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	<title>poesia serba &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Lamento per Belgrado&#8221; di Miloš Crnjanski</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 07:54:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[esilio]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Miloš Crnjanski]]></category>
		<category><![CDATA[poesia serba]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla prefazione di Massimo Rizzante, Unire mondi lontani a Miloš Crnjanski, Lamento per Belgrado, a cura di M. Rizzante con uno scritto di Božidar Stanišić, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010. [Ringrazio Francesco Marotta che mi ha segnalato un&#8217;errata formattazione dei testi. Ho quindi utilizzato la sua stessa formattazione, avendo lui già postato questi testi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla prefazione di <strong>Massimo Rizzante</strong>, <em>Unire mondi lontani</em> a Miloš Crnjanski, <em>Lamento per Belgrad</em>o, a cura di M. Rizzante con uno scritto di Božidar Stanišić, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010.</p>
<p><em>[Ringrazio Francesco Marotta che mi ha segnalato un&#8217;errata formattazione dei testi. Ho quindi utilizzato la sua stessa formattazione, avendo lui già postato questi testi <a href="http://rebstein.wordpress.com/2010/03/22/lamento-per-belgrado/">qui</a>. a i]</em></p>
<p>[…] Ricordo di aver conosciuto a Parigi, agli inizi degli anni novanta, molti studenti e scrittori serbi e bosniaci che, fuggiti dai loro paesi, si adattavano per sopravvivere ai lavori più bizzarri: Miroslav era accompagnatore di cani alto-borghesi; David assisteva persone non vedenti a cui doveva leggere ogni giorno almeno cinquanta pagine di rotocalchi; Josip faceva il lavavetri a Vincennes. Ce n’era uno, Dragan, che, grazie alla sua bella calligrafia, campava scrivendo in diverse lingue i menù esposti all’entrata dei ristoranti del Quartiere Latino. Con questo voglio dire che ho conosciuto da vicino il valore che un’opera letteraria assume quando è creata o letta in condizioni materiali di vera indigenza, diventando spesso più preziosa del pane.</p>
<p><span id="more-32187"></span></p>
<p>Ho conosciuto anche le due dimensioni dell’esilio: da una parte, lo slancio liberatore che il vivere altrove genera nell’esule, spingendolo, attraverso l’uso di una tonalità allo stesso tempo elegiaca e ironica (quando non sarcastica) nei confronti del suo passato, verso una cultura più ampia, cosmopolita; dall’altra, il tormento nostalgico che lo porta ad ammantare di idillio il passato e a idealizzare il futuro, trasformandolo, malgrado tutta la sua lucidità, in un cantore della patria perduta.</p>
<p>Non ho mai letto un’opera poetica in cui queste due dimensioni dell’esilio coesistono in modo così perfetto come nel <em>Lamento per Belgrado</em>.</p>
<p>Scritto da Crnjanski nel 1956 a Cooden Beach, sulla costa atlantica, in un momento di grave crisi materiale e psicologica (Vida, la moglie, ha parlato di «delirio»), il <em>Lamento</em> rappresenta il suo secondo e ultimo tempo propriamente poetico, dopo la prima stagione culminata nella pubblicazione di <em>Lirika Itake</em> (1919), a cui seguiranno alcune poesie sparse negli anni Venti, fra cui alcune davvero esemplari come <em>Sumatra</em>, <em>Stra</em><em>ž</em><em>ilovo</em>, <em>Serbia</em> (Marija, sempre attenta, mi ricorda di non dimenticare altre due pubblicazioni di quest’epoca, piuttosto importanti, afferma, nell’economia dell’interpretazione della poetica sumatraista di Crnjanski e dello stesso <em>Lamento</em>: le traduzioni poetiche della poesia cinese, <em>Antologija kineske lirike</em> del 1923, e della poesia giapponese, <em>Pesme Starog Japana</em> del 1928, entrambe redatte sulla base di testi francesi e inglesi, e frutto soprattutto dei suoi studi parigini al Musée Guimet tra il 1920 e il 1921).</p>
<p>Il <em>Lamento</em> è un breve poema che conta 120 versi di 12 strofe, ciascuna di 10 versi, disposte alternativamente, a sinistra e a destra, per un totale di 12 pagine. Il poeta, consapevole della coesistenza dialogica nella sua stessa voce, delle due anime dell’esilio, quella ironico-elegiaca e quella nostalgico-idealizzante, sembra aver voluto sperimentarne i diversi stili. A sinistra della pagina, infatti, troviamo un respiro, un ritmo, una tonalità, e perfino un metro più aperti e modernisti, che mantengono una profonda relazione con le innovazioni formali e linguistiche (simbolismo, futurismo italiano e russo, espressionismo tedesco), del primo tempo della poesia di Crnjanski. In questi versi il poeta rivisita – attraverso un’utilizzazione marcata della tecnica dell’enumerazione, una frequente scelta di stranierismi e un uso della punteggiatura che tende a isolare e a imporre le singole parole del verso –, le città in cui ha vissuto, le esperienze passate, gli amici perduti. A destra, invece, egli, adottando uno schema rimico ABABCDCDEE (che è presente anche nei versi delle pagine a sinistra, ma in modo molto meno strutturato e rigoroso), eliminando ogni residuo linguistico del suo cosmopolitismo culturale e usando un registro lessicale meno ricercato e altamente lirico, innalza un inno (o una <em>laude</em>) di devozione alla città di Belgrado, dove ha probabilmente vissuto i momenti più intensi della sua esistenza passata e dove spera di tornare. Tutte le sequenze di destra, poi, iniziano con il poeta che si rivolge alla sua città con il «Tu», secondo uno schema anaforico che si ripete diverse volte, un’insistenza che contribuisce ad aggiungere un accento patetico alla partitura già lenta e maestosa, e che, sul modello dei trovatori medievali, ha la funzione di <em>personificare</em> la città, quasi fosse una donna amata o una tenera madre, dotandola di uno sguardo e rendendola capace di piangere e di ridere, di soffrire e di gioire, di perdonare e di consolare (è quasi inutile sottolineare che la personificazione di Belgrado ad opera del suo amante che la canta <em>de loihn</em>, sublima la città a luogo immaginario e meraviglioso).</p>
<p>Ora – Marija, dopo una lunga digressione sulle fonti russe, è piuttosto silenziosa –, tale personificazione degli elementi (non è solo la città in questi versi a essere animata da uno spirito vitale) potrebbe riprendere quel genere letterario della poesia popolare russa chiamato «pianto» (<em>pla</em><em>č</em>) che, fondendo concezioni cristiane e pagane, dà voce a un canto che si rivolge direttamente al fiume, alla notte, al sole, alla pietra. Un po’ come succede nei versi delle pagine a destra di Crnjanski.</p>
<p>In fondo, ciò proverebbe ancora una volta il desiderio del poeta sumatraista che il Crnjanski del <em>Lamento</em> ancora è, di accogliere attraverso il suo <em>metodo connettivo</em>, fatto di «legami invisibili» o <em>correspondances</em>, i luoghi geografici, le persone e gli eventi storici più disparati senza dimenticare per altro di metterli in relazione con gli elementi della natura e del cosmo, dotando quest’ultimi addirittura di un’anima.</p>
<p>Solo che qui, nel <em>Lamento</em>, Crnjanski è andato<em> ancora più in là</em>.</p>
<p>Da una parte, ha voluto proporre in modo alternato, in uno spazio estetico ridottissimo, lo stile delle avanguardie europee (con il loro corredo di innovazioni, esplosione immaginativa e nichilismo) e lo stile antico e tragico, cristiano e magico, lirico e popolare, dell’orazione rituale che più che letta dovrebbe essere intonata sillabicamente, <em>cantillata</em>.</p>
<p>Dall’altra, ha ampliato ancora di più lo spettro della tradizione culturale e letteraria, giungendo, nei versi delle pagine a sinistra, a incastonare nel nero disincanto moderno e occidentale (si vedano per tutti gli ultimi versi della prima sequenza: «Polvere, cenere, morte, nient’altro»/E gridano in russo: «<em>Ničevo</em>» –/ e in spagnolo: «<em>Nada</em>») e nel suo stesso dubbio sull’arte come rimedio ai mali del mondo, lo sguardo taoista di chi non piange sul Nulla, ma vi aspira.</p>
<p>Osservando con intensità – un’intensità che un poeta che ha attraversato l’Europa del XX secolo possiede forse solo nel «delirio» della mancanza – il grande vuoto della vita appare come da una prospettiva oggettiva, metafisica, come una serie di fotografie scattate da una nuvola che attraversa il cielo di Sumatra o di Belgrado e a cui giungono delle voci, tutte le voci, quelle degli amici perduti e dei ciliegi in Cina, delle colline dello Srem e degli scheicchi del Sahara, dell’amata e delle onde dell’Adriatico, e quelle di tutte le metamorfosi che gli uomini e le donne hanno subito e subiranno fino a quando non «resti<strong> </strong>né Ming, né yang, né yin,/ né Tao, né ciliegie, né mandarino./Nessuno e niente».</p>
<p>Il poema, allora, mi chiede Marija afferrando al volo la chiave della stanza 120 che il portiere del Casino Putnik le ha lanciato come una palla da tennis, termina con la negazione assoluta di tutto? Lao-tse, il fondatore del taoismo, che Crnjanski conosceva bene, affermava: «Muori senza morire e vivrai per sempre». Il <em>Lamento per Belgrado</em> è un teatro di ombre cinesi animate da un uomo che si considera morto per la propria patria e in forza di ciò è in grado di proiettare sul muro del proprio dolore un duello senza vinti e vincitori tra il Nulla e il Nirvana. La conoscenza d’Occidente e d’Oriente si specchiano, si misurano, si riconoscono. Tuttavia è il sogno di colui che è morto senza morire che, di metamorfosi in metamorfosi, di migrazione in migrazione, vivrà per sempre: «<em>Tu, intanto, brilli, ancora, attraverso il mio sogno oscuro</em>»…</p>
<p>Da <em>Lamento per Belgrado</em></p>
<p><em>°</em></p>
<p>JAN MAJEN i moj Srem,<br />
Paris, moji mrtvi drugovi, trešnje u Kini,<br />
priviđaju mi se još, dok ovde ćutim, bdim, i mrem,<br />
i ležim, hladan, kao na pepelu klada.<br />
Samo, to više i nismo mi, život, a ni zvezde,<br />
nego neka čudovišta, polipi, delfini,<br />
što se tumbaju preko nas, i plove, i jezde,<br />
i urliču: «Prah, pepeo, smrt je to».<br />
A viču i rusko «Ničevo» –<br />
i špansko «Nada».</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>JAN MAYEN e il mio Srem,<br />
Parigi, i miei compagni defunti, i ciliegi in Cina,<br />
m’appaiono di nuovo, mentre qui taccio, veglio, e muoio<br />
e resto supino, freddo, come un ceppo nella cenere.<br />
Solo, noi non siamo più noi, la vita, e neppure le stelle,<br />
ma mostri, polipi, delfini,<br />
che aleggiano su di noi, e nuotano, e cavalcano sulle onde,<br />
e urlano: «Polvere, cenere, morte, nient’altro».<br />
E gridano in russo: «<em>Ničevo</em>» –<br />
e in spagnolo: «<em>Nada</em>».</p>
<ol>
<li>
<ol>
<li>
<ol><em>Ti, međutim, rasteš, uz zornjaču jasnu,<br />
sa Avalom plavom, u daljini, kao breg.<br />
Ti treperiš, i kad ovde zvezde gasnu,<br />
i topiš, ko Sunce, i led suza, i lanjski sneg.<br />
U Tebi nema besmisla, ni smrti.<br />
Ti sjajiš kao iskopan stari mač.<br />
U Tebi sve vaskrsne, i zaigra, pa se vrti,<br />
i ponavlja, kao dan i detinji plač.<br />
A kad mi se glas, i oči, i dah, upokoje,<br />
Ti ćeš me, znam, uzeti na krilo svoje.</em><strong>*</strong></p>
<p><em>Tu, intanto, ti ergi, con l’astro chiaro dell’aurora,<br />
con l’azzurra Avala, in lontananza, come una collina.]<br />
Tu scintilli, anche quando qui le stelle si spengono,<br />
e sciogli, come il Sole, il ghiaccio delle lacrime e la neve di un  tempo.]<br />
In Te non esiste il non senso, né la morte.<br />
Tu brilli come una vecchia spada dissepolta.<br />
In Te tutto resuscita, e danza, e volteggia,<br />
e si ripete, come il giorno e il pianto dei fanciulli.<br />
E quando la mia voce, e i miei occhi, e il mio respiro si  estingueranno,]<br />
Tu mi accoglierai, lo so, nel tuo grembo.</em></ol>
</li>
</ol>
</li>
</ol>
<p>ESPANJA i naš Hvar,<br />
Dobrović mrtvi, šejk što se u Sahari beli,<br />
priviđaju mi se još, kao utvare, vatre, var.<br />
Moj Sibe poludeli, zinuo kao peš.<br />
Samo, to više nismo mi, u mladosti i moći,<br />
već neki papagaji, čimpanzi, neveseli,<br />
što mi se smeju i vrište u mojoj samoći.<br />
Jedan se «Leiche! Leiche! Leiche!» dere.<br />
Drugi šapće: «Cadavere!»<br />
Treći: «Leš, leš, leš!».</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>ESPAÑA e la nostra isola di Hvar,<br />
il fu Dobrović, lo sceicco che biancheggia nel Sahara,<br />
m’appaiono di nuovo, come fantasmi, fuochi, inganni.<br />
E il mio Sibe impazzito, la bocca spalancata come uno scorfano.<br />
Solo, noi non siamo più noi, la gioventù e la potenza,<br />
ma dei pappagalli, degli scimpanzè, tristi,<br />
che sghignazzano e sbraitano nella mia solitudine.<br />
Uno grida: «<em>Leiche</em>, <em>Leiche</em>, <em>Leiche!</em>».<br />
Un altro mi sussurra: «<em>Cadavere!</em>».<br />
Un terzo: «<em>Leš</em>, <em>leš</em>, <em>leš!</em>».</p>
<ol>
<li>
<ol>
<li>
<ol><em>Ti, međutim, širiš, kao labud krila,<br />
zaborav, na Dunav i Savu, dok spavaju.<br />
Ti budiš veselost, što je nekad bila,<br />
kikot, tu, i u mom kriku, vrisku, i vapaju.<br />
U Tebi nema crva, ni sa groba.<br />
Ti blistaš, kao kroz suze ljudski smeh.<br />
U Tebi jedan orač peva, i u zimsko doba,<br />
prelivši krv, kao vino, u novi meh.<br />
A kad mi klone glava i budu stali sati,<br />
Ti ćeš me, znam, poljubiti kao mati.</em><strong>*</strong></p>
<p><em>Tu, intanto, apri come un cigno le tue ali,<br />
e l’oblio, sul Danubio e sulla Sava, addormentati.<br />
Tu risvegli l’allegria, quella di un tempo,<br />
e le risate, mentre chiedo aiuto, urlo e piango.<br />
In Te non ci sono vermi, neppure nelle tombe.<br />
Tu brilli, come il riso nelle lacrime.<br />
In Te un contadino canta, anche d’inverno,<br />
versando il sangue, come vino, nell’otre nuova.<br />
Ma quando suonerà l’ultima ora e il mio capo si reclinerà,]<br />
Tu mi bacerai, lo so, come fossi mia madre.</em></ol>
</li>
</ol>
</li>
</ol>
<p><em> </em></p>
<p>°</p>
<p>Miloš Crnjanski (Csongrád, 1893 – Belgrado, 1977) è con Andrić e Krleža uno dei massimi rappresentanti delle letterature slave del XX secolo. Fu poeta, pubblicista, traduttore, romanziere e autore di drammi teatrali. Dopo la prima guerra mondiale, studiò a Vienna e a Belgrado. Nel 1928 intraprese la carriera diplomatica soggiornando a Berlino, Lisbona e Roma. Allo scoppio della seconda guerra mondiale emigrò a Londra, dove visse fino al 1965, anno del suo ritorno a Belgrado. <em>Migrazioni</em> (<em>Seobe</em>) pubblicato in due volumi nel 1929 e nel 1962 (Adelphi 1992 e 1998 a cura di Lionello Costantini), è universalmente ritenuto il suo capolavoro, L’opera di Crnjanski, tuttavia, è vasta e per lo più sconosciuta nel nostro paese. Il poeta modernista di <em>Itaca</em> (<em>Lirika Itake</em>, 1919), l’autore ribelle dei <em>Racconti al maschile</em> (<em>Pri</em><em>č</em><em>e o mu</em><em>š</em><em>kom</em>, 1920) e del <em>Diario di </em><em>Čarnojevi</em><em>ć</em> (<em>Dnevnik o </em><em>Čarnojevi</em><em>ću</em>, 1921) è ancora inedito in Italia. Così come tutto da scoprire è il cultore originale dell’arte italiana di<em> Amore in Toscana</em> (<em>Ljubav u Toskani</em>, 1930) e del <em>Libro su Michelangelo</em> (<em>Knjiga o Mikelan</em><em>đ</em><em>elu</em>) uscito postumo nel 1981, il viaggiatore di <em>Dalla terra degli Iperborei</em> (<em>Kod Hiperborejaca</em>, 1966) e il narratore di <em>Romanzo di Londra</em> (<em>Roman o Londonu</em>, 1971), uno dei più grandi affreschi della letteratura di ogni tempo sull’esperienza dell’esilio. <em>Lamento per Belgrado</em>, scritto nel 1956 e pubblicato nel 1962, è qui presentato per la prima volta in traduzione italiana.</p>
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