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	<title>piero manzoni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pop Polar &#8211; Manzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 15:31:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[piero manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl&#8217;anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl&#8217;illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d&#8217;Allori, rapiscono solo che le sole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/manz.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/manz.jpg" alt="manz" title="manz" width="297" height="261" class="aligncenter size-full wp-image-26920" /></a></p>
<p><em>L&#8217;Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl&#8217;anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl&#8217;illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d&#8217;Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co&#8217; loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll&#8217;ago finissimo dell&#8217;ingegno i fili d&#8217;oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal&#8217;argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de&#8217; Politici maneggj, et il rimbombo de&#8217; bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione.<br />
<span id="more-26919"></span><br />
 Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d&#8217;horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d&#8217;Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l&#8217;amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l&#8217;Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl&#8217;Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl&#8217;altri Spettabili Magistrati qual&#8217;erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d&#8217;atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl&#8217;huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché l&#8217;humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d&#8217;Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locché descriuendo questo Racconto auuenuto ne&#8217; tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medesmo si farà de&#8217; luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl&#8217;huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti&#8230;</em></p>
<p>&#8220;Ma, quando io avrò durata l&#8217;eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l&#8217;avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?&#8221;<br />
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. &#8220;Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l&#8217;opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com&#8217;è dozzinale! com&#8217;è sguaiato! com&#8217;è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch&#8217;è peggio, ne&#8217; luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d&#8217;eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que&#8217; passi insomma che richiedono bensì un po&#8217; di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un&#8217;abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch&#8217;è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d&#8217;oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m&#8217;è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani&#8221;.<br />
Nell&#8217;atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. &#8221; Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de&#8217; fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? &#8221; Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l&#8217;origine del presente libro, esposta con un&#8217;ingenuità pari all&#8217;importanza del libro medesimo.<br />
Taluni però di que&#8217; fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c&#8217;eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de&#8217; quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all&#8217;occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.<br />
Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.<br />
Chiunque, senza esser pregato, s&#8217;intromette a rifar l&#8217;opera altrui, s&#8217;espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l&#8217;obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d&#8217;indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. <strong>Né in questo sarebbe stata la difficoltà; giacché (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l&#8217;una dall&#8217;altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d&#8217;uno stesso genere, nascevan tutt&#8217;e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d&#8217;aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d&#8217;un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d&#8217;avanzo.</strong></p>
<p>da i <a href="http://it.wikisource.org/wiki/I_promessi_sposi">Promessi Sposi</a>, Alessandro Manzoni<br />
in copertina opera di Piero Manzoni</p>
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		<title>Le stalle fetide [Eracle #6]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 07:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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					<description><![CDATA[E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. di Ginevra Bompiani Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-20261" title="manzoni2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg" alt="manzoni2" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2.jpg 367w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>E si potrebbe pensare alle stalle<br />
come a una città massicciamente visitata dalla morte,<br />
e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura.</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di Odisseo. Ma di sole non ce n’è uno, ce ne sono tre: sole nascente, sole a picco e sole morente.<br />
<span id="more-20209"></span><br />
Queste appartenevano al terzo padrone, il tramonto. E se il sole ha sempre a che fare con la morte, quello ne è addirittura il complice. È un sole al confine, e la tristezza dei suoi raggi è probabilmente dovuta al loro avanzare piatti, rasoterra, anziché in piedi come i vivi. Questi raggi, caldi e rossi e ombrosi, crescevano le vacche dell’Elide e arricchivano la terra dei loro frutti di vita e di morte, latte e sterco.</p>
<p>Com’era accaduto che a un tratto l’equilibrio si fosse spezzato e i frutti putridi avessero tanto sopravanzato quelli freschi? E che le stalle si fossero a tal punto riempite di letame da appestare tutta la regione? Verrebbe da pensare alla città di Tebe e a quei corpi che imputridivano nelle strade e nei campi per l’ordine di Creonte di non dargli sepoltura. Ordine che Antigone disubbidì. Si trattava in qualche modo dello stesso fenomeno: non della morte ma della sua esposizione. E sembrava &#8211; come quando una rovina si contempla per anni senza vederla e di colpo appare in tutta la sua miseria – che all’improvviso sul capo di Eracle fosse caduto l’ordine perentorio: “che su questo scempio non cali il sole!”</p>
<p>Infatti per far sparire quel che si era accumulato in anni e anni, a Eracle fu concesso un giorno – ritmo solare. Comando assurdo, dettato dal desiderio di vederlo fallire? Oppure dall’orgasmo di chi si trova davanti a una catastrofe quasi non più rimediabile? A inclinare per la seconda ipotesi induce il fatto che a quell’impresa tenesse tanto Augia, re dell’Elide e usufruttuario delle stalle sudice, che Euristeo, tiranno di Eracle. Eracle intuì l’unica possibile soluzione: abattè le pareti esterne dell’edificio e vi deviò l’acqua di uno dei due fiumi.</p>
<p>Così l’acqua lavò e purificò i luoghi trascinando gli escrementi nel suo letto. Ma non si può dimenticare che il letame non rappresenta solo putrefazione, ma ricchezza: e questo sia per il suo valore reale di concime, che per il colore dorato, che il sole accende coi suoi riflessi. Due forme di ricchezza discendevano perciò dalle mandrie solari: una diretta alla vita l’altra alla morte. E l’odore, questa spia della morte, aveva avvertito che la frontiera era stata travalicata e un campo invaso dall’altro.</p>
<p>Che ricchezza ci fosse lo dice anche la pretesa di Eracle a una ricompensa da parte di Augia: terra o moglie che fosse. Ed è ovvio pensare che l’acqua, distribuendo nella campagna il letame, l’ingrassasse di concime e la rendesse più fertile.</p>
<p>Ma di una faccenda così grossolana non si sarebbe imbarazzato Eracle, se la fertilità della terra non avesse riguardato da vicino gli dei, che la dispensavano in ricompensa ai sacrifici.</p>
<p>Come sempre, sotto al quotidiano strisciava il sacro: la purificazione dietro la pulizia, la pietà dietro alla sepoltura. Ma seppellire prima del calare del sole si faceva coi morti in battaglia. La loro esposizione oltre quel termine era un delitto perché impediva alla anime di diventare, di entrare cioè nella condizione che gli spettava.</p>
<p>E gli escrementi che altro sono se non qualcosa che deve passare dall’interno del corpo all’interno della terra? E che solo così diventa ricchezza? L’esposizione dell’escremento è perciò sacrilega: turba un ordine e impedisce una metamorfosi. L’esposizione tratteneva qualcosa in uno stato intermedio e dunque impuro. L’acqua, abituale scrigno di segreti, doveva porvi rimedio.</p>
<p>Pare di nuovo di assistere alla discussione tra Antigone e Creonte sulla bontà rispettiva delle due leggi: quella dell’esposizione e quella della sepoltura: lo scoperto e il segreto. Creonte opponeva una legge umana a quella divina. Così come le stalle, offrivano un tesoro fittizio – il letame dorato &#8211; al posto di un tesoro reale: il concime.</p>
<p>E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. A insegnare cioè agli uomini quello che finora avevano incaricato lui di fare: nascondere la vista della morte, per permettere a ciascuno di continuare il suo giorno.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questo è il sesto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Le stalle fetide</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è di Piero Manzoni. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">.</span></p>
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