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	<title>piero sorrentino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quattro romanzi: Sorrentino, Teobaldi, Lobo Antunes, Camenisch</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/10/quattro-romanzi-sorrentino-teobaldi-lobo-antunes-camenisch/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Sep 2021 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[António Lobo Antunes]]></category>
		<category><![CDATA[Arno Camenisch]]></category>
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					<description><![CDATA[(quattro letture di fine estate, mentre il sole scompare dietro le nuvole settembrine. G.B.) di Gianni Biondillo Piero Sorrentino, Un cuore tuo malgrado, Mondadori, 147 pagine, 2019 Bianca, la protagonista di Un cuore tuo malgrado, è un&#8217;autista di autobus. Un lavoro come un altro; era il mestiere di suo padre, ora è il suo. Poi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>quattro letture di fine estate, mentre il sole scompare dietro le nuvole settembrine.</em> G.B.)</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-92681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-768x1180.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-300x461.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-696x1070.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Sorrentino.jpg 1000w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />Piero Sorrentino, <em>Un cuore tuo malgrado</em></strong>, Mondadori, 147 pagine, 2019</p>
<p>Bianca, la protagonista di <em>Un cuore tuo malgrado</em>, è un&#8217;autista di autobus. Un lavoro come un altro; era il mestiere di suo padre, ora è il suo. Poi una mattina, complici una canzone ascoltata alla radio, qualche gabbiano che attraversa un cielo terso, un signore che fuma, insomma, complice una stupida distrazione alla guida e la sua vita cambia per sempre. Non solo la sua. Al risveglio in ospedale scoprirà come in pochi secondi abbia distrutto l&#8217;esistenza di una intera famiglia. Come puoi convivere con una tale colpa?</p>
<p>Fortunatamente Bianca non è sola. Sua sorella Margherita l&#8217;accompagna nella lunga riabilitazione, sia fisica che psicologica. L&#8217;autore decide di raccontarci come una donna qualsiasi possa attraversare il suo inferno privato. Lo fa scavando nella sua infanzia, nei ricordi estivi, nei giochi con la sorella al mare, fino al giorno della perdita improvvisa del padre. Ma non basta. Bianca non vuole lasciarsi alle spalle la tragedia che ha provocato. È alla ricerca spasmodica di un perdono. Decide, contro l&#8217;opinione della sorella, di scrivere all&#8217;unico sopravvissuto all&#8217;incidente.</p>
<p>La lingua di Piero Sorrentino è così lieve e precisa che riesce a farci entrare in risonanza con una protagonista che, guardata alla giusta distanza, tutto fa tranne che agire con ragionevolezza. Nelle mani di un altro autore sarebbe stata insopportabile. A ben vedere ogni sua mossa nel corso del romanzo è istintiva, irrazionale, egoista. Spesso crudele anche con chi le vuole bene. La scelta dell&#8217;autore di non identificare mai la città, i luoghi dove la storia di dipana mira a rendere universali i tormenti della protagonista. Potrebbe accadere ovunque. Bianca siamo noi. E come lei vogliamo che la nostra anima si salvi a prescindere dal male che siamo capaci di dare.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-92682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi-300x467.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Teobaldi.jpg 600w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" />Paolo Teobaldi, <em>Arenaria</em></strong>, 148 pagine, edizioni e/o, 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un nonno, che racconta alla nipotina, così giovane che neppure può capire il racconto, la vita di un luogo, i suoi abitanti, il passato che non deve essere dimenticato. Un dono, un testamento orale. Nulla di più. Non c&#8217;è altro da aggiungere alla trama di <em>Arenaria</em>. Trama che, appunto, non esiste. Eppure non si riesce a smettere di leggere le continue digressioni del racconto del narratore che saltabeccano, vagando con la mente e la memoria, da una definizione di una parola desueta al soprannome di una famiglia di contadini; dal racconto di una casa scomparsa nel mare a una montagna (che poi neppure montagna è) che perde pezzi in modo capriccioso. Come si diceva una volta: raccontando vita, morte e miracoli.</p>
<p>Sono due gli elementi di forza di questo romanzo, che, a ben vedere non è neppure un romanzo: è un monologo che potrebbe essere messo in scena già da subito. Il primo elemento che struttura il testo è la lingua. All&#8217;apparenza colloquiale, bassa, popolare. Ma nei fatti coltissima, capace di riflettere su se stessa, farsi malinconica, comica, tragica, nobile, mai nostalgica. Paolo Teobaldi è uno scrittore di parole. Sembra che assista, ogni volta che le scrive, ad un miracolo. Come se semplicemente dicendole abbiano la potenza di evocare mondi lontanissimi.</p>
<p>L&#8217;altro punto di forza è la scelta di non avere protagonisti. Non ostante la pletora infinita di personaggi, spesso solo accennati ma con tale precisione che sembrano vivi, nessuno di questi ruba la scena al vero protagonista dell&#8217;opera: il paesaggio. <em>Arenaria</em> è una (rara) narrazione del paesaggio.  Racconta di una collina, pochi chilometri quadrati, fra mare e pianura. Un micromondo dove gioia e rabbia, fatica e speranza convivono. All&#8217;apparenza storie minime, dimenticabili, ma che viste con lo sguardo prodigioso dell&#8217;autore diventano un universo. D&#8217;arenaria.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-92683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Antunes.jpg 536w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />António Lobo Antunes, <em>Lo splendore del Portogallo</em></strong>, 407 pagine, Feltrinelli, 2019, traduzione di Rita Desti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è affatto un libro semplice <em>Lo splendore del Portogallo</em>. È, a ben vedere, una sucessione di quattro voci monologanti, neppure ordinata, nel tempo e nello spazio. Quattro confessioni, flussi di coscienza, lavacri dell&#8217;anima. Antònio Lobo Antunes scombina la consecutio, il filo narrativo, la stessa punteggiatura. Per raccontarci cosa? L&#8217;intima sconfitta esistenziale di una vecchia madre e dei suoi tre figli, due maschi e una femmina. Ciò che resta di una famiglia di ricchi possidenti portoghesi in Angola e della loro vita oggi meschina, negletta, piena di false nostalgie per un&#8217;Africa dove erano trattati come esseri superiori, capaci di decidere la vita o la morte di un “negro” anche per un solo capriccio.</p>
<p>Questo romanzo, da leggere ad alta voce, per ammirarne la musicalità, già pronto a una trasposizione teatrale, è a conti fatti la dichiarazione di sconfitta, l&#8217;accusa cocente della coscienza critica di un intellettuale nei confronti dell&#8217;imperialismo colonialista occidentale e nello specifico portoghese. La vita sopra le righe dei possidenti europei, all&#8217;apparenza così profondamente timorati di Dio, poteva esistere grazie al sopruso, alla violenza, al profondo e radicato razzismo che giustificava ogni efferatezza. I quattro protagonisti, sconfitti dalla Storia e dalla vita, rammemorano il passato in un flusso continuo e indistinto di frammenti spesso incoerenti che durante l&#8217;appassionante, per quanto difficoltosa, lettura sembrano organizzarsi nel caos in un disegno unitario: la madre Isilde, moglie frustrata di un ingegnere dedito all&#8217;alcol, la figlia Clarissa, considerata dalla comunità dei benpensanti una sgualdrina, Carlos, il figlio illegittimo e meticcio, Rui, affetto da epilessia fin da bambino. Figure tragiche, simulacri perfetti di un&#8217;epoca tragica.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-92684" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch-300x415.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch-303x420.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Camenisch.jpg 424w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" />Arno Camenisch, <em>Ultima neve</em></strong>, 104 pagine, Keller editore, 2019, traduzione di Roberta Gado</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il vecchio skilift non s&#8217;è ancora bloccato, uno dei più vecchi dei Grigioni, è grazie alla solerzia di Paul e Georg, che lo curano, lo mantengono, lo mettono in moto ad ogni stagione sciistica. Se poi qualcuno da lassù, molto in alto, volesse dare una mano ai due amici sarebbe meglio. Sono troppi inverni ormai che la neve si fa sempre più rara. Ma almeno la seggiovia funziona, così la gente di pianura saprà che la pista non è chiusa, che la volontà non manca, che insomma i due amici non demordono.</p>
<p>Solo che, dato ordine alla postazione, fatta manutenzione al tetto, catalogato i biglietti per età e sconti, cos&#8217;altro devono fare Georg e Paul tutto il giorno, mentra attendono senza posa l&#8217;arrivo di un qualsivoglia cliente? Così, fra giornate troppo assolate, rare spruzzate di neve, qualche banco di nebbia e qualche bicchiere di grappa, non resta che ricordare: ciò che era il ghiacciaio soltanto una generazione fa, oppure le leggende di chi ha avuto due funerali, o di chi scomparve per sempre. Vite di uomini, donne, di un paese, di una valle e di una lingua, il romancio, che viene parlato sempre meno.</p>
<p>Arno Camenisch in questo suo agile romanzo, <em>Ultima neve</em>, racconta cos&#8217;è la montagna, luogo dell&#8217;anima per eccellenza della letteratura svizzera, nel momento epocale del cambiamento climatico. Lo fa poeticamente, in un flusso ininterrotto di coscienza dei due interlocutori, con un testo all&#8217;apparenza discorsivo, mai enfatico, ma in realtà denso, colto, teatrale. Paul e Georg ingannano il tempo e il tempo (cronologico e atmosferico) inganna loro. In attesa dell&#8217;ultima neve, pazienti e rassegnati, non rimane loro che diventare, alternativamente, l&#8217;uno la Sharahzad dell&#8217;altro. E insieme, giorno dopo giorno, i due novelli Vladimiro ed Estragone contemporanei.</p>
<p>*</p>
<p>(<em>recensioni pubblicate su vari numeri della rivista</em> Cooperazione<em> durante il 2019</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Appunti di scena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 12:55:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(un mese fa Piero Sorrentino mi aveva spedito questi appunti. Per problemi miei non ho trovato il modo di pubblicarli, lo faccio ora e mi scuso per il ritardo. G.B.) di Piero Sorrentino L’ultimo, animato dibattito sullo stato del teatro, delle sue istituzioni e della critica teatrale risale solamente a qualche settimana fa, quando, al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Plastico_teatro_big.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47976" alt="Plastico_teatro_big" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Plastico_teatro_big.jpg" width="561" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Plastico_teatro_big.jpg 561w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Plastico_teatro_big-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 561px) 100vw, 561px" /></a></p>
<p>(un mese fa Piero Sorrentino mi aveva spedito questi appunti. Per problemi miei non ho trovato il modo di pubblicarli, lo faccio ora e mi scuso per il ritardo. G.B.)</p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>L’ultimo, animato dibattito sullo stato del teatro, delle sue istituzioni e della critica teatrale risale solamente a qualche settimana fa, quando, al Piccolo di Milano, Luca Ronconi e Franco Cordelli hanno discusso in pubblico sul tema “I critici e i pubblici”.</p>
<p>Alcuni brandelli dei discorsi di quell’incontro milanese sono emersi anche in un altro dibattito, questa volta negli spazi della Fondazione Premio Napoli, nel corso di una conversazione a due tra Franco Cordelli e Andrea Cortellessa, nell’ambito del ciclo “Oligarchie implicite. La lingua morta della democrazia”, a cura di Gennaro Carillo.</p>
<p>Ancorché non cospicui, ricopio qui in forma di appunti sparsi e di note raccolte in corso di ascolto – un testo, dunque, per sua natura frammentario e poco organico, di cui mi scuso – alcune delle considerazioni dette da Franco Cordelli a proposito del teatro, della critica teatrale, dello spazio che le è riservata sui <i>media</i>. Non vaghe e generiche discettazioni sul senso o sull’attualità della critica, di cui abbiamo letto e sentito fino a sazietà, ma un ragionamento basato su esempi concreti e dati pratici che, per vie traverse, conduce ugualmente a faccia a faccia con le questioni che riguardano la legittimità, il senso e le finalità del lavoro culturale.</p>
<p><i>In Germania esistono circa 390 teatri stabili. In Italia, 18. Dunque, ogni media o piccola provincia tedesca finanzia, con denaro pubblico, istituzioni teatrali, compagnie, maestranze. Da noi, il circuito degli Stabili, oltre che minuscolo, ha creato una situazione pressoché autistica, in cui quei 18 teatri si scambiano vicendevolmente le produzioni, di fatto cancellando completamente dal panorama una massa enorme di compagnie, attori e attrici, registi, drammaturghi che non possono materialmente accedere alla platea degli Stabili, in pratica condannandoli all’oblio.</i></p>
<p><i>I direttori dei due principali quotidiani italiani, </i>La Repubblica<i> e </i>Il Corriere della Sera<i>, da qualche tempo in qua  hanno iniziato a non pagare più le trasferte – o, nel migliore dei casi, ne hanno ridotto sensibilmente le quote &#8211; ai critici e ai giornalisti culturali. Se c’è da andare da Milano a Castrovillari per assistere a un festival, il biglietto te lo paghi tu. Inoltre, i direttori impongono alle proprie firme di non accettare nemmeno le ospitalità offerte da Festival e teatri (di solito, viaggio, vitto e alloggio anche per più giorni). “È un discorso non del tutto privo di senso – dice Cordelli &#8211; Per quel che mi riguarda, non accetto mai le ospitalità dai privati, ma perché non dovrei farlo se a propormelo è un’istituzione pubblica?”</i></p>
<p><i>A quanto pare, alla direzione del teatro di Roma andrà Alessandro Gassman, il quale, molto probabilmente, si vedrà costretto a rinunciare, visto che il budget previsto dal Teatro di Roma per il prossimo anno ha subito una decurtazione del 90% dei fondi stanziati appena l’anno prima (fondi, a loro volta, già pesantemente tagliati). Dunque, con qualche spicciolo in cassa, che programmazione si potrà mai attuare?</i></p>
<p><i>Morto Franco Quadri, La Repubblica non ha più assegnato il ruolo di critico teatrale di punta a nessun altro. Lo aveva proposto ad Alessandro Baricco, il quale ha declinato l’invito.</i></p>
<p><i>Il declino del teatro di regia ha una ricaduta sensibile anche sul lavoro del critico e del recensore. Manca ormai del tutto una regia critica,  una regia che sia anche una critica al testo: il regista è il primo critico del testo che affronta.  La recensione è diventata un mero racconto del testo, ha rinunciato a dire la sua sui moltissimi altri aspetti della messa in scena, perdendo qualsiasi ambizione totalizzante che onori la critica fin nel suo etimo, quello legato a una scelta, a una separazione del grano del buon teatro dall’oglio di quello mediocre</i></p>
<p><i>Lo stallo in cui versa la critica teatrale  si misura in maniera palmare con la diminuzione, che ormai  lambisce lo zero, del numero dei critici cui pubblicamente veniva riconosciuta una autorevolezza.  I critici parlano a piccole tribù, piccole comunità, che però a loro volta sono in guerra tra di loro, un insieme che si è sgretolato e la cui parcellizzazione è pienamente riflessa dallo stato della critica. Il discorso critico non passa più sui quotidiani, i quali riservano sempre meno spazio e attenzione al teatro. In Rete ci sono siti e riviste che fanno un buon lavoro, ed esistono buoni e ottimi critici giovani, tra i 30 e i 40 anni (Cordelli fa il nome di Simone Nebbia). </i></p>
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		<title>Essere Paolo Sorrentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2014 07:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino È da tempo che accarezzo l’idea di curare un libro di interviste, intitolato “Onomastici”, o qualcosa del genere, in cui convocherei a dialogare sui massimi sistemi una ventina di artisti e intellettuali accomunati semplicemente dal nome. Coppie di narratori dai nomi diversi, ma che spesso molti confondono &#8211; Eraldo Affinati e Edoardo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47400" alt="this-must-be-the-place" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place.jpg" width="571" height="356" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place.jpg 571w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/this-must-be-the-place-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>È da tempo che accarezzo l’idea di curare un libro di interviste, intitolato “Onomastici”, o qualcosa del genere, in cui convocherei a dialogare sui massimi sistemi una ventina di artisti e intellettuali accomunati semplicemente dal <em>nome</em>.<br />
Coppie di narratori dai nomi diversi, ma che spesso molti confondono &#8211; Eraldo Affinati e Edoardo Albinati, per esempio -; critici e scrittori che differiscono di una sola lettera nel cognome &#8211; Silvio Perrella e Valeria Parrella, Paolo Mauri e Michele Mari -; oppure letterati dai cognomi identici &#8211; Fulvio e Carmine Abbate, Domenico e Tiziano Scarpa, Umberto e Claudio Piersanti, Antonella e Daniele Del Giudice -, e così via.<br />
Mi piace la pretestuosità dell’occasione di partenza, la gratuità del criterio, l’ingenuità della proposta che innesca i dialoghi, l’idea di mettere faccia a faccia due persone a partire dalle somiglianze o dalle identità di quello che – tra i molti arbitri che caratterizzano le nostre vite – resta l’elemento più incontrollabile di tutti, che qualcuno decide per noi all’atto della nostra nascita, o anche assai prima di quella. È un libro che nessun editore sano di mente si sognerebbe di fare, naturalmente. Ed è un progetto che mi torna in mente tutte le volte – non poche &#8211; che vengo scambiato per Paolo Sorrentino, il regista. È un equivoco nel quale in effetti mi imbatto assai di frequente.<br />
La prima volta credo sia stata da Daria Bignardi, quando ci ospitò in tv alle “Invasioni barbariche” per parlare dell’antologia “Voi siete qui”.<br />
“E poi c’è il racconto di Paolo Sorrentino”, disse in diretta nazionale.<br />
A volte capita che qualcuno mi si avvicini poco prima di incontri o manifestazioni pubbliche, dopo che il mio nome è comparso nei piccoli box delle pagine locali dei quotidiani che annunciano reading, presentazioni, dibattiti. “Scusi – mi chiedono – sa dov’è Paolo Sorrentino?”.<br />
Qualche settimana fa, nel foyer del teatro Mercadante, a pochi minuti da un incontro col regista Arturo Cirillo, si è presentato un tizio. Sosteneva di essere un ricercatore in antropologia dell’università di Toronto. Doveva assolutamente incontrare Paolo Sorrentino prima della presentazione per sottoporgli un questionario per non so quale studio di cui si stava occupando.<br />
“Mi spiace, forse c’è un equivoco: io sono Piero, non Paolo”.<br />
“Impossibile. Sul giornale ho letto Paolo”. Si guardava intorno cercandolo.<br />
La sua agitata convinzione era così forte che per un attimo la storia mi è apparsa sensata. Non avevo idea di come rispondere. Siamo rimasti lì a rimuginare in silenzio.<br />
“Guardi, sono contento che lei sia lei, ma devo andare via” ha detto a un certo punto il tizio, prima di infilare la porta e scomparire.<br />
Il giorno dopo la sua vittoria al premio Strega, ho scritto un sms di felicitazioni e complimenti a Walter Siti. Grazie molte, ha risposto lo scrittore dopo pochi minuti, prima di aggiungere qualche riga di rammarico per le critiche negative alle quali il mio bel film su Roma veniva sottoposto.<br />
La mattina del primo gennaio, alle 10.57 un regista napoletano piuttosto noto mi ha spedito un messaggio col cellulare: <em>Caro Paolo grazie per il bellissimo e affettuoso capodanno che ci hai regalato ieri sera spero veramente che tra noi possa finalmente nascere una profonda e reale amicizia. Ti abbraccio forte</em>.<br />
Qualche volta – assai più di rado – succede il contrario. In Rete è ancora possibile recuperare un articolo della rivista “”Alfabeta2” dedicato al cinema “di Piero Sorrentino”.<br />
Prima di morire in un incidente d’auto, lo scorso aprile, mio cugino A., 22 anni, mi prendeva un po’ in giro su questa faccenda. Scherzava, e anzi a volte lo faceva proprio apposta, fingeva di sbagliarsi e mi chiamava Paolo, per saggiare le mie – fiacche – reazioni di protesta.<br />
Tornava a casa, era la notte tra sabato e domenica, non aveva allacciato la cintura di sicurezza. Secondo i rilievi della polizia andava a 80 all’ora. Sopra i limiti di velocità, certo, ma non una velocità folle. Nessuno sa perché, ma intorno alle tre del mattino, mentre percorreva un placido e largo rettilineo, ha perso il controllo dell’auto ed è andato a sbattere contro la pensilina deserta di una fermata dell’autobus. Pochi minuti dopo, lungo la strada è passata un’auto di suoi amici, che hanno riconosciuto la macchina e si sono fermati a soccorrerlo. Lo hanno trovato che piangeva. Era preoccupato per l’auto e per le eventuali reazioni di mio zio, suo padre. Ancora seduto nell’abitacolo, si prendeva a manate rabbiose una coscia. Il personale dell’ambulanza gli ha iniettato morfina e lo ha portato in ospedale. I miei zii hanno fatto in tempo a vederlo nel corridoio, lungo il piccolo tragitto verso la stanza delle radiografie, dove lo hanno incrociato per caso. A. ha chiesto scusa per la macchina, mio zio gli ha detto che dell’automobile non importava niente a nessuno, un inserviente lo ha portato in stanza, pochi minuti dopo ne è venuto fuori un medico giovane che portava ai miei zii la notizia della sua morte per emorragia interna. Nell’impatto, il volante aveva sfondato sterno e costole. Un polmone s’era bucato. Alcune vertebre della schiena s’erano spezzate. Stando al rapporto della polizia, l’airbag non si è aperto perché nell’impatto l’auto era salita sul marciapiede e aveva assunto una posizione inclinata, col muso verso l’altro, e a quanto pare la centralina del pallone di sicurezza funziona solo se l’auto resta su un piano orizzontale. Successivamente, l’esame tossicologico del sangue non ha rilevato né droga né alcol.<br />
Qualche giorno dopo, un gruppo di amici di A. ha raggiunto la stazione di benzina della Q8 che sta a pochi metri dal luogo dell’incidente. Hanno chiesto al titolare della pompa la registrazione delle telecamere di sicurezza relative alla notte tra sabato e domenica, e non so come né perché sono riusciti a ottenerla. Con il pc, hanno realizzato un piccolo video che metteva in sequenza una manciata di foto in cui mio cugino appariva felice con gli amici, al mare, in discoteca a ballare oppure durante una partitella di calcio. Il video, pubblicato su YouTube, si concludeva con qualche fotogramma sgranato e indistinto delle riprese della telecamera di sorveglianza, la macchia grigia dell’auto che attraversava lo schermo da sinistra a destra, né veloce né piano. Avevano preparato anche una piccola colonna sonora che accompagnava le immagini. Un pezzo dei Blur. Un altro che non mi ricordo. Un altro ancora, sul finale, “This must be the place” dei Talking Heads. Il video è stato rimosso dopo pochi giorni.</p>
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		<title>Il bisogno di verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 10:26:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/bisturi2a8io.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/bisturi2a8io.jpg" alt="" title="bisturi2a8io" width="160" height="207" class="alignleft size-full wp-image-39744" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Giuliana è medico. Venerdì scorso – l’ultimo venerdì di luglio – si è specializzata, ha sostenuto l’ultimo esame ed è diventata specialista in anestesia e rianimazione. Quattro giorni dopo, martedì, le condizioni di salute di suo padre si sono di colpo aggravate, il tumore al fegato che si portava dentro da almeno sei mesi lo ha messo al tappeto – <em>letteralmente</em>, è svenuto, una emorragia interna ha preso ad allagargli le cavità, a inzuppargli i muscoli prostrati dai mesi lunghi della malattia -, lo hanno portato nella clinica di Aversa dove Giuliana lavora, nella sala di rianimazione, un edema polmonare gli impedisce di respirare, ha il cuore in profonda sofferenza, non si sa nemmeno in che punto preciso sia il sanguinamento.<br />
<span id="more-39743"></span></p>
<p>Al telefono con Giuliana, D. – medico pure lei, una delle sue amiche più strette &#8211; ascolta.<br />
Quando attacca, la prima cosa che dice è: “Non l’hanno nemmeno intubato. Sta in reparto, e aspettano che muoia”.<br />
“Nemmeno un po’ di morfina?”, chiedo.<br />
“Non è cosciente, non servirebbe a niente. Non capisci? Ha l’emoglobina a 5, del tutto incompatibile con la vita”. Quasi vorrei essere laureato in medicina, solo per comprendere lo strazio –  incomprensibile – che si annida dietro quel valore per me del tutto inoffensivo.<br />
Giuliana si è specializzata qualche giorno prima dell’aggravamento improvviso e inarrestabile di suo padre. Quattro anni di studio – a essere precisi, <em>dieci  </em>anni di studio –, centinaia di pazienti sedati, monitorati, risvegliati, e poi finisci col non poter nemmeno fare una iniezione di oppio pietoso a tuo padre morente. Te ne stai a fare capolino sulla soglia, o accanto al letto, il tubicino della flebo che ti scivola sopra la spalla, il fonendoscopio che batte sul petto – quella campana gelida di metallo su cui da bambini i dottori alitavano sopra per tranquillizzarti, fingendo di riscaldarla, prima di auscultarti le spalle -, osservi gli infermieri sollevare le lenzuola, anche se sei un medico muovi gli occhi lontano dalla nudità di tuo padre – i pazienti dei reparti di terapia intensiva sono nudi, coperti solo dal velo sottile di cotone di lenzuola -, li guardi muovere gli arti del suo corpo, le mani coperte dal lattice bianco opaco dei guanti che si incrociano sul suo corpo, ogni singolo arto separato dagli altri e incapace di ritrovare la sintonia necessaria per ridare un senso e una direzione al movimento, le gambe inerti come due tubi di vetro vuoti.<br />
Giuliana conosceva da tempo la situazione. Non lasciava affiorare tracce evidenti di quello che provava, si limitava ad agire come più conveniva a suo padre, tra qualche sottinteso gentile nei confronti del paziente e, nello stesso momento, un mare di dichiarazioni, frasi, parole, l’esperienza incalcolabile di un intero reparto messa al servizio della salute di suo padre, decine di professori, medici strutturati, chirurghi, colleghi specializzandi, infermieri, tutti parlavano, annuivano, tra di loro niente mistificazioni o fandonie, tutti perfettamente imprigionati in un proliferare di somiglianze, uniti dal piacere di catalogare, casi simili, studi, articoli scientifici, letteratura. </p>
<p>“Almeno in questo il tumore è dolce, ti dà il tempo di fartene una ragione”.<br />
Distesi sul letto, l’uno accanto all’altra, D. parla. È notte. Con la punta di un alluce sfioro le sue dita. Mi risponde, o forse è solo un piccolo movimento di assestamento delle gambe sul materasso.<br />
“Sai che il papà di Giuliana lo abbiamo ucciso noi?”, chiede, serena.<br />
Sollevo la nuca dal cuscino e ruoto il perno del collo verso la sua faccia.<br />
“Noi medici, intendo”.<br />
Il grande specchio rettangolare appoggiato al muro riflette uno spigolo del letto, l’angolo arrotondato di legno chiaro, la forma morbida della stoffa del copriletto afflosciato e un po’ sgualcito.<br />
“Era perfettamente in salute. Poi a Roma, molti anni fa, gli hanno diagnosticato un timoma, un cancro al timo, una patologia abbastanza rara. Non si trattava di un caso grave, il suo era operabile e pure benigno, in sala è stata una cosa quasi di routine, l’intervento è perfettamente riuscito. Solo che durante l’operazione gli hanno trasfuso una sacca infetta, e s’è beccato l’epatite C”.<br />
Sul comodino, sotto la luce cruda e vivida della lampadina per la notte, ci sono i libri che D. sta leggendo: due romanzi, <em>Il giorno dell’indipendenza</em> di Letizia Muratori e <em>Chesil Beach</em> di Ian Mc Ewan,  e un saggio, <em>Come pensano i dottori </em>di Jerome Groopman, un professore di medicina di Harvard che scrive sul “New Yorker”. Sulla copertina del libro c’è il tizio dell’<em>Allegro chirurgo</em>, l’omino col naso rosso da pagliaccio che assomiglia vagamente a Hitler (senza i baffetti), il corpo bucato dagli alloggiamenti dove inserire le ossa e gli organi che, in un secondo momento, il giocatore dovrà estrarre con le pinzette, badando a non sfiorare la placca metallica che corre sul bordo dei fori e che attiva un segnale sonoro che decreta la morte del paziente e il fallimento dell’operazione.<br />
A ogni cavità corrisponde una specie di legenda. Alcune didascalie sono comprensibili, corrette, assolutamente giustificate in un contesto medico (“Pomo d’Adamo”, “Caviglia slogata”, “Osso della caviglia collegato al ginocchio”); altre più spiazzanti, gravate da quella sensazione di sconcerto che si portano appresso le metafore quando ti concentri sul loro reale significato, quando tenti di prenderle <em>alla lettera</em> (“Cuore infranto”, accanto al muscolo cardiaco percorso da una frattura a forma di fulmine, oppure, per mezzo della freccetta che indica una brutta farfalla verdastra che assomiglia a un tatuaggio mal riuscito, “Farfalle nello stomaco”); altre ancora del tutto inesplicabili (come quella, per me veramente angosciante, che alloggia poco più su del sesso inodore e secco del paziente Adolf, sopra la sua pancia rosea e glabra: “Cesta per il pane”, con le fette dell’alimento visto di traverso, tagliato a cassetta, interamente contenuto in un cestino di vimini intrecciato, di quelli per il pic-nic). “Un libro fondamentale per ogni paziente che voglia ottenere le cure migliori dai propri medici” è lo strillo di TIME stampato sulla copertina.<br />
“L’epatite C non è mortale, ma predispone all’epatocarcinoma. E infatti.” dice D.<br />
Non capisco se le mie palpebre siano chiuse o no. Seguendo l’ombra di tutti gli oggetti nella stanza, enumero le conferme alla normalità del mio stato di veglia. Conto. La lampada al neon sopra le nostre teste, la scrivania, la sedia, il mazzetto dei pass plastificati raccolti in anni di concerti, festival, manifestazioni, che scende a grappolo da una mensola, i nastri di raso colorato avvolti attorno al bicchiere portapenne.<br />
“A Napoli, quando gli hanno fatto gli esami, nessuno ha capito che si trattava dello stadio iniziale, e probabilmente curabile, di un tumore al fegato. Lo hanno scambiato per un angioma. Lo hanno guardato sorridenti negli occhi e gli hanno detto: “Lei ha un innocuo angioma epatico, veramente una sciocchezza, non c’è nemmeno bisogno di terapia, basta tenerlo sotto controllo con una ecografia all’anno, arrivederci”.<br />
Io non so se Giuliana all’epoca era già laureata, o se addirittura avesse cominciato anche la scuola di specializzazione. Vorrei chiederlo a D., ma non ho il coraggio di farlo. Dovrei domandarle se già allora Giuliana era iscritta allo stesso ordine professionale di quelli che stavano mandando suo padre a morte; se già, parlando tra loro, si chiamavano col nome di battesimo; se, mentre dicevano “Collega, vieni, ti offro il caffè al bar”, le cellule impazzite del fegato di suo padre  &#8211; innescate da una trasfusione sbagliata a Roma, non riconosciute da un esame diagnostico superficiale a Napoli &#8211; si agitavano da qualche parte nel corpo, lavoravano alla distruzione della sua esistenza.<br />
Ho allungato il braccio verso il comodino e ho spento la luce, la stanza è piombata in un buio profondo, D. è rimasta a pensare chissà a cosa, ha pianto un poco, si è addormentata.</p>
<p>Il padre di Giuliana l’ho visto per la prima – e a questo punto, mentre scrivo, posso solo dire: <em>prima, e ultima volta</em> – la mattina in cui sua figlia si è specializzata, qualche giorno fa. Non lo conoscevo, ma riconoscerlo è stato un attimo. Era una mattina luminosa, la luce quasi fluorescente del sole sopra le carrozzerie delle automobili parcheggiate nel grande piazzale dell’ospedale. Due studentesse sono uscite da un padiglione mangiando un gelato, una di loro impugnava il cono con la sinistra e cercava comicamente e con mille contorcimenti di riporre il portafoglio nella borsa con l’altra mano. Siamo saliti al primo piano, il corridoio era pieno di gente in ghingheri, giravano bicchieri di carta con lo spumante e vassoi di paste al cioccolato o con le crostatine di frutta immerse nella gelatina brillante.<br />
D. si è diretta verso un capannello d’angolo, ha salutato tutti, ha abbracciato Giuliana, le ha consegnato un mazzo di fiori. Suo padre sorrideva, la faccia scavata, gli occhi sporgenti, i capelli radi sulla testa. Indossava un paio di Hogan blu sotto il vestito, ho pensato che le portasse non per moda o eleganza, ma perché le Hogan hanno una suola alta e piatta e morbida, e ci si cammina bene, ci si sta bene, con quella suola gommosa puoi stare in piedi e comodo anche se stai per morire, ecco quello che ho pensato.<br />
Io un po’ lo fissavo, guardavo lui e guardavo quelle decine di medici che lo attorniavano, era letteralmente circondato da medici o da futuri medici, specializzandi o specializzati, medici strutturati e pure qualche professore, a un certo punto è pure passato un primario di non so che, tutti gli hanno detto deferenti “Buongiorno professore”, qualcuno gli ha allungato le paste, lui ha fatto un gesto gentile di rifiuto e ha tirato dritto, si muoveva come se fosse indaffaratissimo.<br />
Io mi vergogno molto e chiedo scusa a chi leggerà questo testo e sa di chi sto parlando, chiedo scusa a chi conosce le persone di cui racconto o si riconosce, ma non riesco a trovare un altro modo di dire che non sia questo: era come se quell’uomo fosse <em>un topo in mezzo ai gatti</em>, mi chiedevo ossessivamente come doveva sentirsi a stare così immerso tra medici, quei medici che rappresentavano con indiscutibile precisione la categoria professionale che lo aveva ucciso; certo, non i responsabili <em>diretti </em>della sua morte, ma qualcosa che a quello molto, moltissimo si avvicinava. E mi chiedo, adesso, se avrà detto qualcosa a sua figlia. Quando l’ha abbracciata, e stretta forte – forte per quel che poteva -, quando l’ha baciata con gli occhi tutti pieni di felicità – ché io in quegli occhi, mentre in quel corridoio un poco lo scrutavo, non vedevo altro che la felicità &#8211;  le ha detto qualcosa riguardo alla sua condizione? Qualcosa come “Sono contento, perché da oggi, con te, quello che è successo a me non potrà più succedere a nessun altro”? Oppure non c’era proprio niente da dire, visto che tutto stava già nei fatti, nei corpi, negli occhi, non c’erano più furie da placare, non c’erano offese da vendicare, ma solo la pressione della felicità a cui, per un lunghissimo minuto d’amore tra un padre morente e una figlia, asservirsi?</p>
<p>Quando ci siamo congedati ci siamo sorrisi, io gli ho fatto i complimenti per Giuliana, lui continuava a mangiarsi la figlia con gli occhi; gli ho stretto la mano e ho detto “Piacere di averla conosciuta”, prima che quella coniugazione all’infinito passato, di cui mi sono reso conto con un atroce secondo di ritardo, mi azzannasse in un punto imprecisato dietro la nuca.</p>
<p>(Sono a casa. D. ha raggiunto Giuliana in clinica, ora è con lei. Tentiamo di comunicare coi telefonini, ma la linea è disturbatissima, non c’è campo. D. riesce a mandarmi un sms: “Sono contenta di essere qui, è ancora vivo e solo questo conta”.<br />
In questi giorni sto leggendo Piovene. <em>Le Furie</em>: “<em>Ci dicono che i romanzieri hanno sempre inventato, trasferito, innestato, mescolato, impastato, essendo piccoli demiurghi. Ma forse romanzieri di quella specie non sono possibili oggi, e non credo che verranno più. Con la mia ostinazione, col mio amore per gli accadimenti sordi in cui ciò che nasce da noi diventa un fatto naturale che si subisce, sono sempre stato una cavia, ho sempre sperimentato in me i limiti del possibile e quello che è diventato impossibile. E so che ormai il bisogno di verità brucia tutto, e fa parere un’impostura anche la finzione che un tempo pareva innocente e incantevole (…). Il bisogno di verità, quando si insedia in noi, somiglia al fuoco ma anche al cancro (…) La bugia è insopportabile, la verità non meno; la nostra sorte, a differenza di tanti uomini di ieri, è tentare di sostenerla senza morire</em>”).</p>
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		<title>&#8220;Un perfetto Cavaliere combatte perfino dall’aldilà&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[allenamento]]></category>
		<category><![CDATA[Anders Breivik]]></category>
		<category><![CDATA[memoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Norvegia]]></category>
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		<category><![CDATA[palestra]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti Aldo Nove di Anders Behring Breivik Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg" alt="" title="beach_jogging" width="300" height="190" class="alignleft size-medium wp-image-39639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em></p>
<p>Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti</p>
<p>                                                            <strong>Aldo Nove</strong></em></p>
<p>di <strong>Anders Behring Breivik</strong></p>
<p>Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica ottimale. A qualcuno potrà sembrare trascurabile, ma per altri potrebbe invece rivelarsi una sfida quasi insormontabile.<br />
Per quel che mi riguarda, ho dovuto superare molti ostacoli dovuti al fatto che il mio corpo era a un livello veramente preoccupante, dopo più di dieci anni di completa inattività fisica  passati a lavorare in ufficio. Tuttavia, un intenso programma di allenamento combinato con l’utilizzo di integratori proteici, Winstrol e Stack mi hanno consentito di raggiungere una condizione superba in meno di quattro mesi.<br />
<span id="more-39638"></span></p>
<p>Ecco come puoi superare gli ostacoli:</p>
<p>Inizia a allenarti almeno quattro mesi prima della missione. Il modo più logico è di iscriverti in palestra. Devi raggiungere il tuo peso forma (se necessario dimagrendo), tenendo conto del fatto che ti toccherà trasportare più di 40 kg di equipaggiamento (corazza, armi ecc.). Predisponi una scheda d’allenamento: 2 o 3 giorni di allenamento coi pesi e 2 o 3 giorni di corsa o spinning. Iscriversi a un corso di spinning di 40 minuti è una soluzione eccellente, considerata la carica che ti darà l’allenatore di sala. Puoi anche pensare a un po’ di jogging con una zavorra di 40 kg. Puoi costruirti una tuta zavorrata imbottendo un giubbino con i pesi (o con degli oggetti pesanti nelle tasche e un tubo di metallo – dello stesso peso di un fucile d’assalto – tra le mani). Avrai un aspetto veramente ridicolo, ma è una eccellente simulazione.</p>
<p>Un buon programma di allenamento abbinato a una dieta è la ricetta per raggiungere i risultati sperati. Dovrai prendere seriamente in considerazione la possibilità di usare degli steroidi. C’è molta ignoranza legata all’uso degli steroidi, ma si tratta nei fatti del miglior modo di affrontare la questione. Non tutti sono così motivati da seguire un faticoso programma di allenamento. L’uso di stimolanti può aumentare non solo la tua motivazione, ma anche agilità, forza, resistenza e durata del 200% (dipende dal tuo attuale stato). </p>
<p>[<a href="http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/2083-Declaration-Independence.pdf">Qui </a>il documento completo]</p>
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		<title>Per chi svuota la campana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/23/per-chi-svuota-la-campana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 07:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Anselmo]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marcello Anselmo I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli-300x200.jpg" alt="" title="Rifiuti Napoli" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Marcello Anselmo</strong></p>
<p>I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di recenti attenzioni.<br />
Sono due notti che gruppi guardinghi di questi insetti corazzati convergono nel vico d’Afflitto, una delle “microarterie” che dai Quartieri Spagnoli sfociano in via Toledo, il salotto buono della città.<br />
<span id="more-39349"></span></p>
<p> L’eco della musica tecno che ha accompagnato l’inaugurazione del nuovo megastore Alcott, si è appena spenta quando un brontolio metallico si appropria della quiete della notte. Figure scure con mascherine sul viso e tute bianche a protezione degli indumenti trascinano dai vicoli cassonetti, carriole, teloni pieni di sacchetti, materiale edilizio, scarti, mondezza. La riversano all’incrocio tra via Santa Brigida e via Toledo, formano una collinetta di detriti della società dei consumi. L’odore è nauseabondo, il timore è che tutta quest’empietà stipata da giorni nei vicoli stretti, diventi un rogo carico di incognite.<br />
I ratti sopraggiungono eccitati, squittiscono aspettando che il trambusto si plachi pregustando un fiero pasto alla luce dei lampioni. Nel cielo opaco di nuvole afose i gabbiani girano in tondo: finalmente non hanno più bisogno di spingersi nell’entroterra per trovare cibo ammonticchiato a buon mercato, possono rimanere nei pressi dei loro nidi del molo San Vincenzo o sulla scogliera del Beverello e poi allontanarsi di poco per beccare i residui di una civiltà che non capiscono. Ghignano con il becco diventato meno acuminato a furia di lacerare plastica.<br />
Sono giorni che i Quartieri Spagnoli sono ammorbati da miasmi provenienti dal percolato di tonnellate di immondizia non raccolta. Cumuli ostruiscono le strade, rendono impossibile la quotidianità di un popolo neanche più offeso ma assuefatto alla subalternità. Un agglomerato sociale immobile incapace di affermare istanze, appagato dal flusso irregolare di denaro che caratterizza l’economia informale e paracriminale della zona, pronto a seguire, per pochi spiccioli, il capopopolo di turno. Sono parte di quella metà di Napoli che non ha votato per LDM, anzi non ha votato per niente. Eppure ora, da due notti, trasportano mondezza, sudano spingendo carichi immondi, maneggiano pale, accatastano rifiuti tra la sede centrale del Banco di Napoli e il teatro San Carlo. Non è una rivolta, è una forma di esasperazione ben temperata da chi questo gioco lo conosce davvero. Mariano ha esperienza, dirige la raccolta della rivolta, indirizza gli adolescenti eccitati nel formare la barricata di mondezza. Valuta il peso dei carichi, distribuisce i ruoli: chi raccoglie, chi sposta e così via. È stato netturbino per ben due società che hanno lavorato per anni con l’Asia (la società comunale che gestisce la raccolta dei rifiuti a Napoli) in seguito allontanate perché prive di certificato antimafia. Adesso è arrabbiato, incazzato nero perché “per lo meno prima i Quartieri restavano puliti”. Erano gli altri a subire le conseguenze di un sistema malato, inefficace. Adesso è il momento di far sentire la propria voce, di far rimuovere quei cumuli che per anni si sono visti solo in televisione, ci pensavano loro (chi?) a tener puliti i vicoli.<br />
Questa crisi del giugno 2011 è una crisi di tipo nuovo, colpisce indiscriminatamente centro e periferia, nessuno ha garanzie, nessuno ha progetti, l’elastico è slabbrato: chi contestava ora è al potere e scopre che arginare una metastasi è compito di Sisifo mentre vaiasse e scugnizzi da operetta diventano i paladini di una rivolta che non c’è. Trasportare l’immondizia dai vicoli al centro seppellisce la contraddizione, il centro è già saturo, ora il problema è dell’intera città, e forse proprio perché l’amministrazione appena eletta ha azzerato le mediazioni prima di aver stretto nuovi sodalizi. Nelle fogne l’immondizia è sopravvivenza, crea reddito, consenso, clientele. La Saittella porta finalmente la propria escrescenza alla suppurazione.<br />
Il rumore dei cassonetti rimbomba tra gli edifici mentre scivolano veloci lanciati dai vicoli alti dei Quartieri, inciampano e si rovesciano sul corso principale di questo paese metropolitano che è diventata la città. All’arrivo di un paio di volanti, le squadrette organizzate si dileguano rinunziando a uno scontro che le stesse guardie temono. La rivolta non è rivolta. La polizia arriva con i militari, dà un’occhiata e scompare. Dai balconi la gente esulta coprendosi la bocca con fazzoletti incapaci di trattenere il fetore. «Abbiamo liberato i Quartieri!», «Venitevi a prendere la monnezza», sono le frasi smozzicate che si sentono tra i tonfi e i rumori sordi. Gli scooter non smettono di circolare, dall’alto sembrano blatte impazzite da tanta abbondanza, è un sogno di motocross metropolitano in cui si corre su un fango artificiale, si schizza percolato, qualcuno – temerario – inizia a lanciare bottiglie di vetro contro i negozi. Ma si ferma subito, la gente censura: perché attaccare la proprietà? Qui non è in gioco un territorio, qui non ci sarà mai una discarica. Qui domina un tipo di esasperazione controllata, sterile, se non per pochi metri quadri di metropoli.<br />
La seconda notte di rivolta inesistente vede già gli sciacalli dello spettacolo piombare con macchine fotografiche, cineprese, cronisti solerti che domani saranno altrove. Chi prende in cura le anime corrose che producono quest’immondizia indifferenziata senza domandarsi perché accade tutto ciò? Chi avrà cura di quegli edili che lavorano a nero in appartamenti abbarbicati in edifici secolari privi di ogni garanzia, che a fine giornata abbandonano scarti di lavorazione accanto a verdura avariata e scatoloni di cartone? Chi proteggerà la salute di giovani donne che per otto ore l’indomani lavoreranno in una conceria improvvisata ospitata da un sottoscala insalubre? Chi potrà offrire risposte a giovani uomini che per poche ore della notte scateneranno la propria rabbia contro i rifiuti da loro stessi creati?<br />
Infine, pigri, arrivano i mezzi dell’Asia, bobcat, autocompattatori, si affrettano a liberare la carreggiata dai rifiuti, magari spostandoli un po’ più in là. All’emergenza si risponde con l’emergenza: niente da dire. Vince sempre chi alza più la voce. Adesso la merda diventa competenza della Provincia, la Celere sarà spedita altrove, in quei luoghi dove l’immondizia è destinata a riposare e putrefare. All’alba i gabbiani calano in picchiata, lottano con i ratti che danno vita una danza fatta di scatti, quasi immobile. Quel ronzio che si sente in sottofondo è il frinire delle blatte che rosicchiano felici ciò che resta della dignità. La luna opaca di mezza estate riflette sui ghigni dei gabbiani sempre più lontani dal mare del golfo. <em>Suerte</em>.</p>
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		<title>Un&#8217;altra Galassia &#8211; Festa del libro e degli scrittori a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:25:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico. Quattro scrittori (Rossella Milone, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-300x220.jpg" alt="" title="galassia 1" width="300" height="220" class="alignleft size-medium wp-image-39043" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-1024x752.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1.jpg 1570w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. </p>
<p>Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico. </p>
<p>Quattro scrittori (Rossella Milone, Valeria Parrella, Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio), due giornalisti (Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola) e il presidente di <em>Napoli Sotterranea</em> (lo speleologo Enzo Albertini) hanno pensato a una festa di tre giorni che si svilupperà nel centro di Napoli, lungo il Decumano superiore: da Port’Alba a Piazza San Gaetano, con la collaborazione delle librerie napoletane. <span id="more-39042"></span></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” vuole restituire alla città, e ai suoi luoghi, la sua vocazione culturale. Gli incontri con gli autori si terranno in luoghi speciali del centro storico, tra cui il sagrato e il chiostro della chiesa di san Paolo Maggiore e gli spazi della Napoli Sotterranea. </p>
<p>I tre giorni di festa si terranno dal 3 al 5 giugno 2011: un <em>week end</em> dedicato alla letteratura con scrittori stranieri e italiani.</p>
<p>Caratteristica fondamentale di “Un’Altra Galassia” è la totale gratuità degli eventi e dei laboratori, prevedendo tra l&#8217;altro sconti per l’acquisto di libri presso le libreria convenzionate che espongono il logo della manifestazione.</p>
<p>Il logo di &#8220;Un&#8217;altra Galassia&#8221; è di Anna e Rosaria Corcione.</p>
<p>Tutte le informazioni sono su <a href="http://www.unaltragalassia.it">www.unaltragalassia.it</a></p>
<p><strong>PROGRAMMA<br />
</strong></p>
<p><em>Venerdì 3 giugno 2011</em></p>
<p>ore 17  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>Reading di scrittori da <strong>Tommaso Landolfi </strong>(leggono: Diego De Silva, Rossella Milone,Valeria Parrella, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio) </p>
<p>Ore 18, 30 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Letizia Muratori </strong>(modera Rossella Milone)</p>
<p>Ore 21  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Concerto “Ballads”, un concerto di <strong>Francesco Di Bella</strong> (24 Grana) e <strong>Alfonso ‘Fofò’ Bruno</strong></p>
<p><em>Sabato 4 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 11  Antico Refettorio di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Lezione di poesia di <strong>Valerio Magrelli</strong> </p>
<p>Ore 16,45 Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Reading di <strong>Ascanio Celestini</strong></p>
<p>Ore 18,45 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Ricardo Menéndez Salmòn</strong> (modera Maurizio Braucci)</p>
<p>Ore 21 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Giuseppe Montesano</strong> evoca <strong>Charles Baudelaire</strong>: l&#8217;autorevole studioso del grande autore farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p>Ore 22,30 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Matteo Codignola</strong> evoca <strong>Mordecai Richler:</strong> il traduttore &#8211; nonché amico personale &#8211; dell’ autore canadese farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p><em>Domenica 5 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 12,30 Antico Refettorio</p>
<p>•	Incontro con <strong>Mauro Covacich </strong>(modera Lorenzo Pavolini)</p>
<p>Ore 17 Chiostro Grande</p>
<p>•	50 anni di <em>Ferito a morte:</em> incontro con <strong>Raffaele La Capria</strong> (modera Silvio Perrella)</p>
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		<title>Il Cavaliere e la morte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/il-cavaliere-e-la-morte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 10:15:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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		<category><![CDATA[morte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Berlusconi ha paura di morire. Questa paura è comune a tutti gli uomini, ma in Italia, cuore del cattolicesimo, che ha alimentato la sua potenza giocando tutto sul memento mori, il timore della morte è assai più potente. Accumulare potere e ricchezze è un tentativo come un altro di esorcizzare la morte. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi-233x300.jpg" alt="" title="cavallo scacchi" width="233" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37880" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi.jpg 311w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p><strong>Berlusconi </strong>ha paura di morire. Questa paura è comune a tutti gli uomini, ma in Italia, cuore del cattolicesimo, che ha alimentato la sua potenza giocando tutto sul memento mori, il timore della morte è assai più potente.<br />
Accumulare potere e ricchezze è un tentativo come un altro di esorcizzare la morte. Un tentativo penoso e vano, mano a mano che si invecchia, che ci si avvicina al traguardo finale L’accumulare ricchezza e potere altro non è se non un segno di questo pensiero costante che accompagna Berlusconi.<br />
<span id="more-37879"></span><br />
Le pantomime oscene sulla sessualità del Cavaliere che riempiono le prime pagine dei quotidiani non sono altro che il tentativo di un uomo ormai vecchio di distrarsi dall’idea della morte. La sua è una sessualità a cartoni animati, è una proliferazione di figure disegnate dalla matita della fine.<br />
L’ironia e l’indignazione sulle depravazioni del capo indicano anche il rapporto irrisolto che gran parte degli italiani hanno con il sesso. Si può dire che il sesso e la morte sono due grandi questioni irrisolte dell’italietta laida e fascista di cui il Cavaliere è l’ultima metamorfosi.<br />
La vicenda di questi mesi non è solo materia per magistrati e neppure per beghe politiche. Il teorema è questo: Berlusconi è governato dalla morte, Berlusconi governa l’Italia, l’Italia è governata dalla morte.<br />
Se vogliamo che nella nostra nazione torni a spirare qualche vento di lietezza, dobbiamo deciderci a sgombrare questo enorme cadavere che tutti insieme formiamo e di cui il Cavaliere è il cuore. Non si può pensare che siamo di fronte a un depravato da rieducare. Non siamo al collasso morale di una sola persona, ma a quello di gran parte della nazione.<br />
Il problema della morte non è solo il problema del Cavaliere. In questo senso lui non è nostro nemico, ma nostro fratello. Bisogna bonificare lo spirito nazionale da queste pozze putride prodotte dal secolare potere di una chiesa che ha messo nella nostra testa l’idea che ci aspetta l’inferno se non diventiamo suoi seguaci.<br />
Berlusconi non lo si sconfigge con la conta in Parlamento ma con una spietata radiografia del nostro spirito, una radiografia che sappia individuare la metastasi narcisistica prodotta proprio da una crescente paura della morte, che può essere considerata come paura della vita, una vita sempre più sigillata in piccole confezioni usa e getta.<br />
Da tempo credo che la morte non sia più un evento, una cosa che tocca gli animi. C’è stato un momento in cui era qualcosa che veniva nella vita come una faina arrivava nel pollaio. Si può pensare che questa faina abbia stampato la sua zampa su ogni tipo di religione. Adesso la morte ha cambiato faccia, è diventata l’aria che si respira, la scena madre della vita, il riassunto delle nostre giornate. È sempre bene in vista, è sempre ben esposta contro l’amore, contro la politica vera, contro i nostri slanci più sinceri. È usata come deterrente per non vivere, per dire di no a ciò di cui potremmo gioire e da cui, invece, ci nascondiamo. Si mette in mezzo tra l’anima e il corpo e ci scinde. Si mette in mezzo tra noi e gli altri e ci divide.<br />
Non è facile dire come e quando sia avvenuta questa mutazione della morte da evento che irrompe a realtà che ristagna. Pensate a una nebbiolina che avvolge la nostra società, pensate a una nebulizzazione dell’evento traumatico e unico della fine in vapore sospeso intorno ad ogni minuto della nostra vita: tutta la rete di comunicazione di cui siamo poveri tralicci sembra che agisca solo per diffondere il senso della fine. La morte non viene dopo l’ultimo respiro, ma sembra essere il legame tra un respiro e l’altro. Non viene pavesianamente a prendere i nostri occhi, ma da tempo li apre e li chiude a suo piacimento ogni giorno. Sempre più spesso guardiamo dal balcone della morte, vediamo il mondo come se già fossimo fuori di esso. È una situazione profondamente nuova. È una condizione che dovrebbe farci leggere l’esperienza di ognuno e di tutti come un’esperienza straordinaria. E invece ragioniamo come se fossimo sempre nello stesso mondo, nella stessa psiche, nello stesso corpo. In un certo senso e per la prima volta non siamo nella vita come un’esperienza continua interrotta dalla morte, ma siamo nella morte come un’esperienza continua interrotta raramente dalla vita.</p>
<p>(pubblicato su <em>Il Manifesto</em>)</p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo/Hereafter</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 10:42:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Clint Eastwood]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie-300x221.jpg" alt="" title="hereafter movie" width="300" height="221" class="alignleft size-medium wp-image-37753" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie-300x221.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Va bene, la scena di apertura è bella. Il risveglio nella stanza d’albergo, il sole, le biciclette per le strade, la passeggiata indolente per il mercatino,  i mucchietti di collanine e pietre colorate esposte sui banchi. E poi, di colpo, incomprensibile, immotivata, la Tragedia, lo tsunami, l’acqua risucchiata da una forza invisibile e poi scagliata contro i palazzi, le persone travolte e annegate, le macchine che si trasformano in proiettili impazziti, la distruzione, la morte. Ma, insomma, per il nuovo film di <strong>Clint Eastwood</strong> ci dobbiamo stracciare le vesti – ancora una volta – soltanto per <em>questo</em>?<br />
<span id="more-37752"></span></p>
<p>Tutti quelli che applaudono Eastwood per <em>Hereafter </em>– e, prima, lo hanno applaudito per <em>Invictus </em>– per una gran parte, danno l’impressione di quelli che fanno qualcosa perché pensano che si debba  farla. Nessuno sembra capire che per preservare la bellezza di un film come <em>Gran Torino</em> si dovrebbe invece iniziare a dire che gli ultimi lavori del regista americano sono abbastanza penosi, anche se questa pacata proposta può facilmente provocare reazioni violente perché al dogma <em>Clint Eastwood Fa Capolavori (A Prescindere)</em> molti sono pateticamente incollati. A parlare male di Eastwood c’è tutto questo immediato inarcare di sopracciglia dell’interlocutore, questo incremento di espressioni offese, queste serate-con-birra- tra- amici che si trasformano in psicodrammi galoppanti nutriti da una cordiale solidarietà nella voglia di buttare all’aria il tavolo e far scattare la rissa. Eastwood è un intoccabile, anche se realizza filmetti noiosi come <em>Hereafter</em>, dove dopo un’ora e cinque già cominci a illuminare il display del cellulare (in modalità silenzioso, ovviamente) per vedere che ore sono; in cui le tre linee narrative – quella dei gemelli, della giornalista francese e dell’ex medium Matt Damon – partono magari pure bene, ma poi si agitano penosamente senza costrutto, senza un filo capace di renderle parte di un contesto che non si risolva nella ridicola trovatina della fiera del libro; dove compare il personaggio di un cuoco italiano, naturalmente coi baffi, che sembra ritagliato paro paro dallo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HsHs_U9zcik">chef Luigi</a> dei Simpson,  e schiaffato in una sequenza rubata all’indimenticato <em>Lezioni di cioccolato</em> con <strong>Luca Argentero</strong> e <strong>Violante Placido</strong>; in cui i Gemellini Sfortunati E Teneri, parlando della loro mamma, manifestamente zoccola, alcolizzata e strafatta, passano le informazioni allo spettatore con dialoghi del tipo: “Ce la farà la mamma, stavolta, a uscire dal terribile tunnel dell’alcol?” “Non lo so, sono tre anni che prova a disintossicarsi senza successo, ma noi dobbiamo starle vicino e aiutarla nel suo processo, in fondo è buona e ci vuole tanto bene” (e dire che c’è stato pure qualcuno che s’è commosso, in sala, quando Quello Col Cappellino è stato messo sotto dal furgoncino); dove <strong>Matt Damon</strong> – che ovviamente s’è beccato i superpoteri da medium dopo un’operazione complicata che lo ha quasi accoppato – in una scena dell’agognato finale sta facendo una cosa manifestamente stupida e, mentre cammina, a un certo punto si ferma, quasi guarda dritto in macchina e, giuro, dice: “Devo essere proprio impazzito, sto facendo una cosa molto stupida!” (e prima aveva ovviamente fatto al fratello arraffone il discorsetto “Questo Del Parlare Coi Morti Non È Un Dono Ma Una Maledizione”) ; un film in cui – vado a memoria, magari qualche altra disgrazia me la scordo – capitano, nell’ordine: lo tsunami in Asia, un investimento mortale di un pedone minorenne, gli attentati con morti e feriti nella metropolitana di Londra, una bambina violentata da suo papà, una encefalomielite quasi mortale; in cui a farla drammaturgicamente da padrona per TUTTO il film è quella trovatina da ultimissima spiaggia narrativa che gli sceneggiatori chiamano il “Guardacaso”; e dove, alla miliardesima scena in cui sei costretto a guardare le ombre scure dei morti che si agitano nell’aldilà, hai un profondo desiderio di stare pure tu da quella parte, finalmente in pace, lontano da Clint. </p>
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		<title>L&#8217;ultimo viaggio di Seneca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/14/lultimo-viaggio-di-seneca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 17:04:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Francesco Saponaro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Saponaro (da Lucio Anneo Seneca) Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo. Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg" alt="" title="DSC_0074" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-37528" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg 495w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Francesco Saponaro</strong> (da Lucio Anneo Seneca)</p>
<p>Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo.<br />
Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i loro spiriti vuoti con la promessa di un lungo sogno; si coprono d’oro, d’argento, d’avorio e brillano impettiti, come fiaccole al vento, a far mostra di sé. Bevono in coppe gemmate e vomitano tutto quanto hanno bevuto, ruminando tristi la propria bile. Sono ben curati in superficie, come le pareti delle loro case; ma è solo apparenza, una patina esterna, e per di più sottile. Sembrano felici, ma se si guardano più da vicino sono meschini, volgari, turpi; dentro non hanno nulla di buono.<br />
S’ingozzano di ogni ben di Dio. Posseduti dalla follia impazzano fra le risate. Rallegrano le orecchie con feste e baccanali, gli occhi con spettacoli, il palato con buoni sapori. Le loro belle case li rendono arroganti. Lodano l’eloquenza, si inchinano davanti all’autorità, esaltano il potere. Giocano, oziosi, senza prevedere i rischi incombenti del destino. Vivono sotto la minaccia del rimorso e marciscono in mezzo ai beni materiali senza pensare a quanti accidenti pendono loro sul capo.<br />
<span id="more-37526"></span><br />
Dissipano patrimoni, rovinano gli amori nei postriboli, perdono il Senato, il Foro e tutti i luoghi dedicati alla pratica pubblica; occultano i registri dove la loro cupidigia, illusa, aveva vergato una falsa fonte di ricchezza; piangono, si lamentano.<br />
Impostori, percuotono cembali, gridano menzogne su ordinazione e venerano il vizio come una divinità e coloro che la professano come sacerdoti. Cambiano continuamente direzione; si fanno tormentare la coscienza dalla mutevolezza e dalla vanità dei desideri. Ondeggiano, scegliendo ora un oggetto ora un altro, lasciano ciò che hanno cercato, cercano di nuovo ciò che hanno appena abbandonato e in loro si alternano continuamente desiderio e rimpianto. Sono schiavi del giudizio altrui e apprezzano soltanto ciò che gode il favore della folla. Corrono, come le formiche, che vanno su e giù per gli alberi e salgono e poi discendono, senza motivo e senza una meta.<br />
Questi stolti, questi inquieti, ignorano il sommo bene, la fermezza di un animo nobile che non si spezza, che è insieme previdenza, grandezza, salute morale, libertà, armonia, bellezza.<br />
Davanti a questi conquistatori di città, le mura crollano, le torri sprofondano d’un tratto nei cunicoli e nelle gallerie sotterranee; ai loro ordini si alzano bastioni d’assedio per raggiungere i più alti baluardi; ma tutti questi uomini non hanno ancora trovato una macchina da guerra capace di scuotere un animo forte.<br />
Tra le spade scintillanti, in mezzo al tumulto dei soldati scatenati al saccheggio, tra le fiamme, il sangue e le macerie delle città distrutte, mentre i templi crollano con fragore sui loro dei, una via d’uscita da ogni dolore è sempre aperta.<br />
E allora cada pure ogni cosa sotto il potere di un despota, e le terre siano dominate dalle sue legioni e i mari dalle sue navi; vengano pure i soldati di Cesare ad assediare le mie porte; io so come uscirne: so aprirmi una strada verso la libertà.<br />
Non intendo più accettare alcuna costrizione. M’innalzerò al di sopra del tragico quotidiano, a guardare serenamente i dolori, le sventure, le ferite, le perdite e i grandi sconvolgimenti che mi circondano. Voglio arrivare là dove il sole risplende, è il destino a condurmi.<br />
L’armonioso movimento delle stelle, questo inalterabile moto dell’universo, della terra e dei mari; e gli astri, splendenti di luce propria, le piogge, le nuvole, lo scoppio violento dei fulmini, le fiamme lanciate dalle cime dei vulcani, le sorgenti di acqua calda in mezzo al mare, le nuove isole che spuntano nell’immenso oceano, i terremoti e tutti gli altri sconvolgimenti della terra, ebbene, tutti questi fenomeni, per quanto improvvisi, hanno tutti le loro cause, come le hanno quelli che, mostrandosi dove non ce li aspettiamo, sembrano un miracolo.<br />
Le cose umane non vanno più per il verso giusto. Sono vecchio, abbandonato; vedo attorno a me solo cose nemiche; eppure posso ben dire che tutti i miei beni sono salvi e senza danno; sono protetti da difese solide e inattaccabili, resistenti al fuoco e agli assalti, altissime, inespugnabili, elevate quanto le dimore degli dei e io conservo tutto, integro e intatto. La mia casa è piccola, silenziosa e modesta; e tuttavia, per questa soglia spalancata e libera, la sorte non passa: non c’è più posto per lei dove non c’è nulla di suo. Le sventure, i dolori, le umiliazioni, gli esili, i lutti, le separazioni, tutte queste cose – le ingiurie della sorte – non possono più travolgermi.<br />
Che la mia anima non si lasci più corrompere né dominare dalle cose terrene, ma ammiri solo se stessa, fidandosi solo del suo coraggio, artefice dell’unica via. Che la mia anima sieda giudice del lusso e delle vanità, perché non resti più nulla di turpe, nulla di equivoco, nulla in cui io possa urtare o cadere; sazia di tutto quello che suole dilettare i sensi si volga al passato e, ricordando i piaceri goduti, gioisca di quanto ha avuto e si avvii, al più presto, verso quello che sta per venire.<br />
Che la mia soluzione sia stabile, rapida, efficace e il mio principio incrollabile. Accetto la prova finale contro cui nulla possono nemmeno le leggi più dure e i tiranni più feroci. Accetto la prova finale e resto fermo, sicuro, come uno scoglio solitario di fronte al mare, che le onde flagellano da ogni parte senza riuscire a smuoverlo nonostante l’assalto dei secoli. Il mio spirito è pronto, mi lascio alle spalle la vita!<br />
E come in mare si allontanano i paesi e le città, così in questa corsa rapidissima del tempo mi lascio dietro la prima fanciullezza, l&#8217;adolescenza e poi tra giovinezza e vecchiaia quell&#8217;età che confina con entrambe e dopo, ancora, gli anni migliori dell’età senile; e ora, in ultimo, ecco l’approdo, il porto sicuro. Così come scelsi le navi quando mi toccò di andare per mare, e le case in cui vivere, ora scelgo la morte.<br />
Contro il mal di testa ricorrevo spesso a un salasso: aprivo una vena per diminuire la pressione del sangue. Non era necessario che io mi squarciassi il petto con una vasta ferita: era sufficiente un bisturi ad aprire la via: in fondo la mia serenità dipendeva da un piccolo taglio.<br />
Esca dunque la mia anima per quella strada che ha preso di slancio, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; perché morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. </p>
<p>(<em>dallo spettacolo De Ira, viaggio all’Averno. Versi Igor Esposito, ideazione e regia Francesco Saponaro, con Giovanni Ludeno (Nerone), Toni Servillo (voce di Seneca), Licia Maglietta (Sibilla), Peppino Mazzotta (Tenente). Produzione Teatri Uniti, Laila 2006. La foto è di Fabio Esposito</em>)</p>
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