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	<title>Potere Operaio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nanni Balestrini &#8211; Millepiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/05/nanni-balestrini-mille-piani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 05:32:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Per Nanni Balestrini potrebbe valere la formula dell’identità moderna che Pirandello coniò per Vitangelo Moscarda, uno dei suoi più celebri protagonisti. Ma per l’autore siciliano, uno, nessuno e centomila esprime ancora uno scandalo della ragione, un paradosso che tende a paralizzare l’azione, laddove, applicata a Balestrini, tale formula sembra conseguire da una consapevole strategia produttiva d’opere e iniziative.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo è apparso sull&#8217;“Indice”, n°2, 2023, e tratta del volume collettivo <em>Nanni Balestrini,</em> <em>Millepiani</em>, DeriveApprodi, Roma, 2022, p. 309.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Per Nanni Balestrini potrebbe valere la formula dell’identità moderna che Pirandello coniò per Vitangelo Moscarda, uno dei suoi più celebri protagonisti. Ma per l’autore siciliano, <em>uno, nessuno e centomila</em> esprime ancora uno scandalo della ragione, un paradosso che tende a paralizzare l’azione, laddove, applicata a Balestrini, tale formula sembra conseguire da una consapevole strategia produttiva d’opere e iniziative. Nell’intitolare un volume a lui interamente dedicato, il curatore Sergio Bianchi utilizza la traduzione italiana di <em>Milles plateaux</em>, titolo dell’opera filosofica di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Di soggetto plurimo, però, ancora si tratta, in questo <em>Nanni Balestrini</em> <em>Millepiani</em>, corposo volume di una delle nostre case editrici più politiche, DeriveApprodi, che per altro, senza contraddizione, si è impegnata nella pubblicazione integrale dell’opera letteraria (poetica e narrativa) dello stesso Balestrini. Fedele al suo titolo, il volume di trecento pagine non fa una scelta di omogeneità nella selezione e nella raccolta dei materiali. Vi troviamo testimonianze dirette di sodali poetici e politici, ricostruzioni documentate di contesti e progetti culturali, letture critiche della sua produzione letteraria e artistica, il tutto corredato da cinquanta immagini a tutta pagina di opere plastiche e grafiche, ritratti individuali e di gruppo, copertine di libri o riviste, ecc. Tutto ciò non vuole essere un semplice omaggio a uno scrittore tra i più importanti del secondo Novecento, e che è stato attivo e presente fino a pochi mesi dalla sua scomparsa, nel 2019. <em>Nanni Balestrini Millepiani </em>è anche il tentativo di cartografare lo spazio senza contorni certi di una personalità e di un’opera, che si confondono con una quantità di soggetti e di creazioni collettive nel corso di sessant’anni almeno di vicende letterarie, culturali e politiche del nostro paese. Questa “confusione” (di piani di realtà così come di generi letterari e forme artistiche) è ciò che distingue il percorso di Balestrini, ma lo rende anche sfuggente e in parte enigmatico, per chi pretendesse di coglierlo attraverso una sola chiave di lettura. L’eterogeneità dei materiali raccolti nel volume di DeriveApprodi lascia comunque apparire una sorta di baricentro, di punto di convergenza e passaggio, delle tante e diverse esperienze che vi sono documentate. Questo baricentro è dato dall’anomalo e lungo decennio che prolunga il ’68 italiano fino alla vasta e indiscriminata repressione innescata dal processo del 7 aprile 1979, che vide lo stesso Balestrini imputato e poi assolto. Il Balestrini che incontriamo qui ha l’esperienza della neoavanguardia e la stagione delle polemiche letterarie alle spalle, così come l’attività di redattore del “Verri” e delle collane di narrativa per Feltrinelli, e si appresta a divenire uno dei più infaticabili e innovativi attori dell’editoria di movimento, a partire dall’esperienza della rivista “Quindici” e subito dopo di “Potere operaio”. Ed è in questo contesto di rivolta diffusa, rivolta esistenziale ancor prima che politica, che Balestrini sembra individuare un nuovo terreno di sperimentazione dei linguaggi verbali e visivi, in cui le esperienze collettive sembrano nutrire le invenzioni individuali e viceversa. (È il caso esemplare di <em>Vogliamo tutto</em> del 1971, romanzo sperimentale che, meglio di qualsiasi narrazione “realistica”, documenta l’avvento dell’operaio-massa e delle nuove lotte nelle fabbriche della Fiat alla fine degli anni Sessanta.)</p>
<p>Buona parte degli interventi raccolti nei due primi capitoli del libro (<em>Sguardi</em> e <em>Percorsi</em>), sono dedicati alle testimonianze dirette o alla ricostruzione più analitica di questa fase dell’attività di Balestrini, che si chiude con l’esperienza della prima “alfabeta” (nata nel 1979). Nella seconda parte, troviamo una serie di testi divisi per “genere” (<em>Visive</em>, <em>Audiovisive</em>, <em>Suoni</em>, <em>Scene</em>, ecc.) che trattano dei vari ambiti del suo agire artistico e letterario, abbordati in una prospettiva più tradizionalmente critica. Abbiamo saggi e interviste di Fabbri, Cortellessa, Lorenzini, Bello Minciacchi e altri. Nella prima parte, invece, abbondano le voci provenienti dalla militanza politica (Mario Tronti, Toni Negri, Sergio Bologna, Jaroslav Novák, Giairo Daghini, Franco Berardi Bifo, ecc.).</p>
<p>Un po’ come era successo a Debord, con il Maggio parigino, la marginalità di matrice letteraria e avanguardistica, nata nel corso della seconda metà degli anni Cinquanta, finisce per intercettare un movimento giovanile (studentesco e operaio) di massa, che alle soglie degli anni Settanta elabora una critica politica e culturale delle istituzioni e dell’organizzazione del lavoro, in seguito a un decisivo ventennio di modernizzazione capitalistica. La ricchezza e la singolarità del libro curato da Sergio Bianchi nasce dal tentativo di dare conto di questa tangenza, rara sul piano storico, ma anche su quello delle esperienze artistiche e intellettuali. Non sarà mai sufficiente dire, nel caso di Balestrini, era il poeta giusto nel momento storico giusto. La<em> giustezza</em> del caso è venuta dalla straordinaria capacità di adattamento del poeta e dell’intellettuale nei confronti di un ambiente culturale inedito nella storia nazionale, che permetteva la presa di parola di una molteplicità di soggetti che mai l’avevano esercitata nello spazio pubblico (studenti, operai, immigrati, donne, omosessuali, detenuti). A quelle tante (e nuove) parole <em>non sue</em>, Balestrini è stato capace di dare con grande efficacia la <em>propria voce</em>.</p>
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		<title>Errorismo di Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 05:16:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Bologna Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato. Laterza, Bari 2010. Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36801" title="63966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, <strong>Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato</strong>. Laterza, Bari 2010.<br />
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane. Toni Negri tra galera e domicili coatti si è fatto 11 anni. E qui viene definito come uno che lo Stato ha colpevolmente protetto.<br />
Sono passati poco più di trent’anni da allora e trent’anni esatti dalla sconfitta della classe operaia Fiat dopo l’occupazione durata 35 giorni. Trent’anni lungo i quali tanti fili si sono spezzati, tante sequenze sono state interrotte, tranne una sola: l’umiliazione del lavoro. A leggere oggi certe testimonianze su come vengono trattati i giovani laureati negli stages, a scorrere le cronache sui 35 operai morti nelle pulizie delle cisterne, a navigare sui blog dove centinaia di giovani italiani raccontano d’essersene andati da un Paese per loro invivibile, viene da dire: “Sono stato di Potere Operaio e ne sono orgoglioso”.<br />
<span id="more-36800"></span><br />
 Potere Operaio voleva dire che il lavoro non si deve lasciar umiliare, e se qualcuno – chiunque sia – vuole umiliarlo, il lavoro deve ribellarsi, deve alzare la testa. E’ l’unica condizione perché in un Paese ci sia democrazia. E’ l’unica condizione perché un Paese possa valorizzare le sue risorse umane, è l’unica condizione perché nell’impresa ci sia innovazione, è l’unica condizione perché il servizio pubblico sia rispettoso dei cittadini, è l’unica condizione che permette alla maggioranza di vivere meglio. Perché la maggioranza dei cittadini di questo Paese vive del proprio lavoro.<br />
Ma forse c’è un’altra sequenza che non si è mai interrotta: la disinformazione. Non si è mai fermato il degrado dell’informazione quotidiana, un degrado morale e linguistico. Basta poco, basta sfogliare un grande quotidiano italiano e un grande quotidiano tedesco, britannico, francese, americano, spagnolo. C’è un abisso. “Il ritorno dei cattivi maestri”, titolava l’altro giorno in prima pagina “La Stampa” l’articolo di un suo giornalista. Torna la solfa dei cattivi maestri. E torna non a caso in un momento di crisi politico-istituzionale che apre una fase oscura, inquietante, dove quel poco di Stato che ancora esiste ed esiste perché c’è della gente che ci dedica tutti i suoi talenti, le sue energie, gente che cerca di arginarne lo sfascio, rischia di sgretolarsi. Si fregano le mani in tanti che Berlusconi sia al tramonto, ma troppi tra questi hanno dato una spinta perché il lavoro venisse umiliato. Non solo c’è un’opposizione inesistente ma anche quella che sembra più intransigente, ci marcia con la solfa dei cattivi maestri, affonda le mani in questa melma.<a href="http://www.youtube.com/watch?v=tquP3Gg169s&#038;feature=channel"> Sul blog di Beppe Grillo</a> si poteva da settimane leggere le affermazioni di un giornalista, un certo Fasanella non nuovo a questa bravate, che anticipava le tesi di Calogero e accostava le “coperture” di cui avrebbe goduto l’Autonomia padovana a quelle che rendono ancora insoluto il mistero di Ustica. Abbiamo perduto amici, alcuni dei quali erano come fratelli, morti prematuramente, logorati dalla persecuzione giudiziaria, da carceri preventivi: Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Augusto Finzi, Sandro Serafini, Guido Bianchini. Non possiamo tollerare che le loro tombe vengano insozzate in questo modo!<br />
E’ un brutto momento e può succedere di tutto. Se è vero che l’imbeccata di questa nuova campagna contro i “cattivi maestri” è venuta da alte cariche dello Stato c’è da stare in guardia, vuol dire che la crisi politico-istituzionale è più grave di quanto appaia. Proprio in questi giorni esce nelle librerie l’edizione completa, digitalizzata, della rivista “Primo Maggio”. Ecco il volto dei cattivi maestri, ecco le loro parole. Volete scoprire la loro faccia? Leggete, banda di miserabili. A 30 anni di distanza quei lavori di ricerca, di analisi, quelle inchieste, conservano la loro dignità intellettuale e spesso sono ancora attuali. Abbiamo saputo prendere le distanze allora da pratiche e discorsi dell’Autonomia e dei partiti armati. Lo abbiamo fatto per coerenza d’idee, non per opportunismo, ed è questo che determina oggi l’interesse di tanti giovani per i nostri scritti di quel tempo. Il filone di pensiero che parte dall’operaismo è uno dei pochi che ha dimostrato di resistere alla sfida della globalizzazione e del postfordismo, è rimasto al passo dei tempi. Forse perché al fondo aveva un principio saldo ed elementare: il lavoro non deve lasciarsi umiliare. Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo. Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale. Per questo dobbiamo affrontare le infamie della carta stampata a viso aperto, anzi, a brutto muso.</p>
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