soprattutto, per me, manifestante a Genova, simpatizzante del movimento, l’enigma da penetrare non riguarda prioritariamente quando accaduto nel mio campo, ma in quello delle forze dell’ordine. Ciò che mi continua a sfuggire è non tanto la logica politica, ma quella umana e sociale che ha guidato i comportamenti dei poliziotti massacratori. Quello per me è un territorio in gran parte sconosciuto nei suoi interni meccanismi, non semplicemente riassumibili sotto il termine “apparato repressivo”.</p>
<p>Ciò che rimane incompiuto e deludente nel film di Vicari è proprio l’esplorazione di questo versante. Vicari è rimasto troppo allusivo, ma non per ragioni di fantomatica autocensura, non perché mancassero sottotitoli a caratteri cubitali con il nome e il cognome dei vari vertici della polizia (De Gennaro, Canterini o Gratteri). Egli si è concentrato sulla restituzione della violenza poliziesca, non riuscendo che in piccola parte a scandagliarne i presupposti sia individuali che collettivi. Ma proprio su questo terreno un film di finzione avrebbe potuto rendere visibile tutto un immaginario, indagato criticamente, dei diversi corpi di polizia. Una tale visuale potrebbe aprire a sua volta un dibattito pubblico intorno alla “cultura” propria delle forze dell’ordine in Italia e alla <a href="http://eddyburg.it/index.php/article/articleview/17414/1/153">mancanza di un codice deontologico</a> che ne vincoli l’operato. La situazione oggi non è molto cambiata rispetto a quanto scriveva Salvatore Palidda nell’introduzione del suo libro del 2000 <em>Polizia postmoderna</em>: “in Italia la polizia è stata quasi sempre un oggetto quasi totalmente ignorato dalle scienze politiche e sociali”. A maggior ragione, questo particolare “mondo sociale” rimane in gran parte estraneo sia al cittadino comune che al militante.</p>
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