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	<title>poesia in prosa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il filo pericoloso delle cose</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/08/il-filo-pericoloso-delle-cose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Pio Ruggiero]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mariasoleariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa poetica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giovanni Pio Ruggiero </strong> <br /> la punta di
una certezza ricavata in buchi di tarme nel mogano, anfratti di esperienze già vissute e dalla metà
di chi ti apparteneva mozzate perché un tronco]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Giovanni Pio Ruggiero </strong></p>



<p>Se potessi uscire dalla nudità, case sul lago, granelli di sabbia incasellati, piede di donna nudo<br />seno, nudo corpo corpo nudo svestito corpo affranto legato al filo indissolubile corpo celeste colpo<br />liberato chiedente un nome svestito un come un come ti chiami perché si possa serbare ricordo<br />torre di inutile stanchezza di inutile vacanza di noia umbra grigia cascata di marmo dove si spegne<br />l’amore rugiada a piccole gocce sui seni grandi di chi danza, neve su Parigi, operette opere, esploso<br />il quadro d’arancio e infine. Infine resta, nell’immersione dei corpi ruvidi resta nella melma nel<br />piatto fangoso che ti porgo nella fanghiglia ostinata sulla tua purezza che smussa angoli ancora<br />intatti che spezza la pretesa addolcendo in linea curva. Infine una farfalla sbianca un panorama<br />che crei con le dita a piccoli passetti sui gradini di bianco salita la donna che desideri e manca, e<br />gioia, di sé gode e non d’altri costellazione che si apre al superfluo innecessario stupore della vita.<br />Controra sulle scarpe levate fenditura che consente il bacio in solitudine, in essa si danza, non in<br />altra, in altra stagione: finitudine nel tempo della stessa stagione consentita…<br />…quando i cari ridormono e non sanno, lontani crepuscoli solo altri attende e non te che hai<br />scoperto vera una ninnananna.</p>



<p><br />Sotto i piedi gli arbusti il pietrisco,<br />secche le foglie i rami il lombrico,<br />la conchiglia qualche pesca sbucciata<br />stesa al suolo stramazzata<br />l’orma si inclina e l’ombra si espande<br />su ciò che credevi toracico.<br />Sui sentieri incamminati di buio,<br />era certo sparire come sassi<br />nelle fontanelle di campagna,<br />era certo sostare sui muri<br />alla stregua dei gechi, camminare<br />ciechi, rimanere muti e comunque<br />cantare, sul cinguettio implume<br />dalla sedia offerta alla nascita,<br />e dunque imperitura:</p>



<p><br />                      su di essa<br />e non su altre hanno tutti<br />una base,<br />non sulle false pellicole di idee,<br />ma sui campi su cui il lago<br />si ritira, bruca una giumenta<br />passeggiano i villeggianti.<br />E nel ritorno alla campagna,<br />rappresentata, anticamera<br />come molte già sopite<br />e inutilmente traspirate<br />quelle cose che si inferriano  </p>



<p>sì tanto e paiono insormontabili,<br />vedi allora tramontare scoperte<br />friabili più della crusca che<br />ammanta nei forni, torni<br />a stendere i sorrisi<br />per una sola intuizione.<br />Tra due corpi fraudolenti<br />più non credi che l’altrove sia vero<br />quando un bianco senti<br />aprirsi nel buio un sentiero.<br />_<br />Occhi chiusi e sorrisi sedentari,<br />una luna non basta<br />luna che in frange si spezza<br />sulla prevedibile inservienza<br />di persona.</p>



<p><br />Cecità, nella laguna striata delle isole venete vediamo a che punto una festività diventa canto caro<br />a ogni individuo, quandanche mi sembri vero che tutto ha già ottenuto il fabbisogno, la punta di<br />una certezza ricavata in buchi di tarme nel mogano, anfratti di esperienze già vissute e dalla metà<br />di chi ti apparteneva mozzate perché un tronco</p>



<p></p>



<p>*immagine di copertina Torre di Buranaccio &#8211; Girolamo Cannatà </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Camminando nei notturni della testa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/03/camminando-nei-notturni-della-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bulbi]]></category>
		<category><![CDATA[fiume]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mariasoleariot]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[notturno]]></category>
		<category><![CDATA[ombre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> <br />  Ancora ti risvegli tra la soglia e la tua strada, interstizi la tua calma, ricorda che è passato, che i morti : sono aghi senza cruna.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>



<p>Camminando nelle palpebre del tempo ci si affaccia ad un notturno, la gola che si secca di spazio e di pretese, le maglie troppo strette per sentire – è muovere il coraggio di afferrare per nascondere un già detto, le grondaie si tramutano in silenzi: bevi il resto del presente, nascondi la tua faccia dalle case e dalle cose, nascondi la tua faccia dalle troppe ricorrenze, i giorni di Natale e le scommesse dei più vecchi, nascondi la tua faccia e fanne un grido: è questo affacendarti che si dice troppo tardi. La nascita contraria : è un bulbo partorito senza gambe</p>



<p>***</p>



<p>Di nuovo si soccorre, l&#8217;accadere di posture senza senso che ci schiaccia nel terreno, dove mine che hai cercato di scansare sono mine che ti invitano a cadere: è l&#8217;esplosione dei corpi mai offuscati, un occhio che si stinge con un rivolo di sangue. &nbsp;<br />La corrente non fa fiume e non si pente: è ridere sul niente, intravedere le suture della mente e farne un gioco per la festa – il perdersi a calura di un mondo già invecchiato. Ricorda delle reti vuote, dei pesci senza testa che hai mangiato, ricorda delle case, delle porte senza chiave che urlavano i secondi: ricorda delle mani, delle dita premute alla memoria, dei futuri : che assomigliano ai ricordi.</p>



<p>***</p>



<p>Non fare la procura di una notte, quando vedi da vedetta che la furia delle ombre non si muove, quando il cielo è a un grado più alto del pensiero – e la Gradiva di notte ha il cranio perforato: è l&#8217;utero del mondo che hai pentito. Ci affonda una domanda più del tempo, riformula la luce del mattino, i reduci che dici di aver visto: deludi se prospetti e non percorri, deludi la tua forma e la specchiera, deludi quella fame nelle gambe, deludi quella porta che non chiude, deludi le materie le mancanze le memorie, deludi il già deluso, deludi le scapole le voglie le promesse. Ancora ti risvegli tra la soglia e la tua strada, interstizi la tua calma, ricorda che è passato, che i morti : sono aghi senza cruna.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Operette mortali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/11/operette-mortali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Liberale]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mortali]]></category>
		<category><![CDATA[operette]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Laura Liberale </strong> <br />Ti convinci di essere già morto, che la tua morte è già avvenuta, non senti nulla, nessuna emozione, diventi come un sasso, ti prosciughi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Liberale</strong></p>


<p><strong>L&#8217;Europa è un clero morente</strong></p>



<p>— E quindi, questo sogno?</p>



<p>— Cammino all&#8217;indietro in un corridoio tortuoso dalle pareti damascate, pressata da chi ho davanti, anche se dovrei dire dietro, visto come procedo. Arriviamo tutti nella stanza dell&#8217;esposizione: i tre vecchi prelati sono nei loro letti di morte, le lenzuola ricamate perfettamente tirate fin sotto il mento, gli occhi chiusi. Respirano ancora. Dietro le loro teste ci sono tre lettini, con le lenzuola altrettanto candide e ricamate, e dentro tre bambini, tutti svegli e terrorizzati. Sono piccoli ma di un&#8217;età indefinibile, e devono morire coi prelati, è stato deciso così. Muovono le teste, i corpicini bloccati dalle lenzuola, come dalle fasce di un sudario. L&#8217;officiante mi mostra un&#8217;ostia. È avvelenata, dice, così faremo morire i bambini contemporaneamente. Fine.</p>



<p>— Finisce così?</p>



<p>— Sì. Tu come lo interpreteresti?</p>



<p>— Mmh. È l&#8217;Europa.</p>



<p>— Cosa è l&#8217;Europa?</p>



<p>— I prelati sono l&#8217;Europa. Vegliarda moribonda che si trascina dietro nella morte i bambini. Li ammanta coi suoi paramenti &#8211; la sua legge &#8211; e li ammazza. In terra, in mare, ne abbiamo fin troppi esempi. Quand&#8217;è che hai visto l&#8217;immagine dei tre bimbi migranti annegati, tenuti in braccio come in un cerchio sacro e vestiti di rosso, il colore del sacrificio? L&#8217;altro ieri, tre giorni fa? Cammini all&#8217;indietro perché sei spinta dalla folla, ma tu non ci vuoi andare in quella stanza, guardi al passato, sai che tutto si ripete sempre&#8230; Hai fatto un sogno allegorico, non c&#8217;è dubbio.</p>



<p>— Dici?</p>



<p></p>



<p><strong>Sindrome di Cotard</strong></p>



<p>La madre fa yoga con noi da sei anni. L&#8217;idea naturalmente è stata della nostra insegnante, solo lei ha le competenze per una cosa del genere; questo rito, tra l&#8217;altro, l&#8217;ha appreso da un guru proprio un anno fa, durante il suo ultimo viaggio in India. Il Nataraja in bronzo che abbiamo al centro è stata la prima statua consacrata. Renditi conto quant&#8217;era disperata, quella donna. L&#8217;unico figlio con una malattia rarissima che glielo ammazza quand&#8217;è ancora vivo. Perché è questo che fa, la sindrome. Ti convinci di essere già morto, che la tua morte è già avvenuta, non senti nulla, nessuna emozione, diventi come un sasso, ti prosciughi. Ce l&#8217;ha detto lei: suo figlio credeva di essere vuoto, una specie di carcassa senza organi. Le aveva fatto riempire la casa di deodoranti per ambienti, per coprire il suo odore di cadavere. Farmaci e psicoterapia non erano serviti a niente. Lei ha cominciato a temere anche per sé stessa e il marito quando lui s&#8217;è messo a dire che erano già morti anche loro, soltanto non lo sapevano ancora. Così a L. è venuta quest&#8217;idea, tentare non avrebbe potuto peggiorare la situazione, al limite migliorarla o addirittura risolverla. La madre l&#8217;ha preparato, quel tanto che poteva essere preparato uno come lui, nelle sue condizioni. Gli ha raccontato dei templi indù, di come il prana pratistha infonda la vita in un idolo fatto di pietra, di argilla, di cartapesta o di metallo. Prana è il soffio, la vita. La murti diventa davvero dio, o meglio, il dio s&#8217;installa nella murti. La statua, l&#8217;immagine non è più inerte, inanimata, ma viva. Lui l&#8217;avrà ascoltata in quel suo stato di apatica sonnolenza, forse sentendo solo un brusio lontano, che ormai non lo riguardava più. Chissà. Fatto sta che alla fine la madre l&#8217;ha portato al centro, un giorno in cui non c&#8217;era lezione. L. ha approntato tutto: i fiori, la frutta, l&#8217;acqua, il latte, il ghi, gli incensi. L&#8217;ha fatto stendere a occhi chiusi sulla pedana rialzata su cui ci fa lezione, e ha celebrato il rito. Gli ha toccato ripetutamente le diverse parti del corpo, pronunciando i bija mantra per vivificarle, cospargendole poi dei doni rituali. È durato quasi un&#8217;ora. Alla fine gli ha sollevato le palpebre, come in una seconda nascita. E lui? La prima cosa che ha detto — e sua madre e L. gli hanno creduto, sua madre con le lacrime agli occhi — è stata che era come se il suo corpo fosse un palloncino: qualcosa lo stava riempiendo piano piano, a cominciare dal ventre, le mani e i piedi gli formicolavano, come se il sangue avesse ripreso a circolare. Poi aveva chiesto di riposarsi un po&#8217; e che, intanto, L. gli raccontasse, come già aveva fatto sua madre in passato, della Durga puja di Calcutta a cui entrambe, insieme al gruppo di yoga, avevano presenziato quattro anni prima. La madre a questo punto piangeva senza freni, mentre L. si era messa a parlare con il tono basso e cantilenante che usa nella pratica per farci rilassare. Dopo un&#8217;altra ora circa, la madre se lo era riportato a casa. Me la immagino: trattenere adesso tutta la commozione e la speranza in un silenzio densissimo per il timore di turbare in qualche modo il presente, delicata come il soffio che immaginava stesse gonfiando di rinnovata vita sua figlio. Figlio che la notte stessa, ancora con la ghirlanda di fiori al collo, esce di casa ed entra nell&#8217;acqua del canale per annegarsi.</p>



<p>Come l&#8217;idolo di Durga consegnato al fiume sacro al termine della puja. Ma senza la sconfitta dei demoni.</p>



<p></p>



<p><strong>Ri-nascite</strong></p>



<p>La scrofa non può muoversi, non ha mai potuto muoversi davvero; a fatica riesce a sollevarsi, per poco, poi ricade sopra i suoi stessi escrementi. Non li può vedere, ma sente gli altri tutt&#8217;intorno a lei, irraggiungibili, eppure la loro sofferenza, la loro apatia, la loro smania la pressano da ogni parte nello spazio esiguo della gabbia di gestazione. Ha smesso da tempo di mordere le sbarre, ha compreso che le sbarre non si spezzano né si spezzeranno mai coi suoi morsi. Ha atteso che le piaghe sul muso guarissero, ha imparato quel che c&#8217;era da imparare. Ma c&#8217;è un altro dolore su cui lei non ha alcun potere, è il dolore che viene sempre con la paura, il dolore che viene con la femmina umana. La femmina umana non viene mai soltanto col corpo; porta con sé le cose del dolore: la lama con cui velocissima la incide, il bastone con cui la colpisce ripetutamente sulla schiena, e sempre quell&#8217;odore di rabbia e di piacere. Oggi, invece, la femmina umana viene col fuoco, mostra i denti mentre le brucia i capezzoli con la fiamma, poi la picchia così forte da ammazzarla.</p>



<p><em>Ha lacerato l&#8217;utero!</em>, così grida il dottore. Chi ha lacerato? Le loro manovre? La pinza con cui le hanno rotto le acque? È sangue quello che perde?<em> Fermate l&#8217;emorragia</em>, <em>Sacche di O positivo</em>, <em>Muoversi!</em> E di colpo si muove tutto, tutto vortica, tutto è in affanno, tutto ha perso il centro, si frammenta, si disperde, deflagra dalle sue gambe spalancate, un dolore diverso le ha azzannato il ventre, <em>lacerato!</em>, e la bambina, non è mai stata quieta dentro di lei, tutti quei mesi stesa a letto, non è servito a niente, e ora, chi ha lacerato?, il sangue esce ma il sangue sta anche entrando, ce la faranno, lei ce la farà se solo l&#8217;aiutano, ma la bambina non è mai stata quieta, chi ha lacerato?, lei lo sa, la bambina ha lacerato, con la testa e le mani, l&#8217;ha strappata da dentro, non è mai stata quieta.</p>



<p class="has-text-align-center">Che cosa fruttifica?, si chiede la bambina nel suo primo respiro.</p>



<p class="has-text-align-center">Che cosa fruttifica?, si chiede la donna nel suo ultimo respiro.</p>



<p class="has-text-align-center">Le sbarre hanno ceduto al mio morso, pensa la bambina.</p>



<p class="has-text-align-center">Portavo le cose del dolore, pensa la donna.</p>



<p></p>



<p><strong>Cedimento</strong></p>



<p>Comincerò dai miei piedi scalzi appoggiati, un giorno qualsiasi, sul cruscotto (pessima abitudine, ma sorvoliamo). È estate e quindi sono nudi. Li guardo e scopro che si sono trasformati, devono averlo fatto molto in fretta, ma c’è da dire che non li ho davanti agli occhi così spesso come le mani. Ovviamente si è trattato di una cosa lenta, di un processo, eppure l’esito, il dato nudo, il dato scalzo è questo: i piedi sul cruscotto sono diversi: sono l’irrefutabile altro da cui comincia questo mio scritto.</p>



<p>La pelle dei miei piedi è stata sopraffatta da un frastaglio di pieghe, di rughe (è corretto dire rughe per i piedi?). I miei piedi sono improvvisamente vecchi, ed è palese che il temporaneo è escluso dalla cosa, che la faccenda è irreversibile. Quando è accaduta l’irruzione della vecchiezza? La solita questione delle origini. Ma abbiamo già acclarato che è stato un processo, dunque la domanda è fuori luogo, emotivamente sensata ma fuori luogo.<br />I piedi, ben oltre le scontate mani, sono lì ad attestare qualcosa di me, qualcosa che è uscito dall’orizzonte dell’invisibilità e di cui ora devo prendere atto.</p>



<p>Ma se adesso ti scrivo di questo è per dirti quel che è seguito alla rivelazione pedestre.</p>



<p>Lui ed io siamo da soli per un po’ di giorni. Un’occasione d’intimità e di recuperi. Ma non è più così semplice abbandonare la consuetudine della programmazione a vantaggio dello slancio estemporaneo, nemmeno quando lo si potrebbe fare. Allo slancio i miei piedi dicono ormai di no. Non molto tempo fa giravano per casa nudi, com’era nudo tutto il resto, e sapevano ancora dire di sì. Quindi? Stasera lui ed io programmiamo vagamente, ci promettiamo vagamente un tempo d’intimità fisica (e così facendo rinunciamo al potenziale slancio dell’adesso), procrastiniamo, ci rassicuriamo a vicenda sul futuribile. E quando sarebbe quasi arrivato il momento, purtroppo è già avvenuta la manipolazione lustrale del mio corpo: ho fatto una doccia, e la doccia non ha portato niente di buono.<br />Fino a non molto tempo fa, attraversavo nuda, con un pensiero leggero e di svagata gaiezza, il fascio di luce che poteva mostrarmi a chi mi abita di fronte. Ora invece mi appiattisco contro i bordi delle cose, tendo a uscire dall’orizzonte della visibilità. Il mio corpo è diventato qualcosa da nascondere.</p>



<p>Lui mi aspetta in camera da letto. Io entro, mi sdraio e gli dico di colpo parole di disastro. Non le ho pensate, nel senso che non ho pensato anticipatamente di dirle. Le ha pensate il corpo e ora me le dispone come un plotone.</p>



<p>Partono dal particolare per arrivare all’universale. Dicono che il mio corpo sta cedendo, e lo fa sempre più in fretta; che il mio seno si è afflosciato, che la mia faccia avvizzisce (la mia faccia sa come dire di sì agli slanci inesausti dell’avvizzimento). E come si fa ad accoppiarsi così?<br />Non comincia a essere grottesco? Le parole fanno persino una citazione pop: Marina Ripa di Meana, che in un’intervista dice che alla sua età il sesso, il sesso tra corpi vecchi, sarebbe impensabile, qualcosa di insopportabile, in primis esteticamente. Cito M.R.D.M., è un fatto, accade. Poi mi escono di bocca pseudotruismi tremendi, il male della banalità (inorridisco solo al pensiero di scriverli). M.R.D.M., però, parlava dei settanta, degli ottant’anni, quindi le parole hanno il buon senso di rettificare: Non che propriamente ci riguardi ora. Ma il corpo sta già cercando qualcosa con cui coprirsi, quindi: siamo così vicini al grottesco? Siamo già usciti dall’orizzonte della liceità estetica? Il silenzio che segue è l’invalicabile; concede solo alla sua mano di afferrare un volantino della Lidl dal pavimento.</p>



<p>Si doveva recuperare; c’era, in effetti, anche qualcosa da festeggiare. Vado a dormire sul divano, che è un altro bordo.</p>



<p>Pensare che sarebbe stato sufficiente riconfermare al corpo la sua presenza nell’orizzonte della desiderabilità è sbagliato, credimi. Ti sto parlando del tempo.</p>
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		<title>Il mondo nuovo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/11/18/il-mondo-nuovo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2017 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Massenz]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marina Massenz Appena toccammo terra, uscendo da una valigia aperta alla dogana, capimmo di essere nel Nuovo Mondo. Dal nostro primo punto d&#8217;osservazione, una rientranza del bordo del marciapiede, vedevamo infatti marciare una serrata flottiglia di scarpe da ginnastica. Tutti si muovevano sportivamente. Con la nostra struttura, fatta solo di scheletro, un asse centrale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-70910" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/DSCF1724-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/DSCF1724-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/DSCF1724-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/DSCF1724-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></strong></p>
<p><strong>di Marina Massenz</strong></p>
<p>Appena toccammo terra, uscendo da una valigia aperta alla dogana, capimmo di essere nel Nuovo Mondo. Dal nostro primo punto d&#8217;osservazione, una rientranza del bordo del marciapiede, vedevamo infatti marciare una serrata flottiglia di scarpe da ginnastica. Tutti si muovevano sportivamente.</p>
<p>Con la nostra struttura, fatta solo di scheletro, un asse centrale e diverse ramificazioni trasversali, non ci sarebbe stato facile passare all&#8217;operazione &#8220;metamorfosi&#8221;, così insita nella nostra natura e che sempre ci aveva aiutato in simili situazioni. Camuffarci da scarpe da ginnastica sarebbe stato impossibile anche per noi. Ci suggerì la soluzione la panoramica locale vista dal marciapiede che adottammo come secondo punto di osservazione. La passeggiata mostrava maggior varietà e a suggerirci la soluzione adatta ci apparvero dei sandali. Neri, come noi, con un listello centrale e vari trasversali, erano la forma già in voga in questo Nuovo Mondo che più si avvicinava alle nostre possibilità. Non ci restava quindi che creare quella materia bianco-rosata che univa un listello all&#8217;altro e al resto dell’essere in movimento. Attivammo le nostre particolari risorse, senza troppa difficoltà, diventando la forma compiuta adeguata a questo nuovo ambiente e ci mettemmo in moto allegramente lungo il marciapiede, mischiandoci alla flottiglia multicolore. Dai battelli che solcavano il fiume Hudson giungeva ad intermittenza il suono delle sirene, come proveniente dallo sfiatatoio di un immenso polmone rauco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prose rimate inedite</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/02/prose-rimate-inedite/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2014 05:59:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sonia Lambertini Spot L&#8217;estate irrompe, troppa luce, il sole d’agosto vuole espansione &#8211; non ce l&#8217;ho &#8211; contrario di riduzione, contrazione. Spiaggia spritz splatter story, bordo piscina e tu sei la star, spalle dritte petto in fuori e tanti saluti da silicon Valley. Pelle dovunque, pelle al bar, pelle al discount, prugne secche tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sonia Lambertini</strong></p>
<p><strong>Spot</strong></p>
<p>L&#8217;estate irrompe, troppa luce, il sole d’agosto vuole espansione &#8211; non ce l&#8217;ho &#8211; contrario di riduzione, contrazione. Spiaggia spritz splatter story, bordo piscina e tu sei la star, spalle dritte petto in fuori e tanti saluti da silicon Valley. Pelle dovunque, pelle al bar, pelle al discount, prugne secche tra mele mature in danza perenne tra ciao come stai. Borsa di paglia, cappello di paglia, capelli di paglia, secchi, morti sotto il sole, senza pietà il sapiens estivo, un solo pensiero: melatonina. Ritmo in calo nel caldo di agosto: caffè x 4 nicotina, vitamina, adrenalina. Io cerco l’ombra, il buio chiusura dove il pensiero è in salita, usura. Guardo il foglio, è quello di ieri, spoglio ingiallito pare abbia cent’anni, il caldo l’opprime e svuota pensieri, vuota parole e piene omissioni. Torno in piscina per respirare ed ecco abbozzare pance grosse, pance ovali persino appuntite, spalle incurvate che invadono l’acqua e rubano spazio, aria, il respiro. Snack Lucky secondo caffè ed ecco sul palco di nuovo la star, signora grassoccia dai piedi palmati che nuota dorsale con ventre all’insù. Colori d’estate la cuffia dorata, con fiori piumaggio, perline lampwork. Che abbaglio di luce nel cielo d’agosto, ho perso tre gradi, la calma e il bon ton. Lasciati andare, la natura chiama e chissenefrega il suo canto è maligno e schiaccia i pensieri di giorno, la notte con spot progresso e sbatte in faccia &#8211; Io esisto quindi sono / tu no. Amen.<span id="more-47423"></span>*</p>
<p><strong>Ballata del velo pendulo</strong></p>
<p>Passo affrettato, sguardo nel vuoto, ecco il sapiens dal velo pendulo, dritto in piedi pieno di sé, membrana porosa, variante del rosa. Guarda, fissa e sputa il serpente, mi è rimasta una traccia sul dente, passaggio sublime con lieve estorsione, sguardi parole e sublimazione. E poi impasta, imbroglia e spadella la vecchia ricetta ritrita, scondita. Sistema idraulico in/out, chiamate subito un operatore o la meretrice che oltre a fare e pregare, dice. Si sa che da anni ascolta e consiglia, lo stesso discorso ossessivo ripiglia e quando è il momento oplà un movimento, di quelli studiati tra cosce e clichè. Sedia, caffè, farsa o incontro, scontro frontale di occhi e perché, mi chiami, non chiamo che cosa capisci, ho fretta, c’è il treno e non c’entra il ti amo. Si parte, riparto, un quarto la luna stanotte sul tetto di stelle, perché son qui fuori, cammino nel gelo, flâneur abusivo tra muri spioni, grandangolo aperto sulla città. Incontri sinistri tra gocce imperiali, pampero, palinka e qualche caffè ma ecco sbucare il pendulo rosa, cravatta, gessato e ormone brulé. Che classe, che occhi e guarda che lingua, sei bravo a parlare soltanto di te perché le parole, poesia e vibrazione, camminano a piedi, straniere nel mondo. La lingua non conta se batte sul cuore, ti sgonfia il pretesto d’amore, com’è? Si parte di nuovo, la resa è servita e questo è sicuro, almeno per me. Striscia serpente, avvolgi il mio piede, fallo con grazia e ritmo perché appena mi sposto e incrocio uno sguardo, potrei calpestarti, la vita…com’è.</p>
<p>_______________________________</p>
<p>*In una forma leggermente meno elaborata <a title="qui" href="http://www.lestroverso.it/?p=5219">http://www.lestroverso.it/?p=5219</a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le poesie di Isidore Ducasse. I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 07:18:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Isidore Ducasse]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele Zaffarano [Quella che segue è la bandella presente sui due volumi delle Poésies di Ducasse, nell&#8217;edizione con testo a fronte ed apparato di note apparsa presso La camera verde nel 2009 a cura di Michele Zaffarano. Nei prossimi giorni metterò on line le traduzioni di Zaffarano.] «Cantare la noia, il dolore, la tristezza, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Michele Zaffarano</strong></p>
<p>[<em>Quella che segue è la bandella presente sui due volumi delle </em>Poésies<em> di Ducasse, nell&#8217;edizione con testo a fronte ed apparato di note apparsa presso </em>La camera verde<em> nel 2009 a cura di Michele Zaffarano. Nei prossimi giorni metterò on line le traduzioni di Zaffarano.</em>]</p>
<p>«Cantare la noia, il dolore, la tristezza, la malinconia, la morte, l’ombra, l’oscurità, ecc. significa volere, a tutti i costi, guardare soltanto il puerile rovescio delle cose. (…) Sempre a piagnucolare. Ecco perché ho completamente cambiato metodo, per cantare esclusivamente <em>la speranza, l’aspettativa, la calma, la felicità, il dovere</em>».</p>
<p>È con queste parole che Isidore Ducasse, in una lettera indirizzata al proprio banchiere, annuncia il radicale mutamento che segna la sua nuova scrittura, in conseguenza e in opposizione ai precedenti <em>Canti di Maldoror</em>, troppo compromessi con la ripudiata «poetica del dubbio».</p>
<p>Dietro la banale apparenza delle due raccolte di massime e aforismi, pubblicate tra l’aprile e il giugno 1870 sotto il fuorviante titolo di <em>Poesie</em>, il giovane autore cela in realtà una dissacrante manovra di ristrutturazione globale del fare poetico. Di questa operazione, la supposta «conversione al bene» rappresenta solo un superficiale e sarcastico leitmotiv, un’esca tesa ad attrarre l’attenzione e l’energia della «ragione volgare».<br />
<span id="more-37734"></span><br />
Le <em>Poesie</em> di Ducasse mettono in campo un vero e proprio dispositivo bellico, una vertiginosa macchina per la distruzione e la ricostruzione dei fondamenti dell’atto letterario. Gli ingranaggi centrali che muovono questo dispositivo sono la pratica del plagio e del <em>détournement </em>(«Il plagio è necessario. Lo implica il progresso»), la spersonalizzazione dell’impulso e del desiderio poetico («La poesia deve essere fatta da tutti. Non da uno») e la riduzione, consapevolmente accettata e riprogrammata, dell’intero sistema linguistico alla sua mera funzionalità strumentale («La scienza che sto intraprendendo è una scienza distinta dalla poesia. Non è quest’ultima che io canto. Io mi sforzo di scoprirne la fonte»).</p>
<p>L’ironia e il sarcasmo della parola ducassiana si sviluppano su due piani paralleli ma sempre in connessione e in stretta dipendenza l’uno dall’altro: da una parte, c’è la contestazione della letteratura (soprattutto romantica) intesa come perversione e perdita della «tradizione»; dall’altra, la decostruzione ideologica dell’etica individualista che ne è alla base. Il teatro della retorica aggredisce e destabilizza se stesso. E il valore della poesia risiede esclusivamente nella dinamica produttiva di cui essa si rende testimone e a cui essa dà nel contempo voce e corpo: «Il fenomeno passa. Io cerco le leggi». Superare l’«uno» per giungere finalmente al «tutti»; passare dalla centralità dell’individuo a quella della totalità degli individui; abbandonare la poesia «personale» per tornare alla poesia «impersonale». La perdita dell’«io» è il sacrificio necessario per potersi riavvicinare ancora alla visione e all’intelligenza della «verità»: «La poesia deve avere come scopo la verità pratica. La poesia enuncia i rapporti che esistono tra i princìpi primi e le verità secondarie della vita. Ogni cosa rimane al suo posto. La missione della poesia è difficile».</p>
<p><em>BIOBIBLIOGRAFIA</em></p>
<p>Isidore-Lucien Ducasse nasce a Montevideo, presso la cui ambasciata francese il padre lavora da qualche anno, il 4 aprile 1846. Sono gli anni della guerra civile uruguayana e del grande assedio condotto dall’esercito argentino del dittatore Rosas. Viene battezzato il 16 novembre dell’anno seguente. Nell’ottobre 1859 è iscritto al liceo di Tarbes, nei Pirenei francesi, regione natale del padre. Nell’ottobre 1863 si trasferisce al liceo di Pau. Nel 1866 ottiene la maturità scientifica. Dopo un breve viaggio a Montevideo, alla fine del 1867 la sua presenza è segnalata a Parigi. Nell’agosto 1868 viene pubblicato, anonimo, il primo dei <em>Chants de Maldoror</em>. A gennaio, lo stesso canto appare sulla silloge poetica <em>Parfums de l’âme</em>. Nell’ottobre 1869 i <em>Chants de Maldoror </em>sono stampati sotto lo pseudonimo di «Comte de Lautréamont» dall’editore parigino Lacroix. Dell’opera verranno allestite solo poche copie, il resto sarà distribuito solo dopo la morte dell’autore. Nell’aprile 1870 viene pubblicato il fascicolo di <em>Poésies I</em>. Nel giugno dello stesso anno è la volta di <em>Poésies II</em>. Muore a Parigi per cause sconosciute il 24 novembre 1870, durante i 138 giorni dell’assedio da parte dei Prussiani.</p>
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		<title>Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 06:24:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Lumelli]]></category>
		<category><![CDATA[Camillo Sbarbaro]]></category>
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		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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					<description><![CDATA[[La prima parte di questo saggio è apparsa qui] di Andrea Inglese 4. L&#8216;esplorazione dell&#8217;ovvio Siamo davvero all&#8217;opposto dell&#8217;attitudine del “prosatore lirico”. Quest&#8217;ultimo si dirige verso la prosa con l&#8217;intento d&#8217;iniettare in essa quel surplus stilistico che la innalzerà ai livelli d&#8217;intensità e autenticità del dettato poetico. Cadiot e gli altri autori citati, invece, abbracciano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[La prima parte di questo saggio è apparsa<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/"> qui</a>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>4. L</em><em>&#8216;esplorazione dell&#8217;ovvio</em></p>
<p>Siamo davvero all&#8217;opposto dell&#8217;attitudine del “prosatore lirico”. Quest&#8217;ultimo si dirige verso la prosa con l&#8217;intento d&#8217;iniettare in essa quel <em>surplus </em>stilistico che la innalzerà ai livelli d&#8217;intensità e autenticità del dettato poetico. <strong>Cadiot</strong> e gli altri autori citati, invece, abbracciano la prosa per meglio liberarsi dell&#8217;eredità lirica nel suo complesso (codice e ideologia di genere). Qui la lezione decisiva, all&#8217;interno del panorama francese, viene ancora una volta da <strong>Ponge</strong>. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il programma pongiano è definito e si pone in uno strano rapporto di continuità <em>e </em>di rottura con la poesia come genere. Leggiamo due diversi passaggi su questo tema:</p>
<p><span id="more-32513"></span></p>
<p>&#8220;Le jour où l&#8217;on voudra bien admettre comme sincère et <em>vraie </em>la déclaration que je fais à tout bout de champ que je ne me veux pas poète, que <em>j&#8217;utilise</em> le magma poétique <em>mais</em> pour m&#8217;en débarasser, que je tends plutôt à la conviction qu&#8217;aux charmes, qu&#8217;il s&#8217;agit pour moi d&#8217;aboutir à des formules <em>claires</em>, et <em>impersonnelles</em>, on me fera plaisir (&#8230;).&#8221;<a href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p>&#8220;Pour nous, comme pour Malherbe, ce qui nous intéresse, on le voit, ce n&#8217;est donc pas tellement la <em>Poésie</em> (au sens où l&#8217;on entend généralement ce mot) que la <em>Parole</em>. Quoi, la <em>Parole</em>? Eh bien, ce phénomène mystérieux – mystérieux dans son origine : les raisons de parler et d&#8217;écrire; mystérieux aussi dans ses effets : l&#8217;accord qui se fait grâce à lui, la communication qui se réalise, le pouvoir temporel et intemporel qu&#8217;il procure.<a href="#_ftn2">&#8220;[2]</a></p>
<p>Ponge illustra un movimento fondamentale capace di ridefinire il senso dell&#8217;attività poetica. Si tratta di un movimento che non è il solo a intraprendere nel Novecento. Per certi versi, esso è inaugurato da <strong>Gertrude Stein</strong> a partire dalla pubblicazione di <em>Tender Buttons</em> (1914), una raccolta di prose considerate come composizioni poetiche. Anche per la Stein la scelta della prosa è vista come l&#8217;occasione per fare poesia al di fuori di un paradigma dominante di genere. L&#8217;attenzione si sposta dalla pregnanza espressiva della parola isolata o enfatizzata dalla cesura del verso ai meccanismi di formazione della frase. Ciò implica una riorganizzazione gerarchica che porta in primo piano la dimensione sintattica e grammaticale rispetto a quella semantica ed espressiva. La scoperta che esista uno splendore nella tautologia e nella contraddizione, nell&#8217;anacoluto e nel non-senso, permettono di cogliere un&#8217;espressività interna alla grammatica stessa, all&#8217;uso ordinario della lingua, ancor prima che quest&#8217;ultima venga elaborata secondo le finalità di uno stile individuale. La frase è il luogo di affioramento del mondo, non il tentativo di tradurre un vissuto attraverso dei nomi. Nell&#8217;impossibilità di stabilire un senso e di rinviare a un referente, il mondo emerge come fatto linguistico opaco, sfuggente, e nello stesso tempo capace di sprigionare proprie fantasmagorie inedite e sorprendenti. Vi è un sogno interno alla lingua comune così come vi è uno stupore intorno alle forme proposizionali, prima ancora che una tradizione letteraria abbia ritagliato in esse delle zone privilegiate.</p>
<p>Questa concezione si riallaccia a quanto detto da Ponge sulla <em>parole</em>, da intendere come “eloquio”, come atto linguistico, discorso indirizzato a qualcuno in un determinato contesto. Per la Stein come per Ponge non si tratta di spingere il discorso poetico verso misteriosi territori della realtà o verso esperienze ineffabili. È proprio il movimento opposto che interessa loro. Si tratta di rivelare il carattere misterioso dell&#8217;evento linguistico più ordinario. E da qui costruire un&#8217;esperienza nuova della scrittura e del godimento cui essa attinge. Scrive Luigi Ballerini in una nota della sua preziosa antologia poetica della Stein apparsa da Marsilio nel 1998: “La Stein ebbe per le rifrazioni del banale una vera e propria predilezione. Trattò stereotipi e formule fàtiche come Schwitters i chiodi arriginiti o Severini i ritagli di giornale”<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>Per meglio muoversi sul terreno del banale, la Stein prima e Ponge più tardi scelgono la scrittura in prosa. La Stein tra poetica dell&#8217;<em>objet trouvé</em>, del <em>ready-made</em> e del cubismo letterario focalizza la sua attenzione sulle infinite virtualità della struttura sintattica, togliendo ovvietà alla frase più semplice (“Tra un momento sorridono tra un momento e un due tre sorridono per un momento tra un momento un sorrisetto con cui sorridere per un momento e quando gli piace che sia com&#8217;è ogni tanto riguardo al tempo in cui con cui sorridono. Certo che può sorridere e ogni sorriso è come e quando è tempo di sorridere”, da <em>Prima che sfiorissero i fiori dell&#8217;amicizia sfiorì l&#8217;amicizia</em><a href="#_ftn4">[4]</a><em>, </em>1931). Quanto a Ponge, il suo principale interesse consiste nello strappare gli oggetti più familiari a quella patina d&#8217;ovvietà (e quindi d&#8217;<em>invisibilità</em>), in cui l&#8217;uso quotidiano e le formule linguistiche abituali li sprofondano. Egli afferma: “Rien n&#8217;est plus réjouissant que la constante insurrection des choses contre les images qu&#8217;on leur impose”<a href="#_ftn5">[5]</a>. E la sua prosa ha come scopo, appunto, di porsi al servizio di questa insurrezione, realizzata dalle cose più umili: il fico secco, il sapone, il pane, la sigaretta, la candela, ecc.</p>
<p>Mi si permetta ora di richiamare il punto di vista di un filosofo che, seppure riflettendo a questioni di natura diversa da quelle qui affrontate, esprime con grande chiarezza come il lavoro sull&#8217;ovvio sia in filosofia – come in arte, aggiungo io – decisivo e particolarmente difficile. Mi riferisco all&#8217;importante libro di <strong>Ferruccio Rossi-Landi</strong> del 1961 dedicato alla formulazione del concetto di “parlare comune”. In <em>Significato, comunicazione e parlare comune</em>, l&#8217;autore notava ad un certo punto:</p>
<p>&#8220;l&#8217;indagine rivolta a ciò che si presenta come ovvio può essere di una difficoltà estrema, giacché la familiarità con l&#8217;ovvio ci tiene per così dire attaccati ad esso, ci impedisce di staccarcene quanto basta per assumere verso di esso un punto di vista descrittivo (ne siamo permeati, ci viviamo in mezzo, non sappiamo liberarcene e decondizionarcene); la storia delle idee in Europa mostra come alcune delle più grandi rivoluzioni intellettuali siano state iniziate proprio in quanto si è riusciti a indagare l&#8217;ovvio: il moto di Galileo, l&#8217;analisi della merce di Marx, i sogni e la psicopatologia della vita quotidiana di Freud, il simultaneo di Einstein sono illustri esempi.&#8221; <a href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>Questo discorso può essere fatto anche per l&#8217;arte e la letteratura. In particolar modo, esso riguarda proprio una famiglia di autori, che pur sparpagliata geograficamente e attiva in momenti diversi, individua nella poesia in prosa l&#8217;occasione per uscire radicalmente dal paradigma lirico, non semplicemente per negarlo o deformarlo, ma per esplorare con nuovi strumenti il regno dell&#8217;ordinario e del banale, sia esso da intendersi come “parlare comune”, come oggetto familiare, o come vita qualsiasi. Anche in Italia esiste un capostipite di questo atteggiamento: <strong>Camillo Sbarbaro</strong>.  Un autore importantissimo, la cui opera purtroppo non ha agito con sufficiente forza sulle generazioni successive di poeti. Già nella prima serie di testi che compongono <em>Trucioli</em>,<em> </em>scritti tra il 1914 e 1918, troviamo tutta una serie di indicazioni eloquenti: “Ma gli aspetti meno notevoli sono quelli che m&#8217;impugnano” o “<em>Si fanno a un tavolo d&#8217;osteria i più meravigliosi viaggi</em>”. Per non parlare di quella frase in apertura di libro che anticipa di un trentennio la poetica pongiana: “<em>Aspetti di cose mi toccano come nessun gesto umano potrebbe</em>”. Si ricordi cosa scrive Ponge, sempre in <em>Méthodes</em>:</p>
<p>&#8220;Tous les livres de la bibliothèque universelle depuis des siècles traintent de l&#8217;homme, de la femme, des rapports entre les hommes et les femmes (&#8230;). Souhaitons donc, une fois seulement, quelque chose de profondément respectueux, simplement un peu d&#8217;attention, de pitié peut-être ou de sympathie, pour ces rangs, ces rangées de choses muettes (&#8230;).&#8221;<a href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>L&#8217;intera opera di Sbarbaro, d&#8217;altra parte, è proprio un monumento alla “pietà” e alla “simpatia” per l&#8217;oggetto muto e umile. Si metta a confronto con il programma di Ponge appena evocato, questa descrizione tratta da uno dei primi paragrafi di <em>Trucioli</em>: “Accendo il gas e dal nero calice di ghisa mi si sprigiona sotto gli occhi un ronzante fiore di fuoco. Ha forma di ninfea: due corolle, l&#8217;una nell&#8217;altra; l&#8217;esterna, fluida, di petali lilla, percorsi a tratti dall&#8217;oro della fiamma; l&#8217;altra di linguette, fisse e vivide come làmine, d&#8217;una tinta fra il topazio e il verderame”.<a href="#_ftn8">[8]</a> Una cosa appare adesso chiara: la forza del testo di Sbarbaro, lo splendore della sua parola, è inversamente proporzionale alla nobiltà del suo oggetto. La sua lingua risalta quanto più il suo oggetto è privo di tutti i caratteri che normalmente suscitano l&#8217;attenzione poetica. E questo perché, innanzitutto, la sua parole ci rivela un mondo che era sotto i nostri occhi, ma che <em>non vedevamo</em>. Qui la parola non giunge laddove una stratificazione di discorsi poetici e letterari l&#8217;ha preceduta. La parola non si apre la strada, per l&#8217;ennesima volta, tra il repertorio di descrizioni della “rosa”. Essa si avventura in un territorio deserto, sgombro da ogni esercizio di stile, nel silenzio dei nostri gesti quotidiani, guidati da necessità pratiche (l&#8217;accensione e lo spegnimento del fornello a gas). Nonostante le distanze d&#8217;epoca e cultura, allora, troviamo ancora una volta una costellazione di elementi che vanno quasi a definire i tratti tematico-formali di un genere: la prosa intesa come prosecuzione della poesia con altri mezzi, la fascinazione per il banale e l&#8217;ordinario, la prevalenza del mondo oggettuale su quello umano.</p>
<p><em>5. L</em><em>&#8216;invenzione della frase</em></p>
<p>Anche in<strong> Nathalie Quintane</strong> è riscontrabile la lezione della Stein e di Ponge. Il suo libro d&#8217;esordio, <em>Remarques</em>, è del 1997. Ad una prima occhiata si potrebbe avere la sensazione di essere confrontati a dei versi, ma ci si rende presto conto che si tratta di frasi isolate, sospese nel bianco della pagina. La disposizione delle parole richiama l&#8217;organizzazione grafica della poesia, solo per smentire immediatamente ogni intento lirico. La rottura dell&#8217;aspettativa è tanto più efficace, in quanto la poesia che presenta versi isolati è frutto di un&#8217;opzione stilistica precisa, spesso legata a tradizioni orfiche, all&#8217;idea dell&#8217;immagine baluginante, improvvisa, ricca di ambiguità e di potenza metaforica. Ora Quintane rovescia tutti i luoghi comuni legati alla nominazione poetica, alla parola disarticolata che affiora dal silenzio, all&#8217;indecifrabilità dell&#8217;evocazione lirica, per esporre all&#8217;attenzione del lettore frasi di senso compiuto, tratte da contesti impoetici e banali, ma che si rivelano particolarmente enigmatiche o sorprendenti: “En balayant, on fait l&#8217;expérience concrète de la superficie”, “Une maison qui s&#8217;effondre est la même maison, dans un autre ordre”, “Si on abat une cloison entre un salon et une chambre, que reste-t-il: le salon, ou la chambre?”, ecc. Ancora una volta, è la frase, non il verso, a costituire il motore della perdita d&#8217;ovvietà del quotidiano. Ma il quotidiano ancor prima di essere un&#8217;esperienza interiore, un vissuto individuale, è costituito da un patrimonio di frasi fatte, su cui la Quintane va ad agire producendo piccoli spostamenti dai grandi effetti semantici.</p>
<p>Questa strategia si radicalizzerà con il suo secondo libro, <em>Chaussure</em> (1994). Qui si manifesta, assieme all&#8217;insorgenza pongiana dell&#8217;oggetto muto e trascurato, anche un&#8217;ironia metafisica, che proprio sulla familiarità (apparente) con il mondo fa leva per mettere a distanza abitudini linguistiche e mentali. La struttura frammentaria del libro segue la logica delle prese parziali e costantemente rinnovate, senza che vi sia un&#8217;architettura argomentativa di tipo saggistico che governa la progressione del discorso verso un suo compimento. Ma questi frammenti non possiedono neppure nessuna incompiutezza lirica, si tratta piuttosto di note sparse, in cui prevale costantemente il salto di tono e di registro, il cambio di prospettiva, lo slittamento dalla superficie alla profondità. Se dunque non sono pagine di poesia, quelle della Quintane, non sono neppure brillanti pagine saggistiche, piene di richiami eruditi, o di osservazioni eleganti, che tentano d&#8217;intrecciare patrimonio letterario e vita vissuta con l&#8217;intento di mantenere una continuità di stile nello snodarsi anche più erratico del pensiero. Dalla poesia, Quintane trae comunque la diffidenza rispetto al <em>conforto della continuità</em>, continuità nella concatenazione concettuale e continuità di tono, che sono generalmente ricercate nelle forme di scrittura saggistica. Riporto qualche passaggio del libro:</p>
<p>&#8220;Dans un soulier pénètre peu la lumière.</p>
<p>(L&#8217;intérieur du soulier est obscur, car son ouverture a une dimension à peine supérieure à la circonférence de la cheville.)</p>
<p>Le fonde de la botte est encore plus noir.</p>
<p>Ainsi, mes pieds logent dans un lieu sombre et rigide, qui ne voit pas la lumière.</p>
<p>Bien qu&#8217;en réalité je ne puisse voir l&#8217;intérieur de mes chaussures, une fois qu&#8217;elles sont chaussées, j&#8217;imagine qu&#8217;il y règne un noir presque parfait.&#8221;<a href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>Anche soltanto in questo breve estratto è percepibile il modo di lavorare della Quintane, che dalla constatazione più banale, procede ad allargare il raggio dell&#8217;attenzione e della riflessione, finendo per lasciare emergere una cosmologia minore, clandestina, non priva di una sua inaspettata bellezza.</p>
<p>Ad oggi, Quintane ha pubblicato una dozzina di libri, ognuno dei quali su un tema diverso.  Ad ogni nuovo tema, che sia la figura di Giovanna d&#8217;Arco in <em>Jeanne Darc </em>(1998), il romanzo adolescenziale in <em>Antonia Bellivetti</em> (2004) o l&#8217;ingombrante ricordo del passato coloniale algerino in <em>Grand ensemble</em>, la scrittrice sembra costruire un genere peculiare, adattando al suo oggetto l&#8217;uso del linguaggio, dei procedimenti narrativi, della disposizione dei materiali. Quintane ironizza sullo stile individuale, sullo “stile d&#8217;autore” considerato come un marchio di qualità. Ciò che conta, per lei, è l&#8217;ottenimento di un punto di vista inusuale su quanto è più prossimo e familiare. E questo implica, da un lato, lavorare su modelli saggistici, narrativi, di <em>reportage </em>giornalistico, per smontarli, travisarli o esasperarli. Come ho già detto, a farla da padrone è quell&#8217;ironia metafisica che la Quintane ammira nel <em>Jacques le fataliste</em> di Diderot e che si accompagna a variazioni su registri comici o sarcastici. Oltre, però, a questo continuo distanziamento di fronte alle pretese sia del genere istituzionale che del talento individuale, Quintane opera sulla struttura della frase, sulla sintassi. È infatti a questo livello che si concentra il lavoro peculiare dell&#8217;autrice. Non è un caso che <strong>Pierre Alferi</strong>, anch’egli poeta e quasi coetaneo della Quintane, in un saggio teorico del 1991 intitolato <em>Chercher une phrase</em> (Louis Bourgois, 1991), avesse messo a fuoco l&#8217;importanza dell&#8217;invenzione sintattica rispetto a preoccupazioni di altro tipo (metriche per i poeti, d&#8217;intreccio narrativo per i romanzieri).</p>
<p>&#8220;La letteratura non ha come compito l’imitazione di qualcosa – nemmeno la “rappresentazione di se stessa”. (…) Il solo compito della letteratura sta nell’inventare delle nuove forme sintattiche, delle nuove organizzazioni ritmiche, nell’estensione del linguaggio. Il dire, in questo senso, non lascia più spazio al fantasma dell’indicibile; quest’ultimo, come l’orizzonte, retrocede ad ogni frase.&#8221;</p>
<p>Ogni libro della Quintane, allora, diviene un esercizio di estensione del dicibile, che non implica  però una gerarchia tra una lingua <em>superiore </em>– più<em> </em>“essenziale” o “espressiva” – e una lingua <em>inferiore –</em> piatta, densa di stereotipi, funzionale alla pura comunicazione. L&#8217;efficacia della sua prosa è dovuta alla frizione, al salto, al continuo <em>shock </em>che si realizza accostando lingue <em>diverse</em>. La purezza stilistica di un registro classico o la potenza stilistica di un registro barocco non costituiscono dei valori in sé, ma solo <em>in relazione</em> a registri diversi con i quali entrano in conflitto, da quello basso-comico dell&#8217;oralità giovanile di strada a quello freddo dell&#8217;analisi scientifica. Pur considerando che non esistano valori assoluti, Quintane non si riduce al <em>pastiche</em> secondo una certa opzione postmodernista. La confusione delle lingue e dello stile o il riuso ideologicamente “neutrale” di generi della tradizione letteraria sono estranei al suo lavoro, che trae forza semmai dall&#8217;impossibilità di armonizzare lingue e stili, giocandoli uno contro l&#8217;altro. Nessuna euforia iperletteraria nei suoi libri, nessuna “parodia bianca” – secondo la definizione che Fredric Jameson dà del <em>pastiche</em>. Una dimensione polemica, propria dell&#8217;autentica parodia, attraversa l&#8217;intera opera della Quintane, e rimanda all&#8217;inevitabile carattere ideologico che ogni forma letteraria porta con sé. In lei, la lingua comune demistifica la lingua letteraria e viceversa, in un continuo operare per  distanziamenti e scarti. Ed è dunque attraverso quest&#8217;andatura altalenante, per diversioni tematiche e contrapposizioni di registri, incespicando continuamente nelle proprie forme provvisorie e mutevoli, che la sua prosa amplia lo spettro del dicibile.</p>
<p><em>5. La grammatica dell&#8217;idiozia</em></p>
<p><em> </em>La prosa di <strong>Tarkos</strong> sembra interessata, a differenza di quella della Quintane, ad una sorta di continuità ossessiva e martellante: come se l&#8217;enunciazione fosse sottoposta ad un principio d&#8217;inerzia, tale da non potersi concludere una volta che sia stata avviata. Gli enunciati paiono susseguirsi con   l&#8217;intento di non interrompere il flusso della voce o del serpente tipografico, per prolungare indefinitamente l&#8217;atto del dire, l&#8217;accadere della frase, il suo ripresentarsi variando e risolvendosi in altra frase. Quando l&#8217;enunciato o la serie di enunciati che costituiscono un blocco di testo, un paragrafo, infine si arrestano, non si tratta di una conclusione, di un senso compiuto e realizzato, ma di un esaurimento dello slancio, come se forze contrarie avessero alla fine frenato il moto tendenzialmente perpetuo della frase. I testi di Tarkos si costruiscono secondo una <em>dinamica </em>dell&#8217;enunciazione: non vi è mai uno specifico “voler dire”, l&#8217;intenzione di produrre un significato o di usare la lingua per parlare del mondo o del vissuto. Ciò che davvero conta è la manifestazione della <em>forza</em> del dire, che va inteso qui come evento del mondo, evento materiale, che si snoda e realizza nella propria sostanza linguistica, ad un tempo puramente sonora e semantica. Non vi è una storia da raccontare né un io che si deve esprimere, ma vi è un&#8217;enunciazione da prolungare, una lingua da far vivere, da mettere in moto, da lanciare in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra. Parlare, e riprodurre la parola orale sulla pagina, sono innanzitutto operazioni <em>energetiche</em>, operazioni che implicano la circolazione di una certa energia attraverso l&#8217;uso della parola<a href="#_ftn10">[10]</a>. Questo non deve far pensare che Tarkos sia particolarmente interessato a quei procedimenti di matrice avanguardista finalizzati alla frantumazione sintattica e alla distruzione del significato nell&#8217;intento di sovvertire la lingua sclerotizzata della comunicazione sociale. Questa atteggiamento, infatti, implica un esodo troppo repentino dalla lingua comune e dal suo patrimonio di stereotipi. In essa bisogna invece indugiare, inoltrarsi, senza abbandonarsi all&#8217;urgenza di stravolgerne la sintassi. La banalità della lingua deve essere accolta, in prima istanza, in quanto la frase più semplice e comune può scatenare un processo imprevisto, tra variazioni ed invenzioni.</p>
<p>Due sono i caratteri salienti della prosa di Tarkos: la pura musicalità o plasticità (il testo non insegna e non informa, viene scritto per essere “eseguito”, letto o ascoltato come sequenza sonora, grafica), il trascorrere dei significati (i significati emergono e si susseguono in continuazione, ma come una serie di motivi divergenti che mai si organizzano in un tema organico, un&#8217;area semantica coerente). Predominano effetti di accelerazione o indugio, a seconda dell&#8217;articolazione più o meno complessa della sintassi; effetti d&#8217;ispessimento o rarefazione, tramite variazioni tipografiche, mobilità delle spaziature, blocchi di testo di diversa lunghezza, atomizzazione delle componenti grammaticali.</p>
<p>In Tarkos è possibile individuare una molteplice eredità letteraria, ma non come nelle opere degli epigoni, in cui sono rintracciabili ma diminuite di forza le caratteristiche dei precursori. Un intreccio vario d&#8217;influenze sembrano aver generato in lui una sintesi inedita e estremamente vitale. Possiamo, innanzitutto, cogliere la lezione della poesia sonora e, seppure in proporzione minore, quella della poesia visiva. I testi di Tarkos nascono fortemente caratterizzati da una modalità “orale”. Egli concepisce inizialmente i suoi testi come un canovaccio, una sorta di organismo elementare da disaggregare e ricomporre, amplificare e sviluppare nel corso della lettura. Se il momento della scrittura può inevitabilmente essere influenzato dall’esperienza (l’ascolto della frasi fatte, delle formule ricorrenti, ecc.) e fissare su carta un materiale linguistico qualsiasi, il momento della lettura diventa l’occasione di un corpo a corpo con i limiti della sintassi. Non si tratta di dare sviluppo lirico e narrativo ad una frase semplice, ma di creare a partire da essa una lingua “parallela”. L’espansione del dicibile deve realizzarsi attraverso il già-detto. È l’opposto di quanto avviene nei tanti poeti ossessionati dall’indicibile. Tarkos libera possibilità inedite di dire, muovendo dalle frasi più trite. Riconosciamo qui la passione di Gertrude Stein per le virtualità offerte dalla combinatoria sintattica. Non è un caso che una figura ricorrente in Tarkos sia il polittoto (“le pot a ruisselé ruissellait ruisselle” o “Je vais t&#8217;aimer d&#8217;un amour amoureux”).</p>
<p>Il gioco di “esaurimento” delle virtualità sintattiche di una frase semplice richiama una celebre analisi di Deleuze dell’opera di <strong>Beckett</strong>. In <em>L’Épuisé</em> (in Samuel Beckett, <em>Quad, et autres pièces pour la télévision</em>, Minuit, 1992), Deleuze coglieva nell’invenzione sintattica una chiave di volta dell’<em>opus </em>beckettiano, ma anche della grande letteratura in genere. Da <em>Watt</em> sino alle prose brevi degli anni Ottanta, Beckett è un maestro degli effetti di sintassi, che acquisiscono un ruolo sempre maggiore nella sua opera. Per inciso, vale la pena sottolineare che il lavoro sulla struttura della frase porta non solo poeti, ma anche romanzieri come Beckett, ad uscire da una forma codificata di genere, per approdare ad una prosa breve come genere intermedio tra la poesia lirica e la narrazione. Ma vi è un altro elemento che in Tarkos richiama l&#8217;opera beckettiana. Nella <em>Trilogia </em>romanzesca, Beckett sperimenta le possibilità elocutorie dei suoi personaggi dementi, creando un effetto estremamente comico dal contrasto tra l&#8217;apparato retorico sofisticato e la futilità o la scurrilità degli argomenti a cui si applica. Sappiamo poi come nell&#8217;<em>Innominabile</em>,<em> </em>l&#8217;ultimo romanzo  della <em>Trilogia</em>, il personaggio demente venga del tutto cancellato per dare spazio unicamente alla sua torrenziale vociferazione.</p>
<p>Nei testi di Tarkos, noi troviamo traccia di questa <em>voce idiota</em>, che s&#8217;inoltra nella lingua come in una materia densa, da percorrere e agitare senza un piano preciso, senza un&#8217;intenzione architettonica, un bisogno espressivo determinato. I vertici tragicomici, però, così come le continue oscillazioni tra gli estremi del sublime e del grottesco, che tanto caratterizzano la prosa beckettiana, sono elementi del tutto assenti in Tarkos. Quest&#8217;ultimo privilegia semmai l&#8217;esplorazione dell&#8217;ovvio, come già la Quintane, ma in modo più impulsivo, infantile, allucinatorio. La “voce idiota”<em> </em>è sintagma da intendere in senso etimologico, ossia voce di colui che è <em>escluso</em> dalla piena competenza linguistica del parlante, in seno all&#8217;universo della comunicazione pubblica. Questa esclusione è un&#8217;esteriorità al linguaggio, che permette alla voce idiota di prendere ogni volta la parola, su un motivo qualsiasi, per farsi condurre da esso fino all&#8217;esaurimento di ogni combinazione, catalogazione, variazione possibile. Leggiamo in <em>Processe</em> (1997), ad esempio, cosa può trarre Tarkos da un motivo assai abusato come l&#8217;acrobata:</p>
<p>&#8220;Boy saute en l&#8217;air et fait des pirouettes et des simagrées, grimace et se cache derrière ses yeux qu&#8217;il rend globuleux, tourne sur lui-même, autour de la table, autour de sa main et sa main autour de sa tête et ses pieds sur eux- mêmes, sort sa langue et tire sa langue et montre sa langue et fait le bruit d&#8217;un moteur avec ses lèvres pour grimacer à nouveau et marcher comme un canard nage sur l&#8217;eau et comme une grenouille saute dans l&#8217;eau et comme un crabe marche sous l&#8217;eau et comme un pingouin sur la neige et dit je suis l&#8217;ours polaire puis applaudit en otarie avant de s&#8217;élancer en hauteur en lançant une jambe puis l&#8217;autre sur le côté et en faisant s&#8217;entrechoquer ses pieds en l&#8217;air avant de retomber pour faire des calquettes un quart d&#8217;heure.<a href="#_ftn11">&#8220;[11]</a></p>
<p>Qui abbiamo un chiaro esempio di come un singolo atto d&#8217;enunciazione, una frase che si apre con una maiuscola e si chiude con un punto, sia prolungata per otto righe prima di concludersi. Nell&#8217;inventario della gestualità dell&#8217;acrobata, che è già una parodia dell&#8217;autentica arte acrobatica, s&#8217;inserisce poi, divergente, un bestiario. E sono questi repentini passaggi tra universi figurativi remoti tra loro che costituiscono il pregio della prosa di Trakos, in cui fluidamente trascorrono motivi eterogenei, come in una specie di universo bruniano dove ogni punto può essere centro e periferia, pretesto o tema specifico, primo piano o sfondo, in un continuo annullamento delle gerarchie.</p>
<p><em>6. Scorcio italiano</em></p>
<p>La poesia in prosa, dunque, da circa vent&#8217;anni costituisce in Francia l&#8217;ambito di una sperimentazione letteraria innovativa, che non presenta grandi somiglianze con i tanto celebrati poeti che, in Italia, s&#8217;incamminano <em>verso </em>la prosa. Se vi sono casi come quello di <strong>Valerio Magrelli</strong> (<em>Nel condominio di carne</em>, 2003), in cui l&#8217;abbandono del verso ha suscitato un ampliamento e un&#8217;intensificazione delle possibilità espressive, una loro maggiore efficacia, a fronte sopratutto delle immediatamente precedenti o successive prove poetiche, vi sono anche casi in cui la scelta della prosa segna una sorta di regresso. Mi sembra si possa dire questo, ad esempio, di <em>Cronaca perduta</em> (2006) di <strong>Tiziano Rossi</strong>, il cui andamento descrittivo e prosastico, nei libri in versi, è felicemente contrastato dalle interruzioni strofiche, da interpolazioni improvvise, da discontinuità oniriche. Ora, in <em>Cronaca perduta</em> appare, invece, fin troppo evidente e programmatico la tensione stilistica a fronte appunto di “cronache”, il cui blando copione si vuole riscattare ad ogni frase. Discorso a parte andrebbe poi fatto per <strong>Angelo Lumelli</strong>, poeta assai trascurato dalla critica anche perché assai appartato nell&#8217;ambiente poetico. Le prose senza punteggiatura di <em>Seelenboulevard</em> (1999) richiamano esperimenti degli anni Settanta, e un&#8217;istanza enunciativa che ha i tratti generali del monologo interiore-flusso di coscienza. Ma proprio per questo sarebbe interessante un raffronto tra il lavoro di Lumelli e quello dei francesi già citati, che appartengono alla generazione successiva.</p>
<p>Le vere novità, però, sulla poesia in prosa in Italia, mi sembrano venire da autori più giovani. Ne cito solo tre, di cui conosco bene il lavoro, e che stanno elaborando modalità e itinerari di grande interesse. Si tratta di <strong>Gherardo Bortolotti</strong>, di <strong>Alessandro Broggi</strong> e di <strong>Marco Giovenale</strong>. Innanzitutto, per tutti e tre, la scrittura è concepita nell&#8217;ottica delle “arti poetiche” ben più che in quella della lirica moderna. Per Bortolotti è essenziale la forma saggistica e il patrimonio dei linguaggi tecnici, per Broggi l&#8217;arte concettuale, per Giovenale il va e vieni tra testo, fotografia, poesia visiva. Per tutti la frequentazione di una certa poesia francese e statunitense è stata fondamentale per abbordare la prosa, eludendo qualsiasi tentazione lirica.</p>
<p>Bortolotti è una sorta di indagatore dei resti, dei residui biografici, non tanto dei pezzi di “lingua morta” di cui parlava Cadiot, ma dei pezzi di <em>tempo morto</em>. I suoi testi si presentano in forma seriale, che abolisce in realtà qualsiasi idea di intreccio, sviluppo narrativo, <em>explicit</em>. Si tratta  di<em> </em>frammenti ordinati secondo una numerazione progressiva, di lunghezza variabile, dalla semplice frase alla dozzina di righe. In queste biografie seriali avviene una sorta di rovesciamento: a farsi resto è l’esistenza stessa, con tutte le sue “grandi questioni”, mentre l’automatismo delle abitudini, il tremolìo delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupa interamente il campo. Così, in <em>Tecniche di basso livello</em> (in uscita presso Lavieri, 2009).</p>
<p>&#8220;<strong>114.</strong> Ragionando sull’esaurimento delle risorse energetiche, <strong>bgmole</strong> andava in ufficio, superando un breve interregno tra il suo tempo libero e l’orario salariato. Il tragitto completava un brevissimo ciclo formativo che, partendo dal suono della sveglia, lo riaddestrava ogni giorni ai termini della vita adulta e del lavoro.</p>
<p>115. Scegliendo capi o accessori d’abbigliamento, mancavamo il centro del nostro gusto privato e, spesso, ci trovavamo ad indossare scarpe od occhiali da sole che ci tenevano in disparte, come parenti poveri. Vestiti da padroni affollavamo le birrerie dell’hinterland. Ai matrimoni, ci aggiravamo come guardie del corpo, chiamando amici assenti con cellulari tribanda.&#8221;</p>
<p>Quanto a Broggi, egli produce due tipi di testi: quartine secondo una logica seriale e combinatoria, e prose brevi. In entrambi i casi, un&#8217;interesse per l&#8217;<em>anodino</em>, che ne testi in prosa si traduce in dialoghi, iponarrazioni, resoconti telegrafici. Più di tutti, Broggi si pone l&#8217;obiettivo di ridurre gli effetti stilistici al grado zero. Ancora una volta l&#8217;efficacia dell&#8217;operazione poetica non è da ricercare prevalentemente nella maestria stilistica o lessicale, ma in quella architettonica (tagli, accostamenti, prelievi), che opera su materiali esplicitamente extraletterari. L&#8217;informazione più povera e ripetitiva, allora, se tolta dal suo tessuto abituale, rivela aspetti inquietanti, enigmatici, rinvia all&#8217;enorme scarto che sussiste tra i significati locali e parziali, e l&#8217;orizzonte di senso globale delle nostre vite. Ed ecco, allora, che il resoconto più piatto, opportunamente isolato e reso nitido, può suscitare tutta una serie di sorprese – e non sempre buone. Si legga dai <em>Quaderni aperti </em>(in <em>Nono quaderno italiano</em>, Marcos y Marcos, 2007):</p>
<p>&#8220;SITUAZIONE</p>
<p>I.</p>
<p>Dico quello che penso, tu appartieni a me. Quando sono con te la vita mi sembra più intensa, le cose mi vanno bene. Quando vuoi qualcosa lo voglio anch’io. Quando ti ho invitato, hai accettato subito. Oggi quasi tutti sanno perché vale la pena stare al mondo. La gente va avanti. È già qualcosa.</p>
<p>II.</p>
<p>Non voglio farlo più questo gioco, ho capito subito che era un errore. Vengo trattata con troppo distacco. Sei contento adesso? quello che dici non mi interessa. Sono stati i miei giorni più infelici. Ne ho avuto abbastanza.&#8221;</p>
<p>Marco Giovenale, infine, pur essendo da anni impegnato in un esercizio della versificazione innovativo e sofisticato, ha introdotto nel suo ultimo libro di versi (<em>La casa esposta</em>, Firenze,<em> </em>Le Lettere, 2007) un&#8217;intera sezione in prosa <em>Tranne un oggetto</em>. Giovenale, nei suoi paragrafi compatti, attraverso la tecnica sistematica del montaggio, ci fa fare l&#8217;esperienza del discorso come <em>stock</em>, accumulo, disponibilità di senso, più o meno inerte, più o meno significativo. In questo sedimentarsi tendenzialmente asintattico, le singole frasi eccedono sempre la fisionomia semantica del discorso, così come le singole parole in una frase eccedono la possibilità di assegnare ad essa un significato preciso. Ma il montaggio, con il suo lavoro d&#8217;interpolazione e disarticolazione, non è un semplice espediente di sottrazione del <em>senso</em>. Anche in forma di puro deposito, di latenza, rispetto all&#8217;uso che se ne potrebbe fare, il discorso e le sue singole componenti <em>chiamano</em> costantemente un senso, rinviano a campi semantici virtuali ma onnipresenti, si caricano di valori semantici comunque. Allora l&#8217;esperienza che forse Giovenale compie, e fa compiere al suo lettore, è quella di un&#8217;impossibile fuoriuscita dall&#8217;universo dei significati, in un mondo che produce vertiginosamente e accumula informazioni, discorsi, saperi. Il mondo è dentro questa morsa di parole e frasi, che anche atomizzate veicolano uno spettro di senso, e pare esercizio impossibile ritrovare quel “regno muto delle cose”, a cui Sbarbaro e Ponge tanto aspiravano. In compenso un sordo dolore tutto <em>umano</em> pare innervare questi depositi verbali, anche i più opachi e caotici.</p>
<p>Dalla sezione citata de <em>La casa esposta</em>:</p>
<p>&#8220;io ne ho sei, preme la N ma non esce niente. come ti chiami? alessio ma non funziona. quello che ha desidera. martirio marito mesto. gruppi diretti nello stesso posto. gruppi di quaranta senza avvisi, senza avvocati o avvertimenti, garanzia, polizze. le giacche da contadino, che covano. senza lavoro, se lavora è anche peggio. si china per vedere questa lingua strana che cos&#8217;è che dice, nelle tabelle del bus, dov&#8217;è, dov&#8217;è diretto, chi entra ora, dove scendere, e perché&#8221;</p>
<p>Vi è dunque anche da noi una pratica della poesia in prosa, e che si discosta da eredità esclusivamente italiane, per nutrirsi delle riflessioni teoriche e delle opere prodotte in altre lingue e paesi. Se mi sembra opportuno cominciare un&#8217;esplorazione critica di autori quali Bortolotti, Broggi e Giovenale, per citare alcuni tra i più validi, è però importante conoscere più approfonditamente l&#8217;evoluzione della poesia francese degli ultimi vent&#8217;anni. È dunque in quest&#8217;ottica comparativa che ho proposto questa prima ricognizione della poesia in prosa in Francia.</p>
<p><em>[Questo saggio è scomparso su una fantomatica rivista &#8220;Trivio&#8221;, numero zero, di un fantasmatico editore partenopeo.]</em></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, Paris, Gallimard, 1961, pp. 41-42.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> Francis Ponge, <em>Pour un Malherbe</em>, <em>op. cit.</em>, p. 204.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Gertrude Stein, <em>La sacra Emilia e altre poesie</em>, a cura di Luigi Ballerini, Venezia, Marsilio, 1998, p. 29.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a><em> Ivi</em>, p. 303.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, <em>op. cit.</em>, p. 304.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Ferruccio Rossi-Landi, <em>Significato, comunicazione e parlare comune</em>, Venezia, Marsilio, 1998, p. 56.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, <em>op. cit.</em>, p. 275.</p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> Camillo Sbarbaro, <em>L&#8217;opera in versi e in prosa</em>, Milano, Garzanti, 1999 e 2001, p. 131.</p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> Nathalie Quintane, brani di <em>Chaussure</em> (P.O.L., 1997) in <em>Pièces détachées. Une anthologie de la poésie française aujourd&#8217;hui</em>, a cura di Jean-Michel Espitallier, Paris, Pocket, 2000, pp. 37-38.</p>
<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> Ovviamente, Tarkos giunge dopo Denis Roche, e in qualche modo si può pensare che porti a compimento un processo già avviato da Roche. Sulla “dinamica” dell&#8217;enunciazione in Tarkos, si pensi a quanto scrive Roche: “Récupérer l’idée de scansion. Celle-ci ne serait plus l’art d’évaluer le mesure de vers, dans leurs quantités (latines) ou dans leurs syllabes (françaises), mais la science par tous les moyens des modes d’alternances pulsionnels (la pulsion pouvant désigner <em>l’unité d’énergie dans le poétique</em>)” in Denis Roche, prefazione a <em>Éros énergumène</em>, Paris, <em> Tel Quel</em>, 1968; Gallimard, Poésie, 2001, pp. 15-6.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> Christophe Tarkos, <em>Écrits poétiques</em>, Paris, P.O.L., 2008, p. 133.</p>
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		<title>Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 05:20:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ [Pubblico su NI un saggio che è scomparso sul numero d&#8217;esordio di una rivista specialistica, &#8220;Trivio&#8221;. Avrei dovuto scrivere &#8220;apparso&#8221;, ma così non è.  Tale rivista è rimasta un&#8217;entità fantomatica, di cui né io né altri collaboratori al numero zero hanno mai avuto esperienza tangibile. Ora grazie alla rete, seppur inadatto per lunghezza alla lettura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong><em>[Pubblico su NI un saggio che è scomparso sul numero d&#8217;esordio di una rivista specialistica, &#8220;Trivio&#8221;. Avrei dovuto scrivere &#8220;apparso&#8221;, ma così non è.  Tale rivista è rimasta un&#8217;entità fantomatica, di cui né io né altri collaboratori al numero zero hanno mai avuto esperienza tangibile. Ora grazie alla rete, seppur inadatto per lunghezza alla lettura a schermo, questo lavoro può fare una sua breve (ri)apparizione. a i ]<br />
</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>1.</em> <em>Un fenomeno lievemente aberrante</em></p>
<p>La critica italiana pare intenta a interrogarsi con sempre maggiore costanza su di un fenomeno lievemente aberrante: la poesia in prosa. In qualche modo, si è ormai giunti a prendere atto che nella poesia, come genere letterario specifico, sono rintracciabili dosi massicce di prosa. Tale fenomeno, ovviamente, non può che destare una certa inquietudine in un&#8217;attività seconda, come quella del critico, che nella partizione prosa-poesia ha uno dei suoi presupposti fondamentali. Ma è anche vero che i critici più temerari, forse spinti sanamente da un principio difensivo, si sono decisi a mettere le mani in tale spinosa vicenda. Risulta comunque chiaro che se la poesia ha già perso di prestigio durante la fine del secolo scorso, almeno secondo i criteri oggi dominanti del mercato editoriale, essa tende almeno a garantirsi una sua posizione incrollabile, in termini di identità di genere. La poesia sarà di pochi e per pochi, ma esiste indubitabilmente, ha una fisionomia di genere inconfondibile, mantiene una sua identità forte. Fino a che, almeno, non cominci a divenire indistinguibile dalla prosa.<span id="more-32331"></span></p>
<p>Di fronte a quest&#8217;eventualità, il critico ha di fronte a sé varie opzioni. Una è quella di “misurare” la circolazione di prosa nel testo poetico, cercando di mantenere distinguibili l&#8217;una dall&#8217;altra queste due forme di scrittura, quasi si trattasse di liquidi reciprocamente insolubili. Si tratta di descrivere, in questo caso, forme di poesia che tendono gradualmente a farsi penetrare dalla prosa o a spogliarsi dei propri tratti poetici (metrici, retorici, lessicali, ecc.), per avvicinarsi indefinitamente alla prosa. Questo approccio salva la specificità della lingua e del componimento poetici, pur ponendoli in relazione dialettica con un loro polo esteriore ed alternativo, il discorso in prosa. Quest&#8217;ultimo funge qui da punto asintotico, verso cui il dettato poetico contemporaneo si sposterebbe progressivamente, ma senza mai confondersi con esso.</p>
<p>L&#8217;altro approccio critico consiste nel rintracciare caratteristiche della scrittura poetica all&#8217;interno della prosa. In tal modo, il critico ritrova nella prosa, seppur in incognito, rassicuranti tracce del poetico. In componimenti dove la separazione versale non compare a segnalare in modo decisivo l&#8217;appartenenza al genere poetico, è possibile ritrovare in filigrana metri familiari, figure di parola e di pensiero, organizzazioni strofiche, ritmiche e musicali. Ma alla comparsa della prosa nello spazio della lirica moderna sono dedicati anche studi di tipo genealogico, volti a comprendere e catalogare i vari sottogeneri esistenti, dai <em>petits poèmes en prose</em> di Baudelaire al frammentismo vociano. Alcuni di questi studi, proprio nello sforzo di ricondurre ad uno statuto preciso forme di scrittura che si presentano di difficile catalogazione, giungono poi a conclusioni interessanti. In un saggio intitolato <em>La prosa organizzata in poesia. Tra Tarchetti e Baudelaire<a href="#_ftn1"><strong>[1]</strong></a></em>, Simone Giusti, considerando comparativamente i <em>Canti del cuore </em>[1865]<em> </em>di Tarchetti, <em>Gaspard de la nuit</em> [1842] di Aloysius Bertrand e i <em>Petits poèmes en prose </em>[1868] di Baudelaire, nota come sin dalle sue origini la poesia in prosa più che costituire un nuovo sottogenere produce un sovvertimento dei confini di genere. Scrive Giusti: “Chiudere nello stesso sintagma la poesia e la prosa vuol dire evocare il confine che le separa; supporre la possibilità di una poesia (o poeticità) nella prosa può voler dire mettere in discussione l&#8217;esistenza del confine, la sua efficacia”<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>L&#8217;interesse critico nei confronti della prosa in poesia nasce anche nel contesto di un bilancio più ampio che ha riguardato il genere poesia alla fine del Novecento. Questo bilancio ha infatti messo in luce un paradosso: quello che si è generalmente considerato poesia, da almeno il Romanticismo in poi, è in realtà un genere che andrebbe più precisamente denominato “lirica moderna”. Senonché, pur costituendo il paradigma più autorevole del genere, la lirica è stata costantemente sconfessata dai poeti stessi, che più volte hanno tentato di battere vie antiliriche, senza per questo abbandonare l&#8217;uso del verso. Così alla tentazione del solipsismo nella forma del monologo e dell&#8217;idioma assoluto, cui va incontro il poeta lirico rompendo legami di appartenenza con la comunità e respingendo l&#8217;uso comune del linguaggio, si oppongono opzioni poetiche incentrate, ad esempio, su di una maggiore narratività o teatralità. Da qui la riscoperta del racconto in versi, da un lato, e delle varie forme di teatralizzazione del testo poetico, dall&#8217;altro. Ogni fuoriuscita dal recinto lirico, infatti, è vissuta dal poeta innanzitutto, e in seconda battuta dal critico, come un&#8217;occasione per ritrovare forza comunicativa e maggiore fortuna in un genere oggi situato ai margini della curiosità letteraria.</p>
<p>Riformulando in modo diverso il paradosso, si potrebbe dire: ciò che, nella prima metà del Novecento, ha determinato l&#8217;egemonia del paradigma lirico su ogni altro genere poetico e il suo innegabile prestigio nell&#8217;ambito letterario è divenuto nella metà successiva del secolo motivo di decadenza e marginalizzazione. Da qui le diverse vie di fuga dal paradigma lirico messe in atto nella seconda metà del novecento: dal recupero di sottogeneri poetici pre-moderni – la satira, l&#8217;invettiva, ecc. – alle forme del poema meditativo o narrativo, dal montaggio neoavanguardistico alla ricomparsa della poesia in prosa. Nessuna di queste forme alternative al paradigma della lirica moderna è davvero nuova, in quanto ognuna di esse, storicamente, accompagna in realtà la costituzione stessa del paradigma e ne delimita i confini. Il “poetico”, inteso come risorsa espressiva, materia prima del genere, è tanto più concentrato e puro, quanto più si resta all&#8217;interno del paradigma lirico. Più ci si allontana da esso più si rischia la contaminazione con l&#8217;impoetico. Ma a secondo dei momenti e delle temperie culturali, lo spostamento dal poetico all&#8217;impoetico è visto come occasione di rinnovamento, rinascita, rinvigorimento del genere. Questo sopratutto negli ultimi decenni, dove la generalizzazione del connubio tra attitudine lirica e verso libero ha prodotto una gran quantità di testi sempre meno interessanti. Da qui l&#8217;esigenza, per i poeti e i critici più accorti, di sottolineare una discontinuità, di segnalarsi altrove, di sfuggire all&#8217;onda del “poetico” di massa, nella sua versione più immediatamente riproducibile: oscurità dei nessi, accostamenti inusuali delle immagini, a capo arbitrario. Fenomeni quali il neometricismo o la poesia “narrativa” si sono affermati proprio in reazione a tale banalizzazione del paradigma lirico, e per questo hanno maggiormente riscosso l&#8217;interesse dei critici negli ultimi vent&#8217;anni. Per ciò che riguarda la poesia in prosa, la questione è più ambigua. Innanzitutto, il fenomeno è più marginale e continua a ispirare una notevole diffidenza in molti addetti ai lavori (persiste il sentimento, anche se lieve, di un&#8217;aberrazione). E poi la poesia in prosa, nelle sue manifestazioni a mio parere più interessanti, non presenta quegli attributi che suscitano maggiore benevolenza presso i critici. Il neometricista consapevole, infatti, seppure non possieda più <em>chances</em> di un versoliberista lirico di allettare il pubblico e di eludere il rischio di apparire noioso, è in grado però di esibire tecniche raffinate, competenze specifiche, una indubitabile professionalità che rinfocola lo spirito di corpo e il suo carattere elitario. Quanto al poeta narrativo avrà almeno dalla sua un sicuro vantaggio: la sua lingua, per raccontare, dovrà essere intellegibile, chiara, comunicativa. Perderà sì in nobiltà, ma forse acquisterà in lettori.</p>
<p><em>2. Miserie del genere ovvero il chiodo fisso di Berardinelli</em></p>
<p>Se la perdita di prestigio del genere poetico è qualcosa di ormai innegabile, non è così facile imbattersi in un&#8217;analisi convincente dei motivi di un tale fenomeno. La corporazione dei poeti e degli addetti ai lavori tende più spesso alla semplice lamentazione, denunciando di volta in volta le cause del suo splendido isolamento: ignoranza diffusa, spettacolarizzazione dell&#8217;attualità, mercificazione crescente dell&#8217;universo culturale. Al lamento, però, in taluni casi subentra una coscienza tranquilla se non euforica: conosco poeti che non si sentono minimamente sacrificati nel loro genere, e vivono esperienze vivaci di incontro nelle letture pubbliche, nei festival, in rete. Rimane il fatto che in una gran quantità di occasioni si presenta al pubblico, sotto il nome di poesia, qualcosa di assolutamente mortificante. Molto spesso, assistendo ad una lettura poetica, m&#8217;immedesimo nello spettatore novizio e giungo a questa conclusione: “se questa è la poesia, posso trovare mille cose più interessanti e divertenti da fare”. Non so se questa sia un&#8217;esperienza esclusivamente legata al genere poetico: portare a termine un romanzo contemporaneo richiede una notevole dose di fortuna. Se la cultura multimediale ci rende particolarmente impazienti di fronte a un individuo che maneggia un microfono per leggere delle parole scritte su di un foglio, ci rende altrettanto impazienti di fronte a cento o duecento fogli fitti di parole che ci inchiodano a una sedia per diverse ore. Ma forse molto di ciò che viene pubblicato sotto la dicitura romanzo è un prodotto atto a rilassare le coscienze dalle le tensioni lavorative o famigliari.</p>
<p>All&#8217;interno della corporazione poetica, però, vi sono anche individui poco propensi al lamento o all&#8217;euforia, e che cercano invece di guardare con lucidità il fenomeno in questione. Uno di questi, che si è assunto consapevolmente il ruolo di testimone scomodo della poesia in Italia, è Alfonso Berardinelli. Cito Berardinelli per due motivi. Il primo sta nel carattere impietoso della sua critica dell&#8217;ambiente poetico, dei suoi vizi e delle sue debolezze. Il secondo sta nel carattere sterile che ha ormai assunto, a mio parere, questa critica. Il paradosso di un atteggiamento come quello di Berardinelli consiste nell&#8217;avere inaugurato un genere letterario di successo: l&#8217;epitaffio della poesia contemporanea. È infatti singolare che da più di vent&#8217;anni Berardinelli scriva libri letti e apprezzati sulle miserie del genere poetico. Ciò denota se non altro un certo persistente interesse per quel genere di cui si vogliono veder svelati ipocrisie e guasti.</p>
<p>Di Berardinelli lessi per la prima volta, verso la fine degli anni Ottanta, <em>L&#8217;esteta e il politico</em>, un saggio breve del 1986. Ricordo ancora il titolo di un paragrafo che mi entusiasmò: <em>Polline poetico (o Polvere di poesia)</em>. L&#8217;autore con una notevole dose di sarcasmo se la prendeva con gli emuli di De Angelis, che a quell&#8217;epoca erano legione. E per un apprendista della scrittura in versi qual ero io allora, le osservazioni corrosive di Berardinelli costituivano un prezioso contravveleno contro varie forme di idiozia e kitsch ben radicate nell&#8217;ambiente poetico. Oggi ancora, nella sua ultima pubblicazione, <em>Poesia non poesia</em> (2008), vedo all&#8217;opera lo stesso intento demistificatorio, lo stesso compiacimento saturnino nel celebrare, per l&#8217;ennesima volta, l&#8217;esaurimento del genere. Solo che, nonostante la sempre apprezzabile <em>pars destruens</em>, si gradirebbe da Berardinelli anche qualche indicazione positiva, un&#8217;apertura in grado di vedere quali possano essere itinerari plausibili ed efficaci. Proprio perché non ha senso, come lui stesso sottolinea, una difesa aprioristica e generale della poesia, sarebbe opportuno sottolineare l&#8217;importanza di alcuni poeti, di alcune scritture poetiche. Berardinelli ne è consapevole quando afferma: “Io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro”<a href="#_ftn3">[3]</a>. Solo che nell&#8217;intero libro di Berardinelli non c&#8217;è neppure un solo esempio concreto di testo poetico in grado di legittimare la persistenza del genere. Quando Berardinelli cita infine libri recenti di autori che gli paiono significativi per la sopravvivenza della poesia, può accadere di rimanere alquanto delusi. Come nel caso di Franco Marcoaldi (<em>Animali in versi</em>, 2006), chiamato in causa in quanto incarnerebbe una nuova forma di (felice) sperimentalismo. Secondo Berardinelli: “Ora gli esperimenti hanno qualcosa di neoclassico, arrivano dopo il vuoto e l&#8217;informe, usano la forma per dare forma a un tema definito e per dare forma a un diverso rapporto con chi legge. La poesia prova a diventare recitabile e leggibile. L&#8217;esperimento è questo”<a href="#_ftn4">[4]</a>. Il neoclassicismo ironico, aggraziato e cantabile di Marcoaldi corrisponde davvero ad un esperimento notevole, che è quello dello svuotamento non solo del tragico, ma dello spessore stesso del mondo? Nessuna opacità, nessuna idiozia sembra far fronte alla voce del poeta, che tutto maneggia con disinvoltura, sicura di una propria saggezza salottiera. Le cose sono guardate a debita distanza, ben filtrate da buone letture che ne cancellano ogni asprezza. Da dove Marcoaldi cavi questa saggezza di corto respiro, ma paga di sé, scandita con rime facili e compiaciuta del proprio vocabolario misurato, risulta difficile da capire. È ancora credibile il mondo visto da un salotto, anche se dall&#8217;arredo sobrio, ordinato, con tante suppellettili di buon gusto, senza mai tracce di manici incollati, di chiazze nel muro, di crepe nei vetri? La leggibilità di Marcoaldi è una parodia di quell&#8217;esigenza di chiarezza tipica dello stile classico. Quale sarebbe infatti il vantaggio di una chiarezza ottenuta senza vera lotta nei confronti dell&#8217;oscurità? Varrà qui la pena di ricordare Ponge, quando scrive a proposito di ciò che rende un autore &#8220;classico&#8221;: &#8220;C&#8217;est un <em>surcroît</em> d&#8217;orgueil qui rend simple, et un redoublement de ténacité ET DE RESSOURCES qui permet de faire d&#8217;obscurité, clarté”<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>La lotta con l&#8217;opacità del mondo è ciò che giustifica la chiarezza classica, non il preventivo svuotamento di ciò che ostacola e ritarda la comprensione delle cose. Ma in Marcoaldi non si percepisce nessuno sforzo, nessun “raddoppio di tenacità e di risorse”, le figure del mondo entrano docili dentro il verso e immediatamente vi depositano la loro perla di saggezza. Ogni episodio sorge  con la sua morale già incorporata: tutto è immediatamente digeribile per l&#8217;intelligenza, anzi subito cantabile, senza penosi indugi meditativi. Citiamo una strofa da <em>L&#8217;isola celeste</em>, libro apparso nel 2000:<em> </em>“Procede la vita come sempre / a noi del tutto indifferente: /perché però soffrirne / e non godere invece / di essere spettatori / del mondo al suo presente?”. Una strofetta così a me sembra plausibile solo sullo sfondo di un alberello a cui impiccarsi o di una montagna di detriti da dopo-bomba, se fossero vecchiardi a pronunciarla, come nel teatro di Beckett. Ma quando essa pretende di venir considerata nella sua immediatezza, per quello che dice e grazie al tono con cui lo dice, mi sembra che l&#8217;esperimento di Marcoaldi nel suo complesso non sia per nulla plausibile. Alla lotta per conquistare una forma, ed eventualmente una chiarezza, si preferisce una sfilata di tante piccole idee, perfettamente digeribili, inoffensive, canticchiate. Dubito che questo neoclassicismo soffice costituisca la via d&#8217;uscita dalle miserie del lirismo nostrano, come invece sembra sostenere Berardinelli. Se l&#8217;alternativa all&#8217;epigonismo neoavanguardista e orfico-oracolare, risulta essere la poesia di Franco Marcoaldi, bisogna allora operare uno spostamento drastico, e considerare esperimenti di ben altro tenore e serietà. Come quello della poesia in prosa. Esperimento, questo, che può davvero ridefinire, assieme ad alcuni presupposti di genere, anche i rapporti tra autore e lettore.</p>
<p><em>3. Dalla poesia in prosa alle arti poetiche</em></p>
<p><em> </em>Come sottolinea Paolo Giovannetti in un suo saggio recente<a href="#_ftn6">[6]</a>, il sintagma più appropriato per parlare di un testo per certi aspetti contiguo al genere “lirica moderna”, eppure non più caratterizzato dalla presenza del verso, è quello di “poesia in prosa” che io stesso ho utilizzato per avviare la presente riflessione. Dobbiamo, però. sgomberare il campo da equivoci. In Italia, infatti, si tende a considerare la poesia in prosa prevalentemente nei termini della “prosa lirica”, ossia di un componimento privo di verso, ma fitto di richiami al genere poetico. In tali casi, l&#8217;organizzazione del testo, per densità di procedimenti retorici, segnala ad ogni passo la sua appartenenza al paradigma lirico. Non è a questo tipo di poesia in prosa che voglio far riferimento. Anche su questo punto le osservazioni di Giovannetti sono molto utili. Egli infatti distingue due strategie testuali prevalenti, che fin dalle origini sono riscontrabili nei “poeti” italiani che abbandonano il verso. In un prima caso, questa scelta non implica un tentativo di scostamento rispetto al paradigma lirico, bensì una diversa modalità di praticarlo e valorizzarlo. Nel secondo caso, il rifermento è all&#8217;esperienza dei <em>poèmes en prose</em> di Baudelaire, che si caratterizzano per una netta discontinuità, sul piano tematico oltre che formale, rispetto all&#8217;armamentario lirico corrente. Scrive Giovannetti:</p>
<p>&#8220;Là, dunque, prevale un progetto lirico positivo, immediatamente riconoscibile nelle sue esplicite ambizioni stilistiche: siano esse di natura sentimentale, siano esse di natura orfica, rondista ovvero – oggi – di natura neoromantica. Qui, viceversa, prevalgono comportamenti che procedono per sottrazione, eludendo il più possibile un modello convenzionale di lirica, rifuggendo da ciò che in un preciso momento storico i più credono di dover reperire in un prodotto poetico. La medesima “forma”, in altri termini, può denunciare un massimo di conformismo ovvero un massimo di intenti polemici verso il senso comune, le attese del pubblico: può essere un modo per sfuggire tout court dai vincoli, dal segnale di letterarietà che il verso porta con sé, ovvero, interpretando un radicale disagio nei confronti delle metriche costituite, può reclamare l’instaurazione di nuovi ritmi, di nuove pronunce (&#8230;).&#8221;<a href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>Quello evidenziato da Giovannetti è un punto fondamentale. Una buona parte degli autori che oggi in Francia e in Italia scelgono di scrivere poesia in prosa lo fanno per un&#8217;<em>insofferenza</em> nei confronti del verso e di ciò che esso implica in termini di automatismi stilistici, lessicali e persino tematici. A volte si constata un vero e proprio “disgusto” del verso, che ovviamente è conseguenza di una necessità di rottura nei confronti delle aspettative del genere nel loro insieme. È evidente che un tale atteggiamento solleva non pochi problemi. La contestazione della poesia potrebbe voler dire, ad esempio, il semplice passaggio a forme di scrittura legate ad altri generi letterari ben codificati, quali la narrativa, il saggio, ecc. Ma ciò implicherebbe l&#8217;abbandono di ogni riferimento alla poesia, e quindi la vanificazione stessa del sintagma “poesia in prosa”.</p>
<p>Per meglio chiarire la questione, è opportuno dare un&#8217;occhiata innanzitutto al panorama francese. In Francia, infatti, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, si assiste non solo alla comparsa di diversi testi in prosa all&#8217;interno di collane di poesia, ma anche alla crescente importanza che gli autori di questi testi acquisiscono nell&#8217;ambiente poetico. È questo il caso di autori quali Olivier Cadiot (1956), Cristophe Tarkos (1964-2004), Nathalie Quintane (1964). Va fatta, però, una premessa. Nessuno di questi tre autori è davvero noto in Italia. E questo è sconsolante, in quanto la conoscenza delle loro opere non solo permetterebbe di capire cos&#8217;è successo d&#8217;importante nella poesia francese degli ultimi vent&#8217;anni, ma di capire anche come in Francia il concetto stesso di poesia si sia notevolmente trasformato. Cadiot, Tarkos e Quintane sono pubblicati da una delle più prestigiose case editrici francesi, P.O.L., che vanta un catalogo ricchissimo, zeppo di autori “difficili” ma anche di gran successo, quali Marie Darrieussecq, Camille Laurens, Martin Winckler, Nicolas Fargues, Emmanuel Carrère. Ebbene, dei tre “poeti” citati non esistono in Italia che pochissime traduzioni. Del primo libro di Cadiot, <em>L&#8217;art poetic’ </em>(1988), esiste un estratto tradotto da Michele Zaffarano, a sua volta poeta, per la piccola casa editrice Arcipelago (<em>David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio</em>, 2005). Anche Tarkos è stato tradotto da Zaffarano ed incluso in una piccola antologia di poesia francese curata da Andrea Raos e me per la rivista “Nuovi Argomenti” (<em>Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità</em>, n° 32, ottobre-dicembre 2005). (Ricordo solo che per aver osato aggiornare l&#8217;ambiente letterario italiano su ciò che avveniva sul fronte della poesia francese in questi anni, proprio Berardinelli si è preso la briga di indirizzare alla redazione di “Nuovi Argomenti” la seguente domanda: “Perché, infine, “Nuovi Argomenti” accetta di mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro?”<a href="#_ftn8">[8]</a> Insomma, Berardinelli suggeriva l&#8217;idea di un protezionismo letterario, se non di vero e proprio embargo di fronte a possibili “cattivi maestri” d&#8217;oltralpe. Il tutto a salvaguardia di quella poesia italiana, di cui per altro – e non sempre ingiustamente – continua a ricordarci le miserie.) Quintane, infine, è stata tradotta da me in un paio di occasioni, per dei siti letterari in rete<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p>I primi libri di questi autori compaiono in Francia nel decennio compreso tra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta. Cadiot pubblica <em>L’art poetic’ </em>nel 1988, Tarkos <em>oui</em> nel 1996 e Quintane <em>Chaussure </em>nel 1997. <em>L</em><em>&#8216;art poetic’ </em>assomiglia ancora ad un libro di poesia, ma non esiste già più organizzazione strofica e metrica degli enunciati; siamo di fronte a procedimenti di frantumazione e montaggio, che possono di primo acchito richiamare esperimenti di tipo avanguardistico. La pagina del primo libro di Cadiot, da un punto di vista grafico, ricorda anche  certe pagine della trilogia zanzottiana, quelle caratterizzate da un massimo grado di atomizzazione linguistica. Ma in Cadiot non agiscono né i presupposti espressivi dell&#8217;avanguardia né quelli critico-lirici di uno Zanzotto. Non si tratta, insomma, di aggredire forme e metri tradizionali, per alludere al caos del mondo al di fuori della pagina. Neppure vi è l&#8217;intento di ritradurre, per vie psicanalitiche, scientifiche o storiche, il vocabolario lirico della tradizione, e l&#8217;esperienza d&#8217;incanto e di sgomento che esso ha codificato nel corso del tempo. Per Cadiot si tratta innanzitutto di mettere in scena il linguaggio, secondo un intento sia plastico (la disposizione grafica) sia musicale (la successione e il ritmo). Solo che questo linguaggio si nutre esclusivamente di citazioni, ossia è costituito da frasi poste a distanza, considerate come materiale inerte, estraneo, quasi inespressivo, che si tratta di rianimare attraverso la nuova partitura. Il serbatoio da cui trarre questi materiali è in gran parte costituito dagli eserciziari e dalle grammatiche per l&#8217;insegnamento della lingua francese. Leggiamo un passo, tradotto da Michele Zaffarano:</p>
<p><strong>(n – 1) </strong></p>
<p>Ci sono più libri in una libreria che in una biblioteca</p>
<p>Ci sono meno alberi in giardino che nel frutteto</p>
<p>C’è molta gente. C’era molta gente</p>
<p>*</p>
<p>Quando ero piccolo, mi alzavo tutte le mattine alle sette</p>
<p>Tempo fa andavamo tutti gli anni in riva al mare</p>
<p>Non era addormentata. Perché non dormiva?</p>
<p>Quanto è largo questo fiume! Quanto è fredda l’acqua!</p>
<p>Che peccato che Lei non possa venire con noi!</p>
<p>Quanto fa caldo qui! Che fumo!</p>
<p>*</p>
<p>È l’albero più alto che io abbia mai visto</p>
<p>È la persona migliore che conosca. Non mi ricordo più il suo nome</p>
<p>A novembre i giorni diventano più corti, e fa sempre più freddo</p>
<p>Era il temporale più violento che io avessi mai visto</p>
<p>C’è qualcuno in giardino. C’è qualcuno in giardino?</p>
<p>Non c’è nessuno. Lei vede qualcuno? Io non vedo nessuno</p>
<p>Lei vede qualcosa? Io non vedo niente. Non vedo niente di niente<a href="#_ftn10">[10]</a></p>
<p>Si tratta di un patrimonio di frasi a tasso di espressività tendente alla zero, il regno dell&#8217;ordinario e del banale, quella fantomatica lingua standard da cui ogni modulazione stilistica si allontana. Ma Cadiot lavora anche a partire dagli stereotipi, dai <em>cliché</em>, da ogni tipo di automatismo linguistico – che siano le frasi fatte di tipo giornalistico o le filastrocche infantili. In ogni caso, egli trae il suo materiale da tutto ciò che è escluso dalla lingua letteraria, da quella lingua già elaborata e sublimata secondo un intento stilistico o un codice di genere. Come lui stesso afferma: “C’est en utilisant des exemples de grammaire que ça a été le plus simple. Loin de la littérature, ces petits bouts de langue morte étaient de l’énergie pure”<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p>Cadiot tende ad utilizzare il genere poetico come pretesto, per una strategia letteraria di più vasta portata, in grado di attraversare altri generi, quali il romanzo, il teatro e la stessa scrittura cinematografica. Il titolo del suo primo libro, infatti, suona antifrastico ed ironico: alla galleria di precetti, alla panoplia di figure e formule ricercate subentrano “piccoli pezzi di lingua morta”, residui linguistici espulsi dal laboratorio dello stile e dell&#8217;espressione individuale. Le frasi di un manuale di grammatica incarnano l’apoteosi della banalità. Ma la scommessa di Cadiot diventa proprio quella di utilizzare un materiale linguistico pregiudizialmente considerato come piatto e privo di ogni interesse, per far emergere da esso lampi di comicità, lirismo e stupore metafisico. (La profondità è nella superficie. Esibire un gioco linguistico, diceva Wittgenstein, significa indicare una forma di vita. E una forma di vita non ha fondamento che in se stessa.)</p>
<p>D&#8217;altra parte, Cadiot è del tutto consapevole della distanza che lo separa dallo statuto del poeta e dalle persistenti mitologie che si accompagnano ad esso. Con Pierre Alferi, altra figura eclettica di scrittore-artista, Cadiot fonda nel 1995 la <em>Revue de littérature générale</em>, che propone un campione di diverse “arti poetiche” considerate in un’ottica di sperimentazione non avanguardistica. Si tratta, in sintesi, di una riflessione teorica che si accompagna ad una serie di proposte concrete. Il fulcro della questione consiste in uno spostamento dell’attenzione dagli spettri dell’esperienza e della voce autentica ai solidi e umili <em>procedimenti</em>. (Il primo numero ha infatti come titolo “la meccanica lirica”.) Ciò significa esautorare il poeta da privilegi che riguardano il modo di percepire la realtà (sospetto nei confronti della sensibilità, dei vissuti, di tutti i materiali “psichici” che dovrebbero circoscrivere una zona franca nei confronti della banalità e degli stereotipi). Se questi privilegi non esistono e non esistono zone franche, sussistono però dei procedimenti, delle tecniche più o meno efficaci a seconda dei contesti in cui vengono utilizzate, e queste tecniche ci permettono di transitare costantemente dal banale all’eccezionale, dallo stereotipo alla singolarità, dal comico al sublime, dal casuale al necessario. La poesia non è un genere costruito su di un nucleo di valori che si oppone a tutto ciò che attraversa la lingua comune, o imperversa nello spazio della comunicazione sociale e tecnologica, ma è un meccanismo che sorprende costantemente ogni attribuzione di valore (senso/non senso, rarità/frequenza, serialità/unicità, idiozia/intelligenza, ecc.).</p>
<p>Possiamo ridefinire il problema di Cadiot in questi termini: inutile assegnare al poeta un compito, e ai sui testi una funzione precisa, quasi che egli custodisse un’esperienza del linguaggio incontaminata dal non-senso oppure, secondo le tesi avanguardistiche, un’esperienza del linguaggio potenzialmente rivoluzionaria. Chi si presenta come poeta possiede un’arte del linguaggio, e quest’arte gli permette di disporre di un’ampia gamma di procedimenti, che vanno ben al di là delle dicotomie che in Italia sembrano occupare l&#8217;intera gamma delle opzioni possibili: forme chiuse-verso libero, poesia lirica-poesia narrativa, neoavanguardia-neoorfismo. Il modernismo e le avanguardie hanno lasciato in eredità agli autori contemporanei una pluralità di tecniche che vanno dalla parodia al <em>cut-up</em>, passando per tutte le forme di sconfinamento inerenti alla poesia visiva, sonora, seriale, ecc. A ciò si aggiunge la stratificata esperienza che va dalle arti plastiche sino all&#8217;arte concettuale. La formula “arti poetiche”, allora, piuttosto che designare precisi confini di genere, rinvia a un crocevia di procedimenti, a un&#8217;ampia eredità di tecniche e riflessioni che riguardano innanzitutto il rapporto con la lingua, sia quella d&#8217;uso comune che quella letteraria. In questa prospettiva, la prosa viene privilegiata, in quanto – come già notava Ponge – essa favorisce quel lavoro per “<em>désaffubler </em>périodiquement la poèsie”. L&#8217;abbandono del verso significa, allora, non solo la rinuncia a tutta una serie di automatismi stilistici e lessicali, ma anche il rifiuto di una più generale “mitologia” della lingua poetica che esso istituisce.</p>
<p>Dal canto suo, Cadiot ha sviluppato, coerentemente con il suo libro d&#8217;esordio, una predilezione per il riuso dello stereotipo. Ma si è spostato sempre di più sul terreno di quel genere letterario – il romanzo – che è il grande serbatoio degli stereotipi, sia popolari sia elitari, provenienti dalle forme più diffuse di narrazione non solo scritta, ma anche televisiva, cinematografica, fumettistica. Libri come <em>Le Colonel de Zouaves </em>(1997) o <em>Fairy Queen</em> (2002) si presentano ormai con la dicitura romanzo e sono suddivisi in capitoli, costituiti a loro volta da blocchi di prosa. In essi, però, predomina il collage parodico, che li avvicina a certe operazioni realizzate in Italia da Alberto Arbasino in testi di difficile collocazione come <em>Super-Eliogabalo</em> (Einaudi 1969 e 1978). In effetti, i libri di Cadiot sono costruiti con procedimenti simili a quelli esposti da Arbasino nella nota del 1978 a <em>Super-Eliogabalo</em> e riguardanti anche <em>La bella di Lodi</em>, <em>Specchio delle mie brame</em> e <em>Il principe costante</em>: “tutti ugualmente strutturati non in capitoli di tipo narrativo, legati in qualche modo dalla ‘continuity” di un racconto, bensì in «frammenti mobili» isolati e compiuti in sé, come piccole rappresentazioni (sketches, cartoons, cataloghi) prevalentemente visive e disponibili secondo un diverso ordine di successione”. Gli esiti di Cadiot, poi, sono spesso più convincenti di quelli dello stesso Arbasino, per certi versi troppo programmatico e documentario. La satira di costume che tanta parte ha in Arbasino, e che è destinata a repentini “invecchiamenti”, occupa una funzione secondaria in Cadiot. Quest&#8217;ultimo predilige la fantasmagoria da immaginario cinematografico, l’accelerazione comica, il montaggio straniante, gli inserti lirici, che producono grande godimento nel lettore e, nel medesimo tempo, una demistificazione costante dei <em>cliché</em> narrativi e ideologici più ricorrenti.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> In Simone Giusti, <em>La congiura stabilita. Dialoghi e comparazioni tra ottocento e novecento</em>, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 13-28.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a><em> Ivi, p. 22.</em></p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Alfonso Berardinelli, <em>Poesia non poesia</em>, Torino, Einaudi, 2008, p. 30.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a><em> Ivi, p. 23.</em></p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Francis Ponge, <em>Pour un Malherbe</em>, Paris, Gallimard, 1965, p. 285.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> “In Italia non si parla, o si parla pochissimo, di poesia in prosa. Non solo non esistono studi di ampio respiro sull’argomento, a differenza di ciò che avviene nelle principali culture occidentali, ma è addirittura quasi <em>impronunciabile </em>il sintagma che correttamente nomina il genere, “poesia in prosa”, appunto. Cui vengono preferite altre designazioni: o più vaghe, quali “prosa lirica”, “prosa poetica”, “prosa d’arte”; ovvero sostanzialmente scorrette e fuorvianti, come “elzeviro”, “capitolo”, “pesce rosso”; oppure, ancora, pertinenti sì ma solo in relazione a una parte, pur cospicua, del fenomeno, come per esempio “frammento” (in senso vociano). Peggio: l’etichetta con cui si cerca più spesso di ottenere la massima approssimazione concettuale al denotato baudelairiano, vale a dire “(piccolo) poema in prosa”, “poemetto in prosa”, sconta una deplorevole asimmetria semantica rispetto alla lingua d’origine. Come tutti sanno, il francese <em>poème </em>significa “componimento poetico (indifferentemente breve o lungo)”, laddove l’italiano “poema” ha tradizionalmente8 il valore di “componimento poetico lungo”.Paolo Giovannetti, <em>Dalla poesia in prosa al rap</em>, Novara, Interlinea, 2008, pp. 21-22.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a><em> Ivi, pp. 32-33.</em></p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> Alfonso Berardinelli, <em>Divagazioni cartacee di fine anno</em>, “<em>Il Foglio” del 29/12/2005, p. 2.</em></p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> “Da <em>Formatura</em>”, nella rubrica <em>dispatrio</em> in “Nazione Indiana” (<a href="http://www.nazioneindiana.c/">www.nazioneindiana.c</a><a href="../2008/01/11/da-formatura/">om/2008/01/11/da-formatura/</a>) e in “L&#8217;Ulisse”, n° 10 aprile 2008 (<a href="http://www.lietocolle.info/it/l_ulisse.html">www.lietocolle.info/it/l_ulisse.html</a>).</p>
<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> Olivier Cadiot, <em>L’art poétic’, Paris, P.O.L., 1988. </em><em>Traduzione di Michele Zaffarano</em> per il sito: <em>gammm.org</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> Olivier Cadiot, “Java”, n°13, POL, giugno 1995, p.61.</p>
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		<title>Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento (2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 07:30:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Presento qui un intervento apparso su &#8220;Poesia 2007-2008. Annuario&#8221; a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda. L&#8217;ho diviso in tre parti. Nella <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/passi-nella-poesia-francese-contemporanea-resoconto-di-un-attraversamento-1/">prima parte</a>, sopratutto documentaria, si guarda alla ricezione in Francia della poesia italiana contemporanea e si documenta un dialogo particolare, di un gruppo di amici poeti e traduttori, con una certa poesia francese. Questa seconda parte è dedicata ad alcuni sviluppi della poesia francese recente, riconducibile alle esperienze di Ponge, Beckett e Perec. Nell&#8217;ultima parte, presento il commento critico di Febbraro al mio saggio e la mia breve replica.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em><br />
4. Ponge, Beckett e la questione dei generi</em></p>
<p>Ho citato in precedenza una serie di autori francesi che alcuni poeti giovani stanno traducendo in questi anni in italiano o che, comunque, costituiscono un punto di riferimento importante per il loro percorso poetico. Ora mi soffermerò in modo particolare su alcuni di essi, cercando di mostrare quali aspetti della loro scrittura possono risultare per noi degni d’interesse. Per prima cosa, però, vorrei fare il punto sullo stato della nostra conoscenza della poesia francese contemporanea. Mi accontenterò di utilizzare il questionario che proprio «Po&#038;sie» ha sottoposto ai poeti italiani viventi, laddove si indaga dei loro rapporti con la poesia francese. Se escludiamo i riferimenti ai padri della lirica moderna francese del XIX secolo, i nomi che ritornano più spesso sono Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet, e più raramente o una volta sola Noël, Maulpoix, Bosquet, Deguy, Guillevic, Alferi, Du Bouchet. Tranne gli ultimi tre, tutti gli altri autori sono stati più volte tradotti e pubblicati in volume in Italia. Questo significa, però, che l’attuale panorama della poesia francese visto dai poeti italiani è perlomeno fossilizzato: i poeti meno tradotti sono poco conosciuti, e quelli non tradotti, sono quasi del tutto sconosciuti. Anche in questo caso, dobbiamo concludere che o soltanto i poeti viventi oggi tradotti rappresentano la poesia francese, oppure intere zone delle “arti poetiche” francesi sono lasciate in ombra.<br />
<span id="more-16397"></span><br />
Per illuminare alcuni di questi paesaggi, dobbiamo tornare a <strong>Ponge</strong> e ripartire da lui. Ponge è senz’altro conosciuto in Italia, ma in definitiva è stato tradotto poco. E quanto esiste non è minimamente proporzionale alla sua importanza nella poesia francese del secolo scorso, importanza che non ha fatto che crescere dalla sua morte, avvenuta nel 1988. (In Italia, <em>Vita del testo,</em> un’edizione curata da Bigongiari per Lo Specchio e apparsa nel 1971, è ormai introvabile. Rimane disponibile solo l’edizione einaudiana del<em> Partito preso delle cose</em> a cura di Jacqueline Risset del 1979. E per gli amatori, due testi pubblicati per le Edizioni l’Obliquo, in una sessantina di esemplari: <em>Testo sull’elettricità</em> nel 1997 e <em>Il sole in abisso</em> nel 2003).</p>
<p>	Non è mia intenzione presentare in poche righe una figura come Ponge, che ha attraversato l’intero XX secolo, accostandosi alle esperienze artistiche e politiche più decisive, ma conservando sempre un’indipendenza estrema di percorso e pensiero. Da Braque ai surrealisti, dalla rivista «Tel Quel» di Sollers negli anni Sessanta a «TXT» di Christian Prigent all’inizio degli anni Settanta, Ponge è presente, ma sempre come interlocutore curioso e critico, pronto immediatamente a fare un passo indietro, o a denunciare esplicitamente ogni tipo di dogmatismo intellettuale ed estetico. Ovunque c’è un’esigenza risoluta di mettere in questione forme ed idee ereditate, Ponge si affaccia, ma pronto a ritrarsi appena le posizioni s’irrigidiscono e acquistano il carattere indiscutibile delle credenze religiose. Non esiste in lui un pregiudizio nei confronti delle avanguardie e delle correnti che ad esse si rifanno. Delle avanguardie Ponge condivide il rifiuto della tradizione letteraria con il suo corredo di convenzioni sedimentate. Ma in modo altrettanto radicale rifiuta quel tipo di costruzione dottrinaria, che le avanguardie usano per garantire la loro prassi artistica, che per Ponge rimane sempre <em>non garantita</em>. Tanto meno Ponge può sopportare ogni volontaristico rinvio ad un uomo nuovo, ad un mondo liberato e utopico. Questo fa di lui una figura intellettuale anomala, difficilmente collocabile tra le posizioni canoniche del conservatore e del progressista.</p>
<p>	Per la sua visione telescopica delle civiltà umane, coinvolte in una successione di cicli che comportano sempre tre fasi – sperimentazione e innovazione, cristallizzazione dogmatica, decadenza e dissoluzione – Ponge potrebbe essere avvicinato a <strong>Robert Musil</strong>. Per altri aspetti, considerando l’operazione di decentramento che egli fa dell’essere umano, subordinandolo al mondo naturale e alla sua impenetrabile estraneità, Ponge ricorda <strong>Leopardi</strong>. Da queste premesse, consegue anche una certa idea del poeta, ben espressa in questo passo di <em>Il mondo muto è la nostra sola patria</em> (1952):</p>
<p>I poeti non devono in nessun modo occuparsi delle loro relazioni umane, ma di sprofondare nel trentaseiesimo piano al di sotto. La società, d’altronde, s’incarica bene di metterveli, e l’amore delle cose ve li tiene; sono gli ambasciatori del mondo muto. Come tali, balbettano, mormorano, sprofondano nella notte del logos – fino a quando infine si ritrovano a livello delle RADICI, dove si confondono le cose e le formulazioni. (1</p>
<p>Il riferimento al “balbettio” e alla “notte del logos” richiama un nostro poeta, <strong>Andrea Zanzotto</strong>. E molti tratti si potrebbero tirare, per condurre dall’uno all’altro e viceversa. Qui mi concentrerò su un elemento di somiglianza-dissomiglianza. In una nota di <em>Fosfen</em>i (1983), secondo volume della “pseudotrilogia” iniziata con<em> Galateo in bosco</em>, troviamo un’indicazione relativa al termine “Logos”, che ritorna negli ultimi tre componimenti del libro. Scrive l’autore: «Logos: sempre più rimpicciolito , arriva a miniaturizzarsi in alquanto bisbetica indicazione del logaritmo. E con questo valore investe poi nomi, situazioni, sensazioni, li escava o li aggancia». Il logos funge qui da strumento elementare di calcolo, calcolo appunto degli elementi, quelli primi, del paesaggio e dell’umano. Ma esso viene evocato anche in questi termini, nella seconda parte di <em>Tavoli, giornali, alba pratalia</em>, «– come al gettare amo e filo nella neve». Il logos è la pronuncia ridotta e sminuzzata del poeta, che tenta di cucire insieme tutti i più disparati oggetti ed esseri che costituiscono il paesaggio. E affinché ci sia cattura, il logos deve essere indebolito, spogliato di ogni eloquenza, stratificazione concettuale e compattezza sintattica. È riscontrabile in questo atteggiamento un’eco precisa della “notte del logos” di Ponge, con il suo carattere di lingua di “rasoterra” e di “scavo”.</p>
<p>Vi è però una differenza tra Zanzotto e Ponge. Il primo aspira sempre alla totalità, di cui il paesaggio è figura paradigmatica. Una totalità in cui siano compresenti il sublime naturale e la stratificazione storico-culturale. Ma una totalità, anche, in cui cerca di raggrumarsi un io disperso e frantumato, che come un’ombra risorge ad ogni accostamento verso le cose. Proprio in <em>Fosfeni</em>, poi, se ha ragione Fernando Bandini, «logos e natura sembrano associarsi in un patto di lieta alleanza»(2), a confermare l’aspirazione di Zanzotto alla ricostituzione di un’unità tra io e mondo, in cui tutto sia inglobato come per un ricominciamento, per un nuovo avvio.</p>
<p>In Ponge quest’aspirazione alla totalità, al paesaggio come figura unificante di natura e cultura, di io e mondo, non esiste. Essa rappresenta, probabilmente, il portato dell’iniziale ermetismo di Zanzotto, e dell’ingrediente platonico insito in quell’ermetismo. Il materialismo radicale di Ponge non può realizzarsi, in termini poetici, che attraverso delle <em>prese parziali</em>, ma non dello stesso oggetto, come se si trattasse di un itinerario asintotico, in cui la successione di espressioni imperfette finirà per condurre all’espressione compiuta e definitiva. Ciò che interessa a Ponge è semmai il corpo a corpo tra l’espressione e l’oggetto, il gioco di sostituzioni, permutazioni e varianti, le avanzate e i ripiegamenti tattici, le esplorazione preliminari, insomma tutto il lavoro di laboratorio che conduce a un momentaneo compromesso tra poeta e mondo, ossia alla versione definitiva di un testo. Nell’intervento citato, Ponge dice che la poesia «è ciò che non si dà come poesia. È nelle minute accanite di qualche maniaco della nuova stretta». Ed in effetti in Ponge, ad un certo punto, ogni distinzione tra testo e avantesto, scritto preparatorio e versione definitiva, appunti e componimento, viene ad essere cancellata.</p>
<p>Vi è un unico gesto espressivo, che costantemente si rinnova, ma non inseguendo la chimera della totalità, bensì investendo ogni volta un settore determinato e molto circoscritto della realtà (un oggetto d’uso comune, un animale, un minerale). Ma il lavoro di Ponge non si riduce ad una sorta di esercizio dell’attenzione, capace di immergersi nell’oggetto con sguardo innocente. L’innocenza dello sguardo è ottenuta solo attraverso una dissoluzione dello schermo linguistico e culturale, che si è già da sempre frapposto tra l’oggetto e noi. Così si esprime Ponge, in <em>My creative method (1947-1948)</em>:</p>
<p>Per quale ragione le definizioni dei dizionari ci appaiono così penosamente carenti di concretezza, e le descrizioni (dei romanzi o delle poesie, ad esempio) così incomplete (o, al contrario, troppo particolareggiate e dettagliate), così arbitrarie, così casuali? Non si potrebbe immaginare un tipo di scritti (nuovi) che, situandosi quasi tra i due generi (definizione e descrizione), mutuerebbe dal primo la sua infallibilità, la sua indubitabilità, anche la sua brevità, dal secondo il suo rispetto per l’aspetto sensoriale delle cose…(3)</p>
<p>Qui emerge quella lotta costante nei confronti della lingua letteraria ereditata, che situa Ponge in una posizione remota nei confronti dell’atteggiamento prevalente tra i poeti italiani. Questi ultimi, diciamo un buon numero di essi, sono tesi costantemente a un esercizio di assimilazione-invenzione dell’eredità poetica concepita nel modo più ampio (dal XIII secolo in poi). Sappiamo che un tale atteggiamento si manifesta sia presso autori volti alla restaurazione di ordini perduti sia presso autori legati direttamente o indirettamente all’esperienza della neoavanguardia. Ancora oggi sembra che un richiamo più o meno diretto a un illustre e grande predecessore sia una prerogativa obbligata per chi voglia scrivere poesia in Italia. La corporazione, e i critici per primi, hanno visto con grande favore il ritorno di forme chiuse, secondo le più varie logiche del riutilizzo parodico o serio. Il neometricismo emerso durante gli anni Novanta ha potuto assicurare gli addetti ai lavori che, a fronte di tanta poesia amatoriale, e alla tremenda monotonia di certo verso libero, era possibile tracciare un confine netto, basandosi su competenze tecniche. Poeti qualificati («Sanno fare i sonetti, e pure “aggiornati”, “pop” o “sperimentali”!»), da un lato, e poeti non qualificati, dall’altro («Poco citazionismo, riutilizzo degli istituti metrici scarso»).</p>
<p>In Francia, Ponge ha indicato ai poeti venuti dopo di lui, e specialmente a quelli emersi negli anni Novanta, tutt’altra strada. Egli ha mostrato che il modo migliore per liberare l’espressione dai tranelli della lingua letteraria era quello di assumere la prosa come dimensione fondamentale della propria scrittura. Non c’è in questo senso nessun tentennamento o gradualismo da parte di Ponge, nessun travaso minuzioso della prosa nel verso, come nel caso da noi di un <strong>Sereni</strong>, ma neppure il romanzo in versi, o la prosa d’arte. Lo schema è definito dai due poli individuati in <em>My creative method</em>: definizioni e descrizioni. Il primo elemento funge da vincolo tematico, e possiede un aspetto spersonalizzante. Può ricordare, per certi versi, le costrizioni formali che si imponevano scrittori come George Perec, e in genere i membri dell’OULIPO. La “definizione” mette fuori gioco la “biografia” del soggetto, le sue fissazioni e la sua storia. La “descrizione”, invece, sollecita la sua singolarità, in quanto soggetto percettivo che risponde all’incontro con una particolare porzione di mondo. Insomma, non si narra, non si esprimono i propri interiori stati d’animo, non si ordinano riflessioni e ricordi attraverso la cadenza regolare del verso; si danno in compenso resoconti di esplorazioni nei confronti di oggetti spesso banali (il sapone, la brocca, il fico secco, ecc.), in una prosa dimessa e precisa che sembra oscillare tra insignificanza e fantasmagoria. (In un saggio intitolato <em>Per una critica telescopica: lirica moderna e sfondi antropologici</em>, apparso sulla rivista «Incroci», n. 16, luglio-dicembre 2007, ho cercato di riflettere su quella che costituisce una delle modalità fondamentali del genere lirico, ossia l’articolazione tra l’estraneità del mondo e la singolarità del soggetto che lo percepisce. La lirica moderna non ha come unico scenario l’interiorità, pur intesa nelle sue più diverse accezioni: sentimentali, espressioniste, inconsce, profetiche, ecc. Essa, e Ponge ne è una delle principali dimostrazioni, apre la strada anche a un’esperienza della radicale anteriorità del mondo alla mente, e dell’impenetrabilità di quello rispetto agli strumenti conoscitivi di questa. E tutto ciò in una logica che non è quella della riflessione e della scrittura filosofica).</p>
<p>Un brano di un altro autore italiano può aiutarci a comprendere ulteriormente questo nesso tra dimensione poetica e descrizione. Alludo a un saggio di <strong>Giorgio Caproni</strong> quasi contemporaneo alla stesura di<em> My creative method</em>. Si tratta de <em>Il quadrato della verità</em> (1947). Caproni dice:</p>
<p>la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa). […] Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella che è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili.(4)</p>
<p>La scelta della prosa, dunque, nasce dall’idea di non facilitare in alcun modo l’impresa poetica <em>impossibile</em> (la descrizione) attraverso l’uso di forme (il verso, la narrazione) che portano inevitabilmente con sé degli stereotipi figurativi e lessicali, così come degli automatismi retorici. Descrivendo il mondo, il poeta combatte con la lingua, ma non nel senso che lotta per un’espressione autentica di sé (la traduzione di un suo vissuto), ma nel senso che si trova in una posizione di <em>doppia esteriorità</em>, rispetto all’oggetto <em>che</em> descrive e rispetto all’oggetto<em> con cui</em> descrive, ossia le parole. Questo è un punto fondamentale per capire Ponge e anche lo scarto che lo separa da una concezione del lavoro poetico largamente condivisa nell’universo della poesia italiana. La lingua letteraria, e in particolar modo quella poetica, con le sue figure di stile e le sue forme metriche, costituisce da noi un passaggio obbligato per rompere gli automatismi insiti nel linguaggio ordinario. L’immagine che sempre ricorre, tra critici e poeti, è quella dell’uso comune, comunicativo, e oggi mediatico, che fossilizza il linguaggio, lo impoverisce, ecc. Per guarire il linguaggio, ritrovare la sua forza espressiva, la sua intimità con il mondo o i nostri vissuti, è necessario distanziarlo attraverso il “macchinario lirico” (metri e retorica). Questa è la dottrina più in voga, alla quale si aggiunge una clausola restrittiva: “macchinario lirico” sì, ma senza abusarne. Altrimenti si casca nel “poetese”, quel gergo della poesia contro cui Berardinelli, tra gli altri, ha lanciato e a ragione tanti strali.</p>
<p>Per Ponge, il “macchinario lirico” è una trappola, o una cura inefficace. Da qui il suo slogan: bisogna periodicamente <em>désaffubler</em> la poesia, ossia spogliarla di tutto il suo corredo ornamentale. Ma questo atteggiamento non deve essere minimamente confuso con quell’esasperante e noioso gioco, che consiste nell’installarsi pienamente nel macchinario lirico, per irriderlo, dissacrarlo, mostrarne la vanità, <em>dall’interno</em>. Penso a quel tipo di contorcimenti di cui, almeno da trent’anni, un <strong>Sanguineti</strong> ci ha abituati, e che molti suoi nipotini, consapevoli o meno, ripropongono. Si tratta, invece, di ridefinire l’espressione poetica, giocando di volta in volta l’uso ordinario del linguaggio (il ricorso ai dizionari) contro la lingua poetica (il lessico selettivo e le figure), e vice versa, senza limitarsi ad un inseguimento unilaterale del parlato e della narratività, ma neppure ignorando la ricchezza delle convenzioni linguistiche esistenti.</p>
<p>Per compiere fino in fondo questa ridefinizione della lingua poetica, Ponge è costretto a portare avanti un ben più ambizioso progetto: ridefinire il genere stesso. Non basta indicare un generico versante prosastico della poesia, è necessario articolarlo secondo un doppio binario, tematico e formale. Inventare individualmente una convenzione, che è poi un paradosso. Ma è proprio muovendo da questo paradosso, che si coglie la portata più ampia del percorso di Ponge. Non siamo, infatti, di fronte all’ennesima celebrazione (teoricamente nebulosa) dell’indistinzione o del superamento dei generi. Ponge come <strong>Beckett</strong>, un altro grande innovatore della letteratura del Novecento, è in realtà un moltiplicatore di generi. Egli raccoglie i suoi testi sotto categorie del tutto inedite:<em> proêmes, conceptacle, sapate, momon</em>. Ciò spiega anche l’esigenza di Ponge di nutrire costantemente l’opera con la riflessione sull’opera, secondo un procedimento dell’avanzare a tastoni, per ipotesi ed esperienze provvisorie che non poggiano mai sui punti fermi della convenzione letteraria. Questo <em>modus operandi</em> lo ritroviamo anche in Beckett, e specialmente in seguito all’adozione del francese nell’immediato secondo dopoguerra. Come ha notato Bruno Clémént, uno dei suoi più attenti critici francesi, neppure la scrittura di Beckett annuncia la scomparsa dei generi, ma la loro sapiente e originale riarticolazione. Ecco allora titoli che fungono da definizioni di genere o definizioni di genere che accompagnano titoli: <em>textes pour rien, dramaticules, pochades, foirades, mirlitonnades</em>… E in Beckett, come in Ponge, la poetica è già sempre inscritta nell’opera, motivo per cui entrambi gli autori non si sono consacrati ad un’attività critica separata e parallela (se si eccettuano i saggi giovanili di Beckett).</p>
<p>È certo che, in Ponge come in Beckett, non ci troviamo di fronte a dei generi davvero nuovi (alla creazione individuale di una convenzione collettiva), ma entrambi impongono al lettore un nuovo tipo di tensione tra le sue aspettative e le regole di lettura implicite sia nella singola opera che nell’intero <em>corpus</em>. Leggendo quello che si presenta a lui come “letteratura” (poesia o romanzo), il lettore è portato anche ad apprendere progressivamente che cosa l’autore intenda con tale termine. Siamo, per certi versi, in una continuazione coerente e radicale del progetto artistico della modernità: perché si possa parlare di “originalità” dell’autore, di individualismo pienamente realizzato, bisogna abbandonare l’ossessione dello <em>stile personale</em> per giungere al tentativo individuale di ridefinire la prassi letteraria in quanto tale. Conta poco poi che i generi di Ponge come quelli di Beckett siano a metà immaginari ed operino da pseudo-convenzioni; essi costituiscono soglie della loro opera, che fungono già da spazi<em> interni </em>ad essa. Chi comincia con accettarne le premesse, è già catturato dal gioco di seduzione delle conseguenze.</p>
<p>Se Ponge e Beckett inaugurano un rapporto nuovo con i generi, che si distingue sia dall’assimilazione automatica sia dalla restaurazione delle forme desuete sia dalla negazione avanguardistica, gli scrittori che vengono dopo, come <strong>Perec</strong> a partire dagli anni Sessanta e <strong>Antoine Volodine</strong> oggi, danno ormai per acquisita questa libertà d’azione. Essi muovono dall’esigenza di subordinare il codice di genere all’oggetto specifico dell’espressione. Questo oggetto può porsi nell’ambito di ciò che è “definibile-descrivibile” (Ponge) o in quello di ciò che è “immaginabile-costruibile” (Beckett), ma in ogni caso l’esito del percorso espressivo sarà un tipo di libro difficilmente riconducibile ad un genere già esistente. Un simile atteggiamento non è, però, assimilabile a un atteggiamento diffuso in anni recenti, specie nell’ambito della narrativa: intendo il gusto “post-moderno” per l’<em>ibridazione</em> dei generi, che si ottiene semplicemente sovrapponendo codici di generi già esistenti, in modo da creare narrazioni che, per esempio, siano contemporaneamente poliziesche, storiche e gotiche. Qui non vi è nessuna interrogazione critica della convenzione, ma semmai convenzione al cubo.</p>
<p>Libri come <em>Espèces d’espaces</em> (1974) o <em>Tentative d’épuisement d’un lieu parisien</em> (1975) di Georges Perec non sono costruiti secondo aprioristici precetti letterari, ma a partire da esigenze conoscitive ed espressive specifiche. Introducendo <em>Tentative</em>, che appartiene al filone delle “descrizioni” di Ponge, Perec spiega su che cosa concentrerà i suoi sforzi:</p>
<p>Un gran numero di queste cose, se non la maggior parte, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o recensite. Il mio proposito nelle pagine seguenti è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò che generalmente non si nota, ciò che non ha importanza: ciò che accade quando non accade niente, se non del tempo, delle persone, delle automobili, delle nuvole.(5)</p>
<p>Di fronte al tipo di testo che Perec realizza in questo libro, tutte le forme di narrazione esistenti (brevi o romanzesche) appaiono inadeguate. Esse richiedono infatti un materiale di eventi ben più “importanti” (significativi), di quelli selezionati dall’autore. Ma la scrittura dei resti, dei residui – da non confondere con la scrittura eliotiana delle rovine – è divenuta oggi un aspetto importante per molti poeti francesi e anche italiani. Si tratta di lavorare sui margini, sui ritagli, sulle scorie di ciò che l’industria dello spettacolo considera come non pertinente, povero, esaurito da un punto di vista dei significati, delle narrazioni possibili, degli investimenti ideologici. Questo interesse è rintracciabile in un poeta non giovane come <strong>Giampiero Neri</strong>, ma si ritrova sopratutto in quell’esplorazione dell’anodino, attraverso dialoghi, iponarrazioni, resoconti telegrafici, di un autore come <strong>Alessandro Broggi</strong> (si leggano i <em>Quaderni aperti</em>, in Nono quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2007). Altro indagatore dei resti è <strong>Gherardo Bortolotti</strong>, che scrive prevalentemente in prosa. Nel caso di Bortolotti si tratta di frammenti numerati di lunghezza variabile, dalla semplice frase alla dozzina di righe. In lui, però, avviene una sorta di rovesciamento: a farsi resto è l’esistenza stessa, con tutte le sue “grandi questioni”, mentre l’automatismo delle abitudini, il tremolìo delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupa interamente il campo (<em>Soluzioni binarie</em>, La Camera Verde, 2007).</p>
<p>Quanto a Volodine, egli inscrive la sua intera opera narrativa non all’interno di uno pseudo-genere ma addirittura di un’intera pseudo-letteratura, il post-esotismo, «una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile» (da<em> Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze</em>, Gallimard, 1998). In Volodine convergono le esperienze degli eteronimi di Pessoa e delle voci “innominabili” di Beckett, così come l’eredità della letteratura distopica del XX secolo. Da qui l’organizzazione di un universo-fantasma di autori, opere e generi. Questi ultimi comprendono: <em>romånce, shaggå, entrevoûtes, narrats</em>. Ognuno di essi è caratterizzato da una serie di criteri tematici e formali. Leggiamo nuovamente in Le post-exotisme: «La distorsione delle voci e la confusione dei nomi reali di coloro che danno e di coloro che prendono la parola è così una caratteristica del romånce» oppure «La dinamica del romånce si articola in una maniera che non potrebbe iscriversi nell’universo romanzesco tradizionale, perché si fonda interamente su una concezione dei contrari dove i contrari si confondono». (Come Danilo Kiš giunse a storicizzare Borges, così Volodine storicizza Beckett e Pessoa. Ed è attraverso queste eredità singolari, che viaggiano ai margini della riproduzione dei codici di genere, che il paradosso delle convenzioni istituite individualmente sfuma: le radicali innovazioni di alcuni autori si cristallizzano gradualmente attraverso il riutilizzo critico che ne fanno, in seguito, altri autori).</p>
<p><em>5. Diramazioni contemporanee</em></p>
<p>La lezione di Ponge e Beckett è stata determinante per tutta una serie di autori che vanno da <strong>Denis Roche</strong>, spalleggiatore dell’impresa neoavanguardista di <em>Tel Quel</em>, ad alcuni poeti emersi soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Cito solo quelli di cui parlerò più approfonditamente:<strong> Liliane Giraudon</strong> (1946), <strong>Olivier Cadiot</strong> (1956),<strong> Cristophe Tarkos</strong> (1964-2004), <strong>Nathalie Quintane</strong> (1964), <strong>Caroline Dubois</strong>,<strong> Éric Suchère</strong> (1967). Di ognuno di questi autori esistono dei testi tradotti in italiano, di cui darò indicazione in appendice all’articolo. I traduttori sono alcuni dei poeti italiani citati in precedenza: Raos per Giraudon, Zaffarano per Cadiot e Tarkos, Sannelli per Suchère, io stesso per Dubois e Quintane.</p>
<p>Il primo libro di Olivier Cadiot, <em>L’art poetic’ </em>(1988), ha avuto un ruolo determinante nel panorama della poesia francese dell’ultimo decennio del secolo scorso. Inoltre, con Pierre Alferi, Cadiot fonda nel 1995 la «Revue de littérature générale», che propone un campione di diverse “arti poetiche” considerate in un’ottica di sperimentazione non avanguardistica. Si tratta, in sintesi, di una riflessione teorica che si accompagna ad una serie di proposte concrete. Il fulcro della questione consiste in uno spostamento dell’attenzione dagli spettri dell’esperienza e della voce autentica ai solidi e umili procedimenti. (Il primo numero ha infatti come titolo “la meccanica lirica”.) Ciò significa esautorare il poeta da privilegi che riguardano il modo di percepire la realtà (sospetto nei confronti della sensibilità, dei vissuti, di tutti i materiali “psichici” che dovrebbero circoscrivere una zona franca nei confronti della banalità e degli stereotipi). Se questi privilegi non esistono e non esistono zone franche, esistono dei procedimenti, delle tecniche, più o meno efficaci a seconda dei contesti in cui vengono utilizzate, e queste tecniche ci permettono di transitare costantemente dal banale all’eccezionale, dallo stereotipo alla singolarità, dal comico al sublime, dal casuale al necessario. La poesia non è un genere costruito su di un nucleo di valori che si oppone a tutto ciò che attraversa la lingua comune, o imperversa nello spazio della comunicazione sociale e tecnologica, ma è un meccanismo che sorprende costantemente ogni attribuzione di valore (senso/non senso, rarità/frequenza, serialità/unicità, idiozia/intelligenza, ecc.).</p>
<p>Possiamo ridefinire il problema di Cadiot in questi termini: inutile assegnare al poeta un compito, e ai sui testi una funzione precisa, quasi che egli custodisse un’esperienza del linguaggio incontaminata dal non-senso oppure, secondo le tesi avanguardistiche, un’esperienza del linguaggio potenzialmente rivoluzionaria. Chi si presenta come poeta possiede un’arte del linguaggio, e quest’arte gli permette di disporre di un’ampia gamma di procedimenti, che vanno ben al di là delle forme chiuse e degli istituti metrici tradizionali. Il modernismo e le avanguardie hanno lasciato in eredità agli autori contemporanei una pluralità di tecniche che vanno dalla parodia al cut-up, passando per tutte le forme di sconfinamento inerenti alla poesia visiva, sonora, seriale, ecc. </p>
<p>L’esigenza di mettere l’accento sui procedimenti piuttosto che sull’esperienza o sulla funzione del poeta, è riscontrabile da noi anche nelle riflessioni teorico-critiche di un poeta come <strong>Marco Giovenale</strong>, oltre che in certi suoi testi. (Si veda in particolare la quinta sezione, <em>Tranne un oggetto</em>, del libro <em>La casa esposta</em> – Le Lettere, 2007 –, in cui scompare definitivamente il verso e si fa sistematico l’uso del montaggio.) Ma vorrei chiarire su questo punto una cosa. Appena si parla di procedimenti, alcuni sostenitori della poesia (quella unica e vera) insorgono a dire che “queste cose sono già state fatte”, come se la questione della forma fosse una volta per tutte risolta e qualsiasi recupero di pratiche minoritarie o divergenti fosse definitivamente sterile. D’altra parte, chi esibisce i procedimenti, rischia costantemente il feticismo, quasi che un buon procedimento garantisse di per sé un esito testuale convincente. Così non è, come hanno dimostrato molti esempi di “avanguardismo sterile”, per riprendere la formula di Volodine. La bontà, l’efficacia e il senso di un procedimento vanno sempre definiti e verificati all’interno dell’opera complessiva di un autore. Ma questo è proprio quello che, in genere, i sostenitori della poesia non fanno: se il procedimento è già stato usato anche una volta sola, allora è screditato per sempre. (Portando alle estreme conseguenze questa logica, il fatto di scrivere utilizzando un metro come l’endecasillabo, che esiste da circa otto secoli, dovrebbe essere considerato la peggiore delle aberrazioni letterarie.)</p>
<p><em>L’art poetic’</em> di Cadiot è incentrata su un’intuizione che è ad un tempo burlesca e filosofica: prendere un eserciziario di grammatica e sfruttare tutta la sua portata comica ed enigmatica, imponendogli un’organizzazione ritmica e versale. Detto in altri termini, e con le parole stesse di Cadiot, bisogna fare in modo che «un esempio di grammatica abbia l’opportunità di diventare “l’autobiografia di ognuno”». L’intento del libro richiama in qualche modo anche il lavoro sui “resti” di Perec: le frasi di un manuale di grammatica dovrebbero incarnare l’apoteosi della banalità. E la scommessa di Cadiot diventa quella di utilizzare un materiale linguistico pregiudizialmente considerato come piatto e privo di ogni interesse, per far emergere da esso lampi di comicità, lirismo e stupore metafisico. (Esibire un gioco linguistico, diceva Wittgenstein, significa indicare una forma di vita. E una forma di vita non ha fondamento che in se stessa).<br />
	Leggiamo Cadiot, nella traduzione che ne ha fatto Zaffarano (<em>David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio</em>, Arcipelago, 2005 – estratto da L’art poetic’):</p>
<p>Io esco dal momento che è bello = Io esco, perché è bello – Io esco: è bello – È bello; allora esco. Come è bello! Io esco. – esci! – Io esco: non è bello?</p>
<p>				Tu avere (Futuro) freddo, e nessuno spirito ti dare (Futuro) pelli per coprirti. – Oh! Bisogna che io affrettarsi (Cong. pres.) a raggiungerti per cantarti delle canzoni</p>
<p>Il caso di Cadiot è esemplare anche per il rapporto ai generi. <em>L’art poetic’</em> esce per P.O.L, presentandosi come un libro di poesia. Ma il genere “poesia” diventa qui un pretesto per far circolare un tipo di prosa che i generi della narrativa tradizionale difficilmente accoglierebbero. Cadiot conosce la poesia, ne conosce storia, limiti, procedimenti, ma non è particolarmente interessato a presentarsi come “poeta”. Egli non s’inventa generi, ma decide di muoversi tra di essi, slittando, a seconda dei diversi libri, dall’uno all’altro. Prevalente in lui è una passione per il collage parodico, che ricorda moltissimo un’operazione come quella svolta da <strong>Alberto Arbasino</strong> in <em>Super-Eliogabalo</em> (Einaudi 1969 e 1978). I successivi libri di Cadiot sono costruiti con procedimenti simili a quelli esposti da Arbasino nella nota del 1978 a Super-Eliogabalo e riguardanti anche <em>La bella di Lodi</em>, <em>Specchio delle mie brame</em> e <em>Il principe costante</em>: «tutti ugualmente strutturati non in capitoli di tipo narrativo, legati in qualche modo dalla ‘continuity’ di un racconto, bensì in “frammenti mobili” isolati e compiuti in sé, come piccole rappresentazioni (sketches, cartoons, cataloghi) prevalentemente visive e disponibili secondo un diverso ordine di successione».</p>
<p>	Cadiot mostra, in Francia, la vitalità di un itinerario che per noi è rimasto confinato ad un periodo e ad un autore specifico, e non ha trovato eredi sufficientemente capaci. Invece in Cadiot, in libri come <em>Futur, ancien, fugitif</em> (1993) o <em>Fairy queen</em> (2002), la fantasmagoria da immaginario cinematografico, l’accelerazione comica, il montaggio straniante, gli inserti lirici producono risultati di grande godimento, che nemmeno il nostro Arbasino, per certi versi troppo programmatico e documentario, ha spesso raggiunto.</p>
<p>	Nathalie Quintane è ancora meno interessata di Cadiot al genere poesia. Anche lei pubblica da P.O.L libri scritti esclusivamente in prosa. Ma come per Cadiot, e in modo più meditato, i modelli narrativi sono attentamente smontati, travisati, esasperati. Quintane è meno briosa e burlesca di Cadiot, e anche meno istintiva. Il passo della sua prosa è più freddo, sospeso, cerebrale, ma costantemente sotteso da un’ironia metafisica, che può sfociare sia in situazioni propriamente comiche sia in visioni estremamente sarcastiche. È difficile dire di cosa parlino i libri della Quintane, perché intrecci e personaggi sono palesemente pretestuosi. Di certo, essi ci spingono a guardare il mondo sotto ottiche del tutto inusuali ed è forse proprio nei suoi effetti sul lettore che la prosa della Quintane è apparentabile alla miglior poesia. Non è un caso, quindi, che il suo pubblico in Francia sia in gran parte quello di una certa poesia e che, lei stessa, partecipi più spesso a letture con poeti che con romanzieri. Inutile dire che, da noi, una scrittrice così troverebbe molto difficilmente degli interlocutori: sia dai poeti sia dai romanzieri sarebbe considerata come un’aliena.</p>
<p>	Se la Quintane, nel suo modo stralunato e nel contempo anatomico, esplora soprattutto il tessuto linguistico del nostro vivere quotidiano, Liliane Giraudon predilige nei suoi testi in prosa una sorta di peregrinazione nei territori dell’inusuale e dell’anomalo. Si può trattare del “diario afgano” di <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> (Inventare / Invention, 2005), del romanzo di fantascienza eterodossa <em>La fiancée de Makhno</em> (P.O.L, 2004) o della serie di scorci narrativi che costituiscono <em>Greffe de spectres</em> (P.O.L, 2005), ma sempre abbiamo scenari di estrema dislocazione geografica e storica, una dislocazione verso zone del mondo e del tempo dove si sono giocate o si giocano partite crudeli e traumatiche. E anche in Giraudon il rapporto con i generi risulta assai ambiguo. La sua esperienza di scrittrice ha fin dall’inizio un orientamento multiforme. Dominante è la scrittura poetica, ma accompagnata da un’intensa attività di traduttrice e romanziere. Ed è senza dubbio la lunga pratica della poesia, che ha permesso alla Giraudon di elaborare dei congegni narrativi molto particolari. In essi colpisce questo incessante alternarsi di modalità distinte: il diario, il reportage, la finzione. Uno sguardo a <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> rende immediatamente evidente questa circolazione di elementi intimi, documentari e immaginari, che si alimentano di continuo l’uno con l’altro. Piuttosto che sforzarsi di separare gli impulsi, di articolare le esperienze attraverso categorie ben distinte, la Giraudon costruisce una mosaico in cui all’invadenza dell’evento attuale, di carattere sociale e politico, non è mai permesso di cancellare la relativa sordità dell’individuo di fronte ad esso. L’individuo, infatti, appare sempre coinvolto in un filo di memorie, affetti e fantasie che divergono dalle circostanze della realtà presente. Ma la forma stessa del diario, per come la concepisce la Giraudon, è idonea a “organizzare” queste divergenze, senza le quali ogni pretesa esperienza si falsificherebbe proprio inseguendo un’ideale di purezza (la purezza della sensazioni e dei sentimenti privati, la purezza del documento o del dato di realtà, la purezza della libera costruzione immaginaria, la purezza inconscia del quaderno dei sogni). Un diario come un reportage non è mai un’occasione di registrazione fedele della realtà, ma neppure un’occasione per raccogliere in via preliminare un materiale grezzo che l’invenzione romanzesca raffinerà. Il lavoro realizzato in un testo come <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> consiste proprio nel comporre dei possibili itinerari attraverso varie dimensioni (il politico, l’intimo, l’onirico, il fantastico) che rifiutano di essere amalgamate ed ordinate gerarchicamente in vista di un’attribuzione di senso specifica. La narrazione non si pone come un percorso compiuto, così come il diario non risponde a nessuna cronologia determinata, ma ogni evento può essere pertinente, nel momento stesso in cui non si pretende di trovare la chiave di lettura per leggere la realtà del proprio io o del mondo. I mosaici in prosa della Giraudon neppure rischiano la tentazione dell’esotismo, magari nella forma oggi dominante dell’estetizzazione dell’orrore. Lo stile da lei scelto rifugge da ogni enfasi, alla ricerca di una lingua precisa, scarna, addirittura cruda. D’altra parte, una certa crudezza della lingua riflette l’asprezza e la crudeltà che ricorrono nelle sue narrazioni, emergendo tanto dai fatti più personali ed affettivi delle biografie quanto da quelli storico-politici, che riguardano intere collettività (guerre, persecuzioni, esodi).</p>
<p>	La strategia di Caroline Dubois è per certi versi diametralmente opposta a quella della Giraudon. In lei, ogni rimando ad un possibile referente, ogni ipotesi di significato, ogni avvisaglia di senso, ordine, gerarchia è sistematicamente eluso. Le sequenze pseudonarrative della Dubois sollecitano la comprensione del lettore, la sua “coazione” interpretativa, solo per esibire l’impossibilità di ogni tipo di riconoscimento, identificazione, giudizio. Viene meno, infatti, ogni richiamo univoco a fatti appartenenti sia all’universo biografico più banale sia a quello storico e collettivo più violento. Rimangono tracce di oggetti e personaggi, fisionomie sfuocate di eventi, che subiscono però un montaggio minuzioso, quasi che da esso fosse possibile trarre uno sviluppo narrativo, una sequenza intelligibile, con tanto di conclusione e valutazioni. I testi simulano, insomma, una continuità narrativa e una coerenza tematica che sono in realtà assenti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione che ricorda quella realizzata da Beckett in libri come<em> L’innommable</em> o i <em>Textes pour rien</em>. Il testo è costruito su slittamenti continui, tali da sollecitare ad ogni passo un’attribuzione di significato, per poi puntualmente negarla. Si tratta di storie che, propriamente, non vogliono significare nulla, ma che sono costruite utilizzando tracce di un ampio materiale figurativo e tematico in grado di suscitare attese. Favole o squarci narrativi che promettono rivelazioni o scioglimenti, e che immancabilmente naufragano nel non senso e nell’indecifrabile.</p>
<p>L’ultimo libro, <em>c’est toi le business </em>(P.O.L, 2005), è costituito da 7 sequenze o serie di testi, ognuna delle quali preceduta da un titolo (<em>talala</em>, <em>on s’embrasse chez les Americains</em>, <em>pose-moi une question difficile</em>, <em>c’est toi le business</em>, <em>touche là touche</em>, <em>Simon Simon</em>, <em>Sweet Potatoe</em>). Ogni serie è costituita da un certo numero di testi e da una loro organizzazione tipografica precisa. Si tratta di testi in prosa, ma tipograficamente organizzati secondo criteri poetici: disposizione del testo per strofe, stesso numero di righe per ogni strofa o per ogni testo della serie, ecc.<em> Simon Simon</em>, ad esempio, è una serie costituita da tredici testi, ciascuno dei quali diviso in due blocchi di righe, con tre righe per blocco. Altri segnali “poetici” in questa serie sono l’assenza di punteggiatura e di maiuscole. Unica eccezione, la maiuscola della parola iniziale del primo blocco e il punto alla fine dell’ultima parola del secondo blocco. È come se questa prosa fosse abitata oltre che dagli spettri del senso, da quelli della poesia (simmetrie, parallelismi, ambiguità sintattiche, tagli versali). Inoltre, ciascuna serie si richiama ad ogni altra, per via di motivi ricorrenti (formule, nomi propri, giochi di parole), rafforzando i rimandi interni, senza per questo accrescere il livello d’intelligibilità dell’insieme. </p>
<p>Della serie che s’intitola <em>pose-moi une question difficile</em> (“ponimi una domanda difficile”), riporto i primi due testi:</p>
<p>Mi chiedo se nel momento in cui si prende il sintomo di un altro l’altro perde il suo sintomo o se l’altro conserva tuttavia il suo sintomo e se in questo caso il sintomo si sdoppia e perché. Perché il sintomo si sdoppia se al di fuori di lui si decide – tra di noi di dividerselo o di scambiarselo o di cederselo o di confidarselo o di darselo o di prestarselo o di rubarselo o di ri o di pre.</p>
<p>Se io prendo il suo sintomo per esempio una tosse lacerante lui conserverà tuttavia la sua tosse lacerante o la sua tosse lacerante lo abbandonerà o sarà per lui un po’ meno lacerante. E se la tosse per lui non è meno lacerante se il sintomo si sdoppia vale la pena di prendere il sintomo dell’altro – vale la pena se la tosse per lui non è meno lacerante.</p>
<p>È evidente, d’altra parte, che per lavori come quello della Dubois il singolo testo acquista una piena funzione solo all’interno dell’intera sequenza, mentre isolatamente appare come un frammento avulso. (Siamo agli antipodi di quella concezione della poesia, che vede nel verso memorabile il punto culminante della scrittura. In questa prosa, la progressione è tutto, considerando che non si tratta di un movimento lineare e cumulativo, ma per scarti continui e ricomposizione delle aspettative).</p>
<p>	Anche per Cristophe Tarkos l’insensatezza, come smarrimento del linguaggio, costituisce una fonte d’ispirazione costante. A differenza della Dubois, però, che opera per sottrazione e sospensione del senso, Tarkos opera per accumulo e moltiplicazione. Ma l’esito è simile. Il non-senso e il delirio aleggiano costantemente sull’enunciato apparentemente più ordinario e banale. Anzi, la scelta di banalizzare il linguaggio, di appiattirlo, è il passo preliminare all’idiozia. Nell’idiozia il linguaggio s’inceppa, ma ciò sembra essere la conseguenza di un’eccessiva semplificazione. Detto altrimenti, l’idiozia in Tarkos è un delirio di tipo sintattico e grammaticale, e non semantico. Nessuna eco di Rimbaud, di surrealismo, di Michaux. Nessun esotismo psichico. Siamo di fronte a una sorta di balbuzie minimalistica, che si sviluppa per permutazione e variazione ossessiva a partire da frasi semplici.<br />
	Si legga questo brano tratto da <em>Anachronisme</em> (P.O.L, 2001), nella traduzione di Michele Zaffarano:</p>
<p>La realtà non inventa nulla, sono io che invento tutto, sono io che devo inventare tutto, lei non sa fare nulla, sono io che devo farle tutto, lei è molle, faccio tutto io, mi devo far carico di lei, quello che sa fare, ma non fa nulla, non sa fare nulla, si lascia andare, sono obbligato a ripercorrerla, a riprenderla, a riempirla, a rimetterla in piedi, a inventare, a scoprire le sue leggi, a creare le sue leggi di sana pianta, lei non è capace di siglare la più piccola delle sue leggi, di creare da sola il più piccolo aspetto, il più piccolo rilievo, il minimo suono, sono obbligato ad articolarla tutta, lei è completamente inarticolata, molle, invertebrata, scivolosa, stupida, non ha inventiva, sono obbligato a fare il collegamento, lei non collega, resta ebete, e molle, e stupida, segna, non sa segnare, sono obbligato a segnare tutto, lei non produce nulla, scivola, non si mette a dire, non sa dire nulla, mi metto io a dire tutto, io a ripetere, io a formare, io a costruire, io a dire, io a modulare, io a farla piegare, lei non si piega, non inventa, non ha inventiva, non è estranea, non sa cosa sia l’estraneità, bisogna dirle tutto, mi metto io a dirle tutto, io a farla tutta, ripercorrerla, riempirla, ripeterla, la realtà non sa da che parte andare.</p>
<p>I testi di Tarkos nascono fortemente caratterizzati da una modalità “orale”. Non parlo qui di “poesia sonora”, ma di lettura e improvvisazione. Tarkos concepisce inizialmente i suoi testi come un canovaccio, una sorta di organismo elementare da disaggregare e ricomporre, amplificare e sviluppare nel corso della lettura. Se il momento della scrittura può inevitabilmente essere influenzato dall’esperienza (l’ascolto della frasi fatte, delle formule ricorrenti, ecc.) e fissare su carta un materiale linguistico qualsiasi, il momento della lettura diventa l’occasione di un corpo a corpo con i limiti della sintassi. Non si tratta di dare sviluppo lirico e narrativo ad una frase semplice, ma di creare a partire da essa una lingua “parallela”. L’espansione del dicibile deve realizzarsi attraverso il già-detto. È l’opposto di quanto avviene nei tanti poeti ossessionati dall’indicibile. Tarkos libera possibilità inedite di dire nelle frasi più trite. Ma per fare questo egli rinuncia a trattare immagini, figure, significati, per concentrarsi sulla sintassi. </p>
<p>Il gioco di “esaurimento” delle virtualità sintattiche di una frase semplice richiama una celebre analisi di Deleuze dell’opera di Beckett. In <em>L’Épuisé </em>(in Samuel Beckett, <em>Quad, et autres pièces pour la télévision</em>, Minuit, 1992), Deleuze coglieva nell’invenzione sintattica una chiave di volta dell’opus beckettiano, ma anche della grande letteratura in genere. E questa attenzione rivolta alla frase, più che ai modelli narrativi o alle forme metriche, sembra essere condivisa anche dalla generazione di scrittori di cui stiamo parlando. Non è un caso che <strong>Pierre Alferi</strong>, anch’egli poeta, in un saggio teorico del 1991 intitolato <em>Chercher une phrase</em> (Louis Bourgois, 1991), scriva:</p>
<p>La letteratura non ha come compito l’imitazione di qualcosa – nemmeno la “rappresentazione di se stessa”. […] Il solo compito della letteratura sta nell’inventare delle nuove forme sintattiche, delle nuove organizzazioni ritmiche, nell’estensione del linguaggio. Il dire, in questo senso, non lascia più spazio al fantasma dell’indicibile; quest’ultimo, come l’orizzonte, retrocede ad ogni frase.</p>
<p>Rompere, ricombinare, esaurire le possibilità insite in una frase semplice è un modo di suscitare di continuo nuovi significati, ma anche di precipitare in zone di non senso. Senso e non senso sono così valori provvisori, fasi di passaggio, stati momentanei che il discorso di Tarkos attraversa, nel suo dispiegarsi per imprevedibili scansioni ritmiche.</p>
<p>	Un altro poeta che porta un’attenzione ossessiva alla sintassi è Éric Suchère. Egli è anche, degli autori fin qui citati, quello che più s’inscrive nella tradizione della lirica francese moderna, con riferimento particolare al grande modello ottocentesco di Mallarmé. Ma Suchère ha anche preso atto di quanto è avvenuto di decisivo nella seconda metà del Novecento, da Ponge fino a Cadiot. In Suchère l’interesse per la contemplazione paesaggistica è evidente e riflette uno dei nuclei tematici della lirica moderna. Ma in lui il paesaggio diventa l’occasione di ribadire un’esteriorità definitiva tra io e mondo, un’esteriorità che sembra perfino infiltrarsi tra l’io e se stesso e tra il paesaggio e le proprie componenti (oggetti, figure). Il paesaggio, quindi, paradigma dell’unificazione tra io e mondo, tra mente ed oggetto, tra descrizione e narrazione, si propone in lui come luogo della divisione e dell’atomizzazione. Un’atomizzazione che avviene, innanzitutto, a livello sintattico. Ma diversamente da altri autori, che prediligono la disseminazione dei frammenti, con effetti di vortice, condensazione, o dispersione sulla pagina, in Suchère rimane fissa la cornice “visiva” o “pittorica” che organizza la disposizione-sequenza degli elementi spaziali. Se abbiamo parlato di “spettri metrici” per la Dubois, dovremmo parlare di uno “spettro fotografico” per Suchère. Persiste in lui l’ombra della delimitazione all’interno del paesaggio, dello scorcio all’interno del visibile. Ma lo spettro fotografico è in fondo metafora di un io spettrale, un io che guarda il mondo e si guarda da una posizione di completa esteriorità, come se fosse divenuto egli stesso macchina capace di registrare gli sguardi solo nella forma “postuma” dell’impressione sulla pellicola o sulla memoria digitale.</p>
<p>	Dentro la forma del fotogramma o della sequenza di fotogrammi si realizza poi quella scomposizione e ricomposizione, i cui atomi ultimi sono particelle linguistiche e germi narrativi. Così come le particelle possono comporsi a formare frasi, anche i germi narrativi giungono a delineare eventi e sagome, ma immediatamente sono destinati a disaggregarsi di nuovo per ricomporsi diversamente. Si leggano questi due testi, della sequenza <em>Fissa, desola in inverno</em>, nella traduzione di Sannelli (Cantarena, 2006):</p>
<p>06.</p>
<p>Unisce, unisce, séguito</p>
<p>una via allinea alberi in bianco, colore, colore bianco, linea lunga di colore, nuvole o passano sul grigio di ulivi molto blu scuriscono, consumano.</p>
<p>[…]</p>
<p>08.</p>
<p>Prima impressione per via di grigio bianco, la riva misura, compone conforme bianco a verde impregna il, si imprime in lingue d’acqua, ri-bianco all’acqua inerte, delle tonalità cielo dove, senza nuvola, l’acqua stagnante in, umida in, petrolio in, costante acida, giroscopio rallentato.</p>
<p>In Suchère il paesaggio non è né cancellato né dissolto. Ma esso rimane allo stato potenziale, disperso in elementi atomici che sostano in un “piano fotografico” senza amalgamarsi in una figura riconoscibile. È il lettore che, attraverso la lettura, è sollecitato a fare di tali microscopie una possibile sequenza globale, ipotizzando un’insieme, dei personaggi, magari persino un abbozzo di narrazione.</p>
<p>	Anche Suchère, come tutti gli altri poeti di cui ho parlato, non utilizza quasi più il verso. Anch’egli ha concentrato il proprio lavoro poetico sull’innovazione sintattica, accettando come dimensione naturale la scrittura la prosa. Ma è una prosa abitata da spettri, ricordi, echi di poesia: strofe, spaziature, parallelismi, giochi sui caratteri tipografici. Più spesso la prosa si articola piuttosto in partiture o in lunghe sequenze o, addirittura, secondo un modello cartografico. Il testo diviene, così, un paesaggio da percorrere e comporre, senza la via maestra di una narrazione o di una voce lirica individuata.</p>
<p>La rinuncia alla voce lirica, al racconto in versi, al contorcimento nelle antiche forme, al personaggio drammatico, corrisponde da noi alla rinuncia alla poesia come genere. Questo attraversamento in direzione francese ha invece mostrato che esistono sentieri alternativi, che si realizzano direttamente in prosa, ma “ricordando” le vecchie forme e i vecchi temi – ricordo non nostalgico, ma spettrale e straniante. Non, quindi, quell’avvicinarsi indefinito del verso alla prosa, ma quell’allontanarsi della prosa da ogni diretto automatismo poetico (musicalità, rime, ritmo regolare). Questa prosa, poi, permette di esplorare tutta una serie di possibilità che sono precluse alle forme della narrazione breve e lunga. Siamo comunque al di fuori di quelle scritture che cercano un’aderenza al reale, nella forma sia dell’invenzione grottesca o ironica, sia in quelle della fedeltà documentaria. Da Cadiot a Suchère, l’io e il mondo, ossia la loro possibilità di esprimere e significare qualcosa di autentico, sono posti tra parentesi, a distanza. Ciò che emerge in primo piano è il rapporto di un io anonimo con gli stereotipi del linguaggio. Stereotipi che, dall’ambito della frase ordinaria, si estendono fino alle macro-strutture figurative dei personaggi e degli intrecci. Per questo il baricentro dell’invenzione, per tutti questi autori, più che portarsi sul verso, sul singolo componimento poetico, o sul modello narrativo, si concentra innanzitutto sulla frase.</p>
<p>Il resoconto di questo attraversamento non può che concludersi su di un’osservazione che, dopo quanto detto, dovrebbe suonare ovvia. Cercare quello che ci manca, esplorare nuove possibilità poetiche, avvicinare problematiche artistiche inedite, non significa adottare, in maniera automatica, quanto di importante si è compreso e conosciuto nell’incontro con un&#8217;altra esperienza. Ma dei contraccolpi sono certo inevitabili. Delle contaminazioni sono immediatamente all’opera, anche in maniera inconsapevole. Tutto ciò, io credo, non dovrebbe rafforzare le proprie ragioni, ma semmai passarle risolutamente al vaglio del dubbio. Gli esiti finali di un tale processo non sono mai prevedibili. Di certo, continuo ad essere convinto dell’enorme presunzione di coloro che, pregiudizialmente, senza compiere reali attraversamenti, ma occhieggiando malamente da angusti spiragli, si convincono che dall’ignoranza delle scritture altrui, in altre lingue, c’è tutto da guadagnare.</p>
<p><em>[Dove non segnalato diversamente, le traduzione degli autori francesi sono mie.]</em></p>
<p><strong>Nota biblio e blog-grafica</strong></p>
<p>Per quanto riguarda le traduzioni italiane dei poeti francesi considerati nel saggio, ecco alcune indicazioni.</p>
<p>Olivier Cadiot: alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), dossier sulla poesia francese curato da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti (saggi di Jérôme Game, Christophe Hanna, Jean-Marie Gleize, poesie di Pierre Alferi, Olivier Cadiot, Jean-Marie Gleize, Jean-Michel Espitallier, Christophe Tarkos); David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio, trad. di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2005.</p>
<p>Nathalie Quintane: alcuni brani da Formage (P.O.L, 2003) da me tradotti in «Nazioneindiana» [11.01.08, nella rubrica “dispatrio”] e in «L’Ulisse (Rivista di poesia, arti e scrittura)» n. 10, marzo 2008 [www.lietocolle.com/ulisse].</p>
<p>Liliane Giraudon: tutte le traduzioni sono di Andrea Raos e sono state pubblicate in «Nazioneindiana»; un capitolo da La fiancée de Makhno (P.O.L, 2004) [3.04.04, “dispatrio”], Poesie pentite da Homobiographie (Éditions Farrago, 2000) [15.08.05, “dispatrio”] e Il mio Beckett da Mes bien-aimé(e)s (Inventaire / Invention éditions, 2007) [31.12.06, “dispatrio”].</p>
<p>Christophe Tarkos: tutte le traduzioni sono di Michele Zaffarano; alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), altri in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità e curato da Andrea Inglese e Andrea Raos; altri ancora in GAMMM [gammm.org].</p>
<p>Caroline Dubois: alcuni testi da me tradotti da Je veux être physique (Farrago, 1999) in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche.</p>
<p>Éric Suchère: Fissa, desola in inverno, (Quaderni di Cantarena, 2006) traduzione di Massimo Sannelli; alcuni testi sempre tradotti da Sannelli in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche e altri testi ancora disponibili sul sito personale dell’autore [pageperso-orange.fr/poesie.suchere/index.htm] tradotti da Andrea Raos.</p>
<p>Pur essendo un romanziere, vanno segnalate almeno la traduzioni esistenti in rete di Antoine Volodine: su «Nazioneindiana» un lungo brano da Lisbonne dernière marge (Minuit, 1990) tradotto da Raos [15.10.05, “dispatrio”] e brani da Des anges mineurs (Seuil, 1999) tradotti da me [11.11.06 e 16.11.06, “dispatrio”].</p>
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