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		<title>Popolo ed esperti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2022 05:31:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cornelius Castoriadis</strong> <br /> Da "Contro l’economia: scritti (1949-1997)", raccolta di saggi a cura di Raffaele Alberto Ventura. Con una nota di lettura di Andrea Inglese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Attualità di Castoriadis (una nota di lettura)</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>A cura di <strong>Raffaele Alberto Ventura</strong> è uscito quest’anno, per la Luiss University Press, una raccolta d’interventi e saggi di <strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <strong><em>Contro l’economia: scritti (1949-1997)</em></strong>. Il curatore – che possiamo considerare un vecchio amico di Nazione Indiana – ben conosciuto grazie a un fortunato saggio del 2017 (<em>Teoria della classe disagiata</em>, minimum fax) e di altri usciti successivamente, ha realizzato un prezioso lavoro di selezione, raccolta, traduzione e introduzione di undici testi del filosofo (ed economista) greco e francofono Castoriadis. La casa editrice della Luiss si è già distinta per scelte editoriali importanti. Nel suo catalogo troviamo, ad esempio, saggi di Barbara Ehrenreich e Timothy Morton. In questo caso, la proposta va a colmare un grande vuoto. Castoriadis è senza dubbio una delle figure intellettuali più importanti del secondo Novecento in Europa, figura di militante-intellettuale, attivo prima in partiti di orientamento trotzkista e poi nel gruppo autonomo <em>Socialismo o barbarie</em>, ma anche di economista stipendiato dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), di psicanalista e di filosofo, docente dal 1980 all’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales) di Parigi. (Su NI, ad esempio, lo pubblicammo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/07/cattivi-maestri-cornelius-castoriadis/">qui</a> e ne abbiamo già parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/02/04/castoriadis-e-il-vocabolario-dellautonomia/">qui</a>). Più dei titoli e dell’ampiezza di interessi e competenze, è però decisivo il percorso intellettuale dell&#8217;autore, che lo porta ad attraversare e ad abbandonare il marxismo, senza rinunciare a sostenere un’idea radicale e rivoluzionaria di democrazia, ispirata in modo particolare – ma non esclusivamente – all’esperienza di Atene e dell’antica Grecia. I saggi raccolti da Ventura ritagliano la zona privilegiata della critica all’economia, che questo economista di professione non ha cessato di realizzare fuori e dentro le istituzioni internazionali. Ma in Castoriadis l’universo dell’economia è inseparabile da quello della società e delle “significazioni immaginarie” che quest’ultima – e qui parliamo soprattutto della società occidentale e capitalistica – attribuisce all’attività umana. Criticare l’economia significa non soltanto, in termini marxiani, rendere visibili dei rapporti di forza e delle configurazioni storiche determinate, ma scavare soprattutto all’interno di un sistema di credenze e significati sociali, attraverso cui la società legge e interpreta se stessa.</p>
<p>Il lungo saggio introduttivo di Ventura permette comunque di ricostruire la vicenda dell’intellettuale Castoriadis e lo sviluppo del suo pensiero, soprattutto per un pubblico come quello italiano poco attento alla sua opera. Per i pensatori moderati, si tratta di un pensiero sostanzialmente inservibile, in quanto non ha mai abbandonato un’attitudine radicale sia nella critica della tradizione occidentale sia nell’elaborazione di pratiche politiche contestatarie. Per la tradizione marxista, Castoriadis aveva ripudiato i “libri sacri” e soprattutto criticato senza alcuna remora le vicende storiche del marxismo-leninismo, a partire dalla burocratizzazione dell’Unione Sovietica. Infine, per gli estimatori della decostruzione, il nostro autore presentava una sobrietà di tono e una lucidità di sguardo, che mai rischiava di confondere testo ed extratesto, sublime filologia filosofica e attenzione alle congiunture storico-politiche. Oggi, Castoriadis fa parte di quegli autori difficilmente classificabili, come <strong>Günther Anders</strong> o <strong>Ivan Illich</strong>, che meritano più di altri un’assidua lettura, proprio in un momento come il nostro in cui gli ideali di emancipazione sembrano definitivamente compromessi assieme a quelli di progresso economico e tecnologico.</p>
<p>Il testo tratto dalla raccolta di saggi che con il curatore abbiamo deciso di pubblicare data del 1983. Già prima del 1989, Castoriadis aveva compreso che la società post-communista avrebbe vissuto a lungo insabbiata nella falsa alternativa tra tecnocrazia e populismo, dalla quale non siamo ancora usciti. (Le vicende del giorno italiane ce lo ricordano: o Draghi o la Meloni). L’uscita da questa alternativa Castoriadis la indica nella riconsiderazione del concetto di “democrazia”, così come, pur fragilmente, si è presentato alle origini della nostra tradizione. E da qui la riflessione sull’importanza e, nello stesso tempo, sui <em>limiti</em> che devono essere assegnati all’attività e alla parola degli <em>esperti</em>. Un tema questo fondamentale anche per altri autori. Si pensi al già citato Illich, presente in una raccolta di saggi pubblicata in Italia col titolo: <em>Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti </em>(Erickson 2008); oppure a un altro autore importante, e anche lui di area libertaria, quale <strong>Paul K. Feyerabend</strong>. Ricordiamoci quel che scrive in <em>La scienza in una società libera</em> del 1978: «Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili». Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: «La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati». Frasi che risuonano con altre, che si leggeranno nell’intervento di Castoriadis.</p>
<p>(È una lettura questa che consigliamo vivamente a tutti gli orgogliosi “esperti di qualcosa”, increduli che le loro competenze non arrivino a indirizzare verso le magnifiche sorti il gran numero d’incompetenti.)</p>
<p>*</p>
<p>POPOLO ED ESPERTI</p>
<p>di <strong>Cornelius Castoriadis</strong></p>
<p>[Questo testo, intitolato “Experts et citoyens”, è tratto dal seminario di Castoriadis all’EHESS poi pubblicato nel volume <em>Ce qui fait la Grèce. Tome 2. La Cité et les lois. Séminaires 1983-1984</em>, e precisamente dalla sessione del 20 aprile 1983. Il seminario affronta di petto un tema centrale per l&#8217;autore, ovvero la manifestazione concomitante nella <em>polis</em> greca del V secolo avanti Cristo dell&#8217;ideale democratico e della filosofia. R. A. V.]</p>
<p>Per chiarire il principio della democrazia diretta ho tentato di articolare, in opposizione alle concezioni e alle pratiche moderne, tre coppie concettuali che contrappongono tanto delle idee quanto delle realtà: popolo/rappresentanti; popolo/esperti; e popolo/Stato.</p>
<p>Per quanto riguarda la prima coppia, ho già detto che l’idea della rappresentanza è totalmente assente nella filosofia e nella pratica politiche dell’antica Grecia. Innanzitutto perché quando c’è un’elezione, nessuno parla degli eletti come dei “rappresentanti” – sono dei magistrati, il che è del tutto diverso – in quanto non rappresentano nessuno. E poi perché il principio dell’elezione era considerato aristocratico (come sappiamo bene dalla testimonianza di Erodoto per un periodo relativamente antico). Ho inoltre già ricordato che, ogni volta che nella storia moderna è emerso un vero movimento di autoistituzione, esso ha rievocato il principio della democrazia diretta: se ci sono dei delegati, questi non sono soltanto eletti ma revocabili in ogni momento.</p>
<p>Questa revocabilità esisteva già, <em>de facto</em> e <em>de jure</em>, nella democrazia ateniese: ogni magistrato poteva, nell’esercizio delle sue funzioni, in qualsiasi momento, essere contestato, per ragioni di fondo oppure di forma, ed eventualmente revocato. Come ogni disposizione legale, anche questa può portare ad abusi. È noto il più grave, di cui parleremo più avanti, ovvero il processo dei capi militari ateniesi che hanno vinto la battaglia delle Arginuse, nel 406, durante la guerra del Peloponneso. Al loro ritorno, i demagoghi li fecero condannare a morte dall’assemblea, senza rispettare la procedura, con il pretesto che non avevano fatto tutto il necessario per recuperare i cadaveri dei soldati e dei marinai caduti nella battaglia. Atto assolutamente mostruoso, come tanti altri non meno mostruosi che cominciarono a verificarsi poco dopo l’inizio di quella guerra. <em>Hybris</em>, crisi e fallimento della democrazia ateniese – e della democrazia in generale.</p>
<p>Revocabilità e assenza di rappresentanti non vuol dire, lo abbiamo già detto, assenza di qualsiasi leader. In una comunità politica la questione non è quella dell&#8217;esistenza o meno di leader bensì quella del rapporto tra i leader e la collettività: in che misura questa mantiene il suo controllo sull&#8217;individuo più o meno eccezionale, colui che sa giudicare più rapidamente e vedere più lontano? Ho già citato la celebre frase di Tucidide a proposito della democrazia di Pericle, che sarebbe stata tale solo a parole, e quindi inaccettabile per i Greci.</p>
<p>Questo ci porta alla seconda coppia oppositiva, quella tra popolo ed esperti. Secondo la concezione greca, nessuna categoria di persone può rivendicare una specifica competenza riguardo alla sfera politica.</p>
<p>Le decisioni vengono prese dall’<em>ecclesia</em> dopo aver ascoltato degli oratori, ed eventualmente anche delle persone che detengono un sapere specialistico in merito alla questione discussa. Ma il giudice in materia, ovvero l’esperto supremo, universale, è la comunità politica stessa. Vale a dire che non esistono esperti in politica. Quando si convoca la competenza dell’esperto, la <em>techne</em>, è sempre relativamente a un’attività specifica, riconosciuta come tale nel suo campo particolare. Platone ne parla nel <em>Protagora</em>, dove descrive correttamente sia il funzionamento effettivo della democrazia sia le idee presupposte da questo funzionamento. Gli Ateniesi ascolteranno molto volentieri il tecnico che gli spiegherà il modo migliore di costruire una cinta muraria, un tempio o una nave. Ma colui che osasse dire “Io sono un tecnico delle questioni di governo” verrebbe sommerso dalle risate.</p>
<p>C’è sicuramente una sfera nella quale gli Ateniesi riconoscerebbero una competenza tecnica, ed è l’arte della guerra. Eppure gli <em>stratègoi</em>, i capi militari, vengono <em>eletti</em>, come furono eletti i costruttori dell’Acropoli, come vengono eletti quelli che devono costruire le navi eccetera. In effetti gli <em>stratègoi</em> incaricati dalla <em>polis</em> di dirigere questa faccenda particolare che è la guerra sono dei tecnici, ma poiché questa faccenda è molto più importante delle altre, essi hanno un ruolo a parte rispetto a tutti gli altri magistrati ateniesi. È vero che nel V secolo nessuno può vantare un vero peso sulla politica cittadina senza essere eletto stratega, e Pericle sarà rieletto varie volte. Non significa che negli anni in cui non viene eletto la sua parola non vale niente, ma indubbiamente l’elezione alla carica è una via privilegiata all’esercizio dell’influenza politica. La situazione cambia però nel IV secolo, quando i retori e gli oratori, già influenti nell’assemblea, acquisiscono un peso politico preponderante; gli strateghi vengono ridotti a puri tecnici, nient’altro, e cessano di svolgere un ruolo politico per limitarsi alle loro specifiche funzioni. Per citarne qualcuno: Timoteo, Ificrate, Carete, Cabria… Mentre nel IV secolo erano gli individui eminenti ad aspirare alle cariche militari e generalmente finivano per esercitarle.</p>
<p>La questione degli esperti e della competenza rimanda a un principio assolutamente evidente per i Greci, ripreso più e più volte e formulato nel modo più limpido da Platone: <em>nessun esperto è in grado di giudicare sé stesso, e il giudice più adatto per giudicarlo non è mai un altro esperto</em>. Si tratta di un principio che, come vedremo, crea un problema di coerenza nella filosofia platonica, mentre invece sorprendentemente Aristotele non lo cita. Il punto è che per Platone il criterio del buon esercizio della <em>techne</em> è evidentemente il suo prodotto, il suo risultato – l’albero si giudica dai frutti, come dice il Vangelo – e quindi il giudice della techne è l’utilizzatore del suo prodotto, non l’esperto. Il filosofo torna spesso su questo punto per lui evidente: non è il sellaio che giudica la bontà di una sella di cavallo, ma il cavaliere; non è l’armaiolo che giudica l’armatura ma l’oplita che parte in guerra. Evidente, questa prospettiva lo è soprattutto negli affari militari, come hanno potuto valutare gli americani in Vietnam. Si è molto parlato del celebre M16, il fucile militare difettoso che ha provocato molti morti tra i soldati che lo usavano. I vietcong, che saccheggiavano tutto quello che potevano dai cadaveri americani, financo le scarpe, non si azzardavano a prendere quei fucili, ben sapendo che s’inceppavano ogni due per tre lasciando al nemico il tempo di sparare. Sono state spedite migliaia di lettere dai soldati americani ai loro senatori, ma non sono servite a nulla: gli esperti avevano deciso che quel fucile era il migliore. Ma soltanto l’utilizzatore è il giudice adatto. E chi è l’utilizzatore di tutti quegli esperti che offrono delle <em>technai </em>alla polis? É naturalmente la polis stessa, la comunità dei cittadini. Se giudichiamo alcuni risultati, come l’Acropoli, la scelta non era poi male – è difficile dire che scegliere Fidia sia stato un errore.</p>
<p>Ma dicevo che questo concetto pone un problema nella filosofia politica di Platone. In effetti il suo intero progetto consiste nell’attribuire alla filosofia politica una <em>episteme</em> e una <em>techne</em> specifica: per lui il politico non è un esperto in senso strettamente tecnico, bensì un profondo conoscitore di quello che è giusto e sbagliato per la comunità. E allora dove sta qui il “giudizio degli utilizzatori”? Qui c’è una contraddizione, sulla quale bisognerà tornare.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a></p>
<p>Non è difficile contrapporre questa visione della competenza con quella che prevale tra i moderni. L’idea dominante, oggi, è che gli esperti debbano essere giudicati da altri esperti. Si tratta peraltro di uno dei fattori di espansione e di crescente irresponsabilità degli apparati burocratici gerarchici. L’immaginario della competenza dice: l’esperto <em>sa</em>, soltanto un altro esperto può giudicarlo o criticarlo. E questa idea va di pari passo con un’altra, che corrisponde alla pratica contemporanea e soprattutto all’immagine che questa vuole dare di sé stessa: che esistano degli esperti politici. Nessuno li chiama in questo modo, ma molti sedicenti politici oggi si presentano e vengono eletti in quanto specialisti dell’universale, tecnici della totalità. Va da sé che si ridicolizza l’idea stessa di democrazia con una simile contraddizione: giustificando il potere dei politici con la competenza politica che loro soli possiedono, si lascia alla popolazione – per definizione “non esperta” – la sola scelta tra diversi “esperti”. Questi uomini, per esempio i candidati a un’elezione, si accusano reciprocamente d’incompetenza, ognuno rivendicando la competenza propria e della propria squadra, per poi chiamare la popolazione a testimone: “Diteci chi è, tra noi due, il vero competente”.</p>
<p>Contraddizione davvero assurda, che tuttavia sta al cuore della sedicente democrazia moderna. L’idea che ci possano essere degli specialisti dell’universale, dei tecnici della totalità, è vuota e non ha alcun rapporto con la realtà. Questa pretesa è legata a un altro fenomeno caratteristico della modernità, la crescente divergenza tra le capacità che servono ad accedere al potere e quelle che servono a governare davvero. È una mia vecchia tesi: nella società moderna, in qualsiasi apparato burocratico-gerarchico, inclusi i partiti politici, l’individuo che vuole arrivare in cima deve salire i gradini della piramide burocratica; e questa ascesa diventerà presto, inevitabilmente, la sua unica preoccupazione. Ma l’ascesa dipende sempre meno dalla capacità di realizzare i compiti che gli sono stati attribuiti e sempre di più dalla pura e semplice capacità di arrampicarsi verso la cima. Le specie che sopravvivono sono le più adatte, insegna il darwinismo, ma dietro alla pura e semplice tautologia sta la vera domanda: <em>adatte a cosa?</em> Adatte a sopravvivere. Insomma gli individui che fanno carriera nell’apparato burocratico sono gli individui più capaci – ma capaci di cosa? Di salire. E come? Facendo ricorso, evidentemente, all’intero arsenale dell’arte intraburocratica delle cricche e dei clan, attraverso la trasformazione di tutte le finalità reali in obiettivi di conflitto tra cricche e clan. A questo punto la definizione stessa di quello che è o non è reale diventa una posta in gioco. Non c’è bisogno di arrivare agli estremi del totalitarismo: pensiamo al dibattito sull’esistenza o l’inesistenza di una crisi economica attualmente in Francia, sottaciuta fino a pochi mesi fa. L’opposizione diceva che non c’era, che era solo un’invenzione del Governo; mentre ora hanno cambiato idea. I loro avversari avrebbero fatto esattamente lo stesso.</p>
<p>Facciamo un altro esempio, questa volta americano. Reagan ha speso miliardi di dollari per un presunto riarmo americano. Il dibattito sembra a prima vista basato su dati obiettivi: qual è il fabbisogno di carri armati, di armi nucleari e convenzionali eccetera. Ma questi obiettivi apparentemente oggettivi vengono trasformati in semplici mezzi, per ogni clan –Governo, Pentagono, tecnici, industriali, Congresso, e così via –, al fine di far prevalere il proprio punto di vista. Vero è che, trattandosi di ordini e di dollari, tutto è perlomeno ancorato a qualcosa che possiamo ancora definire degli interessi materiali. Ma non è sempre così: il vero “interesse” fondamentale è quello della cricca o del clan burocratico, che deve oggi poter sventolare qualche bandiera in nome della quale pretendere di avere più diritto di governare rispetto agli altri. Le poste in gioco “oggettive” si trasformano in semplici strumenti di spartizione tra cricche e clan, e a questo servono gli “esperti”, a questo si riduce spesso la competenza nelle nostre società sedicenti democratiche.</p>
<p>Bisogna vedere che questa progressiva divergenza tra capacità di fare carriera e capacità di governare è un problema che si presenta sistematicamente in quasi tutti i regimi, e che non è assente nemmeno in un regime compiutamente democratico. Prendiamo l’esempio della monarchia assoluta: è raro che un monarca governi del tutto da solo, e infatti sono esistiti dei ministri capaci di lasciare il loro segno nella storia. Ma come si diventa ministro di un monarca assoluto? Per definizione, chi lo diventa non ha mai avuto occasione di dimostrare di essere il migliore per il posto che non ricopre ancora. Sia la realtà storica sia la semplice riflessione suggeriscono che per divenire ministro di un monarca assoluto bisogna piacere al monarca, saperlo manovrare. Si tratta, va detto, di una capacità che non tutti possiedono. La pura e semplice adulazione non basta sempre: ci vuole più delicatezza. Ma questa qualità non ha nulla a che vedere con l’arte di legiferare, amministrare, negoziare o fare la guerra. È tutt’altra cosa. Ma prendiamo il caso di un regime democratico, con o senza virgolette. Che cosa permetterà a qualcuno di affermarsi come leader in una democrazia? Questo dipende dal tipo di regime: se l’essenziale si svolge di fronte all’assemblea, come a Atene, il fatto di parlare bene, la retorica, sono indispensabili. Ma anche a Atene, e infinitamente di più in altri tipi di democrazia, ci vogliono ulteriori capacità molto particolari: sapersi fare degli amici, avere la memoria dei volti e dei nomi, eccellere nel gioco delle influenze. Se incontrate Tizio e che gli dite “Buongiorno, Caio”, sarà difficile salvarsi da una brutta figura, e questo potrebbe avere serie conseguenze. Insomma sono tante le qualità richieste per sedurre, manipolare pubblicamente e privatamente, influenzare, ma sono ben distinte da quelle che servono per formulare proposte politiche e governare realmente.</p>
<p>Questo problema, presente in ogni tipo di regime, è una delle fonti possibili della degenerazione della democrazia. È accaduto a Atene, dove a partire dalla guerra del Peloponneso la capacità oratoria inizia a degradarsi, diventando quella che Platone definisce un’adulazione del <em>demos</em>. I retori hanno fatto del demos un monarca assoluto di cui solleticano le inclinazioni, i suoi istinti più bassi dice lui. Il linguaggio, l’attitudine di Platone sono indubbiamente antidemocratiche, ma la sua diagnosi è corretta se la riferiamo alla fase di declino democratico. I demagoghi ateniesi durante la guerra del Peloponneso, ma anche gran parte degli oratori del IV secolo, sono persone capaci di persuadere, di far accettare alcune proposte grazie alla loro abilità oratoria, ma totalmente incapaci di governare: persone come Cleone, per esempio, non si interessano in nessun modo alle cose pubbliche, o se ne interessano soltanto nella misura in cui servono loro per accedere al potere. Tuttavia bisogna insistere sul fatto che il regime democratico, nel senso più forte del termine, è quello in cui diviene possibile affrontare il problema della divergenza tra capacità di fare carriera e capacità di governare. Innanzitutto perché l’accesso al potere non è ermeticamente separato dalla pratica del potere; e poi perché la capacità di governare non dipende da quello che un solo individuo è in grado di fare da solo per tre, cinque o sette anni, visto che le decisioni sono prese da una collettività le cui capacità politiche sono considerevolmente più importanti. Beninteso l’esempio di Atene serve qui per mostrare che anche questo può essere pervertito. Come dicevamo sopra, nessun regime è immune alla degenerazione, e nessuno può impedire all’umanità di suicidarsi.</p>
<p>Passiamo infine alla terza coppia di termini: il popolo e lo Stato. Ho già ripetuto che la polis greca non era uno Stato nel senso moderno del termine. Il termine “Stato” non esisteva in greco antico, e quando i Greci moderni hanno dovuto trovare una parola hanno sono ricorsi, in modo caratteristico, al termine <em>kratos</em>, che in greco antico indica la forza bruta. Il che è tutto sommato abbastanza comico: lo Stato greco moderno è la forza bruta greca moderna… Quanto al termine <em>politeia</em>, titolo greco del dialogo di Platone che chiamiamo <em>La Repubblica</em>, i tedeschi lo rendono con <em>Der Staat</em>. Il lettore che vive nella Germania di Federico il Grande, in quella di Bismarck, in quella di Hitler o persino in quella del cancelliere Kohl, è quindi condannato a non capire nulla di quello che vi legge. Ma anche il termine latino  , sebbene meno sbagliato, è tutt’altro che perfetto. Il termine <em>politeia</em> rimanda sia all’istituzione/costituzione politica sia al modo in cui le persone si organizzano per gestire i loro affari in generale e i loro affari comuni in particolare (questo indica il verbo <em>politeuesthai</em>). Che il trattato di Aristotele ritrovato alla fine dell’Ottocento e intitolato <em>Athenaion politeia</em> abbia potuto essere tradotto in quasi tutte le lingue come “La Costituzione di Atene” non fa assolutamente onore ai filologi, visto che a Aristotele non sarebbe mai venuto in mente di scrivere una “Costituzione di Atene”: ha scritto una “Costituzione degli Ateniesi”. Svista eclatante da parte di studiosi sicuramente molto eruditi, che pure non hanno colto l’essenziale, quello che invece Tucidide dice esplicitamente – “andres gar polis”, la polis sono le persone – e dà sempre per scontato. Non un’istituzione, non un meccanismo, e nemmeno un territorio, bensì gli uomini, il corpo dei cittadini.</p>
<p>Erodoto racconta che Temistocle, prima della battaglia di Salamina, fatica a imporre agli altri capi greci la sua tattica, che alla fine prevarrà e garantirà la vittoria. E a un certo punto dichiara: “Le nostre mogli e i nostri figli hanno abbandonato l’Attica e sono sull’isola di Salamina, le nostre navi sono là; siamo pronti a partire per andare a fondare Atene altrove”. Bisogna capire la portata di quello che afferma Temistocle. Per le città greche e per gli Ateniesi in particolare, il territorio della polis è sacro. Gli Ateniesi sono uno dei rari popoli greci che addirittura rivendica fieramente la propria origine autoctona. Tutti i miti e le leggende greci parlano di migrazioni, dell’ingresso in Grecia, e invece gli Ateniesi si considerano “nati dalla terra”; quale che sia la vera forza di questa credenza successivamente, essi credevano di essere legati alla terra da tempi immemorabili. E tuttavia Temistocle dice: “Siamo pronti a rifondare Atene altrove”. Vale a dire che c’è una componente territoriale nella definizione delle polis ma che non è il territorio che la definisce essenzialmente, perché a farlo è invece la collettività politica, il corpo dei cittadini. Insomma bisogna ribadire che l’idea di Stato inteso come istituzione distinta, separata dal corpo dei cittadini, sarebbe stata del tutto incomprensibile per un greco.</p>
<p>Qui sta un punto piuttosto difficile e bisogna fare ben attenzione. Gli Ateniesi in quanto comunità politica esistevano su un piano diverso dalla realtà concreta, empirica, rispetto a quella delle 8000 persone radunate in assemblea sulla Pnice in un giorno stabilito. Gli Ateniesi sanno, e agiscono di conseguenza, che esiste una comunità, una polis, che eccede qualsiasi assemblea particolare del <em>demos</em>. Diciamo che a un certo punto hanno firmato un trattato: ebbene cinquant’anni dopo continuano a onorarlo, perché questo impegna l’intera comunità. Come in tutte le società istituite, sussiste una distinzione tra gli Ateniesi astratti ed eterni, per così dire, e gli Ateniesi in carne e ossa che stanno sulla Pnice e prendono tale o talaltra decisione. La collettività istituita non s’identifica assolutamente con la somma empirica dei cittadini presenti fisicamente all’ecclesia, eppure non c’è trascendenza dello Stato, come si dirà all’epoca moderna, non c’è una separazione radicale tra la polis degli Ateniesi come entità politica e gli Ateniesi viventi in tale o talaltro momento. Lasciamo stare le astrazioni e tentiamo di concentrarci su questi fatti solo apparentemente contraddittori, come l’esempio di Temistocle che vuole rifondare la polis altrove, o il fatto che la polis onori impegni presi anche due secoli prima. Nessuna contraddizione qui, semmai delle sequenze di significazioni diverse da quelle che ci aspetteremmo di trovare.</p>
<p>Un altro aspetto del problema del rapporto tra popolo e Stato è che non esiste un apparato di Stato separato dalla comunità politica e che la domina. Ne abbiamo già parlato e ci torneremo: a Atene esiste beninteso un apparato tecnico-amministrativo o tecnico-esecutivo piuttosto sviluppato, in particolare nel V e IV secolo. Sappiamo che sfrutta ampiamente gli schiavi: sono loro che gestiscono la contabilità e il tesoro pubblico, loro che si occupano degli archivi cittadini. Malgrado la loro condizione. Si pensi anche al ruolo dei liberti alla corte degli imperatori romani o di certi eunuchi presso gli imperatori cinesi. Non è il caso di Atene: gli schiavi pubblici sono effettivamente soltanto degli ingranaggi della macchina amministrativa, quale che sia l’importanza delle faccende di cui si occupano. Sono beninteso posti sotto la supervisione di cittadini magistrati, generalmente tirati a sorte. Non esiste insomma una burocrazia permanente o un apparato di Stato, che poi è la stessa cosa. Questa non separazione del potere rispetto alla comunità si manifesta anche nella <em>euthuna</em>, l’obbligo per ogni magistrato di rendere conto delle sue attività davanti a un corpo speciale, come la <em>Boule</em> nel periodo classico e per le magistrature più importanti. Tutti questi aspetti definiscono la <em>metoché</em>, ovvero la partecipazione della collettività al potere. Aristotele definiva il cittadino come colui che <em>metechei</em>, ovvero partecipa all’<em>arché</em>, al potere.</p>
<p>A questo punto si pone la questione di capire che cosa garantisce l’unità di questa comunità politica. Che cosa intendiamo con unità? Fin dove si spinge? Si tratta di una questione fondamentale dal punto di vista del pensiero politico, in generale del tutto negletta. Nel caso delle città greche, il corpo politico riceve l’unità, se così si può dire, come riceve la propria esistenza, a un livello che potremmo chiamare prepolitico. Non dico “naturale”, perché si tratta comunque di un livello sociale, ma prepolitico. Qui, da un punto di vista logico-trascendentale – la questione <em>quid juris</em>, non la questione <em>quid facti</em> – nel momento in cui inizia un processo di autoistituzione o di reistituzione, la comunità che si autoistituisce in un certo senso riceve sé stessa dal proprio passato, con tutto quello che il passato porta e comporta. Da un punto di vista non storico-cronologico ma logico, o se vogliamo verticale, si potrebbero fare delle analogie con la questione, tipicamente moderna, della società civile che si oppone non tanto allo Stato – come nella visione di Hegel e di Marx – quando alla società politica. Da principio abbiamo una realtà data: delle persone che vivono su un territorio determinato, divise in famiglie, in villaggi, in città, con tali usi e costumi, un modo di produzione, ovviamente, una religione eccetera. Si potrebbe dire che, dal punto di vista dell’istituzione politica, tutto questo è, in un certo senso, un materiale. Ma solo in un certo senso. Questa realtà data è prepolitica non in senso cronologico, visto che permane, ma in senso logico appunto. Permane tranne, per l’appunto, in una società che avrebbe pienamente realizzato il totalitarismo, ma questo riteniamo (sperando di non essere mai smentiti) che sia irrealizzabile per definizione: una società orwelliana come in <em>1984</em>, dove lo Stato si arroga il diritto di controllare Winston Smith persino quando va in bagno o fa l’amore con sua moglie. Vorrei in ogni caso attirare l’attenzione su questo elemento importante: il dato prepolitico è in un certo senso materiale della realtà politica; ma in un altro senso, essenziale, è qualcos’altro, ovvero la vita concreta delle persone. Non possiamo approfondire ulteriormente la questione, ma la tendenza a trattare tutto questo unicamente come un materiale è uno dei problemi principali della filosofia politica – e non soltanto della filosofia politica. Facciamo un esempio un po’ estremo: per i Khmer rossi, l&#8217;appartenenza degli individui a una famiglia e il fatto di avere un patronimico erano un puro materiale che poteva essere plasmato in funzione degli obiettivi politici dello Stato; si sono dunque separate le famiglie, imposti nuovi nomi alle persone, sradicato e deportato eccetera. Si dirà che questa non è filosofia politica ma totalitarismo. Si può discutere sul fatto che il totalitarismo sia una forma di filosofia politica, ma di certo è una forma di politica.</p>
<p>Esiste dunque una vita prepolitica, che in parte è estranea al punto di vista dell’istituzione politica. Determinare quale sia questa parte è in sé un problema enorme, che dipende precisamente dalla posizione politica di ognuno. Prendiamo l’esempio della società civile nel senso che gli è stato dato alla fine del Settecento, ovvero essenzialmente la sfera economica. Per gli uni, sarà considerata come non pertinente, ovvero estranea alla sfera politica, o comunque non trasformabile; mentre per altri – i socialisti, i marxisti – sarà invece considerata come decisiva. Quello che conta oggi per noi consiste nell’osservare in che modo il movimento di reistituzione si pone rispetto alla sfera prepolitica in senso astratto, logico, non cronologico del termine.</p>
<p>La storica riforma di Clistene (508/507) ci offre un esempio estremamente incisivo, e un ricco spunto di riflessione, su quali possono essere i rapporti tra la sfera politica e il dato prepolitico con cui il movimento istituente si confronta. Clistene appartiene a un’importante famiglia, gli Alcmeonidi, ma dopo la disfatta dei Pisistratidi e del regime oligarchico che è seguito per qualche anno, a spingere la sua ascesa è stato soprattutto il movimento del <em>demos</em> mirato a stabilire un potere della collettività. Questa presentava all’epoca delle divisioni che abbiamo definito prepolitiche, perlomeno dal punto di vista del movimento di reistituzione.  Gli Ateniesi sono divisi, come ogni città ionica, in quattro <em>phulai</em> (tribù) tradizionali; ma lo sono inoltre in funzione dei conflitti politici che si sono sviluppati ben prima di Pisistrato e che sono continuati anche dopo la caduta dei Pisistratidi. Le fazioni che ne sono risultate hanno un radicamento geografico ma anche, per così dire, socioeconomico: per semplificare potremmo dire che esistono un “partito” contadino, uno urbano e uno marinaro. Clistene, che vale qui come simbolo e nome di un più ampio processo politico, rinuncia a quel punto alla divisione in quattro tribù e ne crea dieci nuove, che sono a loro volta divise in tre trittie, distribuendo le magistrature in modo uguale tra le tribù (ci saranno dunque, per esempio, dieci strateghi). Ogni tribù è composta da un terzo contadino, uno urbano e uno marinaro, e quindi in nessuna predomina uno di questi tre terzi. Questo ci mostra che per instaurare l’unità della comunità politica è stato necessario spezzare alcune divisioni tradizionali: non si tratta di distruggere o di sterminare, nessuno viene mandato nei gulag, ma di mettere da parte certi elementi, perché la vita politica si svolge altrove. La nuova Atene non è una coalizione di gruppi sociali – contadini, marinai, cittadini (ovvero artigiani e commercianti). Non è nemmeno un conglomerato che raduna questi gruppi artificialmente. In ognuna delle trittie viene conservata l’organizzazione di base in demi – villaggi o più precisamente municipalità – che sono in un certo senso delle unità prepolitiche. Le antiche tribù ioniche conservano alcune funzioni religiose. Insomma l’elemento prepolitico passa in secondo piano ma non viene dissolto. La comunità politica è un’unità che si articola, non può far altro che articolarsi: non ci troviamo di fronte a una massa in cui qualcuno sta in rapporto diretto con il potere; eppure gli elementi preesistenti, senza essere soppressi, si stemperano di fronte alla nuova unità. Per avere una vera democrazia, è necessario che l’accesso a ogni magistratura sia uguale per ogni segmento di popolazione, ma questi segmenti non sono più “naturali” bensì definiti in vista del funzionamento politico. La Rivoluzione francese, che da questo punto di vista è andata oltre tutti gli altri, ha fatto cose simili: pensiamo a come le antiche province sono state sostituite dai dipartimenti eccetera, nel suo movimento di reistituzione della società. Diciamo subito che troppo spesso questa riorganizzazione del dato prepolitico in funzione di considerazioni politiche è in un certo modo troppo razionale, troppo astratta e perciò stesso inadeguata, se non oppressiva per la società. Ma nel caso della riforma di Clistene, assistiamo alla creazione di uno spazio politico che si articola su segmentazioni prepolitiche senza farsi determinare o asservire da loro.</p>
<p>Fatte queste precisazioni sulla questione dell’unità della comunità politica, vorrei commentare ancora due importanti disposizioni che mostrano in modo eminente lo “spirito delle leggi” dell’Atene clisteniana – e senza nemmeno citare quelle contro la tirannide. Innanzitutto l’ostracismo (il termine viene da <em>ostrakon</em>, la tessera di ceramica impiegata per votare). Questa disposizione, che inizia probabilmente a essere applicata attorno all’anno 487, permette all’assemblea, sotto certe condizioni, di condannare un cittadino a un esilio di dieci anni, senza che tuttavia costui perda né i diritti civici né i beni, e senza un connotato disonorante per colui che la subisce. La proposta deve rispettare certe specifiche forme e la decisione presa da almeno seimila cittadini, anche se i testi non chiariscono se si tratta di un quorum o del numero di voti a favore richiesti. A essere chiaro, invece, è che non si tratta di una misura che si poteva prendere alla leggera: per quanto sia complesso interpretare dai testi la vera natura dell’ostracismo, secondo gran parte degli autori questo riguardava soprattutto quegli individui di cui si poteva temere che inseguissero qualche forma di potere personale o potessero instaurare una tirannide. Eppure nel caso di Aristide, ostracizzato nel 482, due anni prima della grande invasione di Serse, come anche in quello di Cimone vent’anni dopo, non sembra esserci nessun rischio di tirannide. Preferisco dunque dare un’altra interpretazione, anch’essa molto antica: quando l’antagonismo politico raggiunge una soglia troppo elevata, magari cristallizzandosi su due persone che incarnano due campi opposti, e l’unità del corpo politico è minacciata, si cerca di rimediare allontanando per un decennio il rappresentante di uno dei due campi. Nel 482, per esempio, effettivamente sussiste un antagonismo tra il partito di Temistocle (più democratico in un certo senso, partigiano di una certa politica militare nei confronti dei Persiani, della creazione di un potere marittimo e della costruzione di una flotta importante) e quello di Aristide (portavoce di una tendenza più conservatrice e rurale). Due anni dopo la sua condanna, d’altronde, Aristide riceverà l’amnistia, perché le differenze si erano stemperate di fronte al comune nemico. Non bisogna dimenticare che i Greci in generale, e gli Ateniesi in particolare, avevano serie ragioni di cercare di limitare l’intensità dell’antagonismo e del conflitto politico nella città, per via della loro naturale inclinazione verso la divisione e il conflitto interno in tutte le sue forme: dissensi, guerre civili, ed eventualmente massacri.</p>
<p>Ma la disposizione più sorprendente da questo punto di vista, soprattutto per una sensibilità moderna, è quella che Aristotele segnala nella <em>Politica </em>(1330a20), di cui vi ho già parlato. Quando bisogna prendere una decisione su un conflitto con una città confinante, i cittadini che abitano vicino alla frontiera sono esclusi dalla deliberazione. Questo perché ovviamente rischiano di preoccuparsi dei rischi che pesano sui loro campi, raccolti bruciati e ulivi tagliati, invece che dell’interesse generale della polis: insomma perché non sono in grado di pronunciarsi in quanto cittadini. La decisione comune riguarda la comunità e porta sul generale, e se ci sono persone alle quali non è possibile chiedere di far astrazione della loro particolarità, essi non dovranno partecipare al voto. È evidente la differenza radicale tra questa concezione della politica e del corpo politico e quella contemporanea, secondo cui la politica non è altro, de facto e de jure, che una specie di insaccato composto da tanti interessi particolari. Si parla di bene comune ma in realtà si pensa a come mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle aziende, degli insegnanti e degli allievi, dei malati e degli studenti di medicina, dei ministri della salute e di quelli dell’educazione, dei partiti socialisti e di quelli comunisti, o dei centristi e dei gollisti, dei viticoltori e degli utenti di autobus… Questa è la politica oggi. Nulla di più lontano rispetto all’idea antica secondo cui è necessario tenersi a distanza, per quanto possibile, da tutti gli interessi particolari.</p>
<p>Va da sé che questo non è mai del tutto possibile, o meglio che questo è tanto più difficile quanto la società è divisa tra gruppi d’interesse. Vorrei tornare qui ad Hannah Arendt, che diceva che nella politica greca antica c’è una cancellazione di quello che lei chiama il “sociale”, e che questo principio dovrebbe essere generalizzato. Credo che abbia torto, perché nella concezione greca della politica (direi in ogni concezione della politica degna di questo nome), la politica riguarda la generalità, e la comunità non può permettere che le decisioni siano adottate in funzione di interessi particolari, settoriali. Si può dunque dire, assieme a Arendt, che bisogna escludere l’economico e il sociale dalla sfera del politico; oppure si può dire, come faccio io (ed è completamente diverso), che per evitare ogni interferenza degli interessi sulla sfera politica bisogna trasformare la materia sociale in modo tale che queste divisioni d’interessi non possano più determinare l’essenza del gioco politico. È sbagliato scivolare logicamente dall’idea giustissima che la politica non coincide con la sfera degli interessi (o precisamente non coincide con la sfera degli interessi biologici), all’idea che si debba escludere dalla politica il sociale e l’economico. Perché significa ignorare che dal momento in cui la divisione degli interessi assume una grande importanza in una società – come avviene inevitabilmente non appena ci si allontana dalle società arcaiche – diventa utopistico immaginare una sfera politica che funzioni autonomamente dalla sfera sociale ed economica. Questo problema – intravisto e rapidamente occultato, su cui inciampano sia la Rivoluzione francese che la Costituzione americana – è anche, in un certo senso, quello di Tocqueville. La relativa uguaglianza sociale che ravvisava in America era secondo lui la <em>condizione</em> stessa del gioco democratico, e proprio nella tendenza generale <em>verso</em> l’uguaglianza delle condizioni vedeva il segno caratteristico della modernità. Ma la questione economica e sociale non viene di fatto presa in considerazione dal primo movimento istituente nelle colonie del New England. Arendt se ne rallegra, come se questo non fosse precisamente uno dei fattori determinanti di quell’evoluzione della società americana che lei stessa deplora. Per Tocqueville la questione è diversa, anche perché scriveva negli anni 1835-’40 (il suo viaggio è del 1831-’32), ma anche tenendo conto di questo bisogna riconoscere che il suo sguardo è stranamente selettivo, perché la differenziazione economica è già fortemente presente e ha già un’influenza sul funzionamento delle istituzioni. La questione, quale si pone per noi oggi, è questa: fino a dove deve andare, fino a dove può andare, e a che prezzo forse, la trasformazione della materia socioeconomica, se vogliamo che un autogoverno della società sia possibile? A ogni modo il sociale, nel senso limitato dato da Arendt al termine (che non è né il senso classico né quello che gli do io), la sfera economico-sociale se vogliamo, non può essere abbandonato con il pretesto che la politica non ha nulla a che vedere con gli interessi particolari.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> [Castoriadis dedica un seminario a Platone nel 1986, ora in C. Castoriadis, <em>Sur</em> Le Politique <em>de Platon</em>, Seuil, Paris 1999]</p>
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		<title>Le virtù dimenticate del silenzio: i social, il covid, la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 04:29:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo: ne ho anche scritto in un paio di occasioni proprio su questo sito (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/">L’INVOLUZIONE DIGITALE | NAZIONE INDIANA</a>; e poi in risposta a un ottimo articolo di Andrea Inglese, che peraltro solleva molti dei temi a me più cari: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/">Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica | NAZIONE INDIANA</a>). Se dovessi riassumere con una formula la mia (e di altri) prospettiva – ma attenzione, il mini-abstract “parla” solo a chi ha già avuto modo di interessarsi a questi temi, altrimenti suona come un lungo, incomprensibile slogan – direi: questa “rivoluzione”, con l’accelerazione e le promesse di comunicazione totale ch’essa implica, non costituisce l’ineluttabile progresso, ma una delle sue possibili vie, come strumento primo e indispensabile del progetto dell’ultimo capitalismo neoliberale, in cui la supposta gratuità dei mezzi si fonda sulla concreta schiavitù degli utenti che producono profitto alienato, e la promessa libertà illimitata è uno specchietto per le allodole che organizza sotterraneamente un feroce controllo sociale.</p>
<p>Ora fra i tanti aspetti di questo complesso sistema, il quale costituisce oramai l’indispensabile scheletro che tiene insieme gli scambi attraverso il mondo umano, ce n’è uno che di recente, prima con la pandemia e dal febbraio 2022 con la guerra, ha assunto un rilievo straordinario, operando un vero e proprio salto di qualità (e mentre scrivo mi accorgo che questo processo aveva cominciato a delinearsi già con l’emergenza terrorismo): la bipolarizzazione della realtà, della sua comprensione, semplificata e organizzata come se fosse uno scontro fra due fazioni radicalmente opposte che si affrontano dentro uno stadio, la cui posta in gioco è l’annientamento dell’una o dell’altra, con gli utenti-spettatori tutt’intorno che da un lato non possono che fare fanaticamente il tifo, dall’altro entrano loro stessi in campo a dar manforte all’una o all’altra squadra&#8230; Il virus ha esercitato una sorta di fascinazione, anche per via del linguaggio di guerra che è stato forgiato per contrastarlo (e per altro non è improbabile che si ricominci), proliferando facilmente attraverso un mezzo, i social, che per propria natura inducono alla compulsione e alla dipendenza; e adesso che la guerra, quella vera, si combatte nel cuore dell’Europa (uno dei curiosi effetti della nostra fedeltà al Patto Atlantico sta nel farci percepire i paesi dell’Est “ai margini” del nostro continente, di cui invece geograficamente e culturalmente fanno parte a pieno diritto), quella fascinazione è diventata ipnosi: perché la guerra, da sempre, ipnotizza chi la osserva dal di fuori, ed è anche contro questo rischio che dovremmo lottare, pensare, per non lasciarci risucchiare dentro. In questa pericolosa prospettiva, come e ancor più di prima con il virus, quasi tutti dentro i social si sentono obbligati a dire quotidianamente la loro su questa orrenda guerra, a commentarla, classificarla, stigmatizzarla, con una sorta di vociare ininterrotto che risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria presenza: <em>Attenzione, ci sono anch’io</em>, come se l’esprimersi senza sosta equivalesse a una concreta azione di resistenza e il restare silenziosi – silenziosi nei social&#8230; – un’inconcepibile resa. Intendiamoci, nei social esistono mille posizioni, in Facebook ad esempio leggo a volte alcuni post di amici che mi aiutano a capire, insieme ad alcuni utili articoli che diversamente mi sfuggirebbero: ma il problema è che il flusso ininterrotto, i titoli messi in avanti per fare uscire la testa fuori dal flusso, per attirare l’attenzione, la coda delle discussioni che rapidamente si fanno rissa, organizzano comunque il mondo in due. Sugli opposti slogan si “discute”, ci si azzanna, non sulle idee, sulle analisi: del resto nessuno, là dentro, ha veramente la possibilità, o la voglia, di confrontare le proprie, non c’è dialogo, solo applauso o riprovazione.</p>
<p>(<em>Ma come?</em> – si potrebbe dire – <em>ma allora lo usi?</em> Sì, lo confesso, un paio di volte a settimana torno su Facebook: da un lato, appunto, come terreno di indagine sociologica; dall’altro, più sobriamente, come veloce rassegna stampa, o come dicevo per andarmi silenziosamente a leggere quei preziosi quattro o cinque amici, e articoli&#8230; Tuttavia, proprio da quando è cominciata la pandemia, mi sono imposto di non usarlo più per discutere, e di pubblicarci solo quello che è direttamente connesso con il mio lavoro, per esempio, adesso, questo pezzo. Certo, può capitare che il post di un amico/a mi trovi d’accordo, mi stimoli: ma allora, anche se è assai più lento, gli/le scrivo in privato; viceversa, può succedere, succede assai spesso, che alcuni commenti mi facciano venire il sangue agli occhi, e il dito mi pruda: ma mi freno, ed esco fuori, convinto come sono della totale inutilità, anzi, <em>dannosità</em>, di qualunque “discussione” là dentro – e anche del rischio, proprio ad ogni ex fumatore che ogni tanto si concede qualche tiro, di ricadere nell’antica droga&#8230;)</p>
<p>Il covid e la guerra dunque hanno esasperato la tendenza alla bipolarizzazione insita nel modo di funzionare dei social; e di più, hanno spinto questa bipolarizzazione a esondare dal suo campo di azione virtuale, contagiando più o meno ampi settori della società. Il fenomeno è internazionale: tuttavia, in tale direzione, l’Italia ha costituito un laboratorio particolarmente fecondo, nel senso che questa bipolarizzazione si è letteralmente impossessata dei principali mezzi di comunicazione tradizionale, giornali e televisione (la radio si è protetta di più); questi, di conseguenza, hanno assunto toni di una violenza inimmaginabili altrove nel mondo Occidentale, di fatto soffocando sul nascere – com’è appunto proprio dei social – qualunque vera analisi e discussione. Non saprei dire se questa esasperazione del dibattito pubblico italiano risponda a caratteristiche proprie al paese, per via di un suo atavico carattere melodrammatico, o se invece in questo l’Italia costituisca una sorta di avanguardia, persino un modello – nel bene e nel male non sarebbe la prima volta – di qualcosa che è destinato ad affermarsi su larga scala, una sorta di nuovo modo di fare informazione: sia come sia, in queste due crisi mondiali, giornali e televisioni di altri paesi storicamente vicini hanno meglio difeso la propria autonomia di linguaggio. Preciso anche che questa è un’ipotesi che si è affacciata alla mia mente cammin facendo, e non ha nulla di definitivo né di esaustivo, limitandosi a un numero ridotto anche se già significativo di paesi e di media: si è andata formando durante i due anni di pandemia, nel confronto – ecco, dichiaro le mie fonti – tra i giornali italiani “classici” (principalmente La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera, ed altri più recenti come Il Foglio, il Fatto Quotidiano, etc., con l’encomiabile eccezione del Manifesto e – per me è stata una scoperta – dell’Avvenire) e alcuni loro omologhi francesi (principalmente Le Monde, Libération, poi Le Figaro e altri), spagnoli (principalmente El País, elDiario.es), britannici (The Guardian, The Indipendent, poi The Times), statunitensi (The New York Times, The Washington Post), che ho l’abitudine quotidiana se non di leggere almeno di consultare, soprattutto quando ci sono eventi cruciali; infine, quando l’ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, ho allargato il confronto a telegiornali, reportage e dibattiti televisivi, sia pur con ineguale frequentazione (Rai 1, 2, 3, La 7; TF1, France 2, France 5, C 8, Arte; La 1, La 2, La Sexta; CNN e BBC – va detto che generalmente non guardo la televisione: si è trattato dunque di una vera e propria, e molto faticosa, ricerca sul campo, con brevi e saltuari “assaggi” per il covid, e una più lunga intensa immersione di una decina di giorni consecutivi per la guerra).</p>
<p>Insomma, in Italia in modo ben più netto e uniforme che altrove, giornali e televisioni hanno ripreso e amplificato la bipolarizzazione propria dei social, li hanno inseguiti, sono diventati in certo senso più social dei social; più che altrove, durante la pandemia, si è data forma di categoria a una vasta galassia di sensibilità, opinioni, riflessioni diversissime fra di loro: che si pensasse che dentro il vaccino ci fosse sciolto un microchip attraverso cui Bill Gates o Soros avrebbero controllato il mondo, e che magari il covid non esistesse, o fosse opera dei Cinesi per dominare l’Occidente, etc., o invece che, pur essendo vaccinati e convinti della sciagurata esistenza del virus, etc., ci si interrogasse sulla necessità della terza o quarta dose, o sull’efficacia di questa o quella misura di contenimento, e sul suo possibile danno per la democrazia, per l’equilibrio psicologico degli individui, o ancora sui profitti delle case farmaceutiche, etc., nel giro di pochi scambi si finiva di fatto per essere più o meno esplicitamente stigmatizzati come No-vax. Certo, le bufale, le falsificazioni, che esistono da sempre, sono state moltiplicate, diffuse dai social come mai prima – e di più: su un tale terreno straordinariamente propizio, le fake news (secondo la terminologia ormai in voga) hanno finito per modificare in profondità lo stesso rapporto che la società intrattiene con la realtà: se un’opinione, per il semplice fatto di essere espressa, diventa appunto un fatto, la comprensione, la ricerca della verità sono destinate sul nascere a naufragare. Questa confusione, come le idee realmente negazioniste e complottiste che l’alimentano, vanno ovviamente combattutte, col ragionamento, con l’analisi, con la difesa dei fatti, dei dati, e sempre deve insospettire in tal senso ogni discorso che inizia criticando la  narrazione “ufficiale” o il “mainstream”: le stesse espressioni anzi dovrebbero scatenare una sana urticaria. Tuttavia durante la crisi del covid, insieme alla moltiplicazione delle fake, si è anche creata una pietrificazione delle idee, del pensiero oggetto di critica da parte di tali fake: da riflessivo, eventualmente pedagogico, appunto analitico, questo si è fatto dogmatico, coercitivo, arrogante, con un irrigidimento ideologico, una sicurezza di giudizio insofferente a qualunque critica, sfumatura, dubbio, anche ragionevole – e i media, anche fuori dai social, più che informare, analizzare, problematizzare (questo dovrebbe essere il loro compito) si sono spesso ritrovati a scandire ingiunzioni, farsi portavoce delle “linee guida” (altra espressione da urticaria) sanitarie o governative, alimentare la paura, far montare l’emotività, anche abusando di termini come “negazionismo” o “complottismo” distribuiti con troppa facilità (il terribile vocabolario della Shoah necessiterebbe un uso accorto, meditato&#8230; non a caso ora che c’è la guerra un altro termine a rischio di uso improprio è “genocidio”&#8230; ): e il dibattito, quello che avrebbe dovuto essere il dibattito, utile a far ragionare la gente, si è trasformato in una vera e propria guerra di religione – con la conseguenza, fra altre, di contribuire alla radicalizzazione di chi complottista e negazionista lo era veramente.</p>
<p>Lo dicevo, l’esondazione è una tendenza internazionale, ma in Italia ha assunto livelli inimaginabili in altri paesi (non a caso il movimento No-vax è stato più violento ed esasperato che altrove&#8230;), anche aiutandosi con la creatività deamicisiana propria del Belpaese (ho battezzato il file in cui ho raccolto i titoli più significativi in periodo di pandemia con le prime parole di un titolone di Repubblica, bello grande in prima pagina: <em>La mamma in agonia al figlio No-vax: “mettiti la mascherina&#8230;”</em>). Succedeva insomma anche negli altri paesi, ma con più misura, con meno fanatismo, con più possibilità di contraddittorio: per esempio, tanto per mischiare un po’ l’ieri con l’oggi, Jean-Luc Mélenchon, presidente del primo partito della sinistra francese, che ha sfiorato il passaggio al secondo turno delle presidenziali, si è opposto a diverse misure di lotta contro il virus, fra cui il pass sanitario e ancor di più vaccinale, ha difeso il vaccino ma lo ha qualificato di racchetta bucata, ha denunciato l’opacità delle case farmaceutiche, e come lui diversi altri intellettuali, senza che nessuno dei grandi giornali o televisioni li abbia attaccati come complottisti o negazionisti&#8230;</p>
<p>Piccolo stacco, o parentesi, prendendo in prestito e riassumendo, adattando, una riflessione che avevo elaborato in un convegno su Sciascia tenutosi a Parigi nel 2019 (<em>La letteratura come </em>non <em>menzogna, </em>Todomodo, X, 2020: 108-118). Esiste una tensione scrittura-oralità, un’ambivalenza nei confronti della parola scritta che corre lungo tutta la cultura Occidentale. Anzi, da Platone a Lévi-Strauss, passando per Rousseau, esiste una vera propria ostilità nei confronti della scrittura, che ucciderebbe la vita, ogni suo segno significante costituendo una sorta di tomba che blocca la parola viva. Così Platone, i cui scritti rappresentano uno dei momenti più alti della storia umana, nutriva per la marmorea morta scrittura un’argomentata diffidenza, al punto che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe affidato alla vitale multiforme “parola alata” la parte più preziosa del suo insegnamento. Ma si potrebbe andare ancora più indietro, ricordando che la prima menzione di scrittura della nostra cultura si trova nell’”oralissimo” Omero, con il celebre mito di Bellerofonte messaggero in Iliade VI (poi ripreso da Rousseau, Lévi-Strauss, Derrida&#8230;), in cui le “parole mortifere” impresse nella tavoletta che ha il compito di consegnare al re della Licia dovrebbero appunto sentenziarne la morte. In questa prospettiva i dialoghi di Platone, con la loro struttura (appunto dialogica), sarebbero un tentativo di aggirare, attutire la durezza del marmo, creando una parola che pur essendo scritta, cioè intombata, possa avere la levità, l’apertura della parola alata&#8230; Ecco, durante il covid, ho cominciato a pensare che i social avessero in un certo senso operato una rivoluzione simile, ma con finalità opposte: ora si doveva creare una parola che avesse la stessa velocità della parola alata, o quasi, ma che potesse colpire con la stessa durezza della parola scritta. Dalle mail collettive ai gruppi whatsapp  fino all’apoteosi delle discussioni  su Facebook, in molti abbiamo sperimentato quanto questo tipo di parola possa infiammare le “discussioni”, ferire, portare a rotture e contrapposizioni violente anche fra amici, molto di più di quanto non possa farlo quella “orale”, attorno a una tavola: perché parlando è sempre possibile tornare indietro, aggiustarsi, correggersi, mentre nella scrittura c’è qualcosa di irreversibile. Con un’eccezione importante (ma che rischia di essere contagiosa): la parola dei social, traccia scritta che si è ispirata alla velocità della comunicazione orale, ha imposto il suo stile, la sua rocciosità binaria, non solo alla maggior parte dei giornali, ma anche, con una sorta di ritorno alla sua fonte <em>alata</em>, a molta informazione televisiva, che oggi si caratterizza per un’accresciuta violenza e logica della bipolarizzazione. In particolare i talk show, che sono in senso proprio uno show della parola: di nuovo, questi non sono un’esclusività dell’Italia, ma mentre in altri paesi sono confinati ad alcune zone meno prestigiose della televisione, o comunque non sono loro che gestiscono l’informazione, in Italia ne costituiscono, trasversalmente a tutti i più importanti canali nazionali, il vettore principale, almeno sugli argomenti cruciali. <span style="text-decoration: line-through;"> </span></p>
<p>In questo senso, fa impressione come lo stesso impianto di discussione delineato per il covid, e spesso con gli stessi protagonisti ad occupare la scena, sia passato, senza soluzione di continuità, a occuparsi della guerra, raggiungendo in maniera del tutto appropriata l’acme della violenza e della bipolarizzazione: perché di questo è fatta l’ipnotica guerra. Per descrivere, analizzare un fenomeno non è necessario assumerne il linguaggio, anzi, la distanza, il non risonare insieme (come avvertiva il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino: <em>Mitsingen ist verboten&#8230; </em>) è fondamentale per capire. Ma, fatto straordinario, ecco che in Italia – un’anche rapida comparazione delle informazioni e dibattiti televisivi attraverso diversi paesi è da questo punto di vista veramente istruttiva – la stessa coreografia delle trasmissioni in cui si discute di guerra evoca la guerra, la tensione, la tenzone, anche con l’aiuto di un ricorso alle immagini ben superiore a quel che avviene altrove: quello che sembra ricercarsi, alla televisione come nei principali giornali, non è il confronto, la comprensione, ma lo scontro o viceversa (come avveniva per il covid) il consenso religioso a una visione del mondo, l’approvazione.</p>
<p>Naturalmente i negazionisti, i complottisti esistono anche in guerra, come sempre, per più o meno esplicitamente servire con i loro caratteristici rovesciamenti la parte “sbagliata”: l’aggressore diventa l’aggredito, la vittima il carnefice, gli eccidi un’invenzione. In questo senso, ad esempio, ha giustamente scandalizzato chi, per il massacro di Bucha, ha parlato di “messa in scena”,  lasciando intendere che quelle morti violente non fossero mai avvenute, fossero state prodotte a bella posta, etc. Eppure, al di là dello scandalo, andrebbe anche ricordato a un altro livello che, in senso stretto, un’immagine, una foto, un video, sono sempre una <em>messa in scena</em>: solo la loro analisi può renderli veramente significativi. Ora, soprattutto dalla prima guerra in Irak in poi, l’uso massiccio delle immagini annebbia più che chiarisce; anzi – basti pensare fra altri al loro uso nel conflitto medio-orientale – sono diventate esse stesse armi, fondamentali, con cui le parti si combattono per convincere delle proprie ragioni l’opinione pubblica interna ed esterna. La loro analisi, insomma, è indispensabile: ed è quella appunto che manca nell’informazione televisiva italiana, in cui le immagini arrivano senza filtro, per emozionare, commuovere (e anzi, spesso ci sono le immagini delle immagini: il volto commosso di questo o quell’invitato in studio che appare in un angolo dello schermo, mentre guarda questa o quella immagine&#8230;., con il pubblico, da casa, che guarda insieme, in una spirale di emozione, l’uno e l’altra&#8230;). Come non pensare, del resto, che il più spaventoso genocidio della nostra storia, la Shoah, si sia dimostrato, affermandosi come un’incontrovertibile evidenza, praticamente in assenza di immagini?</p>
<p>Intendiamoci, per non creare equivoci: emozionarsi, commuoversi, indignarsi di fronte all’ingiustizia, all’orrore, è giusto, è necessario, anche per poter capire – ma sovrapporre emozione, umanità, considerazioni geopolitiche, analisi storica, come se fossero una cosa sola porta inevitabilmente a considerazioni errate, quanto meno per i tempi, i modi, i toni: perché c’è un modo e un tempo, un tono per dire le cose. La parola, le parole “<em>social</em>izzate” – aggettivo, da social – dei dibattiti televisivi italiani, anche se a volte, come nei social stessi o nei giornali, veicolano individualmente contenuti realmente interessanti, magari utili, sono sempre stonate: per via del contesto (ci si faccia attenzione: gli studi televisivi sembrano già predisposti alla guerra!), dell’urlo sempre in agguato che si sovrappone a un intervento per introdurre, imporre il successivo, del ritmo frenetico con cui questi interventi si succedono e si sovrappongono, impedendone di fatto la loro attenta considerazione, la loro <em>digestione</em> – per altro, anche chi dice cose assennate assume troppo spesso il ruolo di personaggio di una sgangherata recita collettiva, peggio, finisce per essere ridotto a macchietta, stereotipo, slogan, diventa, pur se assennato, ridicolo, grottesco, macinato com’è nel teatro delle urla (e anche lui urlante), nel bombardamento di immagini e interventi volti a incendiarci il cuore con l’emozione, mai a farci ragionare. (A proposito di ridicolo: alcuni degli invitati di questi talk show sono chiamati al banco per nome e cognome, altri – soprattutto se donne e giovani – solo per nome, altri ancora come “professore”, “dottore”, “dottoressa”, “professoressa”, “onorevole”, etc., in una voluttà luccicante di titoli, gradi e distinguo che ci ricorda che l’Italia è sempre quella de <em>I promessi sposi&#8230;</em>). Insomma, più che i singoli contenuti, ad essere sballato è soprattutto l’impianto, il palcoscenico che permette loro di circolare e moltiplicarsi.</p>
<p>Quanto al negazionismo, al complottismo, vanno anche qui, come sempre, fermamente combattuti, con l’analisi, con la forza dei fatti e del ragionamento, ma per farlo occorre che queste categorie siano usate propriamente. Ora, questo furore religioso (di nuovo, come ai tempi del covid), alimenta il conflitto invece che la comprensione, creando un fantomatico “campo avverso” (come appunto in guerra, eppure&#8230; <em>mitsingen ist verboten&#8230;</em>), e aspirandovi dentro chiunque si discosti dalla linea diciamo principale (in questo caso “interventista”, senza se e senza ma), magari semplicemente per sostare e interrogarsi. La sosta, l’interrogativo, comunque non funzionano nel dibattito <em>coram populo</em>, dove con rarissime eccezioni – che però finiscono col farsi da parte – si deve  correre, parlare forte e spiattellare certezze: <em>occore fare questo</em>, <em>occorre fare quello</em>. Per altro, in un’apparente splendida democrazia, in televisione tutte le posizioni sono rappresentate, anzi, i “pacifisti” spesso alzano la voce più degli altri: servono appunto ad infiammare il dibattito, o meglio, uno scontro (siamo in guerra&#8230;) in cui ognuno arriva con le sue certezze e non ha nulla da imparare, da ascoltare dagli altri – in un certo senso è il rovesciamento della logica platonica di cui si diceva sopra: i dialoghi, ispirandosi alla malleabilità della parola alata, dovevano attraverso il confronto costruire una possibile soluzione di un problema, o meglio, un possibile accordo; i dibattiti televisivi in Italia, ispirandosi alla durezza della scrittura social, mettono in scena uno scontro di certezze già costruite: per un pubblico che da casa fa le ore piccole assistendo a quelle ipnotiche discussioni, che della guerra sono in qualche modo una trasposizione, una drammatizzazione. Poi, in una sorta di <em>chassé-croisé</em>, ci pensano i social, e ancor di più i giornali, a fissare i contorni del mostro da abbattere, a partire dalle urla televisive, o altre opinioni, riflessioni anche pacatamente espresse, in una spirale di violenza e di semplificazione senza pari, che mette i pochi putiniani veri (che esistono, soprattutto a destra ma anche a sinistra, e sono ben conosciuti, anche perché spesso occupano o occupavano posizioni importanti nel governo e in parlamento, e di Putin si dicevano amici, ci facevano affari etc.) insieme con le molte persone che sono da sempre radicalmente contro Putin, ma pensano che la guerra non si possa fermare con una corsa al riarmo: anzi, curiosamente, sono questi ultimi, molto più dei primi, i principali oggetti della stigmatizzazione. Qualche titolo, qualche formula. “Io non sto con Putin, però”, perfido e assai diffuso: dove il “però” indica il tentativo di ricostruire il contesto della guerra, che si tratti di chiamare in causa la precedente guerra nel Donbass, l’espansione a est della Nato etc., perché – secondo questa formula – tali spiegazioni sarebbero di per sé giustificazioni, un modo per alleggerire le colpe di Putin o, addirittura, per trasformarlo da carnefice in vittima, facendosene di fatto alleati. (Ma allora i nostri vecchi manuali scolastici, quando ad esempio spiegavano che l’umiliazione inflitta alla Germania dopo la prima guerra mondiale era stata il terreno sui cui si era sviluppato il nazismo, cercavano di giustificare gli orrori di Hitler? Abbiamo imparato, a scuola, facendo politica, che prendere il tempo di capire non ostacola la necessaria scelta di campo, anzi la rende più consapevole, più forte&#8230;). C’è il più glaciale, e un po’ maccartista con le sue liste di nomi, “la cosa putiniana” – anche inquietante: “Come agisce la cosa putiniana?” C’è, sullo stesso slancio, la “federazione negazionista che fa il gioco di Putin”. O ancora, più puntualmente, ci sono oscenità del tipo l’“Associazione Nazionale <em>Putiniani</em> d’Italia”, cioè l’ANPI&#8230; A parte il fatto che, indipendentemente dal cosa si pensi rispetto al complessissimo problema di come intervenire in questa guerra (perché è complessissimo, e ci si dovrebbe auto-vietare di spiattellare certezze ad uso di chi, sul campo, combatte, soffre e muore veramente), è difficile non fremere di indignazione, di disgusto, nel vedere decenni e decenni di coraggiose e nobili lotte per il disarmo e per la pace, per altro con un ventaglio di posizioni e sensibilità spesso molto diverse, ridotte a una tale ridicola e menzognera rappresentazione: i pacifisti, o meglio (altra formula) i “putin-pacifisti” sono o appunto amici di Putin o “vigliacchi” (altro epiteto ricorrente) che hanno paura di combattere, o volentieri l’una e l’altra cosa. Fino al colmo del grottesco: a tratti sembra che la guerra si combatta non in Ucraina, ma sul suolo italiano, e che il nemico non sia più Putin, ma il disegnatore o il dirigente dell’ANPI di turno&#8230; (Variante di raccordo: i No-vax di un tempo adesso sarebbero putinisti&#8230; Ma oggi come allora questa categorizzazione del dissenso su vasta scala, senza distinzioni, in un’omogenea notte in cui tutte le vacche sono nere, da un lato intimidisce e taglia fuori dal dibattito le molte persone che sono nel contempo convintamente indignate, inorridite, e bisognose di interrogare la realtà, dall’altro conduce ahimè alla proliferazione del negazionismo e del complottismo, quello vero, che esiste ed è pericolosissimo&#8230;)</p>
<p>Ed ecco, è in questi ultimi mesi che con dolcezza mi si è imposto alla mente il silenzio, come un amico prezioso. Il silenzio è fondamentale dentro la scrittura come nella musica, ne fa parte: i sospiri, le pause, le attese, rendono la frase viva, intelligibile. Il silenzio è fondamentale prima e dopo un concerto, un’esecuzione musicale, ne fa ancora parte, e questo vale anche per la scrittura: perché la scrittura è per vocazione ad alta voce, anche quando è appunto muta. Il silenzio insomma è pieno, parla, è indispensabile per farci stare al mondo, per farcelo capire. Il silenzio sono le passaggiate, reali o sedute (con la mente, vagando), in cui digeriamo il pezzo che abbiamo letto, imponendoci di non leggerne subito un altro. Il silenzio sono i giorni, le settimane, i mesi in cui, scrittori, scegliamo di non scrivere, perché qualche cosa deve maturare diversamente, magari traducendosi in azioni. Il silenzio è semplicemente “prendere il tempo di&#8230;”, l’avere il coraggio di disconnettersi per trovare distanza, lucidità, in una prospettiva che è agli antipodi dell’incessante e rumoroso flusso continuo dei social o dei talk show <em>social</em>izzati, e della loro sinistra filosofia dell’esser sempre connessi. Il silenzio è resistenza attiva da opporre all’ipnosi della guerra in immagini e parole, che l’intrattiene, la guerra, non la neutralizza, e intrattenendo finisce per abituare, assuefare, e anestesizzare: del resto, almeno sui social, l’assuefazione nei confronti della guerra sta già arrivando, prima di quanto non sia accaduto con il covid, probabilmente perché a differenza di quello ancora non ce la si sente (a torto) dentro casa. (E però, che atmosfera pesante&#8230;) Il silenzio è capire che adoperarsi per la pace, qualunque sia la propria idea sul come ci si possa arrivare, non implica distribuire verità e consigli a chi muore combattendo sul campo. Perché qui, concretamente, parlo innanzitutto del silenzio pubblico, <em>social</em>izzato, individualizzato, che libera energia e tempo per altre parole-azioni, anche se non destinate a lasciare una traccia firmata: possiamo discutere con gli amici, con gli Ucraini e i Russi che già si sono rifugiati nei nostri paesi, con gli studiosi di quelle aree, non per sbandierare il nostro punto di vista, ma prima di ogni altra cosa per ascoltare, e per insieme costruirne uno; e poi, soprattutto, possiamo aiutare, ognuno secondo i propri mezzi, i molti che stanno arrivando qui, e hanno bisogno di tutto: di imparare la lingua del posto, di cibo, di soldi, di un letto – in quell’azione non ci si assuefa, non ci si abitua, e ogni giorno la guerra, questa guerra (come, mi si permetta di dirlo, tutte le altre), appare sempre di più per quel che è: inaccettabile.</p>
<p>In questo senso, mi ha molto colpito un post che, mi sembra, esemplifica un altro degli aspetti dei social che ha assunto in questi ultimi tempi un rilievo straordinario: la parcellizzazione solitaria della protesta, nel miraggio di essere connessi agli altri – il suo autore dichiarava di essersi arruolato nelle file della resistenza ucraina&#8230; su Facebook, perché era l’unico posto dove era possibile farlo! Ora, al di là delle anonime azioni concrete di cui ho appena detto e che sono, oltre che possibili, necessarie, c’è un meccanismo globale che va sottolineato: com’è stato ampiamente dibattuto (fra altri, nei due articoli che menzionavo all&#8217;inizio), questa parcellizzazione virtuale è direttamente proporzionale all’appassimento della protesta e dei dibattiti reali, realmente collettivi, fatti dell’incontro di persone vere, con le loro idee, le loro emozioni, i loro corpi. Eccolo, di nuovo, il silenzio: volgere la nostra attenzione altrove, far appassire il rumore dei social, dei dibattiti televisivi, disertare i giornali dai toni troppo guerrieri, per travasare questa energia nelle piazze e condannare l’aggressione, chiedere a gran voce la pace, a sostegno di coloro che resistono in Ucraina e in Russia, con una pressione costante – potesse essere questa la gran forza di contagio che aiuti (com’è stato per altre guerre passate) ad imporla, la pace. E magari intanto, che si sia credenti o anche atei, unirsi ai Russi e agli Ucraini che vivono già fra noi, per silenziosamente pregare insieme a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Yves KLEIN, Monochrome vert sans titre (M 75), vers 1955]</p>
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		<title>Politica e filosofia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Feb 2013 07:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C) aveva 24 anni quando Atene venne definitivamente sconfitta dagli Spartani nella guerra del Peloponneso, e quando il generale spartano Lisandro impose ad Atene il regime terroristico dei trenta tiranni. Regime che non durò che otto mesi, ma che fu sufficiente a produrre ulteriori lacerazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello.jpg" alt="il Platone di Raffaello" width="246" height="262" class="alignleft size-full wp-image-44977" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello.jpg 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello-90x96.jpg 90w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello-35x38.jpg 35w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello-201x215.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/il-Platone-di-Raffaello-120x128.jpg 120w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /></a><br />
<strong>Platone</strong> (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C) aveva 24 anni quando Atene venne definitivamente sconfitta dagli Spartani nella guerra del Peloponneso, e quando il generale spartano Lisandro impose ad Atene il regime terroristico dei <em>trenta tiranni</em>. Regime che non durò che otto mesi, ma che fu sufficiente a produrre ulteriori lacerazioni nel tessuto, già dilaniato dalla lunga guerra, della società ateniese.</p>
<p>Col nome di Platone ci sono pervenute un certo numero di lettere, la maggior parte delle quali viene oggi ritenuta apocrifa. La settima è delle poche che si ritiene possa essere autentica. Ne riporto qui uno stralcio <span id="more-44976"></span>iniziale perché l’attuale situazione politica sembra irresistibilmente richiamata dalle parole del filosofo ateniese, con luci e ombre, con una grande fiducia nella filosofia e con tutti i rischi di qualunquismo, di Aventino ecc. che ancor oggi percorrono la riflessione di molti.</p>
<p><em>Lettera settima: Platone ai familiari e agli amici di Dione con l’augurio di star bene </em></p>
<blockquote><p>[ . . . . . ]<br />
Quando ero giovane, io ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica, non appena fossi divenuto padrone di me stesso. Or mi avvenne che questo capitasse allora alla città: il governo, attaccato da molti, passò in altre mani, e cinquantun cittadini divennero i reggitori dello stato. Undici furono posti a capo del centro urbano, dieci a capo del Pireo, tutti con l’incarico di sovraintendere al mercato e di occuparsi dell’amministrazione, e, sopra costoro, trenta magistrati con pieni poteri. Tra costoro erano alcuni miei familiari e conoscenti, che sùbito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica, come ad attività degna di me. Io credevo veramente (e non c’è niente di strano, giovane come ero) che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto, e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. M’accorsi così che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente: tra l’altro, un giorno mandarono, insieme con alcuni altri, Socrate, un mio amico più vecchio di me, un uomo ch’io non esito a dire il più giusto del suo tempo, ad arrestare un cittadino per farlo morire, cercando in questo modo di farlo loro complice, volesse o no; ma egli non obbedì, preferendo correre qualunque rischio che farsi complice di empi misfatti. Io allora, vedendo tutto questo, e ancor altri simili gravi misfatti, fui preso da sdegno e mi ritrassi dai mali di quel tempo. Poco dopo cadde il governo dei Trenta e fu abbattuto quel regime. E di nuovo mi prese, sia pure meno intenso, il desiderio di dedicarmi alla vita politica.<br />
Anche allora, in quello sconvolgimento, accaddero molte cose da affliggersene, com’è naturale, ma non c’è da meravigliarsi che in una rivoluzione le vendette fossero maggiori. Tuttavia bisogna riconoscere che gli uomini allora ritornati furono pieni di moderazione. Se non che accadde poi che alcuni potenti intentarono un processo a quel mio amico, a Socrate, accusandolo di un delitto nefandissimo, il più alieno dall’animo suo: lo accusarono di empietà, e fu condannato, e lo uccisero, lui che non aveva voluto partecipare all’empio arresto di un amico degli esuli d’allora, quando essi pativano fuori della patria. Vedendo questo, e osservando gli uomini che allora si dedicavano alla vita politica, e le leggi e i costumi, quanto più li esaminavo ed avanzavo nell’età, tanto più mi sembrava che fosse difficile partecipare all’amministrazione dello stato, restando onesto. Non era possibile far nulla senza amici e compagni fidati, e d’altra parte era difficile trovarne tra i cittadini di quel tempo, perché i costumi e gli usi dei nostri padri erano scomparsi dalla città, e impossibile era anche trovarne di nuovi con facilità. Le leggi e i costumi si corrompevano e si dissolvevano  straordinariamente, sicché io, che una volta desideravo moltissimo di partecipare alla vita pubblica, osservando queste cose e vedendo che tutto era completamente sconvolto, finii per sbigottirmene. Continuavo, sì, ad osservare se ci potesse essere un miglioramento, e soprattutto se potesse migliorare il governo dello stato, ma, per agire, aspettavo sempre il momento opportuno, finché alla fine m’accorsi che tutte le città erano mal governate, perché le loro leggi non potevano essere sanate senza una meravigliosa preparazione congiunta con una buona fortuna, e fui costretto a dire che solo la retta filosofia rende possibile di vedere la giustizia negli affari pubblici e in quelli privati, e a lodare solo essa. Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle generazioni umane, se prima al potere politico non fossero pervenuti uomini veramente e schiettamente filosofi, o i capi politici delle città non fossero divenuti, per qualche sorte divina, veri filosofi.
</p></blockquote>
<p>[da: Platone, <em>Opere complete 8: Lettere, definizioni, dialoghi spuri</em>, Laterza, Bari 1984, trad. di Antonio Maddalena, pp. 26-28.]</p>
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		<title>Byron – Un ritratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 06:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Il poeta bel tenebroso, caricaturato da Thomas Love Peacock in Nightmare Abbey come Mr Cypress, nascondeva dunque un segreto “infamante” che, come la sua fama cresceva, il gossip londinese non poteva e non voleva perdonare. Le vicende della sua vita paiono ai nostri occhi quelle di un uomo braccato e sfinito, di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Il poeta bel tenebroso, caricaturato da Thomas Love Peacock in <em>Nightmare Abbey</em> come Mr Cypress, nascondeva dunque un segreto “infamante” che, come la sua fama cresceva, il gossip londinese non poteva e non voleva perdonare. Le vicende della sua vita paiono ai nostri occhi quelle di un uomo braccato e sfinito, di un’icona rovesciata, invertita nei suoi sensi più profondi. <span id="more-42196"></span>Quando infine &#8211; ricattato, snervato, indebolito dalle febbri e dalle polmoniti, nell’umidità insopportabile dell’inverno greco, senza un’alimentazione adeguata e le necessarie cure – Byron trentaseienne nel 1824 sigilla nel dolore la sua esistenza, inizia un’opera di “normalizzazione”, volta persino a negare il senso delle parole dette e scritte dal poeta nel linguaggio degli “iniziati” di Cambridge: “I am horatian”. Un’espressione che, tradotta in termini moderni, significa “sono bisessuale”.<br />
Byron stesso, d’altronde, si sentì indotto a lasciare anche degli accenni ostili all’omosessualità. Ricordiamo quella sua famosa nota al Childe Harold in cui afferma: “La morte di Antinoo fu eroica tanto quanto la sua vita fu infame”. Byron riteneva, come molti alla sua epoca, che Antinoo si fosse “sacrificato” per Adriano: e questo sarebbe l’aspetto eroico. Ma egli definisce anche “infamous” la vita del giovane poi deificato. E lo faceva al fine di poterne parlare. Il parlarne esecrando era l’unica maniera che il contesto omofobo concedesse.<br />
Questo procedimento della ritrattazione, contenuta nel testo stesso oggetto di possibile condanna, ha per altro una storia plurisecolare. Nelle lettere inglesi si può risalire fino Geoffrey Chaucer, costretto a difendersi dalla chiesa del suo tempo, con le famose retracciouns. In pratica, nel testo a rischio, occorreva infilare sempre una frase che ne contraddicesse la sostanza, da poter esibire in tribunale a propria discolpa, in caso di guai con la giustizia ecclesiastica. O con quella civile, che spesso coincideva, o comunque condivideva i valori di fondo di quella ecclesiastica. Va ricordato che in Inghilterra, fino all’inizio del Novecento, quando si trattava di sodomia, il Levitico era il testo di riferimento per i tribunali.</p>
<p>E la condanna, o comunque la tacita messa al bando, di Platone dai programmi accademici britannici nel secolo XIX, la dice lunga sull’ossessione dell’establishment (accademico, militare, religioso, politico) circa la corruzione dei costumi giovanili. Come scrisse l’arguto Peacock: “Nelle nostre università Platone è ritenuto poco meglio di un corruttore dei giovani”. Non dimentichiamo che quando nel 1840 Mary Shelley riuscì finalmente a fare pubblicare la splendida traduzione del Simposio vergata dal compagno, dovette accettare le pesanti censure lessicali del pur aperto e radicale Leigh Hunt, che temeva per sé una condanna per oscenità. Così “lover” diventa “friend”, “men” diventa “human beings”, “youths” diventa “young people”. E il Discourse di commento di Shelley fu stampato per la prima volta insieme alla traduzione &#8211; finalmente ripristinata in conformità al manoscritto originale &#8211; solo nel 1931. Ma in un’edizione privata e a tiratura limitata. L’opera integrale entrò nel canone shelleyano solo nel 1949, l’anno successivo alla pubblicazione del Rapporto Kinsey!<br />
Malgrado gli sforzi degli studiosi e degli insegnanti per tenere ben custoditi e non tradotti i passaggi più esplicitamente gay delle opere greche e latine, a Cambridge quei passaggi erano i più letti, citati e tradotti da Byron stesso e dagli altri “iniziati”. In seguito, per tutta la vita, nelle opere e nell’epistolario, Byron continuò a menzionare Ganimede e Giacinto, Aristogitone e Armodio, e a invocare Antinoo. E da Catullo e Orazio, Virgilio e Petronio avrebbe trascritto e citato, anche in età adulta, i passaggi più sapidi. Per Byron, in sostanza, la classicità conosciuta a Harrow e approfondita a Cambridge, divenne il luogo mitico della giustificazione e dell’esempio: Xenofonte, Anacreonte, Saffo; e Tibullo, Properzio, Petronio, Marziale saranno costantemente citati per quella ragione. Quante volte il suo pensiero e la sua penna corsero al Formosum Pastor Corydon e all’incontro tra Eurialo e Niso, al quale aveva dedicato una splendida parafrasi già nella prima raccolta, Hours of Idleness: “These burn with one pure flame of generous love / In peace, in war, united still they move…”. Non stupisce che il suo primo pensiero, una volta maggiorenne, sia stato di raggiungere fisicamente quei luoghi, affinché quei pastori gli si materializzassero dinanzi. D’altro canto, a fine secolo, nel clima terroristico seguito al processo a Wilde, E.M. Forster nel Maurice ancora definisce l’omosessualità “the unspeakable vice” degli antichi greci.</p>
<p>Nell’opera Byron dovette accontentarsi di dare sfogo alla propria omosessualità ricorrendo all’elemento esotico. Nel Don Juan, per esempio, riesce a infilare l’esperienza vissuta con le visite all’harem maschile di Alì Pashà collocando il suo splendido protagonista, travestito da concubina, nel serraglio del sultano. A farsi subito notare dallo stesso, per nulla spazientito:</p>
<p>His Highness cast around his great black eyes,<br />
And looking, as he always looked, perceived<br />
Juan amongst his damsels in disguise;<br />
At which he seemed no whit surprized nor grieved,<br />
But just remarked, with air sedate and wise,<br />
While still a fluttering sigh Gulbeyaz heaved,<br />
&#8220;I see you&#8217;ve bought another Girl, &#8216;tis pity<br />
&#8220;That a mere Christian should be half so pretty.&#8221;</p>
<p>Ma leggiamo anche questa strofa da Beppo, a Venetian Story:</p>
<p>The moment Night with dusky mantle covers<br />
The skies (and the more duskily the better)<br />
The Time&#8211;less liked by husbands than by lovers—<br />
Begins, and Prudery flings aside her fetter,<br />
And Gaiety on restless tiptoe hovers.<br />
Giggling with all the Gallants who beset her;<br />
And there are Songs, and quavers, roaring, humming,<br />
Guitars, and every other sort of strumming.</p>
<p>Nel verso “And Gaiety on restless tiptoe hovers” notiamo come il sostantivo “gaiety” venga usato in un contesto omoerotico. Le occorrenze sono numerose anche per l’aggettivo gay e per l’avverbio gaily. Contrariamente a quanto si ritiene, infatti, già all’inizio dell’Ottocento, tra gli iniziati, tali termini possedevano la valenza moderna. Quindi, se nel Settecento, Alexander Pope poteva esclamare, unisemanticamente “Belinda smiled and all the world was gay”, all’epoca di Byron il termine gay già viene usato in senso moderno (pur se all’interno di ristretti circoli). Lo dimostra molto bene Rictor Norton in un rigoroso studio, Myth of the Modern Homosexual, apparso nel 1997.</p>
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		<title>L&#8217;impasse liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 11:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Ci sono economisti di destra e di sinistra che oggi assistono con lo stesso entusiasmo infantile alle peripezie di un uomo sprovvisto di ogni ideologia, desideroso solo di fare i propri interessi e allo stesso tempo in corsa, armato di scarpe da ginnastica e skateboard, verso una vertiginosa e permanente emancipazione dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/130px-WLMK_hammer_and_tongs_Votez_Liberal_poster_1930.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-39209 alignleft" title="130px-WLMK_hammer_and_tongs_Votez_Liberal_poster_1930" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/130px-WLMK_hammer_and_tongs_Votez_Liberal_poster_1930.jpg" width="130" height="205" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Ci sono economisti di destra e di sinistra che oggi assistono con lo stesso entusiasmo infantile alle peripezie di un uomo sprovvisto di ogni ideologia, desideroso solo di fare i propri interessi e allo stesso tempo in corsa, armato di scarpe da ginnastica e skateboard, verso una vertiginosa e permanente emancipazione dei costumi. Va da sé che per gli uni e per gli altri non esiste più nessuna alternativa al mercato. Per dirla con il mio amico filosofo Jean-Claude Michéa (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887543550/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887543550&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>L’insegnamento dell’ignoranza</em></a>, Metauro, 2004, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876445781/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8876445781&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>L’impero del male minore</em></a>, Scheiwiller, 2008), il <em>modus vivendi</em> degli individui del nostro mondo liberale si è pian piano ridotto a quello di particelle elementari in perpetua fluttuazione preoccupate solo di limitare al massimo i rischi di una collisione. <span id="more-39206"></span>L’imperativo è sbarazzarsi di tutto ciò che garantisce un «legame di reciprocità» tra gli uomini. Bene, questo uomo, che alcuni chiamano già «post-storico», non ha neppure più bisogno del pensiero. Come afferma un altro filosofo francese, Dany-Robert Dufour (<em>Le divin marché. La révolution culturelle libérale</em>, Denoel 2007, <em>La Cité perverse. Libéralisme et pronographie</em>, Denoel 2009), egli ha completamente rinunciato al <em>nous</em>, a quella parte di anima attiva che regola le passioni o, con un linguaggio più vicino a noi, le pulsioni. Si è arreso all’<em>epithumia</em>, che Platone situava nel basso ventre. Da qui si comprende la sua passività, il suo desiderio galoppante di godimento materiale, il suo percepire le leggi del mercato come leggi di natura. Cornelius Castoriadis (1922-1997), uno dei filosofi più originali della seconda metà del XX secolo e troppo poco conosciuto in Italia, a chi lo accusava di essere ellenocentrico, rispondeva che nell’Atene del V secolo si trova il germe di qualcosa. Di che cosa? Della messa in discussione di se stessi (<em>Relativismo e democrazia. Dibattito con il MAUSS</em>, Elèuthera, 2010). La filosofia, la democrazia, l’arte sono tutte creazioni nate da questo germe. L’uomo delle nostre società liberali di destra e di sinistra, per il quale arricchirsi è il solo scopo, oggi confonde non solo il “politico” (ciò che concerne il potere in una società) con la “politica” (ciò che mette in discussione le istituzioni esistenti di una società), non solo il senso della misura con il moralismo, ma soprattutto la libertà con la liberazione: è l’uomo che gode come un infante nel liberarsi del peso del passato. Non gli passa neppure per il cervello che la libertà è un’attività che implica sforzo e immaginazione. Ogni divieto alla sua liberazione viene sentito come un sopruso. Nel libro di Michéa ho letto che in Germania, ad esempio, i difensori del liberalismo di sinistra si sono già messi a discutere sul diritto di avere rapporti cannibali tra adulti consenzienti e giudicano l’incesto come un residuo folkloristico della Storia. I liberali di destra non sanno cosa fare. Da buoni liberali, infatti, sensibili ad ogni zavorra ideologica – ad esempio quella fondata sulla critica della mercificazione del corpo femminile – si sono visti costretti ad accettare la prostituzione sotto la categoria economicamente utile di «servizio alla persona». Se il liberalismo di destra è messo in croce dalle sue stesse premesse – come impedire la prostituzione senza nuocere all’esercizio della libertà di qualcuno? – il liberalismo di sinistra cerca di ampliare illimitatamente i confini del diritto chiamando questa sua azione «lotta contro tutte le discriminazioni». Destra e sinistra non fanno così che perpetuare un movimento senza fine che coincide, come ci ricordano Michéa e Dufour, riprendendo Hobbes e Sade, con il «diritto di tutti su tutto», che niente ha a che fare, come direbbe Castoriadis, con quel germe sbocciato nel V secolo ad Atene. La stessa natura umana è sentita ormai come un residuo del passato. Ciò significa molte cose, tutte sotto i nostri occhi: esplosione dei legami comunitari, assenza di frontiere tra le diverse età dell’uomo, fine della morte concepita come attesa e destino comune, sconvolgimento di ogni differenza sessuale. Mi auguro che il vecchio uomo, l’uomo storico, non finisca di finire, visto che dalla nascita è un essere incompleto, come lo Svevo, lettore originale di Darwin, aveva ben compreso. Certo è che se i suoi «ordigni», per restare al vocabolario sveviano, saranno soltanto tecnologici, «l’anima» – cioè quell’ordigno che da Platone in poi ci permette fin dalla nascita di sentirci sempre incompleti – sarà totalmente corrotta. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di un secondo uomo post-umano. Abbiamo bisogno di una critica della ragion scientifica. Abbiamo bisogno di ricordare che questa tecnoscienza a cui ci inchiniamo ogni giorno riposa e sogna come un roseo infante (“Little boy”) su una grande nube a forma di fungo che è il vero peccato originale su cui si fonda la sola religione della nostra civiltà occidentale contemporanea.</p>
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		<title>TV (b)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 23:58:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[È una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. È una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com’era il cielo in quel giorno, in quel momento. Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/naz.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-36880" title="naz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/naz.jpg" alt="" width="509" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/naz.jpg 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/naz-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></a><br />
</em></p>
<p><em>È una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. È una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com’era il cielo in quel giorno, in quel momento. Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde. </em><br />
Curzio Malaparte, La Pelle</p>
<p><em><strong>Intorno alle ore 10 Autostrade per l&#8217;Italia ha comunicato che è stato riaperto il tratto sulla A1 tra Parma e Fiorenzuola in direzione Milano. Anche sulla carreggiata opposta si sono registrati forti rallentamenti a tratti, per quasi 30 chilometri, indotti dalla curiosità di chi rallenta per vedere cosa è successo.</strong></em></p>
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		<title>Désherbage</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/desherbage/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 09:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Minacciato di sfratto dalla mia compagna, ho intrapreso la straziante opera di désherbage annuale della biblioteca. Cosa eliminare senza il rischio di morire di crepacuore? Partiamo dalle cose semplici: domandiamoci se il numero di libri non letti che possediamo eccede di un fattore 100 il numero di anni che l’aspettativa di vita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/tritacarta-500x500.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30007" title="tritacarta-500x500" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/tritacarta-500x500-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/tritacarta-500x500-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/tritacarta-500x500-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/tritacarta-500x500.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Minacciato di sfratto dalla mia compagna, ho intrapreso la straziante opera di désherbage annuale della biblioteca. Cosa eliminare senza il rischio di morire di crepacuore? Partiamo dalle cose semplici: domandiamoci se il numero di libri non letti che possediamo eccede di un fattore 100 il numero di anni che l’aspettativa di vita media ci promette (77, nel caso dei maschi italiani). Se sì, occorre procedere spietatamente. Questo è un decalogo che può essere utile a tutti i bibliomaniaci.</p>
<p><span id="more-30006"></span><br />
<strong>Step n. 1</strong>. libri doppi si regalano, o si vendono al nuovo negozio di libri usati che ha recentemente aperto a Bologna in via Oberdan (ogni tanto una buona notizia). Ma non si eliminano se:<br />
&#8211; una copia è in lingua originale e l’altra in italiano<br />
&#8211; una copia è cartacea e l’altra sul Kindle<br />
&#8211; una copia è vostra e l’altra della biblioteca</p>
<p><strong>Step n. 2</strong>. altre cose semplici: se un Paese non esiste più (l’Unione Sovietica, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia) le guide del medesimo con annotazioni del 1989 su “quella meravigliosa birreria di Bratislava” possono andarsene.</p>
<p><strong>Step n. 3</strong>. i libri regalati dagli amici che non si è osato rifiutare, per esempio quello sulle radio locali in Calabria, quello sull’evoluzione storica del dialetto nella zona di Valdobbiadene e quello sulle esperienze amorose degli iscritti all’università della Tuscia si possono buttare. Il problema è che a volte i donatori li ritrovano nei mercatini, con tanto di dedica originale, il che rovina le amicizie. A New York, almeno, c’è <em>Strand</em>, una storica libreria su Broadway e la 12° strada, che inghiotte tutto e basta strappare la pagina dove il rompiscatole ha scritto “All’amico carissimo…”</p>
<p><strong>Step n. 4</strong>. l’enciclopedia di <em>Repubblica</em>, che era così carina e costava solo € 12,90 a volume, che ne facciamo? E’ vero che qualsiasi notizia oggi può essere trovata sul sito di Wikipedia o equivalenti, ma abbiamo proprio bisogno dello spazio occupato da quei 27 volumi sullo scaffale più in alto?</p>
<p><strong>Step n. 5</strong>. quei sonetti di Shakespeare regalati da un fidanzata che non ricordate più, quel manuale di giardinaggio ricevuto da un’amica che, sotto sotto, avrebbe voluto sposarvi, quella copia del <em>Paziente inglese</em> con una romantica dedica della bella sconosciuta: tutto nello scatolone e in fretta, per favore. Se poi avete dimenticato lettere compromettenti nelle<em> Opere complete</em> di Platone (l’edizione in un volume unico, peso 4,5 kg., pubblicata da Rusconi) o bigliettini profumati nella <em>Guerra del Peloponneso </em>di Tucidide (Boringhieri 1963), ebbene: al macero! (Nella biblioteca pubblica sotto casa ci sono entrambi i volumi, disponibili pure on line, anche se non necessariamente in italiano).</p>
<p><strong>Step n. 6</strong>. un’area che si può liberare facilmente sono le biografie. E’ proprio necessario tenere in casa <em>Vita e amori di Caterina de’ Medici</em>? Il Kantorowicz su Federico II di Svevia non si può scaricare alla vicina di sotto? I volumi su Andy Warhol, Willem de Kooning e Roy Lichtenstein contribuiscono al progresso dell’umanità?</p>
<p><strong>Step n. 7</strong>. i dizionari dal portoghese acquistati quando avevate una morosa brasiliana, il <em>Petit Robert</em> di quando dovevate fare l’esame di riparazione in francese, il <em>Brockhaus</em> italiano-tedesco che sembrava così necessario nel 1964, forse possono essere rimossi.</p>
<p><strong>Step n. 8</strong>. i classici della saggistica. Sì, David Riesman era un gigante della sociologia ma quell’edizione del Mulino, <em>Collezione di testi e studi</em>, Bologna 1956, la vogliamo donare all’archivio della casa editrice, che ve ne sarà infinitamente grata?</p>
<p><strong>Step n. 9</strong>. d’accordo, i romanzi ambientati a Chicago sono di moda, almeno da quando un certo Obama si è installato con moglie e figlie (fastidiosamente carine e diligenti) al 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington DC. Non è detto, però, che <em>Windy City</em>, 420 pagine in corpo 8 di Scott Simon pubblicate da Random House in un momento di magra editoriale non possano essere vantaggiosamente sostituite da un giallo Mondadori, per esempio un McBain, che era un grande, oltre ad occupare molto meno spazio sullo scaffale.</p>
<p><strong>Step n. 10</strong>. Che ne facciamo della trilogia Millennium di Stieg Larsson in svedese, un cofanetto acquistato quella volta che volevamo impressionare una hostess della Scandinavian Airlines? Via, via, nessuna pietà. Terremo, invece, la collezione completa di <em>Fjärde internationalen</em>, il giornale trozkista di cui Larsson era stato direttore prima di darsi alla letteratura.</p>
<p>I libri acquistati a New York, invece, sono sacri: inutile che insistiate, non riuscirete a convincermi a separarmi da <em>Black Athena</em> di Martin Bernal (che era un sinologo ma si occupava di Cleopatra) né da <em>Sexual Personae</em> di Camille Paglia e nemmeno da <em>The Last Moghul</em> di William Dalrymple (544 pagine tradotte da Rizzoli col titolo <em>L’assedio di Dehli</em>). E giuro, la mano destra posata sul Corano, che sì, quest’anno leggerò Vassili Grossman, quindi la mia copia di <em>Vita e destino</em> in russo non si tocca.</p>
<p><span style="color: #333399;">[C&#8217;è qualcosa in questo pezzo di Fabrizio Tonello che mi ha fatto pensare a una lettera di Virginia Woolf a Ethel Smith, che ho letto anni fa senza mai riuscire a togliermela dalla testa. Perché è una lettera terribile e scanzonata e perché parla di libri. La lettera datata 28 dicembre 1932. Diceva<em> -Oh quanti libri- non ti si spezza il cuore a pensare a me con questa passione, eternamente divorata dal desiderio di leggere, stroncato, logorato, sciupato, maltrattato dalle voci, dalle mani e dalle facce, dalla presenza fisica di coloro che si compiacciono di dichiararsi miei amici? E come scuotere in eterno un moscone dalla sua zolletta di zucchero. Sono in vena di esagerazioni. Dovrei sottolineare ciò che dico con un sottile rigo rosso, per significare “esagerazione” (…)</em>]</span></p>
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