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	<title>Pino Tripodi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Al merceto di Cermenate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[condizione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi  il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong> </strong>il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non fa ancora freddo né lo farà ma lo dovrebbe fare e allora i poveri si apprestano ad attenderlo anche se non arriverà più. i poveri non comprano quello che non hanno, comprano quello che possono. comprano con gli occhi tumefatti da quelle mercenzie che esondano in bel vedere dalle loro capienze. vorrebbero comprare 6 banane, ma ne comprano due, una per il marito che forse sta lavorando e l&#8217;altra per il figlio maschio che prima o poi speriamo molto prima andrà a lavorare. i poveri vedono tutto, hanno famelico sguardo, ma ritrosia nell&#8217;acquistare. gli occhi marciano avanti, le mani stazionano bloccate in retroguardia, frenano quegli occhi spavaldi e gonfi dal desiderio rappreso d&#8217;acquistare a volontà. è triste il volere senz&#8217;alcuna possibilità d&#8217;acquistare. il volere senza possibilità d&#8217;acquisto è l&#8217;unico potere che manca tanto ai diseredati.</p>
<p>i poveri aspettano il mercoledì per uscire dalle galere. i poveri che sciamano al merceto il mercoledì non si vedono il lunedì o il martedì o giovedì venerdì sabato e domenica. non si vedono mai negli altri giorni perché i poveri non sono maschi. i maschi hanno licenza di vedersi. i poveri del merceto cermenatesco sono donne. l&#8217;unico maschio che si vede con affanno gironzolare tra le bancarelle del merceto è povero anche lui, ma  non è della medesima povertà. è un vecchietto che fruga nella sua testa cercando di capire se in quel merceto sia ormai vietato agli italioti poveri e anziani come lui qualcosa comprare. non è vietato, no, ma è come se lo fosse perché non ci sono altri italioti vicino a lui. gli italioti mercantano altrove dove la puzza della fame si vede di meno. la puzza della fame si sa è più indigesta del lardo fritto nella sugna, ma se per miracolo non si vede diviene più digeribile del brodo di zucchine tenerine.</p>
<p>dice il vecchietto italiota qui ci sono solo donne di marrakesh che non sa bene dove si trova sa soltanto che sono donne arabe di qualche paese forse l&#8217;egitto il marocco la tunisia no l&#8217;eritrea che conosce meglio per vicende italiote d&#8217;altri tempi. sa soltanto che ci sono solo donne scappate su licenza maritale dalla prigione familiare che si accalcano presso le bancarelle. sono scappate su licenza per un&#8217;ora dice. un&#8217;ora d&#8217;aria alla settimana neanche al 41 bis trattano così i reclusi. loro sono recluse peggio che nel 41 bis. lo dice e lo dice forte con la raucedine che scoppia nella gola. sciamano per un&#8217;ora, tonde e grasse mostrando solo l&#8217;ovale del viso perché il resto è femmina e non si deve vedere. è peccato. è peccato mostrare i capelli. è peccato uscire per più di un&#8217;ora alla settimana per fare la spesa grossa. è peccato non sfasciarsi il corpo che pesa sulle gambe più di tutta quella mercenzia stipata sui furgoni dalle ruote sgonfie. il vecchio povero e italiota dice che quelle donne sono arabe, brutte e grasse. vestite con quei copertoni a deprimere ogni forma, capaci di ammosciare ogni anelito di desiderio nel maschio che non sia il marito. invece il marito è contento che la moglie sia così sfasciata e grassa e brutta e povera e carcerata. è l&#8217;unica assicurazione contro la malvagità del male che la porta a desiderare, che è capace di rendere meretrice anche la più fedele a muhammad. la gelosia atavica e ancestrale dice le rende così recluse e non c&#8217;è nessuna legge in grado di liberarle. ci vorrebbe qualcuno povero dice con una cesoia che si mette a tagliare quelle orrende vesti. e allora pensa che quel qualcuno potrebbe essere proprio lui. lo  pensa e diventa meno triste. non ce l&#8217;ha più con le arabe che rovinano la piazza dell&#8217;una volta suo merceto cermenatesco. adesso sa cosa fare. compra con i pochi spiccioli che trova nel taschino dei pantaloni di velluto liso un paio di lunghe forbici di metallo. compra e comincia a tagliare le vesti delle recluse che urlano, urlano, si dimenano ma non tentano di bloccarlo. ha trovato le energie per tagliare tutte le vesti che trova. gliele taglia e gliele strappa da dosso, poi si mette a tagliare quelle delle bancarelle che vendono quelle orribili vesti. gli arabi che vendono se la ridono. le arabe che comprano imprecano contro il tagliatore e inseguono la tagliatrice. la tagliatrice è una ragazza appena svelata apparsa all&#8217;affrontata all&#8217;improvviso accanto all&#8217;italiota. la tagliatrice agita con forza le forbici. io non vi taglio le vesti urla. vi sforbicio l&#8217;anima. sentitela la vostra anima tagliata dalle mie forbici. ssciack. ssciack. il vecchio maschio italiota vi  taglia le vesti. io vi taglio l&#8217;anima.</p>
<p>le arabe dall&#8217;anima sforbiciata del merceto cermenatesco sono adesso tutte svestite e smutandate. senza indumenti si sentono strappate da ogni verità,  nude in un mondo sconosciuto. rimangono vestite solo di velo a coprire i capelli. i capelli loro sì che si salvano dalla vergogna. il resto affonda nella melma liberatoria della civiltà italiota mentre la tagliatrice, araba anche lei, viene rinchiusa per mezzo di un tso in un ospedale da cui dopotutto potrà respirare più dell&#8217;ora d&#8217;aria consentita alle sue sorelle. il tagliatore dall&#8217;animo acquietato non si sente più solo, rinchiuso nell&#8217;ospedale psichiatrico accanto alla giovane sorella apparsa all&#8217;improvviso all&#8217;affrontata dopo tre giorni, tre secoli, tre mille anni in cui tutti la davano per morta per sempre.</p>
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		<title>Delirio e potere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/19/delirio-e-potere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Sep 2019 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[delirio]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[politica contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi   Chi volesse comprendere le vicende del potere, di qualsiasi forma di potere, dovrebbe tenere bene in mente questo vocabolo: delirio. Il potere politico, in particolare, ha con   il delirio una relazione privilegiata. Pur non essendo da molto tempo la forma più acuta del potere di potere, il potere politico nel suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Chi volesse comprendere le vicende del potere, di qualsiasi forma di potere, dovrebbe tenere bene in mente questo vocabolo: delirio. Il potere politico, in particolare, ha con   il delirio una relazione privilegiata. Pur non essendo da molto tempo la forma più acuta del potere di potere, il potere politico nel suo moto inerziale contemporaneo assume più di ogni altro potere la caratteristica quintessenziale del delirio. Il delirio non è una categoria psicologia del potere, ma la sua forma essenziale. Ciò vuol dire che nella natura del potere vi è inscritto il gene dell&#8217;eccedenza, quell&#8217;attributo di incontinenza che tende a  tracimare le vesciche che lo trattengono. Chi esercia <em>un</em> potere tende a varcare i limiti di quel potere. Così il potere estende le sue prerogative mentre chi lo esercita precipita nel proprio delirio. È in tal guisa che il potere astratto colonizza ogni pertugio di mondo mentre chi lo esercita ne viene sempre più imbrigliato. Quindi, più aumenta il potere astratto più viene limitato quello impersonificato. L&#8217;esercizio del potere politico è vistosamente affetto da delirio.</p>
<p>Prima di discutere dei temi della politica converrebbe indagare minuziosamente questa affezione e proporre qualche palliativo giusto per evitare che il delirio assuma forme più perigliose di quelle che circolano attualmente infettando parte estesa del pianeta.</p>
<p>Il delirio del potere ha effetti certo perversi. La perversione, indotta dall&#8217;innata eccedenza, comporta che chi esercita il potere lo interpreti come una estensione del  sé. Anziché ritenersi, com&#8217;è lapalissiano supporre, uno strumento del potere, il potente pensa al potere come a un proprio utensile che gli permette di gonfiare l&#8217;aria che respira. L&#8217;effetto delirante è che non c&#8217;è acqua che basti a a soddisfare la sete di potere. Ma in quell&#8217;acqua che estende il potere del potere il potente finisce per annegare di sua propria mano. A poco servono tutti gli esercizi retorici e istituzionali per impedire questa forma di puro delirio. Dopotutto, le regole, le istituzioni, le bilance dei poteri, gli elementi della rappresentanza hanno avuto nella storia della vicenda umana nient&#8217;altro che la funzione di imbrigliare il potere per impedirgli di delirare. Sono tutti argini per contenere le acque poteriche anzi che i potenti anneghino.</p>
<p>Nonostante tutti questi contenitori, che espandono a dismisura l&#8217;esercizio del potere – tanto da segnalare che nel regno delle libertà costituite a ciascuno è dato di esercitare una qualche forma di potere, dunque di godere del proprio delirio &#8211; nella normale vicenda storica, il delirio rimane la forma consustanziale del potere politico.</p>
<p>Di presso ai molteplici effetti di perversione, occorre tuttavia sottolineare che il delirio controintuitivamente ha effetti anche salutari per la tenuta di ogni sistema politico. Il motivo di questa controinduzione è palesabile in tantissimi luoghi del potere politico contemporaneo. Pur senza fare nomi che potrebbero concorrere ad ampliare il dispositivo di incontinenza poterica, chiunque può verificare a piacimento questi effetti benefici del delirio. Per sommi capi si potrebbero descrivere così. Date le regole funzionali della democrazia contemporanea, è molto facile che il potere politico sia esercitato da uomini deliranti, da persone cioè che interpretano il ruolo che il caso, il contesto, la situazione storica gli ha ritagliato come diretta espressione dei propri meriti e della propria volontà. Ciò è bene chiarire avviene perché le masse normalmente amano identificarsi nelle persone che si smassano, che desiderano essere non un continuum della vicenda umana ma un&#8217;eccezione. Stare da soli al comando, fare tutto ciò che passa per la mente, essere capi indiscussi di qualcosa, di un popolo, di una nazione, del mondo intero, essere venerati come un Dio, avere più poteri li Lui, commettere spropositi per il semplice gusto di verificare se le masse rimangono intruppate e festanti dietro il proprio idolo.</p>
<p>Il delirio piace alle masse. Ma per quanto piaccia, è proprio l&#8217;esercizio delirante del potere un piccolo freno se non un potente antidoto al desiderio di delirio delle masse. Preso nel suo delirio, infatti, inevitabilmente più prima che poi l&#8217;uomo di potere si incaglia. Il potere ha una vocazione corale, deve dirsi con tanti nomi per essere capace di qualcosa. Quando diventa monologo delira; all&#8217;apice comincia a  deflagrare, a sciogliersi come neve al sole. Privo di delirio, il potente potrebbe continuare all&#8217;infinito a commettere regolari nefandezze – la regola serve più a inscrivere il sopruso che a evitarlo, la corruzione è un dato sistemico del potere esercitato dalla moltitudine – ma il suo delirio lo porta alla perdizione. Infatti, le masse che lo hanno osannato, che hanno preteso che quel delirio si incarnasse, appena l&#8217;incontinenza è attiva, quando si verifica la situazione che si è agognata – pieni poteri per un uomo solo – cominciano ad essere vittime del suo proprio delirio che da quel momento si sgonfia con rapidità come un pallone bucato da un grande ago.</p>
<p>Senza quei deliri gli uomini potenti contemporanei tramontati l&#8217;attimo dopo dell&#8217;alba avrebbero potuto governare parecchi ventenni.</p>
<p>Se il delirio è espressione del potere, come si può rendere il potere politico meno nocivo?</p>
<p>Chiaro, deve essere contenuto in vesciche capaci  e lubrificate.</p>
<p>Certo, va istruito del fatto che il suo potere checché ne pensino o ne desiderino le masse è un parafulmine di tutti gli altri poteri dati (le imprese globali, le macchine astratte delle regole e delle leggi, gli interessi sociali costituiti, le consorterie, i gradienti tecnologici e problematici dell&#8217;epoca).</p>
<p>Evidente, occorre portare minuziosa attenzione alla formazione delle leadership avvertendo che il refrain <em>guai ai popoli che hanno bisogno di eroi</em> è ancor più veritiero se in luogo degli eroi appiccichiamo i leader.</p>
<p>Un leader di tal livello necessita di pochi solidi attributi tra i quali si segnalano senza ordine d&#8217;importanza:</p>
<p>1) Non aspirare a diventarlo. 2) Avere in forte antipatia l&#8217;assoggettamento e il comando. 3) Pretendere che non sia dato il suo nome a nessuna formazione e a nessuna ideologia. 4) Stare lontano il più possibile dalle luci dei circoli mediatici. 5) Non amare il potere né diventare suo amante prediletto. 6) Essere all&#8217;altezza della storia che gli capita di vivere. 7) Banalmente, amare il prossimo come se stesso. 8) Evitare di dire io, ma stare anche attento a  pronunciare con delicatezza il pronome noi. Meglio indicare il nome dell&#8217;Istituzione che rappresenta. L&#8217;uomo dell&#8217;istituzione è la più importante declinazione soggettiva dell&#8217;istituzione umana. 9) Essere donna al di là dell&#8217;appartenenza di genere. 10) Sentirsi ricco nella povertà e povero nella ricchezza. 10) Esimersi da ogni lotta di potere. 11) Considerare il potere come limite funzionale, mai velivolo spaziale di carriera. 12) Deve in sintesi avere nelle sue corde il gesto e il suono esattamente contrari ai deliranti leader contemporanei.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scuola o mai più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto intergenerazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[una modesta proposta]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Gli studenti, i giovani &#8211; a sentire i tempi e i padri &#8211; appaiono anestetizzati, una carovana di moribondi in viaggio verso la fine. Sono inetti, ignoranti, sciocchi, superficiali, maleducati, delinquenti, fannulloni, narcisisti. La sciocchezza del paradigma passatista li tratteggia così. I passatisti hanno sempre raccontato  frottole simili per brillare di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p>Gli studenti, i giovani &#8211; a sentire i tempi e i padri &#8211; appaiono anestetizzati, una carovana di moribondi in viaggio verso la fine. Sono inetti, ignoranti, sciocchi, superficiali, maleducati, delinquenti, fannulloni, narcisisti.</p>
<p>La sciocchezza del paradigma passatista li tratteggia così. I passatisti hanno sempre raccontato  frottole simili per brillare di una fiammella fatua prima di scomparire sotto l&#8217;incalzare delle nuove generazioni.</p>
<p>Il vecchiume tenta di resistere alla propria morte. Ci sta, ma chi è affetto da vulgata passatista scoraggia ogni anelito di vita non solo perché non sopporta di diventare vecchio ma per la semplice ragione che non è mai stato giovane. Nella non esistenza dei figli trova motivo di vitàlità, pretende dai giovani ciò che da giovane non è mai stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il secondo paradigma, altrettanto sciocco, è quello scientista. La scuola, il lavoro, sono residui arcaici di un mondo che scompare sotto la forza progressiva del cloud, dell&#8217;infosfera e delle tecnologie. Le vite amorfe, la retorica e i costi della formazione permanente, i mille lavoretti in attesa di qualcosa che assomigli a un lavoro, la fatica di Sisifo per acquisire autonomia e indipendenza sono solo transitorie pagliuzze che si traformeranno in oro colato appena il nuovo avrà finito di trionfare.</p>
<p>Intanto a ciascuno è richiesto di lavorare gratuitamente giorno e notte, veglia e sonno, scuola e tempo libero, nel consumo come nella produzione, volontariamente o involontariamente, non per se stesso, per gli amici, per la famiglia, per la comunità o per il Paese – tutti residui preistorici – ma per facebook, amazon, google, alibaba e altri vettori lesti a istigare e a catturare il desiderio compulsivo globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima che le scioccheze si autoavverino è tempo di ribellarsi allo stigma in cui la contemporaneità si è vista cacciare. Senza l&#8217;immediata pretesa di distruggere un nemico impalpabile. Il ribelle prima ancora di trasformare il mondo desidera trasformare se stesso, la propria vita, le proprie condizioni materiali e spirituali. Senza trasformazione del sé il mondo diviene sempre peggiore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E allora per prima cosa occorre controvertire le sciocchezze precotte del passatismo e dello scientismo.</p>
<p>Non è vero che gli studenti, i giovani sono più maleducati, sciocchi, fannulloni, ignoranti, narcisisti di queli di ieri.</p>
<p>Non è vero che gli studenti e i professori sono meno preparati.</p>
<p>Non è vero che sono tutti dipendenti dalle droghe e dallo smartphone.</p>
<p>Non è vero come non lo è qualsiasi generalizzazione.</p>
<p>Dire tutti è un modo stupido per colpire la dignità di ciascuno.</p>
<p>Non è vero, soprattutto, che la scuola non serve a niente. Che sono altre ben più potenti le agenzie formative che contano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Occorre invece rivendicare con orgoglio un&#8217;idea: mentre tutte le altre istituzioni rischiano di sciogliersi nell&#8217;acido muriatico dell&#8217;insensatezza e della confusione, la scuola, le università devono riprendere ad avere il ruolo che gli è stato spesso consono: territorio franco di formazione della soggettività prima e oltre il suo utilizzo come mera macina di lavoro, di profitto, di consenso, di conformismo, di strapotere, di macchina del desiderio compulsiva tanto più egoica quanto più servile.</p>
<p>Prima di ogni altro prima c&#8217;è il sapere, ci sono le scuole, le università.</p>
<p>Occorre rivendicare alla scuola e all&#8217;università le funzioni di argine che ripara dall&#8217;ignominia, di luogo teso ad unire ciò che nel resto della società viene diviso, di palestra in cui ci si allena a cooperare anziché a competere, ad attutire le ingiustizie anziché a esaltarle, a far leva sulla differenza proprio mentre si esperisce l&#8217;eguaglianza.</p>
<p>Nonostante tutti i difetti, le malefatte e i vuoti le scuole e le università rimangono il migliore dei mondi possibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resto della società non se n&#8217;è ancora accorto.</p>
<p>Sputa continuamente sulla scuola, la considera, al pari dell&#8217;Europa unita, l&#8217;origine di tutti i mali. Da decenni tutti gli sciocchi, al potere e all&#8217;opposizione, fanno gara per anestetizzare la scuola e gli altri luoghi del sapere. Il perché prescinde dalla volonta, ma è evidente. Solo una scuola inerte e ignava garantisce l&#8217;alta velocità dell&#8217;oppressione sociale, rende possibile a tutti gli incapaci di sollevare la clava della meritocrazia per acquisire clientele e potere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tocca a chi vive nella scuola e nelle università acclarare l&#8217;evidenza. Basta poco. Basta togliere alcune pagliuzze che rendono impossibile osservare la verità. Basta realizzare ciò che per i più è più che ovvio. Basta interdire ogni scambio simbolico tra perfezione della legge e orrenda miseria della sua consustanzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Basta che gli studenti e i professori, i singoli e gli organismi collettivi, i collegi dei docenti e le assemblee degli studenti si decidano – pur anche in conflitto tra di loro &#8211; a re/agire. A riprendere in mano il corso della propria vita, ad abbandonare l&#8217;inerzia, lo sconforto, la depressione, l&#8217;accondiscendenza, la rassegnazione, l&#8217;attesa della fine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per ri/cominciare, di seguito vengono presentate delle proposte immediate e semplici.</p>
<p>Si tratta di una piattaforma minima emendabile, bisognosa di ulteriori ragionamenti e proposte magari più efficaci, creative e sovversive.</p>
<p>Non è importante condividere tutto.</p>
<p>Essenziale è gettare un sasso nello stagno. L&#8217;importante è ribellarsi alla morte sociale nella quale il sapere è stato relegato.</p>
<p>La colpa più grave che si ha quando si è oggetto di uno stigma così diffuso è quella di non ribellarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per iniziare</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1)</strong> Rendere scuole e università libere da smartphone. Studenti, professori, tecnici, all&#8217;ingresso delle scuole e delle università depongono le armi, cioè consegnano il loro dispositivo e ne riprendono possesso solo al termine delle attività.</p>
<p>Rifiutiamo di vivere nello smartphone e per lo smartphone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni tecnologia produce un tipo umano, un&#8217;antropologia specifica. Lo smartphoner è un individuo sempre disponibile e volontariamente connesso, un lavoratore gratuito per il quale ogni cosa del mondo è tanto a portata di mano da renderla distante anni luce, ogni presenza è distanza abissale, ogni informazione concorre a formare un&#8217;ignoranza pregenetica.  La connessione perpetua è alienazione pura.</p>
<p>Anche dal punto di vista affettivo, la disponibilità 24 ore al giorno è devastante.</p>
<p>Per limitare la dipendenza, la distruzione di massa e i disturbi dell&#8217;attenzione questa pratica è magari individualmente dolorosa ma socialmente inderogabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2) </strong>Al di là delle valutazioni classiche &#8211; dei professori, degli studenti, sempre a garanzia d&#8217;arbitrio –,  e delle autovalutazioni – da incentivare per favorire la corrispondenza tra obiettivi e risultati, non per incutere sensi di colpa -, fondare un sistema di valutazione dei gruppi classe/corso e dell&#8217;istituzione scuola/università nel suo complesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le valutazioni sia degli studenti sia dei professori dell&#8217;intera classe/corso e della scuola/università tendono a dare maggior rilevanza al fattore di relazione, di socializzazione e di cooperazione, vere chiavi del processo formativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3)</strong> Scuola aperta anche di pomeriggio e spazi universitari disponibili per attività volontarie e autogestite di studio, laboratorio, sport, musica, produzioni multimediali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4) </strong>Stop alla medicalizzazione degli studenti. Basta con  PDP, PEI,</p>
<p>BES, DSA. Le sigle come le file aumentano in misura direttamente</p>
<p>proporzionale alla stupidità e all&#8217;oppressione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>  5)</strong> Esodo  di massa dai social network esistenti e fondazione di  altri</p>
<p>media non proprietari, non invasivi e non distruttivi per la mente e</p>
<p>per i corpi delle generazioni al presente e a venire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>6</strong>) Assegno crescente per gli studenti che superano la soglia dell&#8217;obbligo scolastico. Anzichè pagare – e indebitarsi a vita come succede se si frequentano certe università o master post laurea &#8211; si viene retribuiti per studiare. Inoltre, più si procede negli studi più si guadagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La proposta tende a rovesciare la piramide delle priorità degli ultimi decenni, a cambiare paradigma sociale e temporale.</p>
<p>A dispetto delle norme vigenti, e dell&#8217;ideologia meritocratica imperante, si va tornando rapidamente alla scuola di classe. I ricchi accedono a un livello formativo alto, i poveri inferiorizzati e medicalizzati si vedono confinati nello stagno nel neoanalfabetismo. Inoltre, chi riesce con grande fatica a superare gli sbarramenti sociali accedendo a livelli formativi alti, ha la necessità di indebitarsi fino alla follia nella speranza che al ventesimo master possa trovare un simulacro di lavoro.</p>
<p>I governi si preoccupano di pensioni. Pensioni che nel rovesciamento della piramide sociale proposta andrebbero limitate a esclusivo beneficio della popolazione che indipendentemente dall&#8217;età è impossibilitata a svolgere qualsiasi attività.</p>
<p>La vecchiaia non è solo un problema anagrafico. La vecchiaia che fa male all&#8217;Europa è quel mostro che divora i propri figli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>7) </strong>Istruzione, cultura, ricerca nel budget degli stati diventino la prima voce di spesa in rapporto al PIL. Quando ciò accadrà, il presente sarà migliore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le proposte avanzate e le altre che matureranno non sono oggetto di nessuna richiesta, di nessuna trattativa.</p>
<p>Chiedere a qualcun altro di cambiare il mondo è ridicolo.</p>
<p>Non chiedere niente è il modo più efficace per cambiare tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong>                   </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> Nota Bene: I lettori di questo testo sono vivamente pregati – per utilizzare una parola antipatica: diffidati &#8211; di non farlo circolare su facebook, watsapp, linkedin, instagram, twitter.</em></p>
<p><strong>Il contenuto si squaglia nel mezzo.</strong></p>
<p><em>Possono a loro piacimento discuterne direttamente in colloqui, riunioni, assemblee, manifestazioni pubbliche, occupazioni, insorgenze. Possono beninteso diffonderlo liberamente via posta, mail, giornali, riviste, radio, volantini, manifesti murali.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Manette o ambrogino d&#8217;oro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Ambrogino d'oro]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Conosco alcuni del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio recentemente arrestati a Milano con l&#8217;accusa di associazione a delinquere. Dopo l&#8217;arresto avevo pensato di esprimere pubblicamente la mia simpatia verso di loro per i motivi in nota*. Ma per ragioni di cautela – la storia è colma di persone colte dedite alle peggiori nefandezze [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Conosco alcuni del </span><i><span style="font-weight: 400;">Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio</span></i><span style="font-weight: 400;"> recentemente arrestati a Milano con l&#8217;accusa di associazione a delinquere. Dopo l&#8217;arresto avevo pensato di esprimere pubblicamente la mia simpatia verso di loro per i motivi in nota*. Ma per ragioni di cautela – la storia è colma di persone colte dedite alle peggiori nefandezze del mondo – anzi di procedere ho voluto leggere il dispositivo delle accuse che li ha condotti agli arresti. Il ponderoso documento dell&#8217;Ordinanza,172 pagine, mi ha destato grande sorpresa. Avevo timore di trovare accuse terribili e circostanziate, invece mi sono trovato davanti a un&#8217;accurata apologia degli imputati. Il documento del GIP a mio parere trasuda in ogni parola di simpatia e in ogni apparente accusa cela elogio della loro condotta.  </span><span style="font-weight: 400;">Sono rimasto così sorpreso che alla prima rapida lettura ne è seguita una seconda, molto più lenta, alla fine della quale mi sono francamente chiesto se la firmataria dell&#8217;Ordinanza non avesse un attimino esagerato. </span><span style="font-weight: 400;">Ho avuto sinceramente anche il sospetto che la copia a cui avevo attinto fosse stata scritta da qualche amico degli imputati passato per gioco dalla filosofia politica alla guerriglia dell&#8217;immaginario. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Verificata l&#8217;autenticità del documento, non nascondo di aver avvertito una certa invidia. Invidia della quale mi scuso, ma che è difficile non provare nei confronti di chi avendo una passione vitale per la filosofia non la coltiva ad uso esclusivo dell&#8217;ego, della propria formazione, della propria carriera, ma la spende per ridurre il tasso dell&#8217;ignominia sociale della città, per ridurre lo scarto tra le vetrine luccicanti e l&#8217;obliato sottosuolo di Milano. </span><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Ordinanza è un raro esempio di carnevale linguistico con cui chi legge non può non avere simpatia per gli accusati mentre viene indotto passo passo a comprendere come e perché chi appare come vittima – l&#8217;amministrazione preposta alla tutela del patrimonio abitativo pubblico – assurge a vero colpevole.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il Sodalizio Criminale organizza presidi, cortei, riunioni, finalizzati a &#8220;impedire l&#8217;esecuzione degli escomi, nelle quali sono stati coinvolti anche i cittadini (molto spesso stranieri) che avevano aderito al Comitato&#8221;. </span><span style="font-weight: 400;">L&#8217;accusa di associazione a delinquere è una chiara iperbole utilizzata, immagino, per dimostrare che gli imputati sono eroi di tutt&#8217;altra pasta. Infatti è scritto che si associavano tra di loro in una struttura criminosa dotata di supporti logistici quali &#8220;attrezzatura per compiere lavori di idraulica, muratura e elettrici negli alloggi occupati, telefoni cellulari e schede per contatti&#8221;. Insomma, se interpreto bene le parole, si arrangiavano, senza torcere un capello a nessuno, a rendere agibili e funzionali le case sfitte come usano fare, spero con maggiore perizia, artigiani che utilizzano i loro stessi utensili. Essendo ovvio che nessun artigiano può venire accusato di condotta criminosa perché utilizza gli utensili del mestiere, è chiaro che l&#8217;accusa intende dimostrare altro. L&#8217;altro sta certamente nel fine del disegno criminoso comune che consiste nella &#8220;consumazione continuativa e professionale dei delitti di invasione di terreni ed edifici&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo passaggio dell&#8217;Ordinanza merita particolare attenzione poiché, a mio modo di vedere, è il cuore dell&#8217;apologia. Infatti, se l&#8217;accusa non fosse una mossa linguistica destinata a significare encomio, dovrebbe dimostrare in che modo gli imputati  abbiano condotta professionale, cioè che cosa ci guadagnano. Ma siccome è scritto a chiare lettere che gli imputati nulla lucrano – i 10 euro di sottoscrizione sono richiesti a puro titolo di difesa &#8211; è evidente che il carattere professionale della loro azione è un&#8217;iperbole. Al massimo gli imputati possono essere considerati dei dilettanti, cioè persone che non compiono delle azioni per il lucro, ma per il diletto di vedere soddisfatte tramite le occupazioni abusive  le esigenze abitative delle persone in male arnese, per lo più, come viene ripetuto spesso, extracomunitarie.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sprovveduto rispetto alla dinamica attuale delle occupazioni, pensavo che i miei conoscenti si fossero macchiati della colpa che si usa attribuire a chi, anziché alleviare le condizioni di precarietà e disagio, provoca guerra tra i poveri.</span><span style="font-weight: 400;">Ma anche su questo punto l&#8217;Ordinanza del GIP è chiarissima.  Il nefasto caso di istigazione alla guerra tra poveri sarebbe stato in essere qualora Il Comitato avesse occupato le case assegnate dopo complicate, estenuanti procedure  pluriennali dall&#8217;Aler, cosa esclusa categoricamente. Infatti, l&#8217;Ordinanza non smette di ripetere che gli imputati hanno occupato unità abitative destinate ad uso pubblico di proprietà dell&#8217;Aler in quel momento disabitate </span><i><span style="font-weight: 400;">poiché</span></i><span style="font-weight: 400;"> non assegnate. </span><span style="font-weight: 400;">Quel </span><i><span style="font-weight: 400;">poiché</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha la forza dell&#8217;</span><i><span style="font-weight: 400;">in quanto </span></i><span style="font-weight: 400;">aristotelico. Tra le case dell&#8217;Aler e l&#8217;occupazione del Comitato</span> <span style="font-weight: 400;">vige una causalità piena e  definitiva. </span><span style="font-weight: 400;">Ci sono delle case non assegnate dall&#8217;Aler, c&#8217;è un comitato d&#8217;occupazione delle case. Le case vengono occupate </span><i><span style="font-weight: 400;">in quanto </span></i><span style="font-weight: 400;">non vengono assegnate. Le occupazioni del Comitato si realizzano se e solo se le case di edilizia popolare anziché venire assegnate a chi ne ha legittimo diritto vengono tenute sfitte per tempo immemore e non si capisce per quale ragione.  Anziché nei confronti del Comitato, la magistrata sembra scrivere un attto d&#8217;accusa nei confronti dell&#8217;Aler. Quel &#8220;poiché non assegnate&#8221; sembra chiedere con insistenza e forza all&#8217;Aler perché non sono state assegnate le case. Siccome nessuna casa già assegnata è stata mai occupata dal Comitato</span><i><span style="font-weight: 400;">,</span></i><span style="font-weight: 400;"> è evidente che se le case fossero state assegnate nessuno dei membri del Comitato le avrebbe occupate.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qualcun altro magari sì – chi ha interesse a far crescere la rendita urbana,  esponenti del racket della casa, miserevoli persone che sarebbe già qualificante chiamare malandrini o mafiosi -, quel qualcuno che viene aiutato nei suoi loschi affari dalla non puntuale assegnazione delle case. Si deduce che l&#8217;iperbole di configurare la condotta degli imputati come criminosa sia utile in verità per denunciare le organizzazioni  legali o criminali che lucrano sulla situazione di disagio dell&#8217;abitare e sui colpevoli ritardi dell&#8217;amministrazione preposta alle assegnazioni. </span><span style="font-weight: 400;">Oltre al perché le case non vengono assegnate, sarebbe logico chiedere quante ve ne sono non assegnate </span><i><span style="font-weight: 400;">in quanto</span></i><span style="font-weight: 400;"> da ciò si potrebbero dedurre la quantità delle case a rischio d&#8217;occupazione e il dolo sociale che si compie non assegnandole immediatamente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A dimostrazione definitiva che il Comitato abbia interesse alla tutela del patrimonio abitativo pubblico c&#8217;è la testimonianza degli agenti di polizia. </span><span style="font-weight: 400;">Ci si attenderebbe che le case dell&#8217;Aler vengano danneggiate dopo le occupazioni, e invece no: con tutta onestà, gli agenti descrivono l&#8217;interno di una casa occupata &#8221; in perfetto stato, del tutto ammobiliata, pulita ed in ordine con attive le utenze di luce, acqua e gas&#8221;. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">P</span><span style="font-weight: 400;">er tutte le azioni di alto valore sociale compiute dai 9 arrestati, </span><span style="font-weight: 400;">mi sento di chiedere ciò che per naturale predisposizione professionale il GIP non può. Anziché</span><span style="font-weight: 400;"> le manette l&#8217;ambrogino d&#8217;oro, il riconoscimento che il Comune di Milano rende ogni anno a personalità che hanno dato lustro alla città. </span><span style="font-weight: 400;">Inoltre, visti i tempi,  se avrò la fortuna di conoscere avvocati, magistrati, scrittori, filosofi, persone comuni sensibili al tema, vorrei concorrere a scrivere:</span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Il Codice Benale teso a riconoscere le illegalità commesse a fin di bene e a tutelarle adeguatamente.</span></li>
<li style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Albo delle Associazioni a Beninquere, che includa tutte le organizzazioni che, pur producendo il pubblico bene, si trovino ad agire illegalmente. Il Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio sembra essere un buon prototipo.</span></li>
</ol>
<p>NOTA<br />
<span style="font-weight: 400;">*</span><span style="font-weight: 400;">Li conosco perché, rari per l&#8217;epoca, hanno il vizio della filosofia e l&#8217;amore della lotta. Passano, a quanto mi è dato di sapere, metà del loro tempo a studiare Benjamin, Plotino, Spinoza, Agamben e l&#8217;altra metà a errare alla ricerca della situazione di vita attiva. Studiano e traducono testi filosofici e letterari, ne discutono con altri amici  nelle contrade del mondo che usano frequentare. Recentemente, mi avevano fatto avere la loro traduzione di un libro ancora inedito in Italia, </span><i><span style="font-weight: 400;">Nous: collection Figures</span></i><span style="font-weight: 400;">, di Tristan Garcia, filosofo francese. Dopo aver letto e apprezzato la loro traduzione, mi ero impegnato a trovare un editore che prendesse in esame il testo. Mesi dopo, quando finalmente ho trovato l&#8217;editore Milieu che ha iniziato a occuparsi dei diritti d&#8217;autore e delle altre amenità editoriali, li ho con difficoltà contattati per chiedere di pubblicare il loro lavoro. Non mi hanno detto né sì, né no, né hanno preteso alcunché se non quello di non comparire come traduttori. Ho detto loro che qualcuno doveva risultare come traduttore e che quel qualcuno sarebbe stato magari pagato, ma mi sono arreso alla loro levata di spalle a significare fate come volete. A noi interessa che quel libro sia diffuso. Il resto non ci riguarda. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Piuttosto che occuparsi di gestire la loro opera stavano traducendo altra filosofia che spero mi diano da leggere prima o poi.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>dieci validi motivi per ammazzare i poveri più uno francamente pretestuoso.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2018 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dieci ragioni]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[poveri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi conviene iniziare con l&#8217;undicesimo motivo, quello pretestuoso. ciò si deve alla semplice coincidenza che lo scrivente è un povero anche lui, quindi se afferma che ha dieci buoni motivi di ammazzare i poveri significa che quei motivi sono validi anche per lui. se fosse onesto per coerenza logica dovrebbe essere ammazzato. ora, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p>conviene iniziare con l&#8217;undicesimo motivo, quello pretestuoso. ciò si deve alla semplice coincidenza che lo scrivente è un povero anche lui, quindi se afferma che ha dieci buoni motivi di ammazzare i poveri significa che quei motivi sono validi anche per lui. se fosse onesto per coerenza logica dovrebbe essere ammazzato. ora, voi potreste dubitare della sua onestà, ma vi sbagliereste perché finito di redigere quei dieci validi motivi per ammazzare i poveri l&#8217;autore si fa ammazzare veramente. c&#8217;è solo un unico problema materiale da risolvere per rispettare la saggia decisione. avendo lui stesso scritto del problema chi è che dovrebbe farlo fuori? sembrerebbe una difficile faccenda ma invece è veramente una quisquilia. ecco la risoluzione. è  lui che di sua propria mano uccide il povero che è in sé. con quali mezzi non è difficile congetturare. sarebbe inutile, incoerente e dispendioso provvedere con sistemi che richiedono una certa frequenza col denaro, l&#8217;eutanasia in olanda, la clinica della morte in svizzera, la pistola, i farmaci o l&#8217;iniezione letale. esclusa la morte in sintonia col capitale occorre cercare gratuiti mezzi per porre fine all&#8217;esistenza.  ciascuno si direbbe saggiamente è meglio che muoia nel suo brodo, quindi, anziché provare truci soluzioni, buttarsi dal balcone, tuffarsi in mare con uno scoglio al collo o giù di lì &#8211; rimedi, è bene dichiararlo, che ostano alla sensibilità umanitaria dell&#8217;autore -, la più semplice mossa è abbandonarsi alla propria condizione, lasciarsi cioè morire d&#8217;inedia e fame. chi ha l&#8217;abitudine forzata a centellinare il pane e il companatico della sopravvivenza in ciò non riscontra particolare resistenza. la consuetudine da fame di prassi attenua alquanto i crampi e la sensazione rotatoria della testa quando il proposito dell&#8217;inedia diviene cosciente e radicale. si arriva alla fine lucidi di raziocino e illuminati di mente. la dipartita dalla povertà affrontata con lungimiranza avviene serena come il sonno se il corpo non è oberato da funzioni digestive complicate come quando fa incetta di lardo e fave irrorati a volontà da una ciofeca che è scandaloso assai chiamare vino. cosicchè, anzichè protrarre gli incubi della fame che lo devastano ogni qualvolta serra gli occhi, oltre la propria morte il povero può sognare di vivere felice con la sua bella magari ancora sconosciuta in barba a ogni ristrettezza.</p>
<p>risolto il problema della fine, dell&#8217;undicesimo motivo francamente pretestuoso, ci possiamo concentrare sull&#8217;inizio, sui dieci validi motivi per ammazzare i poveri.</p>
<p>a mo&#8217; di avvertimento, prima di iniziare, occorre rendere palese che i dieci motivi non sono dettati certo da invidia o da rancore. come si potrebbe se chi scrive appartiene a quell&#8217;umana condizione.</p>
<p>essendo come già detto anche lui povero l&#8217;autore se scrive le seguenti cose è  per puro spirito di conoscenza basato sulla profonda esperienza maturata dal momento in cui senza chiedergli permesso è stato per caso più che per spasso gettato nella vita. le considerazioni svolte pertanto non sono sterili elucubrazioni intellettuali ma semplici constatazioni oggettive, fotografie scattate per mostrare il vero senza le lenti e i trucchi delle ideologie. il suo unico intento è che la verità si faccia strada. il resto non interessa perché privo di secondi fini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il primo valido motivo è davvero lapalissiano. i poveri sono troppi nella miseria ma ancor di più nell&#8217;opulenza. non c&#8217;è tempo, società o regione del mondo dove non sia così. non c&#8217;è individuo, famiglia, governo o religione che non abbia avanzato programmi davvero razionali per eliminare la povertà. ma tutto è stato inutile. la ragione è presto detta. i poveri sono i parassiti della ricchezza. più cresce l&#8217;albero dell&#8217;abbondanza più i poveri vi allignano come funghi velenosi che rendono amara la vista ai ricchi. cercare di potarli è inutile. meglio ammazzarli dal primo all&#8217;ultimo esemplare. così il paesaggio della ricchezza diviene uniforme e chi ha i mezzi per natura non viene umiliato nel guardar cose che sono francamente indegne di essere osservate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il secondo valido motivo non ha meno evidenza. i poveri non sono tali per disgrazia o sfiga. è un&#8217;ingiustizia davvero grande pensarla in questo modo. poveri lo sono per colpa e per natura. la colpa è antica e la natura non perdona. da poveri nascono poveri. è una legge incontrovertibile dell&#8217;umana specie che se si rispetta va bene a tutti, ma se qualcuno pensa di fare il furbo sovvertendo le leggi basilari del creato a pagarne le spese sono proprio loro, i poveri, e chi altrimenti. qualcuno poveretto pensa se sono nato povero la colpa è del ricco, ma non ci vuole una gran logica per capire che tale congettura non ha senso.  i poveri son poveri perché la povertà ce l&#8217;hanno nel sangue. chi nasce povero non ha ragione alcuna di recriminare. a render complicata la faccenda c&#8217;è quella piccola eccezione di poveri ricchi per caso. sono davvero pochi ma l&#8217;indagatore attento non fatica a snidarli di modo che il caso venga senz&#8217;altro smascherato. i poveri ricchi per caso sono quei poveri che per qualche scherzo di natura – anch&#8217;ella, checché si dica, non è del tutto esente dall&#8217;errare – si trovano nel torbido a gozzovigliare con mezzi di proprietà e d&#8217;uso geneticamente non propri. quando questa vergogna accade, i poveri non stanno a proprio agio e allora non passa molto tempo che restituiscono non sempre volentieri il maltolto pagando il fio con qualche decennio di prigione, con l&#8217;infamia a vita o con la morte.</p>
<p>il secondo motivo si rafforza per un&#8217;altra ragione.</p>
<p>l&#8217;intelligenza non si addice ai poveri &#8211;  nei loro geni è dimostrato che la stupidità prolifera balzando ben oltre i limiti della decenza – eppure un qualche  barlume di ratio alligna pure dove meno te l&#8217;aspetti. se così non fosse molti poveri non avrebbero coscienza che sono poveri per colpa e per natura e invece conoscono davvero bene la verità tant&#8217;è che  passano la vita a odiare i genitori che li hanno gettati nella vita in questo stato. l&#8217;odio cresce con l&#8217;età tant&#8217;è che se i poveri meno scemi potessero agire impunemente nessun loro genitore sopravviverebbe alla furia che hanno generato. se l&#8217;odio maturato dalla nascita si raggruma più spesso nell&#8217;astio atavico anziché nell&#8217;omicidio dei genitori è per viltà, per la paura che ammazzando il padre o la madre toccherebbe qualche annetto di galera in più. ma questa frustrazione dell&#8217;inibirsi a volta di ammazzare mamma e papà a causa dei natali socialmente indesiderati si scatena contro il prossimo, infatti è cosa nota che i poveri si ammazzano tra di loro alla prima occasione. il secondo motivo umanitario rafforzato per ammazzare i poveri è dunque di necessità per cancellare questo scempio liberando in un colpo solo odio, viltà e astio che non si addicono certo al resto dell&#8217;umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il terzo motivo è che nel vizio innato che i poveri hanno d&#8217;ammazzare capita che ci vada di mezzo qualche innocente ricco. i poveri si ammazzano tra di loro, è vero, ma qualche volta nel loro furore umanicida c&#8217;è qualche onesto cittadino che ci capita di mezzo. non è più per volontà classista che i poveri ammazzano qualche ricco – ormai questa vergogna è stata per fortuna quasi completamente eliminata dalla faccia della terra – pur tuttavia qualcuno dei ricchi ripeto non proprio di proposito ci capita tra gli ammazzamenti dei poveri. se i ricchi non fossero mai toccati i poveri dovrebbero essere lasciati liberi di ammazzarsi tra di loro così parte della fatica di farli fuori tutti sarebbe risparmiata e il terzo motivo verrebbe volentieri a mancare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il quarto motivo è il commercio carnale a cui i poveri si danno nel goffo  tentativo di accalappiar qualche ricchezza. vendere il proprio o l&#8217;altrui corpo dovrebbe essere attività da perseguire duramente, ma così non è perché purtroppo vi è qualcuno anche tra i ricchi che compra ciò che non andrebbe mai venduto. qualcuno potrà dire che non tutti i poveri si donano alla prostituzione e quel qualcuno avrebbe sicuramente la ragione dalla sua. l&#8217;autore non intende negare che fra i poveri vi è chi non si prostituisce. assodato il fatto, tuttavia, non si può non constatare che la prostituzione è esclusiva facoltà dei non aventi. da ciò ne discende che con l&#8217;ammazzamento dei poveri il commercio carnale si estinguerebbe per la prima volta nella storia dell&#8217;umana specie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il quinto motivo è che i poveri sono tarati eticamente. con quel deficit che hanno non c&#8217;è bisogno di diventar malvagi. lo sono di costituzione. nella malvagità congenita sviluppano un senso di colpa davvero originale che gli occupa la totalità della materia cerebrale. il senso di colpa non rivolto alla propria persona, sia beninteso, ma a quella altrui. la loro mente non si pervade come sarebbe sensato e giusto della coscienza della propria colpevolezza, ma della scriteriata sensazione della colpa altrui. sono davvero maniacalmente bravi a trovare la colpa di altri nella bugiarda presunzione di essere innocenti sempre. se sono povero il povero pensa la colpa non è mia. e non essendo sua il povero si trova qualche nemico da colpevolizzare tra la folla. la società, la chiesa, lo stato, il ricco, il vicino, non importa chi. il povero non pensa sia merito suo la sua povertà. il ricco invece è di gran lunga più intelligente. sa che non ha nessuna colpa per la sua condizione, non va cercando colpe a caso ma meriti circostanziati e per coerenza estrema ritiene giustamente che l&#8217;avere assai è esclusivo merito suo. i ricchi dunque sono per il giusto merito, i poveri invece non riconoscono la giustezza di questa fondamentale priorità dell&#8217;umana condizione. senza avere merito alcuno pensano di appropriarsi degli altrui averi, ma questo notoriamente è un furto che andrebbe sradicato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l&#8217;invidia compare come sesto ma è tra i più validi motivi per ammazzare i poveri che giuro sono invidiosi di natura. sembrano servizievoli e fedeli, si strusciano sui ricchi come fossero gatti in calore, rispondono a bacchetta sissignore appena intravedono un abbiente disponibile a sganciare la moneta ma non è onesto quel che fanno. anche quando sembrano fedeli più del cane fido sono soltanto opportunisti pronti a tradire al primo segnale di profitto. l&#8217;invidia dell&#8217;altrui ricchezza gli scorre nel sangue che circola in ogni corporea parte della persona per cui da quell&#8217;invidia primigenia il povero sviluppa una natura invidiosa  di ogni cosa. l&#8217;invidia è il sentimento generale della povertà. i ricchi si sa non sono affatto invidiosi, perché dovrebbero provare invidia davvero non si capisce, per cui si può dedurre senza probabilità d&#8217;errare che una volta ammazzati i poveri anche l&#8217;invidia sarebbe definitivamente debellata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il settimo motivo riguarda il sistema della pecunia. tutte le società sopportano con cadenze sempre più vicine crisi devastanti che scuotono l&#8217;umano agire mettendo a rischio davvero grande ogni colonna della società. eppure  la causa generale di ogni crisi non è un mistero per nessuno: sono loro i poveri senza dubbio alcuno l&#8217;origine del male. per chi, per pregiudizio veramente irriguardoso verso le scienze che studiano con meticolosa precisione come e perché l&#8217;economia va in crisi, conservasse un residuo dubbio l&#8217;autore consiglia un supplemento d&#8217;informazione. il dubbioso a quel punto non potrebbe disconoscere le ciclopiche risorse che sono dilapidate con l&#8217;obiettivo  di tenere i poveri in vita. inoltre, la ragione umanitaria esagera fornendo oltre il necessario per  la sopravvivenza anche i mezzi immeritati per condurre esitenza dignitosa a tutta la canaglia.</p>
<p>tra prigioni, scuole e ospedali, tra il circo e il pane, quel dubbioso così saprebbe quanto costano i poveri alla comunità che a un certo punto è naturale non ce la fa più a sopportare quell&#8217;immenso peso e crolla come la pera un tempo molto aggraziata e bella ma resa fragile in breve dal beccare di corvi e merli che in compagnia di mosche, formiche e altri insetti la bacano così tanto che al primo fievole vento si butta a terra dalla disperazione anche se non è poi così matura. senza l&#8217;ingiustificata poverofilia che porta le società a spese così vertiginose le crisi non scuoterebbero più il mondo. la poverofilia fa male al resto del creato, dunque se per ragioni umanitarie è duro abbandonare i poveri al loro colpevole destino, l&#8217;autore deduce che è meglio ammazzarli tutti così da estirpare all&#8217;origine la sorgente delle crisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l&#8217;ottavo valido motivo è di ordine demografico. i poveri sono come i conigli, più sono poveri e più fanno figli. nel tempo in cui la poverofilia non era così in voga il problema si risolveva spontaneamente. l&#8217;innata pulsione proletaria del poverume era bilanciata dalla provvida natura che decimava i frutti della povertà in eccesso. se ogni povero senza pensiero generava dieci e più figli in media ne restavano due a perpetuare con generazioni successive la vergogna. ma adesso la natura non è lasciata libera di fare il suo mestiere perché i poverofili l&#8217;hanno espropriata della sua facoltà massima, quella di selezionare il buono e di sopprimere il marcio. se come tutti dicono la natura va aiutata sarebbe logico e giusto sopprimere il marcio in vece sua che è impedita da circostanze veramente disgraziate. questa missione è avvalorata da un&#8217;altra considerazione. i poveri non è che fanno i figli e basta. non si contentano di riempire il mondo di problemi, pretendono anche che a mantenerli non siano loro che li hanno a casaccio generati  ma quelli, i ricchi dico, che stanno bene attenti a partorir la prole perché si sentono, è ovvio, responsabili di ogni loro azione. dunque, ammazzando i poveri come da programma l&#8217;equilibrio demografico sarebbe assicurato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il nono motivo è davvero cruciale. in tutto il mondo esiste la questione criminale.  tra mafie di diverso colore e stile, tra bande di farabutti che studiano ogni modo per truffare, tra ladri bambini giovani e vecchi che ruberebbero pure la preghiera sopra l&#8217;altare, non c&#8217;è spazio della vita che non sia contaminato dalla furfanteria. l&#8217;insicurezza endemica fa molto male alla salute, con la canaglia in giro non è in stato precario solo la proprietà privata ma l&#8217;intera sfera della vita in ogni momento è resa insicura, vilipesa, minacciata.</p>
<p>in più c&#8217;è un crimine sottile che si dovrebbe evidenziare anche se quel crimine più fastidioso di tutte le mosche e le zanzare non è non si capisce per quale insana ragione trattato sempre come tale.</p>
<p>l&#8217;autore si riferisce alla questua e alla sua variante, il barbonaggio. vedere le città colme di parassiti che lasciano puzze, orine ed escrementi in ogni angolo,  che si attaccano alla coscienza della gente fin quando stufa di lamenti e piagnistei si scuce la moneta sudata con fatica è una pena quotidiana assai gravosa. vi è chi per compassione si sente d&#8217;elargire una moneta, un vestito usato o un sorriso a caro prezzo, ma non è questo il giusto piglio d&#8217;affrontare la questione. l&#8217;elemosina non è come lo sprovveduto crede un modo gentile di chiedere. è invece un furto con destrezza compassionevole. la questua e il barbonaggio sono altri modi di rubare.</p>
<p>eppure, niuno disconosce il grande utero che partorisce il crimine. ognun sa che il povero più onesto è un ladro patentato. di più. è un criminale nato. le scienze di diverso indirizzo e tipo hanno tentato di curare la situazione col farmaco, con la catena, con l&#8217;educazione. ma ogni sforzo è risultato vano. chi nasce criminale non si può emendare. l&#8217;unica soluzione è quella finale. solo ammazzando i poveri in un baleno del problema criminale non si avrebbe realtà e neanche memoria, aspetto quest&#8217;ultimo tutt&#8217;altro che da minimizzare perché quando il crimine appare la memoria diventa un male assai difficile da curare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il decimo motivo è davvero intuitivo. i poveri non si sa per quale genetica ragione hanno la pulsione di muoversi in modo convulsivo. qualcuno va dicendo che amano migrare per questioni di guerra o di lavoro, ma non è vero niente. si muovono per pulsione innata come fanno le mosche o le zanzare. provate se volete a servirle di sostanze zuccherose e di sangue. zampettano giusto per riempirsi la pancia a sbafo approfittando delle scorte altrui, ma poi che fanno, se ne stanno forse fermi o continuano a mordicchiare a destra e a manca senza omettere di scacazzare? la risposta al facile quesito va da sé.  anche quando sono abboffate di reddito e di lavoro non perdono il gusto di fastidiare il prossimo per puro spirito persecutorio. come le mosche e le zanzare i poveri sciamano ovunque. la genetica ragione glielo impone. e dove vanno portano in dono tutti quei problemi trattati negli altri nove validi motivi. cercare di fermarli, respingerli, spedirli al mittente non serve proprio a niente. anche riempire le prigioni è un errore colossale. l&#8217;unico rimedio ormai lo sapete, dunque che ve lo dico a fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per ultimo occorre segnalare le perplessità di un caro amico il quale venuto a conoscenza dei qui presenti dieci validi motivi per ammazzare i poveri mi ha redarguito. dieci son troppo pochi. in verità lui dice i validi motivi sarebbero infiniti, infatti per quanto il caso nella storia sia stato a lungo studiato nessuno ha mai trovato un motivo davvero serio perché i poveri debbano rimanere in vita. il caro amico ha ragione, non lo si può negare, ma per difendere l&#8217;autore almeno parzialmente dall&#8217;accusa tocca segnalare che se avesse dovuto stilare anziché dieci tutti i validi motivi l&#8217;impresa iniziata con dedizione e cura non avrebbe conosciuto fine. perciò la scelta di limitarsi ai dieci che sono senz&#8217;altro validi non ha pretese che siano quelli gli unici motivi per ammazzare i poveri. d&#8217;altronde ciascuno può trovare i suoi, chi glielo impedisce, il menu dei validi motivi offre possibilità di scelta illimitate.</p>
<p>ciò che conta per davvero è che il presente scritto sia ultimo nel suo genere. il più famoso data quasi trecento anni or sono. ma swift, il grande maestro dell&#8217;umile autore, scrivendo la sua modesta proposta in due cose certamente si sbagliava. la prima è prevedere di ammazzare solo una parte dei bambini nati in povertà col che il problema si attenua certo ma non si risolve affatto. il secondo consiste nel trattare quei bambini da ammazzare come cibi prelibati la qual cosa non si può negare ma non corrisponde in pieno ai gusti alimentari dell&#8217;autore.</p>
<p>i dieci validi motivi invece dovrebbero godere di unanime consenso e di legittime aspirazioni a divenir prassi reale per l&#8217;umana specie nel sol dell&#8217;avvenire.</p>
<p>se nei prossimi secoli qualcuno contrariamente alle speranze dell&#8217;autore avrà l&#8217;ardire di affrontare la questione vorrà dire ahimé che anziché estinguersi per sempre i poveri non si sa per quale assurda ragione saranno stati almeno in parte risparmiati dall&#8217;essere ammazzati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>milan l&#8217;è un gran falò</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi ultimo esercizio di letterosofia &#160; qualcosa si può fare. che cosa. non lo so ma qualcosa si deve fare. si deve è un&#8217;esagerazione. facciamo quel che si può. c&#8217;è sempre qualcosa che si può fare. che differenza c&#8217;è, scusa, tra il si deve e il si può. non so, ma quel si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>ultimo esercizio di letterosofia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>qualcosa si può fare.</p>
<p>che cosa.</p>
<p>non lo so ma qualcosa si deve fare.</p>
<p>si deve è un&#8217;esagerazione. facciamo quel che si può. c&#8217;è sempre qualcosa che si può fare.</p>
<p>che differenza c&#8217;è, scusa, tra il si deve e il si può.</p>
<p>non so, ma quel si deve a pelle mi sembra un po&#8217; inquietante. si può è più ragionevole, o no.</p>
<p>ma non è vero. a far quel che si può non si fa mai niente.</p>
<p>forse, ma a far quel che si deve si finisce a far sempre cazzate.</p>
<p>non c&#8217;è una via d&#8217;uscita?</p>
<p>non so. pensiamoci su, dai.</p>
<p>forse ho trovato.</p>
<p>sarebbe?</p>
<p>facciamo come si vuole. è  meglio, che ne dite?</p>
<p>come si vuole chi, scusa.</p>
<p>come si vuole noi che ne parliamo.</p>
<p>ti sembra più facile?</p>
<p>più facile non so. certo più curioso, più entusiasmante a spanne.</p>
<p>magari ha ragione gig, che ne dici geg?</p>
<p>avrà pure ragione, ma a far ciò che si vuole bisogna pur voler qualcosa.</p>
<p>giusto.</p>
<p>e noi cosa vogliamo?</p>
<p>il punto è tutto qui, gag. vogliamo? e se vogliamo, cosa vogliamo per davvero.</p>
<p>non facciamo le cose complicate. siamo solo in tre. iniziamo da qualche parte a dire cosa vogliamo poi se troviamo la strada valichiamo la frontiera della situazione altrimenti ci fermiamo sul bordo delle parole sbiascicate.</p>
<p>bravo gag. ben detto. ma se non vogliamo niente basta lamentele e pianti. si torna a pedalare e via andare in attesa di una rotaia che per pietà di noi ci tranci dalla vita infame.</p>
<p>giusto geg. però non drammatizziamo. siamo qui al parco di ravizza. c&#8217;è il gelso grande. guarda che meraviglia. e quante more rosse che attendono di essere assaggiate. basta che lo vogliamo.</p>
<p>vogliamo eccome. da dove iniziamo.</p>
<p>da noi, no. è inutile cercar lontano.</p>
<p>d&#8217;accordo. allora cosa vogliamo da noi, gig.</p>
<p>io vorrei la luna servita nel piatto. e voi?</p>
<p>bello. a me piacerebbe vivere guardandomi da lontano.</p>
<p>io invece vorrei tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.</p>
<p>bene. adesso che conosciamo la volontà generale possiamo metterci in cammino.</p>
<p>dov&#8217;è che andiamo, gig.</p>
<p>entriamo nel particolare, no, così la volontà impasta il suo corso.</p>
<p>giusto. allora inizio io se non vi spiace.</p>
<p>dicci. cos&#8217;è che vuoi, gig.</p>
<p>la ruota nuova. questa sculetta troppo. mi fa impazzire a pedalare quando consegno pizze a domicilio coatto.</p>
<p>vediamo. la ruota nuova. ma è assurdo gag. guardala la tua bici.</p>
<p>lo so. è sgangherata.</p>
<p>sgangherata è niente. è tutta scassata, non la vedi?</p>
<p>sgangherata o del tutto scassata, non fa lo stesso?</p>
<p>e no, mio caro. condisci le parole col cervello. non basta l&#8217;olio di rotula per le nostre pedalate.</p>
<p>fosse solo sgangherata potresti rimetterla nei cardini, ma se è tutta scassata la ruota nuova non la fa girare meglio. o cambi tutti i pezzi uno per uno o fai prima a prenderne una nuova.</p>
<p>ma non mi è possibile, gig.</p>
<p>non ti è possibile, vero? ti credo. io ti credo sempre anche quando dici l&#8217;asino vola. ma tu ci credi veramente?</p>
<p>perché non ci dovrei.</p>
<p>te lo spiego io gag, facile. perché ragione vuole senso e che senso ha a maggior ragione cambiare ruota se poi la bici continua a non andare.</p>
<p>forse hai ragione. che fare?</p>
<p>aspetta che decidiamo. adesso però dobbiamo andare all&#8217;assemblea.</p>
<p>giusto. così vediamo cosa fanno nei nostri panni gli altri rider fattorini.</p>
<p>andiamo allora, presto. c&#8217;è riunione generale al circolo della bellezza.</p>
<p>guarda geg. quanta gente.</p>
<p>che dicono gig. c&#8217;è qualcosa che ci può interessare?</p>
<p>sì, certo. c&#8217;è il sindacato. dice che ci devono lievitare il salario a ora.</p>
<p>ah e poi. chi c&#8217;è.</p>
<p>c&#8217;è l&#8217;esponente di un partito della sinistra fievole. dice che le tutele minime con qualche gradualità e con prudenza massima andrebbero col condizionale d&#8217;obbligo garantite.</p>
<p>e poi?</p>
<p>poi c&#8217;è uno della sinistra sinistrissima che più a sinistra sbanderebbe altrove, quel solito attivista dei diritti umani. dice che morire per strade non è giusto. accusa i padroni. criminali dice.</p>
<p>e poi. cos&#8217;altro vedi, gig.</p>
<p>c&#8217;è quello del precariato collettivo che protesta. non è giusto dice che andiamo a lavorare a nostre spese con scooter e bici nostri e nostro telefonino. le ditte ci devono fornire il materiale, la mensa e se ho sentito bene anche i cerotti per quando ci facciamo male.</p>
<p>e poi, finisce qui?</p>
<p>non geg, c&#8217;è l&#8217;ultimo, esponenente della carità cristiana. dice che se moriamo almeno l&#8217;assicurazione ce la meritiamo.</p>
<p>gig, attento. adesso mettono assieme le proposte per consegnarle al voto.</p>
<p>noi che vogliamo.</p>
<p>cosa vogliamo? una parola. è arduo pensar qualcosa tra tutta questa folla.</p>
<p>vabbè! lo so, ma non possiamo svicolare. ricordi? abbiamo detto che qualcosa vogliamo.</p>
<p>giusto. se non vogliamo niente stiamo muti senza perdere il tempo e  le lamentele.</p>
<p>ma noi vogliamo, no? cosa vogliamo. dai, pensiamoci su per bene. spremiamo le meningi per fare un succo neuronale ben cremoso.</p>
<p>non è semplice geg. bisogna sapere bene cosa vogliamo veramente perché volere è facile. anche il mio pollame nell&#8217;aia della nonna magari sa cosa vuol mangiare se avanzi di lattuga o mais a chicchi geneticamente modificati. volere veramente è un&#8217;altra cosa.</p>
<p>cos&#8217;altro è.</p>
<p>è quella cosa che quando si vuole non sente inciampo. muri, montagna o mare risultano anziché ostacoli mezzi di propagazione.</p>
<p>ma tu che hai fatto l&#8217;esempio della ruota qualcosa ce l&#8217;hai in testa di sicuro. forza, pensaci su. spremi il cervelletto.</p>
<p>gig, aspetta. forse una strada radicata nella mente l&#8217;ho pescata.</p>
<p>figo. e che aspetti. mostraci il germoglio della nostra volontà, geg.</p>
<p>spero non mi fischiate.</p>
<p>giuro, non lo facciamo. dicci. al massimo ci seppelliamo di risate.</p>
<p>allora inizio a dire?</p>
<p>dici.</p>
<p>per prima cosa mettiamo in un cestino le delibere proposte, così una per una le vagliamo bene.</p>
<p>giusto. allora cominciamo, rapidi. ecco il cestino e queste sono le mozioni dell&#8217;assemblea. leggile, geg. a voce alta così entrano di prepotenza nel labirinto delle orecchie.</p>
<p>l&#8217;aumento salariale. lo vogliamo?</p>
<p>ma va gig, che ce ne facciamo.</p>
<p>sulle maggior tutele, che diciamo.</p>
<p>che fanno schifo, no!, cos&#8217;altro si può dire.</p>
<p>e del fatto che non si può morire di lavoro, è giusto, no, che dite!</p>
<p>gag, ma cosa dici. il tuo cervello s&#8217;è annegato nel banale. non me l&#8217;aspettavo, sai, da te.</p>
<p>scusa, geg, però non fare la figona. non è che il banale adesso che vogliamo qualcosa ce lo leviamo in un secondo come il sapone con l&#8217;acqua della doccia.</p>
<p>sì, me l&#8217;hai già detto, gig. il banale è il primo soldatino a mettere l&#8217;elmetto ed è sempre l&#8217;ultimo milite a morire. però, che gli diciamo a quello della mozione che non si può morire di lavoro.</p>
<p>digli che se lo sento ancora dire cazzate a quello là, lo prendo a botte, giuro.</p>
<p>rimane da dire qualcosa su bici e scooter. è giusto siano nostre o della  ditta?</p>
<p>ma che giustizia è questa, gig. noi ce ne freghiamo di tutto ciò, sbaglio?</p>
<p>vero. e dell&#8217;assicurazione sulla morte. e della pensione. non è magari giusto pensare cosa succede se moriamo.</p>
<p>basta, geg. mi fai vomitare se ripeti ancora quelle terribili parole.</p>
<p>calma, gig. rilassati, per favore. e riassumiamo. le proposte vagliate nel cestino non hanno il nostro gradimento. che ne facciamo.</p>
<p>le bruciamo, no? facciamo un piccolo falò che metta a fuoco tutte le imposture della nostra condizione.</p>
<p>bello. bruciamo le minchiate della vita. forza. aiutami  nell&#8217;incendio all&#8217;impostura.</p>
<p>e allora, cosa vogliamo, adesso è forse chiaro.</p>
<p>certo mannaggia a te. non lo hai capito?</p>
<p>ancora no, gig. se me lo spieghi ti ringrazio come amico.</p>
<p>non c&#8217;è più tempo, gag. adesso occorre andare là nel mezzo delle masse a fare la proposta decisiva.</p>
<p>dai, che aspetti. corri. vai a dire a tutti cosa vogliamo per davvero.</p>
<p>corro sì. guarda quanto sudo. adesso che son qua sul palcoscenico delle decisioni, scusatemi a nome mio di gag e geg io che son gig vi dico cosa vogliamo.</p>
<p>cosa volete. dite, svelti ché si va a votare.</p>
<p>primo. che di tutte le proposte messe ai voti si faccia un piccolo falò.</p>
<p>falò? ma tu sei matto, amico. sono le uniche mosse per  migliorare le nostre cose.</p>
<p>no. ci vuole un piccolo falò. chiedete a gag il mio amico se serve cambiar la ruota in una bicicletta ormai tutta sbrindellata.</p>
<p>non si capisce nulla. cosa vuoi dire. e voi di sotto, non fischiate per favore. lasciatelo parlare.</p>
<p>dico che a tentare di pedalare cambiando ruota quando la bicicletta è totalmente sbrindellata ci rende fessacchiotti, ha ragione la mia amica.</p>
<p>ancora non ci hai detto cosa volete.</p>
<p>vogliamo la luna servita nel piatto, vivere guardandoci da lontano e tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.</p>
<p>questo gig è matto. facciamolo tiessoare.</p>
<p>sicuro, mi faccio pure arrestare, ma prima ascoltate cosa vuole la volontà generale.</p>
<p>sbrigati. non c&#8217;è più tempo. occorre votare.</p>
<p>il tempo lo ritroviamo se lo vogliamo veramente.</p>
<p>se passa, non se ne fa niente.</p>
<p>il tempo torna, sai. m&#8217;ha detto gag che è una freccia veloce di direzione sconosciuta. può andare avanti o indietro a piacimento suo ma preferisce dice star fermo spesso e volentieri.</p>
<p>sarà come tu dici, ma cosa vuoi, si può sapere.</p>
<p>noi vogliamo.</p>
<p>anche noi vogliamo.</p>
<p>sicuro, ma voi volete quel che si vuole per migliorare la condizione che anche se migliora puzza così tanto che non c&#8217;è olfatto che la possa sopportare.</p>
<p>e voi?</p>
<p>noi vogliamo veramente.</p>
<p>cosa. per dio, rispondi o ti butto giù dall&#8217;impalcatura.</p>
<p>giuro che fino ad ora non lo sapevo, ma m&#8217;è venuto in mente una cosa che davvero vogliamo fare io gag e geg, non è vero?</p>
<p>vero, gig, diglielo cosa vogliamo veramente.</p>
<p>vogliamo, ecco, non mi fischiate per favore. vogliamo organizzare un falò grande e uno sciopero totale.</p>
<p>sarebbe?</p>
<p>sarebbe che invece di continuare a consegnare, adesso prendiamo le chiamate, ciascuno di noi va a ritirare sushi, pizza e carbonara e porta tutto sulla darsena di milano.</p>
<p>per cosa fare, prego.</p>
<p>come per cosa fare.</p>
<p>pizza, carbonara e sushi li diamo ai piccioni da piluccare e ai pesci d&#8217;acqua dolce da succhiare. senza la pizza e il resto del mangiar meschino dentro l&#8217;involucro di cartone rimane solo la vergogna di  concepire un atto alimentare così brutale. con tutto  quel cartone facciamo un gran falò che resta sempre acceso come la fiamma olimpica così a bruciare di giorno in giorno ogni ignominia della vita che i matti seguitano a chiamare lavoro salario merce o giù di lì.</p>
<p>se anche si accende il gran falò non migliora la condizione di noi rider fattorini.</p>
<p>geg, diglielo anche tu che non è vero. le cose possono migliorare se sono. ma senza semi il niente rimane tale e quale, non diviene zucca.</p>
<p>e i rider fattorini cosa sono, allora.</p>
<p>non sono semi da diventar zucchina. restano niente a vita condannati alla zucconeria.</p>
<p>ma cosa dici. offendi.</p>
<p>la servitù è come la morte. si può abbellire, ma nella servitù non si rinasce. si diventa mummie già prima di morire.</p>
<p>noi servi non siamo. noi prestiamo un servizio.</p>
<p>gig, ma che lo stai ad ascoltare. è un servo schiavo vestito da generale.</p>
<p>geg. smettila. non insultare. è nostro amico nella storia fatale. forza. vogliamo votare per il gran falò di milano e per lo sciopero totale.</p>
<p>aspetta. il gran falò lo abbiamo capito, ma lo sciopero totale. cos&#8217;è. dillo, prima di votare.</p>
<p>lo sciopero totale? è quello che proponiamo gig, gag e io.</p>
<p>cioè.</p>
<p>cioè cosa.</p>
<p>dicci cos&#8217;è, per dio.</p>
<p>lo dico, ma non t&#8217;arrabbiare.</p>
<p>sbrigati. dobbiamo votare.</p>
<p>ci sono cose che  non vogliamo fare né vivi né morti né in ospedale.</p>
<p>questo va arrestato di sicuro. ce l&#8217;ha con le ditte che ci danno il lavoro. e con chi torna a casa e stanco da morire chiede pizza, sushi e carbonara per non faticare ancora.</p>
<p>no, no ti sbagli totalmente. io gig e geg non ce l&#8217;abbiamo con la volontà dei committenti. loro giusto o sbagliato nobili e miserabili vogliono qualcosa.</p>
<p>con chi ce l&#8217;hai allora, non farci perder tempo.</p>
<p>ce l&#8217;ho con chi vuole ciò che vogliono loro.</p>
<p>ma loro ci dan lavoro.</p>
<p>gig, diglielo che va a caccia grossa ma non prende neanche una zanzara.</p>
<p>cosa vuoi dire tu che urli dal fondo della sala.</p>
<p>dico che siamo noi la chiave della loro volontà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>cantagli la canzone, gig. così convinci tutti.</em></p>
<p><em>quale canzone, gag. </em></p>
<p><em>la canzone di marte di lunedì. ricordi?</em></p>
<p><em>no, cantala tu, ti prego.</em></p>
<p><em>d&#8217;accordo. fatemi il coro.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente non c&#8217;è nemico che ci viene a mente.</em></p>
<p><em>il fuoco sale sul salario della città che sale della città che sale.</em></p>
<p><em>il sale della città nella città che sale non è nel mio salario di fattorino rider.   non è nel mio salario di fattorino rider</em></p>
<p><em>noi lo vogliamo veramente. mai più salario, mai più salario.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente</em></p>
<p><em>il raffreddore ci prende bene e gli intoppi della vita si scalano in fretta anche se la scalata appare infinita.</em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente.</em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente la miseria finisce nel burrone accompagnata da lamenti e questue che sono le sue dame preferite.  accompagnate da lamenti e questue che sono le sue dame preferite</em></p>
<p><em>se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai. e non lo sai. se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>se poi decidi di fare il servo non servirai mai a niente non servirai mai a niente neanche al servo che c&#8217;è pure in te.  non servirai mai a niente neanche al servo che c&#8217;è pure in te.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>la volontà si pesa a chili. sotto il grammo si sniffa al parco come la maria, ma oltre la tonnellata la volontà diventa un muro invalicabile senza di lei. un muro invalicabile senza di lei</em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente la vita la prendiamo con le mani senz&#8217;affidarla al padroncin di turno che rende schiava anche la nostra aria. anche la nostra aria che cantiamo diventa schiava diventa schiava.</em></p>
<p><em>  </em></p>
<p><em>noi che vogliamo veramente non consegniamo pizza sushi e carbonara più per nessun salario. per nessun salario </em></p>
<p><em>bici e motorino noi li vogliamo per andare in città nella montagna al mare ma a fare i fattorini non ci stiamo più ci rifiutiamo ci rifiutiamo </em></p>
<p><em>se lo vogliamo veramente andiamo anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale,  anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>hai visto gag. senti quanti applausi. piace a tutti la nostra ballata.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>basta. la discussione è chiusa. ora si passa ai voti.</p>
<p>gig, la folla si esprime con le mani sollevate. urla, si agita, si divide. c&#8217;è un movimento infernale. a esigua minoranza geg la massa alla fine decide per il gran falò. per lo sciopero totale. la maggioranza gag ci rimane male. piange, si dispera per la delusione. adesso non sa più come umanizzare i mostri umani. ma gig gli dice pronto che i mostri se non hanno occasione di mostrare anche se non sono tanto umani non ha importanza alcuna. non si possono umanizzare.</p>
<p>la decisione è presa, gig. forza con l&#8217;algoritmo. ritiriamo il cibo maledetto. andiamo a pedalare sulla darsena. distribuiamo da mangiare alle bestioline.</p>
<p>geg, guarda che bello. neanche i pesci mangiano il sushi e i piccioni che spettacolo rifiutano carbonara e pizza.</p>
<p>fantastico, gag. adesso in amicizia di pesci piccioni e perché no zanzare  facciamo il gran falò per riscaldare la città.</p>
<p>e poi gig. cosa facciamo piccioni pesci e noi quando il gran falò è al massimo sviluppo.</p>
<p>ciò che vogliamo, non l&#8217;hai capito ancora?</p>
<p>ciò che vogliamo certo, ma che vogliamo ancora.</p>
<p>diglielo tu gag. io mi sono stancato di parlare.</p>
<p>si va in corteo per la città, no. finito il gran falò sulla darsena di milano, si forma il gran corteo che attraversa ogni angolo della città. gridiamo assieme ai pesci e ai piccioni e perché no alle zanzare. esponiamo i nostri manifesti con la scritta. sushi, pizze e carbonare cucinateli da voi pirla. nessuno ve li consegnerà più, chiaro. c&#8217;è sciopero totale contro la mancanza di volontà generale.</p>
<p>e poi, cosa vogliamo ancora.</p>
<p>chiediamolo a zanzare piccioni e pesci.</p>
<p>giusto. anche loro sono nella partita. sentiamo. gag che dicono.</p>
<p>dicono che da domani si fa picchetto generale. scooter e biciclette per le consegne sono vietati. chiunque non segua la vicenda finisce con il carico sequestrato nel gran falò di milano.</p>
<p>gig, nella città che sale il fuoco si alimenta di giorno in giorno. è questo che vogliamo?</p>
<p>vogliamo quel che si fa e poi si vede, geg. diglielo tu, gag.</p>
<p>glielo dico certo. cantiamo tutti in coro. milan l&#8217;è un gran falò. cantiamo in coro così pure zanzare piccioni e pesci si mettono a ballare milan l&#8217;è un gran falò.</p>
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		<item>
		<title>Tu se sai dire dillo 2017. VI edizione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/04/tu-sai-dire-dillo-2017-vi-edizione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Oct 2017 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[angelo petrella]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Montieri]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Niccolai]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[italo testa]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Galimberti]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zublena]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Salvi]]></category>
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					<description><![CDATA[TU SE SAI DIRE DILLO  2017 VI EDIZIONE 5, 6 e 7 ottobre Rassegna a cura di Biagio Cepollaro La VI edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà presso la Libreria Popolare di via Tadino e si articolerà intorno ai temi: &#8220;La poesia di Giuliano Mesa&#8221;; &#8220;Il lavoro delle riviste il Verri e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-70004" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/biagio-cepollaronarrazione-32016-tecnica-mistra-su-telacm-50-x-70-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/biagio-cepollaronarrazione-32016-tecnica-mistra-su-telacm-50-x-70-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/biagio-cepollaronarrazione-32016-tecnica-mistra-su-telacm-50-x-70-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/biagio-cepollaronarrazione-32016-tecnica-mistra-su-telacm-50-x-70.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: left;"><strong>TU SE SAI DIRE DILLO  2017</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>VI EDIZIONE</strong></p>
<p style="text-align: left;">5, 6 e 7 ottobre</p>
<p style="text-align: left;"><em>Rassegna a cura di Biagio Cepollaro</em></p>
<p style="text-align: left;">La VI edizione di <em>Tu se sai dire dillo </em>si svolgerà presso la Libreria Popolare di via Tadino e si articolerà intorno ai temi: &#8220;La poesia di Giuliano Mesa&#8221;; &#8220;Il lavoro delle riviste <em>il Verri</em> e <em>L’ulisse</em>&#8220;; &#8220;La poesia di Giulia Niccolai&#8221;; &#8220;Le collane editoriali &#8216;Autoriale&#8217; e &#8216;Perigeion&#8217; della Dot.com Press&#8221;; &#8220;La questione della drammaturgia poetica e della creazione politica&#8221;; &#8220;La mostra di pittura di Biagio Cepollaro <em>Piccola Fabrica</em> con una nota di Dorino Iemmi&#8221;</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Giovedi  5 ottobre 2017</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;">ore 18.30</p>
<p style="text-align: left;">Inaugurazione della Mostra di pittura di Biagio Cepollaro  <em>Piccola fabrica</em> dedicata a Giuliano Mesa</p>
<p style="text-align: left;">Biagio Cepollaro e <strong>Gianni</strong> <strong>Montieri </strong>leggono <strong>Giuliano Mesa</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Italo Testa</strong> e <strong>Stefano Salvi</strong>:  la rivista <em>Ulisse</em></p>
<p style="text-align: left;">Legge<strong> Giulia Niccolai</strong></p>
<p style="text-align: left;">La rivista <em>il Verri</em></p>
<p style="text-align: left;">Con interventi di <strong>Paolo Zublena</strong> e <strong>Angelo Petrella</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Venerdi  6 ottobre 2017</strong></p>
<p style="text-align: left;">ore 18.30</p>
<p style="text-align: left;">Creazioni politiche</p>
<p style="text-align: left;">A cura di <strong>Pino Tripodi</strong> e <strong>Jacopo Galimberti</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>Chi è l’autore</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Giuseppe Carrara e Giovanni Renzi</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>La Collana Perigeion</em><strong>: Nino Iacovella, Christian Tito, Giusi Drago </strong>in conversazione<strong> con Luigi Metropoli </strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>I racconti </em>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><u> </u></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><u>Sabato</u></strong><strong> 7 ottobre 2017</strong></p>
<p style="text-align: left;">ore 18,30</p>
<p style="text-align: left;">La rivista <em>Levania</em></p>
<p style="text-align: left;">A cura di <strong>Eugenio Lucrezi</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Carmine de Falco,Bruno di Pietro, Emmanuel di Tommaso , Paola Nasti, Marisa Papa Ruggiero</strong><br />
<strong>Antonio Perrone, Enzo Rega e Enza Sivestrini.</strong></p>
<p style="text-align: left;">La collana Autoriale</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Andrea Inglese: </strong>l’autoantologia.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Peli</em> di<strong> Francesco Forlani , </strong>Fefè, 2017 &#8211;</p>
<p style="text-align: left;"><em>Drammaturgia poetica</em></p>
<p style="text-align: left;">a cura di<strong> Laura Di Corcia </strong>e<strong> Vincenzo Frungillo</strong>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La vita del caso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/03/la-vita-del-caso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2016 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Belbo]]></category>
		<category><![CDATA[partigiano]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi ( Do qui un&#8217;anticipazione del romanzo Per sempre partigiano di Pino Tripodi, ed Derive e Approdi, 2016, euro 16,g.m.) la storia inizia per caso. tutto comincia quando decido di fare una vacanza collinosa sul belbo in quel tratto di fiume incastonato tra le province di cuneo asti e alessandria prima che le sue acque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-61283" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Screenshot_2016-03-31-07-02-39-1-300x169.jpeg" alt="Screenshot_2016-03-31-07-02-39 (1)" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Screenshot_2016-03-31-07-02-39-1-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Screenshot_2016-03-31-07-02-39-1-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Screenshot_2016-03-31-07-02-39-1.jpeg 854w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>( <em>Do qui un&#8217;anticipazione del romanzo <strong>Per sempre partigiano</strong> di Pino Tripodi, ed Derive e Approdi, 2016, euro 16,g.m.)</em></p>
<p>la storia inizia per caso. tutto comincia quando decido di fare una vacanza collinosa sul belbo in quel tratto di fiume incastonato tra le province di cuneo asti e alessandria prima che le sue acque ancora giovani si perdano nel tanaro.</p>
<p>il belbo anche lui muore giovane come tutte le vite – suicide o meno &#8211; inghiottite da fiumi più grandi di loro.</p>
<p>la politica e i partigiani contano un fico secco in quella decisione. c&#8217;entrano invece l&#8217;ottimo vino la viranda del mio amico claudio solito e l&#8217;idea di rivedere i luoghi pavesiani.</p>
<p>prenoto un albergo e smacchino pigramente da quelle parti. giunto in hotel ho giusto il tempo di sistemare le cosettuole che mi seguono e di chiedere un caffé in camera.</p>
<p>la vita cambia direzione appena mi metto a sfogliare i racconti di cortazar.</p>
<p>quell&#8217;11 aprile 1998  il primo tocco – solitario subito soffocato &#8211; delle campane a morto mi desta un&#8217;immediata curiosità. il suono   a bicchiere quello riservato per le celebrazioni solenni annuncia la fine di una persona particolare.</p>
<p>smetto subito di leggere. mi alzo di scatto. dispongo istintivamente l&#8217;orecchio sinistro verso la finestra da cui arriva la musica. sette  secondi distante il secondo tocco mi indubbia. poi qualcosa prendo a intuire.</p>
<p>dalla memoria inatteso affiora un ricordo che spenso di aver mai registrato. l&#8217;annuncio dell&#8217;agonia di mio padre con i tre tocchi delle campane a distesa ripetuti più volte tanti anni prima.</p>
<p>dalla musica delle campane s&#8217;intuisce che il morto è del posto. si tratta di un uomo di 77 anni. appartiene a qualche confraternita. ma qualcosa rimane oscuro. perché le campane finito il concerto ricominciano a suonare senza attendere le pause canoniche che precedono il rito funebre? a chi vogliono far sapere che qualcuno qualcuno di certo importante se ne anda? quei suoni sembrano smaniosi di infiltrarsi nei padiglioni auricolari di chi non vuole ascoltarli.</p>
<p>dopo quarantacinque minuti con gli orecchi incollati alle campane decido di verificare  di persona di che morto si deve vivere quel giorno.</p>
<p>abbandono l&#8217;albergo. percorro quel centinaio di metri che mi separa dalle campane. davanti alla chiesa non c&#8217;è nessuno. niente parenti niente catafalco. anche le panche e i confessionali dell&#8217;interno sono vuoti. guardo nella cantoria oltre l&#8217;altare e in sacrestia. nessuno. non rimane che chiedere informazioni al campanile sonante. inizio correndo la scalata ma devo presto accorgermi che le gambe mi diventano lignee. passo passo freno l&#8217;ascesa non contando gli scalini. nell&#8217;ansia di raggiungere la sommità mi sembrano più dei quattrocento del campanile di giotto.</p>
<p>finalmente arrivo alle campane. si ostinano ad annunciare  il transito ben oltre il tempo concesso normalmente ai morti. mi aspetto di incontrare il sacrestano. vedo invece un vegliardissimo sacerdote solennemente vestito con cotta e stola bianca sopra l&#8217;abito talare ricoperto dal velo omerale. gli faccio segno più volte. passano più minuti poi finalmente non so se per le mie insistenze o perché quel sistema di concerti funebri termina le campane si tacciono. chiedo al parroco a che  ora inizia la funzione.</p>
<p>oggi non c&#8217;è alcuna funzione funebre dice con mia enorme sorpresa.</p>
<p>se non oggi quando si svolge in chiesa il funerale della persona di queste campane?</p>
<p>mai.</p>
<p>mai? perché è morto altrove?</p>
<ol>
<li>è morto a cento metri da qui.</li>
</ol>
<p>forse non si trova il corpo?</p>
<p>no.</p>
<p>è  morto suicida?</p>
<p>cosa c&#8217;entra.</p>
<p>c&#8217;entra che mi piacerebbe conoscere la ragione di un concerto funebre senza fine per un funerale che non  ha luogo.</p>
<p>il funerale sta per iniziare non in chiesa.</p>
<p>dove?</p>
<p>direttamente al cimitero.</p>
<p>è perché mai?</p>
<p>perché il morto pensa di non credere.</p>
<p>mi sta dicendo che lei suona le campane così solennemente per un uomo che non è cattolico.</p>
<p>per un uomo che pensa di non esserlo.</p>
<p>perché lo fa.</p>
<p>anche se un uomo è incapace di riconoscere i meriti di dio dio sa riconoscere i meriti dell&#8217;uomo.</p>
<p>ma non si suonano le campane per un miscredente.</p>
<p>dio non suona a comando perché così si usa fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il mio interesse per il morto cresce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dove si trova il cimitero?</p>
<p>a cinquecento metri dalla chiesa.</p>
<p>allora andiamoci.</p>
<p>lo dico a me stesso ma il sacerdote lo accoglie come un incoraggiamento a fare quello che la testa sua fino a quel momento non gli ordina. affronto la discesa  con gli occhi incollati ai piedi. quei gradini che in salita sembrano solo numerosi ora mi appaiono anche dislivellati smussati bucherellati. l&#8217;ideale per capitombolare. giunto in piano mi metto  lesto a camminare. la testa ora può occuparsi del mondo senza limitarsi al pensiero piccino di salvare se stessa. dietro di me a passo molto più vecchio il prelato.</p>
<p>il cimitero arriva coi dodici gradini dell&#8217;ingresso. oltre a sinistra si presenta subito la camera mortuaria. dentro appoggiata sul marmo una bara già sigillata e tre persone due anziane e una giovane a onorare il defunto. arrivano i becchini uno in più dei congiunti del morto. fanno scivolare il feretro su un carrello. seguiti dai tre da me e dal sacerdote lo conducono presso un loculo. lacrimoso il più anziano improvvisa una brevissima orazione leggendo male da un foglio manoscritto non bene. poi la bara si infila nella sua angusta dimora. presto un manovale cementa l&#8217;ingresso del loculo. in attesa del marmo sul cemento ancora fresco uno dei tre il più giovane illacrimabile con un temperino scrive 1921-1998. per sempre partigiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>mi appunto nome anno di nascita e di morte. è lo stesso nome pronunciato spesso in casa. un partigiano leggendario. ma qualcosa non torna. credo faccia parte del pantheon dei vincitori ma a vederlo ridotto così solingo non capisco.</p>
<p>prima che quel mancato corteo funebre si sciolga provo a chiedere come mai un partigiano tanto importante muore in una solitudine così estrema. di solito gli eroi si accompagnano al viaggio ignoto con  bande fanfare gagliardetti e discorsi oceanici.</p>
<p>la storia ha l&#8217;altalena mi risponde il sacerdote.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la solitudine e la vita di quel partigiano da allora mi  diventano un&#8217;ossessione. comincio a chiedermi perché la storia è così capricciosa. perché lascia che alcuni facitori di mondo muoiano tanto soli. perché li usa come schiavetti decidendo alla fine di cancellarli dalla sua vita.</p>
<p>perché gli uomini possono fare a meno della loro storia.</p>
<p>non so dare spiegazioni logiche. amico d&#8217;infanzia dell&#8217;uomo solo il vegliardissimo sacerdote che da quel giorno accompagno alla morte prima di sparire me ne  bisbiglia una.</p>
<p>quel partigiano non possiede il dono della viltà della vita.</p>
<p>da quando la viltà è diventata un dono.</p>
<p>giovanotto forse non ha senso intendere il mio parlare e certo è ancora più vano che io tenti di spiegarlo. non si fermi alla realtà addomesticata delle parole.</p>
<p>mi dia un appiglio.</p>
<p>l&#8217;esistenza è fatta di piccole viltà. senza è impossibile vivere. l&#8217;esistenza che sfida le viltà della vita è insopportabile agli uomini normali. meglio che venga seppellita fino a quando un mito non le restituisce un briciolo di ghignante beffarda verità.</p>
<p>la vita vera evapora. si salva solo il fumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cinque domande sul bookpride</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/03/18/cinque-domande-sul-bookpride/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[bookpride]]></category>
		<category><![CDATA[doc(k)s]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indiipendente]]></category>
		<category><![CDATA[ODEI]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di Giorgio Mascitelli ( Dal 27 al 29 marzo a Milano, ai Frigoriferi Milanesi in via Piranesi 10, si terrà il bookpride, fiera dell’editoria indipendente, promossa dall’osservatorioa degli editori indipendenti ( ODEI). Ho fatto qualche domanda allo scrittore Pino Tripodi di Doc(k)s, tra gli organizzatori, sull’iniziativa) Il 27-28-29 marzo prossimi a Milano, si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/book-pride-manifesto.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-51916" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/book-pride-manifesto-210x300.jpg" alt="poster_def_donna_cornice2" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/book-pride-manifesto-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/book-pride-manifesto-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/book-pride-manifesto-900x1286.jpg 900w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a><strong>a cura di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>( Dal 27 al 29 marzo a Milano, ai Frigoriferi Milanesi in via Piranesi 10, si terrà il bookpride, fiera dell’editoria indipendente, promossa dall’osservatorioa degli editori indipendenti ( ODEI). Ho fatto qualche domanda allo scrittore Pino Tripodi di Doc(k)s, tra gli organizzatori, sull’iniziativa)</p>
<p><strong>Il 27-28-29 marzo prossimi a Milano, si</strong> <strong>terrà il book pride, la prima fiera degli editori indipendenti, promossa dall’osservatorio degli editori indipendenti (ODEI) e organizzata da doc(k)s – strategie di indipendenza culturale. Si tratterà soltanto di una fiera, in cui sarà possibile trovare libri della produzione indipendente magari non sempre facilmente reperibili con l’accompagnamento di alcuni eventi culturali, oppure c’è un progetto più ampio?</strong></p>
<p>Spero non rimanga solo una fiera. Si tratta di segnare una svolta importante nel processo di indipendenza culturale, di uno strumento – tanti altri ne dovremo inventare – per sopravvivere in un mercato, quello editoriale, che è oligopolistico nella produzione e semimonopolistico nella distribuzione. Senza culture, organizzazioni e strumenti dell&#8217;indipendenza culturale non sono a rischio solo tante case editrici; il rischio concreto è la distruzione della bibliodiversità. Il paesaggio urbano – con la distruzione metodica delle librerie indipendenti – già registra una forte riduzione della bibliodiversità. I media registrano una omologazione culturale senza precedenti. Ma anziché sollevare solite lagnette contro la barbarie, contro il libro spazzatura – riflesso della massificazione del junk food – è forse il momento di intraprendere pratiche di cooperazione con cui salvaguardare l&#8217;autonomia di ciascuno sviluppando l&#8217;indipendenza di tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come mai è stata fatta la scelta di non mettere un biglietto d’ingresso per la fiera?</strong></p>
<p>In un mercato che si contrae anche per i morsi della crisi, far pagare un biglietto ci sembra eccessivo. Che un lettore debba pagare per poter comprare – è ciò che avviene in qualsiasi fiera &#8211; è inoltre un segno della protervia dell&#8217;organizzazione culturale ed economica dominante.  Bookpride non deve lucrare sui lettori, anzi li vuole aiutare ad emanciparsi dalla monocultura imperante, a diventare cooproduttori della comune indipendenza. Per fare ciò, per rendere possibile la più ampia partecipazione, abbiamo scelto di non far pagare il biglietto. BOOKPRIDE si finanzia con il pagamento degli stand degli editori. È uno sforzo economico che speriamo di sostenere. Non vi dovessimo riuscire, credo che nelle  edizioni dei prossimi anni dovremo studiare modalità di pagamento originali.</p>
<p><strong>Negli ultimi decenni si è affermata una tendenza a considerare e a rivendicare, nel mondo dell’editoria, il fatto che il libro sia una merce come le altre, salvo per alcuni aspetti fiscali. Come si colloca il Book pride, rispetto a una tendenza del genere?</strong></p>
<p>Ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla peculiarità della merce. Discorso su cui la cooperativa doc(k)s fa molta attenzione. Tanto che per indicare il criterio che ci ha indotto a  organizzare l&#8217;enoteca indipendente all&#8217;interno del bookpride abbiamo scritto “L&#8217;oggetto vero della produzione non è la merce, ma è la vita”. Il libro, in quanto oggetto di scambio e di compravendita, è una merce. Come ogni altro prodotto, nella misura e nella modalità in cui viene scambiato, è indice di devalorizzazione cioè di riduzione della vita a merce. Ma la coda può e deve essere presa dall&#8217;altro versante cioè dal fatto che ogni merce – nel processo di progettazione, produzione, distribuzione – costruisce delle modalità d&#8217;esistenza. In ogni merce è possibile vedere con chiarezza le forme di vita che sono messe in gioco. Ogni merce è lo specchio fedele delle relazioni sociali e produttive. Chi intende trasformare queste ultime non può fare a meno di ripensare tutto il ciclo della merce trasformando se stesso come soggetto di relazione.</p>
<p>Il libro in questo discorso assume un&#8217;importanza particolare perché, come ogni altra merce, ha la sua peculiarità. L&#8217;assurdo del mercato dominante è pensare ogni merce semplicemente come merce-denaro. Il mondo dell&#8217;editoria dominante è pieno di gente che pensa: non dobbiamo vendere libri, ma spazi; non dobbiamo produrre libri, ma prodotti; non dobbiamo produrre cultura, ma confezionare cose facilmente leggibili e vendibili. È pieno persino di professionisti del libro – manager, direttori di collane, editori &#8211; che vanno fieri di non leggere neanche ciò che pubblicano. Così fanno male alla cultura del libro, certo, ma anche alla sua economia. In questo disastro, occorre rivendicare la peculiarità del libro, una merce in grado di riflettere immediatamente il grado di cultura, di civiltà, di complessità dell&#8217;organizzazione sociale.</p>
<p><strong>Alcuni degli organizzatori, tra i quali tu, vengono dall’esperienza di Critical wine di una decina d’anni fa sempre a Milano. C’è un filo politico e culturale che unisce queste due iniziative?</strong></p>
<p>Certamente. Partecipando a quell&#8217;esperienza, a quella successiva di Criticalbook&amp;wine e a DeriveApprodi ho avuto modo di conoscere alcune filiere produttive importanti. In esse, nonostante le profonde differenze, accanto ai processi di concentrazione, di omologazione, di svalorizzazione dei prodotti sono nati formidabili esperienze di resistenza grazie alle quali si producono le vere eccellenze della cultura materiale e della cultura libraria di questo Paese. Queste esperienze anziché concentrarsi vanno diffuse, anziché entrare in concorrenza devono riuscire a cooperare. Hanno fatto di tutto per rimanere autonome, è arrivato il momento di divenire indipendenti.</p>
<p><strong>Gli editori hanno lamentato in questi anni una flessione di vendite molto marcata, che non puo’ essere spiegata solo con la diffusione del libro elettronico, né tanto meno con la crisi generale, visto che il mercato librario aveva un andamento tendenzialmente anticiclico. Pensi che in un contesto del genere ci sia spazio per un circuito dell’editoria indipendente?</strong></p>
<p>Sì, a condizione che gli editori indipendenti costruiscano spazi di produzione, di promozione e di distribuzione alternative a quelle dominanti. Per la filiera del libro dovrà chiarirsi quello che è già lampante nella filiera del food &amp; wine: chi desidera cibarsi di spazzatura, vada pure nel supermercato del libro, chi invece vuole che produzione del libro e produzione di cultura siano più assorellati si rivolga agli editori indipendenti. Ciò vale anche per gli autori, i quali saranno chiamati a scegliere. Senza sviluppo delle reti d&#8217;indipendenza, l&#8217;eccellenza dell&#8217;editoria italiana continuerà a lavorare gratis per i gruppi oligopolistici, come già fa.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Considerazioni circa una poetica della relazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2014 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Édouard Glissant]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo mari]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Note per una critica futura]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[Tu se sai dire dillo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Frungillo [L’intervento di Vincenzo Frungillo sviluppa la discussione nata intorno alla critica nell’ ambito della rassegna Tu se sia dire dillo 2014. B.C.] La critica è fatta di singole sensibilità letterarie che riescono ad ampliare la visione dei lettori. La capacità percettiva, la sensibilità, non è faccenda secondaria. A questa, va da sé, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Biagio-Cepollaro-DueSerpenti-1-2008.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49811" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Biagio-Cepollaro-DueSerpenti-1-2008-202x300.jpg" alt="Biagio Cepollaro, DueSerpenti-1-2008" width="202" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Biagio-Cepollaro-DueSerpenti-1-2008-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Biagio-Cepollaro-DueSerpenti-1-2008.jpg 494w" sizes="(max-width: 202px) 100vw, 202px" /></a></p>
<p>di <strong>Vincenzo Frungillo</strong></p>
<p>[L’intervento di Vincenzo Frungillo sviluppa la discussione nata intorno alla critica nell’ ambito della rassegna <em>Tu se sia dire dillo</em> 2014. B.C.]</p>
<p>La critica è fatta di singole sensibilità letterarie che riescono ad ampliare la visione dei lettori. La capacità percettiva, la sensibilità, non è faccenda secondaria. A questa, va da sé, deve essere affiancata una conoscenza approfondita della produzione poetica o letteraria tout court, bisogna essere in possesso degli &#8220;strumenti umani&#8221;, per dirla con il titolo di un libro di Sereni. Preferisco parlare di critici, quindi, piuttosto che di critica, termine fin troppo astratto. Bisogna puntare in ogni caso sulla centralità del testo, e sulla domande che da esso nascono. Discutiamo quindi di una critica che cerchi di essere un luogo dell&#8217;interrogazione radicale. Per questo motivo la relazionalità tra testo e autore è di per sé problematica. Mettersi in relazione significa mettersi in ascolto. Interpretare un testo significa tradurre la cadenza temporale dell&#8217;autore in spazio condiviso. Ogni segno contiene la matrice di un intenzione più ampia. L&#8217;interprete deve a sua volta operare uno spostamento delle proprie strategie mentali, deve esporsi. Accettare il rischio. Questa prospettiva è stata ben sintetizzata da Glissant nel suo <em>Poetica</em> <em>della</em> <em>relazione</em>: «&#8221;L&#8217;Essere è relazione&#8221;: ma la relazione è al riparo dall&#8217;idea dell&#8217;essere. La Relazione è conoscenza in movimento dell&#8217;esistente, che rischia l&#8217;essere del mondo». Se si accetta questo presupposto, l&#8217;io non può più dirsi costituito di per sé. Non esiste un mondo, un sistema di codici, già dato. Impossibile quindi un lirismo ingenuo, privo della domanda sullo stesso mondo che lo accoglie. Non parliamo di realismo, che a sua volta prescinde da un&#8217;interrogazione della relazione tra soggetto e mondo, interpreta la mimesis come auto giustificazione del dato e del vissuto. Si allude piuttosto ad una messa in discussione del rapporto tra poeta e mondo. Tale relazione è nei poeti più avveduti il centro stesso del fare poetico. Questa relazione risulta essere estremamente incerta. Come si relazionano l&#8217;io e il mondo? In questa interrogazione c&#8217;è il senso stesso del fare poesia, il senso stesso dell&#8217;ermeneutica del testo.</p>
<p>Una risposta programmatica al problema viene dalla poesia oggettiva, in quanto quest&#8217;ultima metaforizza una fase dell&#8217;evoluzione degli individui occidentale, di individui che vivono una periferia oramai priva di centro. Anche trovandoci nel campo privilegiato di autori pienamente consapevoli dei propri mezzi espressivi, tuttavia, il paradigma sembra esso stesso consolatorio. La scrittura poetica o prosa poetica, non risolve il problema dell&#8217;io, lo sposta semplicemente sul polo opposto della rappresentazione del mondo. L&#8217;io è messo tra parentesi, sospeso, e le cose vengono mostrate senza che su queste venga espresso un giudizio apparente. L&#8217;azzeramento del dato simbolico lega il lettore ai significanti ponendolo di fronte ad una strettoia. Su carta sono riportati codici privi di senso, ossia privi di connotazioni emotive proprie. Il risultato è la sintomatologia di una depressione: l&#8217;incapacità del Sé di distinguersi dal mondo. Qui il rischio è manifestato nella sua massima evidenza: la sfera naturale fagocita quella simbolica e parla per sua bocca. Il risultato, nella sostanza, non cambia. Questa produzione letteraria ripropone i toni di una questione affrontata da Italo Calvino e Perlini ai tempi delle neoavanguardie. Calvino parlava del &#8220;mare dell&#8217;oggettività&#8221; per indicare quella scrittura che annullava, azzerava, il discrimine del soggetto. Il problema della relazionalità resta. Il merito della depressione letteraria, del grado zero della percezione, sta nel mettere in evidenza il rischio. Aldilà della strettoia di senso, ciò che conta però è una poesia che metta su carta la dinamica, la meccanica che alimenta il senso. Solo così evidenziare la possibilità dell&#8217;annichilimento di senso. La relazione interpretativa aiuta la messa in potenza di un mondo, offre spazio. Più che assecondare l&#8217;alienazione del soggetto nella presa di parola degli oggetti, ossia del mondo privo di senso, del mondo ridotto a feticcio, estrema conseguenza della profezia marxista sulla merce e debordiana sullo spettacolo, bisogna invece recuperare la faglia. Bisogna puntare lo sguardo sulla forbice natura-cultura. (La problematica della relazione io-mondo, può essere tradotta in relazione profonda tra stadio naturale e stadio simbolico/culturale). In questo modo la poesia, la scrittura in versi, la scrittura metrica, è una modalità di comprensione delle dinamiche complesse, un&#8217;ermeneutica della forma. La letteratura ha perso di certo la sua centralità nella casistica delle esperienze, ma proprio per questo motivo può essere uno dei paradigmi tra i più radicali. La poesia deve porsi come strumento di interrogazione radicale.</p>
<p>Recuperare la faglia significa quindi riconoscere la relazione tra cultura e natura. Tale relazione è il problema. Dopo l&#8217;ipertrofia dei significanti bisogna recuperare lo spazio della domanda. La scrittura ha il compito di liberare il senso in relazioni impreviste. Nessun esistenzialismo, che poi è una forma debole di coscienza dei fatti, piuttosto un utilizzo consapevole degli strumenti poetici oltre la resa meramente letteraria del proprio lavoro. Scrive Glissant: «Abbiamo detto che la Relazione non istituisce soltanto il ritrasmesso, ma anche il relativo, e ancora il relato. La sua verità, progressivamente accostata, si dà in una narrazione. Poiché, se il mondo non è un libro, è pur vero che il silenzio del mondo ci condurrebbe a nostra volta alla sordità. La Relazione, che agita l&#8217;umanità, ha bisogno della parola per editarsi, per perpetuarsi. Ma, giacché il suo racconto non procede da un assoluto, essa si rivela come la totalità dei relativi messi in rapporto e detti. [&#8230;] In queste condizioni, il pensiero poetico è all&#8217;erta: sotto il fantasma della denominazione ha cercato il mondo realmente vivibile. Si è proiettato verso. Quasi ricominciasse il tragitto del vecchio nomadismo a freccia. Anche i movimenti di questa poetica sono reperibili nello spazio come altrettante traiettorie, in cui l&#8217;oggetto stesso della portata poetica sarà quello di condurli a compimento per poi abolirli. [&#8230;] Giunge allora il tempo in cui la Relazione non si profetizza più attraverso una serie di traiettorie, di itinerari che si succedono o si contrastano, ma, da se stessa e in se stessa, esplode come una trama inscritta nella totalità sufficiente del mondo.» Da questo punto di vista la scrittura ha una funzione liberatoria. Libera in una relazione imprevista, ma allo stesso tempo concede lo spazio del riconoscimento, offre dei margini. Il movimento è opposto a quello di una cultura che asseconda la propria espansione, credendo in una illimitata potenzialità dei mezzi. Qui la natura è il limite necessario. La natura è aldilà di qualsiasi codificazione prestabilita. Liberare la potenzialità stessa della traiettoria di senso. Nella produzione metrica c&#8217;è il <em>relato, </em>il debito che abbiamo con la nostra sfera naturale. Ricordiamo quanto scriveva Wittgenstein: «Ogni segno, <em>da solo</em>, sembra morto. Che cosa gli dà vita? Nell’uso esso <em>vive. </em>Ha in sé l’alito vitale? O l’uso è il suo respiro? […] ”C’è già tutto in …” Com’è che la freccia &#8220;<em>indica</em>? Non sembra che, oltre se stessa, porti in sé qualcosa? –“No, non il morto segno; solo lo psichico, il significato, può farlo”. –Questo è vero e falso. La freccia indica solo nell’applicazione che l’essere vivente ne fa. […] Vogliamo dire “quando comprendiamo non c’è nessuna immagine morta di nessun tipo, ma è come se ci dirigessimo verso qualcuno”. Ci dirigiamo verso la cosa intesa. […] Sì, intendere è come dirigersi verso qualcuno». Ora questa possibilità di comprensione è impossibile in una chiusura egotica, è altresì compromessa dalla matrice computazionale del desiderio collettivo. Più ci si crede unici, isolati solipsisticamente, più si assecondano i desideri indotti dalla naturalizzazione del simbolico, ossia dalla rimozione effettiva della natura: è possibile eseguire delle mappature linguistiche dei desideri collettivi proprio su queste basi. (Si pensi alla <em>La carta e il territorio</em> di Michel Houellebecq).</p>
<p>Liberare la scrittura significa, provare la <em>Relazione</em>. E&#8217; un discorso etico, anche se derivato, privo di costrizioni morali. La poesia e la critica hanno il compito di rielaborare dei codici, di ritrasmetterli e vivificarli nella traduzione. Un testo che sappia essere una pagina mondo, è un testo che non si esaurisce nel suo portato di senso. Il senso è messo continuamente in potenza. Se il nostro è un salto di paradigma, oltre l&#8217;umano e ancora oltre il post umano, bisogna pensare una scrittura ecologica e non più egotica. Il discorso di Glissant non fa che riportare su piano planetario una dinamica interna del Sé. Il mondo, ridotto a territorio rizomatico, è un testo. Qui comprendiamo le nostre possibilità e i nostri limiti, giochiamo la partita della presenza a noi stessi e agli altri. Questo che un tempo sarebbe potuto suonare eccessivo, oggi è vero in quanto lo spazio ha mostrato i suoi limiti. Il critico ha il compito di riconoscere i segnali e soffermarsi sulla parte viva e vivificante del testo-mondo. Operare in opposizione al processo di sottrazione; più che decostruire, allargare la faglia.</p>
<p>(Le citazioni qui comprese sono tratte da Édouard Glissant, <em>Poetica della relazione. Poetica III</em>, Quodlibet, 2007; e da Ludwig Wittgenstein, <em>Ricerche filosofiche, </em>Torino, Einaudi, 1995)</p>
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