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	<title>Pio IX &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Piccola storia di Dio</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 06:00:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;era una volta il cielo, con i suoi pianeti e il suo calendario prima lunare e poi solare. Insomma, la dea bianca sacerdotessa e poi l&#8217;eroe. O anche tutti e due, madre e pàredro, madre e pargolo, in varie forme. Servivano per varie cose: dal controllo delle nascite presso i cacciatori raccoglitori, alla misura dei cicli stagionali nel neolitico tardo e nell&#8217;età dei metalli, giù giù fino al tardo rinascimento. Più del sole e della luna, vicini all&#8217;uomo e alla terra e perciò umanizzabili o semidivini o dèi variamente incarnati sacrificati morenti e risorgenti, contavano i pianeti. I loro cicli e le loro orbite regolari li fecero apparire come dèi. Poi c&#8217;era anche tutto un corteggio di costellazioni di riferimento, da puntare con orologi di pietra sempre più imponenti e complessi: menhir, cromlech, piramidi, templi, tombe, cattedrali. Il tutto si inseriva in un sistema di atti psicomagici vòlti a costruire una tecnica del tempo e del controllo del tempo, in collegamento con la produzione e l&#8217;orientamento sul territorio (vie di canti, per mare e per terra, racconti degli aborigeni e odissee), o semplicemente con i tempi di attuazione delle tecniche elementari. Una rete di senso fatta di poesia, architettura, tecnologia, memoria, mappe del cielo e della terra, imperi universali (imperi di mezzo come la Cina) strutturati a volte su quattro direttrici e su quattro regioni (come l&#8217;impero tahuantisuyu degli Inca: &#8220;il regno delle quattro regioni prese insieme&#8221;, il dominio cosmico). La ierofania uranica declinata nelle sue varie forme, tende infine alla <em>reductio ad unum</em>. Gli dei sono ridotti ad angeli, il Dio degli dei (Elohim, Aton, Vishvadeva) ne assorbe le prerogative, in tutto o in parte. Anche quando il dio è plurale (Brahma Shiva Vishnu; Zeus Poseidon Hades, Tien, Tengri etc. etc.), le cose non sono mai così disseminate come sembra. Ovunque si impone, con diversi dialetti culturali locali, una forma di panteismo/pancosmismo, in cui si oppongono semplicemente il cielo &#8220;chiaro&#8221; (El) e la terra. Poi vengono le evoluzioni storiche: maestri ora mitologici ora reali, ma trasfigurati nel mito, da Mosè l&#8217;ariete a Cristo il pesce. Il dio è sempre lo stesso, le funzioni del suo mito cambiano nel tempo, ma i sacerdoti (non il dio), sono gelosi e non ammettono le vecchie versioni. Si mettono in politica, pretendono che il passato muoia d&#8217;autorità e se no gli si dà una mano ammazzando i fedeli del vecchio sistema di segni. L&#8217;universo/dio continua imperterrito a procedere sulle sciagure umane, sciagure umane rigorosamente autoprodotte dagli interessati. &#8220;Nate da noi le sciagure proclamano, mentre da soli,/ contro il destino, per loro follie, si procurano affanni&#8221;. L&#8217;universo/dio, ma potremmo ben parlare di natura/dea. La trinità alla fin dei conti (o meglio, all&#8217;inizio dei computi) è un&#8217;invenzione lunare. Forse è il caso di riflettere meglio sugli archetipi. Dopo aver fatto sparire dalla faccia della terra quelli troppo ignoranti per fermarsi a pensare un attimo, prima di premere il grilletto o lanciare scomuniche.</p>
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		<title>DELLA SERIE: RECIDIVI</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 06:47:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di PIER LUIGI FERRO Un articolo di Vania Lucia Gaito apparso su «Micromega» dell’aprile scorso si apriva constatando come l’Italia sia stata apparentemente solo sfiorata dal fenomeno dell’abuso su minorenni in ambito clericale che così grande spazio ha ricevuto sui mass-media internazionali. È generalmente riconosciuto che lo scandalo all’interno della Chiesa tragga origine nel 1983 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di PIER LUIGI FERRO</p>
<p>Un articolo di Vania Lucia Gaito apparso su «Micromega» dell’aprile scorso si apriva constatando come l’Italia sia stata apparentemente solo sfiorata dal fenomeno dell’abuso su minorenni in ambito clericale che così grande spazio ha ricevuto sui mass-media internazionali.<br />
È generalmente riconosciuto che lo scandalo all’interno della Chiesa tragga origine nel 1983 dalla vicenda di Gilbert Gauthe; ma solo dal 1987 la gerarchia cattolica statunitense cominciò ad affrontare il problema in maniera più diretta. Alcuni vescovi riconobbero la gravità della situazione, altri preferirono mantenersi sulla difensiva, cercando in tutti i modi di arginare la portata e  gravità della stessa, deflagrata sui mass media americani solo nel 2002, quando vennero alla luce gli abusi seriali su circa 130 minori commessi dal prete John Geoghan, che di lì a un anno verrà strangolato in carcere da un suo compagno di cella. Tali misfatti furono occultati coi noti metodi, ossia mantenendo la massima riservatezza e limitandosi a trasferire da una parrocchia all’altra il reo, quasi sempre inserito nelle strutture ecclesiali che si occupano dell’educazione dei minori. Il «problema americano» della Chiesa, rivelatosi non circoscrivibile in quel solo ambito, con i suoi pesantissimi risvolti economici, da allora venne preso in carico dai massimi vertici, fino alle recenti prese di posizione da parte di Papa Ratzinger. Tuttavia quando, come notava la Gaito, nel 2007 cominciarono ad arrivare anche da noi le notizie dell’entità dei risarcimenti che le diocesi americane erano state costrette a esborsare, si fece di tutto per ridimensionare agli occhi dell’opinione pubblica italiana la drammatica gravità del caso.<span id="more-37790"></span><br />
Prima della svolta voluta da Ratzinger, che comunque ha fatto sentire i suoi effetti, per quanto è dato vedere, soprattutto fuori dai patri confini, se la vittima di abusi o i suoi familiari mostravano di non accontentarsi degli esiti del loro appello all’autorità religiosa, se si ostinavano a propalare i fatti in cui erano coinvolti come vittime, non era infrequente l’accusa nei loro confronti di voler infangare la Chiesa. Quando poi il prete non ammettesse la propria colpa al vescovo o ai suoi superiori e la notizia dei fatti fosse ormai giunta davanti alla magistratura, si poteva arrivare ad aggredire la credibilità psichica e morale dei denuncianti attivando la comunità locale, pronta a difendere il proprio sacerdote, spesso una persona non priva di carisma e autorità, con manifestazioni pubbliche, gruppi di preghiera o, come recentemente avvenuto ad Alassio, usando i social network. Tutto questo, magari, mentre le indagini sul crimine erano in pieno svolgimento, e in alcuni casi con accompagnamento di alti lai per denunciare pubblicamente atteggiamenti persecutori da parte della magistratura, argomento che nel nostro Paese, com’è noto, ha ottenuto da tempo vaste consonanze e modulazioni politiche, oppure, in alternativa, spiegando il fenomeno quale frutto di congiure (perlopiù definite massoniche) contro la Chiesa e il Papa.<br />
Che in Italia si respiri un’aria tutta particolare lo dimostra, se non altro, il fatto che il tema cospiratorio, rifiutato dal Vaticano stesso, possa ancor oggi essere tranquillamente evocato da politici come il ministro Calderoli – passato, nel corso di questi anni, dalla celebrazione delle nozze in rito celtico, officiate dal druido meneghino, alle fila degli zuavi pontifici – in un’intervista rilasciata a SkyTG24 l’aprile scorso, un mese che ha visto le dimissioni di sette vescovi cattolici accusati di aver praticato la pedofilia o di aver coperto le responsabilità in tal senso dei propri preti. In quegli stessi giorni il sito cattolico Pontifex attribuiva al vescovo (emerito) di Grosseto Babini una dichiarazione dove addirittura, rispolverando i fasti dell’oratoria nazifascista, si denunciava una cospirazione sionista contro il Papa. Mesi dopo, in occasione della perquisizione della polizia belga nella cattedrale e nell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, un altro esponente, di analoga levatura, della compagine governativa, Maurizio Gasparri, parlava più generalmente di assalto internazionale contro la Chiesa, invitando tutti i cattolici alla riscossa.<br />
Negli Stati Uniti, in Irlanda, nelle altre nazioni coinvolte nessun esponente governativo ha preso le difese della Chiesa agitando il fantasma di oscure minacce alla cristianità, ma il Presidente del Consiglio italiano, un mese dopo le manganellate del caso Boffo,  in occasione della lettera pastorale ai cattolici irlandesi, si è premurato di inviare una lettera al pontefice in cui ha definito eufemisticamente il fenomeno degli abusi e della loro copertura «situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana».  Parole che di lì a poco ci hanno consegnato l’ immagine televisiva di un Berlusconi divorziato e divorziante, per le note ragioni, ricevere la comunione ai funerali di Vianello, nonostante la Chiesa cattolica in molti suoi atti e documenti ufficiali abbia espressamente negato l’accesso a tale sacramento a chi avesse sciolto il sacro vincolo. La stessa Chiesa che si era mostrata assai meno tollerante nei confronti di Piergiorgio Welby, sostenitore del diritto a una morte dignitosa, cui non vennero concessi i funerali religiosi quattro anni fa.<br />
Passando dal piano della mera politica a quello delle teste pensanti, in alcuni scritti recenti Massimo Introvigne, intellettuale di spicco di «Alleanza Cattolica», un tempo membro dell’UDC di Casini, oggi vicino a Berlusconi e attivo sostenitore di Roberto Cota nelle recenti e discusse elezioni amministrative piemontesi, con argomentazioni più articolate, occorre ammetterlo, di quelle di Calderoli e Gasparri – attinte però a piene mani dagli scritti di Philip Jenkins, un oscuro storico assunto al rango di improbable star dei cattolici reazionari a partire dal 1996, come notava «The New York Review of Books» – ha ricondotto le eco mediatiche sulla pedofilia nel clero cattolico alle forme di un «panico morale», ossia di una «ipercostruzione sociale» che, partendo da una dilatazione sistematica di dati reali, riferite a fenomeni sociali endemici e noti da tempo, di non significative proporzioni,  ha dato luogo a narrative mediatiche e politiche finalizzate a far percepire un tragica incidenza attuale del fenomeno, nei fatti inesistente. Su queste basi, a dar conto della spregiudicatezza con cui s’è attaccata la Chiesa,  lo studioso argomenta che la maggior parte degli abusi era compiuta nei confronti di minorenni che avevano passato la fase prepuberale, come dire ragazzi e ragazze che avevano superato ormai i 13-14 anni per sfiorare magari l’età della bella Noemi al tempo dei suoi fasti, e che dunque tecnicamente non di pedofilia perlopiù si trattava. Aggiunge che il numero dei preti pedofili tra i pastori protestanti in Australia è, con qualche sensibile approssimazione, da due a dieci volte quello del clero cattolico, e non manca di notare che il numero di «professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili» americane condannati per abusi sessuali su minori, nel medesimo periodo, era quasi sessanta volte quello dei preti cattolici. Tutto questo per chiudere  all’ombra nerissima e autorevole del conte Emiliano Avogadro della Motta – stagionato campione del cattolicesimo codino, sostenitore del dogma dell’Immacolata Concezione, e qui ci collochiamo davvero su risvolti antifrastici delle poco devote pratiche di cui si discorre,  e fautore del Sillabo di Pio IX – che «profetizzò» in pieno Ottocento come agli effetti perniciosi del laicismo avrebbe fatto seguito un’autentica e nefasta demonolatria volta a distruggere la famiglia e la «vera nozione del matrimonio», che è, ovviamente, solo quella cattolica. La posizione della Chiesa sul tema della famiglia, dell’eutanasia, della pillola RU486, delle unioni omosessuali sarebbe quindi all’origine dello scandalo orchestrato «da lobby più o meno massoniche» – rieccole – che «manifestano il sinistro potere della tecnocrazia». Va da sé che il tema massonico e tecnocratico appaia al dottor Introvigne  di minor momento quando si riferisca invece a Silvio Berlusconi, promotore della Fondazione Res Publica del cui comitato scientifico, presieduto di Giulio Tremonti, egli è membro. Egli pure non ci rivela se i gym teachers, che hanno tra l’altro il difetto di non arrogarsi uno status simile a quello dei sacerdoti cattolici – non amministrano sacramenti, non svolgono alcuna funzione di mediazione tra il piano umano e quello divino – e che possiamo pure considerare, a questo punto, un’autentica bomba sociale fino a oggi ingiustamente trascurata, siano riusciti a mantenere nell’ombra le loro nefandezze grazie all’influenza delle organizzazioni di categoria che li rappresentano, capaci  di intralciare il percorso della giustizia e di agire per nascondere la responsabilità dei propri iscritti.  Dal momento che può parere irriverente l’accostamento, anche se scaturito da cerebro cattolico, ci chiediamo: si sono comportate in maniera analoga le diverse Chiese protestanti che hanno la sfortuna di non godere del potere e dei privilegi che ha la Chiesa romana, soprattutto  nei paesi concordatari?<br />
Su una cosa il dottor Introvigne ha tuttavia ragione: il problema  non è nuovo, e nuovo non è nemmeno lo scandalo che il comportamento del clero cattolico in quest’ambito ha suscitato, anche in epoca precedente ai nefasti anni del Concilio Vaticano II e della rivoluzione sessuale che,  questa è l’ ardita tesi di alcuni, penetrata nelle linde e austere celle dei seminari, sarebbe all’origine della degenerazione morale di parte del clero formatosi in quegli anni; a differenza di oggi ha anzi già investito con forza la nostra penisola in un’epoca in cui stava prendendo forma la società di massa. Ma preferiamo partire da questa semplice constatazione non per sminuire la portata attuale del fenomeno e dei suoi risvolti, quanto piuttosto per chiederci come mai in Italia esso sia stato poi sostanzialmente coperto e ricavare qualche spunto sul perché esponenti politici italiani di rilievo, intellettuali e giornalisti di destra si diano tanto da fare per sedare preventivamente l’indignazione su questo tema. Delle risposte si possono trovare ripercorrendo le vicende legate allo scandalo Besson, di cui mi sono occupato in un recente saggio pubblicato dalla Utet,  e riportandoci nell’età giolittiana, in cui si creano le premesse per il passaggio da una concezione laica dello Stato, quale quella uscita dal Risorgimento, all’Italia concordataria.<br />
Siamo nel 1907, in un momento in cui ha preso corpo anche in Italia, ancora solo a livello amministrativo e sull’esempio dei bloc des gauches francesi, un’esperienza politica, sostenuta dal Grande Oriente di Ettore Ferrari, che vede unite le forze dell’ Estrema a frange progressiste liberali e alla parte più moderata dei socialisti e che  ha nel suo programma il progetto di creare e finanziare una scuola pubblica e laica, da tempo istituita ma ancora claudicante e osteggiata dai cattolici. Vengono prepotentemente alla ribalta diversi casi di nefandezze compiuti all’interno di istituti religiosi e le pagine dei quotidiani si riempiono di particolari scabrosi su Don Riva, Suor Fumagalli e l’Asilo della Consolata nonché sul famigerato diario Besson, ove si narra in maniera assai fantasiosa di messe nere e di «turpitudini» commesse nel collegio salesiano di Varazze. Le pagine allucinanti dello scritto di Alessandro Besson hanno però il merito di far partire un’indagine che mette in luce come effettivamente in quella scuola fossero stati compiuti ripetuti abusi, nascosti con metodi del tutto simili a quelli attuali. Un prete verrà condannato in contumacia a trent’anni di reclusione, che non sconterà mai, perché la sua fuga fu favorita e coperta; altri tre membri del personale della scuola riusciranno a sfuggire al processo grazie alle maglie larghe, in tema di abusi su minori, del codice Zanardelli.  Il clima politico favoriva una maggiore attenzione e sensibilità critica sul tema dell’attività delle congregazioni religiose che esercitavano ancora quasi il monopolio su settori quali l’assistenza agli orfani e l’istruzione, per cui, accanto a questi due fatti principali, dilagò sui giornali il racconto di una miriade di episodi consimili e la nazione sembrò preda di una «epidemia nera», come venne chiamata allora, che provocò una grande agitazione collettiva e disordini di piazza. Un morto, chiese bruciate: di tutto ciò si occuparono anche i maggiori quotidiani stranieri, come il «New York Times».<br />
La classe dirigente liberale formatasi in età risorgimentale, i cui membri erano in non trascurabile parte affiliati alla massoneria, nutriva sentimenti di diffidenza, quando non di ostilità, ampiamente ricambiati, nei confronti del Vaticano.  Si presentava tuttavia ad essa, sempre più pressante, il problema del confronto con il socialismo in ascesa e col mondo cattolico, ancora trattenuto dal non expedit  in parte consistente nell’area dell’astensionismo, nella prospettiva anche di un allargamento del suffragio maschile: un tema, quest’ultimo, strettamente collegato al problema dell’alfabetizzazione e all’istruzione di massa nella nascente società industriale.<br />
Lo scandalo Besson venne lanciato da un giornale giolittiano dopo che il testo del diario  era giunto, grazie anche ai buoni uffici della massoneria, direttamente nei palazzi governativi, da cui partì l’ordine di avviare un’inchiesta, di cui si fece carico il sottoprefetto competente e che ebbe tra le sue conseguenze la chiusura della scuola. In pochi giorni si assistette però a uno straordinario giro di walzer. Il quotidiano che aveva lanciato lo scandalo si spostò su una posizione difensivista, il sottoprefetto subì una violenta aggressione mediatica e venne trasferito d’ufficio in Maremma, mentre l’indagine era ancora in corso, accontentando i clericali che avevano chiesto da subito la sua testa, insieme a quella dei funzionari coinvolti nelle indagini. I giornali moderati nazionali trattarono le notizie sul caso in maniera chiaramente vicina agli interessi salesiani, limitandosi a parlare delle «messe nere» e delle altre stranezze del diario e passando in sordina i dettagli sui veri abusi compiuti nella scuola. I fogli dell’opposizione rimasero gli unici a denunciare lo scandalo, mentre il deputato locale, un giolittiano a cui faceva riferimento il quotidiano che aveva rivelato per primo le «turpitudini» del collegio, diventò il più attivo difensore e patrono politico dei salesiani. Dopo il bastone, insomma, la fazione ministeriale mostrava ai clericali di saperli difendere, all’occorrenza, e così poneva le condizioni perché la sospensione del non expedit nelle prossime elezioni del 1909 le consentisse di mantenersi in sella e di arginare l’avanzata socialista. Anche il deputato, sospettato di essere un massone, riceverà dai cattolici quelle poche centinaia di voti  necessarie per battere il rivale socialista.<br />
Questa vecchia storia italiana di scandali e clamori legati al tema della pedofilia clericale presenta, fatta la tara, tutte le componenti che hanno definito simili casi ai giorni nostri: tentativo di coprire l’abuso, prima che la denuncia arrivi a un giudice, trasferendo il prete colpevole e occultandolo alla giustizia civile; aggressione alla credibilità di chi denuncia il sacerdote – quando si scoprì che Alessandro era un trovatello i fogli cattolici lo definirono un «bastardo isterico», ma non si mancò di insinuare che la famiglia adottiva avesse origini ebraiche e che la madre fosse una «mopsa», un’affiliata alla massoneria –;  mobilitazione della comunità locale, che arrivò ai limiti del linciaggio;   spregiudicatezza di politici inclini a una doppia morale: quella che di giorno gli fa difendere l’etica cristiana e di notte li porta in partibus infidelium.<br />
Tutto ciò dimostra come da noi certe pratiche, cui Ratzinger assicura oggi di porre rimedio, si fossero assai per tempo manifestate, ma che si è preferito mantenerle nell’ombra per l’arco di tempo passato dall’Italia giolittiana a quella concordataria consegnataci da Mussolini e giunta indenne fino a noi, dopo che si riuscì, allora, a sopire definitivamente lo scandalo, nonostante il coraggioso tentativo di un poeta come Gian Pietro Lucini nel cercare di tener desta la coscienza collettiva sul problema.<br />
Partendo da queste premesse e osservando oggi i modi di alcuni esponenti del Governo, le argomentazioni degli intellettuali della destra cattolica  nonché gli atti reali di parte della gerarchia ecclesiastica italiana, si ricava davvero l’impressione che all’Italia sia riservato, diciamo così, un trattamento diverso da quello dei paesi più capaci di difendere dignitosamente,  in molti casi con vantaggi anche per il pubblico erario, le prerogative e gli interessi dello Stato dalle ingerenze e dai compromessi con gli interessi del clero. Il successo di tale operazione e il silenzio ancora vigente è garantito non solo dalle modeste qualità degli uomini rappresentativi, ma anche dall’indifferenza di una opinione pubblica ormai narcotizzata, di un paese abituato a ingoiare e metabolizzare qualsiasi schifezza.</p>
<p>Questo articolo di Pier Luigi Ferro, con il titolo<br />
“Il Papa, gli zuavi  e l’epidemia nera.<br />
Lo scandalo Besson e la questione odierna della pedofilia nella Chiesa cattolica”<br />
è apparso su Alfabeta2, a.I, n.4 Novembre 2010</p>
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		<title>Morfologia della fiaba degli dèi</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 09:00:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.]</em></p>
<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>). Entità dal recondito potere, dotate di intenzionalità, dunque vive, dunque dèi, erano i pianeti, che segnavano il passo alle stagioni, agli anni, ai secoli, alle ere (<strong>De Santillana</strong>); il divino agiva in ogni angolo dell&#8217;universo, a sancire e legittimare rapporti sociali e politici, rapporti di forza strutturanti la concreta realtà socioeconomica (<strong>Sebag</strong>, sulla scorta dell&#8217;antropologia marxiana); il linguaggio del mito, proprio di una <strong>cultura orale-aurale</strong>, formalizzava leggi cosmiche (come la precessione degli equinozi, ipostatizzata nella fiaba della ciclica, cataclismica distruzione del mondo per diluvio o conflagrazione) e interazioni politiche di vario genere (i rapporti fra gli ordinamenti delle città-stato e degli imperi, e la loro fondazione eroica), nell&#8217;unica maniera che in una cultura orale-aurale è possibile recepire: quella del racconto.<span id="more-13034"></span></p>
<p>Il linguaggio del mito, della parola primordiale che è narrazione orale (<strong><em>mythos</em></strong>, appunto), ma nello stesso tempo forza magica (<strong><em>Vāk</em></strong>), e potere creatore archetipico (<strong><em>Lógos</em></strong>), è la fiaba facile da memorizzare nella cui trama l&#8217;uomo arcaico, non inteso come primitivo, ma come vicino ai fondamenti della socialità e della culturalità umane, inscrive l&#8217;universo, in cui tutto è pieno di dèi, e in cui dio può perfino, all&#8217;occasione, circoscriversi nell&#8217;idolo senza esserne circoscritto, come ammonivano i mistici hinduisti, o può tranquillamente, a suo libito, assumere forma d&#8217;uomo o d&#8217;asse lignea, scriveva <strong>Guglielmo da Occam</strong>, e in cui il sacro, la cratofania-ierofania, si configura in ultima analisi come una categoria cognitivo-pratica onnipervasiva e onnipresente, come conclude, ancora con Mircea Eliade, l&#8217;antropologia culturale moderna, con il suo frasario specialistico astrattificante. <strong>Il mito era, in definitiva, il linguaggio con cui una cognizione scientifica o una norma giuridica potevano essere tramandati</strong>, e si imponevano come autorevoli, cioè legittimi e nel contempo capaci di <em>augere</em>, favorire la crescita, delle realizzazioni umane. Esso veicolava una cognizione &#8220;tecnico-scientifica&#8221; concreta, dalla formula-placebo alla <em>Phol ende Uuodan</em> per ammansire le fitte di una frattura, al serpe di <strong>Gilgamesh</strong>, simbolo della ciclicità del cosmo che, agli occhi di una civiltà agricola tesa alla sua materiale sopravvivenza, invecchia e si rinnova perpetuamente, preparando i semi della vita già nel momento in cui sembra spegnerli.</p>
<p>Esso imponeva altresì, in un mondo nato senza parola scritta, un atteggiamento di rispetto verso il <strong>numinoso drammatizzato</strong>, in una modalità talmente sistematica che per l&#8217;uomo antico non esiste pratica quotidiana, o tecnologia, che non sia accompagnata dal mito, perché né tecnica, né norma potevano essere trasmesse e ricordate altrimenti che in forma di racconto, poiché, per chi non ha scrittura e matematica avanzata, è più facile rammentare-tramandare una fiaba contesta di moduli formulari, piuttosto che un teorema tramato di idee-forme intellegibili astratte (<strong>Havelock</strong>). Ne discende in generale che il mito, come linguaggio, <em>anche se lo consideriamo al di là della condizione di &#8220;primitività&#8221; orale-aurale che lo inventa</em>, va di per sé concepito come una forma comunicativa efficace nel trasmettere una <em>Weltanschauung</em> olistica: il referente &#8220;duro&#8221; poeticizzato (norma giuridica, cognizione scientifica), si trasforma in messaggio dotato di forza pragmatica, che &#8220;colpisce basso&#8221; l&#8217;animo dell&#8217;uditore, lasciandovi un&#8217;impronta perpetua.</p>
<p><strong>Come protagonista del mito, il dio, o l&#8217;eroe</strong> (che poi, come personalità ierofanica, dio umanizzato o uomo divinizzato, fa lo stesso), <strong>è categoria cognitivo-pragmatica olistica per eccellenza</strong>: la sua presenza al centro del racconto di fondazione del cosmo naturale e umano è la forma con cui l&#8217;uomo percepisce-comunica l&#8217;estraneità del nucleo profondo del reale rispetto a quel campo del fungibile, tecnologico o normativo che sia, che egli direttamente controlla, e non importa quanto vasti siano i termini del campo del fungibile in una data epoca storica. Ciò che importa è che l&#8217;uomo, nel momento in cui parla di dio, definisce un rapporto rispetto a quel nucleo profondo del reale che in buona sostanza egli non controlla. Dio &#8220;regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell&#8217;universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, <strong><em>pantokratōr</em></strong>. Dio infatti è una parola relativa e si riferisce ai servi: e la divinità è la signoria di Dio, non sul proprio corpo, come vien ritenuto da coloro per i quali Dio è l&#8217;anima del mondo, ma sui servi&#8230;&#8221;. Non è un passo, questo, del retrivo <em>Syllabus errorum</em> di <strong>Pio IX</strong>, né un <em>magnificat</em> pastorale wojtiłano di maniera, né tampoco uno dei troppi pistolotti ratzingeriani che i media ammanniscono alle nostre lasse orecchie in questi tempi di feste e di mercanti nel tempio: sono invece parole dello <em>Scholium generale</em>, che nel 1713 fu aggiunto da sir <strong>Isaac Newton</strong> alla seconda edizione dei suoi <em>Philosophiae naturalis principia mathematica</em>.</p>
<p>Se abbiamo presente che lo <em>Scholium generale</em> è la sede in cui Newton pronuncia il suo celeberrimo <strong><em>hypotheses non fingo</em></strong>, &#8220;ipotesi non ne invento&#8221;, alfa e òmega di ogni forma di ricerca di una conoscenza controllabile, trasparente ed obbiettiva, <strong>non possiamo liquidare questa dichiarazione come la semplice testimonianza di un&#8217;inerzia culturale</strong> di uno degli eroi dell&#8217;alba della scienza occidentale moderna, di uno scenziato in cui fideismo e sperimentazione si mescolano, e che nella seconda parte della sua vita si dette a chiosare l&#8217;<em>Apocalisse</em> di <strong>Giovanni</strong>. Nelle parole di Newton si riflette piuttosto l&#8217;idea (già tardo-platonica), che il nucleo dell&#8217;essere, coerenza ordinata, sottratta al controllo dell&#8217;uomo, si manifesta, in rapporto all&#8217;uomo, col volto del divino. Storicamente, nell&#8217;ambito delle culture antiche e medievali, quello della religiosità abramica, nel suo &#8220;dialetto&#8221; giudaico-cristiano, che condiziona culturalmente <strong>Copernico</strong>, <strong>Keplero</strong>, <strong>Galileo</strong> e Newton, è un caso particolare, estremo, di <em>reductio ad unum</em>. Nelle cosiddette religioni politeistiche, ogni forza naturale, entità astrale, o forza storico-sociale (e spesso le tre cose coincidono), è identificata come cratofania e ierofania, percepita come potere intenzionale e intelligente, e dunque come dio. <strong>Alla base del monoteismo giudaico-cristiano c&#8217;è essenzialmente una virata prospettica</strong>, in base alla quale tutte le cratofanie-ierofanie (segni miracoli presenze) del cosmo sono percepite e comunicate come riflessi riconducibili ad un unico, coerente, ordine fondativo, cratofania originaria, ierofania del fondamento, che nella sua profondità abissale trascende infinitamente l&#8217;universo fungibile che l&#8217;uomo può fruire sul piano del sensorio, controllare a livello tecnico.</p>
<p>Non è dunque un caso se due pensatori come <strong>Max Scheler </strong>e<strong> Max Weber</strong> instaurano l&#8217;<strong>equivalenza fra concezione giudaico-cristiana e fondazione della scienza occidentale</strong>. In questo senso, il concetto di dio come rapporto, e in seconda battuta il mito fondativo del monoteismo (si intenda qui mito nell&#8217;accezione forte del termine), sono orizzonti e categorie olistiche intrascendibili. Ciò è vero sia sul piano antropologico, in quanto <strong>l&#8217;uomo è permantentemente in rapporto con l&#8217;intrinseca alterità del reale</strong>, sempre in agguato al di là della pur munita e tecnologica cittadella del fungibile, sia sul piano epistemologico, in quanto l&#8217;aspettativa che alla molteplicità delle manifestazioni della natura soggiaccia un ordine unitario e coerente costituisce la metafisica (nel senso popperiano del termine) alla base di ogni forma di cosmologia scientifica.</p>
<p><strong>Non si vuole però affermare che Dio è una semplice finzione teorico-pratica, un <em>als ob</em>, un &#8220;come se&#8221; kantiano</strong>: Dio è in primo luogo l&#8217;espressione antropologica di un rapporto che si viene progressivamente chiarendo nella storia, fra ogni essere cosciente e gli aspetti escatologici del reale, dell&#8217;esistente (la rischiosità strutturale dell&#8217;esperienza di esistere, di conoscere, di agire); in particolare, Dio, si presenta, nel suo senso originario, come il volto che l&#8217;ordine coerente del cosmo assume spontaneamente agli occhi dell&#8217;uomo e insieme come il modo in cui l&#8217;uomo si rapporta a quest&#8217;ordine coerente del cosmo, nella sua trascendenza, nel suo essere estraneo alla dimensione del fungibile. Ciò implica anche una conseguenza poco lusinghiera, per una certa forma che la cultura laica assume, quando, nell&#8217;opposizione polemica ai cleri storicamente determinati, indossa la maschera dell&#8217;oltranzismo.</p>
<p>Per rimanere alla &#8220;provincia&#8221; cristiana del linguaggio mitico-religioso abramico, sottolineare ed evidenziare i rapporti di derivazione fra la narrazione evangelica della verginità di Maria o della resurrezione di Cristo con analoghi miti di altre religioni mediterranee, semitiche o pre-semitiche, o rilevare la coincidenza fra il Natale e la festa del solstizio d&#8217;inverno, o i rapporti fra la Pasqua e il momento del risorgere della vita della terra alla fine del tempo invernale, ha una fortissima importanza sul piano antropologico. È del tutto illuminante, ed è un momento di maturazione culturale imprescindibile, constatare che <strong>il cristianesimo cattolico-romano, affermatosi in opposizione al pensiero delle varie correnti della gnosi tardo-antica, è in realtà esso stesso una particolare forma di gnosi, amalgama peculiare di religiosità semitica rinnovata e substrato precristiano</strong>. Allo stesso modo è essenziale sottolineare che la Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento, riflette una processualità storica del precisarsi del concetto di dio, dal plurale politeistico arcaico <em>Elohim</em> all&#8217;<em>Ego sum</em> singolare monoteistico della religiosità mosaica del Dio geloso, e allo stessa maniera dal Gesù dei protovangeli, che si schermisce e non vuole essere chiamato &#8220;buono&#8221;, attributo degno solo di Dio, e così afferma la propria natura di profeta squisitamente umano (e da principio squisitamente israelita), alla sistemazione del metafisico Vangelo di Giovanni, che fa di Gesù il Logos incarnato, non meno di quanto il buddhismo ipostatizzi la figura di <strong>Siddharta</strong> in una dimensione trascendente, al di là delle sue determinazioni storiche.</p>
<p>Questo percorso di disamina antropologica ci permette, sul piano filosofico, di leggere i testi sacri come totalità in fase di accrezione e sviluppo, sia nelle forme sia nei contenuti, in un cammino che in prima battuta, dal politeismo originario, giunge all&#8217;idea di un ordine cosmico unitario, adombrato dal monoteismo; in un secondo momento, dal monoteismo, dalla scoperta della ierofania del fondamento, giunge ad assumere la prospettiva della <strong>coessenzialità dell&#8217;uomo con il divino</strong>: una cratofania dell&#8217;essere cosciente, una ierofania della coscienza, che pur soverchiata dalla potenza dell&#8217;universo, è in grado di porsi in rapporto con essa e in definitiva di comprenderla, ed è, in ultima analisi, la <strong>fonte del sacro</strong>, l&#8217;essere che heideggerianamente si interroga sul senso dell&#8217;essere.</p>
<p>La consacrazione dell&#8217;essere cosciente avviene, nel Mediterraneo antico d&#8217;età imperiale, con la particolare figura mitico-storica di Gesù, re sacro universalizzato latore di un messaggio etico al di là degli interessi politici di parte e delle differenze culturali, per seguire la prospettiva accennata da <strong>R. B. Onians</strong> nel suo <em>Le origini del pensiero europeo</em>. Ma analoghe situazioni si rinvengono tranquillamente in altre realtà religiose e spirituali: abbiamo già parlato dell&#8217;ipostatizazzione del Buddha, che nella sua dimensione storica è addirittura un filosofo promulgatore di una dottrina che il pensiero braminico definisce <em>nastika</em>, cioè non ortodossa, ostile alla religiosità superstiziosa tradizionale. Potremmo allo stesso modo ricordare, nella religione hinduista, la figura di <strong>Sri Krshna</strong>, la conclusione sarebbe invariata: nella prospettiva basilare di questa, certo prolissa, abbozzata <strong>morfologia della fiaba degli dèi</strong>, al centro delle più avanzate forme della religiosità umana, al di là delle differenze locali, si pone un mito di fondazione di cui sono protagonisti la ierofania del fondamento e la ierofania della coscienza.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Esiste tuttavia un altro aspetto del problema, non meno articolato. Finora abbiamo cercato di delineare l&#8217;idea del <strong>Dio come rapporto</strong>, in relazione al racconto originario della ierofania del fondamento e della ierofania della coscienza. Da un punto di vista strettamente ontologico, <strong>il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall&#8217;altro, insorge non tanto dall&#8217;intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla <em>in toto</em></strong>. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell&#8217;intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l&#8217;inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall&#8217;<strong>idolatria della lettera</strong>.</p>
<p>Il tema dell&#8217;ateismo, o delle &#8220;<strong>false luci del mondo</strong>&#8220;, secondo una formula ipocrita cara, fra noi, ai vertici della chiesa cattolica, non è semplicemente una questione di negazione del fondamento, o di ricorso a forme di pensiero debole, in opposizione a un pensiero che si presume forte e capace di indicare all&#8217;uomo la via; non è nemmeno un problema di acquisizione di una visione matura e libera, in opposizione all&#8217;oscurantismo, secondo il grido di una laicità che in Italia appare irreversibilmente assediata e in crisi, anche per la definitiva defezione politica di coloro che dovrebbero farsene assertori e difensori, ed esprimono spesso solo una residuale forma di generico, e gerioneo, salutismo sociale, sposato all&#8217;obliqua prassi egemonica delle reti di comando dell&#8217;alta burocrazia e della tecnostruttura bancaria.</p>
<p>L&#8217;inerzia della chiesa nei confronti di Galileo (tardivamente riabilitato in una ridicola e falsa ostentazione di modernità) e di <strong>Darwin</strong> (a cui si sostituisce la <strong>putida teoria del disegno intelligente</strong>), ci pongono di fronte alla sfrontata negazione del mito originario, sostituito con un <strong>surrogato monco e penoso di dio</strong>. L&#8217;ateismo di coloro che non ritengono esista un dio fondamento dell&#8217;universo, è al massimo un <strong>ateismo teoretico</strong>, o se si vuole epistemologico e ontologico. Ma fin troppo banale è la stigmatizzazione dell&#8217;ateismo pratico di coloro che, pur dichiarando a gola spiegata la propria <em>intemerata fides</em> nel Dio cristiano, ne contraddicono <em>matter-of-factly</em> gli insegnamenti etici: che dire dei sacerdoti pedofili, che la gerarchia promuove-rimuove a più alte cariche, preoccupata solo del proprio buon nome, o dell&#8217;affarismo del clero in fatto di immobili non tassati, finite locazioni e otto per mille trafugato di soppiatto col silenzio-assenso, in uno Stato che già è in travaglio per il degrado della sua classe politica e imprenditoriale? Di recriminazioni analoghe sono pieni i media e la rete.</p>
<p>Quello che resta, nella gerarchia cattolica che nega diritti a <strong>coppie di fatto</strong>, <strong>divorziati</strong> e <strong>omosessuali</strong>, nei vertici aggressivi e ademocratici di certo protestantesimo fondamentalista, nell&#8217;estremismo di certi coloni ebraici, nell&#8217;estremismo degli hinduisti che bruciano sul rogo del marito morto una vedova di sedici anni, nell&#8217;integralismo wahhabita, nel radicalismo becero dei profeti del conflitto fra le civiltà, è in definitiva soltanto un&#8217;idolatria del segno. <strong>Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l&#8217;universo e la coscienza dell&#8217;uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta</strong>, <strong>impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia</strong>. Sul piano filosofico accusano la modernità di relativismo; ma che dire del loro <strong>isolazionismo antropologico</strong>? Sul piano della morale sessuale, accusano di materialismo edonista il mondo secolarizzato: ma si ricordi che il precetto della castità, nel mondo antico, nasce da una visione arcaica, estremamente materiale e organicistica, del rapporto anima-corpo, per cui &#8220;non disperdere il seme&#8221;, dalla Bibbia al sesso tantrico, significa risparmiare la propria <em>psyché</em> per consacrarla al divino; ma anche la maniera  più ludica e irresponsabile di vivere la sessualità appare essere meno materiale ed esteriorizzata di norme che nascono da errori prospettici di una psicofisiologia arcaica, incrociati con le determinazioni socioeconomiche delle società preindustriali in cui le antiche religioni nacquero.</p>
<p>Problematiche come l&#8217;<strong>eutanasia</strong> o l&#8217;<strong>aborto</strong> sono affrontate con prese di posizione equivoche e ambivalenti: si dichiara di voler difendere la vita, ma si definisce vita la semplice, elementare attività biochimica di qualche gruppo tessutale, in un organismo che per il resto ha cessato di essere supporto di quella vita relazionale che è l&#8217;essenza della persona o che non può ancora avere nemmeno un embrione di vita relazionale. Sul piano <em>stricto sensu </em>filosofico, il &#8220;Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non dei filosofi e dei sapienti&#8221;, di cui si fa apologia e che funge da supporto alla primazia delle cosiddette religioni positive, appare gravato, nelle sue caratteristiche essenziali, di una <strong>selva di contraddizioni <em>in adiecto</em></strong>. La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé <strong>incompatibile con il concetto di persona</strong>, inteso nel senso ordinario del termine.</p>
<p>Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l&#8217;essere cosciente e l&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un&#8217;altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, <strong>espressioni del linguaggio religioso come &#8220;progetto, piano di dio&#8221; (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l&#8217;<em>intelligent design</em>, suonano obbrobriose</strong>. Veramente c&#8217;è da ridar voce al disprezzo ironico di <strong>Voltaire</strong>: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili,<strong> fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi</strong>: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l&#8217;infinita maestosità dell&#8217;universo è implicitamente ridotta.</p>
<p>Il fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il <strong><em>Big Bang</em></strong>, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell&#8217;infinito <strong>multi-verso delle cosmologie contemporanee</strong>, cade automaticamente, di fronte all&#8217;idea che l&#8217;ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall&#8217;eternità e per l&#8217;eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall&#8217;inflazione infinita di <strong>Andrej Linde</strong>, nella teoria degli universi neonati formulata da <strong>Stephen Hawking</strong>, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di <strong>Lee Smolin</strong>. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l&#8217;idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all&#8217;emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all&#8217;ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come <strong>Paul Davies</strong> e <strong>Ilya Prigogine</strong>.</p>
<p>Per tornare al racconto fondativo originario, e alla drammatizzazione di quel numinoso che è a fondamento dell&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, l&#8217;idea di concepire l&#8217;atto creativo di Dio come dono radicale, incondizionato, infinito di essere, implica strutturalmente l&#8217;alterità totale della creazione, la sua positività pur nel condizionamento e nella finitudine; implica, inoltre, la necessità di un cammino evolutivo irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali, feroce di ingiustizie e di sofferenze, ma proprio perciò tanto più vero e bello e ontologicamente &#8220;forte&#8221; e coeso.</p>
<p><strong>Il problema, in definitiva, non è dunque l&#8217;opposizione banale fra teismo e ateismo</strong>, che in realtà sussiste solo su un piano superficiale ed esteriore, fatto di equivoci e travisamenti. Il problema reale è, per dirla con <strong>Levinas</strong>, nella <strong>lotta fra totalità e infinito</strong>, cioè nell&#8217;opposizione fra l&#8217;idea di una realtà che si appiattisca nella dimensione totalmente fungibile della tecnica e della ragione amministrata dalle <strong>burocrazie del trascendente e dell&#8217;umano</strong>, <em>routine</em> della pura e semplice fatticità anonima, e la reale accettazione che l&#8217;esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell&#8217;accademismo retrivo, al di là dell&#8217;amministrazione dell&#8217;archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.</p>
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