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	<title>Poesia contemporanea italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Se la sete è abbaiare la condensa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 05:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> Di nuovo, appesi all'infinito e a questo spazio, se l'appeso è un aspettare, il gioco è dire basta, morire nella cassa toracica del niente. <br \/>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Mariasole Ariot</strong> </p>
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<p></center></p>
<p><center></p>
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<p><small>Johann Sebastian Bach, Toccata in E minor (Stehlik, B.)</small></p>
<p></center></p>
<p>Appaiono nella dimensione più alta i gorgogli della casa, dicono di arrivare e dirigere il verbo del fare al passato, una parola già pronunciata, l&#8217;accalcarsi di greggi e datazioni, il gorgo avvicendato dalle forme dimenticate – e ancora si chiudono corolle in direzione contraria al nascituro, dove e quando le mandrie di madri ricordano la caduta di un&#8217;esistenza masticata fino all&#8217;osso.<br />
È questa la buca che separa, la dannata condizione che sborda ad ogni istante, un solo secondo per il dire, una camminata lenta alla fuoriuscita del feretro e del feto: se non ho mai parlato, se la voce è compressa in una cassa, l&#8217;eco si  accascia nello specchio. </p>
<p>*** </p>
<p>Queste facce in forma di persone, le mascherine degli insetti che ronzano nell&#8217;attorno di ogni androne, quando le finestre sono chiuse e appiccicate al vetro si attaccano le scimmie. Avere il tempo dilatato per condensa, la voce che si adunca a petizione, la penitenza delle colpe ripetute, se ridendo come foglie a primavera mi formicano gli interni. L&#8217;esserino non si muove e ricorda una menzogna dell&#8217;attesa a ricompensa: ma quanto vero è il vero quando il cielo non ripete. Le ossa, questo piccolo ricordo di un corpo ormai scordato, lo strumento che s&#8217;insegue, la postura di una donnola nel mentre di un amplesso. </p>
<p>*** </p>
<p>Il ritorno non ci affanna, s&#8217;innaffiano le cose mute e già mangiate, è questo diventare il mio passato, è questo il divenire e il suo contrario. La porta che ci è data non respira, la devozione che divina – ma il sospeso è domandato, la domanda è una bocca che ferisce.<br />
Dare e dire cosa, il presente che sfiorisce, questo manto addormentato che sborda come un angolo del petto, ho ancora una parola: il gettito che sente la tua voce e mi sovviene: l&#8217;agito che è già verbo, verbale è ciò che agisce. Di nuovo, appesi all&#8217;infinito e a questo spazio, se l&#8217;appeso è un aspettare, il gioco è dire basta, morire nella cassa toracica del niente. </p>
<p>*** </p>
<p>Più delle grida è lo snodo che sorregge, la durezza tradotta per errore ci muove testa a testa con la croce, un chiodo che si pianta è questo nostro mondo, la lingua che ingenera una morte, il terreno già sospeso – e dici il puntello della rosa, si fissa a tormentare nelle mani, un manico di falce deprime la mia testa. Aprire il corpo e scoprire un territorio.<br />
È così che cede il ventre, così si cede un panico al suo astro: immobile a sanguigna l&#8217;eremita ci passeggia le budella, e quanta pioggia serve al derivare delle rive. I defunti che servono alle tombe, lo zampillo delle pozze: il nucleare ricordo della sete.  </p>
<p>Immagine di copertina: Josef Koudelka </p>
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		<title>Aria e tradizione: l’ultimo libro di poesia di Gabriella Sica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Aria e tradizione: l’ultimo libro di poesia di Gabriella Sica]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio montale]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Sica]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paolo rigo]]></category>
		<category><![CDATA[petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie d’aria]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Rigo </strong> <br /> Al tempo – con i suoi ricordi, con i suoi anniversari, con i giorni che passano – è dedicato l’ultimo libro di Gabriella Sica, dal titolo Poesie d’aria. Disturbare Petrarca non è una scelta peregrina, un vezzo del recensore: la poesia di Sica, infatti, fin dai tempi di Prato pagano è consacrata al dialogo con gli antichi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_97218" aria-describedby="caption-attachment-97218" style="width: 913px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-97218" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58.png" alt="" width="913" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58.png 913w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58-300x144.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58-768x369.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58-150x72.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58-696x335.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Schermata-2022-03-24-alle-23.27.58-873x420.png 873w" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" /><figcaption id="caption-attachment-97218" class="wp-caption-text">ph. Mimmo Jodice, &#8220;Amazzone ferita&#8221; (particolare)</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Paolo Rigo</strong></p>
<p>Se – perseguendo un gioco paradossale – si chiedesse a un poeta qual è l’argomento a cui è deputato il suo canto, la risposta manifesterebbe con molta probabilità un non-so-che di incertezza: l’amore, la morte, la consolazione, il ritorno ai luoghi cari, tante e diverse potrebbero essere le risposte e tutte sarebbero giuste. Però, nessuna si potrà mai considerare come quella archetipica. Nessuna, meno una: il tempo. A partire da Ovidio il genere poetico della lirica è, infatti, consacrato alla celebrazione della fuga del tempo (<em>hora fugit</em> scriveva negli <em>Amores</em>). Il tempo, la dimensione immateriale che lascia traccia sulla pelle dell’uomo con rughe e canizie comprende la totalità dei temi menzionati. Nel tempo e attraverso il tempo nasce e cresce il Canzoniere di Petrarca: lì dove le <em>occasioni</em> – parola novecentesca dalle antichissime vestigia – ripetute in un infinito caratteristico, unico, chiuso e completo (poiché delimitato da una divisione calendariale), tornano sempre sullo stesso evento, il momento focale della prima passione.</p>
<p>Al tempo – con i suoi ricordi, con i suoi anniversari, con i giorni che passano – è dedicato l’ultimo libro di Gabriella Sica, dal titolo <em>Poesie d’aria</em>. Disturbare Petrarca non è una scelta peregrina, un vezzo del recensore: la poesia di Sica, infatti, fin dai tempi di <em>Prato pagano</em> è consacrata al dialogo con gli antichi, e anche questo confronto, attraverso la sua più tenera illusione di gettare un ponte tra le ere, è legato al tema del tempo. Tra i tanti elementi che si potrebbero offrire quali analisi in questa brevissima presentazione del lungo volume di poesie (quasi duecento pagine) edito da Interno Poesia, si è scelto di provare a valorizzare non solo la struttura stessa dell’opera ma anche l’interesse speso da Sica verso la tradizione. Tale aspetto è dirompente ed esposto, ma nasce sempre da un’operazione voyeuristica, dalla brama di raccontare il proprio sguardo sul mondo, su un dettaglio. Così, per esempio, una Coltelleria a Brera diviene il luogo fisico e simbolico di una parte del libro: lì, si consumano «i dolenti coltellini del mestiere»; lì si sarà fermato Montale «talvolta a pensare / a quel groviglio-nodo che scava»; sempre a Milano, Montale avrebbe «trovato / la cesoietta giusta che recide / il passato che non passa». Questi versi tratti da <em>Si sarà a questa vetrina Montale</em> sembrano essere un omaggio al poeta che più di tutti nel Novecento ha cantato il mondo quotidiano con il suo scorrere inesausto e incontrollabile, eppure, a ben guardare, la sentita prosopopea, gli strumenti della poesia che agiscono sulla materialità, non sono quelli del poeta moderno ma di un altro lontano secoli: è Guido Cavalcanti, infatti, ad aver dato letteralmente voce alle <em>cesoiuzze</em>, al <em>coltellin dolente</em>, alle <em>penne isbigottite</em>; i tragici collaboratori che assumevano così i tristi attributi dell’io, prendendo su di loro il sentimento di desolazione derivato dall’amore tragico e passionale immaginato dal primo amico di Dante.</p>
<p>Il mascheramento operato da Sica, la quale si pone sulla scia di un gioco perpetrato recentemente da altri come, per esempio, Fernando Bandini o Giulia Martini (si vedano: del primo l’ultima quartina di <em>Sera a Vicenza</em>; e della seconda il sonetto <em>Guido, io vorrei che tu e Lapo e io</em>), è talvolta più difficile da cogliere, condotto com’è con uno spirito molto sottile. Varranno un paio di esempi: parto dalla canzone di quartine intitolata <em>Nella foresta-città</em>, dove l’io poetante di Sica si riconosce in un’immaginaria corsa cittadina affianco a un cervo dotato di «corna dorate nel cielo». Si tratta di un incontro che irrompe sulla dimensione martellante del tempo quotidiano frantumando la convenzione fissata a partire dal suo tratto più comune nella società, quello della misura:</p>
<p>o un secondo, non ho orologio, che ore sono?<br />
Quando siedo a tavola o dormo m’è accanto<br />
il cervo dalle ramificate corna che nessuno vede,<br />
ansimante mi rialzo e corro corro sempre.</p>
<p>Sulle alte creste dei monti a piedi o in auto<br />
fuggo e ancora fuggo con il cervo nudo,<br />
intanto stringo la cintura e scatto in avanti<br />
rapida ma non posso non calcolare il tempo.</p>
<p>La confusione generata dalla figura apparsa si rafforza grazie alla quasi totale assenza di punteggiatura. Tale assenza potrebbe essere percepita come un vezzo stilistico dal lettore, ma si dovrà ricordare che per molti secoli e ancora fino a tempi relativamente moderni, la punteggiatura – a parte il punto – non esisteva. Certo, non si vuole suggerire che Sica mimi la scrittura del passato, ma evidenziare come l’ambiguità raggiunta risponda alla necessità di rendere il componimento stesso uno spirito automa, una macchina in grado di essere sufficiente senza l’interpunzione, se non quella basilare. Questa lingua primitiva conferma implicitamente che quanto appare all’io è ascrivibile al genere della visione, notturna o a occhi aperti poco importa. Si tratta dell’unico momento, come ci ha insegnato Agostino nelle <em>Confessioni</em> con l’estasi di Ostia, in cui il tempo, la più grande illusione umana, si annulla. Ma se si volesse riprendere il discorso sulle autorità antiche, sui padri o numi tutelari a cui Sica guarda, si dovrà constatare che l’apparizione del «candido cervo» è costruita guardando al sonetto <em>Una candida cerva sopra l’erba </em>di Francesco Petrarca (è il <em>Fragmentum</em> 190). Riconosciuto il palinsesto più probabile anche grazie alla compresenza del medesimo qualificante (candido-candida), ora della fierissima creatura descritta da Sica può essere sciolta la veste allegorica: l’animale andrà riconosciuto non tanto come uno spirito guida (questa funzione è apertamente negata nella poesia: «Non è un uomo e neppure è il mio animale»), quanto piuttosto quale manifestazione operante dell’anima dell’io. Esso è la forma viva di un contatto mistico che risponde a leggi simili a quelle proprie della trinità cristiana («io e lui siamo una cosa unica non separata»). Guardando alla cerva di Petrarca (e si noti il rovesciamento io maschile-cerva, io femminile-cervo), Sica offre così una nuova versione del testo d’origine e anche una sua personale interpretazione del sonetto di Petrarca che, tra l’altro, non si discosta molto da quella attualmente accettata dalla critica specialistica (secondo cui la cerva dell’autore trecentesco è immagine del pellegrino cristiano, di Sant’Eustachio, che diviene a sua volta simbolo di una nuova e prossima conversione di chi guarda). Certo, non ci sono soltanto Cavalcanti e Petrarca tra le rime di Sica: si potrebbe disturbare Pasolini, acceso faro della poesia-prosastica italiana, che, evidentemente, illumina anche la vena più didascalica della produzione dell’autrice romana, ma per restare su di un tempo più antico e più lontano, si noterà con piacere che oltre Petrarca, pure Dante viene seguito da Sica da molto vicino.</p>
<p>Stavolta il mascheramento è condotto attraverso un filtro altamente ironico. Il primo verso di <em>Avvistata una pantera</em>, altro esempio importante di questo dialogo con il passato, è una sorta di dichiarazione di luogo e di tempo: <em>«“Tusciaweb”, 15 gennaio 2007, ore 18,30» </em>(corsivo nel testo). L’epigrafe, che potrà anche corrispondere al vero (poco importa), proietta il lettore nell’apparente officina dell’autrice: apparente perché prova che tale articolo sia mai stato pubblicato non può e non deve esserci. L’officina, però, non corrisponde mai al grado zero della lingua e così la comparsa dell’animale, «un grande felino simile a una pantera» che «si aggirerebbe / per le campagne tra Cellere e Montalto di Castro», deve molto a Dante, alla sua <em>Commedia</em> e al <em>De vulgari eloquentia</em>. Nel trattato in latino, l’<em>auctor</em> definisce la sua ricerca del volgare perfetto, eccelso, curiale come una caccia all’odorosa pantera: il caratteristico profumo del felino, derivato dai bestiari dove l’animale è riconosciuto quale simbolo di Cristo, è un tratto ripreso pure da Sica. Nel testo di quest’ultima, infatti, non solo «si sa dell’attrazione che esercita sugli animali» quel profumo con la sola eccezione del diabolico «serpente» che «striscia» e «non cede al suo alito odoroso»; ma la pantera è una «creatura braccata» che fa sentire «il suo profumo / nei dintorni ma non si manifesta in nessun luogo»; ella sempre «esala il suo profumo». Come la cerva pure la pantera è dotata di caratteristiche soprannaturali («Sparisce per secoli e riappare come rosa tra i boschi / con la sua elegante potestà e l’altera forza elusiva») e paradossali («Pare si sia sdraiata di notte accanto a un agnello, / eppure ha ferito al Parco di Vulci un intero gregge»; «La bestia» è «vorace o gentile?»), ma mi preme sottolineare come il paesaggio descritto dalla poetessa, che è tra l’altro originaria del viterbese, assume una coloritura fortemente dantesca.</p>
<p>La storia di questa pantera degli anni Duemila è, infatti, ambientata in una «selva italica» e poi ancora presso il «ruscello del Bulicame»: si tratta di luoghi, di due termini inequivocabili che appartengono all’<em>Inferno</em> di Dante. Affianco a Dante, però, bisognerà affiancare almeno un’altra voce, quella di Giorgio Caproni che a una bestia non identificabile, rivelata da un manifesto esemplato su quelli settecenteschi (anche a Caproni è diretta l’ironica menzione del sito web di Sica?), aveva dedicato un intero libro (cfr. <em>Il conte di Kevenhüller</em>). Ecco, dunque, che nel tempo della scrittura e della lettura delle poesie di Sica si realizza la grande illusione a cui si era accennato: in quel luogo fisico e immateriale che sono le pagine di carta non si può interrompere il dialogo con quello che è e con quello che è stato.</p>
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			</item>
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		<title>SPLENDE A CASCATA/ L’ORO DEI CEFALI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/02/splende-a-cascata-loro-dei-cefali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 05:55:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Consonni]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Cinnà]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota sull’ultima silloge di Giancarlo Consonni (Pinoli, Einaudi, 2021) di Giuseppe Cinà “Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi l’ha scritta… Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima di un lettore … ha luogo una sorta di (ri)nascita &#8230; La poesia dei poeti non potrebbe vivere senza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nota sull’ultima silloge di Giancarlo Consonni (Pinoli, Einaudi, 2021)</p>
<p>di <strong>Giuseppe Cinà</strong></p>
<p>“Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi l’ha scritta… Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima di un lettore … ha luogo una sorta di (ri)nascita &#8230; La poesia dei poeti non potrebbe vivere senza il convivio, ideale e concreto, di chi la sa riconoscere.” (Il Quotidiano del sud, 21 marzo 2021)<br />
Per capire la poesia di Giancarlo Consonni suggerirei di partire dalle affermazioni sopra riportate. Esse ne definiscono quasi programmaticamente i principali caratteri distintivi: parola, brevità, convivio. Il recente volume Pinoli (Einaudi 2021) porta alle più chiare conseguenze queste assunzioni, in coerenza con le precedenti prove dell’autore, in dialetto e in lingua (in dialetto lombardo: Lumbardia (i Dispari 1983), Viridarium (Scheiwiller 1987), Vûs (Einaudi 1997); in lingua: In breve volo (Scheiwiller 1994), Luì (Einaudi 2003), Filovia (Einaudi 2016), Oblò (LietoColle 2009).<br />
È proprio con la poesia Parola (“Porgere la parola/ al silenzio/ come all’amata/ un fiore”) che prende avvìo la silloge, articolata in cinque parti distinte da sottili marcature tematiche. La prima (Les petites heures) si svolge sul filo di una narrazione di eventi naturali colti nei loro aspetti aurorali e crepuscolari, una ouverture per frammenti di vita e paesaggi (di Laigueglia, terra amata dall’autore), ripresi nella seconda (Les grands heures) con più largo respiro, in un concerto di piante e animali in amore a far da primattori, dove il Gloria in excelsis di papaveri e fiordalisi “Di rosso, blu e giallo oro/ non è il paradiso/ è solo un campo di grano” (Frumento). Delle tre parti successive (Sonatina, Interludio e  Oratorio) la prima introduce – in consonanza con gli amori della natura – “l’andirivieni di baci e libellule” (I primi baci) di giovani le cui parole resistono “come le erbe errabonde/ nelle insenature dei coppi” (Le parole); la seconda si apre alla memoria di affetti, amici e bellezze nascoste; e infine quella conclusiva mette in scena un Oratorio di vite ed eventi a tratti mistici, da cui trapela il contrappunto tra mondo antico e modernità, campagna e città.<br />
Dunque una narrazione sinfonica in cinque movimenti, sorretta da uno sguardo sul mondo pieno di empatia, capace di portarne allo scoperto un doppio registro di sogno e realtà. Qui una scena di vita ripresa con dettaglio da incisore (“I fiori scalzati dai frutti” (Amarene)), là un’altra sospesa nel tempo, “nel silenzio della finestra” (L’ascolto), come in un film di Tarkovskij, dove accanto alla levità delle cose resta, appena nascosta da un velo, la gravità del vivere.<br />
Nell’aderire a questo passo quella di Consonni è una poesia epigrammatica (“In salti ripetuti/ splende a cascata/ l’oro dei cefali” (Meriggio)), dove sono banditi l’invettiva e la denuncia, le note alte e la ridondanza. Per lui infatti la poesia è quella rappresentazione che fa sì che siano le cose a parlare (“Va sicura la mano/ il dono è nel levare” (Bosso)), lasciando posto al lettore affinché possa coglierne il messaggio e con proprie parole entrare nel rito del convivio cui il poeta officiante l’invita. Ne è un chiaro esempio il distico Uva (“Si fa ronzio/ il dolce dell’uva”). Qui al lettore non rimane da figurarsi solo l’innominata protagonista, ma anche il quadro di natura entro cui l’evento ha luogo e respira in uno con il ronzare dell’ape e il maturare del frutto. Per aiutarlo, ecco La piccola matita arenata sulla spiaggia, metafora della poesia come dono, pregna di “parole in potenza” che sta al lettore disvelare (Fa eccezione a questo meccanismo proprio la poesia Convivio, scritta per gli ottant’anni di Franco Loi, dove il rito non è rimandato al lettore ma si compie nell’incontro e nella festa augurale).<br />
Questo carattere di asciuttezza non impedisce ai versi di Consonni di essere caratterizzati dalla diffusa presenza di figure retoriche. Esse però non sono l’esito di una ricercata tecnica compositiva ma piuttosto della volontà di sfruttare appieno il potenziale semantico delle parole, per meglio esplicitare assonanze e relazioni ricche di senso, che si traducono in sinestesie (“Penso alle ore/ tenere e senza guscio” (Pinoli)), metafore (“I primi fiori/ sono botti d’amore” (I primi fiori)) e altre figure. Va inoltre aggiunto che le composizioni non sono connotate da accenti sperimentali (sul piano sintattico, tematico o altro) ma piuttosto da un lavoro artigianale che tiene al centro la parola, l’ingrediente più capace di apparecchiare l’incontro con in lettore. Da tale scelta, e dalla ricerca dell’essenzialità, liberando il verso dalla misura e dal ritmo tonico, deriva l’adozione di una metrica libera, che si compone dietro al fluire delle parole ed è comunque caratterizzata dalla ricorrenza di componimenti brevi, quasi tutti con titoli di una sola parola, forse eco di una certa laconicità lombarda. Ne consegue, come già notato da Giuseppe Traina, quasi una liturgica esaltazione del frammento, con un lessico attento più alla funzione nominale dei sostantivi e meno alle aggettivazioni, dove è quasi assente la punteggiatura, che affiora nel marcare un accento narrativo invece che lirico.<br />
Sottoposte al minimo della vestizione poetica (“Dolorano i rami/ gonfi di gemme” (Gemme)) – anche se così precise sculture verbali sono l’esito di un attento vaglio – queste poesie assomigliano ancora molto alle prime poesie dell’autore, quelle dialettali, o meglio alla loro traduzione in lingua, che proprio dalla necessità di sintonizzarsi con l’espressività del dialetto avranno maturato alcuni dei loro caratteri distintivi. In esse il paesaggio della narrazione è acceso di vita fin “nel cavo delle foglie” (Nebbia) e la natura si distende ai nostri occhi “nel lievitare del canto/ che sale dalla terra” (Albero), in uno spazio dove il tempo storico è sospeso come in un fermo-immagine tra una quasi Arcadia e un presente, come succede anche nella poesia di Tolmino Baldassari, Biagio Marin e in tanta poesia dialettale. L’io lirico scompare, sostituito dagli occhi e dalla mente del lettore che assiste al teatro inscenato dalla poesia. Un teatro con esiti che portano talora a una illuminazione, a una presa di coscienza, come nella terna di poesie sulla vita al tramonto che chiude la silloge: “L’ultima farfalla/ sull’ultimo fiore./ Così l’amore dei vecchi.” (L’ultima farfalla).<br />
Ancora una volta Giancarlo Consonni, viaggiatore solitario che va per fasce, boschi e riviere, con voce pacata dà vita a un eden personale e ci mette a parte di una bellezza che fa pace con il mondo. </p>
<p>[Giuseppe Cinà, nato a Palermo, è architetto e urbanista. È stato professore associato di Urbanistica al Politecnico di Torino, occupandosi in particolare di progettazione urbana, conservazione dei centri storici e aree agricole periurbane. Ha lavorato come docente e ricercatore in numerosi paesi, soprattutto in quelli islamici (Algeria, Turchia, Iran, Iraq), in India e in Cina. Ha pubblicato molti testi specialistici sui temi della città e del territorio. Ha pubblicato due raccolte di poesie: <em>A macchia e u jardinu</em> (Manni, 2020) e <em>L’àrbulu nostru/ Il nostro albero</em> (La vita felice, 2022).]</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Settembre 1943 e altre poesie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/25/settembre-1943-e-altre-poesie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Dec 2020 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[umberto piersanti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di <strong>Umberto Piersanti</strong></p>
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo tre poesie da Campi d’ostinato amore di Umberto Piersanti, La nave di Teseo 2020]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Umberto Piersanti<br />
</strong><em>(Per gentile concessione dell&#8217;editore, pubblichiamo tre poesie da <strong><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/campi-dostinato-amore/" target="_blank" rel="noopener">Campi d&#8217;ostinato amore</a></strong> di Umberto Piersanti, La nave di Teseo 2020)</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Settembre 1943<br />
</em><br />
era ieri l’otto settembre,<br />
sotto lo stesso cielo<br />
di questo mese azzurro<br />
un tenente cammina<br />
per lo Spineto,<br />
la ragazza accanto,<br />
tenera la sua veste<br />
sparsa di fiori<br />
e la grande cintura<br />
stretta alla vita?<br />
e nuotano i ragazzi<br />
alla Borzaga<br />
in quella gorga limpida<br />
e assassina?<br />
cerchiano le rondini<br />
come da sempre<br />
la verde cupola<br />
del Duomo?</p>
<p>e tu a tre anni<br />
guardi i settembrini<br />
o solo t’acqueti<br />
e perdi nello sguardo<br />
del padre che t’abbraccia<br />
senza la divisa?</p>
<p style="text-align: left;">dalla marina salgono<br />
i signori del ferro<br />
e del fuoco<br />
con gli elmi calati,<br />
tu fuori della Storia<br />
nell’abbraccio del padre<br />
solo e felice</p>
<p style="text-align: right;"><em>settembre 2017</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-87188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-728x1024.jpg" alt="" width="500" height="703" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-728x1024.jpg 728w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-768x1080.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-200x281.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore-160x225.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Piersanti_CampidOstinatoAmore.jpg 1651w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">
<em>Febbraio 1941<br />
</em><br />
forse nevicava quel giorno<br />
come adesso,<br />
stroncava i gialli<br />
impazienti favagelli<br />
e nevicava forte nei Balcani<br />
dove il padre soldato<br />
nel suo lungo cappotto si rannicchia,<br />
autarchico e gelato,<br />
gelata la discesa<br />
giù per il Monte,<br />
lì passa la tua lettiga<br />
madre,<br />
in quattro la sorreggono<br />
per l’ospedale</p>
<p>tu scalci,<br />
hai fretta<br />
d’uscire in mezzo al gelo,<br />
sai che la vita<br />
è oltre quel tepore,<br />
altro non sai<br />
e altro non ricordi,<br />
inquieto come i favagelli<br />
che la neve cela<br />
dentro il bianco</p>
<p>e la sorella grande<br />
col gelo della sciarpa<br />
e sulla bocca<br />
segue quella lettiga<br />
all’ospedale,<br />
l’altra prepara<br />
la minestra con dentro<br />
il pane,<br />
la famiglia è di cinque<br />
il numero più giusto,<br />
la madre<br />
ed anche il padre<br />
hanno quei nomi immensi (1)<br />
del Vangelo</p>
<p>dalla bianca pineta<br />
i corvi neri<br />
scendono alle torri<br />
che il bianco cerchia,<br />
un aereo vola<br />
così lontano,<br />
lontano com’è ancora<br />
la guerra in quelle ore</p>
<p>scende un soldato piano<br />
dalle Cesane,<br />
ha governato le bestie<br />
la sera prima<br />
e quell’acqua l’attende<br />
sconfinata-appena<br />
s’intravede e fa paura-<br />
dove la morte piomba<br />
da sopra o dal fondo,<br />
e sabbia e fuoco<br />
sono là<br />
se arriva</p>
<p>tu non sai<br />
le vicende e le figure,<br />
solo suoni e colori<br />
non li ricordi,<br />
non sai se la madre<br />
s’appresta a consolarti<br />
dell’esser nato<br />
o se la vita saluti<br />
e bevi a sorsi lunghi<br />
dopo quel limbo caldo,<br />
ma vicino,<br />
così vicino<br />
al Vuoto che tutto<br />
precede</p>
<p>e nella stessa ora<br />
l’altra sorella<br />
libera dalla neve<br />
un favagello</p>
<p style="text-align: right;"><em>febbraio 2018</em><br />
<em>(1) Il nome di mio padre Giuseppe, di mia madre Maria</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>L’età breve</em></p>
<p>c’è stato un tempo<br />
in cui ci credemmo<br />
immortali,<br />
alti sull’Appennino<br />
ventoso,<br />
fermi nelle strade<br />
d’Europa,<br />
la rosa dei venti<br />
spalancata a nord<br />
e sud e est<br />
e ovest,<br />
senza il pensiero<br />
del ritorno,<br />
senza idea<br />
di sosta,<br />
senza limite<br />
d’ora<br />
o luogo,<br />
le macchine riempivano<br />
le strade,<br />
la gente affollava<br />
le piazze,<br />
dal camion<br />
tu li osservi (1)<br />
così fermi<br />
e assoluti<br />
come il tuo sguardo</p>
<p>l’età breve<br />
trascorre<br />
in un cielo chiaro<br />
e senza tempo</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ottobre 2019</em><br />
<em>(1) nella mia adolescenza viaggiavo a lungo con l’autostop</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Sonia Caporossi &#8211; Taccuino dell’urlo (Marco Saya Edizioni 2020)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/16/sonia-caporossi-taccuino-dellurlo-marco-saya-edizioni-2020/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 04:49:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[maria grazia calandrone]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Sonia Caporossi]]></category>
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					<description><![CDATA[Prefazione di Maria Grazia Calandrone La scrittura di Sonia Caporossi è mossa dalla necessità di comprendere filosoficamente il mondo, che si dà silenzioso nei suoi nessi, lasciando a noi il compito di decifrare la mappa di una realtà fatta di persone e cose che si muovono (e vengono mosse) stando in relazione. Uno dei modi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Prefazione di <strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>La scrittura di Sonia Caporossi è mossa dalla necessità di comprendere filosoficamente il mondo, che si dà silenzioso nei suoi nessi, lasciando a noi il compito di decifrare la mappa di una realtà fatta di persone e cose che si muovono (e vengono mosse) stando in relazione.<br />
Uno dei modi possibili di interpretare la realtà è infatti seguire il filo di una relazione, come nel caso di questo Taccuino, un segugio di parole sensoriali tenute a terra, a fiutare le tracce di un rapporto che disorienta, perché procede per contrasti e contraddizioni, non fornisce la bussola per orientarsi nella solitudine del mondo. Anzi, confonde, mente, lascia ancora più soli, continuamente abbandona.<br />
Lo scarto tra ciò che esiste e quello che invece potrebbe essere, la distanza inguaribile tra desiderio e risultato, ci rende la misura dell’errore. E allora, anche la lingua con la quale la relazione racconta sé stessa deve simulare il disordine della ferita, il dolore che scaglia fuori da sé, mentre l’amore ci terrebbe saldi e sicuri al centro di noi, ci farebbe lettori intelligenti del mondo.<br />
Raccolto dal caos, venuto dal caos, mimetizzato con i crolli improvvisi del cuore e con la confusione e lo scompiglio, il lessico attinge da campi semantici diversi: scienza, critica d’arte, psicoanalisi, cartomanzia, musica e, naturalmente, filosofia.<br />
Caporossi mette in bilico le parole, i suoi versi – spesso frantumati – sono frasi sul punto di spezzarsi e cadere nel verso successivo, più che andare a capo, duplicando i geyser del tutto involontari della memoria, che interrompono la superficie di una dimenticanza desiderata.<br />
L’odore, le parole, le promesse, le rivendicazioni rimaste da fare, vengono infine emesse tutte d’un fiato, in due pagine di flusso di coscienza senza respiro, simili ad appunti presi mentre nel sonno si è premuti dal dolore e non si dorme davvero.<br />
Il protagonista, colui che emette l’urlo, è impegnato nell’opera della dimenticanza, è un operaio della dimenticanza, che si muove tra veglia e stato onirico, perseguitato dai sogni, combattente sul campo di battaglia di lenzuola ormai fredde e infine arbitro di sé stesso, per stare nella bella metafora calcistica conclusiva, che ricorda il quadrato del ring amoroso di Carlo Bordini.<br />
Ma qui si tratta di rettangolo: il rettangolo d’erba dei campi di calcio, il rettangolo del letto. Qui si tratta di un lato più lungo, di un uscire da sé per protendersi verso la menzogna di un altro, che deve essere reciso, potato, amputato, anche con spargimento di sangue, per ritornare interi nel quadrato della propria persona e richiudersi nel fortino dell’io, per il tempo necessario a cicatrizzare, a non volere, a non desiderare, non cercare, non urlare più.<br />
Perché tanto l’amore poi torna.</p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>_________</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-84162 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-300x300.jpg" alt="" width="486" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi1-550x550.jpg 550w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-84163 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-300x300.jpg" alt="" width="496" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi2-550x550.jpg 550w" sizes="(max-width: 496px) 100vw, 496px" /></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-84164 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-300x300.jpg" alt="" width="488" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Caporossi3-550x550.jpg 550w" sizes="(max-width: 488px) 100vw, 488px" /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>LA MUTA PER AMORE  &#8211; ESTRATTO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/24/la-muta-per-amore-estratto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2019 05:40:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Canobbio]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Canobbio Precipita il principio poiché si segna solo nel momento successivo all’attacco per recupero di distacco e nel suo vuoto può compiersi come onda e come salire così scendere a terra un colore e il cielo aperto davanti e dietro un’ iris arcobaleno che volteggia ad ogni precipitazione ma prima piove il mare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Canobbio</strong></p>
<p>Precipita il principio poiché si segna solo nel momento successivo all’attacco per recupero di distacco e nel suo vuoto può compiersi come onda e come salire così scendere a terra un colore e il cielo aperto davanti e dietro un’ iris arcobaleno che volteggia ad ogni precipitazione ma prima piove il mare asceso per eccesso sull’equilibrio elementare che è governo di cosa ed ad ogni cosa restituisce il senso ed il sentimento per quanto profondo così si leva acuto dentro la spinta che è di motivo motivazione e sempre nuova di ritmo e fughe<span id="more-80449"></span></p>
<p>Prendi le tue ore di distanza quando parto mentre mimo per eccesso di ego una qualsiasi delle mie pose su questo calendario magnetico ad anno aeternum che va ora oscillando in positivo nella mia marina per spondarti là dove batte la mia onda che congiunge in trigoni ed opposizioni i nostri astri dominanti nella casa dove si trovano i nostri segni e le nostre cicatrici che passeranno disattese sui muri che come cariatidi abbiamo innalzato e toccheranno forse qualche millimetro di vuoto da colmare o forse faranno il centro di qualche storia millenaria a me coeva o meno di catastrofi epocali che alcun sismografo ha mai registrato a meno di quanto si possa immaginare nei silenzi fra le partiture degli spartiti che fra una sorda nota di infinito che si pavoneggia di chiudere le sinfonie con un occhio chiuso ed uno aperto ad nuovo indirizzo cui evocare per mantenere l’ensemble della realtà o funzione dominante che è la sola eccezione che conferma la nostra regola e ragione di esistere per trasgredirla di continuo e ripetere nella voce di altri alcuni la nostra voce nel tempo di un singhiozzo che la porta via da ognissia</p>
<p>Quando mi stacco da terra lo faccio con l’accordo dei colori dell’arcobaleno in una ascesi che può culminare nel momento caldo di rossarancio che scenderà inevitabilmente le sue ciglia gialle nel verde lasciapassare per un blu freddo che ghiaccia il tempo delle piogge nel panorama dei tropici sui quali scendo illuminata dall’ultimo dei soli della ultima delle galassie in una galleria dove esposti i sigilli ai quadri dell’esistere possa io essere testimone del furto di essi per aprire anche ai più scomodi le dimensioni più eccelse di qualsivoglia prospettiva inusitata di anima mundi che vibra fra le pieghe di un vortice che profondo si elica e poi si chiocciola nelle venature che suonano la musica nella conchiglia del maremoto umano che di una unica epoca tutte emoziona il big bang ed il grande caos primigenio battito che ultimo piano rincorre con il fiato sospeso il pericolo di dare vita alla vita e ciò nonostante soffiare viva l’esistenza staccando l’anima su una pista da ogni altra anima in tempi precisi per intersecare il pensiero nel cuore del proprio essere che da un seme una coppia una scala un colore un’altra partita</p>
<p>Indovinami sempre la figura amore mio dammi con i gesti la giusta scusa alla mia maschera che solo a te è chiara quando mi innalzo sull’onda del nostro oceano infuso a vicenda mentre ci scambiamo da bere le tazzine dei respiri che si consumano nell’elisir che ci prepariamo a vicenda là dove il mare è camomilla e si può galleggiare mescolando zucchero con il veleno dei giorni intarsiando nelle vene ogni parola del mondo e del nostro sangue fare banchetto ad ogni tramonto come un cristo che si dona sull’ altare nascosto nelle cripte dove portiamo il nostro sacrificio in offerta al mondo così che possa vesperando il pensiero innalzarsi ad un nuovo giubilo di amore che con il cuori stretti fra la pietà per ogni altro cuore fra spade di cemento armato che si innalzano sulla capitale assediata dagli umori del mondo per tutti i giorni fino all’ultimo che mi dedicherà un cielo su cui tingere un tempo della mia esistenza che piove e spiove sul cobalto ardito ed aspirato mentre cresce e si espande la nostra anima che un giorno non potrà che lasciare il corpo per tornare nel nucleo essenziale il giorno che andremo a cercarci oltre il rapimento ed il desiderio della materia quando faremo l’amore nella totalità al di là delle passioni così emancipati da ogni nostro vizio di vivere</p>
<p>Riposo sui millimetri di spazio che mi concedi quando non sei ancora qui presente ad agguantare con agguati la mia anima che ti restituisce la mia altezza sulle tue torri di controllo imbastite a terra di caccia dai sarti della sera che ti veste di terreni conquistati e ti regala una cravatta per soffocare la gola nel nodo del sentimento di ora che ancora hai la mia aria nelle vene e prima che giunga il bisogno assurdo l’astinenza dei nostri effluvi che si scambiano segnali sulla rotta delle comete che regalano un natale e poi ancora la nostra pasqua fra lenzuola di nuvole e piogge acide di mondo dalle quali epurarsi trovando riparo nei giacigli profumati dai nostri pori e dalle nostre carni che coincidono con il ritmo delle bellissime fiere in contrasti ed in ritorni di questa pace tanto agognata questo nostro vivere solo nella complessità del contatto fra le marce dei militi che chiedono riposo e a seconda del loro grado e tempo scorgono da sentinelle l’arco di sguardo dove rifugiare e dove posare gli occhi in altri occhi che li contemplino e dei quali essere pupilla</p>
<p>L’ora scocca sempre fra gli anticipi ed i ritardi che snocciala il tuo calendario alla mia meridiana genuflessa all’ultimo piano illuminato dai tuoi occhi solari sfuggiti alle orbite dei miei satellitari compassi o quanto rimane di vivo ad ogni mio congedo quando perdo la figura insieme alla tua e così resto disfatta come il letto del fiume sino ad ogni nostra foce quando ciò che mi scuote non è che l’oceano mare della tua parola adamitica nel più vivo dei peccati di banchettare a verbi di esperanto che mi incatenano oltre il solipsismo dei miei dialoghi interiori là dove tu oltrepassi il mio confine oltremodo cinto dall’abbraccio di ciò che tu sai quanto io sia nella trincea valicata dal mio amore che nel tuo azzardo si fa nome di creatura che ancora vive  caleidoscopiche fughe musicali e adora il tuo verbo che nel segreto gioco fra la mia domanda muliebre in movimento e la tua risposta che serve il numero esatto delle nostre conoscenze mi fanno sapere il plurale di me stessa ché è di nuovo noi essere mondo unico eppure a noi molteplice</p>
<p>Io sono colei che puoi doppiare senza battute perché nessuna<br />
Voce sarà mai più forte di un sospiro<br />
E tu che mi leggi il labiale coi baci che non ti ho<br />
Dato ora dammi indietro il vento per riempire tutti i miei anni<br />
Il colore dall’alba al tramonto<br />
E la notte che non c’è<br />
L’umida pioggia di Ermione che sono le<br />
Voglie distese<br />
L’umore e il buonumore<br />
Il rumore dell’ancia del fluato<br />
Sull’unica lingua<br />
Possibile</p>
<p>Come ti chiamo<br />
Voce di suono<br />
Musica<br />
Tamburo d’ossa<br />
Che sei scheletro dei miei mondi<br />
Spina dorsale<br />
Su due piedi di metrica poetica<br />
Per parlare<br />
eco e rieco<br />
Noi sempre<br />
Declinati in tutti i tempi<br />
E modi<br />
Senza punto di domanda?<br />
L’amore ti parla una volta sola<br />
L’amore ti parla una volta<br />
L’amore ti parla<br />
___<br />
L’amore</p>
<p>Sugli spartiti del cuore<br />
La tua musica<br />
È il silenzio del bacio<br />
Fra i gemiti di un armonico amplesso<br />
Che mi cava sussurri sensuali<br />
Dall’alto della mia prima bocca<br />
Al basso della mia seconda bocca<br />
Con cui mangio la seconda lingua<br />
Che mi narra di terzi occhi dell’universo<br />
Sulla quarta corda che fugge nell’aria tersa<br />
A toccare tutti i miei tasti<br />
Ed i miei posti<br />
In prima fila<br />
Sul sipario<br />
Concertando l’amore nostro</p>
<p>Armonizzami con il tuo diapason<br />
Per dare un battito costante<br />
Al mio cuore<br />
Che potrebbe esplodere<br />
Sugli acuti dei tuoi silenzi<br />
Da leggere con la poesia</p>
<p>La precisione dell’amore<br />
È la distrazione<br />
Dal sentimento di solitudine</p>
<p>Profili che combaciano<br />
Oltre le mura del corpo<br />
Quel che ne resta<br />
È empaticamente<br />
Amore<br />
E luce nello sguardo<br />
Che tocca silenzioso<br />
Il disegno delle Dolomiti<br />
Negli occhi<br />
Allo scadere delle nevi</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Su «Come sarei felice» di Tommaso Giartosio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/16/su-come-sarei-felice-di-tommaso-giartosio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Conoscenti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Conoscenti Il primo contatto che ha il lettore col libro di Tommaso Giartosio, Come sarei felice. Storia con padre, Einaudi 2019, è la poesia riportata in copertina, costruita attorno ai poli semantici di tradire e tramandare, entrambi etimologicamente derivati da tradĕre. L’io testuale (‘il poeta’, si direbbe a scuola) si rivolge al padre, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Conoscenti</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-80353" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-170x300.jpg" alt="" width="170" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-170x300.jpg 170w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-250x442.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-200x354.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75-160x283.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/9788806233723_0_500_0_75.jpg 500w" sizes="(max-width: 170px) 100vw, 170px" /></p>
<p>Il primo contatto che ha il lettore col libro di Tommaso Giartosio, <em>Come sarei felice. Storia con padre</em>, Einaudi 2019, è la poesia riportata in copertina, costruita attorno ai poli semantici di <em>tradire</em> e <em>tramandare</em>, entrambi etimologicamente derivati da <em>tradĕre</em>. L’io testuale (‘il poeta’, si direbbe a scuola) si rivolge al padre, come suggerito dal sottotitolo, per dirgli, fra l’altro: […] <em>Solo questi segreti / si tramandano / tra le righe / di un testamento / impugnato. // Fidati di me. // Non ti tradirò mai abbastanza.</em> La <em>storia con padre</em> è allo stesso tempo, inevitabilmente, una storia con figlio, la cui voce è però l’unica ad organizzare il discorso che leggiamo (e leggeremo). Qui, ad esempio, la tensione fra gli ultimi due versi è giocata sull’<em>abbastanza </em>finale. L’avverbio vanifica l’implicita consequenzialità innescata dal <em>Fidati di me</em>, cui non risponde, appunto, un (letteralmente) univoco <em>Non ti tradirò mai</em>. Ma neppure un simmetrico verso di senso opposto, altrettanto univoco, e per questo altrettanto rassicurante. Un figlio, insomma, che dice a sé e al padre morto (con un senso di sfida e di orgoglio? con sofferto rammarico?) che non sarà mai abbastanza diverso da lui (da come lui lo avrebbe voluto) oppure, il che è quasi lo stesso, mai abbastanza uguale a lui (a come lui lo avrebbe voluto).</p>
<p>Nella quarta di copertina, pubblicata di certo col consenso dell’autore, se non scritta di suo pugno, vi si legge poi di <em>un percorso in due tappe</em> che <em>si integrano perfettamente anche grazie ad un poemetto-cerniera </em>[…]: <em>La stellina.</em> Assumendo quest’ultimo testo come asse mediano, affiora così una divisione speculare in quattro + quattro parti che includono lo stesso numero di poesie nelle sezioni corrispondenti:</p>
<p>A.1 <em>Stemma</em>                                         -1 poesia<br />
A.2<em> Vivere </em>                                           -9 poesie<br />
A.3<em> Cristallizzarsi</em>                                -12 poesie<br />
A.4<em> Le notti bianche</em>                             -12 poesie</p>
<p style="margin-left: 70.8pt;">                     B.<em> La stellina</em></p>
<p style="margin-left: 35.4pt;">C.4<em> I viaggi immaginari</em>                       -12 poesie<br />
C.3 <em>Trovare</em>                                          -12 poesie<br />
C.2<em> Perdersi</em>                                         -9 poesie<br />
C.1<em> Stigma</em>                                            -1 poesia</p>
<p>Parrebbe da questo specchietto (mia la catalogazione dell’<em>Indice</em> con lettere e numeri) che la specularità sia un tema importante, centrale, se l’intera struttura risulta organizzata in tal modo. Una forma-struttura equivalente del contenuto-sostanza, un po’ come avviene, in piccolo, nella poesia di Montale <em>Cigola la carrucola del pozzo</em>. Non so capire in che rapporto stiano prima parte, <em>genealogica, dedicata al padre</em> (sempre dalla quarta di copertina) cioè le poesie di A, e seconda parte (<em>romanzo di formazione e d’amore</em>), le poesie di C: di rispecchiamento sì, certo, ma in che termini precisamente? Intanto è indubbio che <em>Stemma</em> e <em>Stigma</em>, l’alfa e l’omega della raccolta, si richiamino sia foneticamente che concettualmente: dall’accezione generale di “contrassegno stabile di famiglie e singole persone” si passa a quella particolare di “qualità negative attribuite a persona o a gruppi di persone<a title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>”. Modalità di passaggio che potrebbe estendersi per intero alla relazione tra prima e seconda parte? Magari anche a quella, ad esempio, tra le singole poesie di <em>Vivere</em> e quelle di <em>Perdersi</em>? Potrebbe, non saprei. Gli accostamenti dei titoli dei capitoli, intanto, risultano quanto meno evocativi, come coppie di varianti quasi sinonimiche (e il <em>quasi</em> è elemento cruciale), speculari perfino nella disposizione nomenclatoria: coppia nuda di sostantivi la prima (<em>Stemma-Stigma,</em> appunto), poi due coppie di verbi all’infinito, di cui due riflessivi,<em> Vivere-Perdersi</em> e <em>Cristallizzarsi-Trovare,</em> e l’ultima coppia con sequenza più strutturata articolo-sostantivo-aggettivo:<em> Le notti bianche-I viaggi immaginari</em>.</p>
<p>Ritornando a <em>Stemma e Stigma</em>, provo a individuare la relazione fra <em>Narciso</em> e<em> Nella vetrina del japanese restaurant</em>, i testi che ne costituiscono rispettivamente il contenuto. <em>Narciso</em> si presenta come una demistificazione, un rovesciamento carnevalesco del mito: <em>Narrano che Narciso / non fosse bello affatto, / e che accettasse il fatto. // Ma il fatto che il suo viso / nella fonte riflesso / fosse brutto lo stesso &#8211; // questo sì l’abbia ucciso.</em> La convivenza con la propria consapevole bruttezza, l’accettazione del dato di fatto, diventa per Narciso intollerabile nel momento in cui la vede (e si vede) oggettivamente, dall’esterno, attraverso la conferma di un altro che funge da specchio: forse un figlio (omosessuale) che si scorge appunto nel rimando del rapporto col padre, o anche, viceversa, un padre che si scorge nello sguardo di un figlio diverso senza riconoscerlo e riconoscersi. La poesia della copertina, <em>Tutti i segreti morti con te</em>, inclusa in A.2, in questo primo blocco aperto da <em>Narciso</em>, sembra esplicitare e contestualizzare la consapevolezza, orgogliosa o sofferta o entrambe, del figlio che (non sa o) non vuole rispondere alle aspettative del padre, essere una sua proiezione, un suo riflesso. Lo <em>stemma</em>, che ha la famiglia come ambito di elezione, potrebbe essere così il mancato (reciproco?) riconoscimento paterno-filiale, che implica una persistente e talvolta dura tensione: <em>scendevo in quella patria di voci, verso i miei termini che tu abbaiavi sfidandomi a penetrarli &#8211; «invertito», «sodomita», «pederasta» (IDR-LIEB, SCI-TAT, PAO-PZ). Nomi comuni di genere maschile. E tu eri buono come il pane, come il sale </em>(sempre in A.2. Da notare la duplice similitudine, di cui la seconda antifrastica).</p>
<p>Ma forse questo non è che un aspetto della discontinuità dialettica fra le generazioni, che trova la sua narrazione nel poemetto <em>La stellina</em>. In un fluire di endecasillabi che ricorda un po’ il Pasolini ‘civile’, con toni che variano dall’affettuoso e partecipe al distante e beffardo viene ripercorsa la biografia del padre, intrecciata ai mutamenti politici e sociali dell’Italia dal fascismo agli anni Ottanta ‒ col che il sottotitolo della raccolta si carica di ulteriore senso. Nel ’68 e nel decennio successivo, al di fuori dei versi che vi fanno esplicito riferimento, il conflitto fra padri e figli ha assunto nel frattempo le caratteristiche peculiari della contestazione giovanile, che interseca i movimenti per i diritti delle donne e degli omosessuali, all’interno delle cui riflessioni è cresciuta la generazione dell’autore reale. Nella raccolta il processo di formazione individuale si costruisce più che mai attraverso il confronto-scontro generazionale, che tocca, sia pure tangenzialmente come si è accennato, anche quello tra eterosessualità e omosessualità; è un processo che viene focalizzato sulla relazione tutta al maschile tra padre e figlio, a differenza ad esempio di Pasolini (appartenente alla generazione precedente), il quale riteneva fondamentale nel proprio rapporto col mondo la relazione-identificazione con la madre.</p>
<p>Le poesie del secondo blocco sono centrate, come anticipato, sulla costruzione <em>dell’identità di uomo e di poeta </em>dell’io testuale. Se <em>Stemma-Narciso</em> apriva il blocco iniziale, <em>Stigma-Nella vetrina del japanese restaurant</em> specularmente chiude quello conclusivo: <em>Se ti sbucciassi amore come / una cipolla, amore // e lo facessi ancora / e ancora, ancora, amore // al centro troverei ancora / non il tuo ma il mio cuore. // E ponendo sul pollice / quel fuso viola, amore // lucido, laccato come / questo sàmpuru &#8211; amore &#8211; // quanto sarei solo. / Come sarei felice.</em> Suppongo che il testo riprenda l’immagine di una poesia di Szymborska, <em>La cipolla</em>, allontanandola dal sistema di significati dell’originale, per approdare alla scoperta, nella cipolla-amato, del cuore dell’amante (che parla e scrive) anziché dell’altro (che è scritto e detto). Trovare nell’altro il proprio cuore è scoperta o conferma, ovviamente, di una profonda solitudine, ma la chiusa non blandisce la probabile, dolente, aspettativa del lettore, spiazzandolo invece con un procedimento ‒ già notato nella poesia in copertina e adoperato spesso nella raccolta, insieme a frequenti paronomasie ‒ che accosta frasi (o sintagmi) quanto meno divergenti, se non proprio antitetiche. L’amore che non ha bisogno dell’altro, l’amore dell’identico: parrebbe essere questo lo <em>stigma</em>, “qualità negativa di persone o gruppi”, l’amore narcisistico che una certa vulgata identifica con l’omosessualità tout court. Il <em>Come sarei felice</em> della chiusa, assurto a titolo dell’intera raccolta, inevitabilmente dà un rilievo particolare a questo testo, con le ultime parole dell’io testuale che riflettono le primissime, quelle del titolo (e viceversa).</p>
<p>La parodia del mito in <em>Narciso</em>, attuata anche attraverso l’abbassamento del lessico, trova nella poesia finale un corrispettivo nella modalità espressiva… mieloso-canzonettistica, in quella ripetizione per ben cinque volte di <em>amore </em>e di quattro di <em>ancora</em>. Se a questo si aggiunge che il <em>come </em>del verso iniziale è seguito più avanti da un altro <em>come</em> che sposta il fuso-cuore nel campo semantico dell’artificio e del tossico (il<em> sàmpuru</em>, sulle cui caratteristiche ci informa la <em>Nota</em> autoriale alla fine della raccolta<a title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>), ecco, non sono sicuro che nel <em>Come sarei felice </em>della poesia si trovi “il messaggio” poetico dell’autore, l’essenza di un personale itinerario, del suo intimo “discorso”, ma solo quello dell’io testuale. È un finale che mi lascia il dubbio di dover essere riferito a uno stereotipo, adoperato in funzione critica e non con l’adesione dell’autore reale, che certo sa che l’amore narcisistico, lungi dal definire la totalità delle relazioni omosessuali, può riguardare d’altra parte anche quelle eterosessuali.</p>
<p>L’ultimo intervento dell’autore coincide con l’appena citata <em>Nota</em>, scandita in tre paragrafi, dalla quale il lettore può attingere informazioni di tipo bibliografico o riguardanti alcune citazioni o a chiarimento di determinate scelte tematico-lessicali. La parte più interessante è a mio avviso il paragrafo iniziale che esordisce con un inequivoco <em>Se avessi voluto fare un ritratto oggettivo di un padre, avrei scritto altro</em>. L’autore rivendica la caratteristica di cangiante <em>paesaggio emotivo</em> per la propria raccolta, ponendola entro l’ambito interpretativo della soggettività (e in ultima analisi, credo, del genere lirico), fornendo insomma al lettore la propria chiave di accesso al mondo dell’io testuale. Curiosa la presenza della riga e mezzo finale, la definizione, priva di fonte, di un termine latino, che costituisce da sola il terzo e ultimo paragrafo della <em>Nota</em>: “Patratio<em> est effectus, exsecutio, perfectio, et rei veneris consummatio</em>”. Il termine non è presente nel corpus delle poesie e la sua definizione non svolge neppure funzioni analoghe alle altre informazioni-spiegazioni della <em>Nota</em>. E però lì è stata collocata.</p>
<p>Non tutti fra i quattro dizionari cartacei che ho sfogliato affiancano, al significato generico di <em>conclusione</em>, anche l’accezione <em>eufemistica</em> od <em>oscena</em> (così scrivono) di <em>compimento del coito</em>. Nel <em>Lexicon Totius Latinitatis</em> (consultato online) del padre Egidio Forcellini, oltre alla definizione non reticente di <em>patratio</em>, si legge che da esso deriva il lemma <em>pater</em>, che è probabilmente il motivo per cui la definizione è stata trascritta dall’autore: «<em>2. Speciatim obscaeno sensu. Vet. Scholiact. ad Pers. 1. 18. Patratio est rei Venereae perfectio, vel consummatio; unde et patres dicti, eo quod patratione filios procreant. Adde Theod. Priscian. 2. 11</em>»<a title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Le ultime parole della raccolta, che pure non hanno funzione di glossa né di spiegazione didascalica, provengono così dalla voce dell’autore, non da quella che ha detto ‘io’ nelle 68 poesie (+ <em>La stellina</em>). Se il fine è quello di mettere in evidenza la paternità come procreazione fisiologica, di ricongiungerla al <em>compimento del coito</em>, al senso di una <em>conclusione</em> che porta in sé qualcosa di irrevocabile, la questione più immediata mi sembra: perché adesso, perché qui? Forse un varco dischiuso dall’autore verso aspetti da sviluppare in testi successivi. Forse un invito a rileggere la raccolta alla luce dell’accezione individuata dagli antichi <em>patres</em>: una rilettura che cominci adesso, dal compimento del testo, e proceda ordinatamente <em>à rebours</em>, riattraversando lo specchio della <em>Stellina</em> fino a mostrare sempre più l’irrevocabilità del percorso intrapreso.</p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<div id="ftn1">
<p><a title="" href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per le definizioni cfr. <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/stemma/">http://www.treccani.it/vocabolario/stemma/</a> e <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/stigma">http://www.treccani.it/vocabolario/stigma</a>.</p>
</div>
<div id="ftn2">
<p><a title="" href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> «Il <em>sàmpuru</em> dell’ultima poesia è il termine giapponese (dall’inglese <em>sample</em>, “esempio, modello”) con cui si indicano le riproduzioni di pietanze visibili nelle vetrine dei ristoranti nipponici. Sono realizzate a partire dal cloruro di vinile, un composto altamente tossico», p. 130.</p>
</div>
<div id="ftn3">
<p><a title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr.ad esempio <a href="http://lexica.linguax.com/forc2.php?searchedLG=patratio">http://lexica.linguax.com/forc2.php?searchedLG=patratio</a> .</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Nadia Campana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/03/i-poeti-appartati-nadia-campana/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/03/i-poeti-appartati-nadia-campana/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2019 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alida Airaghi]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Alida Airaghi Di Nadia Campana (Cesena,1954-Milano,1985) l’editore riminese Raffaelli ha pubblicato nel 2014 due volumi: Visione postuma e Verso la mente. Il primo (curato da Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci) raccoglie testi critici rimasti a lungo inediti, talvolta incompleti o allo stato di abbozzo: registrando gli interessi letterari della poetessa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-78530" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22.png" alt="" width="360" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22.png 476w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.39.22-160x160.png 160w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />Nota</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alida Airaghi</strong></p>
<p>Di<strong> Nadia Campana</strong> (Cesena,1954-Milano,1985) l’editore riminese Raffaelli ha pubblicato nel 2014 due volumi: <em>Visione postuma</em> e <em>Verso la mente</em>.</p>
<p>Il primo (curato da Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci) raccoglie testi critici rimasti a lungo inediti, talvolta incompleti o allo stato di abbozzo: registrando gli interessi letterari della poetessa romagnola, essi rivelano la sua ricettiva empatia soprattutto nei riguardi della scrittura femminile. Infatti, se le brevi recensioni finali sono dedicate ad alcune letture, spettacoli teatrali ed esperienze didattiche compiute negli anni ’80, è in particolare nei saggi iniziali che si esprime la sua straordinaria competenza critica nei riguardi della parola poetica delle donne.</p>
<p>Se per poesia si deve intendere (come afferma nel testo che dà il titolo al libro, <em>Visione postuma</em>) il discrimine “tra mondo interpretato e assenza del mondo”, comprensione del caos da trattenere in “una misura stretta”, conoscenza che aumenta “il dolore come esercizio” con “furibondi attacchi di malinconia”, e infine “sfracellamento contro gli scogli del quotidiano”, è specificamente nella scrittura femminile che Nadia avverte la possibilità originaria di un’autoesclusione, non solo dalla vita concreta, ma addirittura dal proprio corpo, per una sorta di dissoluzione del desiderio quando questo si scontra con la banalità del reale, e produce stanchezza, “voglia di essere inerti… precoce invecchiamento”.</p>
<p>Nei due testi dedicati a Emily Dickinson, di rara perspicacia interpretativa e introspezione psicologica, si mette in luce essenzialmente la rivoluzione linguistica effettuata dalla poetessa americana, la sua invenzione di un nuovo inglese, di una inedita sintassi espressa nell’utilizzo della concisione, di un ritmo musicale rapido, e di elementi linguistici inediti, che Nadia Campana da esperta traduttrice ben sapeva individuare (predilezione del congiuntivo, arcaismi, tecnicismi, voci dialettali, accelerazioni e pause, soppressione di congiunzioni-pronomi-ausiliari, sostantivazione del verbo, scambio soggetto-oggetto, fusione di metri diversi, sostituzione della punteggiatura con la lineetta…). Una rivoluzione linguistica pagata dalla Dickinson con la sua eccentricità rispetto al mondo, con la devianza dai valori comunemente accettati nel puritanesimo ottocentesco del New England. “La sua goffaggine svela l’estraneità al commercio mondano e una sordità a ogni luogo comune. Ella rifiuta di sostenere la funzione di civiltà che alle donne è sempre stata affidata: quella di seguire le inclinazioni emotive, le regole amorose e cosiddette naturali… sceglie di essere un’asceta”. Orgogliosa della propria “posizione di monade, l’unica cosa che la salda alla storia è la parola”, intuita come luogo di indipendenza e di pace, di autonomia differenziante, di consapevole ribellione alla vacuità della chiacchiera invadente.</p>
<p>Una poesia, quella dickinsoniana, lontana dalla fisicità dei fatti, dalla fenomenicità, dal fascino dell’incontro partecipato con gli altri, e invece tutta protesa verso la vertigine della riflessione, dell’intelligenza delle cose, nella conquista di significati cruciali capaci di oltrepassare psicologia e morale: “La scrittura al posto del corpo, un pezzo di carta al posto di un’emozione toccabile, mostrata”.</p>
<p>Nadia Campana polemizza violentemente contro una critica votata al pettegolezzo, tendente a ridurre Emily Dickinson alla sua biografia, e a descriverla come “una figuretta inerme, schiacciata sotto il peso di una vita vuota, di una nevrosi che la costringeva nella sua cameretta a rimuginare e a rifiutare in contatto col mondo se non attraverso bigliettini fatti passare sotto la porta”. Tale meschinità da rotocalco si intromette nelle vite private in modo ammiccante e indiscreto, insinuando che la verità di un poeta vada cercata al di fuori della sua poesia. “Il mito di un poeta-donna spesso finisce col far passare in secondo piano i valori letterari e l’indagine critica si risolve in una ricerca di disastri emotivi di cui la poesia non sarebbe che una citazione”.</p>
<p>Quale disastro emotivo avrebbe allora portato un’altra grande artista, Marina Cvetaeva, al suicidio? In due saggi Nadia esplora ‒ con un’immedesimazione quasi presaga della propria drammatica scelta finale ‒ il dolore e l’amore che hanno animato e reso eterni i versi della poetessa russa, nella cui morte volontaria sembra iscritto il destino ineluttabile di chi si getta “contro le cose, fuori dall’adeguamento e dalla registrazione, per toccarle con l’incandescenza”.</p>
<p>La dedizione generosa e appassionata con cui Marina Cvetaeva interiorizzava ogni altro da sé aveva qualcosa della sacralità del sacrificio, dell’abnegazione di un’offerta che sa annullarsi, non essendo più desiderio o possesso, ma tenerezza, affetto, fratellanza, sym-patheia priva di qualsiasi opacità.</p>
<p>“La sua scrittura, come la figura tragica del saltimbanco di Zarathustra, compie un ultimo volteggio nel vuoto, come un ultimo dono, senza richiesta di contraccambio né tantomeno di ammirazione o pietà. È già oltre, nel territorio puro dell’aria che le darà nuovamente la forza di uscire dalla deriva del mondo privato e di abbandonarsi a una forza sorgiva”. Forse non è improprio ricordare che Nadia Campana scelse anche lei, il 6 giugno del 1985, un salto nel vuoto, cercando l’infinito.</p>
<p>E sul tema del suicidio, proprio in questi due testi si sofferma con parole che hanno la durezza e la trasparenza del quarzo: “Il suicidio è l’atto di cancellazione del passato, quando il ricordo non si dà se non sotto le forme del fallimento e della stanchezza. C’è una stanchezza anche dell’essere tristi: allora il racconto della sofferenza non trova più dichiarazioni d’amore, fiabe, immagini, se non quella della migrazione nel più puro territorio dell’anima. L’itinerario della mente alla perfezione si svolge ora nella fuga verso la dimora di ciò che non ha forma, di ciò che è semplicemente schiarito e che non deve più misurare il peso dell’avvilimento. Là tutto può essere perfetto, bello, elevato. L’immaginazione non incontrerà alcun ostacolo e il sogno sarà onnipotente e senza difetto”.</p>
<p>Nostalgia di un passato irrecuperabile, malinconia per un futuro che si teme, logoramento del presente, estraneità alla “mascherata” del mondo. Cvetaeva nel suo biglietto di addio scrisse: “Come si dice, / l’incidente è chiuso. //… Con la vita ora sono pari”.</p>
<p>Nadia Campana in una poesia sembra farle eco: “Avendo già avuto a che fare / con la resa, scelgo / le processioni del riposo”.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-78531" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Capture-d’écran-2019-03-24-à-18.43.06.png" alt="" width="126" height="179" />La sua produzione poetica, quantitativamente esigua, è stata raccolta, con un’interessante introduzione di Milo De Angelis, in <em>Verso la mente</em>; qui si ribadiscono sia l’esigenza di un lavoro assiduo di rinnovamento del linguaggio, sia il continuo richiamo alla morte, temi presenti anche nei saggi critici che abbiamo esaminato (“già veduto già rotolato / già rimandato il corpo sospeso / tra le rocce lacerato”, “è il tempo di arrendersi al contagio / covato dalle solitudini / disarmarsi per le ferite”).</p>
<p>Stilisticamente, questi versi franti e fortemente caratterizzati da simbologie, possono ricordare lo sperimentalismo di Amelia Rosselli, le invenzioni lessicali di Antonio Porta, l’autobiografismo scomposto di Sylvia Plath o di Anne Sexton: “poesia del contrasto”, la definisce De Angelis, perché nei temi si alternano caldo e freddo, nero e bianco, esuberanza e tristezza, sogno e verità, mito e cronaca familiare. Affiorano qua e là colori vivaci, campi assolati, acque di torrenti e mari, uccelli e altri animali, presenze giovani e vocianti; eppure ogni immagine ritorna quasi strozzata da un’invincibile angoscia, un’implacabile e minacciosa inquietudine.</p>
<p>Sempre ricompare quindi l’aspirazione al tiepido riparo di un approdo, all’affettuosità di un abbraccio protettivo: forse quello del padre, perduto nell’adolescenza per un incidente sul lavoro, o quello di un “eroe mattutino e chiaro”: “Per te, io ti, io te sono / che mi contiene nel tremante ricorso / del tuo silenzio vienimi incontro / orizzonte e allarga esso”, “l’estate occupa tutto lo spazio / come te / e lì io ti chiuderò”, “io vengo a farmi in te / vuoto fedele”, “pregavi le cose che davo / se volevo bere / le gobbe dell’oceano / si rifugiavano sotto le tue braccia / quando il sole se ne andò mi nascondesti”.</p>
<p>In una delle ultime composizioni antologizzate, la previsione luttuosa si fa infine scongiuro e preghiera: “il più lento morire dei pulviscoli / capogiro / che occupa molto / mi sento sparire continua / i fianchi trionfano in gara / balzano contro i fondi inermi / nella fretta / neve giovane e sonno resta / dicono scendi mitezza / venissi a temperare la sete”.</p>
<p>I due ritratti fotografici nelle quarte di copertina (entrambi di Giovanni Turci, curatore dei volumi) ci mostrano una Nadia bella e dolce, con i capelli scuri a caschetto e la frangia che le copre la fronte, un pullover a collo alto e una lunga collana bianca. Nella foto più intensa, la giovane donna guarda l’obiettivo con un sorriso sospeso tra timidezza e ironia, quasi rivolgendosi a noi lettori per chiederci: “Avete capito qualcosa del mistero della poesia e della vita? E di me, avete capito qualcosa?”</p>
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		<title>Maria Pia Quintavalla &#8211; Prose da Vitae</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/25/mariapia-quintavalla-prose/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Nov 2018 06:10:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[mariapia quintavalla]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Un caro diario di questi anni Caro Diario, questo diario è un miracolo. L’ho baciato preso in braccio, vedendolo . (Era specchio di me o del sé delle altre?). Era vivente. Le tecnologie malate, anche loro, si sono accanite a ritardare i primi contatti, e poi l’approdo: è tornato a casa, mio come un ulisse. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un caro diario di questi anni</strong></p>
<p>Caro Diario,<br />
questo diario è un miracolo. L’ho baciato preso in braccio, vedendolo .<br />
(Era specchio di me o del sé delle altre?). Era vivente.<br />
Le tecnologie malate, anche loro, si sono accanite a ritardare i primi contatti, e poi l’approdo: è tornato a casa, mio come un ulisse. In attesa di ripartire entro le mura di Milano, mi hanno detto.<br />
Un&#8217;altra Circe che si frapponeva, la cascata di avvenimenti degli ultimi mesi, mi ha gettata a terra più volte. Come tacere della morte di mio padre, i modi in cui saputolo… e tutto assieme, sangue con lacrime, nella città nativa e nella città presente.<br />
Proprio per questo, ho deciso: che il quaderno mi salvi dalla fibrillazione della cronaca, mi porti con sé mi insegni.<br />
Ho sempre tenuto un diario, più d’uno ai tempi dell’analisi, quando scrivere i sogni sembrava il primo compito del giorno. Oggi mi torna, come messaggero di altre vite, bussa discreto, dice,<br />
Siamo noi &#8211; le voci, il tempo attuale, storie della storia, stai in ascolto.<br />
Della sua culla, “dondola una gondola piano nel divenire/ feto di un fiatare breve”, dico in versi.</p>
<p>Il venerdì santo, prima di Pasqua, mio padre è tornato a visitarmi in sogno: dicono sia difficile sognarli subito dopo la loro partenza, se non perché chiamati dal nostro desiderio, e avevo forte il bisogno di incontrarlo; ero ad Istanbul, sul canale del Bosforo, e là mi sono ricordata, lui stava seduto in cucina nella sua casa e mi sorrideva, posando la mano sulla testa di mia figlia, che disegnava. Mentre mi guarda negli occhi, ecco li abbassa, io grido, Ma allora non sei partito affatto, sei ancora qui fra noi, e sei tornato, babbo!<br />
Lui abbassa giù a lato gli occhi e li china, fugge via.<br />
Così, di profilo, come uscendo, è tornato nel silenzio da cui viene.<br />
Mi sveglio, sono scossa nel profondo: penso che sia un dono grandissimo, questa visita. La mattina è già sabato di veglia pasquale, anche se qui cantano i muezzin molte volte al giorno, con una voce che intona i versi del Corano, ma la fede è medesima alla nostra. </p>
<p>Oggi a Milano, sola e satura di  domande, mi sono sentita bagnare fino alle radici dalla nudità.<br />
Senza le donne, corale collettivo visibile e di sfondo, la mia vita è più solitaria di anni fa. Esse esistono dentro me, sempre; ma siamo cresciute, dunque niente più arco teso della giovinezza?<br />
Altre cose, fili, testimonianze crude sottili, della vita quotidiana che è voraginosa.<br />
Dai libri, dai blog, da immagini inedite ecco che tornano, in amicizie rare e preziose, patti; silenziose telefonate notturne, rapinose visite, o al cinema.<br />
Gite dove non c’è bisogno di parlare. Perché mi mancano, allora, le stagioni totali?<br />
Non ho accettato le diaspore le dipartite, anche lì il tema della separazione che mi taglia in due…Una me bambina da sgridare, dunque.<br />
Di danze e vite condivise dove abitavamo, dove parlavamo ” di quel tempo o zolla / non più colonizzato/ e dedito a riempire di sé  sito, ogni ..silenzio innato” ( scrivo in Estranea canzone), fuori dalla durezza sociale dei deposti patriarcali, dove le distanze appaiono protette.<br />
E quanto dura ancora nei nostri cuori, come ha germogliato.<br />
Oggi ho con me una giovane fanciulla in fiore, che suona clarinetto, disegna che è un incanto, da quando usa le mani; è un torello, si chiama Sara, mia figlia Sarabella come chiamavo lei piccola. Tolsi la h finale, poiché non volevo segnarla con mitologie di sua madre: la storia di noi marrane, probabile e incerta, di terra castigliana, uno dei miti di iniziazione con cui battezzare le nostre innumeri “diversità”. Oggi credo siano nomi universali, buoni per tutte e tutti. </p>
<p>___________</p>
<p><strong>Lavoro, lavoro (Mi piace lavorare)&#8230;</strong></p>
<p>Mi piace lavorare”, ehm sì certo che mi piace lavorare, anzi si può dire io dico che non ho fatto altro nella vita, sai quando s’intende che hai cominciato a diciott’anni eh sì, giù di lì, in quell’età della vita in cui gli altri vanno solo a ballare, in giro a divertirsi, pomiciare. Invece, eccoti qui: con la divisa da maestra. Con trenta bambini piccoli da accudire, istruire, intanto fioccano le riunioni, gli extra, non hai più tempo per vivere per studiare, allora che fai, ecco: abbandoni l’università, anzi fai finta che è inevitabile, che lo fai da convinta, e per sei anni, chi ti ha più visto agli esami? Poi continui con gli impegni, ti dici, ma mica deve cambiare del tutto la mia vita solo perché lavoro, no.<br />
E prosegui imperterrita: viaggi, hai il tuo amore a Napoli, bene è durato sette anni, hai le riunioni politiche a Milano, magari leggere riposanti, come in Via Dogana, no? Ci vai e basta, non importa se il fiato ti manca, sia perché si fumano ancora le vecchie Pack, sia perché il giorno dopo, anziché riprenderti dal boccheggiare prendi la cuccetta notturna per Napoli, e via!</p>
<p>Poi, la università la occhieggi sempre, sai che lì vicino c’è Bologna, con i suoi giri universitari chiusi, però ci vai, di relazioni di lavoro tenti di allacciarne, ma solo il sabato e la domenica. Poi pensi: che quella domanda di borsa di studio per Parigi, perché non dovresti farla: per laurearti hai dovuto cadere per davvero, ingessarti, sempre vero, avere l’onore delle aspettative per salute, per potere infilarti dieci mesi a letto, e scrivere scrivere, studiare.<br />
Intanto che lui da là, di Napoli, aspetta che tu lavori sempre, ma pazienza, tu lo sai fare bene, Appena puoi torni al lavoro. Poi le cose fra te e lui iniziano a girare sempre peggio, in breve dopo i sette anni vi siete lasciati, allora tu cosa fai?<br />
Riprendi il treno dei compiti e scadenze, te ne dai sempre di nuove, così ti tieni attiva, lontana dai serpenti che sparlano di te, e fai finta. Di crederle avvincenti, ti ci butti, studi per vincere il concorso direttivo, oramai la china paterna è di seguire, te l’hanno imposto senza tu lo cercassi, le sue orme. E lo fai, ingoiando il mugugno, intanto la leader storica del movimento femminile non ti chiede più perché non vieni a trovarmi, che potrei insegnarti come vincere la borsa di studio a Ginevra.<br />
Però a Milano ci vai, non prima di avere fondato la casa editrice nuova, con la nuova amica e lì pubblichi, anzi fai pubblicare: per primo il fidanzato, così non sbagli a sentirti a pari con la coscienza, che tanto sai che tu conti sempre molto dopo gli altri, poi le scelte agionate: pubblicare Rosselli, Vicinelli eccetera. Ma poi infine te ne vai davvero a Milano, se Dio vuole, perché il concorso l’hai vinto davvero e sei fuori dalle scatole della famiglia, CHE C’HA MESSO TRENT’ANNI A DEMONIZZARTI CONVINCENDOTI CHE NE AVEVA UNA BUONA totalità di ragioni a trovarti una strega, e bruciarti ogni volta che ti rivedeva.<br />
Ci vai, lo vinci, trovi casa, vicino alla Ripa Ticinese, in affitto, anzi affittacamere, da un signore siculo che ti spia in camicia da notte la mattina, quando fai la colazione, prima di andare a fare per l’ultimo anno la maestrina, e poi la direttrice, ma lì i tuoi si sono finalmente decisi a farti acquistare la casa, sennò c’era quell’uomo di mezzo.<br />
Allora nella casa nuova, e tua, con un uomo giusto al fianco, con l’analisi a lato, e con le amiche che scrivono, oppure con te sola, eccoti qui finalmente ad iniziare la tua storia; di vita di donna, nuova, e tua.<br />
Che insegna dirige scrive organizza ma soprattutto che può anche e finalmente scrivere.<br />
L’autorizzazione, A VIVERE AD ESSERE QUELLA CHE VOLEVI.<br />
IL lavoro diventano i lavori, tanti, a milioni, ma a te piace moltiplicare le responsabilità, organizzare creare: eventi soprattutto, relazioni, farli parlare con te, ad alta voce fra di loro, i poeti, gli intellettuali; farsi e farli AMARE, SCONTRARSI, PENSARE, CONTRADDIRSI.</p>
<p>TUTTO QUESTO TI ACCENDE DI PENSIERI NUOVI, e ti stanca anche infinitamente. Poi, cominciano ad entrare in relazione nella tua vita anche loro, le donne tue somiglianti: Eccole là, spuntare come menadi prima del movimento, poi le donne in poesia italiane, come sorelle ginestre, ginecei ambulanti.<br />
Una invenzione pura. Nessuna meno di una artista desidera confrontare la propria SEMPRE DISCUSSA grandezza con le altre, ma tu lo fai ci credi te lo imponi, lo fai credere alle altre.<br />
Sai lo sguardo che affida valorizza la solenne confusione tra questione femminile e lavoro poetico? Bene questo pasticcio sublime ti intrica appassiona, fa sognare e fa correre la mente in quanto aura, atmosfera, rivendicazione dopo una negritudine, rifonda etica, è scum!<br />
Ti fa nascere parole, idee, confini. Ti insegnerà confini.<br />
Anche se è una tra altre, metafora di altre sintesi viventi, di altri destini che si sono incrociati in quel pugno di anni italiani, mani che si toccano sodali, voglia di rompere amnesie. Sole corrente, contro la corrente.<br />
Poi, furono gli anni della onnipotenza a fare da padroni: ideare, organizzare e curare festivals nazionali, chi te lo fece fare? Ma perché ti piaceva da morire, era coniugare il sogno al sogno, la tua vita al fare creare relazioni anche letterarie nuove, o ti illudevi. A partire da te, da dove ti eri trovata a nascere, da quale fianco della vita.<br />
Però, ti dici, è rischioso: sono tante grandezze sovraesposte, non si rischia di confonderle?<br />
Ma è per eccesso del silenzio che le precede, forse. In un universale vero, fianco a fianco sarebbero stati sempre uomini e donne, artiste con artisti.<br />
Ma storceranno il naso diranno, è ghetto, è offensivo. Pretendono dipendono, ti reclamano poi si eclissano, preferiscono la cosa tradizionale, dove c’è autorizzazione normativa, realtà istituzionale, ti sono però devote poi oppositive, poi tradiscono si sentono, loro, di tradire qualcosa che ha a che vedere con l’ordine costituito, il proprio nome e posto riconosciuto, dato. Ma si divertono anche, e te lo dicono scrivono, corrono al pensiero della successiva antologia ed invito, se lo prendono e come, quello spazio a lato, quell’antefatto mai goduto. Delle singole e delle estranee, come le chiamava la Woolf.<br />
Le analisi non mancano, anche se non disegnano una mappa critica soddisfacente, ma non la volevi, ne avevi parlato anche con Porta, niente “alternativa” all’universo letterario, semmai alla parte mancante muta, il pathos che sostiene, le idee corali di un gruppo intellettuale; sei sempre tu però a tenerle a mente, non ti faranno lavorare in gruppo anche perché c’è fuga, già paura, diaspora.</p>
<p>E sul lavoro- lavoro? Perdi la voce, la serenità, ti attaccano dentro e fuori la scuola, sei andata al Costanzo, non dovevi: esibire il tuo status di operatrice donna sola, intellettuale che ama lavorare, ma soltanto nella libertà di non renderne conto,( non sei efficiente e non ti aggiorni sul mestiere, non ti era mai piaciuto fare il burocrate perché non vi eri nata), allora, che fai? Ti dimetti dal ruolo direttivo, nessuno ti aiuta a trovare fughe in posti più rilassanti, dei comandi, ad esempio, fuori dalla “medina” permanente. Ti mancano le conoscenze, le raccomandazioni.<br />
Sogni, incauta di metterti in proprio, sola e calma, a scrivere. Da sola, in casa. Già. Prima che si inventino le figure del free lance.<br />
Come in un racconto della Bachmann, dove la donna che rifiuta il codice di prestazione si fa sorprendere semi addormentata a letto, ma emergendo da continuo sonno si finge in lucido tempismo, di condurre affari “come se” fosse all’esterno, nella realtà, per strada in ufficio, o sotto la pioggia camminando, telefona al suo uomo, impersona la vita normale.<br />
Non volevi soltanto ribellarti però, dopo poco assaporato il letto accidioso, vuoi davvero tuffarti nel regno dei free lance, nel campo della scrittura creativa per farne un lavoro vero. Nell’anno del pre pensionamento ti butti nella disperata ricerca di inventare di trovare, allora; e per tre anni si moltiplicano fioriscono scuole, corsi, seminari dove insegni, dove torni e insegni ancora, poi rilanci: e sempre a leggere e scrivere poesia, piuttosto che l’italiano scritto. Ai futuri laureandi ti lasciano condurre corsi istituzionali.<br />
A volte ti pare sia davvero prestigioso, come fossi una normalmente inserita, non una fuggitiva, un’irregolare, come sei.<br />
E ti lagni, come di ostracismo generazionale, del fatto che non hai più un posto fisso, non l’hai più voluto, ma lo hai pure snobbato ignorando la legge che, di ogni ambiente fa una catena di servitù concrete, se appena esci dal suo giro, ne esci.. Così col posto fisso, con le relazioni non coltivate prima, anche perché la famiglia a furia di anatemi, non ti ha insegnato affatto la pazienza, e l’ambizione, del perseguire un lavoro voluto, e che ti soddisfa, tuo.<br />
Al bando eri, e al bando tu scappavi, circumnavigavi, al massimo trasgredivi, ti credevi libera.<br />
Ad esempio non ti consentono più, dopo che sei andata in pensione, di curare quelle belle dispense sull’insegnamento di poesia tramite le rubriche per la scuola dell’obbligo, che per anni ti avevano appassionato. Le avevi create tu, l’ultimo poeta presentato, alla Fabbri, per i piccoli della scuola dell’obbligo: erano stati tra gli italiani, Vittorio Sereni, ed Antonio Porta..<br />
Poi, la parte più bella viene, quando ti inventi mestieri nuovi, meticciati: come conciliare la retorica o gli incipit e topos della prosa occidentale ai futuri copy, come insegnare ad ingegneri, anziani, studenti, donne, le peculiarità dello scrivere in poesia e in prosa.<br />
Inventi corsi e te li fai pagare, la domanda pareggia la offerta. Circolano idee, sono gli anni ottanta e novanta, iniziali.<br />
A volte pullulano le offerte di lavoro, a volte inesistono. Per mesi non riesci a tirare il fiato, le ore del giorno e delle settimane non ti bastano a respirare, oppure il contrario, vivi in accidia e paranoia, perché nessuno più ti chiama.</p>
<p>Hai soltanto brevi scorci notturni o ritagli sui metro, per scrivere. La vita irregolare la danneggia la incalza con disgrazie, occasioni, raptus. Di nascosto di fretta sotto dettatura, la nascondi fra quarte di copertina e biglietti di metro; la mattina le ritrovi tra le pagine di libri e quaderni le parole, che saltellano come raganelle e non sai come imbrigliarle.<br />
Le fai aspettare. Tasti gli estremi. Ti fermi, pensi di oggettivare.<br />
Oppure pensi che ti eleggeranno amica, in benevolenza a quel vento nuovo, se ti arriva quel vento nuovo, oggi ne era entrato dalla finestra una brezza, hai provato a fermarlo con le mani.<br />
Si è posato, come un passerotto invernale. Ti diceva cose leggere e care.<br />
Come ti avrebbe avvertita, sai stare alla perfezione così, ore ed ore, ne sei condotta dal cerchio di parole. Poi, a sera, altre persone entrano, e sbattono le porte, portano parole cattive e cattivi pensieri, le tensioni il cerchio inutile e malvagio del litigio, maledicente cronico.<br />
I bambini invece hanno un buon odore. E si ricaricano con un nulla. Ti baciano e ti stringono le mani. Ti ispirano la vita, la motivano dal nulla.</p>
<p>Oggi, una mattina come le altre. Mi alzo e prendo il solito caffè, stavolta al ginseng.<br />
Sara è già a scuola, ci è andata col suo papi. Ha dieci anni, quasi, fa la quarta ancora.<br />
In pigiama resterò a lungo perché nessuno, pochi, mi telefonano per i lavori.<br />
Eccoti nella Milano del precariato e dei non luoghi a rimuginare inutili sogni, se in Emilia tu staresti meglio, è chiaro che ci stai meglio, ma per vivere soltanto cioè inspirare luoghi chiese bellezza e natura viva, e curve collinari che non vedi perché nessuno ti accompagna, ma allora ne scrivi, essa ti fa ricordare, respirare passeggiare, nel mondo case come radici sostenere, tua madre intanto è morta, però, sette anni prima, e tua figlia era ancora treenne. Ma era da una vita che la ricostruivi, ora ce l’hai dentro in pace ti ci è entrata, e riposa.<br />
E’ il padre l’osso ottuso ancora, che rimane a testimone del divieto a essere amata ad essere accettata in santa pace. (Mai avuto), non ti puoi illudere che con tutto farai pace, anche se ne avresti un gran bisogno, se ne avresti.<br />
Ma alla metà mattina ecco i planing del giorno prima, del mese prima: inevasi. E le telefonate e l’invio stampa, perché l’hai scordato perché lo rimandi, cosa fanno quei libri buttati da (anni, mesi?) sotto al letto, solo perché non vuoi ( puoi) rispondere, e quei testi ammassati, pronti sì, lo dici tu, né editing né revisione, fuffa di polvere di cacca di gatto che piagnucola in cucina, ma al telefono ci vai pimpante, suadente, la cadenza si fa fresca emiliana, o lombarda, ma sorridi o annuisci, speri chiedi e non trovi o cerchi aspetti ascolti, taci e rimbomba, c’è un tale traffico lì sotto, perché la lamentela cresce allarmante non ce la fai più a dormire, a sedare, a staccare neanche all’alba neppure con le colazioni con latte e biscottini, e sedativi all’inizio dici beh, solo dieci gocce, ma dopo un’ora non le sai più, hai bisogno di spegnere gli interruttori e il rumore là fuori sbatte, motorette e ragazzini con gli orari happy hour ormai perenni da precari della fame, ma tutti trendy tutti per bene e noiosissimi eleganti che se la tirano, solo perché lavorano o ci aspirano ne parlano, ma era così Milano un tempo quando ci arrivasti, no, che non la era: brutalizzata la legge economica che impera e detta una legge sola, Mangia o muori, venditi e bene sei siete un esercito di giovani,variegati schiavi di questo mondo, modo che è solo del lavoro; come il giovane Carletto Marx aveva raccontato, mondo di merci balordamente sì, qua sotto casa mia, solo anoressiche top modelle e top manager ingurgitano gli happy hour del mezzodì di notte, l’happy hour è serale, ma sarà al stessa sbobba di spaghetti scotti e polpettine di cane, mah, chi sa com’è fatta la gente di oggi siamo mutati, eccome, eccoti lì alla finestra a riconciliarti il sonno, perché non se ne cura lui, ma neanche tu ti curi anzi, col vizio di curare tutti eccoti qui a rammendo, a free lance, a tedium vitae, a scartabellare appuntamenti, ma quelli di medici e analisti prevalgono troppo, è di lavoro vero che vorresti vivere.<br />
Quello retribuito, come piaceva al nostro mix errabondo popolo erratico ed ebreo, non è così, ogni giorno lavorare allontana la morte, il tedio e i cattivi pensiero, ora basta.<br />
Aspetta di riordinare meglio gli armadi le librerie, che tanto non lo farai. Da sola, hai detto non ce la fai.</p>
<p>6<br />
Ma sola sei &#8211; sempre, anzi più che mai quando ritornano  a casa i familiari, allora gridano o corrono, pretendono e tu sei tra il nervoso e inebetito vorresti anche tu l’attenzione, ma la voce  che esce è stridula poco credibile, ridono vedendoti col maglione a rovescio e l’aria inochita, ma forse ti stanno chiedendo hai preso quelle brutte pillole per dormire? la casa la figlia i mestieri il telefono la scrittura parcheggiata lì sotto, fra la fuffa arrivare come l’armata a cavallo fare capolino, tu sorridi tieni i due cordless in mano.<br />
Alla sera stai zitta però hai la testa vuota un ronzio al cervello ti appresti a fuggire di nuovo nasconderti, non ti trovano così, nessuno mai.</p>
<p>Solo a notte ti premi sotto al cuore dove pulsa dove non tace dove brilla. Ma è stanchezza o è euforia, è angoscia che cosa è che ti fa sentire l’operaia della casa miniera dove custodisci nascondi menti tradisci taci ti torci le dita perché in nessun posto vorresti essere tranne lì, non ci vorresti ma potresti, le tue idee si accavallano confondono e chiudono ti mancano.<br />
Scappare, lo so. Le donne che non mettevano la testa nel forno volavano dentro ai fiumi all’alba, o si lasciavano appendere come palloncini dopo avere scritto gli ultimi versi col carbone, come sogni. E’ là, da quei balconi, dove appesi calavano i vivi, le loro parole come da palcoscenico come dal suo teatro, ecco la soccorritrice notte, avvistarsi silenziosa, psst, psst, a zampette di gatto passerotti passetti passeggiare dentro al cranio leggeri e innocui, leggeri e innocui, “i sogni i sempreverdi.”<br />
5)All’indomani del venerdì’ di passione prese il coraggio, si cambiò uscì comprò un tailleurino nuovo inforcò gli occhiali si decise: doveva lavorare. Seriamente e fisso, così la figlia i problemi forse per un po’ si fermano. Allora, il planing! Cercalo, poi riciclarsi progettarsi, collocare.<br />
Mi piace lavorare? sì mi piace mi piace.   </p>
<p>________________________</p>
<p><strong>Un corpus nuovo di leggi splendide</strong></p>
<p>   Leggendarie leggi furono promulgate nelle fortezza sopra Parma, dal giovane marchese Manfredino dei Pallavicino che, appena quindicenne e già denominato“ il pio”, giunto a dimora e reggenza,promulgò subito specialmente le buone leggi per drenare l’acqua dei fiumi e dei laghi sottostanti, tramutandoli in energia.                                       </p>
<p>L’energia veniva fatta discendere dall’alto delle colline bucate dai girasoli,<br />
lungo il corso del torrente verde lucente del Baganza, per poi dividersi nella ruota che di lì a poco si fermava, esaudendo energia infinita in canzoni, di multilingue razze.<br />
  Eppure Parma la bella era colpita là lontano, quasi ogni anno da terremoti sempre più frequenti, ed anche il Duomo ne era stato ferito a morte. “La peste nera” poi, com’era stata chiamata, non cessava di chiamare vittime alle sue porte.<br />
    Nuove case in sassi e mattoni fiorivano nei borghi, dopo le case in legno e paglia, “l’aria che rende liberi”, parmense, attraeva sempre più gente e la popolazione si moltiplicava.<br />
 Il fossato che circondava Cò di ponte oltre il torrente fu allargato fino a barriera Santa Croce, poi si allungò ad est di Barriera Repubblica e a sud, fino a sfiorare Borgo Felino.<br />
  Il torrente dove Manfredino Pelavicino aveva amato sostare, nelle prime scorribande giovanili, erano ancora passerelle.</p>
<p>Iniziò così in quel tempo, la leggenda del vento riparatore:<br />
verso sera con lo spirare del vento, la ruota incominciava a girare e spandeva nel corpo della vallata innumeri profumi e calmi, dai campi d’erba medica e di fieno tagliato.<br />
  Dalle colline, quelle brevi colline, si annunciava uno schiudersi rantolante e festoso delle case, dalle cinte murarie basse, a cintura.<br />
 All’imbrunire, nessuna notizia aveva raggiunto ancora la contrada di Ramorino. Fu così che si propagò la leggenda del vento riparatore (che inutilmente andava) tra città e campagna, ogni giorno in cerca di messaggi pacifici e di sognare rivincite contro la contrada di Parma.<br />
  Vento che doveva portare con sé il suo nome, pieno di voci estranee alla guerra, di trovatori di donne e di bambini, in quella lingua dura dei vinti.<br />
  “Per creare mi sono distrutto”, affermava volando a bassa quota lo spirito del tempo (dei venti), che muoveva la ruota della macchina mulino,da lui promossa a simbolo del reame.<br />
  “E per creare non ho più potuto dipingere: queste campagne, le luci basse giù in pianura, le file bianche di strade divaricate a &#8220;u ”, la nebbia porosa piovuta da matrice caliginosa a fontana, che usciva dal buio verso sera, o all’alba.<br />
  Ed ora aspetto, aspetto di sapere dalla bocca della gente del paese, nelle donne curve da faticosa cura della prole, con le ciabatte spaiate sotto il tavolo, in quale terra vogliano vivere in che regno, e pace”. Dei loro figli pronti a rubar soldi, a nottate brave sottratte alla cura dei vecchi, intorno al desco serale, e pronti alla truffa, senza potersi aspettare da loro più nulla di buono.</p>
<p>  “Sono stato un altro, per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza):<br />
e mi sveglio ora in bocca al ponte, affacciato sul fiume, su questo rudere che stende poi stabilmente la sua ombra e defluisce, dall’alto monito e baluardo, castello di un dio sognato.<br />
  Ma la villa lontana mi è sconosciuta, le strade nuove e le malattie senza rimedio. Aspetto dunque, affacciandomi sul ponte, che passi la verità e che io mi ristabilisca sul fittizio.<br />
  Così come lavano il mio corpo, dovremmo lavare il destino”.<br />
  Per pulizia &#8211; pensava &#8211; e guardava la villa là lontana, quei bagliori sensuali del divieto.<br />
  E in quel momento la villa diventò grande e minacciosa, e dominata da ottuso spirito ferino: la bella Parma, dicevano gli amanti cavalieri della notte.<br />
  “La belle!”, chiudeva tardi il dito nel libro, Manfredo, la sera.<br />
 Come parlasse di un’amata lasciata a sorpresa. Ma la forza del vento la dileguava e per sempre confidando per lui, ne spostava i confini: dal letto del fiume e nella piccola Ramorano, indicando lo stemma alto come una campanella offuscata.  Nel suo nome, la valle scandagliava.<br />
Si ripeteva sempre l’eterno duello tra la città del “crepacuore”, nome dell’antica villa guelfa parmense e la vicina ghibellina Salso.<br />
  Come fare volare quelle canzoni allora, recitate e narrate, di volgo in volgo ma non trascritte, se non poteva più trasmetterle, da amanuense musico, dedito alla scrittura?</p>
<p>        Un corpus nuovo di leggi splendide<br />
  fu pensato da lui nelle notti piene di una luna bianca in chiarore sopra la vallata, un corpus nuovo di leggi splendide per il popolo che doveva riprendere coraggio, e annunciare così umanissime speranze al mondo, fuori dalle fazioni intrise di un’offesa senza più legge umana.<br />
    La prima legge, chiamata del cantore naturale, denominava più potente e fortunato, prediletto del sovrano, colui che avesse inventato canzoni somiglianti al mormorare del fiume in correnti.<br />
  Cantore della natura, ma in una lingua umana che sapesse imitare alla bisogna il fischio degli uccelli, o il ringhio dei lupi alle porte della villa, o i silenti flauti dei pesci, presi prede dalle correnti del fiume.<br />
   La seconda legge, o della misericordia, che la discendenza garantiva nome e patrimonio anche ai figli naturali, ma per eletti meriti di prodigalità, verso poveri o vecchi.<br />
   La terza, o dei medicamenta, che giovani e donne potessero rivestirsi in mestieri, sempre nelle contrade del Baganza, Soragna e Busseto, per quei particolari poteri che già possedevano, come quelli di curare e di far tornare a sorridere, di insegnare gli alfabeti in volgare e il cantare, oltre che in chiesa, nella pubblica piazza, e di non esser più denominati streghe o stregoni.<br />
  La quarta legge, della guerra all’iniquità, che fossero proibiti e solennemente castigati tutti quegli atti di iniquità palese verso gli inermi e le persone sofferenti, nello spirito o nel corpo.<br />
   La quinta, della beneficenza: che il pubblico denaro o le private ricchezze potessero equamente essere distribuite ai poveri, nel grave bisogno seguìto a guerre o carestie, secondo ordine d’età e di povertà, così come già i francescani e altre congreghe avevano praticato.<br />
  La sesta legge, o della pace, che la rivalità con Parma ormai cessasse e venisse dichiarata scaduta in eterno.<br />
  La settima, o del ravvedimento, che la gloria di Dio si potesse cantarla anche nei quotidiani ed umili mestieri, come espressione del pentimento dei peccati o dei delitti al posto della decapitazione, e come pubblico esempio di virtù.<br />
  Con questo decalogo scritto, ancora caldo di penna e con la pena nel suo cuore, sopra il letto sfatto, si addormentava tranquillo dopo le notti insonni, nell’alto del felice castello di Ravarano, il marchese pio Pallavicino detto da tutti, Manfredino il poeta. Il proponimento nato dalla contemplazione dell’oscillare della ruota e dalla visione del vento riparatore, era affidato a quelle amate carte, esili nelle segrete.</p>
<p>  La teoria dei quattro elementi non era bastata a giungere in soccorso, ma ricercava figurazioni allegoriche che decantasse il suo sogno, diffondere il bene sulla terra, traducendo dal moto delle ruote nuove leggi terrene.<br />
   Forse nel sogno alchemico era celata una legge che parlasse della trasformazione segreta del cuore dell’uomo verso la pace. Ma la visione sempre più cristallizzata gli procurava immagini su immagini e canzoni mute, senza vi si scorgesse il segreto principio della natura duplice dell’uomo, dove corpo e spirito volgono insieme, secondo lo spirare del pensiero.<br />
  Fu in quegli anni che, nelle campagne parmigiane si riprese ad udire il grido dei frati flagellanti, poi dei nuovi francescani, &#8220;Penitentiagite ! Penitentiagite!&#8221; Oh, pentitevi!</p>
<p>   Ci sono ruote pensava, che l’acqua fa girare, e questo evento produce preghiera,<br />
che rende stabile l’universo. L’unico compito dell’uomo è di far sì che le ruote continuino a girare, perché se si fermassero e cessasse il loro influsso benefico, l’universo cadrebbe preda del caos.<br />
   Se il mistero del verbo fatto carne restava muto, era perché mancava l’esperienza dell’amore con Dio, e quest’esperienza doveva sortire dal dogma trinitario per nuove voci. Tale Guglielma di Boemia, a Milano stava predicando con le stesse parole, senza conoscersi gli uni, le altre.<br />
  Cercava nuove liturgie, che il moto della ruota potesse sostituire le preghiere degli umani, poiché essi non erano capaci di salvarsi da soli. E che tali ruote divenissero motivo di raduno e i preghiera.<br />
   Fu così che lo si vide divenire vecchio e solo, alla ricerca di un’illuminazione.<br />
   Mancavano tre anni alla sua morte, ed egli quietamente la attendeva; e mancavano tre leggi al compimento del decalogo affinché volgesse al fine la sua esistenza nelle tavole del bene, leggi nuove per il popolo in così forte mutazione.<br />
   Un corpus solum piccolo e segreto, spinse il pio Manfedi a cercare quei principi di non dividere quello che, dall’anima separato, essa rimane: solamente corpo, e materia. E così gli ultimi, araldici, comandamenti furono un bel giorno stellati a fuoco, davanti agli occhi aperti in pieno giorno, quando sentì afferrarsi al collo da una mano che lo ghermiva in largo giro di vento, e sussurrando piano per mano di lui, scriveva<br />
   l’ottava legge, o dell’umiltà: che il cuore stesso dell’essere tragga sua intima ispirazione nel volere essere, non per sé medesimi soltanto, quale volontà di potenza terrena, ma oltre sé nel voler bene all’altro, nell’amarlo a fondo, come precipuo del mistero trinitario, ispirato dall’amor materno femminile, come sarà scritto nello Speculum simplicium animarum, di tale Margherita Porete;<br />
   la nona legge, o della semplicità: che non si attenda più a creare società terrene ad alcun fine, là dove il corpo non collabori a specchiare in sé il compito delle anime semplici, e che la costituzione d’ordini sociali si proponga come predicazione e adempimento del Nuovo Regno;<br />
   la decima legge, o dell’armonia universale: che dette Società, in Comuni e Corporazioni diventino il crisma dell’armonia stellare conclusasi in Cristo, assumendo su di sé il disegno delle braccia spalancate e quelle del corpo ruotante, poiché tale ruota spinge in basso la concupiscenza del corpo corrotto e dei vizi capitali, e in alto gli aneliti dello spirito alla pace.</p>
<p>  Spesso la gente aveva visto passeggiare quasi correndo, a testa bassa sul letto del Baganza, Manfredi e il frate, a mani chiuse dietro la schiena; alzare le mani al cielo, saltando sui suoi piedi con fare giullaresco, e Manfredi trasportato dalla carnalità di lui, sognare del congiungimento tra le gioie corporali e quelle spirituali, già covato negli occhi ma affidato ad albe di canzoni, e preghiere,<br />
 che sarebbe vissuto nel &#8220;corpus solum&#8221; di leggi splendide che ora brulicavano più chiare nella mente<br />
                                          Tragedia nella bufera, ultimo atto.<br />
“ Nella chiesa di Fugazzolo, il 13 gennaio 2002 si sono ricordati quattro ragazzi morti assiderati nell’anno 1921, mentre tornavano alle loro case per trascorrervi il Natale, che smarrirono la strada. Nella notte la bufera non ebbe pietà per loro.<br />
 Erano partiti da Ravarano per recarsi a Graiana dove avevano la famiglia, due maschi ed una femmina di 12, 16 e 18 anni ed un cugino di 12 anni.<br />
 Giunti in località “la Vecchia” sopra Fugazzolo, morirono nel gelo travolti dalla bufera: era la notte della vigilia di natale e furono ritrovati soltanto il 13 gennaio 1922.<br />
 Ora i corpi sono sepolti nel cimitero di Fugazzolo.”<br />
  Si dice ancora oggi, nella rinata valle del Baganza, che il vento riparatore, con la morte di Fra Gherardo e una volta abbandonata la ruota a se stessa, avesse mutilato i suoi denti e impedito a sé di girare spingendola poi sotto la terra, come voragine-vortice che, nelle notti di pioggia o di neve attraeva chi ardisse posarvi sopra i piedi, calpestandola.<br />
  Sequestrate le leggi, interrotto nella ruota il moto del vento, e bruciati gli ultimi seguaci dell’amato Segalello, la riscoperta di tali leggi sarebbe passata attraverso un evento catartico espiatorio. Nel sacrificio forte, di vite umane e innocenti di fratelli impediti nel raggiungere, la notte della Natività, le loro famiglie.<br />
  Si narra anche che, entro la ruota sprofondata dormano ancora, come in sigilli astrali, i quattro amici formando un’aperta stella carnale, a compimento del corpo magico più tardi sognato, e disegnato, da Leonardo da Vinci.</p>
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<p><strong>Nord , sud</strong></p>
<p>Un ramo di limone sì, era stato con un ramo di limone che se n’era tornata al nord, a Milano, dove viveva. Mentre girava la testa e si sporgeva verso il finestrino, per salutarlo e stringergli le mani, ma piangeva, e non poteva inviargli baci con la mano, lui rideva invece, rincorrendo per gioco l’automobile che la portava via, sapeva già come invitarla a quella lunga danza del cuore, cui si accennavano &#8211; i primi passi.<br />
Quel ramo invece glielo aveva donato E., un giovane napoletano, dopo tre giorni d’amore improvviso, un’avventura, lei avrebbe pensato per disfarsene subito, mentre commentava con l’amica che glielo aveva presentato, ma scacciava le lacrime.<br />
Aveva così conosciuto Napoli, prima mitica poi carnale, per la prima volta nella vita, “Alta ci accolse Napoli…” aveva aperto un incipit di poesia, scritta anni dopo, “palazzi come chiese sopra giardini…”.<br />
Napoli era anche la patria adottata del cuore, così somigliante agli struggenti colori che scorrevano già negli occhi, fin dall’infanzia, quando sua madre, originaria di Castiglia, ne parlava strozzandosi la voce in lacrime che annegavano silenziose nelle alte pianure del nord, dove a soffiare era la noia indifferente dei giorni, scanditi dai ritmi sonnolenti del lavoro, da orari ricevuti e dal coprirsi dei corpi.</p>
<p>In quei rapidi giorni, tutta una terra mediterranea dorata, pulviscolare e aspra, sonora e ardente di odori fino alla nausea, le era entrata negli occhi; come un’eco forse della Spagna materna, da suoi racconti giovanili e mozzati, sul pericolo da lei vissuto in amori, e addii napoletani.<br />
Ma intanto ora, negli occhi, come un nastro a moviola, lei ripeteva a ritroso t u t t o  il rotolo di immagini trattenute che si liberava, si dibatteva, fuoriuscendo all’aperto: da Capodimonte collinare e austera, dove dormivano lei ed E., lussureggiante, calma nelle passeggiate come un monastero, ai Camaldoli boscosi sopra la villa, giù giù fino a Montecalvario, dove appesi sfilavano i vivi.<br />
Il monastero di santa Chiara, masticato nell’ombra, e l’improvviso ritorno al traffico impazzito del Vomero o di Piazza Plebiscito, al planare ampio e scolpito del Maschio Angioino, al mare aperto il dolce e silenziato mare, con le braccia aperte come una madre spalancata.<br />
Dalle pendici verdi e chiare sotto al Vesuvio, alla costa del litorale addensata di vita e luci, un golfo della vita, poi gli antri di Cuma intravisti mentre nasceva il loro gioco, tutto domande e sguardi, fino all’apertura greca del lago di Averno, navigato divorando insieme le fave fresche che lui ti aveva portato nelle mani; poi l’emozione di rovine, in sogno, ad Ercolano e Pompei, e la navigazione a Panza, sotto le sorgenti solforose, per ripartire fino ai fiori bianchi di Procida addormentata sul porticciolo povero, per terminare in coda, dopo le tre pomeridiane, a mangiare pesce fresco a Pozzuoli.</p>
<p>1</p>
<p>  Fino alle ultime immagini del rito quasi nuziale, dove tutto sarebbe incendiato, a Capo Miseno, loro due coricati, sugli scogli a contare le navi avvistate, figurarle come navi dei rivoluzionari russi del 1905; e poi la sera, di corsa dopo il primo arreso bacio, a consacrare l’amore nella visione di un film, come stregati riderne incoscienti, sulla didascalia: “Le giovani generazioni sono attratte dallo zucchero”, dove giovani innamorati, e nudi, Pierre Clementi tra i protagonisti, nuotavano si amavano, immersi nella cioccolata.<br />
Un bagno pulviscolare nell’oro, una immersione dei sensi, stordente da fare venire meno la ragione, erano stati quei dieci giorni per gli occhi, per l’udito.<br />
Ed ora passava al cupo dolore della perdita, mentre riandava alla bellezza sfrenata, a quell’allegria vitale colorata, che le teneva aperta la carne e spalancati gli occhi, a batticuore ne bagnava le viscere fino al tremare dei polsi, e le cambiava la voce gli accenti della lingua in sentimento, come la madre spagnola, le aveva insegnato cantandole canzoni, commuovendola.<br />
La catastrofe ora, mentre il paesaggio autostradale, dopo gli ultimi pini marittimi tra il Lazio e la Toscana, cedeva il passo collinare vario ai più severi monti dell’Appennino, e prima di inoltrarsi nella lunga pianura padana, ecco ora &#8211; stava per perdere tutto questo, tranne che nelle mani in quel ramo aggrappato a lei, pungente acerba e aspra soledad che si spandeva, nell’abitacolo dell’auto.<br />
L’amica aveva smesso di parlarle, essendosi accorta che non le aveva procurato un’innocua e piacevole ospitalità, ma innescato qualcosa di somigliante al duro viaggio, e ignoto, che ci attende nella prima storia d’amore.</p>
<p>Quindici giorni dopo, quando non aspettava e non chiedeva, non spiava più la luce del telefono, arrivò la prima lettera che chiudeva con un giuramento: “settecento chilometri non basteranno a dividerci, ti amo”; e con le mani, nel lacerare la busta confusa, spaventata anche, si trovava a scuola dove insegnava e aveva lasciato fuori i bambini, in giardino per rileggerla, e baciarla con la bocca, riudire bene le parole, ma era ancora soltanto febbre, un incubo un sogno all’aperto che non si svelava. Lui sarebbe salito dopo una settimana, installandosi a casa sua, di prepotenza e senza più badare a giorno né notte, essi vivendo ed amandosi esclusivamente di notte.<br />
“Nous entrerons aux splendides villes”, era la loro lettura poetica manifesto.<br />
Anche se lei, di giorno, doveva lavorare.<br />
Quando tornava all’una, sempre affaticata dai suoi trenta bambini in età scolare, lo trovava, da poco alzato, che stava cucinando per lei, specialmente baccalà, ma più spesso assorto che  filosofava, o le parlava dell’ultimo libro letto, usava prenderli in prestito alla biblioteca comunale della Guanda.<br />
Lei assentiva, vergognandosi  della sua vita monotona, meravigliandosi lui non se ne avvedesse.<br />
Abitava sola da anni, dopo che aveva dovuto allontanarsi precocemente dalla famiglia.</p>
<p>2</p>
<p>A volte, quando uscivano a passeggio, lui iniziava a recitarle versi di Fortini, o di Pasolini, e amava deridere i gesti dei suoi conterranei, “il gesto attento, (come le scrisse nelle numerose lettere durante le separazioni), della socialdemocrazia”.<br />
Poiché si sentiva di una razza eletta superiore, ed anche con gli amici parmensi, tendeva a non dare loro troppa confidenza, quando non voleva sedurli subito con lo sfoggio di citazioni e di una esperienza di vita che appariva subito cosmopolita, come quella buona, napoletana, con un’acuta ironia che lei non trovava imbarazzante, anche se un poco snob, leggera, da intellettuale.<br />
Iniziarono i turni crudeli per vedersi, strappati al riposo, alle ferie, a finte malattie.<br />
Spesso, quando non resistevano, si incontravano a Firenze, dandosi appuntamento a S. Maria Novella, più volte, a Roma dove E. era ospite dei brillanti redattori de “Il Male”.<br />
Allora il mondo era continuo viaggio autostradale, ma l’innamoramento richiedeva letti e case più stanziali. Iniziò a mettere le amiche davanti al fatto compiuto di dovere allargare la casa, e le convivenze, fino ad allora femminili, spiegando loro che non poteva che venire a vivere da lei, E., quando saliva a Parma.<br />
I lunghi inverni in cui lei sarebbe discesa a Napoli, erano segnati dalla lotta che intraprendeva contro il freddo, ma non osava parlargliene, o farlo pesare. Riempiva la valigia di ogni tipo di maglioni e collant di lana, e di aspirine. La bronchite la raggiungeva a volte, ma non era importante.</p>
<p>Abitarono a tratti, a Capodimonte, per poi fissarsi a Montesanto, dove lui divideva l’appartamento con un compagno medico, dai gusti raffinati, sottile, olivastro e schivo; la sua fidanzata, pittrice, prese a bene volerla. Ma E. lasciava grandiosi cesti della biancheria da lavare, inevasi, o non ricordava di fare la spesa, si comportava cioè sempre come un gran signore.<br />
Le sue riunioni segrete, nel gruppo dell’autonomia operaia, erano nobilitate da letture colte e raffinate: Kleist, De Quincey, Blake, Foucoult, Derrida, e Nietsche, come si conveniva, allora, alla giovane intellighentia della sinistra.<br />
Peraltro, lei aveva già adocchiato, e da qualche tempo consacrato a sé altre maestre: Luce Irigaray dal folgorante “Speculum”, dopo De Beauvoir, o Julia Kristeva. Ma sotto, preferendo a loro, i poeti, come Dickinson, Rosselli e Vicinelli, in questo scontrandosi con la formazione trontiana e negriana delle amiche di lui, napoletane, dedite a tristi gruppi femministi sul salario al lavoro domestico.<br />
La sera, uscendo all’aria tiepida e satura dei vicoli, non si accorgevano, è vero, di quanto il sogno già si mescolasse, in silenzio, ad imminenti drammi della società civile e della miseria, italiane.<br />
Tracolli di civiltà, dopo che di generazione, sarebbero entrati a forza, senza poterlo noi impedire, nelle esistenze di tutti. La meglio gioventù, o la meglio crudeltà, come fu detto.</p>
<p>3</p>
<p>Spesso ci si sarebbe chiesto chi avrebbe vinto, tra la socialdemocrazie del nord, come lui scherzava, o il respiro ansante e ciclico della terra del sud, dove ci amavamo.<br />
Una mattina vennero a svegliarci, poiché si seppe che Pier Paolo Pasolini era stato ucciso.<br />
Ricordo che dal letto, quasi nudi, lui iniziò a commentarlo agli amici. Cercavamo spiegazioni a tutto, non avremmo certo smesso di farlo in quella terribile mattina.<br />
Era chiaramente un delitto politico, ma era di più, tutti ci colpiva, così sentimmo. Iniziò a recitarne i versi, a spiegarli agli amici. Fummo in lutto a lungo.<br />
Per giorni e giorni non si parlò d’altro. Eravamo turbati.<br />
Anche nei concerti pubblici, tristi avvisaglie di violenza entravano con i motivi musicali, di forza ci svegliavano costringendoci ad alzare il bavero, a chinare il viso, e ripararci dal vento.<br />
Licola, e poi Parco Lambro, a Milano, dove avrei visto e toccato con mano lo spettacolo del rovesciarsi di un concerto nell’orrore, dal paradiso occasionale del lisergico di un popolo di ragazzini, all’alzarsi improvviso di un esercito di guerra fatta con le mani, con la vita, e il sangue.<br />
Scappavamo in costume da bagno, senza capire.</p>
<p>Poi venne la bufera del servizio militare.<br />
Né sapevo con quali guai antichi mi sarei battuta (non ero, non volevo &#8211; ancora, essere stirpe di drago).<br />
Prima dell’esilio del servizio militare, tre viaggi ci avrebbero unito.<br />
Nella Lisbona dei garofani, di Otelo De Carvalho, nelle isole Eolie visitate nel suo punto più selvaggio a Filicudi, e sullo Sciliar, in un Natale tristissimo e pieno di presagi per l’imminente partenza.<br />
Il fatto che sempre sud e nord si mescolassero, nei nostri sogni e nella vita come sfondo scenografico alla nostra storia, rendeva difficile, negli iniziali anni della relazione, scommettere quale dei due &#8211; luoghi e destino &#8211; avrebbe vinto, mi dicevo; perché il corpo tirava  verso l’insondato sud del cuore, ma la sua testa era infallibilmente nordica, nel vizio intellettuale.<br />
Dal profilo alla Strinberg, come avrei pensato in notti inquiete, in cui l’aria oracolare e rigida di lui, che spiavo nel sonno, mi incuteva soggezione.<br />
Troppo genio, mi dicevano le amiche, ed io per svincolarmi e mostrare che non ne ero soggiogata,  mi ribellavo a parole, e nei fatti, iniziando una serie di contenziosi con lui per scagionarmi dell’essere già rapita e imbambolata, dall’amore.<br />
Il sesso tra noi era quotidiano, e attraversato da fantasiosi, estasiati modi e mondi, i nostri, che dilagando sul presente, gettavano la loro ombra donchisciottesca su ogni piccola cosa.<br />
Una felina e franca, delicata sensualità sembrava ovvia da sempre nostra, e piena del sognare ardente, panico, come la giovinezza vuole.<br />
Un po’ invasati dal guardare in alto, hidalghi sul punto di sbarcare dalla luna o di salpare dal presente, mai abbastanza in fuga, per noi.<br />
L’orgoglio di un’età giovanile che si sarebbe eternizzata nell’epoca, in un’aura collettiva che da sacrale dionisiaca trapassava al duro intransigente della mente, e l’ostracismo delle rispettive famiglie, assenti o ostili, era il rinforzo a coalizzarci verso il cielo, sdegnando forse altri passi, della pietà terrena.  </p>
<p>4</p>
<p>Le amiche non ci chiedevano più dove sarebbe andata a finire questa storia: poiché lunga e aggirante, come il serpente della conoscenza, ci avrebbe seguito per l’arco della giovinezza.<br />
La ripresa degli esami universitari, per me, la loro conclusione fino alla laurea, furono slalom nel canyon estenuante di studio e di lavoro, turni notturni, aspettative per salute, e cordate di donne che, in volontaria sorellanza, traversavano intanto come via lattea la mia vita, entrandovi di forza a vivere, comandandomi, insinuandosi e combattendo, come una repubblica indipendente e felice, delirante e legiferante su ogni cosa.<br />
La mia vergogna nel nascondere quando fossi in realtà perduta, e bisognosa d’esserlo, per amore, doveva essere celata. La normalità, una pagina vergognosa.<br />
Simpatie solidali, odio amore e convivenze, vicinanze e ideologie, amori saffici, vissuti come il verbo. Il sud, ancora una volta, mi avrebbe salvato, poiché la prima amica con cui abitai a lungo, e felicemente, era una donna del sud.<br />
Dal pensiero e riserbo passionali, della terra di Puglia. E piena di una dolente e dolce, molto affettiva dignità; ci rispettammo, spontaneamente.<br />
Fu comprensiva della mia condizione solitaria, e in balia del bisogno; insieme, appena i nostri fidanzati si allontanavano, ascoltavamo le musiche preferite, o si andava a concerti, anteprime teatrali, gustando come due studentesse, la libertà di singole e sorelle, senza cedere alla stoltezza.<br />
A Natale con i rispettivi fidanzati, allestivamo un meraviglioso presepe napoletano costruito con veri angioli e pastori in gesso dipinti, del settecento napoletano.<br />
Ci sostenemmo mentre tiravano arie di guerra.</p>
<p>Il servizio militare di lui, puntualmente venne, come un tornado.<br />
Prima nei battaglioni punitivi a Capo Teulada, in isolamento, poi in quelli istriani di Udine, dove lui arrivò, insieme al terremoto. La reazione di E., per non impazzire fu di esasperare la segregazione del tutto: non avremmo più dovuto vederci né sentirci,  scriverci o telefonarci, mi annunciò, con la consueta calma. Per non soffrire di contraddizioni, mi disse in un lucido delirio.<br />
Ma io tenevo a lui le mani, contorcendole, e non si uccidono così anche i cavalli?<br />
Quell’enorme, tutto quel fuoco, che ci legava ardeva nella carne e spirito, e niente più sarebbe esistito? Esisteva, ma lui avrebbe, e lo fece, rispedito al mittente: telegrammi le lettere ogni missiva.<br />
Cominciò un lento impazzimento, che da lui a me, avrebbe contagiato.<br />
L’amore che chiedevo, ridivenne rabbia, cocente umiliazione, senso di abbandono, ribellione, senso di angoscia, disperazione.<br />
Gli amici che avrei ripreso a guardare, senza più scelta, luoghi dove aggrapparsi.<br />
Un inverno, tutti capelli come la mia energia presero a cadere, ed io giravo con grandi foulards per nascondermi.<br />
Un mese arrivò dalla Sardegna un pacchettino: conteneva una collana fatta a  mano da lui di grandi conchiglie raccolte dal deserto, così sembravano padiglioni di orecchie del mare, cucite con robusto filo doppio bianco e grezzo. Poi uno scialle di lana a scacchi, rosso, blu e bianco.<br />
Così, prima del suo secondo trasferimento a Udine si riannodava il filo, ed io vivevo, ancora.</p>
<p>5</p>
<p>Il disperato bisogno di rivederci, appena mi fu concesso, in una Venezia invernale, disfatta dietro angoli e portoni, al primo tocco, il desiderio nostro che si consumava, mi rendeva incinta.<br />
In solitudine, e sapendo di non avere scelta, avrei abortito a ventitré anni, dall’uomo di cui ero follemente innamorata, ma che rifiutava, come l’ideologia gli predicava, il lavoro.<br />
Mentre l’aspettavo lungo le scale di casa, annunciandolo con gioia unica, in abitino in fiorami di lana pre maman, le mammane erano già al lavoro, con la preparazione al valium, e io no, che non volevo, avrei gridato, accompagnata da un’amica, tutto il tempo.<br />
Un dolore che mi schiacciò.<br />
Tutto quel pozzo di abbandono e di dolore avrei dimenticato, finita questa prova forse, se non fosse iniziato il fatidico settantasette.</p>
<p>Avevamo sgomberato la soffitta, spesso E. saliva a studiare, o a meditare mi diceva, su un abbaino vicino al solaio, e vedeva le rondini fare il loro nido fra i comignoli, sui tetti.<br />
Li disegnava in ghirigori strani, a matita, quei voli che sulla carta tornavano a segnare rotte, rivivere segreta africa, e lontananze. Tornava assorto, muto.</p>
<p>Non dicevamo ogni pensiero, ma si scorgevano come ombre lievi tra le pieghe della fronte.<br />
Il delitto Moro, dopo le prime sparatorie ad altezza d’uomo a Roma, dove fu immortalato il gesto del  ragazzino dal volto coperto e dalla P38 stretta in pugno, stava preparandosi, sancendo in me domande tra le più angosciose, sulla follia del labirinto dove era finito, o stava morendo di malattia mortale, il movimento iniziato nel ‘68.<br />
Se tutto era concluso, e non per mano nostra ma fatale, se colpa così grave era stata consumata, perché non ripartire da un&#8217;altra, completamente nuova, città?<br />
Provai a rilanciare la sfida: Milano era per me, per scelta di scrittura, che volevo ad ogni costo sganciare oramai dal nero della storia.<br />
Ma per lui era Napoli, radice buia della pancia dove sentiva di dovere tornare come un profeta sconfitto, non ancora sconfessato, per proteggere, così credeva, i più piccoli, i terribili fratelli “indiani metropolitani”. E il castigo della storia attendeva..<br />
Nessuna trattativa sembrò interessargli, il suo volto rimaneva tagliente sconosciuto, nel momento delle scelte, e qualcosa come un ordine duro della mente, me ne impediva l’accesso.<br />
Si consumava lento e inesorabile quel nostro splendido di vita viaggio, dove “ si fecero unghie da inverni e spostamenti”, quando “la Bellezza ci sciolse la testa”.</p>
<p>E. prese ad appassionarsi, negli ultimi anni a letture dadaiste, leggeva molto Pound, volle stilare il manifesto de “la poesia idraulica” preparava mostre di arte povera, e le prime letture poetiche al Circolo Malombra; io, lavoravo per una nascente casa editrice, aperta dalla nuova amica, eventi che ci scoprirono diversie divisi.<br />
Lui, aristocratico, e sperduto nel mondo letterario che non frequentava.<br />
Io, in sordina, ma in attesa di uno sguardo che mi riconoscesse come poeta, lo avrei trovato, più tardi, in Adriano Spatola.</p>
<p>6</p>
<p>Cambiava spesso dimora E, non volendo più pesare sulla convivenza a tre, dove io lo avevo imposto; non legava più con nessun gruppo, se non con un amico alla volta, dove si fermava a dormire.<br />
Si era fatto irritabile, scontroso, e silenzioso.<br />
Mi apostrofava, sempre più spesso, con il dito alzato: Voi, voi che non potete più capire, additando  una famiglia fantasmatica sociale alle mie spalle, voi nordici (e già traditori) sembrava accusare.<br />
La passione sessuale si era piegata al vento avverso.<br />
Cominciai a parlargli di un viaggio in America, che mi era stato proposto dall’amica, e che sarebbe coinciso con il mio compleanno dei trent’anni.<br />
Speravo forse di obbligarlo a voltare la testa, dove tirava l’aria del cambiamento ormai avvistato, che vicino a noi toccava, correva. Un viaggio dove avrei letto con l’esattezza di un veggente quale futuro ci attendeva. ( Era stata studiata la tappa iniziale al Naropa University, dove conoscere i fratelli maggiori beatnik, e molto altro).<br />
O di fargli intendere la necessità di una svolta anche fra noi, decidendo di rimetterci insieme ma per costruire qualcos’altro dalle tragiche illusioni cadute, un progetto di vita incentrato anche sulla comune passione per la scrittura.<br />
O il destino, Dio solo sa quale, si sarebbe incaricato di mostrarci.<br />
Ma la passione delle idee, l’ideologica indelebile visione della vita che si era costruito, più forte della vita stessa, gli faceva dire di no, con la testa. No, col cuore.<br />
Non Milano. No ad  altre letture del futuro.<br />
Lui, mi chiedeva forse di temporeggiare? Non lo feci.</p>
<p>Due mesi dopo, in volo, dopo altri tristi tradimenti consumati, sentivo che un vento diverso mi chiedeva, nel pensiero e nel cuore, di ripensare la mia vita altrove.<br />
Al trentesimo anno, con presentimento chiaro, avrei rivisto in terra americana le fratellanze i fili della vita, che fino a ieri ci avevano legati a un comune destino, allentarsi sciogliersi volare, via e lasciare affiorare la trama di un’esistenza nuova sconosciuta, poi pur sempre mia.<br />
Il ritorno, nel settembre del 1982 sanciva tutto questo.<br />
Mi ero invaghita di qualcuno, accettandone un incantesimo breve; lui, più seriamente innamorato, di una giovane donna di Napoli, legata al teatro e alla politica, della sua terra.<br />
Con apostrofe e ammonimenti me ne confermava, dopo il racconto anticipatomi da amici, e togliendomi il bicchiere dalla mano che stringevo, Voi &#8211; tornava a minacciarmi &#8211; voi che non potrete  mutare, sapete vivere soltanto nella socialdemocrazia!</p>
<p>Le volte, tutte quelle in cui ci saremmo rivisti, dove lo strazio o la passione risgorgava, come mai fosse stata troncata, avrei trovato le sue parole sempre più dure, inchiodate alla terra di Napoli, una fedeltà di cui, per il mio nord, non sarei stata all&#8217;altezza.<br />
E le prime immagini di noi, a Positano, o di noi sull’Appennino emiliano, e di noi ancora in terra di nessuno, nel centro Italia o Europa in viaggio, mi risuonavano alle spalle come una campanella all’orizzonte, “dal basso tunnel promesse / i vivi altrove.”<br />
“So come feci, tolsi / il cielo chiaro del mattino / dal suo mattino, presi il cipresso / dal suo cielo,<br />
c o s ì  che lo conobbi / i muri cantavano le lodi.”<br />
Ed io, d’altronde, “devo parlarti della vite / e dell’ulivo / perché non li hai più visti”</p>
<p>___________________________</p>
<p><strong><br />
Montenera Lama, di China.  </strong>  </p>
<p><em><br />
(Biografia immaginaria)</em></p>
<p>Nacqui il tredici dicembre del millesettecentocinquantasei, nel ghetto di Colorno, vicino agli alloggiamenti reali della corte di don Ferdinando dei Borbone di Spagna, e il mio nome fu scelto dalle cugine, più ricche e potenti, di mia madre China. Fui infanta fortunata, perché nascendo nel mese di dicembre, a causa del freddo intenso che si vive nella bassa padana, fui affidata alle cure della grande segnora curandera, che faceva la balia a corte, e le prime luci e colori furono quelli della magnificenza della corte del re.<br />
Don Ferdinando amava proteggere e circondarsi di una moltitudine di fedeli cortigiani, perché divenissero con lui la “clara llama”, come ebbe a proclamare un giorno parlando di tutto il popolo di Corte, dai ciambellani ai giardinieri ai cuochi, ai soldati alle dame di compagnia, dai precettori ai farmacisti del regno, dove altri ebrei e marrani, ormai cattolici praticanti, convivevano ricordando sempre i tempi della pacifica Spagna da dove erano venuti, Toledo e le terre della Castiglia, portando con sé, oltre quei pochi beni: vestiti, libri, strumenti d’oro e di laboratorio, stoffe, fogli di musica, i testi sacri della Cabala, e antichi strumenti per fare musica. E triste andalusa memoria negli occhi, di colline vulcaniche al sole, e di cicogne intente.<br />
Mia madre China, potevo vederla nel sabato e, durante la settimana, nelle mattine in cui cantava alla Messa nella cappella della reggia di Colorno.  Era donna di incomparabile bellezza, carnale e gioiosa nel cuore, dalle mani danzanti con noi bambini.  Cantava per la regina nel coro della cappella reale o cuciva qualche costume per le recite teatrali delle festività. La sua voce era canto e la sua pelle suonava melodie speziate, il seno pieno e morbido odorava di avena, le mani erano piccole come i piedi, il naso deciso e altero, una piega improvvisa le serrava le labbra, a volte.<br />
Mio padre non lo ricordo prima dei quattro, sei anni di vita, ma m’insegnò a camminare e a scrivere, spesso io lo chiamavo con nomi materni femminili a causa della precoce separazione dal corpo materno. Lo ricordo vicino alle prime istruzioni del precettore o ai riti, pochi e confusi dopo l’apertura del ghetto e la pubblica conversione.<br />
Ci riunivamo, a volte, alle altre famiglie di marrani, capitati a vivere in quella contrada pacifica dove mio padre l’aveva sposata subito,assimilando gli usi religiosi e segreti della mamma in quella terra del fiume, dove la gente rideva e ballava con musiche all’aperto, un poco come noi, in Castiglia. Un giorno di questi, in occasione del Séder pasquale, China e Pietro sedevano con le sorelle, più vicini a me, raccontandoci la bellissima storia della fuga d’Egitto, sotto ai sette candelabri puntuti e, dondolandosi a lungo sulle sedie, riuscivano ad intonare certe nenie tristi e soavi da farci addormentare quasi tremanti, annientate da un vento semplice e profondo, che ci era proprio.<br />
Dove soffiasse a poco ci serviva sapere, ma che era lì, a portata di mano, pronto a riprenderci in cammino, se un giorno avessimo ricominciato ad andarcene per il mondo.  Viaggiare. Mia madre parlava e rideva ancora con noi nella sua lingua, ma alla presenza di estranei si affrettava a parlare uno stentato italiano, un po’ latino, come quello che in chiesa era cantato nelle messe domenicali.<br />
Musica, poesia, diari di viaggio del fratelli Joseph e Pietro; storie di botanica e di erbe, antiche nenie, e libri stellari dove ogni lettera dell’alfabeto aveva pagine e pagine di fioriture ed ogni figlio battezzato della famiglia dei Lama ebbe nome dalle prime dieci lettere, come le dieci Sefirot, dell’alfabeto.<br />
L’amicizia tra il nonno Pietro e GianBattista Bodoni, nella generazione successiva, sarebbe divenuta leggenda per noi ebrei di Parma, vanto e gloria dell’amicizia nostra con quel popolo, celebrate nell’amore della scrittura.<br />
Ma il tempo danzava in fretta e mi ritrovai ragazzina, dalle trecce nere e gli occhi silenziosi come China, e le mani non si congiungevano più in preghiera. Conobbi l’amore e la gelosia, i torti ricevuti li rifeci, così le grandi tempeste dell’amore e piansi. Incomparabile e perduta, piansi senza rendere conto alle stelle del mio nome tradito e delle braccia chiuse.<br />
Altre volte erano giovani sconosciuti sotto le mie finestre, a improvvisare serenate struggenti e dure, ma il tempo passava e gli editti francesi sopraggiunti alla dominazione spagnola mi portarono via dal padre e dalla dolce terra di Parma soleggiata. Tante lacrime piansi, ma il no dato a una piccola marrana rimase insondabile, non me ne interrogai più e partii.</p>
<p>La villa di Mediolano non parve così differente dalla piccola Parma, agli inizi, ma scintillante di promesse e sola e fiera, nella sua necessità di capitale. Quel duomo verticale e duro, quei vescovi, i primi proclami di nuovo contro l’usura e il prestito ai poveri colpirono quella parte di noi che là era salita per fare fortuna, e ci scontrammo con la durezza dei Gonzaga.<br />
A nulla erano valse le lettere di don Ferdinando che ci aveva raccomandato come valenti uomini di corte, gli zii dottori in medicina, il nonno materno musico, con noi scappati per fare fortuna. Fummo arrestati e presi prigionieri, processati e costretti dopo pubblica abiura ad andarcene: chi a Ferrara, chi a Firenze. Parma sarebbe stata per un lungo periodo interdetta ai più di noi, e dimenticata.<br />
Ma in fondo al cuore, quella zampa rosso bordata nera in campo azzurro dello stemma alto dei Lama che narrava “Transibo”, sarebbe stata l’unica bussola del ricordo del re Don Ferdinando di Spagna, che ci aveva reso nobili e amici del re.<br />
Dell’infanta rimangono testimonianze di un ritratto da bambina, vestita di bianco e pizzo al battesimo, e delle canzoni da lei scritte e numerate coi titoli: “Nel viale semi spento”, “La luna che ride ancora”, tracce di una memoria da lei stessa sognata, della terra di Spagna.</p>
<p>___________________________________</p>
<p><em>Che queste pagine siano “prose”, o brani di romanzi, o segmenti di viaggi, di ricordi, di passioni  vissute, di sperimentazioni fallite e poi lungamente e affettuosamente gestite dalla memoria, poco importa. Siamo di fronte ad un libro composito che non soffre comunque di fronte ad un possibile disegno di romanzo vissuto e di formazione, dove i due termini si sovrappongono perfettamente. Maria Pia Quintavalla giunge ai termini della propria storia con lo sparire e il riaffiorare dei ricordi, in un’atmosfera autobiografica che, se da un lato ricorda certe pagine di Anna Maria Ortese, dall’altra governa una scompigliata e irrefrenabile vena poetica, risucchiante il diario e gli amori vissuti (quelli letterari e non letterari), i viaggi e le soste, i desideri, una profonda e consapevole voluttà di vivere e di viversi, i rapporti familiari e infine una segreta pietà verso cose, luoghi e persone che il passare degli anni ha rivitalizzato fino alla fiamma dell’identificazione intera. Chiamare “prose” queste pagine è, dunque, una palese limitazione. Andrebbe bene, semmai, la definizione di prose di romanzo, là dove i due termini letterari si compendiano nel registro interno della confessione, in un alternarsi di voci (quelle lette e quelle solo ascoltate) che vanno, a un dipresso, da Fortini a Porta, da Zanzotto alla Dickinson, alla Rosselli alla Pozzi alla Valduga. Una bella confusione – dirà il curioso lettore. Sì, certamente, confusione: ma nel senso del come ci si accorge dei venti che girano intorno a noi, delle parole che mutano di timbro e di calore persuasivo e dei gesti che ti colpiscono e ti accarezzano.<br />
Una vita intensa, quella di Maria Pia, già così ampiamente documentata sul versante poetico, persino – a tratti – invasata da una contemplazione furiosa, se è vero che “Troppo genio, mi dicevano le amiche, e io per svincolarmi e mostrare che non ero soggiogata, mi ribellavo a parole, e nei fatti, iniziando una serie di contenziosi con lui per scagionarmi dell’essere già rapita, e imbambolata dall’amore”.  Ecco: il centro delle varie vicende sta in questa parola magica che accompagna l’autrice lungo tutto il corso del libro, cioè della confessione: dal ghetto di Colorno a Milano, da Parma a Milano, da Napoli ancora a Parma e alla sua provincia. Andare e tornare, quindi, che tesse un fitto velo di Penelope fatto e disfatto dentro lo stringente e intrigante struttura della poesia, dei posti e dei personaggi, Poiché questo libro è fatto di personaggi veri, anzi verissimi: il padre, la madre, i giovani amati, lasciati e ritrovati, i poeti soprattutto (uomini e donne) amici e nemici allo stesso tempo, fidenti e diffidenti, appassionati e indifferenti. Un “tutto” che precipita sul lettore occupandone ogni interesse, ora favola, ora esaltazione, ora rimpianto, ora irrazionale furore che si snoda dentro la storia degli ultimi decenni, libro di memoria che illumina il presente riconducendolo alla sua vera realtà: la “vita di una donna”.</em></p>
<p>                                                                                     GIUSEPPE MARCHETTI</p>
<p>____________________________________</p>
<p><em><br />
Biografia</p>
<p>Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, vive a Milano. Libri: Cantare semplice (1984, Tam Tam Geiger), Lettere giovani (1990, Campanotto), Il Cantare (1991, Campanotto), Le Moradas (1996, Empiria), Estranea (canzone) (2000, Piero Manni, prefazione di Andrea Zanzotto ) Corpus solum, (2002, Archivi del ‘900), Album feriale ( 2005, Archinto ), Selected poems, Gradiva N.Y. 2008, China, (2010, Effigie), I Compianti( Effigie 2013), Vitae, (2017, La Vita felice, 2017). Tra le antologie italiane: Trent’anni di novecento (a cura di A.Bertoni, 2005, Book). Numerosi i premi, finalista più volte al Viareggio. Dal 1985 cura Donne in poesia, e omonime antologie. (Presidenza Comune Milano 1988, Campanotto 1992 ), Le Silenziose ( Book City2013, 2015, 2017a Milano ) Muse, Autori, Resurrezioni (Casa della cultura Milano dal 2015, e continua). Ha curato: Bambini in rima / La poesia nella scuola dell’obbligo (Atti su Alfabeta 1987). Collabora a: Lettere, Università agli studi di Milano e di Parma con laboratori di scrittura. Tradotta in numerose lingue.</em></p>
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		<title>Enza Silvestrini &#8211; Controtempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 05:24:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[enza silvestrini]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Nasti In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (Controtempo, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Nasti</strong></p>
<p>In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (<em>Controtempo</em>, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: <em>sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque refugit/ incipiam</em> (….). A chi chiede il racconto doloroso, sebbene con un brivido di orrore si rifugga <em>necessariamente</em> dal lutto, Enea risponde risolutamente, virilmente: <em>Incipiam</em> – comincerò; nonostante tutta la pena del rievocare. Enea è l’eroe del nuovo inizio dopo la devastazione della patria. Il maschile che fonda le città, lasciandosi alle spalle affetti, luoghi cari, nostalgia. Anzi. Il dolore del viaggio e del ritorno – nostos/algia – è la sua cifra più significativa. Impossibile restare; impossibile partire; eppure: è <em>necessità</em> andare, fondare nuove città, lasciarsi alle spalle le rovine della città devastata. Allontanarsi dal luogo della devastazione. Se è la memoria questo luogo di macerie; se è il ricordo, l’identità a sbriciolarsi giorno dopo giorno; è possibile allontanarsi? è possibile restare? come può un figlio allontanarsi dalla rovina della patria – in questo caso: “matria – motherland” &#8211;  senza avvertire l’angoscia insopportabile della colpa? senza essere investito dal dolore per l’abbandono? Eppure si <em>deve</em>. Si deve lasciare la regina innamorata ai suoi strazi; le care strade dell’infanzia occupate dal nemico. Tradire la parte più profonda di se stessi. Questo richiede la vita. Tradire. Che è poi anche un “tradere”, tramandare memoria, raccontare di questa dolorosa necessità – <em>incipiam. </em>Il libro della Silvestrini affronta con energia maschile, col dinamismo dell’eroe che va, di Ermes più che di Estia, la malattia e la fine della madre. Estia ed Ermes. La conservazione, la permanenza, il focolare domestico; e l’andare, il veicolare messaggi e retaggi; Didone ed Enea; il femminile e il maschile. Entrambi sempre e necessariamente connessi, in ogni uomo, in ogni donna. A chi si ostina nelle rigide scansioni di genere, estendendole come criteri di valutazione alla produzione artistica e letteraria, questa raccolta poetica risponde con energia che in ciascuno coabitano entrambi gli dei – quella/o che resta vicino alla cenere; e quella/o che procede allontanandosi dal mondo in rovina.   Che è poi la fine del mondo dell’infanzia. Di quella patria che è la prima fase della vita. O della memoria invasa dal morbo.</p>
<p>La poesia di Enza Silvestrini ripercorre con ostinazione e tenacia a volte impietose lo svanimento dell’identità. La <em>pietas</em>, la devozione filiale, non possono medicare la violenza del distacco, la ferita che lacera il tessuto della memoria e dell’affetto. E allora non resta che raccontarne. Resistere raccontando, soprattutto poiché “…. il presente è /questo rogo ardente che dilania la città/ le urla così flebili/ appena un sussurro/ le foto o le statue degli antenati/ il peso accatastato sulle spalle/ delle quattro ossa di mio padre/ che gli anni e la miseria hanno reso svagato/ pallido come un’ombra/ e noi tutti lo siamo/ solo alcuni più di altri //  mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato / c’è bisogno di una radice da piantare in esilio (…)”. La responsabilità di sopravvivere ai morti e di portare a compimento l’opera. Mestiere impossibile e <em>necessario. </em>Lo sradicamento è così il tema portante di Controtempo. La lacerazione della memoria, dell’identità e degli affetti sono cifra di un altro sradicamento – quello del linguaggio. E la poesia, come sempre, ancora una volta, per fortuna, risponde a questa necessità – di restituire, reinventare il linguaggio quando esso è misconosciuto dalla neolingua dell’informazione. Nell’assedio del nuovo esperanto in cui siamo quotidianamente immersi la lingua poetica cerca di rifondare il linguaggio nella comunicazione, restituendogli la sua funzione di medium, di relazione: com-unicare, ri-cor-dare. Forse ogni poesia, ogni tentativo poetico, va in questa direzione, forse anche a prescindere dalla sua efficacia artistica. Rifondare la casa invasa dagli stranieri, da presenze estranee che la spossessano, le tolgono l’anima: “verrà un giorno/ dove la storia tra noi/ sarà azzerata/ non ci saranno stanze sconosciute/ o alberi amici/ non varranno testimonianze/ foto o scritti/ mi darai nome ancora una volta/ ma sarà di qualcuno marginale / e allora così slegati estranei/ ci ameremo di più/ tutti lo dicono/ verrà questo giorno”. La poesia comincia sempre nel luogo dell’azzeramento, nella minaccia della sparizione. E, significativamente, altro polo di questa raccolta è il tema della rovina, del resto, del reperto archeologico e il suo intreccio con la natura che l’avviluppa, lo abbraccia, lo conserva e lo nasconde e gli ricorda il suo futuro di dissoluzione e scomparsa: “tra queste rovine/ da diversi secoli sono tutti morti/ spetta a noi riportare qualche segno di vita/ così ci muoviamo lenti per toccare qualcosa/ che sappia di erba/ l’odore selvaggio della rucola/ abita qui da tempo/ penetra le narici… si incrociano reperti e mosaici/sbiaditi dalle intemperie/ non facciamo che ricostruire/ accavalliamo ipotesi felici”. L’opera diuturna del discorso che stabilisce trame e tessiture, come le erbacce tra i reperti archeologici, ostinatamente. E la resistenza consiste in questo parlare alle macerie, a quello che resta del passato: “parlo con le pietre/ in questo grande campo/ sostengono di essere state vive/…saremo anche noi rocce disfatte/ pulviscolo piuttosto/ aperture di pensiero improvvise/ e mi addolora la mia sorte/ quella che sopporto/da migliaia di anni/come tutti in fondo (…)” . La vicenda accomuna pietre e carne, fiori coltivati in vaso ed erbe spontanee:  “portami via al riparo dal vento/ dove il bosco è sontuoso di alberi fitti della/ statua acefala è rimasto un bel corpo di / muscoli e vene levigati dal marmo (…)”.  E alla fine la dissoluzione può persino risultare un’evaporazione lenta e degna di uno sguardo emozionato e curioso. Nell’ultima sezione della raccolta la dimensione del lutto e del tragico sembrano allargarsi in una meditazione quasi pacificata sulla soglia che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Resta alla poesia rendere con la parola non solo la <em>virtus</em> che nasce dalla dura necessità; ma anche questo svaporare, questo dissolversi come atomi che lasciano il legame e questa ebbrezza di una nuova libertà: “ti immagino così svaporato,/ a resistere tenacemente nell’aria/ ancorato a qualcosa di solido/ per sottrarti a questa incontenibile flessibilità/ che ti sospinge da tutte le parti// chissà cosa si prova/ in questo fermento di libertà/ se c’è un principio/ di bellezza o di gioia/ in questo non essere (…)”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>quamquam animus meminisse horret (Eneide,</em> libro II)</p>
<p>poco a poco<br />
il mondo scompare<br />
inghiottito dal buio nulla</p>
<p>prima vengono i ricordi<br />
soffocati da fumo acre<br />
stordimento delle voci e degli ultimi respiri</p>
<p>la memoria si rifugia<br />
in luoghi sempre più antichi<br />
ritorno bambino tra le braccia<br />
della madre assente<br />
giovinetto nei lunghi allenamenti<br />
o custode del telaio bianco<br />
torno liquido<br />
ancora disperso<br />
esitante sulla strada da fare</p>
<p>anche i nomi<br />
tutti i nomi<br />
quelli delle cose<br />
dell’amore dell’ira o di ciò che ne resta<br />
vanno via in qualche botola lontana<br />
che non riapro mai<br />
ogni gesto è nuovo<br />
smottamento veloce di residui vaganti<br />
i movimenti dimenticati<br />
nel loro stesso compiersi</p>
<p>e quando per tre volte<br />
il vuoto impetuoso mi respinge<br />
uccidendo anche l’illusione di te<br />
la salvezza sarebbe non avere alcuna salvezza</p>
<p>non voglio più vedere il presente<br />
e il presente è<br />
questo rogo ardente che dilania la città<br />
le urla così flebili<br />
appena un sussurro<br />
le foto o le statue degli antenati<br />
il peso accatastato sulle spalle<br />
delle quattro ossa di mio padre<br />
che gli anni e la miseria hanno reso svagato<br />
pallido come un’ombra<br />
e noi tutti lo siamo<br />
solo alcuni più di altri</p>
<p>mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato<br />
c’è bisogno di una radice da piantare in esilio</p>
<p>la pretesa di esser vivi in questo universo di morti<br />
incalza lentamente<br />
imbarcarsi di nuovo e partire<br />
trovare terre da coltivare<br />
altri uomini da uccidere<br />
e lasciare traccia di sé</p>
<p>poi il mare vibra incolto</p>
<p>****</p>
<p>l’anima se ne va confusa<br />
in questo limbo di sopravvissuti<br />
echi di questo o quell’altro mondo<br />
tuonano all’orecchio sbigottito<br />
emergono frammenti di facce<br />
storie mobili e scomposte<br />
assapori la libertà insensata e divina<br />
di posizionarli a modo tuo<br />
le vie si fanno irregolari<br />
nessuno può raggiungerti</p>
<p>mi batto in difesa dell’esattezza<br />
provo a condurti sulla verità dei fatti<br />
adduco prove minuziosi dettagli<br />
riposiziono date e connessioni logiche</p>
<p>tu sembri convinta<br />
tra le distrazioni del bucato e della pioggia<br />
e per qualche istante<br />
il mondo ridiventa uno<br />
ma poi crudelmente ricominci la storia<br />
di questo o quello<br />
incurante di tempi e luoghi<br />
fatti e circostanze<br />
non c’è più modo di ritrovarsi di nuovo</p>
<p>****</p>
<p>la gloria delle ossa<br />
si alza e si inabissa<br />
intorno al soffio<br />
segno che sei viva<br />
nell’immensa immobilità<br />
del corpo bianco<br />
ritrovi improvvisi vuoti<br />
sotto gli zigomi<br />
nello splendore del pomeriggio</p>
<p>avanziamo verso la sera<br />
in questa calma imperfetta<br />
di sonno e veglia<br />
la scatola del caffè è sempre la stessa<br />
da almeno dieci anni</p>
<p>****</p>
<p>dalla cucina alla stanza contiamo venti passi<br />
riducibili a quindici con un po’ di sforzo<br />
le finestre qui<br />
sono tutte sullo stesso lato<br />
da est a mezzogiorno<br />
per filtrare sole e pioggia<br />
ti mostro gli spifferi nel cuore della notte<br />
che confonde le pareti e i mobili di legno<br />
pieni di cassetti e lenzuola bianche<br />
tu conservi anche quelle strappate?<br />
dobbiamo attrezzarci per l’insistenza invernale<br />
che in questa casa<br />
cresciuta senza ragione in diagonale<br />
ammala di più le ossa</p>
<p>di qui non s’esce<br />
che per qualche visita medica o di rara cortesia<br />
facciamo una mappa dei percorsi possibili<br />
procedendo dalle necessità quotidiane<br />
il cane ha deciso di occupare il cortile<br />
senza pensare alle conseguenze della sua assenza<br />
mi presto a fare tua sorella Lola<br />
vecchia o a vent’anni<br />
è indifferente</p>
<p>***<br />
le migrazioni convergono<br />
nel centro del mondo<br />
portando le spoglie di ogni passato<br />
di geografie lontane e diverse<br />
accese d’ira e inutili amori</p>
<p>l’esile potenza di ciò che è stato<br />
reclama i suoi diritti di eternità<br />
ma al presente<br />
non c’è niente di preciso<br />
che possa sostenerlo<br />
impatta in un terreno molle<br />
che può inghiottirlo ad ogni istante<br />
e certamente lo farà<br />
appena si chiuderanno gli occhi</p>
<p>****</p>
<p>portami via al riparo dal vento<br />
dove il bosco è sontuoso di alberi fitti<br />
della statua acefala è rimasto un bel corpo<br />
di muscoli e vene levigati dal marmo</p>
<p>una torma di ombre<br />
va spargendo i suoi lai<br />
e in questo punto del prato<br />
dove l’erba è più rada<br />
si ammassano formiche speranzose<br />
a caccia di briciole o cadaveri ambigui</p>
<p>mi accorgo d’improvviso<br />
che qui troverei milioni di tane<br />
ma di questo pensiero la libertà mi spaventa<br />
come i sentieri troppo isolati</p>
<p>quando mi stendo<br />
il prato diventa una tomba<br />
di fili d’erba rissosi e piccole vite</p>
<p>****</p>
<p>il fatto che sia già primavera<br />
è una deduzione di piume<br />
tentativi di teneri voli<br />
cadono in tanti<br />
dalla sommità dei nidi<br />
e forse la specie<br />
non conosce il dolore</p>
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