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	<title>poesie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tre poesie inedite di Annachiara Atzei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Annachiara Atzei]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Annachiara Atzei </strong>  <br />Tutto ciò che si fa qui//lo si fa pensandoti./Non sono mai stata più di questo -/un organo cessato, un lembo/ da ricomporre. /Il mondo resta/lontano - intorno qualcosa ha ceduto./Credo che l'estate sia l'unica/stagione - quella in cui la sera/cantano le rane. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre style="font-size: 13pt; font-family: Georgia; background-color: white;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-104143" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/christopher-campbell-Cp-LUHPRpWM-unsplash-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> I piatti la sera, il letto raddrizzato
al mattino: ho fatto tutto il necessario 
per scordare - i morti
non abitano più qui, ma
c'è una fessura,
una scheggiatura dell'osso
dove rimangono impigliati. 
Allora dico non vedete?
Non sentite le voci che risalgono
dal mercato - dicono che anche noi
ce ne siamo andati.

___

Tale è il nodo, il volto chiuso 
che non c'è più il corpo
ma solo lo spazio tra le cose -
l'incastro del vuoto
al vuoto. 
Un vento da tempia a tempia -
l'emergere del vero.
Qualcuno ti parli,
qualcuno dica togli le mani dagli occhi -
quello che ancora conosci.

___

Tutto ciò che si fa qui
lo si fa pensandoti.
Non sono mai stata più di questo -
un organo cessato, un lembo
da ricomporre.
Il mondo resta
lontano - intorno qualcosa ha ceduto.
Credo che l'estate sia l'unica
stagione - quella in cui la sera
cantano le rane.
</pre>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><small>Foto di <a href="https://unsplash.com/@chrisjoelcampbell?utm_source=unsplash&#038;utm_medium=referral&#038;utm_content=creditCopyText">Christopher Campbell</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/Cp-LUHPRpWM?utm_source=unsplash&#038;utm_medium=referral&#038;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></small></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Dalla scatola di scarpe a via Vigevano: andata e ritorno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/17/dalla-scatola-di-scarpe-a-via-vigevano-andata-e-ritorno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2021 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Lumelli]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Massenz]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marina Massenz Le poesie di Angelo Lumelli, Milano, edizioni del verri, 2020, pp. 147 Per parlare di questo libro si potrebbe partire da alcuni versi dell’ultimo testo (che peraltro appartiene alla prima raccolta di Lumelli, Cosa bella cosa), perché già si intuisce qui un filo conduttore che andando dal passato ai più recenti scritti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marina Massenz</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-92785" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/lumelli_le-poesie_copertina-rgb3-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /></p>
<p>Le poesie<em> di Angelo Lumelli, Milano, edizioni del verri, 2020, pp. 147</em></p>
<p>Per parlare di questo libro si potrebbe partire da alcuni versi dell’ultimo testo (che peraltro appartiene alla prima raccolta di Lumelli, <em>Cosa bella cosa</em>), perché già si intuisce qui un filo conduttore che andando dal passato ai più recenti scritti li lega insieme senza discontinuità, ma come un puro <em>svolgimento</em> che dunque si può leggere in una direzione o in quella opposta.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>l’universale non verrà</em></p>
<p><em>(ma non ci lascia le parentesi?)</em></p>
<p><em>quindi accecante</em></p>
<p><em>rimarrà la luce?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già, infatti accecante rimarrà la luce, ma almeno ci lascia la poesia <em>tra parentesi. </em>Poesia come linguaggio tra parentesi (…); lì, in mezzo, potrebbe essere come non essere. Tra queste parentesi si situa tutto un <em>mondo di lato</em>, non confiscato dalla realtà.</p>
<p>L’oscurità dei testi di Angelo Lumelli non sta nel linguaggio (non vi sono parole/forme sintattiche sperimentali o azzardi formali), ma nella mente. Che si fissa, vaga, divaga… si allontana, associa e dissocia elementi secondo nessi imprevisti. La mente, nel suo silenzio, scarica universi di parole saltando da un tempo all’altro, così come da una scena all’altra. Lumelli mette in scena il <em>teatro della mente</em>, senza riordinarlo prima secondo nessi logici o unità spazio-temporali; lo lascia andare. La mente è l’origine, è qui che il pensiero si scinde in mille rivoli, connettendo luoghi, episodi, tempi anche lontani e diversi tra loro.</p>
<p>La <em>voce</em> di Lumelli è unica, impossibile non riconoscerla; anche perché di questo divagare l’autore tiene i fili, uno per ogni dito delle mani, come un burattinaio, per poi ricollegarli (magari dopo varie righe o pagine intere) in un gioco di movimenti e di trame sottile e delicato. Traccia una tela/sentiero che pare esile e invece stringe, finché tutto l’insieme appare completo e complesso e sfaccettato. Lumelli crea la sua poesia seguendo il flusso con cui la nostra mente lavora quando è a riposo da cure, opere o pensiero razionale; come la mente si muove se si è sdraiati su un prato e si guarda il cielo, svagando, o come accade prima di addormentarsi, mentre immagini diverse e a volte impreviste si sovrappongono, scorrono, si intrecciano. Così guarda un fiore giallo, pensa a via Lorenteggio, a quel palazzo in sfascio, poi arriva la ragazza in auto con lo stivaletto a stringhe e poi via di nuovo, siamo in Via Vigevano. Non cerca di mettere in ordine, lascia andare così questo flusso, su cui poi interviene con l’ardita abilità di un poeta di lungo corso a dare regola e bellezza formale, ogni parola a sé come precisa e scelta affermazione. La mente procede senza ordine apparente, ma per un succedersi di immagini che fanno capolino a margine del testo principale, e Angelo è dietro, le insegue, le incornicia, poi torna sul sentiero principale; altre immagini appaiono, a volte si sovrappongono, vanno scremate, vanno incorniciate… il lavoro della “poesia sospesa” è infinito e in un certo senso non terminabile. Perciò forse, dopo avere definito i suoi testi conclusi e pubblicati dei “relitti”<em>, </em>ha avuto il desiderio di dare loro nuova vita, per ribadire che il percorso del fare e disfare è interminabile, come la vita finché siamo in vita. Questo libro è dunque il “ripronunciamento” di tutta la sua opera poetica.</p>
<p>Generalmente pensiamo che la mente coincida con la “logica”, lineare e netta nel suo procedere; solo se ci facciamo caso, seguendola come osservatori un po’ distanziati, ci accorgiamo che invece no, lavora sul molteplice e contemporaneamente, scivola oltre per immagini, così come fa Lumelli con le sue bellissime poesie.</p>
<p>E poi c’è la “pausa”, di cui ci parla lui stesso in <em>La porta girevole dell’hotel Excelsior</em>, quasi una chiusa al termine del libro, tesa non tanto a spiegare quanto a suggerire ulteriori significati e suggestioni alle proprie scelte di poetica: “La pausa richiede l’arte del disimparare, l’impiego sensibile dell’oblio, virtù che, a fronte delle abilità semiotiche, spandono un profumo eretico e mistico…” (p. 134). È la pausa che dà gravità alle parole, come <em>pesanti </em>vogliono essere le parole della poesia. “Tra tutte le pause, una incombe, immobile e oscura; è la pausa con un lato solo, primigenia, in difesa della nostra nascita, interruzione e inizio capitale, pausa madre, pensiero della mia nuca.” (p. 134)</p>
<p>Così, all’origine c’è la nuca, che prende contatto con l’aria del reale, e prima ancora questa oscura pausa, a cui siamo destinati a tornare: “…la parte della nuca, oserei dire la mia maternità”. Il luogo dell’origine è anche una poesia primaria, in urto con il linguaggio, che insegue le voci degli uccelli, ma senza assimilarsi a esse. Come dice Re Lear, nel senno della pazzia: “Quando si nasce, si piange perché ci si ritrova / su questo enorme palcoscenico di matti…”. E così Shakespeare sa fare del teatro poesia e del linguaggio dei matti la voce primaria dell’origine o la voce della verità che vola sopra i fatti, svelandoli.</p>
<p>Quanto spesso, poi, Lumelli ci parla di <em>anima</em>! Lo spirituale che può essere ovunque, in un bicchiere in una palpebra in una pozza d’acqua. Una poesia spirituale, che mai dice ciò che cerca, ma solo ciò che trova. Ma che si trova, comunque, anche se fuori tiro, sotto il dito puntato di dio…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>…allora perché brilla</em></p>
<p><em>sulla tovaglia</em></p>
<p><em>il bicchiere di cristallo</em></p>
<p><em>perché cade l’anima</em></p>
<p><em>in tante cascatelle</em></p>
<p><em>quando suoni alla porta?</em></p>
<p>(da <em>Trattatello incostante</em>, 1980, p. 94)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>…e il verso bello? – giostra della nostra privazione – pensiero fuori tiro – sotto il dito puntato di dio?</em></p>
<p>(da <em>Seelenboulevard</em>, 1999, p. 60)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Concludo dicendo che queste poesie sono testi che <em>spingono</em>, che attivano la mente e l’emozione, il cuore e l’anima, che portano ad altri pensieri… perciò è necessario leggerle più volte; come rovistando in un antico baule, tutto finisce per aria, cade a terra, svolazza intorno, ci intriga e ci abbandona, ma poi lo ritroviamo, insieme alle vecchie foto ingiallite, in posa i presenti per lo scatto, dentro la scatola delle scarpe.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Photosynthesis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/18/poesie-adriani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2021 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[federica adriani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Federica Adriani Le Parche Passato  Presente   Futuro porcellana filata per conchiglie ** In posa di cosa morta Anche i morti sentono freddo e allora mi copro e mi copro e mi ricopro i morti non parlano mangiano foglie colore d’ebano In posa di cosa morta riesco a sognare senza neanche chiudere gli occhi Le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Federica Adriani</strong></p>
<p><strong>Le Parche </strong></p>
<p>Passato  Presente   Futuro<br />
porcellana filata per<br />
conchiglie</p>
<p>**</p>
<p><strong>In posa di cosa morta</strong></p>
<p>Anche i morti sentono freddo<br />
e allora mi copro e mi copro<br />
e mi ricopro</p>
<p>i morti non parlano<br />
mangiano foglie colore d’ebano</p>
<p>In posa di cosa morta riesco a sognare<br />
senza neanche chiudere gli occhi<br />
Le mie membra tutte libere godono</p>
<p>Esorcizzo la mia estinzione<br />
in assenza di me<br />
altrove</p>
<p>**</p>
<p><strong><em>Κoχλίας</em> o della chiòcciola</strong></p>
<p>perfettamente dotata<br />
accogliente quanto basta<br />
per uscire a incontrare il mondo<br />
e accoglierlo dentro<br />
Abitare è un esercizio di confidenza con sé stessi<br />
occorre tenere sempre a mente<br />
che anche gli alberi migrano</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Alida Airaghi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/02/i-poeti-appartati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alida Airaghi]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[da Consacrazione dell&#8217;istante di Alida Airaghi &#160; For most of us, there is only the unattended Moment, the moment in and out of time Eliot, The Dry Salvages V, 206-207 &#160; &#160; &#160; &#160; È qui, presente; o forse sta per nascere. Segreta ancora, ancora immaginata solamente. Non certa, non decisa; potrebbe ripensarci, fuggire, rinunciare, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-75924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Capture-d’écran-2018-08-14-à-16.07.08.png" alt="" width="369" height="279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Capture-d’écran-2018-08-14-à-16.07.08-200x150.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Capture-d’écran-2018-08-14-à-16.07.08-160x120.png 160w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></p>
<p>da<strong> Consacrazione dell&#8217;istante</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alida Airaghi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>For most of us, there is only the unattended</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Moment, the moment in and out of time</em></p>
<p style="text-align: right;">Eliot, The Dry Salvages V, 206-207</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È qui, presente; o forse sta per nascere.</p>
<p>Segreta ancora, ancora immaginata</p>
<p>solamente. Non certa, non decisa;</p>
<p>potrebbe ripensarci, fuggire,</p>
<p>rinunciare, preferire l&#8217;assenza.</p>
<p>O non esistenza, scegli – ti prego –</p>
<p>di esserci. Appari come sei:</p>
<p>chiara, evidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prova a pesare un pugno di sabbia,</p>
<p>e poi mezzo pugno, così leggero.</p>
<p>Tieni tra le dita solo qualche granello,</p>
<p>e il resto lascialo scorrere, mia mano clessidra.</p>
<p>Non lo fermi, il tempo, e quello che è successo</p>
<p>non puoi fare che non sia accaduto;</p>
<p>ma misura l&#8217;istante, la sua sfida</p>
<p>all&#8217;eterno. Il solo granello rimasto</p>
<p>fermo tra pelle e unghia:</p>
<p>l&#8217;adesso che dura e non si è perduto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Impaziente di essere, diventa vero</p>
<p>e arde e si consuma; improvviso</p>
<p>bagliore, inaspettato pensiero</p>
<p>folgorante (o voce, o battito</p>
<p>di ciglia, o corpo esploso;</p>
<p>corpo in frantumi, incendio).</p>
<p>Abisso dell&#8217;ignoto, stella cometa,</p>
<p>lancinante traccia nel buio, nome</p>
<p>appena suggerito:</p>
<p>rivelazione, ascesa, intuito.</p>
<p>Baratro e infinito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;occupazione dei santi: tendere</p>
<p>(attendere) al punto in cui il tempo</p>
<p>incontra il non tempo, e si perde,</p>
<p>si annulla, conduce all&#8217;istante</p>
<p>bloccato nel nero del nulla.<br />
L&#8217;aspirazione dei santi: scoprire</p>
<p>nel buio feroce, crudele, severo,</p>
<p>la sua negazione. La luce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma quando tutto è immobile,</p>
<p>e non succede niente: l&#8217;aria è ferma,</p>
<p>il caldo sopportabile, e un tale silenzio</p>
<p>mi impressiona come fossi morta</p>
<p>senza essermene accorta. Quando nemmeno</p>
<p>il moscerino sull&#8217;orlo del piatto si muove,</p>
<p>né l&#8217;albero in giardino scuote</p>
<p>le sue foglie. E il cielo è azzurro tutto,</p>
<p>sgombro, terso; il lago liscio,</p>
<p>non c&#8217;è bava di vento che lo sfiori.</p>
<p>Allora penso, come una tentazione,</p>
<p>di essere un incidente nel creato,</p>
<p>inessenziale e assurdo; e supplico</p>
<p>un evento qualsiasi, una dimostrazione</p>
<p>della mia esistenza reale.</p>
<p>Ed ecco, accade. Qualcosa accade,</p>
<p>fuori di me e dentro. Un urlo,</p>
<p>un tremito, il merlo che gracchia</p>
<p>tra i rami, e vola via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Affronta l&#8217;eterno, vi affonda,</p>
<p>scompare: così inessenziale</p>
<p>e minuto, così puntiforme</p>
<p>e casuale.</p>
<p>Ma in lui, nell&#8217;istante,</p>
<p>c&#8217;è uno spazio</p>
<p>concreto.</p>
<p>Pensiero, sospiro, offesa, carezza.</p>
<p>Più vero, vivo e reale</p>
<p>di ogni assoluto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Improvviso, l&#8217;istante di pace.</p>
<p>Di ordine e tranquillità,</p>
<p>nel sole che scompare al di là</p>
<p>di un muro indefinito di nebbia,</p>
<p>e sospesa la luce non ci offende.</p>
<p>Allora dico no alle parole,</p>
<p>e ripeto no all&#8217;istinto</p>
<p>rapace che vorrebbe assorbire</p>
<p>ogni fuori esistente.</p>
<p>Sta buono, mio udito. Mia vista,</p>
<p>abbassati. Lasciate che sia</p>
<p>solo suo, ciò che appare</p>
<p>e attende una resa clemente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il momento prevale. L&#8217;evento.</p>
<p>L&#8217;adesso, il qui.</p>
<p>Presente-riassunto del prima, del poi</p>
<p>(degli altri, di noi).</p>
<p>E non te ne andare,</p>
<p>minuto-secondo-istante</p>
<p>del tutto: sii punto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I miliardi di persone che non siamo</p>
<p>– il vecchio cinese curvo sulla ciotola</p>
<p>di riso, la ragazza brasiliana</p>
<p>che cammina sulla spiaggia.</p>
<p>Un bambino londinese, la donnina</p>
<p>messicana al mercato.</p>
<p>Non ci siamo riusciti, a essere</p>
<p>altro, o altri: ma solo la piccola</p>
<p>cosa che viviamo. Qui, e qui;</p>
<p>magari altrove, a volte. Sempre</p>
<p>con le nostre mani, il nostro fiato;</p>
<p>i minimi trionfi del passato,</p>
<p>e un domani previsto e prevedibile.</p>
<p>Gonfi di abitudine,</p>
<p>delusi da tante viltà</p>
<p>che non perdoneremo.</p>
<p>Forse un istante,</p>
<p>uno solo, verrà – in ritardo,</p>
<p>a salvarci.</p>
<p>“Esisto”, diremo,</p>
<p>tagliando un traguardo insperato,</p>
<p>da non condividere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dall&#8217;assenza, da ciò che prima non c&#8217;era:</p>
<p>semplicemente, il niente.</p>
<p>Da lì veniamo,</p>
<p>dalla non esistenza. E in essa torniamo,</p>
<p>incoscienti, nemmeno spaventati.</p>
<p>Muti, stupiti del silenzio che ci aspetta,</p>
<p>del moto che rallenta e poi si ferma.</p>
<p>Noi che eravamo presenti</p>
<p>– ad occhi spalancati, a mani tese.</p>
<p>In un istante, assenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Avvicinarsi,</p>
<p>stringere il cerchio.</p>
<p>Puntare dritto al bersaglio,</p>
<p>sforzando la vista.</p>
<p>In prossimità della meta,</p>
<p>del dichiarato impenetrabile:</p>
<p>sia buio respingente</p>
<p>o intollerabile luce.</p>
<p>Verità intravista appena,</p>
<p>il niente che acquieta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci apparirà, come dicono,</p>
<p>tutta la vita che abbiamo</p>
<p>vissuto, e sprecato,</p>
<p>nell&#8217;istante finale, oscuro;</p>
<p>nel necessario momento</p>
<p>dell&#8217;unico giudizio,</p>
<p>del solo tribunale.</p>
<p>Perché</p>
<p>da soli ci condanneremo</p>
<p>o ci perdoneremo,</p>
<p>quando il futuro intero</p>
<p>svanirà nel passato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Furtivamente arriva,</p>
<p>quasi ladro,</p>
<p>approfittando di un&#8217;assenza,</p>
<p>di difese esitanti.</p>
<p>Gli basta una fessura, e penetra</p>
<p>nel tempo, nel silenzio; tacito irrompe</p>
<p>luminoso, violento. Schiarisce</p>
<p>l&#8217;angolo più buio della stanza,</p>
<p>della mente: impone la sua folle</p>
<p>danza in un istante.</p>
<p>Imploso</p>
<p>dentro un colpo di vento,</p>
<p>poi sparisce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intercettare dio,</p>
<p>il dio della pazienza e del conforto,</p>
<p>il dio che aspetta, e sa, e non ha fretta;</p>
<p>fermo nella potenza,</p>
<p>a sé risorto; visibile</p>
<p>in una chiara, arresa</p>
<p>trasparenza. Così arpionarlo,</p>
<p>con dita scorticate</p>
<p>tremanti, innamorate:</p>
<p>pretesa indifferibile</p>
<p>dopo una vita avara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualsiasi momento si ribella;</p>
<p>anche il più insignificante è sovversivo,</p>
<p>dichiara guerra al nulla</p>
<p>e al sempre, è vivo,</p>
<p>arrogante e fiero</p>
<p>della sua unicità:</p>
<p>pronto a sparire,</p>
<p>ma attento a sé,</p>
<p>presente.</p>
<p>L&#8217;istante, il vero.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>I poeti appartati: Biagio Marin</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/26/i-poeti-appartati-biagio-marin/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/26/i-poeti-appartati-biagio-marin/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Sep 2018 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alida Airaghi]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Marin]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=75919</guid>

					<description><![CDATA[Nota di Alida Airaghi a Biagio Marin, Poesie. &#160; &#160; Il volume che Garzanti ha dedicato a Biagio Marin raccoglie un’ampia scelta delle sue poesie, e una serie di contributi critici dei maggiori letterati italiani del ’900: Carlo Bo, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Pier Vincenzo Mengaldo, Massimo Cacciari, e dei curatori Edda Serra e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-75920" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/poesie-copertina.jpg" alt="" width="179" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/poesie-copertina.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/poesie-copertina-160x268.jpg 160w" sizes="(max-width: 179px) 100vw, 179px" />Nota</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alida Airaghi</strong></p>
<p>a <strong>Biagio Marin</strong>,<a href="https://www.garzanti.it/libri/biagio-marin-poesie-9788811811718/"><em> Poesie</em></a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il volume che Garzanti ha dedicato a Biagio Marin raccoglie un’ampia scelta delle sue poesie, e una serie di contributi critici dei maggiori letterati italiani del ’900: Carlo Bo, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Pier Vincenzo Mengaldo, Massimo Cacciari, e dei curatori Edda Serra e Claudio Magris. Secondo quest’ultimo “Il canzoniere di Marin ha la continuità del diario e il respiro dell&#8217;eternità: pervaso da un umanissimo senso del sacro e da un&#8217;illuminante percezione del cosmo, tocca con limpida e serena naturalezza apici di profondità metafisica”.</p>
<p>Biagio Marin (Grado 1891-1985), figlio di un oste, presto orfano di madre, fu allevato dalla nonna paterna. Studiò a Gorizia nel ginnasio di lingua tedesca, quindi alle Scuole Reali Superiori a Pisino (Istria), allora sotto l’Impero Asburgico. Ventenne si trasferì a Firenze, frequentando l’ambiente letterario della &#8220;Voce&#8221; di Prezzolini, tra scrittori giuliani come lui (Slataper, Stuparich, Saba, Giotti), e altri importanti intellettuali dell’epoca. Approfondì gli studi filosofici e artistici a Vienna, quindi rientrato a Firenze si sposò con Pina Marini, da cui ebbe quattro figli. Al termine della guerra, che lo aveva visto arruolarsi nonostante fosse malato di tubercolosi, si laureò a Roma in filosofia, e in seguito ottenne vari incarichi scolastici e amministrativi in tutto il Friuli Venezia Giulia. Nel 1968 si stabilì nuovamente a Grado, dove rimase fino alla morte. Dal 1912 pubblicò diverse raccolte di versi, quasi tutte in dialetto gradese: i suoi libri più noti furono <em>Elegie istriane</em> (1963),<em> El mar de l’eterno</em> (1967), <em>I canti de l’isola</em> (1970), <em>La vita xe fiama</em> (1972),<em> In memoria</em> (1978),<em> Nel silenzio più teso </em>(1980),<em> La vose de la sera </em>(1985).</p>
<p>Della poesia di Marin tutti i commentatori hanno sottolineato come prima dote la purezza, una sorta di illuminazione disincarnata, che la rende semplice, umanissima e naturale, costantemente uguale a sé stessa dagli anni giovanili alla vecchiaia. Pasolini scrisse che “le poesie di Biagio Marin sono in definitiva la stessa poesia più o meno vicina alla fonte luminosa (accecante) in cui si forma”.</p>
<p>L’accusa di monotonia che alcuni hanno rivolto ai suoi versi dipende forse dal fatto che in essi non esistono narrazioni vivaci di eventi, e non c’è traccia di dramma: i personaggi descritti sono poco più che comparse sullo sfondo di una modalità poetica che si nutre esclusivamente di una pulitissima e inalterabile musicalità (“solo musica fasso: in ela vivo”). Eppure l’uomo aveva conosciuto tribolazioni, miseria e tragedie, come la morte dell’unico figlio maschio in guerra, e il suicidio di un nipote molto amato: ma era nella dedizione quotidiana alla scrittura, nel “diario sterminato” (C. Bo) in cui ogni giorno appuntava i suoi versi che aveva saputo trovare un’ancora di salvezza: “Màseno versi in ogni ora / comò che fa ’l mulin co’l gran”. Non era, la sua, una produzione a-storica, indifferente al rumore del mondo e alle sue sofferenze e ingiustizie, e non era nemmeno un ricorso consolatorio all’idillio: se fedi e ideologie gli rimanevano sostanzialmente estranee, l’unica voce che riteneva doveroso ascoltare era proprio quella, empatica e meravigliata, dell’ispirazione poetica.</p>
<p>“Quanto più moro / presenza / al mondo intermitente / e luse che se spenze, de ponente / tanto più de la vita m’inamoro. / E del sol rîe che fa fiurî l’avril / e del miel che l’ha in boca, / la prima neve che za fioca / sia pur lenta e zentil”.</p>
<p>Priva di varianti e novità, iterativa in una sua finitezza innocente, anteriore addirittura alla creazione del mondo, la poesia di Marin tende a un continuo slancio verso un altrove, verso un infinito che può essere sia la distesa equorea sia il cielo: tutto azzurro o bianco, tutto limpido, silenziosa e rasserenante promessa di felicità. Utilizzando in maniera reiterata un lessico limitato, sfruttando ossessivamente le rime, fa del microcosmo gradese un universo privo di confini spazio-temporali. E la sua Grado si identifica completamente con il mare, prima fonte di ispirazione e di nutrimento, quasi metafora di madre accogliente e protettiva. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, affermava: &#8220;Il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. È come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di &#8220;soio&#8221; e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo&#8230; Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio&#8221;.</p>
<p>“Mar queto mar calmo / no’ vogie no’ brame / respiro de salmo / tra dossi e tra lame”; “La breve riva / spalanca el mar grando: / de quando in quando / ariva un’ola più viva, co’ ‘nbriva”; “E &#8216;ndéveno cussì le vele al vento / lassando drìo de noltri una gran ssia, / co&#8217; l&#8217;ánema in t&#8217;i vogi e &#8216;l cuor contento / sensa pinsieri de manincunia”; “El vento za se placa / e la risaca / ariva in saca / ma lenta e straca. // El can del cuor nol bagia / e la passion la tase / el mar stesso nol ragia: / dal siel cala la pase. // Pase me vogio granda / via dei travagi de la tera, / lontan da la bufera / che a pico el bastimento manda”.</p>
<p>L’ingenuità espressiva di Marin, lontana da ogni sperimentalismo e intellettualismo, non è affettata; deriva da una “adesione dal basso all’ambiente” (A. Zanzotto): “No son sapiente / e sé poche parole: / le sole / che adopera la zente”; “Trasparensa e durata: / questa la gno ilusion, / questa l’aspirassion / che nel cuor se dilata”.</p>
<p>Così aveva tentato di spiegare la propria vocazione letteraria: “Dove, quando, come queste liriche si formino, non lo so. Io solo le trascrivo e a volte rapidissimamente, e di rado mi avviene di dover apportare modifiche… La poesia non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perché mi secca svegliarmi, ma altre volte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me<em>&#8220;. </em></p>
<p>Poesia sorgiva, quindi, mai adulterata da intenzioni o tentazioni extra-testuali, e via via nel tempo sempre depurata da ogni materialità, tesa a un’astrazione capace di far coincidere<em> “trasparenza assoluta e brama di vivere” (C. Magris), </em>come esemplificano questi versi:<em> “</em>Me son contento d’êsse nato / de longo tenpo d’êsse su la tera, / dopo tanto dolor e tanta guera / son incora beato. // Tanto hè godúo la luse, el sol; / le musiche dei vinti in duti i sieli, / el cantusâ su l’alba dei noveli / e perfin el tramonto che me duol”.</p>
<p>Tale ribadita estraneità a mode e corruttivi attualismi viene attribuita dai due curatori del volume, Edda Serra e Claudio Magris, all’uso particolarissimo che Marin fa del dialetto: lingua di una tradizione reinventata, che non dà voce a un localismo pittoresco, ma dilata e fluidifica il vocabolario italiano in una musicalità morbida e armoniosa, appoggiata al prevalere delle vocali e alla facilità delle rime, in un ritmo cadenzato che volutamente sembra riecheggiare il moto ondoso del mare.</p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Agosto oscuro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/14/agosto-oscuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Dec 2017 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Agosto oscuro]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Rossi]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Tipografia Helvetica]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Labranca]]></category>
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					<description><![CDATA[(Tommaso Labranca ha scritto molto. E molto di ciò che ha scritto ha avuto diffusione carbonara, roba per pochi iniziati, autopubblicazioni, email, blog&#8230; Luca Rossi, dopo la sua morte, ha raccolto alcuni di questi testi introvabili, li ha organizzati e ora, nella collana dei libri di Tipografia Helevetica, finalmente ripubblicati (per i tipi della &#8220;loro&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-71256" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/LTh_AO_copertina_HQ.jpg" alt="" width="330" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/LTh_AO_copertina_HQ.jpg 330w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/LTh_AO_copertina_HQ-176x300.jpg 176w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />(<em>Tommaso Labranca ha scritto molto. E molto di ciò che ha scritto ha avuto diffusione carbonara, roba per pochi iniziati, autopubblicazioni, email, blog&#8230; Luca Rossi, dopo la sua morte, ha raccolto alcuni di questi testi introvabili, li ha organizzati e ora, nella collana dei libri di <a href="http://www.tipografiahelvetica.ch/">Tipografia Helevetica</a>, finalmente ripubblicati (per i tipi della &#8220;loro&#8221; <a href="http://www.20090.eu/">microcasa editrice</a>). In attesa del doveroso anti-meridiano labranchesco, questo mi sembra un buon inizio. Pubblico qui di seguito la affettuosa introduzione al volume di Luca, spronandovi ad acquistare il volume. <a href="http://www.blomming.com/mm/20090/items/tommaso-labranca-agosto-oscuro">Basta un click</a>.</em> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Luca Rossi</strong></p>
<p>Se solo fossi stato più veloce. Avrei potuto prendere la rotella della pizza Alessi a forma di orso polare blu che Tommaso aveva coordinato con il portabiscotti Mary Biscuit in termoplastica blu, con la zuccheriera Gino Zucchino Alessi, sempre in blu e avrei potuto operare il salvataggio cerebrale. Avrei usato lo spremiagrumi Mandarin per scolare il cervello e lo avrei collegato al powerbank che ho sempre nello zaino. Per tutto il resto ci sarebbe stato tempo: l’avrei potuto mettere in un acquario per pesci e lui sarebbe rimasto lì dentro, completo di occhi e nervo ottico, con tutto l’occorrente per continuare a guardarmi durante la procedura. Avrei sostituito la batteria portatile con un avviatore d’emergenza per auto o con una batteria per tir e avrei tenuto Tommaso in vita, lì immerso un altro po’ in una sostanza lattescente e nutritiva. Dall’acquario avrebbe continuato a guardarmi, con gli occhi sempre aperti, ancora vivi, alimentati dallo starter, collegato in due punti distanti del midollo spinale, per alimentarlo. Tommaso mi avrebbe guardato tutto il tempo, attraverso gli occhi, fissi, ma non spenti, un po’ come succedeva in una delle scene più pulp di <i>Robocop II</i>:<i> </i>un cervello, estirpato e messo sott’olio, ascolta i chirurghi parlare di come il resto della sua persona verrà smaltito, in umido probabilmente. Io avrei dedicato la massima cura a questi <i>amabili resti</i>, li avrei dispersi sul Sacro Monte di Varese, come voleva lui, facendo partire sull’iPhone <i>Ascent (An Ending)</i> di Philip Glass, come concordato con lui e subito dopo un pezzo qualsiasi degli Wham! Con George Michael che di lì a poco si sarebbe nullificato come Tommaso.</p>
<p>Penso che Tommaso avrebbe vissuto bene anche all’interno di un barattolo di miele che era la sua unica dipendenza. Avremmo continuato a parlare, telepaticamente. Certo ci sarebbe stato qualche problema per andare al ristorante e anche per elaborare un complicato dress code per un nuovo indimenticabile evento della stagione autunnale della <i>MaisonLabranca</i>, ma avremmo avuto tutto il tempo del mondo per trovare una soluzione.</p>
<p>In questa brutta copia del <i>Cervello di Donovan</i> io non avrei avuto la faccia di Lew Ayres, il primo Dottor Kildare e non avrei nemmeno potuto contare sull’assistenza della futura signora Reagan, ma al massimo della mamma di Tommaso che si sarebbe messa a urlare vedendomi prendere i guanti di lattice e la rotella della pizza a forma di orso polare che a Tommaso piaceva tanto, ma che non aveva mai usato.</p>
<p>Sarebbe stato il degno epilogo dell’<i>agosto oscuro</i> di Tommaso Labranca, un agosto passato a lavorare all’ennesima biografia su commissione e che si sarebbe concluso come uno dei libri più celebri del poco celebre Clifford Siodmak, che da noi è arrivato solo sotto forma di Urania altamente disintegrabile, fragile come tutte le cose belle.</p>
<p>Tommaso però avrebbe potuto continuare a scrivere, mi avrebbe dettato le cose telepaticamente, proprio come a scuola, come avviene nelle pagine più belle di quell’Urania: un dettato come a scuola e avrebbe finito il libro sul mondo del lavoro e del <i>lavorìo</i> intellettuale che aveva il nome di lavorazione <i>Cyclon</i> come la polvere che il padre di Tommaso, gommista, usava per pulirsi le mani e che aveva scelto per quel suo  suono così dannunziano.</p>
<p>Nel cervello di Tommaso, quell’insieme di volute grigie che ora mi osserva silenzioso dall’acquario, sarebbe stato un <i>Cuore 2.0</i> ambientato nel meraviglioso mondo di chi millanta una miseria balzachiana perché per vivere <i>«lavoro coi libbri!»</i> come ama urlare alle amiche coatte.</p>
<p>Il nuovo <i>Cuore</i> o <i>Cyclon</i> sarebbe stato pubblicato da Ventizeronovanta? Non è detto. Tommaso diceva spesso di voler cercare un altro editore, diverso da noi, cioè da me solo ora che lui si è ridotto a encefalo galleggiante, ma chi? Nel dubbio un contratto con se stesso, con Ventizeronovanta non era vincolante, ma avrebbe dovuto sottoporre il testo al vaglio del giudice-editor più severo: lui stesso.</p>
<p>Ci aveva preso gusto a <i>farsi le cose da solo</i>, perché «tanto non vendo, non m’interessa vendere se devo scrivere cose che non mi piacciono» e quindi era meglio vivere dignitosamente con le <i>biografie alimentari</i> come quella del cantante di Pontedera, oppure <i>elemosinando articoli</i> da Libero, «gli unici che mi fanno lavorare» e, sento che telepaticamente il cervello lo sta impremendo a fuoco tra le mie sinapsi, <i>gli unici che mi facciano scrivere quello che voglio, come lo voglio</i>.</p>
<p>Steve Martin, del quale Tommaso aveva curato la biografia per Excelsior 1881, l’editore che ci ha fatto incontrare (nel senso che grazie a Excelsior 1881 abbiamo preso a frequentarci ogni giorno, quando stavamo editando un mio libro), viene sedotto da un cervello in <i>Ho perso la testa per un cervello</i>: il protagonista s’innamora di una conserva di neuroni. In tutti i cerebri però è radicato un forte istinto di sopravvivenza, siano essi in vetro o all’interno della scatola cranica, o in un hard disk esterno pieno di file interrotti. Così quella cartella, nominata maliconicamente “<i>cose da fare”</i> chiede giustizia, perché la morte, prematura, di un cervello eccezionale, è sempre un’ingiustizia, anche se questo cervello non è morto.</p>
<p>Come il protagonista del <i>Cervello di Donovan</i> anche io mi chiedo cosa abbia originato il pensiero di Labranca, perché l’encefalo non me lo vuole dire. «Il pensiero è frutto di un processo chimico, il problema è scoprire quali combinazioni chimiche siano responsabili del successo, della gioia, del dolore, del piacere» diceva il Dottor Kildare a Nancy Reagan guardando dentro l’acquario nel quale galleggiano i neuroni di un miliardario mitomane.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-71258" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tommaso-labranca.jpg" alt="" width="685" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tommaso-labranca.jpg 685w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tommaso-labranca-300x146.jpg 300w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /></p>
<p>Il cervello di Tommaso invece è reticente, quindi devo rispondermi da solo: è l’isolamento, quella solitudine che ricercava e nella quale mi era permesso entrare solo in punta di piedi. La solitudine che difendeva e che percorreva, percorravamo, in bicicletta nella lunga estate milanese fatta di asfalto rovente e di parcheggi facili, una città svuotata dalla volgarità impiegatizia sciamata verso località amene animate da dj set chiassosi, olio abbronzante su addominali faticosamente piallati per nove mesi all’anno in attesa di questi quindici giorni di trasgressione.</p>
<p>Sento che queste cose me le sta suggerendo il cervello telepaticamente. È questo cervello che ha scritto i frammenti che andrete a leggere e che sono stati scritti in anni diversi, ma sempre in questo periodo, il periodo che va dagli ultimi giorni di agosto ai primi di settembre, fino alle prime castagne mature, chiuse nel loro riccio come il cervello di Tommaso era chiuso nel corpo prima che lo liberassi. Sono anche i ricordi più belli che ho di Tommaso. Lo vedo con l’encefalo inserito nel corpo, io e lui, attraversare la città svuotata con le bici del comune e la cartella stampa del suo ultimo libro, <i>Vraghinaroda</i> per portarlo in gallerie d’arte e redazioni che non risponderanno mai. Oppure lo rivedo a raccogliere castagne nei boschi vicino a Varese «La mia Combray» o ad attraversare il decumano dell’Expo in una sera di ottobre dell’ultimo autunno che ha visto, la stagione che amava, tanto quanto odiava l’estate. È questo agosto oscuro, quello che ha distrutto il suo corpo fisico che lo ha elevato sopra quel grigio cielo impiegatizio dove Labranca ha ambientato <i>1+1=1</i> e che odiava fino al midollo (quindi anche ora che è un cervello), fin da quando lavorava all’enciclopedia della pesca DeAgostini, della quale ricordava maliconicamente il bar della metro di Caiazzo e l’Apple II che aveva portato un capodanno a casa per lavorare, proprio come noi due a capodanno 2015 che ci siamo trovati a lavorare a Tipografia Helvetica mentre il resto del paese faceva il trenino. Eccola la <i>patetica libertà</i> di chi vive nel <i>meraviglioso mondo delle letterine</i> e cerca di scaldarsi nel freddo inverno metropolitano solamente con collaborazioni a riviste e quotidiani come in <i>Iva è partita, fiaba patetico-fiscale</i> che è la vita di chi si deve procacciare un reddito giorno per giorno. Così quando l’ultimo modello di iPhone, che racconta mesi di stenti per pagare le rate e che non suona perché le redazioni sono chiuse ad agosto come a dicembre. In questa bolla di caldo africano o di gelo iperboreo si consuma la tua personale apocalisse urbana, fatta di attese irrealizzate e fatture non pagate. Viene da chiederti dove hai sbagliato, forse peccando di eccessiva purezza.</p>
<p>In uno di questi agosti Tommaso aveva scritto le <i>Poesie dell’agosto oscuro</i> e <i>H20, Il sussurro dell’acqua</i>, che chiude la raccolta e che è stato presentato in occasione del primo compleanno di Ventizerovanta. È stato invece il silenzio dei boschi insubrici a ispirargli <i>Una zampa più corta</i> ed <i>Applesina</i>, in uno dei pomeriggi passati a raccogliere castagne. «Ti fa piacere se li pubblichiamo? Anche se tu dicevi che alla tua morte avrei dovuto bruciare tutto?» Il cervello mi fissa, ma non risponde. Mi viene voglia di usarlo come un iPod Shuffle, uno strumento magico in grado di azzeccare sempre la playlist giusta per uno specifico stato d’animo, un libro-game che ha per protagonista Milano o una <i>LabrancApp</i> che sfruttando il gps e la realtà aumentata attivi un’ologramma tridimensionale di Tommaso ogni volta che attraverso in bici un luogo della città che ho visitato con lui. Quello che invece posso fare è un <i>Labranca superpocket</i> compatto e tascabile, che è un po’ quello che è stato raccolto nelle pagine che seguono. Accontentiamoci nell’impossibilità di avere un Labranca “aumentato”, ridotto nel peso e nello spazio occupato, ma virtuale e interattivo, ologrammatico, vivo in qualche modo, con il quale interagire ancora, come l’intelligenza artificiale del film <i>Lei</i>, ologrammi più veri dei replicanti senz’anima quotidianamente immessi e ritirati in un mercato in cui è difficile distinguerli dagli uomini dotati di anima. Una specie di <i>Blade Runner 2049</i>, ma con le prime umide foglie gialle settembrine al posto della pioggia sempiterna a manifesto di questi anni incolori. <i>Il cervello di Labranca</i> sarebbe più umano di tanti uomini interi. Potrei metterlo in un tupperware con del ghiaccio secco e infilargli un cappellino di lana per il freddo. Lo metterei nello zaino e poi nel cestino di una BikeMi e pedalerei alla volta del McDonald’s di Porta Venezia o di Brenta o in uno dei tanti posti in cui andavamo assieme a lavorare. Sarei disposto a correre il rischio di farlo spiaccicare sull’asfalto, proprio come nel finale di <i>Robocop II</i>. Rabbrividendo ogni volta che la ruota della bicicletta incontra l’infida superficie di porfido del temibile pavé cittadino, perché tutti i cerebri celebri del cinema fanno sempre una brutta fine. E troppo spesso anche nel mondo vero.</p>
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		<title>Valentino Zeichen, Le poesie più belle</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/07/10/valentino-zeichen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2017 05:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[raccolte]]></category>
		<category><![CDATA[valentino zeichen]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Fazi Editore pubblica Le poesie più belle di Valentino Zeichen, a un anno dalla sua scomparsa. Di seguito, alcuni estratti. * Come dirti ancora amore mio, mia, mio, adesso che gli aggettivi possessivi sono istruiti di dubbi, svogliati e disaffezionati alla proprietà abbandonano la guardia e disertano lasciando sguarniti i beni privati, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 23">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68908" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-768x1172.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-671x1024.jpg 671w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover.jpg 1400w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />Fazi Editore pubblica <em>Le poesie più belle</em> di Valentino Zeichen, a un anno dalla sua scomparsa.<br />
Di seguito, alcuni estratti.</p>
<p>*</p>
<p>Come dirti ancora amore mio,<br />
mia, mio, adesso<br />
che gli aggettivi possessivi<br />
sono istruiti di dubbi, svogliati<br />
e disaffezionati alla proprietà<br />
abbandonano la guardia e disertano<br />
lasciando sguarniti i beni privati,<br />
concedendosi solo al plurale.</p>
<div class="page" title="Page 57"></div>
</div>
</div>
</div>
<p><span id="more-68905"></span></p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 57">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Ero a caccia di belle vedute;<br />
e ho visto alcuni milioni d’anni<br />
sommarsi in un istante,<br />
nel vento che modella ad arte<br />
nella vertigine,<br />
la parete rocciosa,<br />
a strapiombo sul mare;<br />
ma tutto quel tempo caparbio<br />
non è bastato per imitare<br />
il breve mestiere dell’uomo.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 59">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Come frecce scoccate<br />
da un ludico arciere<br />
che non ha sempre<br />
per mira un bersaglio, bensì<br />
la bellezza d’una traiettoria,<br />
sorvoliamo lo spazio degli anni.<br />
Nella permanenza in volo<br />
ci viene meno l’orientamento,<br />
siamo oggetto di lanci sbagliati<br />
e privi di verosimile obiettivo.<br />
Dove, dove cadremo?<br />
così senza onore.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 91">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em>Semiotica</em></p>
<p>Come la spia rossa che<br />
si accende sul cruscotto<br />
e segnala al conducente,<br />
che la benzina è alla fine,<br />
così, anche il sentimento<br />
che nutrivo per te<br />
è ormai in riserva.</p>
<p>*</p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 95">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em>Mi ripeto&#8230;</em></p>
<p>Mi ripeto&#8230;<br />
Il mio cuore è sempre stato<br />
come la porta girevole<br />
d’un albergo a ore<br />
dove si poteva entrare<br />
e pernottare a piacere;<br />
riuscire in incognito<br />
e senza rimpianti.<br />
Ora, vorresti istallare<br />
una porta nel vuoto e<br />
mettere una serratura<br />
di marca all’aria?</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 173">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Sono transitati secoli<br />
dentro i miei anni<br />
e (io) non vi ho fatto caso.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 177">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Gli amori perduti evocano<br />
gli ombrelli dimenticati,<br />
ma dove? Sarebbe struggente<br />
ricordarsene sotto queste<br />
piogge incessanti.</p>
</div>
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</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scuola di calore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/08/19/scuola-di-calore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marrakech]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Un incubo chiamato Algeciras a Ana Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta. Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” Non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075-150x150.jpg" alt="" title="marrakech07" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-36437" /></a></p>
<p><em>Un incubo chiamato Algeciras</em></p>
<p>a Ana</p>
<p>Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo<br />
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.<br />
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era<br />
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” </p>
<p>Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.<br />
So, per esperienza, che ci sono giorni in cui la fede nei maestri<br />
si scioglie come merda al sole, mentre, malgrado tutto,<br />
le tredici passioni che governano il mio sesso non fanno scuola<span id="more-36430"></span></p>
<p>Allora un amante diventa un problema di meccanica celeste. Come<br />
calcolare la stabilità dei sistemi dinamici? Come costruire una teoria delle<br />
singolarità che contempli l’assenza di catastrofi? Ogni singolo uomo non è<br />
forse una parte del sistema dinamico e catastrofico di cui parla Thom?</p>
<p>Octavio era l’ultimo a cui potevo rivelarlo, perché<br />
a lui non tornavano i conti: l’amore ha leggi matematiche<br />
che la matematica non sa calcolare. Ad esempio, il cosiddetto<br />
teorema KAM (Kolmogorov-Arnold-Moser) non c’era verso di risolverlo</p>
<p>Eppure noi tutti qui ad Algeciras,<br />
aspettiamo il nostro turno, siamo l’incubo di Octavio<br />
e il sogno di Arnold: siamo numeri che commentano il prezzo del viaggio,<br />
i sacchetti per il vomito, l’imminente catastrofe sullo Stretto</p>
<p>Neppure oggi, dopo anni di solitudine, mi so dar pace.<br />
Le menti più brillanti sono alle prese con il tredicesimo problema<br />
di Hilbert, e nessuno di loro mi ha mai accarezzato il culo:<br />
qualcuno dovrebbe dire la verità sul valore delle equazioni </p>
<p><em>Testamento</em></p>
<p>a Jlham</p>
<p>Il primo presentimento della mia morte<br />
lo ha avuto mia madre sulla statale per Essaouira,<br />
in auto, mentre il seme di uno sconosciuto le sporcava il volto<br />
<em>Nothing, like something, happens anywhere</em></p>
<p>Il secondo, è stato alcuni anni fa, a una mostra di Barceló,<br />
dopo un breve idillio nei bagni del Prado. C’era un quadro,<br />
<em>Yo</em>, un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti,<br />
morsicato dai ratti, con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi </p>
<p>Una patina terrosa, brunastra, lo faceva assomigliare<br />
a quel selvaggio che è diventato mio padre.<br />
Nei suoi <em>Quaderni africani</em> scrive: “Estoy como un escorpión<br />
en el desierto comiendo mis papeles”</p>
<p>Anche a me uno scorpione, in mancanza di meglio, sta divorando il corpo.<br />
Come chiamarlo diversamente? Desiderio di essere penetrata?<br />
Senso del commercio? Eppure ci sono camere di hotel ancora intatte,<br />
specchi grazie ai quali il dolore se ne va gettandovi un’occhiata </p>
<p>Forse è per questo che, dopo ventiquattro anni, quel <em>Yo</em><br />
riflesso non è più né mio padre né lo sconosciuto<br />
che con un fazzoletto ripulì il volto di mia madre.<br />
Tanti coiti, piccoli morti, portano a un testamento</p>
<p>A questo punto ci vorrebbe un erede. O che almeno,<br />
giunti in auto a Essaouira, un giorno in cui il colore del mare<br />
fosse quello della labbra di una annegata, violetto, dopo essersi lavati<br />
dell’ultimo incesto, un hotel senza specchi ci accogliesse in eterno  </p>
<p><em>Fiore del deserto</em></p>
<p>a Amina</p>
<p>Il carcinoma che divora mia madre<br />
ha la forma di un fiore carnivoro che cresce<br />
solo nel giardino di Majorelle, dove Yves Saint-Laurent<br />
cercava ispirazione per il suo pret-à-porter</p>
<p>Quando è morto mi è sembrato un avvenimento.<br />
Oggi tutto mi appare assurdo e ridicolo. Sono maturata, o<br />
forse impazzita, o forse il marabutto, a cui ho chiesto consiglio,<br />
leccandomi a lungo il dito medio della mano mi ha purificata</p>
<p>Ho subito molte punizioni. Di notte il mio sonno<br />
era agitato da uomini nudi che, supini,<br />
ai bordi di una vasca, mi tentavano con le loro carni bianche:<br />
“Amina, perché non ci strofini la schiena e il culo?”</p>
<p>Poi il sogno è diventato realtà. E da allora a mia madre<br />
è spuntata una lacrima a forma di isola, l’isola di Sachalin,<br />
dove anch’io, come una deportata, ritorno ogni sera<br />
dopo i lavori forzati negli hamam privati dei nuovi russi</p>
<p>Stretto tra i Tartari e il deserto,<br />
senza le cure di un medico dall’espressione simile alla sua cravatta<br />
che da Nizza o Jalta giunga qui ai piedi della mia piccola foresta,<br />
il fiore di mia madre cresce a dismisura, si infiltra nell’intestino, nell’ano</p>
<p>Un giorno anch’io andrò al Café de France. Indosserò<br />
un vestito Yves Saint-Laurent. Ordinerò per errore un piatto<br />
di ostriche. Senza sapere berrò champagne.<br />
La gente al funerale riderà di me. Sarà tutto assurdo e ridicolo.   </p>
<p>Nota<br />
Le poesie qui presentate, &#8220;il  ciclo di Marrakech&#8221;, fanno parte di una più ampia sezione della mia prossima raccolta, intitolata <em>Scuola di calore</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Cinque poesie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/28/cinque-poesie-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 09:32:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Visas]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Reta]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vittorio Reta Lasci scritte a sangue attraverso lo spioncino quando la musica lascia la presa voce anche tu miccia in acquario per vedere una vetrata da sotto Luci di Pietralata Allora buttalo amore *** Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da cartolina illustrata e vederti agitare fra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-28217" title="foglio-metallo2" alt="foglio-metallo2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foglio-metallo2-254x300.jpg" width="254" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foglio-metallo2-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foglio-metallo2.jpg 339w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></p>
<p>di <strong>Vittorio Reta</strong></p>
<p>Lasci scritte a sangue attraverso lo spioncino<br />
quando la musica lascia la presa<br />
voce anche tu miccia in acquario<br />
per vedere una vetrata da sotto<br />
Luci di Pietralata<br />
Allora buttalo amore</p>
<p><span id="more-28215"></span></p>
<p>***</p>
<p>Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da<br />
cartolina illustrata<br />
e vederti agitare fra nastrini di sangue sulla fronte da pirata su un<br />
terrazzo<br />
celeste, non mi ricordo se il cielo sta a destra, a sinistra o sotto di noi<br />
e i tentativi di spiegarti qualcosa,<br />
forse una cosa terribile che rimandavo di parola in parola persino a me<br />
stesso.<br />
So che al mio silenzio non ho avuto risposta perché non miravo mai al<br />
centro.</p>
<p>***</p>
<p>mi spolmono nelle lenzuola<br />
mi alzo da questo lago ovale in cui mi ero addormentato<br />
che un bosco mi rinchiudeva e lo spazio si restringe<br />
l&#8217;orizzonte si restringe<br />
l&#8217;immagine che forse scavalcava definitivamente, in ordine<br />
con le mani sulle tempie che flagellano vene<br />
i fianchi dietro di lei lanciati come un coltello<br />
(ho sputato nella cabina per non vomitare tutto il sale<br />
ho tamponato di fazzoletti i tranelli di quella notte)<br />
che ho gettato nel Tevere con i bolli falsi<br />
del passaporto, i visas sui pacchetti di sigarette,<br />
sulla fronte persino il marchio<br />
sui polsi<br />
sui propri passi<br />
scavalcando gli alberi levando ogni volta i gomiti su di lei<br />
avvolta nella sua pelliccia fiorita<br />
sbiadita la testa<br />
e l&#8217;indomani ho telefonato alle vittime<br />
resistenze inutili rispondevano nei fili invisibili<br />
per guadagnare tempo ho cucito la sua impronta,<br />
al silenzio che si impelliccia<br />
alle frontiere c&#8217;è sempre<br />
Tanger de mort.</p>
<p>***</p>
<p>Quando si preparò il viaggio fu lungo per acqua<br />
scendere scale di legno e su un bordo di marmo d&#8217;oltretomba<br />
(dopo aver visto quella città assassina)<br />
e continuando a schegge nei termometri degli istituti di misurazione del tempo<br />
il suo nome in sillabe orientali<br />
tre spine nella spalla dell&#8217;osso di velluto, proseguendo con amore?<br />
In un messaggio, l&#8217;unica drug story dell&#8217;incontro<br />
l&#8217;unica cosa rimasta in orbita nel cielo, una porta in cima al tetto<br />
e crollavano moli d&#8217;appoggio, risucchi, una torcia di fuoco<br />
sbatteva la testa fra i macigni di una stanza numerata<br />
nel ghetto orribile non ti ho detto: ti volevo dire sì, è quella volta<br />
che guardai l&#8217;ora per te<br />
nel quadrante rosso rosa della stazione le lancette si erano fermate per un mese.</p>
<p>***</p>
<p>È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,<br />
accantoni l’infanzia quando occupi una città,<br />
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,<br />
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano<br />
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto<br />
compiuto prima a 500 m di distanza da quando una mano<br />
[ha raccolto una pietra<br />
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali<br />
ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa<br />
[circolarità</p>
<p>ecco, ora asciugati, senza male le radici<br />
aspetta un poco<br />
una scarica motoria<br />
che faccia rifluire l’eccitazione<br />
prima che venga toccato il punto zero<br />
ecco, vedi abito questo episodio al punto di non poterlo<br />
[descrivere<br />
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato<br />
[il punto zero<br />
molte volte si contrae la muscolatura liscia</p>
<p>l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,</p>
<p>quel movimento in cui si è trascinati via,<br />
guarda sta per finire<br />
per raddoppiare la parola che ha provocato<br />
guarda, vedi, forse, sanguino.</p>
<p>(da <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8871669983/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8871669983&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Visas e altre poesie</em></a>, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Le Lettere)</p>
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			</item>
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		<title>autoritratto in piedi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 06:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[autoritratto]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anna Tellini Autoritratto Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare Canzone [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/annatellini21.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-7930" title="annatellini21.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/annatellini21.jpg" alt="" width="243" height="360" /></a></p>
<p>di <strong>Anna Tellini</strong></p>
<p><em>Autoritratto</em></p>
<p>Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare<br />
<span id="more-10824"></span></p>
<p><em>Canzone d’amore</em></p>
<p>Gatti troppo sapienti / sbadigliano la noia / che / io / ti vomiterò / addosso / spazzando via l’ottusa / caparbietà mentale / di cui hai fatto cauto / la tua stolida cifra / vessillo miserevole / di alterità infantile / ne erigi barricate / di sterco e di egoismo / a riparare il buco / che tu supponi anima</p>
<p><em>Felicità?</em></p>
<p>Sperare un altrove / diverso da quello dell’anima / Sperimentare un altrimenti / non doverosamente ostile / E ritornare a sé, / in racquetata ebetudine</p>
<p><em>La poesia</em></p>
<p>La poesia mi spaventa, / così immediata e in sé conchiusa, / così restia ad ogni dilazione, / spazzina zelante di intimità violate / sfrontata accentratrice di / secrezioni e deiezioni, / ed escrezioni senza fine, a milioni… / La poesia mi tenta, / così deliziosamente oscena</p>
<p><em>Come</em></p>
<p>Come un alchimista spaesato / incerto della sua attrezzeria / immeschinito dalle ruvide leggi di realtà / svergognato dall’eternamente scontrosa / epifania dell’oro. / Come un alchimista incantato / trapasso la mia labile / trasparenza / con auspici di trasfigurazione.</p>
<p><em>Maternità</em></p>
<p>Melassa appiccicosa e maldestra / la madre la nutrì / di insoddisfazioni iterabili / e di macabre attese. / Lei, acquiescente e attonita, / senza centro / senza storia / forse senza nome / certo senza resistenze / al testardo risucchio tentatore / affamata di compatibilità / nuda / gracile / informe / (complice?) / in fin dei conti annuì.</p>
<p><em>Creature</em></p>
<p>Plateale, il pipistrello verde / esibiva per un cielo perplesso / la sua morbidezza di piume / ad una terra svagata.</p>
<p><em>Azzardo</em></p>
<p>Indecisi / ciondolavano nella vacuità / scommettendo di esistere</p>
<p><em>Trascorrere</em></p>
<p>La vagina intristita / le suggerì l’inaffidabilità del tempo. / Indossò il trucco-maschera, / smise per un po’ il sorriso, / mimò di nuovo, rassicurante, la smemoratezza, / e, vaga, si riaccinse a vivere.</p>
<p><em>Ritorno</em></p>
<p>E l’anima si espanse / sorprendendo stupita / gli umori liquefarsi / e poi distillare / gocce / di chiare lontananze ritrovate.</p>
<p><em>Compagne</em></p>
<p>La morte mi balla sulla schiena / fluttua nel bilico della mia imperfezione / Eletta a portavoce dell’oltranza / e poi contabile dei suoi prodigi impervi / cesello il ritmo di azzardi e vocazioni / attenta a mai disquilibrarla</p>
<p><em>Ironia</em></p>
<p>Ingorgato il pensiero, / il polline delle idee / si dissipò, indolente, / ligio alla sua malevola / &#8211; e conclamata – inanità.</p>
<p><em>Percorsi</em></p>
<p>Riconosciuto l’orrore / lo affettò in destrezza / per disporne con regola / le sfoglie sottili / sul tagliere della coscienza</p>
<p><em>In morte di mia figlia</em></p>
<p>Ti ho sentita svaporare / come un’idea di bellezza / imprendibile altèra / altra</p>
]]></content:encoded>
					
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