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	<title>Piero Delfino Pesce &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le foglie di Suez</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Sportelli]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mola]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Delfino Pesce]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza &#160; &#160; «A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna!». Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Gli abitanti di Mola sono da sempre attenti ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica. Qui hanno davvero fiuto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/foto-suez-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/foto-suez-2-225x300.jpg" alt="???????????????????????????????" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/foto-suez-2-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/foto-suez-2-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/foto-suez-2-900x1200.jpg 900w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a>di Nicola Fanizza</strong></p>
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<p>«A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna!». Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Gli abitanti di Mola sono da sempre attenti ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica. Qui hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano, sul piano politico, amplificatori del vento! Tuttavia, per Domenico Sportelli, andare sulla Rotonda a fare la<em> pipì contro vento</em> – sfidando le onde –, era comunque un piacere! Da qui – forse – la sua tendenza a collocarsi sempre contro lo spirito del tempo. Domenico era un uomo franco, un uomo che diceva il vero, usava, infatti, la <em>parresia: </em>ossia il dire la verità, correndo un rischio. Certo, tutto ciò ha comportato per lui parecchi «raffreddori». Si trattava, comunque, degli effetti collaterali, che derivavano da una precisa scelta di vita. Quegli accidenti furono molto importanti nell’economia della sua vita; sono stati, infatti, il viatico che gli ha consentito il <em>transito</em> verso la bella vita, verso una vita sovrana.</p>
<p>Sono ormai pochi quelli che a Mola si ricordano di lui. Eppure questo fiero mazziniano – nato a Conversano il 28 marzo 1888 – per mio padre, che me ne ha raccontato la storia, è stato un autentico eroe: fu l’unico molese a sfidare il fascismo quando il fascismo stava al potere e ne pagò per questo le conseguenze, poiché fu inviato per un anno al Confino di polizia.</p>
<p>Domenico era un bambino dai <em>piedi nervosi</em>. Quando frequentava le elementari, durante le ore pomeridiane, si recava spesso sul porto o sul lungomare. La sua spiccata curiosità lo spingeva ad inserirsi nei capannelli dei vecchi marinai per ascoltare le loro storie. Fu colpito in modo particolare dai seguenti racconti: un pescatore asseriva di aver deviato con una <em>parola magica</em> la direzione di una tromba d’aria che stava per investire la sua barca; un marittimo evocava, a sua volta, la <em>crudeltà </em>di un sottufficiale della Regia Marina che, in occasione di un naufragio – ritenendo che la scialuppa di salvataggio fosse oltremodo carica e che potesse rovesciarsi –, aveva impedito agli altri naufraghi di salire a bordo, tagliando loro le mani con un’accetta; il marinaio più vecchio, infine, raccontava delle sue avventure nel Mar Rosso, diceva che era stato a tal punto colpito dalla bellezza delle foglie  di Suez, – <em>Aglaonema modestum</em> –, da spingerlo a portarle, insieme ai fioroni allo zucchero, dall’Egitto a Mola. Qui quelle foglie – almeno fino agli anni Sessanta – hanno abbellito le case dei molesi. Sono state per molto tempo oggetto di dono reciproco. Ricordo che quando le mie sorelle andavano in visita dai parenti o dalle amiche, <em>bussavano con i piedi</em>, poiché portavano, per l’appunto, le foglie di Suez! Nondimeno, oggi, quelle foglie a Mola non ci sono più. Ciò che rimane è solo il loro fantasma.</p>
<p>Domenico andava spesso anche sul lungomare per osservare le onde. Tentava di isolare nel frastuono delle onde che si infrangevano sulla scogliera le <em>piccole percezioni</em> di una singola onda  che gli stava a cuore. La vedeva avvicinarsi alla scogliera per poi tornare indietro, <em>delusa,</em> tutta bianca d’emozione. E, tuttavia, avvertiva che quell’onda non si arrendeva, poiché riprendeva coraggio e ritornava … Domenico era convinto che  le onde  avessero un’<em>anima</em>, che portassero un carico di mistero, e che avessero voglia di farsi ascoltare. Il guaio è che, benché prestasse la sua massima attenzione alla loro piccole percezioni – non riusciva mai coglierne il senso.</p>
<p>Il mistero delle onde e quei racconti fantastici o cruenti diventavano il <em>fuoco</em> da cui si originavano le sue fantasie. Domenico sognava di fare il marinaio, il pirata – e giammai l’ufficiale – e vedeva, comunque, la sua vita sul mare e nel mare nella speranza di scoprire il linguaggio delle onde.</p>
<p>Nondimeno, dopo aver conseguito la licenza elementare, il padre di Domenico, che svolgeva l’attività di intagliatore del legno, determinò in modo diverso il suo destino, poiché lo inserì nella sua bottega che era ubicata in via  Niccolò van Westerhout.</p>
<p>Quella strada aveva un’anima. Vi era ubicato il Teatro comunale ed era costellata da numerosi palazzi, che erano abitati dal patriziato cittadino. A partire dagli anni Trenta, ha abitato in quella via anche la mia famiglia e mia madre ricordava con nostalgia la sua vitalità. Quella strada era molo importante per lei che veniva da Rutigliano: «lì – diceva – si sentiva meno sola, poiché era un luogo di passaggio e, ancor, di più di incontri».</p>
<p>Quella strada si rivelò importante anche per Domenico. Qui, al n. 26, abitava Piero Delfino Pesce, che a partire dal 1911 aveva fondato il settimanale – e, insieme, la casa editrice – «Humanitas». La vicinanza favorì la loro amicizia. Domenico nei mesi estivi si levava molto presto e verso le cinque del mattino vedeva, a volte, rincasare Pesce, il quale aveva preso l’abitudine di regalare al suo amico intagliatore una copia del suo giornale che era stato appena stampato.</p>
<p>In quanto «Uomo di vasta cultura  e di facile eloquio – così scrive il prefetto di Bari in rapporto del 1929 – che ha avuto largo seguito in specie fra gli elementi giovanili e intellettuali»<sup>1</sup>, Pesce contribuisce in modo sensibile alla formazione culturale e politica di Domenico.</p>
<p>Quest’ultimo ogni settimana leggeva la gazzetta «Humanitas» e ne discuteva col suo amico direttore. Dopo un lento noviziato, Domenico pervenne a una solida formazione culturale. Rivolgeva la sua attenzione agli autori che cercavano la verità e guardava con diffidenza quelli che erano certi di averla trovata. Ma lo scrittore che maggiormente lo affascinava era Walt Whitman, il quale aveva cantato: «Io sono per coloro che non sono mai stati dominati, / per uomini e donne le cui tempre non sono mai state dominate, / per coloro che leggi, teorie, convenzioni non potranno mai dominare …».</p>
<p>L’avvento del fascismo al potere gli apparve, pertanto, come frutto di un <em>furto</em>, di una spoliazione. E tuttavia tale spoliazione era, anche, frutto della <em>rinuncia</em> dei cittadini italiani a usare la loro sovranità. «Avere una persona che pensa per noi, che ci governa, che si prende cura di noi – diceva spesso Domenico – fa sempre comodo. Poi, è sempre possibile dire che ci hanno ingannati!».</p>
<p>Dopo il 1925/26, con l’instaurazione della dittatura, Domenico, che intanto aveva preso moglie, continua a manifestare la sua ostilità al fascismo. Viene più volte ammonito, ma non si arrende. L’occasione gli viene data dal «Crack Alberotanza»<sup>2</sup>. La bancarotta fraudolenta, perpetuata nel 1930 dal banchiere Nicola Alberotanza ai danni di un cospicuo numero di risparmiatori molesi, spinge Domenico a ingaggiare la sua ultima battaglia contro il fascismo. Grazie alla complicità dei gerarchi del fascismo pugliese e al vile assenso dei dirigenti locali del Fascio, Edgardo Monetti – commissario prefettizio al Comune di Mola – era riuscito a utilizzare al meglio la sua carica politica e il tessuto dei suoi legami familiari a vantaggio del bancarottiere, arrecando così un grande nocumento agli interessi di numerose famiglie molesi. Preso atto di tale disegno, Domenico si mise in gioco in difesa dei risparmiatori truffati, stigmatizzando, pubblicamente, e in più occasioni la «mostruosa frode»: ovvero l’intreccio criminogeno fra il bancarottiere e i gerarchi del fascismo pugliese.</p>
<p>Lo scandalo Alberotanza si configura come uno spaccato emblematico dell’Italietta del Regime e dei suoi discutibilissimi costumi. Edgardo Monetti, con il suo <em>familismo amorale</em>, appare come il tipico funzionario dello Stato fascista, che riassumeva in sé i tanti difetti e le poche virtù della classe dirigente in camicia nera. D’altra parte, non va dimenticato che il cattolico Arnaldo Mussolini, fratello del duce – come emerge dalle fonti<sup>3</sup> fiduciarie dell’Ovra – regalò, sulla scorta del suo modesto stipendio di direttore del «Il Popolo d’Italia», alla sua amante, la scrittrice salentina Maddalena Santoro, un appartamento di <em>ventidue stanze </em>a Firenze, un appartamento a Roma per le sue sorelle; un milione di lire in consolidato, seicentomila lire in contanti e persino una radio dal costo di novemilacinquento lire. Da dove arrivavano tutti quei soldi, ancora oggi, è un mistero!</p>
<p>Per di più Domenico nel giugno del 1930 si trovò, casualmente, a partecipare,  presso il salone del barbiere Lonuzzi, a una discussione sulla crisi che aveva investito l’Italia dopo il crollo della borsa del 1929. Alcuni galantuomini affermarono che l’economia italiana si sarebbe ripresa solo grazie a una guerra. Domemico aggiunse che in caso di guerra, che egli riteneva comunque imminente, lo «Stato avrebbe bloccato i depositi postali per vent’anni»<sup>4</sup>.</p>
<p>Di fatto ciò che Domenico aveva detto nel salone dei galantuomini diventò subito di dominio pubblico. I risparmiatori, già provati dalla crisi del ‘29 e ancor di più dal dissesto Alberotanza, si recarono in massa il giorno dopo presso l’ufficio postale per ritirare i loro risparmi.</p>
<p>Grazie ai delatori, Domenico fu denunciato alla Commissione Provinciale in quanto «elemento pericoloso all’Ordine Nazionale ed alla sicurezza dello Stato»<sup>5</sup>. Fu lo stesso Mussolini a determinare la pena. Con ordinanza della Commissione Provinciale in data 14 luglio, lo Sportelli venne assegnato al Confino di Polizia per la durata di un anno e destinato alla colonia di Lipari.</p>
<p>Giunto a Lipari, Domenico visse per un anno in un’atmosfera di <em>meravigliosa inanità</em>. Ebbe, infatti, l’occasione di vivere una seconda infanzia. Viveva un una specie di tempo senza tempo.  L’isola gli piaceva, poiché era investita continuamente dal vento. Ogni giorno con gli altri confinati si recava su un luogo d’elezione della scogliera, dove era possibile sfidare le onde pisciando contro vento. Inoltre, continuò  – con scarsi risultati – nel suo tentativo di individuare il linguaggio delle onde.</p>
<p>Verso la metà del luglio 1931, Domenico, scontata la sua pena, poté tornare a Mola, dove fu sottoposto a «opportuna vigilanza» fino al luglio 1943. Dal suo fascicolo personale – aggiornato ogni tre mesi – risulta che «è da escludersi che si sia politicamente ravveduto»<sup>6</sup>. E non è un caso che il 9 maggio del 1936, in occasione dei festeggiamenti per la conquista dell’Impero etiopico, i  militanti del GUF di Mola – Gruppi Universitari Fascisti – mettessero alla gogna il nostro Domenico. Gli studenti universitari misero sulle sue spalle una bandiera tricolore e lo costrinsero a sfilare con loro per le vie del Paese.</p>
<p>Il 26 luglio del 1943 Domenico come al solito si levò presto. Si recò in piazza XX Settembre per prendere il caffè al bar Vittoria e scorse sul volto di signor Nino – il proprietario del bar –  un insolito sorriso. Uscito dal bar, incontrò un medico, che lo salutò in modo caloroso. Gli occhi di quest’ultimo erano contornati da un sorriso <em>disarmante</em>. Si trattava, infatti, di un sorriso che di solito viene rivolto alle autorità in segno di rispetto e, insieme, al fine di ingraziarsele. Quei sorrisi gli apparvero incomprensibili fino a quando, entrato nella sua bottega, accese la radio e venne a sapere che il fascismo era caduto.</p>
<p>Di fatto, in quella occasione, i molesi erano stati presi alla sprovvista, non erano riusciti a fiutare il vento. Nondimeno, consapevoli del fatto che il vento aveva concluso il suo giro, amplificarono il nuovo vento: ossia diventarono tutti antifascisti!</p>
<p>Il giorno successivo alla vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, Domenico declinò l’invito a impegnarsi nell’attività politica. Il dolore degli anni precedenti non si era ancora lenito e, comunque, voleva mantenere una <em>debita distanza </em>da quelli che lo avevano perseguitato. Quel giorno stesso si recò a passeggiare sulla rotonda. C’erano i ragazzi che come al solito giocavano, ma ciò che lo rese felice fu la vista di un bambino che sfidava le onde, pisciando contro vento!</p>
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<p>NOTE</p>
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<p>1) Roma, Arch. Centrale dello Stato, <em>Ministero dell’Interno</em>, <em>Casellario politico centrale</em>, Piero Delfino Pesce, b.  3890.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2) Per un approccio esaustivo e puntuale al «Crack Alberotanza», vedi: la limpida sintesi dello storico Guido Lorusso, A<em>spetti e lotte politiche, amministrative e sociali a Mola di Bari tra Ottocento e Novecento</em>, in AA.VV., <em>Omaggio a Piero Delfino Pesce,</em> (a cura del C.R.S.E.C. BA/15), Edizioni dal Sud, Bari 1989, pp. 88-89; la preziosa e toccante testimonianza del poeta e commediografo Tonino Abatangelo, <em>C’era una volta,</em> Wip edizioni, Bari 2011; e, infine, l’appassionata ricostruzione dallo storico e commediografo Michele Calabrese, <em>Il dissesto Alberotanza</em>, in <em>Mola di Bari. Colori Suoni Memorie di Puglia</em>, Laterza, Bari 1987.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3) Roma, Arch. Centrale dello Stato, <em>Ministero dell’Interno</em><em>, </em><em>Direzione generale Pubblica Sicurezza</em><em>, </em><em>Divisione polizia politica</em><em>,</em> <em>Fascicoli personali</em>,  Maddalena Santoro, b. 1208.</p>
<p>4) Roma, Arch. Centrale dello Stato<em>, </em><em>Ministero dell’Interno</em>,  <em>Casellario politico centrale</em>, Giuseppe Domenico Sportelli , b. 4922, fasc. 067700.</p>
<p>5) ibidem.</p>
<p>6) ibidem.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una battaglia contro la privatizzazione dell&#8217;acqua: lo scandalo dell&#8217;acquedotto pugliese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2013 05:54:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[acquedotto pugliese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Nicola Fanizza</p>
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<p>Sin dall’alba del nuovo secolo, Piero Delfino Pesce manifesta un sensibile interesse per la politica locale. Da qui la spinta a candidarsi nel 1905 alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio provinciale di Bari. Grazie al voto dei suoi concittadini viene eletto consigliere provinciale per il mandamento di Mola per il settennio 1905-1912. L’amministrazione provinciale della terra di Bari era guidata da oltre ventidue anni dal senatore Nicola Balenzano, il quale si era fatto promotore nel 1902 – in qualità di Ministro dei Lavori Pubblici – della legge che istituiva la costruzione dell’Acquedotto Pugliese.</p>
<p>Da alcuni anni, pertanto, la popolazione della Puglia sitibonda viveva in un’atmosfera di rinascita, di autentica svolta epocale: non poteva nutrire alcuna diffidenza nei confronti di quel dono dello Stato che ben presto avrebbe mostrato il suo aculeo velenoso. <i>Timeo Danaos et dona ferentes = </i>Temo i Greci <i>proprio perchè</i> portano i doni scriveva Virgilio nell’<i>Eneide</i>. D’altra parte il termine tedesco <i>gift</i> sta a indicare il dono e, insieme, il veleno!</p>
<p>Di fatto la legge Balenzano prevedeva che lo Stato si sarebbe fatto carico della costruzione dell’opera solo qualora la gara d’appalto per la costruzione dell’acquedotto fosse andata deserta. Viceversa, la legge prevedeva che la società privata che si fosse aggiudicata l’appalto della costruzione della rete idrica pugliese, facendosi carico di una parte dei costi dell’opera, avrebbe ottenuto la gestione novantennale dello stesso Acquedotto. Alla gara d’appalto si presentò una «sola» ditta – la ditta Antico &#8211; che ottenne la gestione dei lavori.</p>
<p>Va da sé che i lavori procedevano con lentezza poiché la ditta appaltatrice era oltremodo interessata a procrastinare nel tempo il completamento dell’opera: il suo obiettivo era, infatti, quello di rallentare il più possibile i lavori per ottenere un vantaggio economico, derivante dalla variazione progressiva dei costi in corso d’opera.  E per di più Balenzano esercitava il ruolo ambiguo di Presidente del Consiglio Provinciale di Bari e, contemporaneamente, di consigliere di amministrazione della società appaltatrice dei lavori per l’acquedotto.</p>
<p>Preso atto di tale disegno e visti i legami inconfessabili fra la ditta appaltatrice e alcuni amministratori, Pesce si mise in gioco, ingaggiando dai banchi dell’opposizione una virulenta battaglia in seno al Consiglio Provinciale di Bari nei confronti della lentezza dei lavori, della gestione degli appalti e degli interessi privati, con l’obiettivo di rendere pubblica la gestione dell’Acquedotto stesso.</p>
<p>Vitantonio Barbanente ritiene che nel 1911 fu ottenuta una parziale vittoria: la legge Sacchi prevedeva che la Società costruttrice «non avrebbe più anticipato le somme (capitale più interesse del 5%) allo Stato per poi rivalersene con gli introiti dell’esercizio novantennale, ma trovava nello Stato stesso l’anticipatore di quelle somme, mantenendosi per altro immutata la concessione novantennale dell’esercizio. L’unico vantaggio, non certo compensatore del grosso sacrificio della pubblica amministrazione, l’abbreviazione di due anni del termine di consegna del primo <i>stato</i> dei lavori».</p>
<p>Per Pesce l’unica innovazione positiva era la clausola che prevedeva la presentazione di un programma di costruzione con una precisa scadenza poiché per il resto osservava: «Non si comprende quale utile abbia trovato lo Stato ad affidare ad una società di milionari all’uopo improvvisata la costruzione delle diversissime opere murarie. Se lo Stato avesse direttamente appaltato tali lavori a veri costruttori, avrebbe risparmiato la provvisione ultrausuraia ritenuta dalla ditta in questo giro di capitali, avrebbe scelto gli accollatari più adatti pagandoli meglio; avrebbe controllato direttamente la bontà delle costruzioni; avrebbe con le somme risparmiate dato un impulso maggiore ai lavori».</p>
<p>Emerge qui il <i>vizio d’origine</i> che ha avuto conseguenze esiziali sulla vita quasi secolare dell’Acquedotto Pugliese: proprio perché erano interessati a guadagnare il più possibile, i costruttori privati approntarono senza cura i canali e gli invasi e utilizzarono materiali scadenti per le opere murarie, determinando il progressivo decadimento della rete idrica che si trasformò ben presto in un colabrodo.</p>
<p>Contro il disegno di privatizzare la gestione dell’Acquedotto che avrebbe dato <i>più da mangiare</i> (ai gestori) <i>che da bere</i> (alla popolazione), Pesce continuò la sua battaglia, scrivendo nel 1912 anche un libello <i>L’Acquedotto Pugliese – Storia di un carrozzone</i>.</p>
<p>Nella denuncia dello scandalo, Pesce fu coadiuvato dal settimanale «La folla», diretto dal socialista libertario Paolo Valera. A partire dal marzo 1913, sulla rivista milanese, l’«amico di Vautrin» – pseudonimo che l’anarchico Mario Gioda utilizzava quando firmava i suoi articoli su «La folla» – scrisse alcuni articoli al fine di rendere pubblico lo scandalo inerente alla questione dell’Acquedotto Pugliese nella prospettiva di infrangere il «cerchio di silenzio» intorno alle accuse del suo amico Pesce.</p>
<p>Mario Gioda era già da un anno corrispondente da Torino per l’«Humanitas» – settimanale diretto da Pesce – e pertanto era in contatto epistolare con quest’ultimo, al quale, in data 13 marzo 1913, scrive: «Avrei intenzione di portare sulla <i>Folla </i>la questione Acquedotto Pugliese. Leggo avidamente i tuoi lucidissimi articoli. Però non sono nel cuore della questione. Non saprei su quali spunti particolarmente insistere e scuotere con violenza o su quali uomini politici concentrare lo scandalo. Mandami qualche nota sommaria. Segnami in margine al tuo opuscolo i punti più interessanti. Per intanto questa settimana con un articolo, in cui mi terrò sulle generali, inizierò follaiolmente il dibattito. E’ tempo di infrangere questo cerchio di silenzio intorno alle tue accuse. Ne hai diritto. E qui, credimi, non è l’<i>amico</i> che parla, ma il <i>collega</i>».</p>
<p>Nondimeno dalla lettera inviata da Gioda, in data 4 aprile 1913, a Pesce si evince che l’«amico di Vautrin» non condivideva il modo in cui il suo direttore aveva condotto fino ad allora la campagna di denuncia nei confronti dello scandalo dell’Acquedotto Pugliese: «Ho notato che hai accennato alla pagina della <i>Folla</i> su l’A. P. Ti ringrazierò quando mi farai avere il materiale per proseguire perché così come mi trovo, povero di documenti e di conoscenza del problema, sarei e potrei essere facilmente distrutto. Vero è che all’uopo non mancheresti di intervenire. Valera anzi desidererebbe avere lo scandalo dell’A. P. riesumato da te stesso. E’ poi mia personale impressione che come pubblicista la campagna mossa contro i responsabili dell’immane carrozzone sia da te condotta troppo cavallerescamente, troppo – non so se riesco a spiegarmi – educatamente. Sei troppo generoso. In casi simili sono le pedate e le vociate che occorrono per affrettare l’interessamento pubblico. Con certa gente poi che ostenta un’insensibilità morale elefantesca, i riguardi e la cautela eccessiva non possono essere nella penna dell’epuratore».</p>
<p>Dopo il 31 agosto del 1914 – termine perentorio di scadenza assegnato dalla legge Sacchi alla consegna del primo lotto di lavori –, la vicenda dell’Acquedotto Pugliese comincia a muoversi nella prospettiva indicata da Pesce: le inadempienze della società appaltatrice spinsero tutte le amministrazioni provinciali della Puglia a chiedere al Governo di attivarsi per affidare allo Stato sia il compito di portare a termine i lavori inerenti alla rete idraulica sia la gestione dello stesso Acquedotto.</p>
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<p><em>( Questo passo estratto da N. Fanizza, <strong>Piero Delfino Pesce e la rinascenza mediterranea nel centenario della rivista Humanitas (1911-1924)</strong>, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari, 2011 ci ricorda come le attuali lotte per difendere l’acqua pubblica abbiano dei precedenti storici.G.M.)</em></p>
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