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	<title>Pietro Citati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.41</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39915 alignleft" style="margin: 6px;" title="Don_Quijote" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg 500w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina  in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto i lettori di Repubblica (20 agosto 2010) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, un libro di Linda Colley che palesemente non aveva letto, quest’anno il nostro critico si esercita sul tema “Cervantes alla guerra d’Inghilterra”, che poi sarebbe la spedizione della flotta di Filippo II, l’<em>Invencible Armada</em>. Il titolista del Corriere aggiunge che “<em>Il «Don Chisciotte» nacque dopo il disastro dell’ Invencible Armada</em>” (15 agosto, p. 28).</p>
<p>E’ innegabile che il Don Chisciotte sia nato dopo il disastro dell’ Invencible Armada, così come dopo la battaglia di Lepanto (1571), la scoperta dell’America (1492) e la costruzione della Cappella Sistina (1481): il primo volume fu pubblicato nel 1605 e la spedizione spagnola era avvenuta nel 1588; che le due cose siano in relazione fra loro, come implica il titolo, è però alquanto azzardato. Il nesso dovrebbe essere il fatto che Cervantes lavorò per un breve periodo come commissario addetto alla requisizione di vettovaglie per la spedizione.</p>
<p><span id="more-39914"></span></p>
<p>Secondo Citati, in questo lavoro l’autore spagnolo “era solo, indifeso, senza appoggi: senza un soldo perché lo Stato non gli versava lo stipendio”. Come il suo Don Chisciotte, Cervantes vagava per l’Andalusia armato di null’altro che della propria lingua sciolta: “con i contadini cercava di usare le buone parole”.</p>
<p>In realtà, Cervantes era una delle rotelline dell’immenso ingranaggio governativo che preparava la spedizione, i cui principali responsabili – Luis Hezar e Francisco Duarte di Cadice &#8211; avevano mandato alla flotta rifornimenti insufficienti, insalubri e nocivi. Non a caso il duca di Medina Sidonia, che era un efficiente amministratore (e non “uno che non capiva nulla di navi” come scrive Citati) fece spogliare il Portogallo di ogni sacco di farina o barile di pesce salato disponibile per garantire ai suoi galeoni un minimo di provviste. Quindi Cervantes “collaborò” alla spedizione né più né meno che le migliaia di funzionari, preti e spie che il re di Spagna aveva mobilitato per preparare l’impresa ma non mise mai piede a bordo di una nave.<br />
Anche perché finì in prigione.</p>
<p>Già, apparentemente il commissario Cervantes aveva un po’ imbrogliato i conti e, quando i superiori gli chiesero dove fossero finite certe merci requisite non fu in grado di dare risposte convincenti. Fu più fortunato di alcuni dei pezzi grossi addetti ai rifornimenti, che nel 1589 finirono impiccati per aver adulterato la farina o barato sulle consegne.</p>
<p>A Citati, comunque, piacciono le tempeste, le battaglie, le navi con le vele spiegate, quindi sorvola su come sia finito lo scrittore (secondo lui privo della mano destra: in realtà era la sinistra) e passa a descrivere  l’avventura dell’Invencible Armada. Peccato che date, tonnellaggi e miglia marine siano un mondo con cui il critico ha poca familiarità. Per esempio, scrive che le navi partirono il 20 luglio “verso le coste dell’Inghilterra, dove giunsero due giorni dopo”. Ora, da La Coruña a Plymouth ci sono parecchie centinaia di miglia  di oceano e la flotta di Filippo II procedeva raramente a una velocità superiore ai due nodi l’ora; per risalire la costa del Portogallo (160 miglia) aveva impiegato 13 giorni. Quindi due giorni chiaramente non sarebbero bastati.</p>
<p>In realtà, come spiega Neil Hanson in <em>The Confident Hope of a Miracle</em>, la più completa e recente storia della tentata invasione, l’Armada incontrò una tempesta che in parte la disperse e avvistò le coste inglesi solo il 29 luglio. Il particolare è di una certa importanza perché, se fosse arrivata prima, avrebbe trovato la flotta di Drake e degli altri ammiragli-pirati bloccata in porto a Plymouth a causa della mancanza di vettovaglie e delle proteste degli arruolati per la tirchieria e l’inefficienza di chi avrebbe dovuto rifornire le loro navi. Quindi, se Medina Sidonia fosse arrivato qualche giorno prima sarebbe finita come a Pearl Harbour: un disastro per i marinai sorpresi all’ancora.</p>
<p>La tesi di fondo di Citati è che gli spagnoli furono sconfitti perché “Era giunto il tempo delle piccole navi da cento, duecento o anche settanta tonnellate: costavano poco, erano più rapide, tenevano meglio il mare e il vento e portavano cannoni più lunghi e leggeri”. Infatti: gli spagnoli avevano inventato delle fregate velocissime di appena 60 tonnellate, le gallizabras, mentre una delle navi di Drake, la Thomas che fu usata come nave incendiaria in uno degli scontri al largo della costa francese, aveva una stazza di 200 tonnellate e altri galeoni inglesi raggiungevano le 325 o più.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso ammiraglio Citati, va detto che effettivamente gran parte delle navi spagnole erano più pesanti e lente di quelle inglesi ma la ragione era che molte erano navi da carico, frettolosamente trasformate in navi da guerra per rafforzare la spedizione. Il problema non era il tonnellaggio ma il fatto che l’artiglieria inglese era tecnologicamente avanti di anni rispetto a quella spagnola.</p>
<p>L’Armada aveva pochi cannoni e, soprattutto, erano bocche da fuoco inaffidabili, lentissime da ricaricare, imprecise, raramente servite da artiglieri specializzati come accadeva sulle navi di Elisabetta I. Nell’unico scontro frontale della spedizione, quello avvenuto il 9 agosto al largo di Gravelines, le navi inglesi spararono migliaia di colpi, in gran parte a segno, senza subire alcun danno dall’artiglieria spagnola (d’altra parte, i robusti galeoni spagnoli incassarono il bombardamento con molte perdite ma rimanendo a galla e riuscendo a fare rotta verso nord per tornare in patria).</p>
<p>Durante la navigazione al largo della Scozia e dell’Irlanda, “le tempeste e le navi inglesi affondarono molte galere”. A parte il fatto che le “galere” (navi a remi usate nel Mediterraneo) erano una parte insignificante della spedizione, le “navi inglesi” non affondarono proprio nulla perché, dopo la battaglia di Gravelines, abbandonarono la caccia e tornarono a presidiare il canale della Manica e le coste meridionali. Lo scopo della spedizione spagnola era permettere un’invasione, che avrebbe dovuto essere condotta dall’esercito delle Fiandre: una volta mancato l’appuntamento tra Medina Sidonia e le truppe di Alessandro Farnese a Dunkerque per gli inglesi non c’era motivo per inseguire l’Armada, che fu distrutta dalle tempeste e, soprattutto, dalle malattie e dalla mancanza di cibo e acqua.</p>
<p>Per fortuna, Cervantes era rimasto a terra e, una quindicina d’anni dopo, potè scrivere il <em>Don Chisciotte</em>. Da non confondersi con <em>Moby Dick</em>.</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.30</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:30:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[l'odissea di Elizabeth Marsh]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[linda colley]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Pietro Citati delizia i lettori di Repubblica (20 agosto) con una recensione di L’Odissea di Elizabeth Marsh, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh-197x300.jpg" alt="" title="elizabeth marsh" width="197" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-36480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg 501w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Pietro Citati delizia i lettori di <em>Repubblica</em> (20 agosto) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto fra il critico Citati e il volume pubblicato da Einaudi.<br />
<span id="more-36479"></span><br />
Per esempio, Citati scrive che Elizabeth Marsh, una ragazza inglese figlia di un capo falegname della Royal Navy, “imparò il francese, l’aritmetica e la contabilità, la musica e il canto; aveva una cultura come pochissime donne dell’epoca e si muoveva con disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini”.  Il che sarebbe molto interessante se fosse quanto dice il libro.</p>
<p>La Colley (cito dall’edizione originale) scrive che crescere tra Portsmouth, Londra e Chatham, a contatto con gli arsenali della marina inglese, permise a Elizabeth Marsh di acquisire, in un certo senso, “una pseudoeducazione rispettabile” (<em>counterfeit of genteel female education</em>). La ragazza “imparò l’aritmetica e i rudimenti della contabilità dal padre” (quindi non andava a scuola) e prese a interessarsi “di alcuni dei più innocui passatempi diffusi tra i marinai, come leggere, [ascoltare] musica e cantare”. Insomma, la “cultura come pochissime donne dell’epoca” sarebbe consistita nell’aver imparato a leggere e far di conto in casa, oltre ad ascoltare musica e cantare: probabilmente le ballate dei marinai, visto che l’iPod non era ancora stato inventato.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso recensore, va detto che a un certo punto la Colley attribuisce a Elizabeth Marsh la conoscenza del francese ma non si sbilancia troppo: “Le visite alla zia Mary e allo zio Duval a Londra <em>sembra</em> abbiano permesso a Elizabeth Marsh di imparare a parlare e a leggere il francese”. Non esattamente una frequentazione della Sorbona: Jean Duval, come precisa il volume, faceva il panettiere e non l’insegnante di lingue , o almeno il precettore.</p>
<p>Quanto alla “disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini” nelle 349 pagine del libro non ce n’è una sola dove si parli di Elizabeth come di una donna con un’attività lavorativa indipendente: chi si occupava di traffici di vario tipo, dal baccalà agli schiavi, era il marito James Crisp mentre l’eroina del libro di Linda Colley poco sembra aver fatto nella vita salvo ballare, bere vini liquorosi e mangiare ostriche (sulla vita mondana i dettagli riferiti da Citati sono esatti) e scrivere uno scarno volumetto sulla prigionia in Marocco, di cui diremo tra un momento. </p>
<p>A questo punto sarà forse utile riassumere il libro, che palesemente è l’opera di uno storico serio ma con l’occhio attento alle vendite, a cui l’editore ha imposto un titolo roboante, <em>The Ordeal of Elizabeth Marsh</em>, su cui gli uffici stampa marciano allegramente. Per inciso, “ordeal” in inglese ha un senso più forte di quello che ha “odissea” in italiano, riferendosi a esperienze orribili ma anche alla pratica del “giudizio di Dio” che consisteva nel sottoporre l’accusato a prove come camminare nel fuoco per accertarne l’innocenza (“ordalia”).</p>
<p>Elizabeth Marsh era la figlia di Milbourne Marsh, un capo falegname della marina inglese, e nacque a Portsmouth nel 1735. Fino a 19 anni fece una vita del tutto normale sulla terraferma, poi seguì i genitori a Minorca, allora una base della Royal Navy nel Mediterraneo, e a Gibilterra. Da lì iniziano le sue avventure, che consistettero essenzialmente nel cadere nelle mani del sultano del Marocco assieme all’equipaggio della nave su cui stava tornando a Londra e al futuro marito James Crisp, che è il protagonista delle parti interessanti del libro. Liberata dal Marocco grazie a diplomatici che sapevano il loro mestiere, si stabilisce a Londra dove fa una vita agiata e per nulla avventurosa mentre Crisp crea un impero commerciale che spazia quattro continenti: ha interessi nel traffico di schiavi tra Africa e America, nella pesca del merluzzo in Atlantico, nella raccolta del corallo nel Mediterraneo, negli scambi con il Baltico e con l’oceano Indiano. La Colley descrive nei dettagli questa fase di protoglobalizzazione dell’economia  e l’ascesa della Gran Bretagna  come potenza mondiale.</p>
<p>Le storie emozionanti che riguardano Elizabeth cominciano quando Crisp fa bancarotta in una crisi che ha le sue radici nella guerra di successione spagnola e, dopo aver sperato di cominciare una nuova vita nelle colonie americane, parte per Dacca, nell’odierno Bangladesh, che era all’epoca un’avamposto della Compagnia delle Indie. Elizabeth, rimasta a Londra, parte per raggiungerlo nel 1770 e ci arriva sette mesi dopo avendo fatto tappa anche a Rio de Janeiro (il Boeing 747 non era ancora stato inventato). A Dacca Crisp riesce ad avviare una nuova attività commerciale ma la moglie sembra apprezzare poco la vita in colonia o i doveri familiari: prima rispedisce la figlia in Inghilterra, poi affida il figlio di 9 anni a un mercante che frequenta l’Iran perché impari il persiano e, infine, lascia il marito per un tour dell’India orientale che dura 18 mesi. Nel 1777 lo abbandona definitivamente per raggiungere la famiglia a Londra e torna a Madras solo dopo la sua morte, probabilmente per occuparsi dell’eredità (in realtà, solo debiti).</p>
<p>Fin qui il volume della Colley, che si basa essenzialmente su un libro scritto dalla Marsh per raccontare le sue esperienze in Marocco, <em>The Female Captive</em>, e su uno scarno diario del viaggio in India (censurato dalla famiglia) da cui appare chiaramente che Elizabeth era una sciocchina principalmente interessata alla vita di società, sia pure capace di affrontare i rischi e le fatiche fisiche dei viaggi settecenteschi (il Club Mediterranée non era ancora stato inventato). Le parti interessanti di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em> sono quelle in cui si parla dell’ascesa della potenza inglese, della spietatezza con cui armi e commercio marciavano insieme, della mobilità sociale nella Londra dell’epoca. </p>
<p>Tutto questo cosa diventa nella paginata di Repubblica del 20 agosto? Un ridicolo “Elizabeth alla conquista del mondo”, illustrato da un quadro dove marito e moglie consultano inseme una carta geografica. Peccato che si tratti palesemente di un dipinto che non c’entra nulla con l’epoca di Elizabeth Marsh perché mostra due coniugi vestiti alla moda di fine Ottocento, o forse inizio Novecento, che studiano quella che sembra essere la carta di un’isola nella sala da pranzo di una comoda villa da qualche parte nel Mediterraneo (si vedono le linee altimetriche). Una “conquista del mondo” che non sembra andare più lontano di Capri, Ibiza o Porquerolles, insomma.</p>
<p>Torniamo a Citati, che non solo cede alle lusinghe dell’ufficio stampa ma ci mette del suo: la madre di Elizabeth Marsh, Elizabeth Bouchier, era “probabilmente una mulatta”. La Colley si limita a dire che la vedova conosciuta da Milbourne Marsh in Giamaica non compariva nelle liste degli immigrati  dalla Gran Bretagna né in quelle dei bambini battezzati in loco, però potrebbe essere stata la figlia di una donna presente nei registri di Port Royal con il nome Margaret Boucher, una grafia leggermente diversa, come abitante nella parrocchia di razza bianca. Oppure, in teoria (<em>conceivably</em>) “potrebbe essere stata una mulatta, la figlia battezzata di un proprietario terriero bianco (&#8230;) e di una madre schiava africana”. La Colley non dà alcun elemento per affermare che Elizabeth Bouchier era “probabilmente una mulatta”: si limita a registrare anche questa possibilità in mancanza di fonti certe.<br />
Passiamo alla Kingston, la nave che riportò in Inghilterra Milbourne Marsh e la moglie. Citati si preoccupa di precisare che “doveva impedire il contrabbando dello zucchero della Giamaica, e gli assalti degli spagnoli alle navi mercantili inglesi” ma omette la parte più interessante della frase, che è: “<em>&#8230;and to suppress any slave rebellions within Jamaica itself</em>”. Un particolare non trascurabile: il motivo della partenza era una rivolta di schiavi, chiamati maroons, nell’interno dell’isola, una rivolta che portò il governatore a proclamare la legge marziale e a chiedere l’invio di sei compagnie di soldati per fronteggiare la situazione. Marsh, lui stesso proprietario di alcuni schiavi, decise di filarsela prima che la situazione precipitasse, o almeno prima di essere arruolato nella milizia che doveva difendere la capitale. Quattro anni dopo, gli schiavi ribelli avrebbero costretto gli inglesi a firmare un trattato per mettere fine alla guerriglia e sarebbero rimasti di fatto indipendenti fino al 1796.</p>
<p>I Marsh si imbarcano e, scrive Citati, la moglie “passava le giornate sul ponte della Kingston”. Forse sulle navi passeggeri di oggi  i turisti passano le giornate “sul ponte” nel senso di stare all’aperto a guardare il mare ma su una nave da guerra inglese del ‘700 il ponte era un luogo alquanto affollato di marinai addetti alle vele, che sicuramente non volevano donne impiccione tra i piedi (la Costa crociere non era ancora stata inventata). La signora Marsh, scrive la Colley, “si riposava sul ponte inferiore (orlop deck) il posto più tranquillo, buio e riparato [che ci fosse] a bordo”. </p>
<p>Nasce Elizabeth che, come abbiamo visto, ha una vita senza emozioni fino a 19 anni, poi segue i genitori a Minorca e, nel 1756, a Gibilterra, dove il padre è incaricato di ispezionare le fortificazioni e proporre miglioramenti in vista di un possibile attacco francese o spagnolo. La guerra, e le epidemie, convincono immediatamente la ragazza che non è un posto per lei e decide di tornare in Inghilterra, facendosi catturare dalle navi del sultano del Marocco.</p>
<p>La permanenza a Marrakech di Elizabeth Marsh dura pochi mesi e James Crisp, il compagno di prigionia fatto passare per marito allo scopo di frenare l’interesse virile del sultano, chiede la sua mano nel 1757 e la ottiene. Seguono dieci anni di vita tranquilla e agiata a Londra, in cui Elizabeth dà alla luce due figli e non pensa affatto alla “conquista del mondo” (i marines amricani non erano ancora stati inventati). Nel 1767 Crisp fa bancarotta, a causa della perdita della sua base commerciale sull’isola di Man, indipendente fino al 1765, e di una crisi commerciale nel Mediterraneo: a Genova le sue navi cariche di granaglie vengono sequestrate per fronteggiare l’emergenza carestia. Citati preferisce sottolineare che Elizabeth “rimase sola con due figli di nemmeno sette anni, senza casa, senza danaro e senza un lavoro di qualsiasi genere”.<br />
Per quanto riguarda il “lavoro”, dal libro della Colley non risulta che Elizabeth abbia mai fatto nulla in vita sua, se non chiamare la servitù per farsi servire il tè, o portare in palanchino quando era in India. E’ vero che nel 1767 l’intraprendente Crisp non aveva più quasi nulla ma nel frattempo la famiglia della moglie aveva fatto strada, in particolare lo zio George Marsh, che era diventato Clerk of the Acts, il funzionario più alto in grado della marina: Elizabeth non rischiò mai di restare senza un tetto. Infatti, quando il marito partì per l’India in cerca di fortuna lei rimase tranquillamente a casa dei genitori a scrivere <em>The Female Captive</em> per occupare il tempo e anche guadagnare qualche soldo (il libro vendette 750 copie, una tiratura rispettabile per l’epoca, ma non fu ristampato). Poi, come si è detto, raggiunse il marito con una navigazione non facile nell’Atlantico, ma nulla di più avventuroso di quel che capitava a mercanti, soldati e marinai che a decine di migliaia andavano e venivano per mare all’interno dell’Impero britannico. </p>
<p>Quanto alla scoperta dell’India sconosciuta (il viaggio di 18 mesi in India, “per terra e per mare” su cui Citati si dilunga) basterà dire che la nostra esploratrice definisce “moschee” i templi indù e manifesta ad ogni tappa la sua pocaggine: “Era l’ignoranza il maggior ostacolo per lei” scrive onestamente la Colley. E’ sempre l’autrice inglese a spiegare che gran parte della cosiddetta odissea consistette in visite alle città e alle basi commerciali della Compagnia delle Indie in compagnia di tale George Smith, che Elizabeth presentava come suo “cugino”. Durante queste tappe, alcune delle quali durarono per settimane o mesi, Elizabeth Marsh si dava al ballo, ai party e in generale ai piaceri della vita coloniale : non precisamente un safari nella giungla, né l‘esplorazione dell’Antartide in solitario (le spedizioni polari non erano ancora state inventate). </p>
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		<title>Una distanza (quasi) incolmabile</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 04:43:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Ficara Ho appena riletto il bellissimo La stanza separata di Garboli, che Alfonso Berardinelli pubblica nella sua collana &#8220;Prosa e Poesia&#8221; di Scheiwiller. Composto di capitoli divaganti, peregrini (per esempio l&#8217;empatico Soldati e Maigret accanto a una stizzita stroncatura di Pasolini dantista), questo saggio del 1969 ci restituisce il puro piacere della lettura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Ficara</strong></p>
<p>Ho appena riletto il bellissimo <strong><em>La stanza separata</em></strong> di <strong>Garboli</strong>, che Alfonso Berardinelli pubblica nella sua collana &#8220;Prosa e Poesia&#8221; di Scheiwiller. Composto di capitoli divaganti, peregrini (per esempio l&#8217;empatico <em>Soldati e Maigret</em> accanto a una stizzita stroncatura di Pasolini dantista), questo saggio del 1969 ci restituisce il puro piacere della lettura d&#8217;eccezione insieme a un atteggiamento critico addirittura normativo che Garboli, nonostante il suo fluttuante dandismo, non ha mai tradito.</p>
<p>[È vero:] quando Garboli scriveva quelle pagine, i punti di riferimento, per un giovane critico, erano del tutto chiari e inevitabili. La critica, soprattutto nella forma più duttile del saggismo, non avrebbe mai potuto essere &#8220;facile&#8221; e popolare, o meglio popolare in quanto facile. Saggisti come Pietro Citati e Roberto Calasso, oggi autenticamente e felicemente popolari, allora non esistevano. Esistevano i preziosissimi Trompeo, Pancrazi, Cecchi. Esistevano il saggio sulla Riforma Tridentina di Dionisotti, quello sull&#8217;arte dannunziana di Raimondi, o sulla &#8220;lingua dell&#8217;improvviso&#8221; di Folena o sui neoclassici di Praz: stupendi e &#8220;difficili&#8221;.<span id="more-13686"></span> Un giovane non avrebbe potuto sbagliare: dietro di lui, nel passato remoto, da Foscolo a De Sanctis, la critica era sempre stata un esercizio alto dell&#8217;intelligenza (anche De Sanctis, che scriveva la <em>Storia</em> su commissione, per tutti, non era poi squisitamente complesso quando, ad esempio, parlava di romanzo e tradimento del romanzo a proposito del<em> Canzoniere</em> di Petrarca?). Per vecchi e giovani, il genio della critica è stato sempre quello di sondare il mistero della semplicità sublime di un testo (la &#8220;luna il ciel&#8221; di Leopardi) o altrimenti di vagliarne l&#8217;oscurità profonda (l&#8217; &#8220;arduo nulla&#8221; di Montale).</p>
<p>In nessun caso, la critica ha avuto mai per fine di rendere facile il difficile, né di tradurre l&#8217;intraducibile. Ora, proprio questo statuto, questo &#8220;patto&#8221; tra critici e lettori, cui Garboli nei suoi eccentrici saggi teneva fede assoluta, sopravvive innanzitutto come problema, oggi, nei critici più giovani. La distanza tra Roland Barthes e Proust era minima, dice <strong>Antoine Compagnon</strong> nel recentissimo <strong><em>La littérature, pour quoi faire?</em></strong>, ma la distanza tra noi e Barthes è immensa. Compagnon, come peraltro già <strong>Berardinelli</strong>, [<em>il y a longtemps</em>,] in <strong><em>La</em> <em>forma saggio</em></strong>, ribadisce il senso della saggistica nella sua stessa esitazione, nei suoi stessi vuoti, nei suoi stessi <em>achoppements</em> di fronte all&#8217;attuale e incessante sottrazione di realtà. Nonostante un suo momentaneo e non pertinente benessere mediatico (i critici &#8220;si incoronano&#8221; tra loro, insiste spesso Franco Cordelli), oggi la vera critica, in assenza d&#8217;un orizzonte letterario condiviso, deve fare i salti mortali.</p>
<p>Lo sa bene <strong>Massimo Onofri</strong>, che nel suo ultimo, fulminante libello <strong><em>Recensire</em></strong> scrive: &#8220;la letteratura occupa uno spazio sempre più marginale e meno prestigioso: così i critici, che preoccupano e interessano sempre meno i potenti di turno, sono forse più liberi, non hanno più niente da perdere&#8221;. Altro che &#8220;incoronazioni&#8221;. La critica è giunta oggi a <em>non avere più niente da perdere</em>: a un grado zero, anzi a un grado sotto zero, cui Onofri per puro spirito d&#8217;iniziativa concede l&#8217;attributo della leggerezza e della libertà. All&#8217;esercizio della critica, che per lui è innanzitutto razionalizzazione del gusto e del temperamento individuale, manca sempre più una casa comune. Il critico che dice la sua su un autore, oggi più che mai deve rispondere di se stesso, deve ribadire e ristabilire i confini della sua stessa disciplina.</p>
<p>Questo atteggiamento, spontaneo e &#8220;naturale&#8221; in Garboli, è divenuto oggi formalmente necessario. &#8220;Qualcosa che continua a esserci anche se è già accaduto&#8221;: sulla scia di Garboli, <strong>Raffaele Manica</strong> si interroga febbrilmente sui fondamenti (della critica) in un libro molto acuto che sembrerebbe invero [dissimularli] nelle pieghe dell&#8217;erudizione e della grazia: <strong><em>Qualcosa del passato</em></strong>. I suoi saggi su Zanzotto petrarchista, su Garboli longhiano o sul Montale &#8220;innamorato&#8221; sono del tutto degni dei maestri (sono &#8220;tradizionali&#8221;), ma scricchiolano nel vuoto, si sbilanciano e volano a un congruente non-luogo, come tutto ciò che oggi è autenticamente critica.</p>
<p>Che dire, dunque, di saggisti come <strong>Citati </strong>(<strong><em>La malattia dell&#8217;infinito</em></strong>) e <strong>Calasso </strong>(<strong><em>La folie Baudelaire</em></strong>) che, nel momento stesso della crisi o infermità o addirittura morte presunta della letteratura, riabilitano il paziente più debilitato, delicato e iperletterario? La loro &#8220;felicità&#8221; di saggisti coincide dopotutto con quella dei loro lettori e potrebbe zittire gli innumerevoli stroncatori, dallo stesso Garboli, qui in un capitolo, su Citati, dal maligno titolo <em>Tutta una trascendenza</em>, ai ricorrenti e <em>en verve</em> Berardinelli, Onofri e a tutti gli altri: Citati sarebbe un critico vero che, a un certo momento, spinto da uno o più demoni o dèi, ha lasciato l&#8217;agone o il circolo o il corpo a corpo ermeneutico per una specie di grande e fortunata traduzione dei classici. Calasso, più calcolante, da <em>La rovina di Kasch</em> a quest&#8217;ultimo saggio-narrazione, avrebbe inventato e promosso una &#8220;difficoltà&#8221; accessibile al grande pubblico, nonché una saggistica popolare vestita di panni aristocratici.</p>
<p>Né l&#8217;uno né l&#8217;altro, certo, con la loro piena pronuncia, con il loro passo tranquillo e il loro occhio &#8220;mitico&#8221;, non temporale, ricordano che la critica è da un&#8217;altra parte, indietro, eternamente alla retroguardia, &#8220;zoppicante&#8221; &#8211; diceva l&#8217;abate Bremond &#8211; nel mondo storico delle ipotesi che si susseguono e si contraddicono, fondata sulla distanza (quasi) incolmabile di un testo dalle sue interpretazioni.</p>
<p><em>L&#8217;articolo è apparso su <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=9013809" target="_blank">Tuttolibri </a>il 10.01.2009</em></p>
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		<title>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori. È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="aligncenter" title="maestrina" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/maestra.jpg" alt="" width="396" height="477" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale condivisa da ogni cittadino italiano o no. Tutti almeno una volta, tra i sei e i diciotto anni, sono andati a scuola. La scuola quindi non è di destra, non è di sinistra, non è di centro e nemmeno federalista. L&#8217;unico colore della scuola è il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria si va a scuola per imparare. La prima prova contraria viene dai rapporti OCSE PISA che collocano i nostri quindicenni al trentatreesimo posto per competenze di lettura e al trentottesimo posto per competenze matematiche. La seconda, dalle percentuali bulgare di studenti rimandati nelle ultime estati in latino e matematica, senza citare poi le statistiche occulte, che pure ogni docente può stilare, sui rimandati in disegno tecnico e storia dell’arte. Le indagini statistiche non sono la verità. Sono come le stelle per i romani. <em>Inclinant non necessitant</em>. Anche se, in questo caso, inclinant verso il baratro. La terza prova contraria è la precarizzazione della figura del docente che si infrange contro la continuità didattica, che per quanto non esistano certezze, è un valore quasi assoluto.<br />
<span id="more-10599"></span><br />
Anche il ministro della pubblica istruzione è andato a scuola. L’oggettività di aver condiviso almeno una esperienza con tutti i connazionali non autorizza tuttavia il ministro della pubblica istruzione, chiunque egli sia, a strutturare proposte di miglioramento della scuola che siano di mero senso comune.</p>
<p>Io sono certa che nessun docente, più o meno precario, che possa dirsi tale, riesca a scagliarsi contro una riforma nella quale galleggiano indistintamente, come la storiella sul porto di Palermo, proposte coerenti e sagge e proposte infide e deleterie. La riforma della scuola è ancora così vaga e varia che il peggior risultato è lasciare indifferenti, silenti, i professori di ruolo e (s)mobilitare i precari. Di rendere evidente, in questa scissione, il suo non essere esattamente una riforma a scopo culturale quanto piuttosto una manovra a sfondo finanziario. Tuttavia, io sono certa che nessun docente, che possa dirsi tale riesca a serrare le fila insieme a un sindacato che osteggia qualsiasi cosa tranne l&#8217;assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, che inibisce l&#8217;introduzione di un criterio meritocratico di selezione del corpo docente. Io ne sono certa perchè mi sono vista chiedere delucidazioni a colleghi che stavano a scuola da più tempo di me o che ne sapevano di più su un argomento specifico. Perché ho visto colleghi domandarmi su questioni sulle quali mi ero dimostrata più ferrata. Io ne sono certa perchè chi sta a scuola sa più degli altri che non si smette mai di imparare. E che quindi i professori dei professori o i professori più bravi vanno pagati perchè insegnino. Ma non domani. Già ieri. Tutto questo, anche al costo infernale, di dover ridimensionare il corpo docente. Quindi al costo della mia cattedra.</p>
<p>Il gioco insomma è quello della torre. Solo che nessuno cade e nessuno muore. Non subito almeno. La domanda suona Che colore ha la tua scuola?. Io rimango interdetta, guardo lo strapiombo e penso che se sotto ci fosse il mare il gioco della torre sarebbe una attrazione turistica. Come tutto in questo paese. Poi alzo gli occhi e, qualsiasi cosa io abbia risposto nel millenovecentonovantasei, gli effetti, le mancanze, i danni al tessuto connettivo e produttivo del paese sono evidenti solo adesso. conosco la risposta. Se la scuola avesse un colore sarebbe il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria a scuola ci si va per imparare.</p>
<p>Io ho finito la scuola superiore il tre luglio del millenovecentonovantasei. Avevo una gonna aragosta a trapezio, una polo color crema e forse un paio di sandali. Dietro una fila di banchi stretti, uno accanto all’altro eppure irregolari, stavano il presidente e i commissari esterni. A fianco a me la mia professoressa di matematica, membro interno di quell’anno. Le mie materie orali erano italiano e fisica. Fuori dalla finestra del mio piccolo liceo di provincia c’era il mare di luglio, con i primi bagnanti senza ombrellone e i teli stesi, a insabbiarsi le cosce o a sotterrarsi i piedi. Non faceva caldo e c’era il vento. Il mare mi è sembrato un lago per tutta l’interrogazione tanto era silenzioso.</p>
<p>La prima volta che sono entrata in un’aula scolastica per una supplenza annuale è stato il duemilasei. Esattamente dieci anni dopo. Dieci anni in cui mi sono laureata in matematica, concluso un dottorato quadriennale e abilitata all’insegnamento. Dieci anni in cui non sono mai uscita dalla scuola in senso stretto. Quella dove si va per imparare fino a prova contraria. L’esperienza in classe è stata scioccante. I miei studenti di quinto anno non avevano il bagaglio linguistico dei miei diciotto anni, non avevano il mio (allora scarno) bagaglio di conoscenze matematiche, non erano di certo molto più stupidi o molto più intelligenti di quanto lo fossi io, non avevano nemmeno il mio livello di semplice scolarizzazione. Si parla uno alla volta, i cellulari in classe si tengono spenti, non si mangia in aula, non si beve in aula, non si dorme in aula, non si picchia il compagno. Non in generale, almeno quando il professore ti guarda. E giacché non è più scuola dell’obbligo se non si è interessati si resta a casa o si va a lavorare.</p>
<p>Quando è suonata la campanella mi sono chiesta cosa fosse successo alla scuola in dieci anni. E dopo due anni di insegnamento l’idea che mi sono fatta è che, non avendo la scuola nessun colore o vessillo politico, tenere una posizione di una ideologia qualsiavolgia, fosse pure quella del <em>Kalos kai Agathos</em>, è una iattura, che perciò le cattive riforme, in quanto approssimazioni, sono meglio di nessuna riforma, che i sindacati hanno abdicato a qualsiasi reale possibilità di interlocuzione tra corpo docente precario e (cattive) riforme disinteressandosi alla qualità dell&#8217;insegnamento per concentrarsi sulla quantità delle immissioni in ruolo disponibili anno per anno, che l’infamia italiana dove un laureato medio, al primo impiego, percepisce un compenso mensile di mille euro con contratti dai tre ai sei mesi, ha tinto d&#8217;oro le cattedre scolastiche e persone, che mai avrebbero considerato l’insegnamento come un mestiere decente, si sono riversate nelle scuole di specializzazione per assicurarsi uno stipendio di milleduecento euro al mese, permessi per malattia o senza assegni, diritto alla disoccupazione con e senza requisiti ridotti, vacanze di Natale e Pasqua assicurate, orari umani. Insegnare a scuola, di questi tempi, è diventato quasi uno scopo di lucro e questo la dice lunga sullo stato effettivo del paese. Insegnare a scuola è diventato l&#8217;ultimo brandello di posto statale da prendere a ogni costo in un paese con un mercato del lavoro flessibile ma lavoratori immobili.</p>
<p>Lo scorso anno è apparso su <em>La Repubblica</em> un articolo di Citati sullo stipendio dei professori e dei maestri. Era pieno di osservazioni accurate scritte benissimo e argomentate meglio. La proposta era raddoppiare lo stipendio ai docenti perché, a oggi, costituiscono una specie di sottoproletariato. Mi ha stupito molto che un intellettuale di quella risma, un letterato raffinato e tutto il resto abbia avuto l’esigenza di parlare di soldi, della borghesia torinese che non si preoccupava che gli educatori dei loro figli venissero pagati meno dei loro autisti, della convinzione che questa indifferenza implicasse la coscienza che i professori non appartenevano a nessuna classe sociale. Io sospetto che Citati quando scrive elite intellettuale parli di persone ben pagate. Come se l&#8217;elite intellettuale fosse una conseguenza e quasi non si fosse accorto che i professori, al primo incarico, sono meglio pagati dei ricercatori universitari, degli ingegneri e degli architetti al primo impiego. Pare che le elite vadano scomparendo. In effetti però se gli intellettuali parlano di soldi i professori di scuola sono il sottoproletariato.</p>
<p>All’inizio di questo settembre Citati è ancora intervenuto, sempre da <em>La Repubblica</em>, sull&#8217;esigenza di aumentare lo stipendio ai professori per consentire loro di comprare almeno i giornali, dunque di tenersi informati, e buoni libri da leggere e un golf nuovo di tanto in tanto per apparire rispettabili. Lo so che la tesi di Citati, pur con qualcosa di classista, è giusta. Ma l&#8217;implicazione del golf non mi convince in nessuno dei due interventi. Anche se amo molto golf.</p>
<p><strong>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo</strong></p>
<p>Signor Ministro della Pubblica Istruzione,<br />
anzi signora. Le scrivo perché sono una docente precario che non si fida né dei giornali né dei sindacati e che per qualsiasi cosa consulta la sezione comunicati stampa sul sito del suo ministero. Solo di prima mano. Le parole girano per l’aria e prendono strane pieghe. Che poi a toglierle ci si impiega tempo. Lei mi dirà che il tempo, per me che insegno a scuola, non è un problema, e io le rispondo che non è esattamente così perché in questa scuola di oggi ci sono le riunioni per materie, i corsi di aggiornamento obbligatori, i corsi di recupero in itinere, gli sportelli didattici, i programmi pomeridiani che sono stati finanziati e quindi bisogna farli così gli studenti maturano crediti scolastici, i consigli di classe, i collegi dei docenti, e due volte all&#8217;anno il ricevimento genitori. Pensi a me che quest’anno ho avuto le mie diciotto ore frontali spezzettate in tre scuole e moltiplichi per tre le righe sopra. Lungi da me volerle insegnare le moltiplicazioni ma converrà, che, a seconda dell&#8217;editor di testo che possiede, le righe sopra arriverebbero a sei o a nove e anche solo a leggerle, senza interessarsi di cosa significhino, ci si impiegherebbe un poco.</p>
<p>Le scrivo perché all&#8217;inizio di questo anno scolastico avverto un poco di stanchezza che, le assicuro, non è una sensazione che mi accompagna nel mio lavoro. Io penso che insegnare sia il mestiere più bello del mondo. Si rimane per sempre giovani, si affilano i concetti fino a farne stuzzicadenti con i quali impedire alle stupidaggini di addensarsi in carie, ci si confronta con persone il cui cruccio quotidiano medio è capire quanto elastico delle mutande lasciar sporgere dalla cintola dei pantaloni. Non è un giudizio, mi creda, è una meraviglia. Insegnare alle scuole superiori, e forse anche alle scuole medie, e all&#8217;università e alle elementari, e ai corsi di formazione aggiungerà lei, è il mestiere migliore del mondo perché l&#8217;ambiente lavorativo è quasi sempre spensierato. Io non sono un docente da Capitano mio capitano, sono uno che entra in classe il primo giorno di scuola con un test di ingresso tarato sui contenuti minimi dell&#8217;anno o del ciclo scolastico precedente, segna l’orario di inizio sulla lavagna e quello di consegna, si appoggia alla cattedra, incrocia le mani sul petto e guarda gli studenti ingobbirsi tra i banchi per crucciarsi o sorridere ma comunque confrontarsi con qualcosa che non è scontato, non è imprevisto ma nemmeno programmato, e che comunque, è una piccola sfida. O un ostacolo. O una pozzanghera nella quale battere i piedi, giocare a interpretare Narciso o da saltare per proseguire il cammino.</p>
<p>Mi perdoni se mi dilungo ma non so quando mi ricapiterà di avere un pomeriggio da dedicarle, qui ogni anno si cambia cattedra e classe e bisogna studiare tutto da capo. Non per imparare le cose, o non solo, non si spaventi, ma per capire come insegnarle, quale concetto viene un attimo prima di un altro e quale invece va taciuto e costruito piano piano. Non è che una persona che insegna si spaventi di studiare, assolutamente no, solo cerca di canalizzare le energie, ripartire il tempo, e farlo fruttare. Lei signor Ministro, anzi signora, così concentrata sulle migliorie doverose da apportare a questa scuola saprà pure che l&#8217;impatto che ha un docente di scuola superiore su uno studente non ce l&#8217;avrà più nessuno. Lei lo sa che certi colleghi rimangono in una classe per duecento ore l’anno?. Lei ricorda signor Ministro, anzi signora, che nemmeno un corso universitario annuale di qualche anno fa ammontava a duecento ore?. Lei immagina con tutti gli strumenti per lavorare, numero di persone congruo, laboratori, biblioteche e cineteche accessibili, preparazione solida ed etica, cosa potrebbe fare un professore in duecento ore?.</p>
<p>Ma non le scrivo per questo, lo so che ne è a conoscenza e che per questo ci vuole pagare di più.</p>
<p>Ci sono molte cose che nella sua riforma prossima ventura mi piacciono e molte altre che non capisco. Ma non voglio scriverle una lettera di elogi perciò le indicherò solo ciò che non mi convince. Per esempio, secondo me, meno professori vuol dire pure classi più numerose. Visto che lei dichiara di voler ascoltare i consigli di chiunque, il mio primo consiglio in questa lettera è di entrare in un&#8217;aula e cercare di tenere l’attenzione di trenta ragazzi per venti minuti. Ci vuole fatica e mestiere. Se fossero trentacinque ci vorrebbe un miracolo e come notava Saramago ne <em>Il Vangelo secondo Gesù</em>, <em>Il miracolo non è una cosa tanto buona se bisogna piegare la ragione intima delle cose per renderle migliori</em>. Io mi rendo conto, signor Ministro, anzi signora, che giustappunto la scuola non ha bisogno di miracoli ma di ritrovare la ragione intima delle cose. Tipo che ci si va per imparare.<br />
Io la ammiro molto signor Ministro, anzi signora, quando dice cha la scuola deve essere prima di tutto per gli studenti. Ma mi segua, come è possibile fare una scuola per gli studenti senza professori? Qualcuno, signor Ministro, anzi signora, vuole prendersi la briga di insegnare, di fare questo benedetto e vilipeso mestiere?. Come può esistere una scuola per gli studenti senza i professori?.</p>
<p>Non si può, glielo assicuro io, poi sarebbe assurda, noiosa, sarebbe come una partita a tennis senza la rete. Senza nessun interesse, e nemmeno un imprevisto, e nemmeno il necessario confronto che c&#8217;è tra gli studenti e un docente che non va loro a genio. Nessuno avrebbe più l&#8217;opportunità di imparare nonostante.</p>
<p>Quindi i professori sono necessari alla scuola come i piloni in cemento ai ponti, siamo d&#8217;accordo. Il preside è necessario, gli amministrativi sono fondamentali, i bidelli, e mi perdonino quelli che lavorano, non sempre e gli studenti sono linfa. Che cosa dobbiamo tagliare allora?. Per rispondere a questa domanda, bisogna avere il cuore puro signor Ministro, anzi signora, bisogna osservare che meno professori e meno amministrativi è giusto se però ci sono meno studenti. Non parlo della scuola dell’obbligo, dell’alfabetizzazione ottima che il nostro paese è stato in rado di offrire fino a quindici anni fa. Parlo del triennio delle scuole superiori. Lei lo saprà meglio di me che a scuola si iscrivono persone che per vero non hanno nessun interesse per lo studio. Si iscrivono a scuola con il concetto che chi studia fa una vita migliore. Ovviamente se lo chiede a me che sono crocifissa ai libri, già adesso, senza l’auspicato raddoppio dello stipendio, le dico che è ovvio che chi studia ha una vita migliore ma è una mia opinione, non una verità di stato. Mentre è verità di stato che molte persone che non hanno terminato gli studi lavorano nelle trafile industriali e hanno termini pensionistici pari a quelli dei professori, o degli impiegati, ed è chiaro che questo è un assurdo perché esistono, a non volersi coprire dietro a un dito, lavori più logoranti di altri. Perché tutti si iscrivono a scuola anche quando non è più per legge. Per curiosità mi dirà lei. E io, che ho la curiosità come motore primo della mia piccola vita, le dirò che non è così, non tutti gli studenti sono curiosi, molti studenti arrivano per prendere il pezzo di carta. Dicono proprio, con una certa baldanza, Io voglio prendermi il pezzo di carta perché altrimenti qui non si può nemmeno andare a pulire i cessi. Mi perdoni la parola cesso, ce pure è italiano, ma ha un suono violento, ma dicono proprio questo. E io ho insegnato sia al nord che al sud signor Ministro anzi signora. Che cosa voglio dire?.<br />
Che se la situazione scolastica è grama, è colpa degli studenti? No, no signor Ministro anzi signora, gli studenti sono la parte migliore della scuola, voglio solo dire che bisogna orientare le persone, riproporre una cultura del lavoro e dello studio come lavoro. Come tutti gli altri.</p>
<p>Voglio dire che la scuola è subissata di persone che aumentano il numero degli studenti senza essere studenti. È come se aumentassero il quorum di tutti quei sondaggi sulla qualità senza tenere conto che qualcuno alle domande non risponde proprio, segna una x qualsivoglia. Come per passatempo.<br />
Lo ripeto signor Ministro, anzi signora, che lei pensasse che io ritenga colpevoli gli studenti dei mali della scuola. No, non signor Ministro anzi signora, ribadisco, io adoro gli studenti. Anche quelli che mentre parlo sorridono alle finestre o parlottano dietro le miei spalle con i compagni di banco o scrivono sul quaderno sotto al testo dell&#8217;esercizio, Io conquisterò il mondo.</p>
<p>Se il mio fosse un mestiere di contenzione li terrei lì per conoscerli per catechizzarli per dirgli che leggere e sapere salva la vita. E ovviamente sarebbe sbagliato perché ognuno di noi ha una vita diversa. La mia signor Ministro, anzi signora, è diversa dalla sua.</p>
<p>Ma torno in me e le scrivo chiaramente che il male della scuola è esser stata identificata come un luogo in cui, intanto, puoi guardarti intorno e scegliere. Che è anche vero fino a un certo punto. Ma poi? Perché non c’è nessun orientamento serio sulle possibilità di lavoro al di fuori del pezzo di carta? Perché nessuno dice a chiare lettere che chi studia non è una persona migliore di chi non studia, o diversa, ma fa semplicemente un altro lavoro?.</p>
<p>Nessuno signor ministro, anzi Signora, e poi da quando gli atenei hanno cominciato a farsi pubblicità come la cocacola, non potendo vantare per altro la medesima tenacia mercantile, si leggono cose del tipo studia qui e ti assicuri un podio nella vita. Questo è solo l’unico che ho visto, ma nemmeno il peggiore, il sottotesto di tutti è chi studia è migliore.</p>
<p>Che sinceramente signor Ministro, anzi signora, è veramente una stupidaggine enorme come il ministero dell&#8217;istruzione!.</p>
<p>Se ci fosse un orientamento precoce e non ideologico, se ci fosse un sistema pensionistico che permettesse a certe categorie di lavoratori d’altoforno di andare in pensione con venti o venticinque anni di lavoro, e di recuperare quindi, con un poco d&#8217;aria, la consunzione di quei lustri, se ci fosse qualcuno che dicesse, ma più chiaramente di quanto immagini, che certi operai specializzati percepiscono stipendi favolosi, che cere sarte si intendono di questioni di lanacaprina assai meglio di valenti filosofi, se qualcuno, lo stato, le signor Ministro anzi signora, togliesse questa aura mistica allo studio, le classi di secondaria sarebbero assai men numerose e lei potrebbe tagliare i professori allora sì sovrabbondanti e passare a una istruzione migliore. Una istruzione che corteggi pure a conoscenza delle cose. Ma cominciare a tagliare i professori, senza aver detto chiaramente che cose è e per chi è la scuola, cioè per coloro che la scelgono come lavoro,è forse azzardato.<br />
Lei ha ragione ma è fuori tempo signor Ministro, come possiamo fare?</p>
<p>Queste riflessioni sono uscite, in versione appena modificata, su Nuovi Argomenti  [#44, V serie] <em>Concordia Nazionale</em> attualmente in libreria. Il primo articolo di Pietro Citati, <em>Raddoppiamo lo stipendio ai professori</em>, si trova <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-cinque/raddoppiare-stipendi/raddoppiare-stipendi.html">qui</a>.</p>
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		<title>Siamo vivi, bastardi!!!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2005 14:11:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Citati]]></category>
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					<description><![CDATA[Alla faccia di Pietro Citati siamo vivi e vegeti. E come se non bastasse funzionano pure i commenti. Ringraziamo volentierissimo, per l&#8217;apporto tecnico, Max e Claudio, di Interzone (che sono poi questi qui: www.interzone.it). Caffè pagato! In quanto ai nostri amici, lettori, troll e compagnia cantante: forza, scateniamoci!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/interzone.gif" border="0" alt="interzone.gif" hspace="4" vspace="2" width="179" height="178" align="left" /></p>
<p>Alla faccia di Pietro Citati siamo vivi e vegeti. E come se non bastasse funzionano pure i commenti.<br />
Ringraziamo volentierissimo, per l&#8217;apporto tecnico, Max e Claudio, di Interzone (che sono poi questi qui: www.interzone.it). Caffè pagato!</p>
<p>In quanto ai nostri amici, lettori, troll e compagnia cantante: forza, scateniamoci!</p>
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		<title>Segni di vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2005 13:08:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Citati]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Dopo il 2001, la letteratura italiana non ha dato segni di vita&#8221;, scrive oggi su &#8220;Repubblica&#8221; Pietro Citati, che con questa frase ha dato un ennesimo segno del suo coma. T.S.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dopo il 2001, la letteratura italiana non ha dato segni di vita&#8221;, scrive oggi su &#8220;Repubblica&#8221; <b>Pietro Citati</b>, che con questa frase ha dato un ennesimo segno del suo coma. <i>T.S.</i></p>
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