<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>playstation &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/playstation/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 13 Nov 2013 09:35:42 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Tedoldi, Updike</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 18:18:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[francesco longo]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[playstation]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesco Longo Giordano Tedoldi è uno scrittore che sa cos’è la Letteratura. Il suo libro mette in luce la debolezza strutturale di molti suoi colleghi, gli scrittori che nelle interviste o nelle presentazioni affermano con vanto: “Mi sono formato su fumetti e telefilm”, “Il mio immaginario sono i videogiochi”, “Non leggo narrativa, sono cresciuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Francesco Longo </strong></p>
<p>Giordano Tedoldi è uno scrittore che sa cos’è la Letteratura. Il suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881127210/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881127210&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> mette in luce la debolezza strutturale di molti suoi colleghi, gli scrittori che nelle interviste o nelle presentazioni affermano con vanto: “Mi sono formato su fumetti e telefilm”, “Il mio immaginario sono i videogiochi”, “Non leggo narrativa, sono cresciuto con Playstation e cinema”. A questi autori (oggi sono moltissimi) bisognerebbe rispondere: “E si vede”, e non leggerli più.</p>
<p><span id="more-1966"></span><br />
Tedoldi racconta la stessa identica realtà che raccontano i suoi colleghi (le fidanzate, le auto, il sesso, la città, la vita), ma con mattoni fatti di un altro materiale. Nella bandella di presentazione Marco Lodoli lo definisce “il lato interno di Ammaniti”, definizione oscura, che però si rifà proprio ad uno di quegli scrittori che si vanta dell’abuso di videogiochi. Ma se l’albero di mele origina le mele, la Playstation origina testi bidimensionali (pur bellissimi e scorrevolissimi), la Letteratura può originare (non è detto) altra letteratura. Tedoldi, visti i risultati, deve essersene alimentato.<br />
Questo libro credo vada letto alla luce di questa distinzione fondamentale. Lodoli, per esempio, rintraccia in Tedoldi “spietatezza”, “disgusto”, “disperazione”. Vero, ci sono. Ma usare oggi queste parole vuol dire preparare il lettore a leggere l’ennesimo libro che racconta: “Ho ucciso i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure&amp;Vegetal” (Aldo Nove, Superwoobinda). L’incipit di Aldo Nove è stato un incipit geniale. Ha creato qualcosa che non esisteva. Ha portato qualcosa che stava fuori dalla letteratura dentro la letteratura. Ma in questo trapianto di organi è avvenuto quello che i trapianti rischiano sempre: il rigetto. Il contrabbando non è riuscito. La letteratura, alla lunga, rifiuta di essere costruita con le marche dei bagnoschiuma, con schizzi di sangue, o con sigle di programmi tv, perché preferisce gli scacchi, le candele, le pistole. E Tedoldi è uno che scrive di scacchi, candele e pistole. La letteratura, alla lunga, non vuole personaggi istintivi, irrazionali, anaffettivi, spinti solo dagli impulsi, illogici (i personaggi cioè che ci hanno avvilito negli ultimi anni), vuole dei disperati veri, che usino parole come “dolore” e “anima”, e Tedoldi, queste due parole le usa.<br />
Se al posto di vagabondare nei centri commerciali si ingoiano i classici russi, la probabilità di dar vita a storie letterarie aumenta. La Letteratura affiora in questi racconti così: “Presero quel treno insieme”; “Chissà se qualcuno mai ci perdonerà”; “Perché siamo tristi?”; “Abbassò lo sguardo e finì le patate”; “Spero proprio che stanotte nevichi”. Tedoldi deve aver mangiato Čechov, non i Mars.<br />
Detto questo bisogna dire che forse a Tedoldi la letteratura non interessa. Non so se la cerchi o no, forse non ne può fare a meno e basta. Anzi, uno dei temi ricorrenti di questi racconti è il disprezzo verso la società intellettuale: “questo sottobosco di intellettuali romani cui appartengo”, contro i quali spara a zero: “amo i miei amici scrittori, gli voglio bene come ai miei piccoli fratellini mongoloidi”; “le donne non sanno scrivere”; “tutti intellettuali senza scampo”.<br />
La seconda cosa che Tedoldi conosce è l’angoscia. Oggi tutti scrivono dell’angoscia. È più facile ostentare l’angoscia che la bellezza, perché risulta più immediata. Non c’è una mostra fotografica che per raccontarci l’angoscia non metta in scena corpi nudi trafitti da spilloni. Very easy. Sembra sia la cosa più facile da descrivere solo perché gli artisti pensano che sia sufficiente sbatterla addosso allo spettatore. L’eleganza, la raffinatezza, o la bellezza si annullano se sono ostentate (l’efficacia arriva proprio nel momento in cui si nasconde il progetto, l’intenzione di essere raffinati o eleganti). Per i prodotti artistici brutti, fastidiosi, si pensa che questo lavoro di nascondimento non vada operato. L’idea è: riempio le scene di sangue e torture, ti ho spaventato. Riempio le pagine di sesso, ti ho mostrato il vuoto esistenziale. Tedoldi riempie le pagine di angoscia proprio perché si preoccupa sempre di servirla coperta, protetta, occultata. Cerca di tenere angoscia e sesso sempre appena visibili. L’angoscia qui dilaga e colpisce duramente proprio perché non è sbattuta in faccia al lettore. Sintesi di quanto dico, mi pare stia in una frase esemplare lasciata tra le pagine del libro: “ho delle bellissime occhiaie”. Questo fa Tedoldi, crea sofferenza perché ne costruisce un’estetica, predica il decoro della disperazione, esige rigore al posto della volgarità, aborrisce la sciatteria, mette in scena sempre personaggi che cercano in qualche modo di “soccombere con dignità”.<br />
Nei racconti di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881127210/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881127210&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Io odio John Updike</a> al fondo di questa cupezza rimane, è disonesto non dirlo, una fortissima tensione verso la felicità (è anche questo, certo, che mostra l’infelicità). Un personaggio vorrebbe avere sulle pareti di casa un Adamo ed Eva: “quando mi alzo la mattina ed entro in salone voglio vedere una coppia unita da Dio in persona”. Un altro, piagnucoloso come tutti gli altri, si lamenta: “ho bisogno di te come non mai. È quasi peggio che amarti”.</p>
<p><em> apparso il 29 marzo su &#8220;Il riformista&#8221; </em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2006/04/01/tedoldi-updike/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contusions everywhere!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/06/18/contusions-everywhere/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/06/18/contusions-everywhere/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jun 2004 12:44:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[playstation]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[videogame]]></category>
		<category><![CDATA[videogiochi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=516</guid>

					<description><![CDATA[di Tiziano Scarpa SSX3 è un videogioco per la Playstation. Si sceglie un concorrente e si partecipa alle gare di discesa sulla neve. Non si usano gli sci ma la tavola, lo snowboard. Niccolò Ammaniti e io sceglievamo Viggo, uno spilungone allampanato, vestito con una palandrana. Gli altri concorrenti hanno tutine aerodinamiche, ginocchiere e copriorecchi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="ssx3_3.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/ssx3_3.jpg" width="300" height="210" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /><br />
<strong>SSX3</strong> è un videogioco per la <strong>Playstation</strong>. Si sceglie un concorrente e si partecipa alle gare di discesa sulla neve. Non si usano gli sci ma la tavola, lo snowboard.<br />
<strong>Niccolò Ammaniti</strong> e io sceglievamo <strong>Viggo</strong>, uno spilungone allampanato, vestito con una palandrana. Gli altri concorrenti hanno tutine aerodinamiche, ginocchiere e copriorecchi alla moda. Grintosi, incazzati, vogliono soltanto arrivare primi, portare a casa il premio in dollari. A <strong>Viggo</strong> invece si vede che gli piacciono tante altre cose nella vita. Si butta giù in snowboard giusto perché ha nevicato.<br />
<span id="more-516"></span><br />
I personaggi di <strong>SSX3</strong> non stanno zitti. Si insultano, si prendono per il culo nei sorpassi, minacciano vendetta quando qualcuno li butta a terra con uno spintone. Commentano i propri errori, si complimentano con se stessi. Ognuno ha il suo linguaggio inconfondibile. Viggo è il più colorito. La frase che preferivamo Niccolò e io era &#8220;<strong>Contusions everywhere!</strong>&#8221; Quando giocavamo male, e lo facevamo sbattere contro un tronco nel bosco o atterrare di faccia contro una roccia, al terzo o quarto capitombolo il grande <strong>Viggo</strong> protestava così: &#8220;<strong>Contusions everywhere! </strong>&#8220;.</p>
<p>La nostra gara prediletta era <strong>Snow Jam</strong>. È la più semplice fra le discese di <strong>SSX3</strong>. Le altre gare si svolgono su piste più ripide, e offrono moltissimi itinerari alternativi, cunicoli nascosti, scorciatoie che si scoprono per caso. <strong>Metro City</strong> è una città ricoperta da tanta neve, puoi saltare su un cavalcavia o sdrucciolare sopra i fili del tram, svicolando dietro un angolino inaspettato. Così però ogni discesa è diversa dall’altra: si scende talmente a rotta di collo che, la volta dopo, è impossibile rifare la stessa strada. In <strong>Gravitude</strong> ti getti da un picco altissimo: è il crepuscolo, il vento è gelido, attraversi una tormenta, non riesci a controllare i balzi, ti ritrovi in una grotta di ghiaccio, salti un ponte un attimo prima che crolli, precipiti da uno strapiombo all’altro. Più che scendere, cadi. Hai la sensazione di essere in balia del destino sotto forma di forza di gravità, sei diventato puro peso. Nella vita non si può far altro che limitare i danni. Arrivare al traguardo con un’unica strategia: non sfracellarsi troppo. Lividi dappertutto. Contusions everywhere.</p>
<p>Niccolò e io preferivamo <strong>Snow Jam</strong>, perché è la gara più tecnica, la meno casuale. La pendenza è meno ripida, i bivi non sono molti, e dopo poche discese si capisce qual è la strada più conveniente per migliorare il record. In un paio di mesi, siamo riusciti a scendere sotto i due minuti e quindici. Da veri fanatici, abbiamo controllato in rete: siamo dentro i migliori dieci tempi. Niccolò è immensamente più bravo di me, lui riesce a fare <strong>Metro City</strong> e <strong>Gravitude</strong> decidendo dove vuole andare. Io frano giù. Nei duelli a due mi batteva dandomi cinquanta secondi di distacco, a volte più di un minuto. Secondo me è perché è mancino, e sulla <strong>Playstation</strong> il pollice della mano sinistra fa la cosa più importante, manovra il funghetto che pilota il concorrente. Ma è una consolazione che mi racconto per non sentirmi un incapace.</p>
<p>In rete ci sono istruzioni che ti spiegano come fare la gara perfetta. Il gesto perfetto. La linea di discesa senza sbavature; i trucchi, le scorciatoie. <strong>Snow Jam</strong> è la frase perfetta. La dici, la ridici, la fai, la rifai, la scrivi, la riscrivi, finché ottieni la frase perfetta. La poesia perfetta. Il racconto perfetto.</p>
<p>Niccolò a casa ha la Playstation, io no. L’ho guardato giocare, e ho giocato con lui, a <strong>Prince of Persia</strong>, a <strong>The Fall of Max Payne</strong> e ad altri videogiochi narrativi. Io non lo sapevo che esistono questi videogiochi che sono come film. La storia però non la paghi con il biglietto: te la devi guadagnare. La vinci giocando. Per esempio, inizia così: c’è una sequenza che si guarda come normali spettatori, passivamente. Il protagonista è braccato. Lo vogliono uccidere. Sai che sta per arrivare un assassino. Bene, il film ti ha informato. Adesso tocca a te. Inizia il gioco vero. Devi cercarti un’arma manovrando funghetti e tasti del piccolo manubrio di plastica della Playstation. Devi nasconderti e agire al momento giusto. Se muori, una voce fuori campo ti dice: &#8220;No, non è andata così. Non sono mica morto&#8221;. Allora devi riprovare, finché ce la fai a far succedere le cose così come sono andate. Ti accodi in prima persona al destino del personaggio. Ti viene affidata, in delega, la storia di un altro nei suoi momenti cruciali. La paura di morire devi averla tu. Hai la responsabilità di portare avanti il percorso della sua vita, facendolo arrivare a destinazione. <strong>Come</strong> ci arrivi è importante fino a un certo punto. Puoi uccidere i nemici sparandogli in testa, anche se forse non è andata così; forse il protagonista li aveva sgozzati con un coltello. Quando la missione è compiuta, ricomincia il film: la sequenza procede da sola, i personaggi non rispondono più ai tasti e ai funghetti, la narrazione riprende, ti sei guadagnato altri cinque minuti di racconto.</p>
<p>Io non ho la Playstation, ero abituato ad altri pupazzi. L’altro giorno passeggiavo per Venezia. Vicino alla <strong>chiesa dei Frari</strong> c’è una Madonna di legno appesa al muro, al primo piano di una casa. Da poco l’hanno restaurata, adesso è protetta da una specie di tubo trasparente. Tiene in braccio il bambino <strong>Gesù</strong>. Con i piedi schiaccia un diavoletto rosso. Anche il diavolo è un bambino. È da quarant’anni che li vedo, quei tre pupazzi. Ma questa volta sono rimasto sbalordito: &#8220;Per ogni bambino che nasce, ce n’è un altro che muore. Ogni madre fa un figlio doppio, vezzeggia un bambino e ne schiaccia un altro sotto i piedi. Ogni bambino ha un gemello infero che viene condannato a morte dalla stessa mammina che accudisce e ricopre di carezze il gemello fortunato. Per ogni bambino che se ne sta al calduccio in grembo alla sua mamma, un altro soffoca sotto i piedi di quella stessa donna, che gli schiaccia la gola. Ogni bambino sa di essere se stesso e anche il gemello diabolico, che la madre odia con tutto il cuore. Ogni madre mette al mondo la vita ma anche la morte dei suoi figli.&#8221; Questa cosa l’ho detta per rispondere a uno scrittore un po’ invidioso, che mi aveva chiesto: &#8220;Ma insomma, che cosa ci sarà mai di così importante dentro il libro di <strong>Ammaniti</strong>? Cos’è che è piaciuto così tanto, quale corda universale avrà toccato nei lettori di tutto il mondo?&#8221;</p>
<p>Io sono una specie di pentola a pressione sforacchiata da due o tre valvole. Quando mi viene un pensiero, quando il mio animo è infervorato da un conflitto o tormentato da una gioia che io sento la necessità di esprimere, a volte lo sfiato con una poesiola, a volte con un raccontino, a volte con un articolo. La maggior parte delle volte mi escono delle scoregge un po’ loffie. Niccolò di valvole ne ha una potentissima. È la sua valvola narrativa. Il getto che gli esce da quella valvola ha una potenza terrificante, è una compressione di centomila atmosfere che buca qualsiasi parete di roccia, scioglie l’acciaio delle sbarre, libera gli animali dello zoo, i bambini torturati e la gioia di essere vivi.</p>
<p>______________________________________________</p>
<p><em>Pubblicato su &#8220;Accattone&#8221;, maggio 2004.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2004/06/18/contusions-everywhere/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 15:52:51 by W3 Total Cache
-->